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domenica 16 settembre 2018

Alessio Strategopulo

Alessio Strategopulo

La sua data di nascita, tra la fine del XII e gli inizi del XIII, non è nota. La sua famiglia doveva in qualche modo essere imparentata con i Comneni come appare in un sigillo che reca l'iscrizione “Alessio Strategopulo della famiglia dei Comneni”.
 
Verso del sigillo di Alessio Strategopulo
da G. Zacos, A. Veglery, Byzantine Lead Seals, Vol. 1, Basilea, 1972.
 

Compare per la prima volta nelle fonti (Giorgio Acropolita, Annales) nel 1250, dove figura, insieme a Michele Paleologo, Giovanni Macrenum e Gudelus Tyrannus, come membro della delegazione nicena incaricata dall'imperatore Giovanni III Vatatze di condurre i negoziati di pace con il despota epirota Michele II Ducas.
Nel 1252-1253, alla ripresa delle ostilità tra i due stati bizantini, lo troviamo a capo di un distaccamento che ha il compito di saccheggiare i territori del Despotato intorno al lago Ostrovo (l'attuale lago Vegoritida, in Grecia, 18 km ad ovest di Edessa).
Nel 1254 è ancora stanziato in Macedonia, a Serres, dove ha il suo quartier generale.
Alla morte di Giovanni III Vatatze (3 novembre 1254) i bulgari s'impadronirono di alcune fortezze che erano state occupate dai niceni del 1246. Nel 1255, il nuovo imperatore niceno Teodoro II Ducas Lascaris, lanciò una controffensiva per riprenderle e Strategopoulo ricevette l'ordine di marciare sulla fortezza di Tsepina sul versante occidentale del massiccio dei Rodopi (attualmente in territorio bulgaro) assieme al pinkernes Costantino Tornikes. La spedizione si risolse in un insuccesso costando ai niceni forti perdite in cavalli ed equipaggiamento, secondo Giorgio Acropolita soprattutto per la maldestra condotta dei due generali. L'imperatore, furioso per questa debacle, li rimosse entrambi dalle rispettive cariche e divenne ancora più diffidente nei confronti dell'aristocrazia militare a cui imputava i suoi occasionali insuccessi. Nel 1258, Teodoro II fece imprigionare Michele Paleologo, il leader indiscusso della nobiltà, e Alessio Strategopoulo, a questi molto legato, subì la stessa sorte (non è escluso che i due abbiano condiviso la stessa cella). L'unico figlio di Alessio, Costantino (1), accusato di cospirazione e tradimento, venne invece accecato.

Michele VIII Paleologo
da un'edizione miniata della Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum di Giorgio Pachimere, XIV sec.
cod. Monac. gr. 442
Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera

Alla morte di Teodoro (16 agosto 1258), i due generali vennero immediatamente scarcerati e, pochi giorni dopo (25 agosto), Michele Paleologo, con l'assassinio di Giorgio Muzalon, il reggente che Teodoro aveva nominato in limine vitae per il figlio giovane Giovanni IV, mise a segno il colpo di stato che lo portò sul trono.
Giunto al potere, il Paleologo non si dimenticò del vecchio compagno di prigionia e gli conferì la carica di megas domestikos.
In settembre Strategopoulo partecipò agli ordini del fratello di Michele Paleologo, il sebastokrator Giovanni, alla battaglia di Pelagonia (vedi scheda Morea, Introduzione), in cui fu sbaragliata l'alleanza antinicena formata dagli epiroti del Despotato, dai franchi del Principato d'Acaia, e dai normanni del Regno di Sicilia.
Dopo la clamorosa vittoria, Giovanni Paleologo divise le proprie forze affidando a Strategopulo il compito d'invadere il Despotato epirota mentre lui stesso marciava sulla Tessaglia. Strategopoulo penetrò facilmente nelle terre del despotato, espugnandone la capitale Arta e costringendo il despota Michele II Ducas a riparare a Cefalonia alla corte degli Orsini. Per questi successi, l'imperatore lo insignì del titolo di cesare. Nondimeno, dopo pochi mesi, il despota ed il figlio Niceforo sbarcarono in Epiro alla testa dei soldati inviati in loro aiuto dal genero Manfredi di Sicilia e riconquistarono rapidamente tutto il territorio perduto. Le forze di Alessio furono definitivamente sconfitte nella battaglia di Trikorfon nei pressi di Naupaktos (Lepanto) in cui il generale venne anche catturato dagli epiroti.
Rilasciato a seguito del trattato di pace firmato tra il Despotato e l'Impero niceno, Alessio rientrò a Nicea al più tardi agli inizi del 1261.

