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giovedì 2 agosto 2012

La fortezza di Clissa (Klis)

La fortezza di Clissa (Klis)
Pochi chilometri a nordest di Spalato.


La fortezza presidia l'unico accesso dalla Bosnia alla costa dalmata ed ha sempre avuto un alto significato strategico, secondo alcuni il termine Klis deriverebbe infatti dal latino Clavis (chiave) a significare che chi la teneva aveva in mano le chiavi della Dalmazia.
La strada che conduce da Klis a Salona era nota come via Gabinia e risale all'epoca di Tiberio (14-37) 
Le antiche tribù illiriche dei dalmati furono i primi abitanti a costruire qui una fortezza. Furono ripetutamente sconfitti dai Romani e definitivamente conquistati nel 9 a.C.

Dal 9 a.C. fino alla sua caduta (476) appartenne all'Impero romano.
Nel 537 viene conquistata dai bizantini che la tengono fino al 614.
1513-1537 è tenuta da Petar Kruzic, nobile croato. Sottomesso solo formalmente a Ferdinando I d'Asburgo difese la fortezza dai turchi per circa 25 anni.
1537-1648 Impero ottomano.
1648-1797 appartiene alla Serenissima. Nel 1648, durante la guerra di Candia, i veneziani, al comando di Leonardo Foscolo strappano la fortezza agli ottomani e la terranno fino alla caduta della Repubblica.
1797-1805 appartiene all'Impero austro-ungarico.

L'aspetto attuale della fortezza, passata nel corso dei secoli attraverso numerose ristrutturazioni, è in larga parte quello impresso dai lavori di anmodernamento compiuti dai Veneziani durante il XVII sec.



1. Porta principale
3. Avanzato
4. Seconda porta
5. Torre Oprah
6. Caserme
7. Terza porta
8. Porta della torre laterale
9. Armeria
10. Antica polveriera
11. Residenza del Governatore
12. Nuova polveriera
14. Chiesa di S.Vito
15. Bastione Bembo

Presenta una triplice circonvallazione difensiva, ognuna con la sua porta d'accesso principale.


Prima cinta muraria: la porta principale fu eretta dagli austro-ungarici agli inizi del XIX sec. In sostituzione di quella veneziana che risaliva agli inizi del XVIII.
A sinistra della porta c'è una fortificazione di epoca veneziana, c'è poi il corpo “Avanzato”, sempre di epoca veneziana anche se successivamente rinnovato mentre al piano terra della fortificazione c'è uno stretto corridoio a volta chiamato “casamatta”.

La prima porta vista dall'interno, sulla destra, le fortificazioni dell'avanzato

Seconda cinta muraria: la seconda porta, che fu significativamente danneggiata durante l'assedio del 1648, introduce alla parte più antica della fortezza. Il suo aspetto attuale è anch'esso dovuto ad un rifacimento austro-ungarico dei primi dell'800. Lungo il muro prossimo alla seconda porta si staglia la torre Oprah, menzionata già nel 1335 ma rinforzata dai veneziani nella sua parte inferiore.
Nei pressi della porta ci sono postazioni d'artiglieria costruite dagli austro-ungarici. Nel 1931 il piano superiore è però crollato e pertanto rimane attualmente solo quello inferiore.



Torre di Oprah (5)

caserme (6)

Terza cinta muraria: Al suo interno si trova la residenza del governatore (11), costruita dai veneziani dopo la conquista sulle fondamenta di edifici più antichi, riparata poi in epoca austro-ungarica. Sulla cima della collina si trova una nuova polveriera (12) costruita agli inizi del XIX sec.

Ingresso alla terza cinta muraria

La residenza del Governatore

Chiesa di S.Vito (14): dopo la prese di Klis nel 1547, gli ottomani costruirono una moschea quadrata, voltata a cupola e provvista di minareto (14) sui resti di una più antica chiesa cattolica. Subito dopo la conquista i veneziani abbatterono il minareto e la convertirono in chiesa cattolica. All'interno dovevano esserci tre altari (uno dedicato a S.Vito, uno alla Vergine ed il terzo a S.Barbara). Si nota anche una fonte battesimale barocca che fu posta qui nel 1658.

cupola di S.Vito

Bastione Bembo (15): ad ovest della chiesa, è la più larga postazione d'artiglieria di tutta la fortezza, dotata di ampie feritoie per i cannoni, fu costruita dai veneziani in luogo della più antica torre di Kruzic e della posizione difensiva detta Speranza.

Bastione Bembo



lunedì 16 luglio 2012

Nona (Nin)

Nona (Nin)

La piccola cittadina di Nona (Nin, in croato) è situata nell'entroterra zaratino a circa 15 km. da Zara. Presenta due chiese di estremo interesse.

chiesa di S.Nicola


La chiesa si trova su un tumolo di terra alzato in epoca preistorica nel campo d'incoronazione Prahulje presso Nin, e rappresenta il più romantico monumento della storia di Nin. Secondo la tradizione, a Nin furono incoronati sette re e durante l'incoronazione il sovrano incoronato arrivava a cavallo fino alla chiesa di San Nicola dove si presentava al popolo ed in segno del suo regno sovrano tagliava sul tumolo con la sua spada i quattro punti cardinali.


La chiesa è l'unico esemplare di architettura romanica di fine XI- primo XII sec., con una pianta centrale trilobata ed i costoloni della volta a crociera. E' sormontata da una torre merlata a pianta ottagonale eretta nel XVI secolo.




chiesa della Santa Croce


Edificata nel IX secolo e ristrutturata nel XII viene pubblicizzata per essere la “cattedrale più piccola del mondo”.
La chiesa ha la forma di una croce greca libera con molte irregolarità nella disposizione della pianta. Le facciate esterne sono decorate da nicchie cieche, tre sui lati est e ovest ed una su quelli nord e sud.
La cupola, il tratto dominante della costruzione, è di forma elissoidale allungata ed irregolare, particolarmente ristretta verso la cima. Il tamburo è anch'esso decorato esternamente da finestre cieche.

