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giovedì 12 ottobre 2023

Gli ultimi anni dell'impero d'Occidente (455-476)

 Gli ultimi anni dell'impero d'Occidente (455-476)


Ricimero (405-472): Di padre svevo e madre visigota, nacque intorno al 405 e trascorse la sua giovinezza alla corte dell'imperatore romano d'Occidente Valentiniano III, dove si distinse combattendo assieme a Maggioriano – di cui divenne amico fraterno – agli ordini del magister militum Ezio. Fu il vero uomo forte dell'impero d'Occidente nell'ultimo ventennio della sua esistenza.

Dopo gli assassinii di Ezio (454) e di Valentiniano III (455), Petronio Massimo, membro di una delle più illustri famiglie dell'aristocrazia romana – la gens Anicia – che non era estraneo a nessuno dei due omicidi, forte dell'appoggio del Senato ed elargendo denaro agli alti funzionari di palazzo, riuscì a farsi proclamare imperatore, nonostante la vedova di Valentiniano, l'augusta Licinia Eudossia, gli preferisse Maggioriano che era subentrato ad Ezio al comando dell'esercito.

Petronio Massimo (17 marzo 455-31 maggio 455): per consolidare la sua posizione costrinse l'augusta a non rispettare il lutto ed a sposarlo. Elevò il figlio avuto dalla prima moglie, Palladio, al rango di cesare e gli diede in moglie Eudocia, una delle figlie dell'augusta. Licinia Eudossia pensò bene di appellarsi Genserico, il re dei Vandali, al cui figlio Unerico, Eudocia era stata promessa in sposa da Valentiniano. Organizzata la spedizione, Genserico salpò da Cartagine e sbarcò a Porto dove pose il suo campo. I militari in stanza nella capitale capirono che la città era persa e si ammutinarono. L’imperatore tentò la fuga ma rimase ucciso, probabilmente in una sommossa che coinvolse anche la popolazione locale. Così i Vandali poterono entrare in città senza incontrare resistenza. L'unica personalità che tentò di opporsi alla devastazione fu papa Leone Magno, che trattò con Genserico. Il papa lasciò ai Vandali la possibilità di spogliare la città dei suoi averi, ma in cambio non avrebbero dovuto infierire sulla popolazione inerme. Ma i Vandali rispettarono l'accordo solo in parte. Molti membri dell’aristocrazia senatoria vennero fatti prigionieri, per poi chiedere un riscatto. Inoltre, molti artigiani vennero condotti, in schiavitù, a Cartagine. Genserico, rientrando a Cartagine, si portò appresso anche l'augusta e le sue due figlie, Placidia e Eudocia.


Karl Pavlovich Briullov, Il sacco di Roma, 1833-1835
Tretyakov gallery, Mosca
Al centro della composizione si nota, con la testa coronata, l'imperatrice Licinia Eudossia che abbraccia la figlia Eudocia. Sulla destra, in piedi sul sagrato di una chiesa, papa Leone Magno

Marco Mecilio Avito (455-456): nato intorno al 395 ad Augustonemetum (l'attuale Clermont-Ferrant) era un esponente di spicco dell'aristocrazia gallo-romana. Dopo aver raggiunto posizioni di rilievo nella carriera civile, si era dedicato a quella militare servendo sotto il magister militum Flavio Ezio nelle campagne contro gli Iutungi e i Norici (430/431) e contro i Burgundi (436). Tornato in Alvernia – probabilmente con il grado di magister militum per Gallias – era poi stato nominato prefetto del pretorio delle Gallie nel 439 e si era ritirato a vita privata l'anno seguente. Durante il suo breve regno, Petronio Massimo lo aveva richiamato in servizio affidandogli il comando dell'esercito e lo aveva inviato in missione diplomatica presso il sovrano visigoto Teodorico II – che Avito conosceva bene – per confermare il loro status di foederati e garantirsene l'appoggio. Quando giunse la notizia della morte di Petronio Massimo, Avito si trovava a Tolosa presso la corte di Teodorico II. Il re goto non perse l'occasione e lo acclamò imperatore (9 luglio 455). Il 5 agosto giunse la ratifica del Senato romano e solo allora Avito mosse verso l'Italia alla testa di truppe gallo-romane rafforzate da un contingente goto. Si fermò a Ravenna, dove lasciò un distaccamento di goti al comando di un certo Remisto che nel frattempo aveva fatto patrizio e nominato magister militum praesentalis, e entrò a Roma il 21 di settembre. Il 1° gennaio 456 assunse come da tradizione il titolo di console, ma non fu riconosciuto dall'imperatore d'Oriente Marciano che per quell'anno nominò altri due consoli.
Avito si trovò a dover fronteggiare l'intraprendenza della flotta vandala che spadroneggiava nelle acque del Mediterraneo compiendo incursioni nei possedimenti romani e rendendo difficile l'afflusso di derrate nella capitale. Recimero riuscì a sconfiggere la flotta vandala al largo della Corsica e battè il loro esercito nei pressi di Agrigento. Nel frattempo la scarsità di viveri, aggravata dalla necessità di sfamare le truppe che 'imperatore si era portato dietro, e l'ampia distribuzione di cariche pubbliche e prebende a cittadini gallo-romani, aveva reso Avito alquanto impopolare nella capitale. Oltracciò, rimasto a corto di liquidità, era stato costretto a congedare il contingente goto. Forti della popolarità derivatagli dalle vittorie contro i Goti, Ricimero e Maggioriano, che comandava la guardia imperiale, insorsero e costrinsero Avito a fuggire verso il nord. Ricimero lo fece destituire dal Senato e fece assassinare a Ravenna il magister militum Remisto (17 settembre 456).
Nel frattempo Avito aveva raggiunto la città di Arelate (Arles) nelle Gallie, dove aveva raccolto delle truppe a lui fedeli. Nominato Messiano nuovo magister militum rientrò in Italia dove fu però sconfitto da Ricimero nella battaglia di Piacenza. Fatto prigioniero e obbligato a deporre le insegne imperiali, ebbe salva la vita e fu consacrato vescovo di Piacenza da Eusebio, allora metropolita di Milano (1).

Maggioriano (457-461): Nato in una famiglia di militari (il nonno fu magister equitum sotto Teodosio I) cominciò la carriera combattendo in Gallia agli ordini di Ezio. Ebbe come compagni d'armi due brillanti ufficiali di origine barbara, Ricimero e Egidio, legandosi al primo con una duratura amicizia.
  
Maggioriano
particolare del frontespizio di una copia del Breviario di Alarico, 803-814
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