La riconquista di Costantinopoli
Nel luglio del 1261 Michele VIII lo inviò in Tracia al comando di un distaccamento di circa 800 uomini, quasi tutti mercenari cumani, con il compito di condurre piccole azioni di disturbo contro i latini e saggiare le difese di Costantinopoli. Il generale doveva anche recarsi sulla frontiera bulgara per dare una dimostrazione di forza nei confronti dello zar bulgaro Costantino Tich Asen (1257-1277) che era impegnato nel tentativo di impedire ai niceni la riconquista di Costantinopoli. Quando Alessio arrivò a Selimbria, venne a sapere dai contadini del luogo (thelematarioi), che l'intera guarnigione latina insieme alla flotta veneziana era partita per attaccare l'isola di Dafnusio che dominava l'accesso al Bosforo dal Mar Nero ed era sotto controllo niceno. I suoi informatori gli indicarono anche una posterla, attraverso la quale un manipolo di soldati poteva entrare facilmente in città senza essere notato. Inizialmente riluttante – temeva infatti che un rapido rientro in città della guarnigione avrebbe spazzato via il suo modesto contingente e che in caso d'insuccesso, avendo intrapreso un'azione non autorizzata, ne avrebbe pagato le conseguenze a caro prezzo – Strategopoulo decise alla fine di tentare il colpo che l'avrebbe consegnato alla Storia.


Porta di Pege

Nella notte del 25 luglio appostò il grosso del suo esercito nei pressi del monastero della Zoodochos di Pege a circa mezzo miglio dalla Porta di Pege (2). Quindi inviò un piccolo distaccamento a cui i thelematarioi di Selimbria mostrarono il passaggio segreto (secondo alcuni autori si trattava di un cunicolo sotterraneo) attraverso il quale oltrepassare le mura senza essere notati. Una volta entrati, i soldati di Alessio ebbero facilmente ragione delle guardie e aprirono la porta di Pege da cui il resto dell'esercito penetrò in città acclamando l'imperatore Michele VIII e travolgendo i pochi soldati latini presenti in città. La popolazione greca si unì alle acclamazioni mentre l'imperatore latino Baldovino II si asserragliò nel palazzo della Blachernae e inviò un messaggero alla guarnigione e alla flotta che stavano assediando Dafnusio ordinandogli di rientrare immediatamente. Verso la fine della giornata la flotta veneziana apparve all'imboccatura del Bosforo e Alessio Strategopulo diede l'ordine di incendiare il quartiere veneziano affinchè i veneziani più che a combattere si preoccupassero di porre in salvo la propria gente ed i propri beni, cosa che puntualmente avvenne. Lo stesso Baldovino II raggiunse il Gran palazzo e riuscì ad imbarcarsi sulle navi veneziane dirette verso l'isola di Eubea insieme ad altri 3.000 profughi.
Ormai padrone della città, Strategopulo inviò a Michele VIII le insegne abbandonate da Baldovino durante la fuga. Costantinopoli era nuovamente bizantina.

Michele VIII fece il suo ingresso in città il 15 agosto e decretò il trionfo per il generale che aveva riconquistato la città. Questa impresa rese famoso Strategopoulo in tutto l'impero e gli fruttò onori e gloria nonchè la fiducia incondizionata dell'imperatore.

Nel 1262 fu ancora inviato a combattere in Epiro dove fu nuovamente sconfitto da Niceforo Ducas e preso prigioniero. Consegnato dagli epiroti al loro alleato re Manfredi di Sicilia e trasferito a Palermo, tra il 1263 ed il 1265 fu scambiato con la sorella di Manfredi, Costanza (Anna) Hohenstaufen che, rimasta vedova di Giovanni III Vatatze (1254), era stata trattenuta dai bizantini come ostaggio.
Compare per l'ultima volta nelle fonti in un documento del 1270 relativo ad una sua donazione a favore del monastero della Makrinitissa nei pressi di Volos.
Morì probabilmente a Costantinopoli tra il 1271 e il 1275, sicuramente in età avanzata.

Note:
(1) Non è noto invece il nome della moglie di Alessio Strategopoulo.
(2) Vedi anche scheda L'Impero latino di Costantinopoli.


domenica 9 settembre 2018

La corona di Santo Stefano

La corona di Santo Stefano

Corona di Santo Stefano, parte anteriore

La cosiddetta corona di Santo Stefano – oggi conservata nel Palazzo del Parlamento di Budapest - risulta dall'assemblaggio di due parti distinte, che differiscono tra loro per epoca e stile.
La parte inferiore, composta da una fascia d'oro, piegata a cerchio e coronata da elementi triangolari e a semicerchio è un manufatto di oreficeria bizantina dell'epoca (o poco prima) dell'Imperatore Michele Dukas VII (1071-1078). A parte la sostituzione di alcune gemme e di cinque pendenti, appare nel suo stato originale.
La fascia d'oro contiene incastonate a griffe otto placchette di smalti cloisonnè di forma quasi quadrata.
Al centro anteriore della corona si eleva il semicerchio principale che contiene un Cristo Pantocrator a figura intera seduto su un trono ingioiellato, con ai lati due cipressi stilizzati e due campi circolari con le iniziali del nome. Nelle placchette sottostanti, ai lati del Pantocrator, gli arcangeli Michele e Gabriele a mezzo busto; seguono i Santi guerrieri Giorgio e Demetrio, e i Santi medici Cosma e Damiano.