Sull'architrave della porta d'ingresso, istoriata dalla decorazione pleter, si trova incisa la dedica del conte Godečaj (Godesav) che non è ancora stata storicamente chiarita.


Secondo lo studioso Mladen Pejakovic le irregolarità architettoniche e la particolare collocazione della chiesa fanno sì che la luce del sole durante gli equinozi ed i solstizi la illumini sempre nello stesso modo. La chiesa sarebbe stata concepita come una sorta di orologio solare e di calendario.
La chiesa sorge all'interno di un'area precedentemente occupata da una vasta necropoli paleocristiana (sono state ritrovate circa 170 tombe).





giovedì 12 luglio 2012

Zara

Zara


Zara nel 1942


Fortificazioni
Praticamente nulla è rimasto dei baluardi difensivi della Jadera romana, mentre la città come appare oggi conserva ancora parte delle fortificazioni veneziane erette per difendere la capitale della Dalmazia dalle incursioni dei turchi.
La città sorge sull'estremità di una penisola parallela alla sponda di terraferma e già in epoca romana aveva un vallo che la isolava, sul quale s'ergeva una grande muraglia che andava da parte a parte perpendicolare al mare. Il grande muro antichissimo, a massi robusti diseguali ma a perfetta coesione, si apriva al centro in corrispondenza della via cardinale maggiore. La porta principale era trigemina e scortata da due possenti torri ottagonali.
C'era un'altra porta piccola, verso il mare aperto, scortata da una sola torre quadrata.
Dalla parte opposta a questo muro di difesa, verso la punta sul mare, ad ovest nella scacchiera urbana, si stendeva l'area del Foro e del Campidoglio mentre a metà, verso la riva interna, si apriva il piazzale del mercato.

Agostino Alberti, Pianta della città, et forte di Zara, 1625 c.ca
Biblioteca Comunale di Treviso
 
Nel 1537, sotto la direzione di Michele Sanmicheli e di suo nipote Gian Girolamo, iniziarono i lavori di rafforzamento delle strutture difensive della città che la dotarono di una possente cinta di mura rimasta intatta per secoli finché durante la dominazione austriaca fu destinata a passeggiata, mentre i bastioni del lato verso il mare vennero demoliti per permettere la costruzione di palazzi con affaccio diretto sulla Riva.




Petra Zoranica


Proveniente dal Foro romano di Zara, questa colonna fu trasportata nella sua attuale collocazione nel 1769 a segnare l'ingresso orientale alla città vecchia.

Dalla piazza di Petra Zoranica alcuni gradini introducono a quella detta dei Cinque pozzi, all'interno del bastione Grimani (1574). I cinque pozzi attingono ad una grande cisterna sotterranea che fu realizzata contemporaneamente al bastione.

Piazza dei Cinque pozzi

Nella piazza si alza, addossata alle mura, la torre medievale detta del Capitano (Kapetanska kula), l'unica sopravvissuta alla ristrutturazione voluta dal Sanmicheli.

Torre del Capitano

Dalla piazza dei Cinque pozzi un passaggio conduce alla Porta di Terraferma.


Porta di Terraferma


L'imponente Porta di Terraferma (Kopnena Vrata) fu eretta nel 1543 su disegno di Michele Sanmicheli ed è il più bel monumento rinascimentale di Zara. La porta si presenta come un arco trionfale a tre fornici di ordine dorico, un bell'arco centrale e due laterali quadrangolari. E' decorata con le insegne araldiche dei nobili veneziani, Diedo e Salamon, e divide il centro storico dalla grande fortezza esterna.
Era collegata tramite un ponte di legno con Porta della dogana (Carinska vrata)  oggi "incorporata" dal ristorante adiacente.
Sopra il fornice centrale, all'esterno, è visibile San Crisogono a cavallo, uno dei santi patroni della città, e, al di sopra, un possente leone di San Marco, scalpellato da manifestanti jugoslavi ai tempi della questione di Trieste e solo recentemente restaurato grazie ai finanziamenti del Governo italiano. La porta si affaccia sul piccolo porticciolo chiamato La Fossa, lasciato aperto dopo l'interramento nel 1875 del canale che separava la città dalla Cittadella (il bastione che si vede nell'immagine è chiamato infatti Bastione cittadella e risale al 1574)

La Fossa ed il Bastione Cittadella

Porta della dogana

Nel 1560, Sforza Pallavicino, condottiero di ventura al soldo della Serenissima, fece radere al suolo la periferia meridionale di Zara, il borgo S.Martino, per costruirvi una fortezza che isolò dalla città mediante un sistema di canali difensivi.

bastione sudorientale della fortezza

Porta d'ingresso della fortezza. Ai lati si notano le aperture entro cui scorrevano le catene del ponte levatoio.


Lungo le mura orientali della città si apre la Porta Marina (Lučka vrata), detta anche Porta di S.Crisogono, situata tra il porto e la piazza del mercato e costruita nel 1573 con materiali di reimpiego in onore della vittoria di Lepanto.
Il lato interno ingloba frammenti di un arco romano fatto innalzare da Melia Anniana in onore del marito Lepicio Basso, sopra l'arco e la cornice romana, si trova una grande tavola rinascimentale con la cronologia della battaglia di Lepanto e sopra questa un minuto rilievo di San Crisogono.

Porta Marina, lato interno

Sul lato esterno era presente il Leone di San Marco (scalpellato anch'esso dagli jugoslavi negli anni Cinquanta) mentre al di sotto della cornice che inquadrava il leone si può ancora notare, sorretto da due putti, lo stemma zaratino ed una lapide.