Nel 450 l'imperatore Valentiniano III progettò di dargli in moglie la figlia Placidia allo scopo di assicurarsi una linea di successione. Il progetto fu ostacolato da Ezio, il quale aspirava a sua volta a imparentarsi con la famiglia imperiale, che congedò Maggoriano e lo costrinse a ritirarsi nella sua campagna. Dopo l'assassinio di Ezio (454), Valentiniano lo richiamò in servizio e, alla morte di questi, il nuovo imperatore, Petronio Massimo, lo nominò comes domesticorum (comandante della guardia imperiale), carica che mantenne anche sotto Avito. Spodestato Avito, Maggioriano non avanzò la sua candidatura e Leone I, l'imperatore d'Oriente a cui spettava nominare il successore, tardò a farlo forse con l'intento di riunire sotto il suo scettro le due metà dell'impero. Nel febbraio del 457 nominò comunque Maggioriano magister militum per Occidentem ed elevò Ricimero al rango di patrizio. Il primo di aprile, l'esercito, acquartierato nei pressi di Ravenna, proclamò augusto Maggioriano, anche se molto probabilmente il riconoscimento ufficiale da parte di Leone I non avvenne prima di dicembre. Nel discorso d'insediamento che tenne in Senato il 28 dicembre è manifesta la sua volontà di governare assieme a Ricimero che aveva posto al comando dell'esercito.
Maggioriano provvide quindi a rafforzare l'esercito, reclutando molti mercenari barbari, e la flotta per contrastare il dominio sul mare dei Vandali stanziati in Africa.
Volse quindi la sua attenzione alle Gallie dove i sostenitori di Avito avevano dato luogo ad una rivolta capeggiata da un certo Marcello. Inviò quindi Egidio, insignito del titolo di magister militum per Galliam, che liberò Lione e la regione circostante ed entrò ad Arelate dove fu assediato dai Visigoti. L'imperatore stesso, affiancato dal generale Nepoziano, il magister militum praesentalis, guidò l'esercito che ruppe l'assedio e sbaragliò i Visigoti ristabilendo il controllo imperiale sulla Gallia meridionale. Per la prima volta dopo più di mezzo secolo un imperatore occidentale si era fatto carico di organizzare un esercito e di condurlo personalmente in battaglia.
Maggioriano riuscì anche a convincere il potente governatore dell'Illirico, Marcellino, che, potendo contare su un forte esercito, si era reso di fatto semindipendente dal governo centrale a partire dalla morte di Ezio, a riconoscere nuovamente l'autorità imperiale e a collaborare alla difesa dei suoi territori.
L'imperatore mise quindi mano ai preparativi per la riconquista della provincia d'Africa. Nel 459 mosse con il grosso dell'esercito dalla Liguria e penetrò nella Spagna occupata dai Visigoti mentre Nepoziano e Sunierico sconfiggevano i Suebi a Lucus Augusti e conquistavano Scallabis in Lusitania.
Nel mese di maggio del 461 Maggioriano raggiunse la provincia Cartaginense, dove aveva allestito la flotta con cui intendeva riconquistare l'Africa. Tuttavia i Vandali, avvertiti da traditori dei preparativi dell'imperatore e dell'ubicazione della flotta romana, con un attacco repentino, riuscirono a catturare le navi romane, mandando a monte i piani dell'imperatore che fu costretto ad annullare la spedizione e a negoziare una pace onerosa.
Rientrato ad Arelate, Maggioriano congedò l'esercito che non poteva più stipendiare e prese la via dell'Italia accompagnato solo dalla sua guardia personale.
Nel frattempo Ricimero, che l'imperatore non aveva mai voluto a fianco nelle sue campagne militari, rimasto a Ravenna aveva coagulato attorno a sé l'opposizione. Le riforme introdotte da Maggioriano avevano infatti ridotto i privilegi del clero e favorito l'aristocrazia provinciale rispetto a quella italica e senatoriale. Ricimero lo raggiunse a Tortona, nei pressi di Piacenza, lo fece arrestare e deporre e, dopo averlo torturato per cinque giorni, lo fece decapitare (7 agosto 461).


Libio Severo (461-465): eliminato Maggioriano, Ricimero fece eleggere dal Senato Libio Severo, un senatore lucano nato intorno al 420 che godeva del favore dell'aristocrazia italica e che riteneva di poter manovrare a suo piacimento. Libio Severo non fu però riconosciuto dall'imperatore d'Oriente Leone I, né da Egidio, governatore delle Gallie, né da Marcellino, governatore dell'Illirico (che entrò così nella sfera d'influenza dell'impero d'Oriente). Il dominio di Severo si riduceva quindi alla sola Italia.
Per accattivarsi l'appoggio del clero, abrogò le leggi di Maggioriano che ne avevano limitato i privilegi e varò altri provvedimenti a favore dell'aristocrazia italica.
Severo nominò Agrippino – un uomo di Ricimero – magister militum per Gallias e per ottenere l'appoggio dei Visigoti concesse loro la città di Narbona (462), dandogli così accesso al Mediterraneo e separando i territori controllati da Egidio da quelli del resto dell'impero. Durante tutto il suo regno, Severo dovette fronteggiare anche le scorrerie dei Vandali in Sicilia e nel meridione, che Genserico intensificò in risposta alla mancata elezione al soglio imperiale del suo candidato Anicio Olibrio (2).
Libio Severo morì molto probabilmente di morte naturale nell'autunno del 465.

Procopio Antemio (467-472): alla morte di Severo, Genserico avanzò nuovamente la candidatura di Anicio Olibrio, lanciando le scorrerie dei suoi pirati anche contro l'impero d'Oriente sulle coste dell'Illirico e della Grecia per premere su Leone I. Nella primavera del 467, Leone I ruppe gli indugi e nominò imperatore d'Occidente Antemio Procopio, esponente di una illustre famiglia costantinopolitana. Il padre – Procopio - era stato magister militum per Orientem e poteva vantare una discendenza dalla dinastia di Costantino il grande, mentre il nonno materno – Antemio - fu prefetto del pretorio d'Oriente per un decennio (404-415), console nel 405, nonché reggente di fatto durante la minore età di Teodosio II dopo la morte di Arcadio nel 408 (3).
Nel 453 Procopio Antemio aveva sposato Elia Marcia Eufemia, figlia dell'imperatore Marciano (450-457), ed era stato elevato al rango di patrizio. Nel 454 ricoprì la carica di magister militum per Orientem (4) e l'anno successivo ottenne il consolato. Antemio mantenne la carica di magister militum anche sotto il successore del suocero, Leone I, e nel 460 ottenne un'importante vittoria in Illirico contro gli Ostrogoti. Nel 466 sconfisse gli unni di Hormidac che avevano attraversato la frontiera danubiana e invaso la Dacia.
Antemio raggiunse l'Italia e Roma nella primavera del 467, accompagnato da un esercito comandato dal magister militum per Illyricum Marcellino e fu proclamato imperatore in una località tra il terzo e l'ottavo miglio da Roma, il 12 aprile, primo imperatore greco dopo Giuliano. Stabilitosi a Roma, l'imperatore strinse con con Ricimero un'alleanza matrimoniale, dandogli in sposa la figlia Alipia. Nel 471, il matrimonio del figlio Flavio Marciano (5) con la figlia di Leone I - Leonzia – rafforzò inoltre i suoi legami con la casa regnante d'Oriente.
In accordo con Leone I, Antemio si accinse quindi ad affrontare il problema dell'eliminazione del regno vandalico che aveva sottratto all'impero le ricche provincie africane da cui partivano le scorrerie di pirati che martoriavano la Sicilia ed il sud d'Italia (6).
Nel 468 una flotta di oltre mille navi che trasportava una forza di sbarco di circa 100.000 uomini salpò da Costantinopoli alla volta di Cartagine al comando di Basilisco, cognato dell'imperatore. Nel frattempo Marcellino aveva attaccato la Sardegna e un terzo contingente, al comando del generale Eraclio di Edessa, era sbarcato sulle coste libiche.
La flotta imperiale, dopo alcune vittoriose scaramucce con la flotta vandala, gettò l'ancora davanti a Capo Bon, a circa 60 chilometri da Cartagine. Genserico chiese quindi cinque giorni di tempo per presentare le condizioni di pace. Nella notte fece invece lanciare moltissimi brulotti contro le navi imperiali prive di sorveglianza e dietro questi seguì l'attacco della flotta vandala. Gli imperiali persero gran parte delle navi e ripiegarono confusamente rinunciando allo sbarco. Dopo questo disastro Marcellino lasciò la Sardegna e passò in Sicilia, dove trovò la morte per mano di uno dei suoi capitani, forse istigato da Ricimero, mentre Eraclio si ritirò nella Tripolitania dove rimase attestato per due anni.
Persa la speranza di riconquistare le provincie africane, Antemio rivolse la sua attenzione alle Gallie.
L'impero controllava ormai soltanto le province meridionali mentre i visigoti di Eurico si erano incuneati separando da queste l'Alvernia, che era governata dal figlio di Avito, Ecdicio, e il cosiddetto Dominio di Siagro più a nord. Quest'ultimo dal 465 era governato appunto da Siagro, figlio di Egidio, uno dei luogotenenti di Maggioriano che non aveva riconosciuto Avito come imperatore.
Nel 471 l'imperatore inviò un esercito al comando del figlio Antemiolo non ancora ventenne, coadiuvato dai generali Torisario, Everdingo ed Ermiano in disaccordo fra loro e di scarsa affidabilità. Muovendo da Arelate Antemiolo passò il Rodano e fu sbaragliato da Eurico, trovando anche la morte in battaglia. Nel frattempo si era consumata la rottura definitiva con Ricimero. Nel 470, colpito da una grave malattia, Antemio era stato sul punto di morire.Tornato in salute, decise di colpire un personaggio vicino al gruppo di Ricimero, l’ex magister officiorum e patricius Romano. Costui fu considerato responsabile di trame volte all’eliminazione dell’imperatore; fu arrestato, condannato e giustiziato. La reazione di Ricimero fu molto dura. Lasciò Roma con il seguito di seimila soldati e con i suoi bucellarii, e si ritirò a Milano. L’Italia, in questo modo, si trovò divisa: sotto il controllo dell’imperatore legittimo le regioni del centro-sud; sotto il governo del magister militum barbarico il nord. Ricevuto l'aiuto dei Burgundi, il magister militum calò su Roma e la strinse d'assedio. La città e il Senato dell'urbe, per quanto divisi tra partigiani delle opposte fazioni, sostennero l'assedio per lunghi mesi.
Leone I inviò in Occidente Anicio Olibrio con la duplice missione di mettere pace tra Ricimero e Antemio e, poi, di trattare col re dei Vandali Genserico (il cui figlio aveva sposato la cognata di Olibrio, vedi sopra)); in realtà l'ambasciata era un modo di sbarazzarsi di Olibrio, che credeva in combutta coi Vandali, e di Ricimero: inviò infatti ad Antemio un secondo messaggero con l'ordine di uccidere Ricimero e Olibrio, ma il messaggio indirizzato all'imperatore d'Occidente cadde nelle mani del capo goto, che lo mostrò a Olibrio. Olibrio raggiunse il campo di Ricimero nell'aprile del 472 e fu proclamato imperatore. Nel frattempo le milizie di Ricimero avevano isolato Antemio e i suoi sostenitori nei palazzi imperiali del Palatino. Privi di rifornimenti, l'11 luglio questi tentarono una sortita disperata. L'imperatore cercò di trovare asilo nella basilica di San Crisogono ma fu raggiunto sul sagrato della chiesa e trucidato da Gundobaudo, figlio della sorella di Ricimero.