Corona di Santo Stefano, parte posteriore

Sul retro della corona sono invece ritratti i tre personaggi storici legati probabilmente al suo arrivo in Ungheria. Sono tutti riconoscibili dalle epigrafi.

Michele VIII

In alto l'Imperatore Michele VII Dukas (1071-1078), al vertice della gerarchia terrena, come Cristo lo è di quella celeste. La placchetta è infatti posta specularmente a quella del Cristo. Quali simboli di regnante reca il labaro e la spada.

Costantino o Costanzo Porfirogenito

Sulla fascia si trovano invece i ritratti del co-imperatore Costantino Porfirogenito e di Géza I re d'Ungheria (1074-1077), definito dalla didascalia "re dei Turchi" come allora i bizantini chiamavano gli ungheresi (1). Il suo rango, leggermente inferiore rispetto agli imperatori, è sottolineato dal fatto che mentre i caratteri delle loro epigrafi sono colorate in rosso porpora, l'epigrafe di Géza è in smalto blu e la sua testa, a differenza degli altri due, non è avvolta dall'aureola. Inoltre il suo sguardo non è perfettamente frontale, come quelli di Michele VII e di Costantino, bensì è chiaramente rivolto a destra, verso l'imperatore.

Geza I d'Ungheria

Questa parte inferiore della corona inoltre, di fattura bizantina, somiglia molto a quelle usate dalle imperatrici bizantine. Geza I d'Ungheria sposò una nobildonna bizantina, la figlia di Teodulo Synadeno, cognato del futuro imperatore Niceforo III Botaniate, anche se non si conoscono né il nome - è nota soltanto come Synadene - né la data precisa del matrimonio (Scilitze Continuato). La cosiddetta parte greca della corona potrebbe quindi essere un dono inviatole dalla corte costantinopolitana. Non si tratterebbe inoltre di un manufatto realizzato ex novo, ma del riadattamento – eliminando i soggetti ritenuti inappropriati ed aggiungendo i ritratti dei regnanti – di una corona proveniente dal Tesoro imperiale (2).

Corona di Santo Stefano, parte superiore 

La parte superiore della corona ha invece una forma a croce che interseca la corona bizantina con angoli di 90°. Le quattro bande auree che la compongono sono state fissate con delle griffe lungo i lati del rettangolo centrale su cui è raffigurato un Cristo Pantocrator visibilmente dipendente da quello della corona greca, ma che presenta i simboli del sole e della luna. Lungo i bracci della croce si trovano le immagini in smalto policromo di otto Apostoli a figura intera: Pietro, Paolo, Giovanni, Giacomo, Bartolomeo, Filippo, Tommaso e Andrea. I lati delle loro placchette, le cui cornici sono bordate da perle e almandine entro alti castoni a fascia, sono decorati con motivi zoomorfi. Le didascalie che accompagnano le figure sono inoltre tutte in latino. Nel complesso appare di fattura più tarda e meno raffinata, dovrebbe risalire al tardo XII secolo ed essere opera di artigiani locali.
La croce d'oro che sormonta la corona è infine un'aggiunta del XVI secolo ed è inclinata a causa di una caduta.

L'assemblaggio delle due corone è avvenuto in maniera alquanto rozza, senza modificare le parti a contatto, tramite l'uso di chiodi le cui teste sono ancora visibili sulla superficie liscia della fascia aurea. Questo assemblaggio avvenne probabilmente durante il regno di Béla III (1171-1196) per il quale fu forse anche realizzata la corona latina.

Nel suo insieme la corona è detta “di Santo Stefano” perchè si riteneva fosse quella inviata intorno al 1000 da papa Silvestro II per incoronare il giovane re Vajk (ribattezzato Stefano e dopo la sua morte canonizzato) primo re d'Ungheria. Tutte le considerazioni sopra esposte portano però ad escludere che possa trattarsi della stessa corona. Questa in oggetto entrò probabilmente in uso per incoronare i re d'Ungheria con Bela III e fu sempre usata fino all'incoronazione dell'ultimo re, Carlo IV, nel 1916 (secondo il diritto ungherese infatti detiene legalmente il potere soltanto chi fisicamente possiede questa corona).
Dal 2000 è conservata nel Palazzo del Parlamento ungherese.

Note:
(1) La didascalia recita precisamente: ГєωβιτzаˇсПιсτосΚρаλңсΤоυрхιас (Geza fedele re dei Turchi).