Porta Marina, lato esterno


Il Foro romano



L'area dell'antico Foro romano di Jadera si estende fra le chiese di San Donato e Santa Maria ed occupa un vasto piazzale irregolare, spianato dai bombardamenti del 1943-44.
Del Foro originario, che aveva un'estensione di 90x45 m. (il più grande di tutta la Dalmazia) ed era chiuso su tre lati da un sontuoso portico a due piani ornato di statue, non rimangono che pochi avanzi, frammisti a materiali provenienti dalla spoliazione di altri siti. In particolare sono ancora visibili la pavimentazione lastricata del Foro, la scalinata di accesso al portico nonché l'architrave della porta di Asseria, urne, sarcofagi ed iscrizioni varie.
Sui lati nord e ovest del porticato erano disposte le botteghe.
La basilica urbana terminava con esedre semicircolari ai capi occidentale e orientale ed era addossata al lato meridionale del porticato.

In primo piano il lastricato centrale del foro su cui si affacciava il porticato. Sullo sfondo il basamento dell'esedra orientale della basilica urbana.

Delle due monumentali colonne corinzie (alte 14 metri) che erano poste all'ingresso dello spazio rialzato ove sorgeva il tempio dedicato alla Triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva) ne rimane una, che fu utilizzata fino al 1840 come colonna infame (sul fusto sono ancora visibili le catene di chi veniva messo alla berlina).


La colonna infame

Piazza del Popolo (Narodni trg)

La piazza dei Signori dell'epoca veneziana, costituiva il fulcro della vita cittadina. Vi si affacciano la Loggia della Gran Guardia, opera di Gian Girolamo Sanmicheli del 1562, a cui nel 1798 fu aggiunta la torre dell'orologio, e la Loggia di città, la sede del tribunale, costruita dallo stesso architetto nel 1565.

Loggia della Gran Guardia

Loggia di città


Sul lato settentrionale la piazza è chiusa dal palazzo comunale, opera dell'arch. Vincenzo Fasolo del 1936 ed attuale sede del municipio, che presenta sulla facciata bassorilievi delle città dalmate.

Grande e Piccolo Arsenale



Grande Arsenale

Chiude il lato settentrionale della piazza dei Tre pozzi (Trg Tri Bunara) ed è chiamato anche il Grande Arsenale per distinguerlo dal Piccolo Arsenale, distante poche centinaia di metri da esso. Venne costruito dai Veneziani nel 1752 nei pressi delle mura cittadine. In passato vi approdavano le navi militari per essere rifornite ed è una delle 7 costruzioni di questo tipo conservatesi fino ad oggi. Con la caduta della Serenissima, l'Arsenale perse la sua funzione primaria, continuando ad essere un magazzino.
Dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale ne rimasero in piedi solo le mura perimetrali. La costruzione in cemento al di sopra di esse e la copertura risalgono al restauro degli anni Cinquanta.


La lapide incassata al centro della facciata ne attribuisce la costruzione a Gerolamo Maria Balbi, Provveditore generale di Dalmazia e Epiro dal 1752 al 1753.

Piccolo Arsenale

Il leone marciano al di sopra della porta d'ingresso è fiancheggiato da due stemmi sormontati dal corno dogale ma completamente abrasi e illeggibili














martedì 10 luglio 2012

Zara, introduzione

Zara


Dal 59 a.C. diventa un municipio romano con il nome Iadera e nel 48 d.C. una colonia i cui abitanti ottengono lo status di cittadini romani.
Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e la distruzione di Salona, agli inizi del VII secolo Zara diventa la capitale della provincia bizantina della Dalmazia, poi Ducato di Dalmazia. Il controllo bizantino è però conteso sino al X secolo da Goti, Franchi e Croati.
Zara, che allora era un'isola, fu una delle località dove si rifugiarono i Dalmati romanizzati, quando arrivarono le invasioni barbare degli Avari e Croati.

Primo periodo veneziano (1000-1183)
Nell'anno mille Zara, così come la gran parte delle città della Dalmazia, offrì la propria sottomissione al Doge di Venezia, Pietro II Orseolo. Questi era, almeno formalmente, un Duca sottomesso all'Imperatore bizantino.
Nel 1004 lo stesso basileus Basilio II riconobbe la nuova condizione, assegnando ai dogi il governo su Zara e sul Ducato di Dalmazia, con il titolo di Duchi di Venezia e Dalmazia.
I Veneziani si limitarono a fondare in città nuovi fondaci commerciali, ma lasciarono sostanzialmente invariato l'ordinamento locale, richiedendo solo una sottomissione formale e la garanzia di forniture militari in caso di guerra.
Alla metà del secolo, però, Zara cacciò il conte veneziano Orso Giustinian, consegnandosi a Pietro Cresimiro, re di Croazia, ma venne in breve riconquistata dal doge Domenico Contarini, che vi insediò al governo il figlio Marco. Il dominio veneziano venne nuovamente ribadito e rinforzato dai sovrani bizantini con l'assegnazione del titolo di Duchi di Venezia, Croazia e Dalmazia.
Nel 1114, tuttavia, Colomanno, re d'Ungheria, dopo aver annesso la Croazia occupò Zara e parte della Dalmazia, vantandovi gli antichi diritti dei sovrani croati.
Tornata in mano veneziana nel 1116, la città venne nuovamente assalita l'anno successivo da un'armata ungherese: la flotta veneziana, intervenuta in difesa del possedimento, venne respinta in uno scontro che costò la vita allo stesso doge Ordelaffo Falier.
La pace del 1118, però, confermava il possesso veneziano della città.
Nel 1123, tuttavia, approfittando dell'assenza della flotta veneta, impegnata in Oriente, Stefano II d'Ungheria occupò l'intera Dalmazia veneziana, compresa Zaravecchia, ma non Zara.
Nel 1125 l'armata veneziana, di ritorno dall' Oriente, rioccupò le città perdute, distruggendo Zaravecchia, che aveva opposto resistenza.
Nuovo conte di Zara venne nominato Domenico, figlio del doge Michiel, che nel 1154 riuscì però a preservare solamente la città dalla nuova invasione ungherese della Dalmazia. In tale occasione papa Anastasio IV concedeva il pallio all'arcivescovo zaratino Lampredo, riconoscendolo metropolita della Dalmazia.
Tre anni dopo, però, papa Adriano IV ne ordinava la sottomissione al patriarcato di Grado, provocando lo scoppio di sommosse e un forte scontento in città.
Tale situazione portò gli zaratini a consegnarsi nel 1161 a Stefano III d'Ungheria. La reazione di Venezia non si fece però attendere e quello stesso anno Zara venne espugnata dal doge Vitale II Michiel (1155-1172), intervenuto con una flotta di trenta galee. Il doge pretese il giuramento di fedeltà da parte di tutti gli zaratini in grado di portare le armi e la piena sottomissione alla chiesa patriarcale di Grado, insediandovi come conte Domenico Morosini.