Anicio Olibrio (472): esponente di una prestigiosa famiglia senatoriale romana, si era trasferito a Costantinopoli dopo il sacco di Roma del 455. Grazie al matrimonio con Placidia (454), la figlia minore di Valentiniano III, era anche imparentato con la dinastia teodosiana. La sorella della moglie, inoltre, aveva sposato Unerico, il figlio di Genserico ed erede al trono dei Vandali. Nonostante le sue ascendenze non ebbe l'appoggio dell'aristocrazia romana – che si era in gran parte schierata con Antemio - né del popolo a causa del saccheggio compiuto dalle milizie di Ricimero alla cui testa Olibrio era entrato in città. Il mese successivo alla sua proclamazione, inoltre, morì Ricimero, il suo principale alleato, sostituito nel ruolo di magister militum dal nipote Gundobaudo che Olibrio elevò al rango di patrizio che era stato dello zio. Poco o niente è noto degli atti del suo governo che durò appena pochi mesi. Olibrio Anicio si ammalò infatti quasi subito di idropisia e morì tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre del 472. Dal matrimonio con Placidia ebbe una sola figlia femmina, Anicia Giuliana.


Glicerio (473-474): dopo la morte di Olibrio – che comunque non aveva riconosciuto – Leone I tardò a nominare il suo successore. Stanco di aspettare, Gundobaudo, il nuovo uomo forte d'Occidente, nel marzo del 473 proclamò a Ravenna imperatore Glicerio. Probabilmente dalmata di nascita, Glicerio non proveniva dalle fila dell'aristocrazia, comandava però la guardia palatina (comes domesticorum) durante il breve regno di Olibrio.
Durante il suo regno Glicerio respinse con le armi un tentativo d'invasione dell'Italia dei Visigoti di Eurico ma non riuscì ad impedire la caduta di Arelate e Marsiglia. Per via diplomatica riuscì invece a scongiurare la calata degli Ostrogoti del re Vidimero. Una sua legge contro la simonia, varata probabilmente per accattivarsi il favore del clero l'11 marzo 473, è anche l'ultima emanata da un imperatore d'Occidente di cui si abbia notizia.
La sua poco ortodossa proclamazione a imperatore e il sospetto che fosse poco più di una marionetta al servizio di Gundobaudo, convinsero Leone I a non riconoscerlo e a nominare imperatore d'Occidente il governatore della Dalmazia Giulio Nepote.
Giulio Nepote sbarcò ad Ostia nel giugno del 474 e assunse la porpora mentre Glicerio, abbandonato da Gundobaudo (7) al suo destino, si arrese senza combattere. Ebbe così salva la vita e fu nominato vescovo di Salona.


Giulio Nepote (474-475; de jure 478-480): figlio di Nepoziano, che fu magister militum praesentialis sotto Maggioriano, e della sorella del potente governatore (comes rei militaris) dell'Illirico Marcellino che, a partire dall'assassinio di Ezio (454), governò la regione – che formalmente rientrava nella sfera del trono d'Occidente - in maniera di fatto semindipendente, iniziò la carriera sostituendo lo zio materno, assassinato nel 468, nel governo dell'Illirico. S'imparentò con la famiglia di Leone I, sposando una nipote della moglie Verina.
Salito al trono, Nepote nominò magister militum ed elevò al patriziato, Ecdicio Avito, il figlio del defunto imperatore. Afranio Siagrio, il figlio di Egidio che governava una enclave romana nel nord della Gallia nota come “Dominio di Siagrio” ormai separata dal resto dell'impero, riconobbe l'autorità di Nepote e fu nominato magister militum per Gallias. L'imperatore negoziò quindi un accordo con i Visigoti di Eurico che cedettero la Provenza – occupata durante il regno di Glicerio - in cambio della città di Clermont-Ferrand e della regione dell'Alvernia. Minor fortuna ebbe con i Vandali con i quali – non potendo sostenere la guerra da solo giacchè l'impero d'Oriente aveva firmato una pace separata nel 468 – fu costretto a firmare un trattato di pace in cui riconosceva il loro dominio sulle provincie africane, la Sardegna e le Baleari. La cessione dell'Alvernia inoltre gli inimicò la locale aristocrazia gallo-romana a cui apparteneva anche Ecdicio. Probabilmente per questa ragione l'imperatore lo sostituì al comando dell'esercito con Flavio Oreste, un generale di origini barbare.
Il 28 agosto 475 Flavio Oreste si ribellò all'Imperatore e, alla testa di un esercito che doveva essere forse inviato contro i visigoti, prese il controllo di Ravenna e costrinse Nepote a fuggire a Salona in Dalmazia. Dopo un'attesa di un paio di mesi, Oreste proclamò imperatore il figlio Romolo appena quattordicenne.

