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martedì 27 febbraio 2024

La chiesa di Niceforo a Cavusin, Cappadocia

La chiesa di Niceforo a Cavusin, Cappadocia

La cosiddetta chiesa di Niceforo (1) è una chiesa rupestre che si trova nel villaggio di Cavusin, a pochi chilometri da Goreme, in Cappadocia. Fu costruita e decorata durante il regno di Niceforo II Foca, probabilmente nel 963-964, per volontà di donatori locali che intendevano celebrare l'imperatore originario di queste terre. Non è nota la dedicazione originaria della chiesa ma potrebbe essere stata dedicata ai Tassiarchi, che ricorrono a più riprese nelle decorazioni parietali. Presenta una pianta trapezoidale a navata unica, sopravanzata da un nartece la cui parte occidentale è completamente crollata lasciando a vista un affresco che raffigura appunto gli arcangeli Michele e Gabriele.


All'interno, nell'absidiola di sinistra è ritratta la famiglia imperiale con al centro Niceforo II e, alla sua destra la moglie Teofano con un'altra figura femminile (forse la moglie del fratello dell'imperatore, Leone) mentre alla sinistra dell'imperatore si dispongono il padre Barda e il fratello Leone

Nel riquadro soprastante l'absidiola è raffigurato un episodio veterotestamentario poco consueto: l'apparizione dell'arcangelo Michele a Giosuè sotto le mura di Gerico (2), a simboleggiare che il mandato divino concesso a Giosuè è adesso rinnovato all'imperatore che conduce i suoi eserciti alla riconquista della Terrasanta. Il condottiero israelita è raffigurato due volte, una in piedi e l'altra nel momento in cui s'inginocchia.

Giosuè s'inginocchia davanti all'arcangelo Michele

Sulla parete opposta, nella fascia inferiore, sono raffigurati i Quaranta Martiri di Sebaste, che erano molto popolari tra i soldati dei thema di Anatolia e Cappadocia. 


Il corteo è preceduto da due cavalieri, in cui Jerphanion identifica i due donatori. 


Giovanni Zimisce (?) e il magister Melias cavalcano alla testa dei Quaranta Martiri di Sebaste

Entrambi i cavalieri indossano il klibanion (la corazza a lamelle di cuoio) e sotto una cotta di maglia (lorikion) mentre impugnano una lancia lunga secondo l'uso della cavalleria pesante (catafratti) dell'esercito bizantino. Il secondo è identificato dall'iscrizione come Magister Melias (magister era un grado dell'esercito bizantino) (3). Per il primo, nel cui caso l'iscrizione è ormai illeggibile, avanza l'ipotesi che possa invece trattarsi di Giovanni Zimisce, che all'epoca era ancora il fidato braccio destro dell'imperatore. Jerphanion ipotizza inoltre che l'affresco possa essere stato commissionato per celebrare la nomina di Zimisce a Domestikos delle Scholae orientali. La raffigurazione del loro comandante alla testa dei Quaranta Martiri avrebbe avuto anche lo scopo di rafforzare nelle truppe il richiamo alla guerra santa contro i musulmani proclamata da Niceforo.


Note:

(1) La chiesa è nota anche come “chiesa colombaia”, giacchè a questo uso venne adibita in epoca ottomana.

(2) Mentre Giosuè era presso Gerico, alzò gli occhi ed ecco, vide un uomo in piedi davanti a sé che aveva in mano una spada sguainata. Giosuè si diresse verso di lui e gli chiese: «Tu sei per noi o per i nostri avversari?». Rispose: «No, io sono il capo dell'esercito del Signore. Giungo proprio ora». Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e gli disse: «Che dice il mio signore al suo servo?». Rispose il capo dell'esercito del Signore a Giosuè: «Togliti i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo». Giosuè così fece. (Giosuè, V, 13-15)

(3) Secondo la tradizione Melias o Meliton sarebbe anche il nome del più giovane dei martiri di Sebastea nonché quello di un generale di origini armene dell'epoca di Niceforo e Zimisce, ma non sarebbe inusuale che un personaggio storico con lo stesso nome di un santo rappresenti allo stesso tempo se stesso e il santo di cui porta il nome.


Narrativa moderna e contemporanea

Sonia Aggio, Nella stanza dell'imperatore, Fazi, 2024
Il romanzo ripercorre le tappe della carriera di Giovanni Zimisce, brillante esponente dell'aristocrazia militare anatolica – era imparentato con le potenti famiglie dei Curcuas, dei Foca e degli Sclera - che culminò con la sua ascesa al trono imperiale. La spettacolare riconquista bizantina della Cilicia, della Siria occidentale e della Palestina settentrionale, intrapresa da Niceforo II Foca e dallo stesso Zimisce – che, nella seconda metà del X secolo, condusse le armi di Bisanzio in vista di Gerusalemme - è narrata con accuratezza storica, così come gli intrighi di corte che favorirono l'ascesa al trono dei due imperatori soldato al di fuori della linea dinastica macedone. Scarso il ricorso a personaggi di fantasia mentre quelli storici sono tratteggiati in maniera molto attendibile e convincente anche nei rapporti che intercorsero tra loro. Più fantasiose le descrizioni dei luoghi.




domenica 16 dicembre 2012

La basilica di S.Giovanni evangelista a Efeso

La basilica di S.Giovanni evangelista a Efeso

Sorge sulla collina detta Ayasoluk, 5 km a nord dell'antica città di Efeso.



