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domenica 17 giugno 2018

Il ciclo pittorico della storia della reliquia di Sant'Andrea di Bernard Rantwijck

Il ciclo pittorico della storia della reliquia di Sant'Andrea di Bernard Rantwijck

Un documento del 1538 attesta la donazione alla propria famiglia, da parte di
Francesco Maria Piccolomini, vescovo di Pienza e Montalcino, di una cappella dedicata a Sant’Andrea, da lui costruita e arredata nel palazzo di famiglia in via di Città, a Siena (oggi proprietà del comune di Siena e sede dell’Accademia degli Intronati).
Degli arredi della cappella, facevano parte cinque grandi tele, commissionate al pittore fiammingo Bernard Rantwijck, che illustravano il viaggio della reliquia del cranio di Sant'Andrea da Patrasso alla basilica di San Pietro a Roma.
Queste cinque tele, con modalità ancora non del tutto chiare, furono successivamente trasferite a Pienza dove furono a lungo dimenticate nelle stanze del seminario vescovile. Attualmente sono conservate nel locale Museo Diocesano di Palazzo Borgia.

Nell'estate del 1460 Tommaso Paleologo, ultimo despota di Morea ed erede al trono di Bisanzio, incalzato dai Turchi, riparò nel possedimento veneziano di Navarino dove poco dopo s'imbarcò, assieme alla moglie Caterina Zaccaria ed ai figli Andrea, Manuele e Zoe (Sophia), su una galera veneziana che fece vela verso Patrasso, città ancora sotto il suo controllo. Prima di raggiungere Roma, dove papa Pio II Piccolomini – illustre antenato del vescovo Francesco Maria Piccolomini - che lo aveva riconosciuto legittimo erede al trono di Bisanzio, gli aveva offerto asilo, doveva infatti ottemperare alla richiesta espressagli dal papa di recuperare la reliquia del cranio dell'apostolo Andrea che era appunto colà custodita.

Sant’Andrea Apostolo, inviato a predicare nell’Europa orientale e successivamente spostatosi in Acaia, in tarda età venne consacrato vescovo di Patrasso. Lì il console Aegeates lo condannò al martirio per crocifissione. Dopo la morte, il corpo del Santo ottenne sepoltura a Patrasso per volere della moglie del console, Maximilla.
Nel 357 le sue spoglie sarebbero state trasferite da Patrasso a Costantinopoli, mentre è lo stesso Pio II ad affermare, nell’VIII libro dei Commentari, che la testa dell' apostolo rimase comunque custodita a Patrasso.

Il ciclo pittorico realizzato da Rantwijck narra la storia del viaggio della reliquia verso Roma come descritta da Pio II nei sui Commentari.

Partenza da Patrasso

Attorno alla compostezza di Tommaso Paleologo, consapevole di tenere fra le mani un reperto di grande sacralità, si muove il corteo della sua famiglia messa in fuga dalla minaccia turca incombente sul Peloponneso. Tale pericolo è forse evocato dai due personaggi vestiti con abiti orientali che emergono dall’estremità più bassa del dipinto. Nella parte sinistra del quadro dominano degli edifici classici: in essi troviamo scritto con lettere dorate “Patriae Peloponnesi civitas” e, in primo piano sulla sinistra, si nota un’ara con il nome “Peloponnesus”.
Caterina Zaccaria, la moglie di Tommaso, procede immediatamente dietro di lui mentre il figlio più grande, Andrea, tiene per mano quello più piccolo (Manuele).
...si recò [Tommaso Paleologo] a Patrasso, città ancora in suo possesso, e dal santuario, che era affidato alla sua personale custodia, prese il preziosissimo capo dell’apostolo Sant’Andrea e quindi, con la moglie e i figli e l’accompagnamento di molti nobili greci, si recò presso il despota di Arta, nell’isola di Santa Maura (E.S. Piccolomini, I Commentari).

Arrivo ad Ancona

Approdato ad Ancona nel 1461, Tommaso Paleologo consegna la preziosa reliquia nelle mani del legato pontificio, il cardinale Alessandro Oliva, incaricato dal papa di esaminare la reliquia e portarla nella rocca di Narni giacchè il trasporto fino a Roma era reso insicuro dall'infuriare della guerra che contrapponeva Alessandro Sforza e Federico da Montefeltro a Jacopo Piccinino e Jacopo Savelli.
Alle spalle del despota si erge statuaria la figura della moglie Caterina con il piccolo Manuele (1). In realtà, nel dipinto, la figura che sembra ricevere materialmente la reliquia sembra piuttosto quella di Bessarione, che indossa il saio nero dei monaci basiliani a cui il cardinale orientale non volle mai rinunciare.