(2) Secondo Eva Kovacs (1980) anziché il figlio di Michele VII, Costantino, il personaggio denominato dall'epigrafe “Kon. Porphyrogennetos ” sarebbe invece suo fratello minore Costanzo. La corona risalirebbe quindi al periodo compreso tra la morte del padre Costantino X Dukas (22 maggio 1067) e l'ascesa al trono di Romano IV Diogene (1 gennaio 1068) quando i due fratelli regnarono insieme sotto la Reggenza della madre Eudocia Macrebolitissa. Niceforo Botaniate comandò le truppe bizantine lungo la frontiera con l'Ungheria tra il 1064 ed il 1067, il matrimonio tra Geza e sua nipote Synadene potrebbe essere quindi stato combinato proprio in questo periodo a cui risalirebbe anche l'invio della corona. Ipotesi suffragata anche dal fatto che nello smalto della corona Geza, per quanto impugni uno scettro, non è però cinto da corona (diventerà re d'Ungheria soltanto nel 1074).


sabato 1 settembre 2018

La Nea Ekklesia, Costantinopoli

La Nea Ekklesia, Costantinopoli


Fu fatta edificare tra l'877 e l'880 (1) da Basilio I che ne diresse e supervisionò personalmente i lavori. La sua collocazione più probabile era poco ad est del Crisotriclinio, quasi a ridosso del muro che circondava il palazzo sul versante orientale, nel luogo dove si trovava il vecchio Tzicanisterion (2).
 
da Jean Ebersolt, Le grand palais de Constantinople et le livre des cérémonies, Paris, 1910
Nella pianta la Nea Ekklesia è indicata con il n.44 mentre lo Tzicanisterion con il n.45. Tra di essi si nota il viale sistemato a giardino detto Mesokepion.
 
Molte fonti concordano nel sostenere che diverse chiese costantinopolitane furono spogliate per fornire le tessere musive ed i marmi necessari alla decorazione della Nea che, nelle intenzioni del suo committente, doveva rivaleggiare e superare la stessa Santa Sofia segnando l'inizio di una nuova era (ambizione che si riflette anche nello stesso epiteto di Nea Ekklesia con cui divenne nota).
In questa chiesa nel 963 l'imperatore Niceforo II Foca sposò la vedova del suo predecessore Romano II, Teofano, e nel 1042 vi fu celebrato il matrimonio di Costantino Monomaco con l'imperatrice Zoe. Fu spogliata di gran parte dei suoi arredi durante il regno di Isacco II Angelo (1185-1195).
Durante l'occupazione latina svolse le funzioni di cappella palatina con la nuova dedica datale dai crociati di San Michele del Bucoleone. Sopravvissuta alla conquista ottomana ed utilizzata come polveriera fu completamente demolita nel 1490 a seguito di un'esplosione che l'aveva sventrata.
Era originariamente dedicata al Cristo, alla Teotokos, al profeta Elia, all'arcangelo Gabriele e a San Nicola.
La Nea Ekklesia doveva presentare una pianta a croce greca inscritta ed era coperta da cinque cupole (3). L'ipotesi più probabile è che, accanto alla cupola centrale, le altre quattro cupole si trovassero negli angoli dell'edificio a formare altrettante cappelle riservate al culto delle altre figure, oltre al Cristo, che compaiono nella dedicazione della chiesa (4). Una sistemazione molto simile si ritrova anche nella chiesa settentrionale del monastero di Costantino Lips di poco successiva alla Nea Ekklesia (venne consacrata nel 907) e che può essere considerata l'esempio ad essa più vicino.
La chiesa era inoltre preceduta da un atrio porticato al cui interno si trovavano due fontane in porfido. Il portico settentrionale e quello meridionale fiancheggiavano la chiesa e si prolungavano oltre il suo lato orientale lungo un ampio viale sistemato a giardino (Mesokepion) che conduceva al nuovo Tzicanisterion. Molto probablmente sorgeva su una terrazza sostenuta da sostruzioni. Il tratto architettonico innovativo introdotto dalla copertura a cinque cupole costituì un modello successivamente ampiamente ripreso dalla architettura religiosa bizantina.

Note:
(1) Fu consacrata dal patriarca Fozio il 1° maggio dell'880.
(2) Lo Tzicanisterion era un ampio spazio erboso all'interno del Gran Palazzo dove gli imperatori bizantini ed i loro cortigiani praticavano un gioco di origini persiane molto simile al polo.
(3) La fonte principale per ipotizzare una ricostruzione della Nea è la descrizione di essa contenuta nella Vita Basilii (il secondo libro della raccolta di scritti storici che va sotto il nome di Teofane continuato), secondo alcuni studiosi opera del nipote Costantino VII Porfirogenito.
(4) Nella ricostruzione ipotetica che compare nella pianta di Ebersolt utilizzata sopra per indicare la posizione della Nea, le quattro cupole appaiono invece disposte a coprire i quattro bracci della croce. E' però questa considerata un'ipotesi meno probabile.