Romolo Augustolo (475-476): Figlio di Flavio Oreste e Flavia Serena, una donna di stirpe romana figlia del comes del Norico Romolo, fu proclamato imperatore dal padre che, essendo di origini barbare, non poteva ascendere al trono in prima persona, il 31 ottobre del 475. Romolo Augustolo non fu però riconosciuto dal collega d'Oriente, Zenone (8). Il potere de facto, inoltre, fu esercitato dal padre.

Domenico Parodi, Romolo Augustolo, 1725
Palazzo reale, Genova

Nel 476 alcune truppe mercenarie composte da Eruli, Sciri e Turcilingi chiesero di ottenere delle terre in Italia, che Oreste però non concesse. Questi allora si rivoltarono sotto la guida del capo sciro Odoacre, eleggendolo re il 23 agosto. Oreste si rinchiuse Pavia, confidando nelle possenti fortificazioni della città, ma Odoacre prese la città e catturò Oreste che fece giustiziare a Piacenza. Dopo avere sconfitto e ucciso anche il fratello di Oreste, Paolo, entrò Ravenna e il 4 settembre 476 costrinse Romolo Augustolo ad abdicare (9).

L'Impero romano d'Occidente al momento 
della deposizione di Romolo Augustolo

Anzichè nominare un imperatore fantoccio, Odoacre inviò a Costantinopoli le insegne imperiali – a significare che non c'era più bisogno d'un imperatore d'Occidente – e chiese di poter governare l'Italia con il titolo di patrizio. Zenone riconobbe a Odoacre l'autorità legale per governare in Italia in qualità di magister militum negandogli però il titolo di patrizio (10) - che probabilmente gli fu invece concesso dal Senato romano - e suggerendogli di riaccogliere in Italia Giulio Nepote come imperatore d'Occidente, cosa che Odoacre non fece mai. Odoacre battè anche moneta con l'effigie di Nepote che rimase imperatore de jure – ma senza esercitare alcun potere effettivo – fino al suo assassinio nel 480 (11). Odoacre governò quindi la diocesi italiana come vicario di Zenone, secondo i dettami del diritto pubblico e privato romano, riconoscendo formalmente Giulio Nepote come augusto legittimo fino alla sua morte, sia nella monetazione che negli atti pubblici.

Note:

(1) dopo poco tempo, evidentemente temendo per la propria vita, Avito tentò di fuggire in direzione di Arelate, ma venne presto raggiunto da Maggioriano, che assediò il santuario in cui il sovrano deposto si era rifugiato e dove dopo alcuni giorni trovò la morte.

(2) Il figlio di Genserico, Unerico, aveva sposato la figlia maggiore di Valentiniano III, Eudocia, mentre Anicio Olibrio ne aveva sposato la sorella minore, Placidia. Il sovrano vandalo avrebbe quindi gradito sul trono d'occidente un imperatore a cui era comunque legato da vincoli di parentela.

(3) A Flavio Antemio si deve l'edificazione delle mura dette teodosiane che furono erette durante la sua prefettura. Come tale è ricordato in un'epigrafe incisa sull'architarve della Porta Pempton che recita: “con una forte architrave rafforzò le mura della porta Puseo, che non fu meno grande di Antemio”



(4) A quell'epoca nell'esercito d'Oriente esistevano due gruppi di armate centrali (praesentalis) e quindi due magister militum, l'altro era il potente generale di origine alana Ardaburio Aspar.

(5) Dal matrimonio con Elia Marcia Eufemia nacquero cinque figli: Antemiolo, Flavio Marciano, Procopio Antemio, Romolo e Alipia

(6) Per contribuire al finanziamento della spedizione che ammontò a 7.408.000 solidi aurei, Antemio impiegò per buona parte il suo patrimonio personale.

(7) Al momento dello sbarco di Nepote, Gundobaudo – che pure avrebbe avuto le forze necessarie per contrastarlo – si era allontanato da Roma e si trovava nelle Gallie. Probabilmente il magister militum giudicò inutile e controproducente difendere un imperatore che non godeva del sostegno del suo collega orientale né dell'aristocrazia senatoriale.

(8) Romolo Augustolo fu riconosciuto da Basilisco che usurpò il trono d'Oriente per un breve periodo (9 gennaio 475-agosto 476)

(9) Forse in considerazione della giovane età, Odoacre risparmiò la vita all'imperatore deposto, confinandolo nel castellum lucullianum, una splendida villa napoletana del II secolo, i cui resti si trovano in parte sotto Castel dell'Ovo, e concedendogli un cospicuo appannaggio.

(10) Zenone rispose alla richiesta di Odoacre sostenendo che la nomina a patrizio spettava all'imperatore d'Occidente ancora in carica.

(11) Giulio Nepote fu assassinato nel palazzo fatto costruire da Diocleziano a Spalato (vicino Salona) dove risiedeva da due suoi alti ufficiali, i comes Ovida e Viatore, forse istigati dall'ex imperatore Glicerio che all'epoca era vescovo di Salona.


domenica 18 novembre 2018

Il sepolcro di Priscilla

Il sepolcro di Priscilla


Di fronte alla chiesa del Domine quo vadis?, presso il bivio tra la via Appia antica e la via Ardeatina, parzialmente nascosto da due edifici che insistono sulle sue strutture, sorge un antico sepolcro romano, del tipo a tumulo su basamento quadrangolare, comunemente identificato, sulla base di rinvenimenti epigrafici, con quello che Tito Flavio Abascanto (1), l'influente liberto di Domiziano (81-96) che nelle vicinanze del fiume Almone possedeva dei terreni ed un edificio termale, fece erigere per la moglie Priscilla prematuramente scomparsa (2).
Il nucleo in opera cementizia del basamento quadrangolare del monumento (20 m. di lato), che era originariamente rivestito in opera quadrata di travertino, è ancora in buona parte conservato, al di sopra di questo si elevano due tamburi cilindrici in opera reticolata di tufo: in quello superiore si aprivano 13 nicchie, nelle quali erano collocate statue bronzee e marmoree di Priscilla ritratta nelle sembianze di dee ed eroine della mitologia greco-romana.

 
Il poeta Stazio (Silvae, V,1) (3) – la cui moglie Claudia era amica di Priscilla – fornisce sia un dettagliato resoconto delle esequie della giovane Priscilla che non fu cremata secondo l'uso romano ma, imbalsamata ed avvolta in vesti di porpora, fu deposta in un sarcofago di marmo, sia una descrizione del monumento e della sua collocazione (sulla via Appia, appena passato il fiume Almone) grazie alle quali è stato possibile identificarlo con certezza.
Ad ulteriore conferma dell'identificazione nel 1773 venne rinvenuta nei pressi del mausoleo una lapide dedicata alla sepoltura del proprio schiavo Afrodisio, da un certo Tito Flavio Epafrodito, aedituus (custode) del sepolcro dei propri patroni Abascanto e Priscilla.


Da questa lapide si apprende anche che lo stesso Abascanto si fece tumulare nel mausoleo dedicato alla moglie.

 
Al centro del cilindro superiore sorge, su di un irregolare basamento quadrato, una torre medievale, comunemente nota come Torre Petro: alta circa sei metri e costruita rozzamente con vario materiale di spoglio, costituisce una testimonianza della trasformazione del sepolcro in fortificazione, già a partire dall’XI secolo ad opera dei conti di Tuscolo. Successivamente fu acquisita dai Caetani ed entrò a far parte del sistema difensivo del Castrum Caetani.