Il conflitto procedette con fasi alterne fino al 1202, quando il doge Enrico Dandolo, esasperato dalla resistenza della città, le scatenò contro l'intera armata della Quarta Crociata, deviata nonostante le vibrate proteste di papa Innocenzo III, che giunse a scomunicare veneziani e Crociati, salvo poi ritirare la scomunica a questi ultimi poiché voleva che la crociata venisse portata a termine.
Il 10 novembre la flotta crociata fece la sua comparsa nelle acque di Zara, la catena del porto fu subito spezzata ed ebbe inizio lo sbarco. La mattina del 13 cominciò l'assalto: la città fu investita da un rovescio di proiettili lanciati dalle catapulte, dai mangani, dalle petriere e dalle altre macchine da guerra schierate in grande quantità, mentre alle mura si avvicinavano minacciose le scale drizzate sulle navi. Dopo circa cinque giorni d'assedio si misero all'opera gli zappatori cercando di atterrare il muro di una torre. Gli abitanti asserragliati dentro le mura si accorsero che resistere ancora avrebbe reso più disastrosa la sconfitta e inviarono una delegazione al doge per trattare la resa.

Andrea Vicentino, La conquista di Zara nel 1202 (particolare), Palazzo ducale, sala del Maggior Consiglio Venezia, XVI sec.

La città continuò comunque ad essere contesa tra veneziani ed ungheresi per tutto il XIII ed il XIV secolo cambiando di mano a più riprese.

Secondo periodo veneziano (1409-1797)
Nel 1409, re Ladislao di Napoli cedette Zara alla Repubblica di Venezia per 100.000 ducati d'oro, assieme a tutti i suoi diritti sulla Dalmazia: dopo lotte secolari, la città si sottomise definitivamente alla Serenissima, divenendo capitale della Dalmazia veneta, nonché il principale baluardo di resistenza contro le incursioni ottomane che si estendevano nell'entroterra illirico.
In questo periodo, Zara conobbe un discreto sviluppo, arricchendosi di opere d'arte e venendo ad assumere quella fisionomia che perdurò fino alla dominazione austroungarica, quando venne abbattuta gran parte della mura difensive.
Dopo la caduta di Venezia nel 1797, in seguito al Trattato di Campoformio, Zara passò in mano agli austriaci. Dopo un relativamente breve periodo di dominazione francese (1805-1813) in cui fece parte del Regno napoleonico d'Italia, Zara entrò a far parte dell'Impero austro-ungarico. La Dalmazia successivamente (1815) venne costituita in regno con capitale Zara.

Zara italiana (1920-1947)
Alla vigilia dell'entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, con il Patto di Londra fu promessa all'Italia, in caso di vittoria, poco più della metà della Dalmazia, inclusa Zara.
Nello stesso giorno della vittoria, il 4 novembre 1918, la torpediniera AS 55 sbarcava a Zara il primo reparto italiano: due plotoni del 225º Reggimento di fanteria della Brigata Arezzo, accolti dalla popolazione italiana in modo entusiasta.
Pur vittoriosa, l'Italia portò avanti un lungo negoziato a seguito delle tensioni venutesi a creare alla Conferenza di Pace di Parigi. L'Italia fu costretta a rinunciare alla maggior parte della Dalmazia con l'eccezione di Zara (annessa ufficialmente all'Italia con il Trattato di Rapallo del 1920), che divenne capoluogo di una minuscola provincia.
La Provincia di Zara, istituita nel 1920, comprendeva:
  1. il comune di Zara
  2. l'isola di Cazza presso la costa dalmata
  3. l'isola di Lagosta presso la costa dalmata
  4. l'arcipelago di Pelagosa tra la Puglia e la Dalmazia
  5. l'isola di Saseno davanti a Valona (Albania)


La provincia italiana di Zara nel 1920
 
La Seconda Guerra Mondiale fu per la città di Zara veramente tragica.
Un contingente partito dalla città venne impiegato durante la campagna di guerra nella quale le truppe nazifasciste aggredirono ed occuparono la Jugoslavia.
Ampie parti della costa e dell'entroterra vennero pertanto annesse al Regno d'Italia (accordi di Roma del 18 maggio 1941 fra Mussolini ed il dittatore fascista dello Stato Indipendente di Croazia Ante Pavelić).
Zara divenne capoluogo del Governatorato della Dalmazia, costituito dalle province di Zara stessa (notevolmente ampliata rispetto ai confini del 1920) e dalle provincie di Spalato e di Cattaro, all'estremo sud della regione.

