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domenica 23 ottobre 2011

Mausoleo di Elena, Roma

Mausoleo di Elena


Venne costruito dall'imperatore Costantino I tra il 326 e il 330, originariamente destinato a servire da sepoltura per lo stesso Costantino, venne poi utilizzato come sepolcro per Elena, madre dell'imperatore, morta nel 328, prima che le sue spoglie venissero traslate nella basilica dei SS. Apostoli a Costantinopoli.
L'area su cui sorge il mausoleo fa parte di un complesso di edifici storici di età tardo imperiale nel praedium imperiale denominato Ad Duas Lauros che, secondo fonti antiche (Liber Pontificalis - 314 d.C.), si estendeva dalla Porta Sessoriana - l'attuale Porta Maggiore - fino al terzo miglio dell'antica Via Labicana, sovrapponibile all'odierno VI Municipio fra la Basilica di S. Croce in Gerusalemme, Porta Maggiore, Via Prenestina e Via Casilina all'altezza di Centocelle.
Al III miglio della via Labicana sorgeva il nucleo centrale di uno dei più importanti possedimenti imperiali noto con la designazione topografica di “ad duas lauros”. Tale nome derivò da un vicino campo di esercitazioni militari che aveva questo appellativo dovuto probabilmente all’esistenza di due alberi giganteschi di lauro, oppure, come ha affermato il Tomassetti, per la presenza in detta località di qualche ara votiva, con doppio lauro scolpito. Tale toponimo fu alterato anche in Lauretum o Laurentum, onde Laurentina fu chiamata, per errore, la via Labicana.
Ne fanno parte le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro e la basilica paleo cristiana dedicata ai Santi Marcellino e Pietro di cui restano solo pochi ruderi e sui quali fu poi costruita l'attuale chiesa parrocchiale dei Santi Marcellino e Pietro ad Duas Lauros.

Questo vasto latifondo imperiale sorse in relazione al trasferimento della piazza d’armi (Campo di Marte) dal Campo Marzio, sul Tevere, a questa parte del suburbio, che divenne il luogo di sosta ove gli imperatori andavano ad assistere alle esercitazioni militari.
Qui il 16 marzo 455 venne assassinato, insieme al suo primo ministro Eraclio, Valentiniano III per opera di due commilitoni del generale Ezio (Optila e Traustila) istigati da Petronio Massimo.

Qui era pure situato il cimitero dei SS. Marcellino e Pietro, sorto nella seconda metà del III secolo, in cui le fonti indicano la sepoltura di vari martiri caduti nella persecuzione di Diocleziano.
Il cimitero comprendeva una vasta area sub divo ed una rete molto estesa, che, svolgendosi su due piani, si sviluppava in varie regioni servite da scale proprie. Intorno al 320 viene collocata la costruzione, ad opera di Costantino, della basilica funeraria dedicata ai martiri eponimi della catacomba. 
La basilica, orientata est-ovest, adottava una pianta “circiforme” con navate scandite da pilastri. Essa fu inserita in un portico intorno al quale, come a S. Sebastiano, si addensavano, numerosi, i mausolei.




L'edificio a pianta circolare era preceduto da un vestibolo rettangolare e appare costituito da due cilindri sovrapposti, di cui il superiore di diametro inferiore, con una copertura a cupola. Il cilindro inferiore ha un diametro esterno di 27,74 metri ed uno interno di 20,18 metri. L’altezza totale era in origine di 25,42 metri, mentre oggi e di circa 18 metri.
Internamente il cilindro inferiore ha una forma ottagonale. Nei vertici sono poste delle nicchie, alternativamente rettangolari e semicircolari, una delle nicchie rettangolare costituiva l’ingresso. In corrispondenza delle nicchie, nell’anello superiore, si aprivano otto finestre ad arco.
Una serie di mensole chiudeva la zona delle finestre al di sopra delle quali si impostava la cupola costruita in opus signinum. Essa risultava articolata in una duplice serie di nervature poste nella parte superiore a partire dall’imposta della cupola.
Nella parte inferiore di essa, sopra l’appoggio interno della volta, erano inserite verticalmente due file di anfore (pignatte), a giri concentrici, oggi ben visibili a causa del crollo della volta.
Questa tecnica costruttiva era abbastanza diffusa e se ne trovano testimonianze in vari edifici. Questo particolare aspetto ha dato origine al nome di Torpignattara (cioè Torre delle pignatte) con il quale è conosciuto il mausoleo dai Romani e che ha dato il nome alla zona circostante.
Nella nicchia rettangolare di fronte all'ingresso, più larga delle altre, era con ogni probabilità contenuto il sarcofago in porfido rosso di Elena.
Internamente la rotonda era coperta, fino all’imposta della cupola, da incrostazioni marmoree policrome.
Sulla volta sono ancora visibili le tessere di un mosaico in pasta di vetro che probabilmente ne ricopriva tutta la superficie.
Sappiamo inoltre che il Bosio, nella cavità delle nicchie, scorse ancora ai suoi tempi un mosaico con figure di santi nimbati, di cui oggi non rimane traccia.
Cornici in opus sectile dovettero essere utilizzate per rifinire la linea di imposta delle finestre. Esternamente l’edificio era invece tutto intonacato.
Interessante è anche l’analisi del vestibolo del mausoleo. Questo aveva la forma di un’aula rettangolare, lunga quanto era larga in tutto la basilica alla quale si addossava, con pareti di m. 0.75 di spessore.