 
Il mausoleo risulta oggi poco visibile a causa di due edifici che vi furono addossati nel corso del tempo. Quello prospiciente la via Appia, di probabili origini medioevali, si sviluppa su due livelli, ed appare ampliato sul lato meridionale nel XIX secolo. L'altro sul lato opposto, nasconde l'accesso al monumento ed è di epoca più recente. Dai sotterranei di questo edificio si accede ad un corridoio voltato a botte che introduce alla camera funeraria anch'essa voltata a botte ed un tempo rivestita di travertino. Sulle tre pareti della cella si aprono altrettante nicchie destinate ad accogliere i sarcofagi.

da G.B. Piranesi, Antichità romane, 1756
 
In epoca moderna, fino agli anni ’60, la camera funeraria fu usata come “caciara” per la stagionatura dei formaggi e le strutture lignee, funzionali a tale uso, si addossano ancora oggi alle strutture murarie.

Note:
(1) Emancipato da Domiziano di cui porta lo stesso prenome e nome di Tito Flavio, Abascanto ricoprì nella cancelleria imperiale l'importante carica di segretario ab epistulis (addetto alla corrispondenza).
(2) In realtà la tipologia costruttiva e la tecnica edilizia sembrano corrispondere piuttosto ad un edificio del I sec. a.C., non è da escludere pertanto che Abascanto abbia riadattato un sepolcro già esistente.
(3) Publio Papinio Stazio, nato nella colonia greca di Elea (Velia in epoca romana) intorno al 45, si trasferì a Roma in cerca di fortuna e divenne in breve uno dei poeti più rinomati della corte di Domiziano. Le Silvae, a cui appartiene il componimento citato, sono una raccolta di 32 liriche d'occasione divise in cinque libri.


giovedì 15 novembre 2018

Il Triopio di Erode Attico: Il tempio di Cerere e Faustina (chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella)

Il Tempio di Cerere e Faustina (chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella)

 
Fu fatto costruire da Erode Attico dopo la morte della moglie Annia Regilla (160) (1).
Si tratta di un tempio prostilo e tetrastilo, innalzato su un piccolo podio (attualmente interrato) con sette gradini che introducevano al pronao. Tanto le pareti della cella quanto la trabeazione al di sopra dell'epistilio - in marmo pentelico come le quattro colonne che lo sostengono - furono costruite in laterizio, sebbene non tutto della medesima qualità. La trabeazione è composta da una prima cornice di mattoni sagomati sopra l'architrave, seguita da un attico (che sembra non sia mai stato decorato) e dal timpano, nel cui mezzo si apre un incasso rotondo di cm. 45 di diametro, circondato da una fascia di bessali (2) entro il quale era forse collocata una scultura.
Il tempio era consacrato a Cerere e Faustina, la defunta moglie di Antonino Pio poi divinizzata (3). I temi della decorazione sembrano rispondere all'intenzione di far accedere anche Annia Regilla (nella scia di Faustina) tra gli dèi, un privilegio riservato in realtà soltanto alla famiglia imperiale.

L'ara dedicata a Dioniso

Nell'aula si conserva un'ara rotonda (scoperta nel 1616 nel sotterraneo della chiesa) con un serpente attorcigliato attorno al fusto e con un'iscrizione dedicatoria in greco a Dioniso da parte dello ierofante Aproniano, successivamente riutilizzata come acquasantiera. Il tempio era in origine inserito entro una piazza porticata oggi interrata in cui si è voluto riconoscere un recinto sacro (temenos).

L'edificio fu trasformato in chiesa e dedicato a Sant'Urbano intorno al IX secolo, ma il fatto di trovarsi in un luogo poco frequentato fece sì che venisse abbandonato già in epoca medioevale. Fu poi probabilmente un violento terremoto (in epoca imprecisata) a causare la lesione del pronao, che portò, nel 1634, al tamponamento degli intercolumni e alla costruzione dei contrafforti angolari.

La facciata posteriore con i due contrafforti aggiunti nel 1634

Nell'ambito di questo restauro venne eretto il campanile, si rifece l'altare (che era stato profanato) e furono pesantemente restaurate le pitture altomedioevali: fortunatamente furono eseguite - per conto del cardinale Francesco Barberini, il cui stemma campeggia al di sopra della porta che introduce all'aula - due serie di copie delle pitture in acquarelli che ancor oggi si conservano nella Biblioteca Apostolica Vaticana.


Un grande vano quasi quadrato occupa interamente l'interno del tempio, coperto da una volta a botte e con pareti divise in tre ordini.


Delle tre fasce sovrapposte, divise da pesanti cornici di mattoni, la prima dal basso è liscia, e probabilmente già in origine priva di decorazione e destinata forse ad accogliere oggetti votivi: si rilevano ad altezze variabili tracce di ruggine che si possono spiegare con la presenza di ganci per appendere oggetti. Il limite superiore di questo primo ordine è rimarcato da una serie di archetti, impostati fra mensole trapezoidali.
Sopra, una seconda fascia è divisa in pannelli rettangolari da pilastrini sormontati da un
capitello corinzio in peperino. Su una cornice piana poco aggettante poggia infine il terzo
ordine, costituito da una piccola fascia liscia di laterizi condotta fino all'inizio della volta, che conserva ampi resti della decorazione originale in stucco.
All'imposta della volta erano posti due fregi d’armi ad altorilievo (uno si conserva parzialmente sul lato destro), che si inseriscono nella lunga serie dei rilievi d'ispirazione trionfale che durante tutto il II secolo furono usati per celebrare le vittorie e le virtù imperiali.

Particolare del fregio d'armi

Il resto della volta è invece scandito da una serie di medaglioni ottagoni che determinano
dei quadrati nei punti di contatto. Si tratta di una partizione decorativa estremamente sobria, testimonianza evidente del gusto classicistico del committente e del suo ambiente culturale.
Dei fregi che occupavano il centro del quadrato uno solo si è conservato (a sinistra dell'ottagono centrale) in cui si distinguono ancora i petali, trattati ad altorilievo. Invece, l’unico ottagono che conservi ancora parzialmente la decorazione ad altorilievo è quello centrale. Vi si individuano due figure, una femminile a sinistra rivolta verso una maschile, a destra. La figura femminile è quasi interamente conservata: è una donna nobilmente vestita di un ampio himation (una sorta di mantello drappeggiato che partendo da una spalla girava dietro la schiena per ritornare sul davanti) e da un chitone a cintura alta, che tiene nella mano destra due anatre e una colomba (offerte votive). Dovrebbe trattarsi dell'apoteosi di Anna Regilla mentre il personaggio maschile potrebbe essere lo stesso Erode Attico.

L'apoteosi di Annia Regilla
 
Le tre finestre aperte in entrambe le pareti corte sono antiche, come dimostrano gli archetti in mattoni che le sormontano; oggi tuttavia quelle della parete d'ingresso sono chiuse e nella parete di fondo sono aperte solo le laterali.

(continua)


Note:


(2) Il bessale era un mattone quadrato di 2/3 di piede di lato (20 cm.) che veniva utilizzato tagliandolo in due lungo la diagonale.

(3) Annia Galeria Faustina, meglio nota come Faustina maggiore, morì nel 140.