venerdì 31 agosto 2018

La chiesa della Vergine del Faro, Costantinopoli

La chiesa della Vergine del Faro, Costantinopoli

Compare nelle fonti scritte per la prima volta nel 768, in relazione al fidanzamento di Leone IV con Irene l'Ateniese che vi fu celebrato, e fu fatta costruire probabilmente da Costantino V (741-775). Michele III (842-867), dopo la fine dell'Iconoclastia, la fece restaurare e ridecorare in maniera sontuosa. Fu quindi nuovamente consacrata nell'864.
In questa chiesa, la notte di Natale dell'820, mentre cantava gli inni isieme ai monaci, fu assassinato l'imperatore Leone V. Ed è molto probabilmente questa la chiesa molto ricca che si trovava all'interno del Palazzo (Goffredo di Villehardouin, De la Conquête de Constantinople) in cui il 9 maggio del 1204 avvenne l'elezione del primo imperatore latino, Baldovino di Fiandre (1204-1205).
La chiesa fu saccheggiata e devastata durante l'occupazione latina e molto presumibilmente mai più rimessa in funzione giacchè, dopo questa data, scompare completamente dalle fonti. Non sono state trovate le sue rovine e la sua posizione può essere presunta soltanto in base ad indicazioni reperibili nelle fonti scritte.
La chiesa si trovava probabilmente in quella parte del Gran Palazzo a cui i latini fanno riferimento con il nome di Palazzo Bucoleone, su un alto terrazzamento in prossimità del faro. Era fiancheggiata da due cappelle, una dedicata ai santi Elia e Clemente, fatta edificare da Basilio I (867-886), e l'altra a San Demetrio, fatta edificare da Leone VI (886-912) con cui comunicava per mezzo di una porta.

La chiesa della Vergine del Faro è contrassegnata nella pianta dal n.38, al n.37 corrisponde la cappella di San Demetrio ed al n.39 quella dei santi Elia e Clemente. Il faro è contrassegnato dal n.42   

La decima omelia del patriarca Fozio (858-867 e 877-886), tenuta nell'864 in occasione della sua riconsacrazione, contiene una dettagliata descrizione della chiesa.
Aveva una pianta a croce greca inscritta e presentava tre navate sopravanzate da nartece e terminate ad est da tre absidi, con una cupola impostata su quattro colonne. Doveva essere di dimensioni piuttosto ridotte (Antonio di Novgorod, Libro del pellegrino) ed era preceduta da un atrio.
La sua caratteristica principale era la magnificenza delle sue decorazioni.
Era così ricca e nobile che non c'era cardine o modanatura o qualsiasi altro particolare che non fosse di argento massiccio, e non c'era colonna che che non fosse di diaspro o di porfido o di qualche altra smagliante pietra preziosa (Rober de Clari, La Conquête de Constantinople).

Il programma iconografico: si trattava del primo programma iconografico realizzato dopo la fine del periodo iconoclasta. Nella cupola era raffigurato a mosaico il Cristo Pantokrator al di sotto del quale Fozio descrive delle schiere di angeli mentre nel catino absidale si trovava la Vergine in posizione di orante.

Dall'864 fino al 1204 fu il luogo di raccolta delle più importanti reliquie della Cristianità. Al disprezzo per le reliquie che caratterizzò il periodo iconoclasta, fece infatti seguito una intensa opera di recupero delle stesse soprattutto nei territori occupati dai miscredenti. Opera di raccolta che fu sostenuta in particolare dalla dinastia macedone (867-1056) che intraprese numerose e spesso vittoriose guerre ai confini orientali dell'impero.
Nella chiesa della Vergine del Faro furono depositate soprattutto le reliquie legate alla Passione di Cristo. Nel 1200 c.ca Nicola Mesarites (1), all'epoca skeuophylakion (custode degli arredi) della chiesa, poteva compilare un decalogo delle più importanti dieci reliquie della Passione ivi conservate che risultava così composto:
1. La corona di spine
2. Un chiodo della crocefissione
3. Il sudario di Cristo
4. I sandali di Cristo
5. Un frammento della pietra tombale
6. La tovaglia di lino usata dal Cristo per asciugare i piedi degli apostoli dopo la Lavanda
7. La sacra lancia di Longino
8. Il manto di porpora che i soldati romani fecero indossare a Gesù.
9. La canna che posero nella sua mano destra a mò di scettro
10. I ceppi con cui fu incatenato.


Note:

(1) Nato probabilmente nel 1163-1164 da una famiglia dell'aristrocrazia costantinopolitana, Nicola Mesarites compare per la prima volta nel 1200, durante il fallito golpe di Giovanni Auxuch Comneno detto il Grosso ai danni di Alessio III Angelo, di cui ci ha lasciato una testimonianza diretta giacchè il suo ruolo di skeuophylakion della chiesa palatina della Vergine del Faro gli conferiva un punto d'osservazione privilegiato degli eventi. Oltre all'elenco delle reliquie della Passione ivi contenute e alla narrazione del tentato golpe, nel periodo in cui ricoprì questa carica compose anche un'ecfrasi della chiesa dei Santi Apostoli – scritta probabilmente tra il 1198 ed il 1203 su esortazione del patriarca Giovanni X Camatero - che costituisce a tutt'oggi una delle fonti principali per ricostruirne l'aspetto.
Dopo la presa di Costantinopoli ad opera dei crociati(1204), Mesarite rimase inizialmente in città divenendo uno dei portavoce della popolazione greco-ortodossa. In questa veste nel 1206, assieme al fratello Giovanni, partecipò a un incontro tra il clero ortodosso e le nuove autorità latine, rappresentate dal Patriarca Latino di Costantinopoli, il veneziano Tommaso Morosini e dal legato papale, il cardinale di Santa Susanna Benedetto.
Dopo la morte del fratello (1207) lasciò Costantinopoli per raggiungere l'Impero niceno dove intorno al 1213 fu nominato metropolita di Efeso ed esarca della chiesa d'Asia. In virtù della sua carica nel 1214-1215 fu a capo di una delegazione inviata a Costantinopoli per trovare un accordo con il nuovo legato papale, il cardinale Pelagio Galvani.
Nel 1216 officiò le nozze tra la figlia maggiore dell'imperatore niceno Teodoro I Laskaris, Irene, e Andronico Paleologo. Non è nota la sua data di morte.


lunedì 20 agosto 2018

La Chalke, Costantinopoli

La Chalke, Costantinopoli

La Chalke (Χαλκῆ Πύλη= porta di bronzo) costituiva l'accesso monumentale al Gran Palazzo imperiale dallo spiazzo dell'Augusteion (1). Prendeva il nome dagli imponenti battenti bronzei fatti realizzare dall'architetto Eterio per volere dell'imperatore Anastasio I (491-518), sotto il cui regno venne costruita la prima versione della porta (2). Veniva aperta al levar del sole alle persone invitate dall’imperatore e si richiudeva dietro di loro al tramonto.
Prospetto e pianta ipotetici della Chalke

Gravemente danneggiata durante la rivolta di Nika (532), fu fatta restaurare da Giustiniano.
Nella nuova versione – minuziosamente descrittaci da Procopio nel De Aedificiis – la Chalke appariva come un edificio a pianta rettangolare eretto su quattro massicci pilastri e coronato da una cupola impostata su pennacchi che poggiavano su quattro volte a botte poco profonde. Presentava quindi anch'essa quell'impianto a croce greca inscritta caratteristico di tutta l'architettura giustinianea.
L'interno era rivestito da marmi policromi pregiati fino al livello della cornice, al di sopra della quale tutte le superfici curve erano decorate da mosaici che raffiguravano scene dei trionfi ottenuti da Belisario nelle campagne d'Africa e d'Italia. Giustiniano e Teodora, in una posizione centrale, circondati da alti ufficiali dell'esercito, erano rappresentati nell'atto di ricevere dal condottiero vincitore le terre riconquistate ed il bottino di guerra.

Ricostruzione virtuale

E' opinione concorde tra gli studiosi che una riproduzione piuttosto fedele della Chalke si trovi nel cosiddetto avorio di Treviri (vedi scheda), la cui datazione oscilla tra la fine del VII ed il IX secolo.

L'avorio di Treviri, particolare della Chalke

 
Il Cristo Chalkites

All'esterno, nella lunetta sovrastante l'ingresso, venne successivamente collocata una statua bronzea del Cristo a mezzo busto (3). Quest'immagine, che venne riprodotta innumerevoli volte sulle icone, divenne nota con il nome di Cristo Chalkites.
Nel 726, in piena temperie iconoclasta, l'imperatore Leone III ne ordinò la rimozione scatenando la rivolta del popolino della capitale, in cui trovarono la morte sia il funzionario incaricato di rimuovere la statua, sia Santa Teodosia che aveva guidato la protesta popolare. Ripristinata in situ durante il regno di Irene (780-802), la statua venne nuovamente rimossa e sostituita con una croce sotto un'altro imperatore iconoclasta, Leone V (813-820). Dopo il definitivo ripristino del culto delle immagini (843), venne rimpiazzata con un'immagine del Cristo a figura intera e infine - probabilmente durante il regno di Romano I Lecapeno (920-944) - da un'immagine del Cristo realizzata a mosaico (4).

 
Accanto a questa immagine del Cristo, che compare nel mosaico raffigurante una Deesis nell'endonartece della chiesa del Salvatore in chora e che risale al 1316, era un tempo leggibile la didascalia Cristo Chalkites (oggi rimangono tracce soltanto dell'epiteto Chalkites). Dovrebbe quindi trattarsi di una riproduzione dell'mmagine realizzata a mosaico nella lunetta sovrastante l'ingresso della Chalke.
 
Il Trionfo dell'ortodossia (particolare), icona lignea della fine del XIV secolo
British Museum, Londra
 
Nell'icona conservata presso il British Museum, Santa Teodosia tiene in mano un'icona che molto probabilmente riproduce anch'essa l'immagine del Cristo Chalkites alla cui rimozione la Santa cercò di opporsi (vedi scheda La questione iconoclasta).
 