Le provincie del Governatorato italiano della Dalmazia nel 1941

A partire dall'autunno 1943, Zara viene bombardata dagli alleati con un carico complessivo di ordigni sganciati di oltre 520 tonnellate. La città fu rasa al suolo (successivamente fu soprannominata la "Dresda italiana" da Enzo Bettiza) e vi fu un numero imprecisato di morti - stimato fra 1.000 e 2.000 - tra i civili zaratini.
Nel settembre del 1943, con la capitolazione dell'Italia, la parte italiana della Dalmazia - ad esclusione di Zara - venne occupata dall'esercito tedesco ed annessa allo Stato Indipendente di Croazia.
Il "Governatorato di Dalmazia" rimase vigente – dal punto di vista amministrativo/burocratico – nella sola area comunale di Zara, fino all'occupazione titina della città nel 1944.
 
Il 10 settembre 1943 un piccolo presidio tedesco si insedia in città.
Il 2 novembre Zara subisce il primo bombardamento alleato.
Il 24 dicembre il prefetto Sorrentino scrive a Coceani, prefetto di Trieste:"siamo pronti a sacrificarci, ma per chi? Se vincono i tedeschi Zara sarà tedesca, se vincono gli alleati, Zara sarà slava".
La notte del 3 gennaio 1944 viene dato l'ordine di sloggiare dai rifugi e di sfollare dalla città.
Il 15 gennaio, festa di S. Anastasia, l'Arcivescovo celebra per l'ultima volta la festa della Patrona nella sua Cattedrale
Il 22 gennaio, alle 13.15, l' Elettro, il panfilo di Guglielmo Marconi, carico di tanta gloria, viene colpito ripetutamente da una formazione di caccia bombardieri e affondato nel vallone di Diclo, presso Zara.
Il 23 maggio viene dato l'ordine di sgomberare completamente la città.
La notte del 30 ottobre i tedeschi abbandonano anche il retroterra dopo di aver tempestato con le loro artiglierie i posti di blocco del vecchio confine.
Il 31 ottobre 1944 è l'ultimo giorno della inutile, pesantissima tragedia di Zara. Essa ha un finale sconcertante. I bombardieri anglo-americani, ignari della ritirata tedesca, ritornano sulla città alle 9,30 e alle 11. Carabinieri, addetti al servizio di sicurezza, vengono inviati d'urgenza a Boccagnazzo per notificare la partenza dei tedeschi e per ottenere la cessazione dei bombardamenti. Ma i carabinieri vengono disarmati e fatti prigionieri. Non si da ascolto al loro messaggio. I bombardieri intanto prendono l'ultimo volo e così alle 14,45 abbiamo il lugubre botto di chiusura. Sul selciato, tra Porta Terraferma e la Fossa, giacciono i corpi sfracellati di due partigiani slavi che festeggiavano la vittoria
La radio jugoslava annuncia "che le truppe partigiane hanno occupato la città dopo tre giorni di aspri combattimenti". Propaganda. Non si è sparato neanche un colpo di moschetto. "Le truppe jugoslave - dice un testimone oculare - entrarono cautamente, dietro invito di una spia". Di bellico c'è soltanto la penosa fine delle due vittime di Porta Terraferma.
In Piazza dei Signori si accende un grande falò con i documenti del Comune e con i libri italiani della biblioteca. Martelli e sbarre di ferro si avventano contro i Leoni veneziani.
Prima che i partigiani slavi raggiungano il centro della città, il tenente dei Carabinieri Terranova sale di corsa sul campanile della cattedrale di S. Anastasia e spiega al vento una grande bandiera italiana. In piazza lo attendono i partigiani e lo fucilano sul posto.
 
Dall'inizio della guerra Zara ha subito 54 bombardamenti, con i seguenti risultati:
- 85% dei fabbricati distrutto dai bombardamenti aerei;
- 5% gravemente danneggiati, - 3% demoliti dai tedeschi;
- su 4.672 appartamenti, già esistenti nella cintura della città, 4.400 risultano distrutti e 272 abitabili
- 850 metri lineari di moli e di banchine industriali risultano distrutti. Restano praticabili circa 200 metri di banchine;
- tutti gli 11 magazzini portuali, per una capienza di 10 mila tonnellate, sono distrutti; - i movimenti del porto sono ostacolati da alcune unità affondate e cioè da un piroscafo di 10 mila tonnellate, da un secondo piroscafo passeggeri di 300 tonnellate, da 5 velieri da 100 e 200 tonnellate, da una motonave carica di mine affondata vicino al ponte e da altri relitti di unità minori.
 
La calle Larga come appariva nel 1947, dopo i bombardamenti. Il campanile della cattedrale di S.Anastasia appare miracolosamente intatto come, sulla sinistra, la cupola di S.Donato



sabato 3 dicembre 2011

Traù (Trogir)

Traù (Trogir)



Fu fondata dai greci della stirpe ellenica dei Dori di Siracusa con il nome di Tragurion.
L'imperatore Claudio (41-54) vi installò i suoi onorevoli veterani.
Dal V al IX sec. fece parte, assieme ad altre città dalmate di un tema bizantino governato dall'esarca di Ravenna.
Dopo vari secoli di alterne vicende, comprendenti anche la conquista da parte dei saraceni e la distruzione della città nel 1123, nel 1420 inizia un lungo periodo di prosperità sotto il controllo della Repubblica di Venezia che ebbe termine solo nel 1797.