(4) L'iscrizione recita letteralmente al fuoco di Dioniso, Aproniano ierofante. Lo ierofante era nella cultura greca il gran sacerdote di Demetra (Cerere) che presiedeva ed iniziava i novizi ai misteri eleusini, i riti religiosi segreti che si celebravano una volta l'anno in onore della dea nel santuario di Eleusi.

martedì 14 agosto 2018

L'arco di Gallieno, Roma

L'arco di Gallieno, Roma

Si trova in via di san Vito e si tratta in realtà del fornice centrale della monumentalizzazione, voluta da Augusto, dell'antica Porta Esquilina che si apriva nella cinta muraria serviana. Dal Foro saliva verso la porta il clivus Suburanus (noto anche come via delle prostitute) che attraversava il popoloso quartiere della Subura sviluppatosi proprio sotto Augusto. Dalla Porta Esquilina partiva invece la via Labicana.


La porta a tre fornici – il centrale dei quali più alto e più ampio dei laterali - realizzata in blocchi di tufo, fu interamente ricostruita in travertino sotto Augusto; le facciate erano scandite da paraste corinzie.
Nel 262 la porta fu trasformata in arco trionfale e dedicata dal prefetto dell'Urbe, Marco Aurelio Vittore, all'imperatore Gallieno (253-268) e alla moglie Cornelia Salonina.
Il fregio originario fu abbassato di qualche centimetro, fu modificata la modanatura della cornice superiore e fu inserita una dedica all'imperatore ed alla moglie su entrambe le facciate dell'arco:

GALLIENO CLEMENTISSIMO PRINCIPI CVIVS INVICTA VIRTVS SOLA PIETATE SVPERATA EST ET SALONINAE SANCTISSIMAE AVG
AVRELIVS VICTOR V[IR] E[GREGIUS] DICATISSIMVS NVMINI MAIESTATIQVE EORVM
(A Gallieno, clementissimo principe, il valore invitto del quale fu superato solo dalla sua religiosità, e a Salonina, virtuosissima Augusta Aurelio Vittore, uomo egregio, devotissimo agli dei e alle loro maestà).
 

L'imperatore doveva passare attraverso questa porta per raggiungere la villa di famiglia, gli Horti Liciniani, tale dedica dovette quindi sembrare al devoto prefetto quanto mai opportuna.

I due fornici laterali furono demoliti nel 1447 per far posto alla chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia (una chiesa del IV secolo che papa Sisto IV fece completamente ristrutturare ed ampliare) e che venne addossata al fornice superstite. Sul lato opposto è invece addossato un edificio privato.
Dai rilievi messi in luce dal restauro del 1995 si è potuto stabilire che l'arco era interamente intonacato e dipinto a giustificare la sua denominazione in epoca medioevale di arcus pictus.


Sono emerse anche tracce dell'attico che, all'epoca del rifacimento augusteo, doveva sormontare il fornice centrale e su cui scorreva un'iscrizione oggi completamente perduta. Originariamente, quindi, l'arco non doveva apparire troppo dissimile dall'interpretazione datane da Giuliano da Sangallo in questo disegno.

Antonio da Sangallo, L'Arco di Gallieno, XV sec.

Nel 1200 furono appese alla chiave di volta dell'arco le catene e le chiavi della Porta Salicicchia di Viterbo (oggi Porta di San Pietro) - che compaiono anche nel disegno di Sangallo - che i viterbesi furrono costretti a consegnare in segno di sottomissione dopo la grave sconfitta inflitta loro dalle milizie capitoline. Furono rimosse soltanto nel 1825.

domenica 25 febbraio 2018

La Legio II Parthica

La Legio II Parthica

Questa legione, il cui simbolo era il centauro, deve il nome al fatto di essere stata costituita nel 197 da Settimio Severo – insieme ad altre due legioni la I e la III – nel corso della vittoriosa campagna contro i Parti (195-198).
Sotto il profilo etnico, il nerbo della legione era formato da un forte nucleo di soldati traci a cui si affiancavano italici, daci e pannoni e una più ridotta presenza di africani, egiziani e siriaci.
Al termine della campagna la legione venne trasferita in Italia e stanziata ad Albano, a pochi chilometri da Roma, dove nel 202 venne edificato il suo accampamento stabile - unico esempio di questo genere esistente in Italia - noto come castra albana. A differenza di tutte le altre legioni – che presidiavano le provincie dell'impero – la II Parthica assunse il ruolo di riserva da impiegare là dove ce ne fosse bisogno e, soprattutto, quello di garantire la sicurezza personale dell'imperatore.

Settimio Severo
busto in marmo realizzato per celebrare i Decennalia del 202
Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps, Roma

Tra il 208 ed il 211 la legione partecipò all'ultima campagna condotta da Settimio Severo in difesa dei confini della Britannia romana minacciata dalle tribù caledoni.
Nel 213 fu molto probabilmente schierata da Caracalla nella campagna contro gli Alemanni.
Venne sicuramente schierata contro i Parti tra il 214 ed il 218 perchè, quando l'imperatore venne assassinato (aprile 217) da una congiura che portò al potere il prefetto del pretorio Macrino, si ha notizia che la legione fosse stanziata ad Apamea in Siria.

Nell'inverno 217-218, Sesto Vario Avito Bassiano (meglio noto come Eliogabalo), nipote appena quattordicenne della potente Giulia Mesa, cognata di Settimio Severo, esiliato da Macrino assieme ai suoi familiari ad Emesa, città d'origine dei Bassiani, pretendendo di essere figlio illegittimo di Caracalla, si guadagnò il sostegno dei legionari della III Gallica di stanza a Raphana (l'attuale Abila o Quwaylibah in Giordania) e si fece proclamare imperatore (16 maggio 218). Macrino, che si trovava ad Antiochia di Siria, mandò contro i rivoltosi un contingente della II Legio Parthica al comando del prefetto del pretorio Ulpio Giuliano. Probabilmente blanditi dalle elargizioni e dalle promesse di Giulia Mesa, i legionari della Parthica, che Giuliano aveva disposto ad assediare Emesa, passarono con i rivoltosi trucidando Giuliano ed i suoi ufficiali. La legione prese quindi parte allo scontro decisivo tra le truppe di Macrino e quelle di Eliogabalo – guidate dall'eunuco Gannys - che ebbe luogo nei pressi di Antiochia e che sancì la sconfitta di Macrino (8 giugno 218). Dopo questi eventi la legione fu ricompensata con l'epiteto di Pia Fidelis Felix Aeterna.

 
Nel 218-219 la legione rientrò in Italia al seguito dell'imperatore.
Nel 231-232 fu nuovamente spostata sul fronte orientale per la campagna condotta da Alessandro Severo contro i sasanidi.
Nel 234 seguì l'imperatore in Illirico dove gli Alemanni, attraversato il limes germanico, stavano saccheggiando città e campagne ed era acquartierata a Mogontiacum (l'attuale Magonza in Germania)quando vi furono assassinati l'imperatore e la madre Giulia Mamea (18-19 marzo 235) nel corso della rivolta militare che portò al potere Massimino il Trace.
La II Parthica combattè quindi negli anni successivi sotto il nuovo imperatore a difesa del limes germanico.

Nel 238 scoppiò la rivolta nella provincia d'Africa che proclamò imperatore il governatore Gordiano I che accettò il titolo di Augusto insieme al figlio, Gordiano II. I due nuovi imperatori vennero riconosciuti dal Senato che dichiarò Massimino nemico pubblico. Il senatore Capeliano, governatore della Numidia rimasto fedele a Massimino, sconfisse e uccise Gordiano II nella battaglia di Cartagine mentre Gordiano I si suicidò non appena ricevuta la notizia della morte del figlio. Nel frattempo Massimino penetrò in Italia con tutto il suo esercito mettendo sotto assedio Aquileia. Qui, i legionari della II Parthica, nel timore che i loro familiari che risiedevano nei castra albana a pochi chilometri da Roma potessero subire ritorsioni da parte del Senato, si ribellarono e lo assassinarono.
La legione non rimase a lungo in Italia; nella necropoli di Albano non ci sono infatti tombe relative al regno di Gordiano III (238-244), mentre nell'epigrafe incisa sulla tomba di un aquilifero ad Apamea l'unità viene indicata come Legio II Parthica Gordiana a significare che venne schierata dall'imperatore contro i sasanidi nella campagna del 242-244.