La chiesa del Cristo Chalkites
 
Romano I Lecapeno fece anche costruire accanto alla Chalke una piccola cappella (poteva accogliere appena 15 persone) dedicata al Cristo Chalkites. Nel 972 questa fu completamente ristrutturata ed ampliata da Giovanni I Zimisce (969-976) che vi fece depositare alcune reliquie (tra cui i sandali di Cristo e i capelli di San Giovanni Battista) e costruire la tomba dove venne poi tumulato.
Il nuovo edificio, a pianta centrale, si sviluppava su due piani ed era ricoperto da una cupola centrale. Il piano superiore era fiancheggiato da due semicupole ed era preceduto da una terrazza. L'intero edificio poggiava inoltre su un podio sul modello degli antichi mausolei funebri.
Nel 1183 in questa chiesa fu incoronato coimperatore (associato al giovane Alessio II) Andronico I Comneno.
Dal resoconto di viaggio di un pellegrino russo sembra ancora in uso nella prima metà del XV secolo.
Dopo la conquista il primo piano venne adibito a serraglio per gli animali selvaggi destinati alla corte del Sultano, da cui il nome di Arslan (leoni) hane con cui divenne conosciuto. Al piano superiore, dove furono murate le finestre che vi si aprivano, vennero invece alloggiati i frescanti e i miniaturisti al servizio del Sultano e prese il nome di Nakkaş hane. Gravemente danneggiata da un incendio nel 1741 e successivamente nel 1802, venne definitivamente demolita nel 1804.
 

In questa miniatura - realizzata dal miniaturista ottomano Maktraci Nasuh nel 1536 - la chiesa del Cristo Chalkites (in ocra e rosso) è riprodotta tra l'Ippodromo e Santa Sofia.
 
Nel VII e VIII secolo la Chalke o sue dirette dipendenze vennero utilizzate come prigione. Sotto Basilio I (867-886) fu invece restaurata e adibita a sede di tribunale.
Quando nel 969 Niceforo II Foca fece erigere un muro tra l'Ippodromo ed il mar di Marmara che isolava la parte bassa del Gran Palazzo da quella alta, la Chalke perse la sua funzione di ingresso monumentale. Durante il primo periodo di regno di Isacco II Angelo (1185-1195) furono asportate e fuse le magnifice porte bronzee mentre ogni riferimento alla Chalke scompare dalle fonti scritte dopo il 1200.

Note:

(1) Secondo alcuni studiosi la Chalke prospettava direttamente sul lato meridionale dell'Augusteion, sul cui lato occidentale terminava la mese (Fig. A, contrassegnata dal n.7).


Fig. A
 
Secondo altri invece la mese - che era fiancheggiata da due colonnati lungo tutto il suo percorso - terminava invece dinanzi alla Chalke che collocano immediatamente all'esterno dell'Augusteion e ruotata di 90° rispetto all'ipotesi precedente (Fig. B)
 
Fig. B
 
(2) Secondo altri, il nome deriverebbe invece dalle tegole bronzee che ne costituivano la copertura.
 
(3) Procopio non menziona questa statua. L'ipotesi attualmente ritenuta più probabile è che questa vi sia stata collocata durante il regno di Giustiniano II (685-695 e 704-711).

(4) Alcuni studiosi (cfr. C.Mango, The Brazen House; a study of the vestibule of the imperial palace of Constantinople, Copenhagen, 1959, pp. 125-126) attribuiscono un ruolo nella realizzazzione dell'immagine dell'843 a San Lazzaro Zographos, il monaco pittore, martire della repressione iconoclasta, a cui erano state bruciate le mani.




martedì 14 agosto 2018

L'arco di Gallieno, Roma

L'arco di Gallieno, Roma

Si trova in via di san Vito e si tratta in realtà del fornice centrale della monumentalizzazione, voluta da Augusto, dell'antica Porta Esquilina che si apriva nella cinta muraria serviana. Dal Foro saliva verso la porta il clivus Suburanus (noto anche come via delle prostitute) che attraversava il popoloso quartiere della Subura sviluppatosi proprio sotto Augusto. Dalla Porta Esquilina partiva invece la via Labicana.


La porta a tre fornici – il centrale dei quali più alto e più ampio dei laterali - realizzata in blocchi di tufo, fu interamente ricostruita in travertino sotto Augusto; le facciate erano scandite da paraste corinzie.
Nel 262 la porta fu trasformata in arco trionfale e dedicata dal prefetto dell'Urbe, Marco Aurelio Vittore, all'imperatore Gallieno (253-268) e alla moglie Cornelia Salonina.
Il fregio originario fu abbassato di qualche centimetro, fu modificata la modanatura della cornice superiore e fu inserita una dedica all'imperatore ed alla moglie su entrambe le facciate dell'arco:

GALLIENO CLEMENTISSIMO PRINCIPI CVIVS INVICTA VIRTVS SOLA PIETATE SVPERATA EST ET SALONINAE SANCTISSIMAE AVG
AVRELIVS VICTOR V[IR] E[GREGIUS] DICATISSIMVS NVMINI MAIESTATIQVE EORVM
(A Gallieno, clementissimo principe, il valore invitto del quale fu superato solo dalla sua religiosità, e a Salonina, virtuosissima Augusta Aurelio Vittore, uomo egregio, devotissimo agli dei e alle loro maestà).
 