1420-1797, governo veneziano.
Il 22 giugno del 1420, dopo una sanguinosa battaglia, alla quale parteciparono persino le donne, le milizie del capitano Pietro Loredan, entrarono nella città di Trogir, piegando la resistenza dei traurini guidati dal Rettore Michele Vitturi.
Vennero abolite tutte le libertà comunali, il conte - capitano, imposto da Venezia, aveva tutti i poteri e governava con l'assistenza del Consiglio dei Nobili.

1806-1814, governo francese.

1814-1918, governo austriaco.

Dopo la prima guerra mondiale, Traù fu teatro di un tentativo irredentista simile a quello dannunziano a Fiume.
Il 23 settembre 1919, sotto la suggestione dei contemporanei eventi dell' Impresa di Fiume, un vero e proprio atto in stile dannunziano fu organizzato in città dal conte Nino Fanfogna, trentaduenne ed appartenente ad una delle più importanti ed antiche famiglie di Traù nonché discendente dell'ultimo podestà italiano della città.
Siccome le truppe italiane avevano occupato le aree della Dalmazia assegnate all'Italia dal Trattato di Londra del 1915, ma Traù non era inclusa in queste aree distanti una quindicina di chilometri, Nino Fanfogna tentò di forzare la situazione come aveva fatto D'Annunzio a Fiume.
Il conte Fanfogna convinse il tenente Emanuele Torri-Mariani, che comandava alcuni ufficiali italiani di stanza a Prapatnica (Pianamerlina), al confine fra il territorio dalmata occupato dall'Italia e la regione controllata dagli jugoslavi, ad organizzare una spedizione che occupasse la sua città nativa.
La notte del 23 settembre un centinaio di soldati italiani e il Fanfogna, con 4 autocarri, oltrepassarono i posti di frontiera jugoslavi e di sorpresa e senza spargimento di sangue occuparono Traù. Il reparto italiano assunse il comando della città nominando Fanfogna "Dittatore".
Giunta a Spalato nella prima mattinata la notizia dell'occupazione di Traù, alle ore 10 del 24 settembre il capitano di corvetta Paolo Maroni - comandante in seconda della nave Puglia - e l'ufficiale americano Field partirono per Traù con il compito di persuadere i soldati sconfinati a rientrare nelle linee italiane.
Convinti i comandi serbi a non lanciare per il momento nessun attacco, Maroni e Field giunsero a Traù ed iniziarono a negoziare con gli occupanti e Fanfogna il ritiro dalla città.
Fanfogna insistette perché le truppe italiane non partissero, ma poi si lasciò convincere.
Nel frattempo a Traù arrivarono alcune navi americane al comando dell'ammiraglio Van Hook. A quella vista la popolazione croata della città, ripreso animo, cominciò sulla riva e in piazza una violenta dimostrazione contro i soldati italiani, alcuni dei quali vennero anche aggrediti e disarmati.
Nel momento del trambusto il conte Fanfogna si ritirò in casa sua (il celebre palazzo Garagnin-Fanfogna), vi si rinchiuse e non si fece più vedere. Nel frattempo, disordinatamente, la compagnia italiana, tra le 14 e le 15 evacuava Traù e rientrava nelle linee.

1932. Il governo veneziano viene ricordato per la presenza in città di numerosi leoni alati situati in tutti i luoghi pubblici. Con l'avvento del governo fascista ed irredentista in Italia, il motto nazionalista "ovunque c'è il leone di San Marco, ivi è l'Italia" riecheggia per Trogir ed i Traurini sdegnati, il 10 gennaio del 1932, ostentamente rimuovono tutti i leoni dai monumenti. Della faccenda "dei leoni di Trogir" si discusse perfino alla Società della Nazioni a Ginevra.

1941-1944, Trogir entra a far parte del Governatorato della Dalmazia.
Il 15 aprile del 1941 dopo lo sfacelo del Regno di Jugoslavia, i soldati dell'Italia mussoliniana e le camicie nere entrarono a Trogir.

Nell'ottobre del 1944, i partigiani titini occupano Trogir.

Forte del camerlengo

 

Nel 1380 i Genovesi costruirono una torre (Torre delle catene) a nove lati quale base della loro flotta sull'Adriatico. Subito dopo l'occupazione di Trogir, tra il 1420 e il 1437, i Veneziani ampliarono la torre trasformandola nella poderosa fortezza che porta tutt'oggi i segni delle varie tappe di costruzione. Il suo nome deriva dal funzionario di Stato, il camerlengo, "camerarius", incaricato degli affari economico – finanziari.


 
Pianta del forte del tardo XVIII sec.


La fortezza fu realizzata da Marin Radojev su progetto dell'ingegnere militare Pincino da Bergamo.
L'ingresso principale era quello sul lato nord ed era provvisto di ponte levatoio mentre un fossato correva intorno al forte. All'interno si trovava la chiesetta di S.Marco che fu distrutta nel XIX secolo.
Su un muro della torre maggiore si nota il leone di S.Marco, scalpellato dai croati insieme agli altri simboli della Serenissima nel 1932 ed al di sotto le armi di Pietro Loredan, conquistatore di Trogir, del doge Francesco Foscari e di Maddaleno Contarini, Capitano di Trogir.



la torre maggiore e l'ingresso meridionale

Porta del Mare (Porta civitatis, Porta meridionale).
Costruita nel 1593 ornata di fregi rinascimentali, vi si legge l'iscrizione che esalta Trogir "per la nobiltà dei suoi monumenti antichi e la fama degli uomini illustri a cui diede i natali...".
Conserva gli stipiti in legno con i perni originali.
La mensola sovrastante l'architrave sosteneva probabilmente un leone di S.Marco


Oltre agli scarsi resti di mura a settentrione e a occidente della città, si sono conservati i muraglioni del lato sud del XIII secolo con la Torre di San Nicolò e la Torre Vitturi. Con chiare impronte di stile romanico - aperture con archi a tutto sesto e un corridoio coperto, per le guardie, che si estende lungo tutte le mura - rappresentano un raro modello di fortificazione dell'epoca.