Tomba di Felsonius Verus, aquilifero della Legio II Parthica, 244 c.ca
Museo di Apamea, Siria
 
Rientrata in Italia nel 249, la legione combattè per l'imperatore Filippo l'Arabo nella battaglia di Verona dove questi venne sconfitto e ucciso dall'usurpatore Decio.
Nella seconda metà del III secolo la legione fu dislocata in varie regioni dell'impero, di certo rimase fedele a Gallieno (253-260) nel corso delle numerose rivolte e tentativi di usurpazione che questi dovette fronteggiare durante il suo regno, come testimoniato dalle monete che questi fece coniare in onore della legione e dei titoli di Pia Fidelis che le conferì a più riprese (V, VI e VII).

Antoniniano di biglione fatto coniare da Gallieno in onore della legione
 
Rientrata in Italia sul finire del III secolo, per quanto non se ne abbia notizia dalle fonti, la legione, schieratasi con Massenzio, fu molto probabilmente sciolta da Costantino il grande – così come la guardia pretoriana – dopo la battaglia di Ponte Milvio (ottobre 312).

La Legione II Parthica che nel 360 risulta impegnata nella difesa di Bezabde (l'attuale Cizre in Turchia) derivò probabilmente da una sottounità dell'antica legione divenuta indipendente. Nella Notitia dignitatum infine questa unità compare nel 420 stanziata lungo il corso del Tigri a Cepha (l'attuale Hasankeyf in Turchia) agli ordini del Dux Mesopotamiae.


sabato 21 ottobre 2017

Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne


Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne

Erode Attico, cittadino romano, era figlio di Vibullia Alcia Agrippina e di Tiberio Claudio Attico, un banchiere ateniese arricchitosi anche grazie all'esercizio dell'usura. Filosofo e letterato insegnò con notevole successo ad Atene, e raggiunse una fama tale che l'imperatore Antonino Pio (138-161) lo scelse quale precettore dei suoi due figli adottivi, Marco Aurelio e Lucio Vero.Trasferitosi a Roma ricoprì importanti cariche politiche (nel 143 ottenne il consolato e gli fu affidato il governo della Grecia e di parte dell'Asia Minore) e sposò la ricca e nobile Annia Regilla (140) - nonchè imparentata con la moglie di Antonino Pio, Faustina - ricevendone in dote i possedimenti tra il II e il III miglio della via Appia. Sparsi nell'attuale parco della Caffarella si trovano ancora i resti del complesso di edifici che egli fece costruire in luogo della villa di famiglia, in memoria della moglie, morta in Grecia nel 160 mentre era incinta, e che fu accusato di aver fatto assassinare da un suo liberto. Trascinato in giudizio dal cognato Annio Attilio Bradua ne uscì prosciolto da ogni accusa – probabilmente anche grazie all'intervento dello stesso Marco Aurelio – ma l'opinione pubblica continuò a ritenerlo colpevole. Anche perchè Erode non faceva nulla per nascondere la passione che provava per Polideuce, il giovane figlio di un suo liberto. Probabilmente per per ostentare il proprio amore per la moglie e fugare ogni sospetto dalla sua persona trasformò la residenza sull'Appia in una sorta di sacrario dedicato alla sua memoria.

Busto di Erode Attico
proveniente da Probalinthos (Grecia)
Museo del Louvre
 
Al nuovo complesso – che alla sua morte (170) fu assorbito nel demanio imperiale per essere successivamente inglobato nella residenza suburbana di Massenzio – diede il nome di Pago Triopio (1), che richiamava quello del santuario eretto a Cnido in onore di Demetra per ricordare la punizione inflitta dalla dea al figlio del re tessalo Triopa, Eresittone, che per aver tagliato il bosco a lei sacro fu condannato alla fame eterna.
La valle, pur suddivisa in diversi appezzamenti, continuò ad essere coltivata fino agli inizi del XV secolo, quando l'insalubrità del fondovalle, il timore di briganti e di invasori, ed il generale progressivo spopolamento della campagna romana, determinarono l'abbandono delle attività agricole.
Nel 1547 i Caffarelli entrarono in possesso della tenuta acquistandone i terreni da diversi proprietari e bonificarono la valle ridando slancio all'agricoltura e costruendo il casale detto della Vaccareccia. Ancora oggi la valle in cui si estende la tenuta è conosciuta come valle della Caffarella. Nel 1695 la tenuta fu venduta ai Pallavicini e nel 1816 venne infine rilevata dai Torlonia che la bonificarono per l'ultima volta restaurando e ampliando la rete idrica.
La valle della Caffarella è sempre stata ricchissima d'acqua. E' infatti attraversata dal fiume Almone (2), che nasce sui colli Albani e un tempo si gettava nel Tevere all'altezza del gazometro - nel dopoguerra venne deviato nel depuratore di Roma sud - raccogliendo le acque delle numerose sorgenti che ancora sgorgano nella valle (tra cui la Fonte Egeria da cui proviene l'omonima acqua minerale).
Su entrambi i versanti della valle si trovano i resti delle cisterne che servivano per l'irrigazione del fondovalle.

Il ninfeo di Egeria (3)


Si trova nel fondovalle, lungo la riva sinistra dell'Almone. L'edificio consiste attualmente in un grande ambiente rettangolare, con una nicchia centrale nella parete di fondo e tre nicchie più piccole che si aprono sulle pareti laterali. Questo ambiente è sopravanzato da un avancorpo con due vani laterali, anch’essi ornati da nicchie. La muratura è in opus mixtum. L'interno era riccamente rivestito di marmi: le pareti erano di Verde antico, un marmo pregiato proveniente dalla Tessaglia, mentre il pavimento era di Serpentino, un porfido d'intenso colore verde proveniente dalla Grecia.
Le nicchie erano rivestite in marmo bianco ed infine, tra esse e la volta, vi era una fascia decorata con mosaici.

La statua acefala del dio Almone nella nicchia di fondo

L'ambiente centrale è coperto da una volta a botte, sulla quale aderiva uno strato di pietra pomice allo scopo di far attecchire il capelvenere. Dalla nicchia di fondo, dove ancora è collocata una statua acefala della divinizzazione del fiume Almone distesa su un fianco e dove è ancora visibile il segno lasciato da un'altra statua - probabilmente raffigurante la ninfa Egeria (3) - oggi scomparsa, sgorgava l'acqua della fontana. L'acqua era incanalata in tubature di terracotta e scendendo lungo le pareti formava giochi d'acqua nelle nicchie laterali arricchite a loro volta da altre statue; inoltre l'umidità condensando nella volta, creava uno stillicidio che, insieme alla ricca vegetazione che scendeva dall'alto, rendeva l'ambiente fresco e suggestivo.


Nel complesso i marmi verdi del pavimento e delle pareti, con la volta coperta di capelvenere che lasciava gocciolare l'acqua condensata, dovevano dare l'idea un po' barocca di grotta artificiale, dove Erode Attico poteva recarsi nei periodi di calura estiva per passeggiare al fresco chiacchierando e banchettando piacevolmente con i suoi ospiti.