Venendo dalla basilica, la rotonda era accessibile solo attraverso questo atrio, che secondo il Deichmann, comunicava originariamente con il nartece della chiesa tramite una triplice arcata, mentre il Guyon, in base alla localizzazione delle tombe dislocate sul pavimento della basilica, ha avanzato l’ipotesi che tale comunicazione dovette avvenire mediante un’unica porta larga all’incirca m. 3.00.
Mentre la conformazione del mausoleo ci è nota in tutti i particolari, l’alzato del vestibolo può essere ricostruito solo ipoteticamente, dal momento che la parte occidentale del mausoleo, in cui esso si apriva, è andata completamente distrutta.


Tra il 1993 ed il 2000 il mausoleo ha subito un'importante opera di restauro.
Gli scavi hanno consentito una migliore valorizzazione dell'edificio con la riscoperta dell'atrio di accesso sul lato sud, in corrispondenza della antica via Labicana.
Durante gli scavi è stato scoperto il canale di raccolta delle acque pluviali, nonché un pozzo al centro del mausoleo dal quale sono stati recuperati vasi dell’XI e XII secolo.

Precedentemente alla costruzione del mausoleo, l'area era utilizzata anche come cimitero dagli Equites singulares. Si sono infatti ritrovate numerose iscrizioni riguardanti gli Equites nella zona di ad Duas Lauros, ma non è stato possibile individuare l'esatta ubicazione del sepolcreto. I numerosi ritrovamenti effettuati durante gli scavi della basilica costantiniana, effettuati nel 1956 dagli archeologi Deichmann e Tschira, confermano che la necropoli degli Equites era probabilmente situata nelle immediate vicinanze del mausoleo di Elena, se non addirittura sotto di esso. È infatti plausibile la tesi secondo cui il sepolcreto sia stato volutamente distrutto da Costantino come ritorsione nei confronti degli Equites che nella battaglia di Ponte Milvio per la conquista dell'impero, si schierarono contro di lui in favore di Massenzio.
Dopo la morte di Elena la proprietà di Ad Duas Lauros fu assegnata alla chiesa.
Nel secoli successivi il mausoleo subì l'erosione dei fenomeni atmosferici cui si aggiunse l'intervento umano, con asportazione di pietre e marmi che vennero utilizzati come materiale da costruzione.
Nell'VIII secolo il mausoleo divenne una fortezza difensiva. Benché trasformato e parzialmente in rovina, il monumento continuò ad ospitare la tomba di Elena fino all'XI secolo, quando il sarcofago fu trasportato nella chiesa del Laterano ed è oggi conservato nei Musei Vaticani.

Sarcofago di Elena, oggi al Museo Pio-Clementino


Il massiccio sarcofago di porfido rosso, alto 2,42 metri, viene assegnato alla madre di Costantino I sin dalle fonti antiche e in passato si è pensato che, per lo stile e il soggetto militare della decorazione a rilievo, fosse stato inizialmente preparato per qualcun altro, forse per il padre Costanzo Cloro o, più probabilmente, per Costantino stesso, che poi decise di destinarlo alla madre.
L'opera, creata nella prima metà del IV secolo, fu pesantemente restaurata nel XVIII secolo (in seguito ai danni derivati da un incendio nel XIV secolo), anche se le linee generali delle scene, la composizione e lo stile generali sono inequivocabilmente originali.
Il coperchio è a quattro spioventi, con figure a tutto tondo di Geni e Vittorie agli angoli, vicino alle quali sono ipoteticamente appese delle ghirlande a bassorilievo che, sui lati lunghi del "tetto", incorniciano dei leoni sdraiati e sui lati lunghi della cornice sono sorrette da un amorino volante. La cassa è liscia con figure a medio e altorilievo. Nella fascia superiore si vedono delle insegne biansate (cioè con due "manici" ai lati) e dei busti sui lati lunghi, forse personificazioni delle genti sottomesse. La parte centrale è occupata da cavalieri romani, tre su ciascun lato lungo e due su ciascuno corto, vestiti con la tunica corta, l'elmo e armati di lancia e talvolta anche di scudo. Essi sono raffigurati nell'atto di caricare barbari in fuga o di trasportarli come prigionieri. In basso si trovano prigionieri a altorilievo. Il ritmo della composizione è ben calibrato e ricorda da vicino la processione a cavallo della base della Colonna Antonina, con analoghi effetti di chiaroscuro dati dal contrasto tra l'altorilievo e lo sfondo liscio. La scultura del duro porfido era si solito concentrata vicino alle cave in Egitto o in mano a artisti originari di quelle zone, per cui anche questo sarcofago è probabilmente dovuto a maestranze orientali. Rispetto a esempi precedenti del periodo della tetrarchia - come il monumento ai Tetrarchi oggi a Venezia - si assiste qui a una ripresa dei modi più classicistici (panneggio elegante e logico, ricchezza plastica dei corpi), tipica dell'arte costantiniana dopo il consolidamento del potere al termine delle guerre civili, per cui la datazione, ormai ampiamente accettata, del sarcofago è attorno al 320.
Vedi anche Il Sarcofago di Elena di Nazzarena Gallerini




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