 Torre di S.Nicolò e mura meridionali (XIII sec.) con la Porta del mare. La colonna per la bandiera fu eretta nel 1605.


Nel XVII secolo si costruiscono i bastioni che sorgono dal mare e le cui tracce sono visibili nello stretto canale detto Posa na Fortinu. Le piccole torri sulla piana di Trogir facevano da sentinella avanzata per una completa difesa. Ambedue i ponti della città facevano parte del sistema difensivo della città.

Torre di S.Marco, eretta all'estremità occidentale del canale Posa na fortini, risale al XV secolo.



 
Porta di Terraferma. XVII sec, sormontata dalla statua del beato Giovanni Orsini, patrono della città. Un tempo era provvista di ponte levatoio.



Piazza della Signoria (Trg Ivana Pavla II)

Ai margini del quadrato selciato, ritenuto antica unità di misura per superfici in uso a Trogir, i Traurini hanno innalzato i simboli della loro potenza:


Palazzo del Rettore. E' l'espressione della potenza politica ed economica della città nella prima metà del XV° secolo.


L'aspetto attuale risale alla fine del secolo scorso, quando fu parzialmente rinnovata.
Da un piccolo portico si entra in un vasto atrio con una monumentale scalinata in stile gotico e una vera da pozzo riccamente ornata. Sulla mensola al raccordo degli archi della scalinata si distingue
una testa, probabile ritratto del costruttore del campanile Matej Gojkovic. Sulle pareti sono murati vari frammenti lapidari e stemmi delle famiglie traurine oltre allo stemma della città.
Sulla vera da pozzo è scolpito l'unico leone alato, simbolo di Venezia che si è conservato a Trogir. Nel Palazzo risiedeva il Rettore e vi si tenevano le sedute del Grande e Piccolo Consiglio;
nel XVII secolo fu adattato a teatro con loggie.
Durante l'occupazione, gli Italiani incendiarono il palazzo, distruggendo il ricco e prezioso archivio.

Loggia pubblica.


Dirimpetto alla cattedrale sorge la Loggia, già aula pubblica di giustizia. Poggia su sei colonne dai capitelli romani.
Viene menzionata nel XIV secolo, epoca alla quale risale il più bel capitello con viticci, sulla colonna sottostante si vede lo stemma del capitano veneto Pietro Loredano. La loggia è dominata dal rilievo allegorico della Giustizia e dei SS. Lorenzo e Giovanni Orsini, opera di Nicola Fiorentino, concepiti per attorniare un distrutto leone marciano, accanto a questi si trova la figura del vescovo e bano croato Petar Berislavic, opera del grande scultore Ivan Mestrovic.


Accanto alla loggia s'innalza la Torre dell'Orologio (1447) sorta sulla chiesetta votiva di San Sebastiano, invocato a proteggere i fedeli dalla peste che spesso funestò la città.
A destra della porta d'ingresso della chiesetta si leva la Colonna d'infamia con i resti delle catene. Da questa chiesetta si entrava nella cappella paleocroata di Santa Maria Rotonda abbattuta nel 1833 e recentemente ricostruita in parte nelle fondamenta.

la colonna infame



Cattedrale di San Lorenzo.
Dal popolo detta di San Giovanni, dal nome del patrono che fu contemporaneo di Zvonimir e Colomanno.
Alla costruzione della cattedrale sono legate le fatiche di generazioni succedutesi in quattro secoli e molti illustri nomi.
Pare sia sorta sulle fondamenta di un'antica basilica distrutta nell'irruzione dei Saraceni del 1123.
Si considera che il 1213 sia l'anno dell'inizio dei lavori.
La cattedrale di Trogir è una basilica romanico-gotica a tre navate con altrettante absidi semicircolari ed un atrio sormontato dal campanile. Nella sua architettura si uniscono armoniose la robustezza del romanico e l'eleganza del gotico.

La navata centrale è divisa dalle laterali da pesanti pilastri; le navate laterali presentano le volte gotiche a coste mentre quella centrale è stata ristrutturata pure in stile gotico nel XV secolo. Le volte a croce e le originarie terrazze sotto le navate laterali sono influssi della Puglia.
Il muro esterno è articolato a pilastri ed è ornato da una serie di archi ciechi romanici.
Nel XV secolo è stato aggiunto un grande atrio, risale allo stesso periodo anche il rosone gotico sulla facciata occidentale.

lato sud, prospiciente la piazza

Il Portale di Radovan costruito nel 1240 è l'opera più significativa e forse l'unica di un grande maestro croato, che presenti alla base della lunetta la seguente iscrizione: "in quest'arte fu il migliore".


Sul portale domina la figura del beato Giovanni Orsini, primo vescovo di Trau. Sui pilastri esterni in rilievi non troppo pronunciati sono raffigurati i santi e gli apostoli in una rigidezza bizantina. Gli stanno accanto i pilastri mediani con scene che simboleggiano i mesi dell'anno. Qui Radovan è insuperabile nella composizione e nel realismo con cui presenta i dettagli. Ignora le norme dell'iconografia vigenti all'epoca inserendo nuovi elementi.
I consueti simboli dello zodiaco vengono sostituiti da scene molto più comuni e comprensibili delle stagioni, mentre i segni zodiacali vengono inseriti abilmente in funzione del rilievo. Sulle colonnette semicircolari rivivono, minuziosamente studiate, le scene di caccia, di lotta, di giochi, il tutto intrecciato a motivi ornamentali di foglie e rami.
Le scene bibliche sono racconti popolari privi di misticismo, di cui l'artista si serve per spiegare chiaramente tematiche religiose. Il tutto è illuminato da una realtà terrestre, dalla lotta per l'esistenza ma anche dalla gioia. Le scene nella lunetta hanno raggiunto in tal senso il massimo.
Il peso del portale grava sui telamoni, nei quali riconosciamo i Saraceni e gli altri infedeli della costa bagnata dal Mediterraneo.
Le parti esterne del portale passano nelle sculture complete dei leoni poste sulle mensole sovrastate dalle statue denudate di Adamo ed Eva, uno dei più arditi dettagli dell'opera.
Il frontone è in stile gotico e racchiude la figura di San Lorenzo.