L'imperatore doveva passare attraverso questa porta per raggiungere la villa di famiglia, gli Horti Liciniani, tale dedica dovette quindi sembrare al devoto prefetto quanto mai opportuna.

I due fornici laterali furono demoliti nel 1447 per far posto alla chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia (una chiesa del IV secolo che papa Sisto IV fece completamente ristrutturare ed ampliare) e che venne addossata al fornice superstite. Sul lato opposto è invece addossato un edificio privato.
Dai rilievi messi in luce dal restauro del 1995 si è potuto stabilire che l'arco era interamente intonacato e dipinto a giustificare la sua denominazione in epoca medioevale di arcus pictus.


Sono emerse anche tracce dell'attico che, all'epoca del rifacimento augusteo, doveva sormontare il fornice centrale e su cui scorreva un'iscrizione oggi completamente perduta. Originariamente, quindi, l'arco non doveva apparire troppo dissimile dall'interpretazione datane da Giuliano da Sangallo in questo disegno.

Antonio da Sangallo, L'Arco di Gallieno, XV sec.

Nel 1200 furono appese alla chiave di volta dell'arco le catene e le chiavi della Porta Salicicchia di Viterbo (oggi Porta di San Pietro) - che compaiono anche nel disegno di Sangallo - che i viterbesi furrono costretti a consegnare in segno di sottomissione dopo la grave sconfitta inflitta loro dalle milizie capitoline. Furono rimosse soltanto nel 1825.

domenica 12 agosto 2018

La piscina di via Cesare Baronio a Roma

La piscina di via Cesare Baronio a Roma


Questa piscina rappresentava un elemento decorativo e monumentale di una villa di età imperiale (I-II secolo) che si estendeva lungo la via Latina all'altezza del II miglio. Resti di una villa corrispondente a queste caratteristiche, dotata di impianti di approvvigionamento idrico e riscaldamento, venne rinvenuta alla fine del XIX secolo nei pressi delle attuali via Omodeo e via Luzio. Da alcune iscrizioni presenti sulle condutture idriche in piombo (fistulae aquariae) si è ipotizzato che la villa sia appartenuta al senatore Quinto Vibio Crispo (1) e successivamente al senatore Tito Avidio Quieto (2).
 
Ipotesi di ricostruzione
 
La vasca, a pianta rettangolare, è conservata per una lunghezza di 26 m. (originariamente misurava 42x18.50) ha in un angolo gli scalini per scendere all'interno, e nell'angolo opposto un pozzo per lo scarico dell'acqua. Le pareti sono in opus signinum, un conglomerato formato da scaglie di selce impastate nella calce magra ben allettata, caratteristico delle cisterne romane. Sono presenti anche tracce dell'intonaco di rivestimento in cocciopesto mentre la superficie di rifinitura è fatta con polvere di marmo.

Resti della fontana centrale

Al centro, quasi intatta, si vede la fontana, l'interno della quale è percorso da una serie di canalette in terracotta e da cunicoli e cavità comunicanti tra loro. Oltre ad una funzione ornamentale – la piscina prospettava sulla via Latina da cui dista solo pochi metri - è stata avanzata l'ipotesi che la piscina svolgesse anche la funzione di allevamento di pesci d'acqua dolce che, nei recessi sopra descritti – protetti dal sole e da sbalzi di temperatura – avrebbero trovato un luogo idoneo dove depositare le uova.

Particolare della muratura

Non è invece ben chiaro da dove provenisse l'acqua per rifornire l'impianto, giacchè l'unico acquedotto che passava da queste parti, l'acquedotto Antoniniano, fu costruito soltanto nel 212-213 (3).


Note:
(1) Quinto Vibio Crispo fu un senatore romano originario di Vercelli, vissuto nel I secolo, celebre per le sue ricchezze e la sua eloquenza. Ricoprì tre volte la carica di console, la prima in un anno imprecisato durante il regno di Nerone (54-68), la seconda nel 74 sotto Vespasiano e la terza nell'82 o 83 sotto Domiziano. Nel 68 fu nominato curator aquarum (supervisore degli acquedotti) a Roma e nel 71-72 Vespasiano, di cui fu buon amico, lo nominò proconsole della provincia d'Africa e in seguito governatore della Hispania Tarraconensis. Morì intorno al 90.
(2) Probabilmente originario di Faventia (l'odierna Faenza), Tito Avidio Quieto ricoprì la carica consolare nel 93 e quella di governatore della Britannia romana nel 98 circa. Morì nel 107.
(3) vedi scheda Porta Appia nota 1.