Ricostruzione schematica
 
Il ninfeo si affacciava originariamente sul fiume con un quadriportico, oggi non più conservato, che delimitava una piscina rettangolare di raccolta, che a sua volta si immetteva in un più vasto bacino lacustre, da identificare forse nel Lacus Salutaris noto dalle fonti antiche, in cui confluivano le acque del fiume Almone.

Il ninfeo di Egeria in un'incisione di Giovanni Battista Piranesi del 1766
In alto sullo sfondo si nota raffigurata la chiesa di sant'Urbano (Tempio di Cerere e Faustina) 

Scavi recenti hanno messo in luce una fase di restauro dell'edificio, originariamente fatto costruire da Erode Attico, che risale probabilmente alla costruzione della residenza suburbana di Massenzio.
Nel '600 il ninfeo ospitò una osteria mentre nel secolo successivo venne trasformato in lavatoio.


La cisterna nei pressi della chiesa di Sant'Urbano (5)


Si tratta di un edificio che all'esterno appare rettangolare (m. 21,4 x 8,6) mentre all'interno le pareti dei lati corti sono semicircolari; in origine era incassato nel terreno, e per questo costruito in scaglie di selce senza paramento (opus signinum) con uno spessore di 60 cm. Il pavimento è in cocciopesto, la volta è a due spioventi che formano un angolo quasi retto.

L'interno della cisterna

Sopra la volta il tetto era originariamente piano, ma vi fu costruito in un secondo tempo un muro perimetrale che infatti aderisce male; questa sopraelevazione deve essere stata eretta poco dopo la fondazione dell'edificio, visto che la tecnica edilizia è la stessa del resto della costruzione. L'insieme permette di datare l'edificio ai primi anni dell'impero (44 a.C.-40 d.C.)
E' molto probabile che lo sbancamento del terreno circostante, che portò la cisterna allo scoperto, sia avvenuto al tempo dell'imperatore Massenzio (305-312) per prelevare i materiali con cui realizzare la grande piattaforma su cui poggiano il circo e il Palazzo; i blocchi di tufo che si vedono ai piedi della cisterna devono essere stati collocati dopo lo sbancamento, per rinforzare la base dell'edificio.


La cisterna-ninfeo (12)

 
La cosiddetta Cisterna-Ninfeo si trova sul versante opposto della valle, a pochi metri dall'ingresso di Largo Pietro Tacchi Venturi. Era in realtà un serbatoio, alimentato da un acquedotto o da un serbatoio più grande. La struttura presenta una pianta rettangolare di metri 7,10 x 9.15, rivestita di cortina laterizia, ed è conservata per un’altezza massima di m. 3.50 circa. La copertura originaria è crollata ed era costituita da una volta a botte. La tecnica edilizia è riferibile al III sec.



La parte sud-orientale è caratterizzata da una sistemazione monumentale costituita da quattro pilastri aggettanti, uniti da tre archi.
Su entrambi i lati brevi erano presenti aperture per l’accesso all’interno della cisterna, realizzate in età moderna quando il manufatto fu usato come abitazione.


La cisterna-fienile (13)

 
Si tratta di un ambiente a pianta rettangolare costruito con laterizi di reimpiego e materiali moderni, al di sopra della vasca di una cisterna romana in opera cementizia in scaglie di lava, di m. 14 x 5.5. Si ipotizza che la cisterna facesse parte della villa romana di tarda età repubblicana - che presenta attività  edilizie chesi protraggono fino al IV sec.- i cui resti si trovano nell’area del Casale Tarani, situato in via Carlo de Bildt.
 
 
Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, nel corso dei lavori di ristrutturazione del Casale Tarani, la struttura fu trasformata in fienile dalla famiglia Torlonia, proprietaria della tenuta della Caffarella, in particolare fu costruito il piano superiore come deposito per il foraggio secco.


La cisterna monumentale (15)
 

Sul poggio dominante la valle della Caffarella, al termine del sentiero che prosegue l'allineamento di via Bitinia, si riconosce il sito di una villa romana affacciata verso la valle sottostante.
Pertinente alla villa è un grande serbatoio munito di otto possenti contrafforti sul fronte a valle, che funge anche da sostruzione della scarpata naturale. La struttura realizzata scavando in parte nel banco di tufo, è impostata su un terreno in forte pendenza da nord a sud e raggiunge un'altezza di circa 8 metri e una superficie di circa 450 metri quadri (37x12). Presenta una pianta rettangolare, articolata in due navate longitudinali coperte da volta a botte, comunicanti attraverso cinque aperture ad arco aperte nel muro divisorio, e due camere perpendicolari sui lati brevi. Solo la navata nord e la camera ortogonale occidentale conservano integralmente la copertura con volta a botte. Lungo la volta della navata settentrionale si notano le aperture rettangolari che consentivano l'accesso per la manutenzione.

La navata settentrionale
 
La muratura in opera cementizia a scapoli di lava basaltica fa propendere per una datazione del manufatto alla prima età imperiale romana, da ascrivere alla categoria dei "serbatoi a camere parallele comunicanti", che accantonano acqua proveniente da un acquedotto. Nella parete esterna della camera ortogonale occidentale è infatti visibile l'ampio forame circolare – oggi tamponato – attraverso il quale l'acqua dell'acquedotto (4) si scaricava nella cisterna. Il volume d’acqua che questa poteva contenere è di circa 1500 metri cubi.

L'ingresso aperto lungo il lato meridionale
 
Dismesso come cisterna, l'edificio venne successivamente utilizzato come abitazione, come testimoniano l'apertura di un ingresso lungo il lato meridionale e la realizzazione di una cucina nella camera occidentale.
 
Note:
 
(1) Nel lessico amministrativo romano, il termine pago indicava una circoscrizione rurale posta al di fuori delle mura cittadine.
 
(2) Il fiume prende il nome da un giovane e focoso cortigiano del re Latino che fu il primo italico a cadere nella guerra combattuta dai nativi contro i troiani di Enea (Eneide, Libro VII, vv. 531-534). Ha quindi un carattere sacro giacchè legato alle origini mitiche della città eterna. A partire dal 204 a.C. inoltre, nelle sue acque il 27 marzo di ogni anno si svolgeva il rito purificatorio della Lavatio Matris Deum. Come descritto da Ovidio (Fasti, Libro IV, vv. 335-340), la statua della dea Cibele (la Magna Mater), custodita nel tempio a lei dedicato sul Palatino, veniva condotta in processione fino al punto dove l' Almone confluiva nel Tevere, qui il sacerdote supremo la immergeva e lavava, asciugandola e cospargendola di cenere. La cerimonia si tenne fino al 380 quando i riti pagani furono proibiti dall'Editto di Tessalonica promulgato da Teodosio I.
 
(3) La leggenda vuole che Egeria - una delle quattro ninfe Camene - fu prima amante e successivamente moglie di Numa Pompilio che consigliò e guidò nella promulgazione delle leggi. Nelle Metamorfosi (Libro XV) Ovidio racconta che alla morte del re la ninfa fu colta da disperazione tale che non smetteva più di piangerlo, sì che Diana, commossa, la trasformò in fonte.

Bertel Thorvaldsen, Numa Pompilio conversa con la ninfa Egeria nella sua grotta
bassorilievo in gesso, 1792
Thorvaldsen Museum, Copenaghen 
 
(4) Molto probabilmente si trattava del ramo antoniniano dell'acquedotto Marcio, fatto costruire da Caracalla nel 212-213 per alimentare il grandioso impianto termale che porta il suo nome (cfr. scheda Porta Appia, nota 1).