Addossati alla parete nord della cattedrale in epoca più tarda sono stati aggiunti il Battistero e la Cappella funeraria del beato Giovanni Orsini, che segnano due fasi ulteriori nello sviluppo dell'arte in Dalmazia.

Il Battistero, a cui si accede dall'atrio.
Quest'opera è la più completa di Andrea Alesi, nativo di Draca, aiutante di Juraj Dalmatinac e collaboratore di Nicola Fiorentino, il maestro l'ha portata a termine in stile gotico - rinascimentale nell'anno 1467. Ha ornato il portale con frutta e fiori e con gli altri motivi a lui cari, nonché con una nicchia scanalata terminante con una conchiglia.
Al di sopra della porta c'è il rilievo raffigurante il battesimo di Cristo.

L'interno di questo edificio ha 'preso a modello' il Battistero di S.Giovanni (ex-tempio di Giove) sito nel palazzo di Diocleziano a Spalato: analogo è il soffitto a botte a cassettoni, ad esempio.
Al di sopra della porta c'è il rilievo raffigurante il battesimo di Cristo.
Nell'elaborato interno, l'artista presenta un'interessante sintesi di stili, inserendo conosciuti motivi di Juraj Dalmatinac: una doppia fila di foglie mosse in varie direzioni dal vento sopra un fregio di allegri putti che portano sulle spalle ghirlande, motivo del Fiorentino.
La volta a cassettoni ha il profilo di un arco spezzato.
Sopra l'altare si trova un grande rilievo di San Girolamo nella grotta con gli animali, il tutto tratto da un blocco di pietra monolitico. Si tratta senz'altro di una delle più impressionanti opere dell'autore.

La Cappella funeraria del beato Giovanni Orsini (+1111), primo vescovo e patrono di Trau, costruita dal 1461 al 1497 in forma di mausoleo con sarcofago gotico del 1348. Fu progettata e costruita da Nicola Fiorentino, discepolo di Donatello, con la collaborazione di Andrea Alesi e per qualche periodo anche del traurino Ivan Duknovic.


Nell'equilibrato spazio architettonico compreso nella volta semicircolare a cassettoni, si sono armonicamente inserite le statue e i rilievi decorativi. Sopra i banchi in pietra corre un fregio con putti che con movimenti vivaci e con fiaccole accese escono dalla porta semiaperta - reminiscenza di sarcofaghi classici antichi.
Intorno, nelle nicchie ci sono le statue di Cristo, della Vergine, degli apostoli e dei santi. Con le due statue, specie quella di San Giovanni Evangelista, Ivan Duknovic, detto il Dalmata, lascia nella cappella di Trogir, la massima testimonianza della sua maestria già manifestata operando a Roma e alla corte di Mattia Corvino a Budim.
Il tocco del Fiorentino è visibile più di tutti gli altri, lui ci ha portato il gioioso sole della sua città nativa. Non possiamo sottrarci alla suggestiva serietà di San Paolo, alla dolorosa espressione di Maria e alla bellezza della testa del Cristo. Sopra le statue, vivaci fanciulli sostengono la cornice riccamente ornata.
La lunetta racchiude il profondo rilievo dell'Incoronazione di Maria. Due candidi angeli irrequieti danno alla cappella una pennellata di barocco.
All'entrata nella cappella vi sono le lapidi sepolcrali con gli stemmi del bano Mladen III Subic e del vescovo Turlon, colui che assieme a Coriolano Cippico fu il promotore della cappella.


Il Campanile. La ricostruzione del primo piano del campanile, danneggiato dai colpi delle bombarde veneziane, e la costruzione del secondo piano, sono opera di Matej Gojkovic, che ha dato spazio alle bifore gotiche spalancando la superficie del muro a leggeri merletti di pietra sul modello del gotico veneziano.
Il terzo piano fu costruito da Tripun Bokanic di Brac verso la fine del XVI secolo nel tipico stile del tardo rinascimento dalmata con specificità barocca. Quattro sculture barocche degli Evangelisti  opera dello scultore veneziano A.Vittoria, completano l'armonico insieme di uno dei più bei campanili del mediterraneo.



Nuovo Palazzo Cippico. Detto anche il grande palazzo, in stile gotico - veneziano, fu fatto costruire da Coriolano Cippico e chiude il quarto lato di piazza della Signoria.
Nel pianoterra del palazzo si notano resti in stile romanico mentre sulla facciata principale spiccano due file di trifore in stile gotico fiorito. Nell'atrio del palazzo è sistemato il gallo di legno che fungeva da rostro su una galea turca, trofeo di guerra conquistato da Alvise Cippico nella battaglia di Lepanto del 1571 in cui comandava la galea traurina detta La bella.
Sul grande portale sud del palazzo è presente la mano di mastro Duknovic. tra medaglioni raffiguranti angeli, si può trovare il motto di Coriolano Cippico, "Conosci te stesso", di pitagorica memoria e vessillo di tutte le società iniziatiche. E' scritto in latino "Nosce te ipsum", sia a destra che a sinistra dei leoni che reggono un accartocciato con lo stemma della sua famiglia e, sotto, le iniziali del suo stesso nome.