Secondo la tradizione, San Giovanni evangelista, nell'ultimo periodo della sua vita si stabilì su questa collina disabitata. Quando il Signore gli comunicò che la sua fine era prossima, si scavò una tomba a forma di croce e si sdraiò al suo interno. Quando la morte sopravvenne (Nel 98-99, secondo S.Girolamo) i suoi discepoli furono accecati da una luce abbagliante. Riacquistata la vista scoprirono che il suo corpo era scomparso ed un odore dolciastro emanava dalla tomba vuota. La leggenda racconta inoltre che la terra con cui fu ricoperto il suo sepolcro continuasse a muoversi come sollevata dal respiro del santo da cui deriverebbe il nome della collina (sacro respiro=aya soluk).

Le origini della prima chiesa risalgono al IV, se non addirittura al III sec., quando, al di sopra di un gruppo di stanze sotterranee, nelle quali evidentemente la tradizione venerava il luogo di deposizione di Giovanni Evangelista, fu innalzata una memoria quadrata (di m 18 di lato), coperta verosimilmente da una vòlta a crociera impiantata su quattro colonne e con quattro porte sui lati (successivamente la porta del lato E fu sostituita con un'abside).
Agli inizi del V sec. la memoria fu racchiusa entro un'ampia basilica cruciforme. Il corpo anteriore, preceduto da nartece, esonartece e protiro, era a tre navate; pure a tre navate erano i bracci laterali; a cinque invece il corpo posteriore, terminato da un'abside.

Nel 548, Giustiniano fece costruire, al di sopra di quella preesistente, un'imponente chiesa a pianta cruciforme, che ricalcava quella dei SS. Apostoli, da lui fatta edificare a Costantinopoli qualche anno prima.

Pianta della basilica giustinianea

All'estremità ovest, su una terrazza artificiale, costruita per annullare il pendio della collina e appoggiata su una cisterna, sorgeva un atrio, circondato da portici su tre lati. Sul quarto lato si apriva il nartece, che introduceva al corpo centrale della chiesa tramite cinque porte.

Le sostruzioni della terrazza su cui sorgeva l'atrio della basilica


L'ingresso occidentale alla basilica


Veduta aerea

All'interno la chiesa si articolava in tre navate, quella centrale più ampia, intersecate da un transetto, al centro del quale, prima dell'abside, è visibile la tomba dell'evangelista.
Il soffitto della tomba appare rialzato rispetto al piano del terreno ed era originariamente ricoperto a mosaico.

 
Tomba dell'evangelista, alle sue spalle l'abside provvisto di syntronon

Il colonnato a doppio ordine della navata nord, con pilastri in pietra squadrata e archi in laterizi.

Le colonne presentano un capitello ionico del tipo a imposta, costituito da un unico pezzo con il pulvino su cui l'arco poggia direttamente, molto diffuso nell'architettura bizantina. Sui capitelli si notano i monogrammi di Giustiniano e Teodora.


Il battistero a pianta ottagonale che si trova sul lato settentrionale della chiesa risale all'edificio pregiustinianeo e presenta al centro una vasca circolare entro una pianta cruciforme a cui si accede per mezzo di due brevi scalinate lungo i bracci della croce. Due vasche per l'acqua completano gli altri due bracci della croce.


Il battistero cessò di funzionare dopo la costruzione della basilica giustinianea e le acque che vi affluivano per mezzo di una canalizzazione furono deviate verso una fontana di marmo riccamente scolpita presso la porta.


Accanto al battistero, addossato all'estremità settentrionale del transetto, si trova un ambiente rettangolare che termina con due absidi pavimentate a mosaico. Un'iscrizione sopra la porta d'ingresso lo identifica come il sekreton, la sala dove il vescovo sedeva quando teneva un giudizio. Fu terminato durante il vescovado di Giovanni alla fine del VI secolo. Il sekreton comunica a nord con il Tesoro (Skeuophylakion), un ambiente circolare a due piani su cui si aprono delle stanze angolari e nicchie nello spessore delle pareti dove era conservato il tesoro della basilica.

Il Sekreton

Posizione del Tesoro e del Sekreton


Porta della Persecuzione (Porta dell'Inseguimento)
Nel VII-VIII sec., la collina dove sorgeva la chiesa fu fortificata per difendere gli abitanti dalle incursioni arabe. Questa porta, inserita tra due torrioni, ne costituiva l'ingresso dal lato meridionale; il dispositivo di accesso prevedeva due porte, una interna e l'altra esterna, non in asse tra loro che si aprivano su una doppia cinta muraria.


La porta fu in parte costruita - probabilmente nell'VIII secolo quando Efeso, durante il regno di Leone III (717-741), divenne il capoluogo del thema dei Thrakesion e le sue fortificazioni furono rinforzate - con materiali di reimpiego provenienti soprattutto dallo stadio di Efeso. Fu chiamata Porta della persecuzione da due francesi – il conte di Choiseul-Goffier, ambasciatore presso la Sublime Porta nel XVIII secolo e Chandler - che interpretarono un bassorilievo di età romana (databile al secondo quarto del III secolo) inserito nell'architrave e raffigurante l'inseguimento di Ettore da parte di Achille come una scena di persecuzione dei primi cristiani massacrati nel teatro di Efeso.
Pitton de Tournefort, Porta della Persecuzione, incisione, 1701

Di questo bassorilievo rimane in situ solo un piccolo frammento, che rappresenta un baccanale. Il resto è stato asportato agli inizi del XIX sec. ed è attualmente conservato nella collezione di antichità della Woburn Abbey (Inghilterra) dove è stato ricomposto nella forma di sarcofago che si ritiene avesse originariamente. Nella collocazione in situ il bassorilievo era incorniciato da una serie di elementi rettangolari formanti un fregio d'acanto anch'essi di recupero. Possiamo avere un'idea di come doveva apparire grazie ad alcuni disegni e incisioni lasciateci da alcuni viaggiatori del XVIII secolo.

Modello ricostruttivo della basilica giustinianea