Trasporto della reliquia da Narni a Roma

Nell'aprile del 1462, scortata dai cardinali Alessandro Oliva, Bessarione (che anche qui appare vestito di nero) e Francesco Todeschini Piccolomini, il futuro papa Pio III (1503-1503) - che figurano nel dipinto immediatamente alle spalle del cavallo bianco che trasporta la testa dell'apostolo - la reliquia lasciò la rocca di Narni (che torreggia sullo sfondo) per essere trasferita a Roma.
 
Il papa riceve la reliquia a Ponte Milvio

La reliquia giunse a Roma l’11 aprile 1462, Domenica delle Palme, presso Ponte Milvio e venne riposta all’interno della torre del ponte, dove rimase fino al giorno seguente quando sull'altra sponda del Tevere arrivò il papa in pompa magna.
Qui... il pontefice aveva dato ordine che s’innalzasse una tribuna di legno così spaziosa e solida da contenere tutto il clero presente e tanto alta che tutti coloro che si trovavano nei prati potessero
vedere la cerimonia che vi si svolgeva...(E.S.Piccolomini, I Commentari).
Nel dipinto il pontefice riceve sul palco sopra descritto la reliquia dalle mani del cardinale Oliva mentre Bessarione (sempre vestito di nero) ed il cardinal nipote si dispongono alle sue spalle (2).

La reliquia viene portata in processione fino alla basilica di San Pietro
Quindi il pontefice (…) portando nelle sue mani il venerabile pegno entrò nell’Urbe, mentre i cardinali, i vescovi e tutti gli altri prelati tenendo davanti a sé le palme lo seguivano conservando
sempre lo stesso ordine (E.S.Piccolomini, op.cit.).

In San Pietro il pontefice fece successivamente costruire una cappella dedicata a Sant’Andrea (3), in cui la testa dell’apostolo si conservò racchiusa in una nuova teca commissionata appositamente, nel 1463, a Simone di Giovanni Ghini, in sostituzione dell’originale reliquiario bizantino che Pio II volle inviare a Pienza (4) con un frammento della mandibola del Santo.

Simone di Giovanni Ghini, Reliquiario di Sant'Andrea, 1463
Museo Diocesano di Palazzo Borgia, Pienza
 
Nel 1964, papa Paolo VI accolse la richiesta del Metropolita di Patrasso e, onorando così la promessa di Pio II, restituì la testa di Sant’Andrea nell’antica teca da cinque secoli custodita a Pienza. La parte di mandibola ivi presente fu trasferita nel reliquiario di Simone di Giovanni Ghini, donato da Paolo VI alla città di Pio come nuovo busto reliquiario del Santo patrono pientino ed è attualmente conservato nel Museo Diocesano di Palazzo Borgia a Pienza.

Note:
(1) In realtà Tommaso Paleologo affrontò da solo la traversata dell'Adriatico, quell'anno particolarmente pericolosa a causa delle tempeste che v'infuriavano, preferendo lasciare i suoi familiari a Corfù.
(2) A memoria dell'evento, nel punto dove era stato eretto il palco, Pio II fece successivamente costruire un tempietto con al centro la statua dell'apostolo (cfr. scheda).
(3) Questa cappella - in cui venne collocato anche il monumento funebre di Pio II dove, in un bassorilievo attribuito a Paolo Romano, il papa era raffigurato proprio nell'atto di depositare la testa di sant'Andrea nella basilica - si trovava poco dopo l'ingresso nella navata sinistra. Fu smantellata nel 1614 sotto il pontificato di Paolo V Borghese che fece trasferire il monumento funebre di Pio II nella chiesa di Sant'Andrea della Valle dove attualmente si trova.
Successivamente, sotto papa Urbano VIII (1623-1644) la reliquia venne trasferita nella cappella dedicata a Sant'Andrea ricavata all'interno di uno dei quattro pilastri che sorreggono la cupola (le altre tre cappelle ricavate negli altri pilastri sono dedicate a Sant'Elena, San Longino e alla Veronica).
(4) Pio II aveva fatto ricostruire quasi completamente il piccolo borgo dove era nato dal Rossellino - un allievo di Leon Battista Alberti - e lo aveva rinominato Pienza.

Bibliografia:
S. Ronchey, Andrea, il rifondatore di Bisanzio. Implicazioni ideologiche del ricevimento a Roma della testa del patrono della chiesa ortodossa nella settimana santa del 1462, in M. Koumanoudi e C. Maltezou (a cura di), Dopo le due cadute di Costantinopoli (1204, 1453). Eredi ideologici di Bisanzio. Atti del Convegno Internazionale di Studi (Venezia, 4-5 dicembre 2006), Venezia, Edizioni dell’Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini, 2008, pp. 259-272.




domenica 10 giugno 2018

Barda Sclero

Barda Sclero

Figlio di Panterio (Foteino) Sclero e Gregoria Mamikonian, fu il più insigne esponente di questa famiglia tra le più ricche e potenti dell'aristocrazia militare bizantina tra il IX e l'XI secolo.
Nato probabilmente intorno al 920, intraprese la carriera militare e, nel 956, figura come patrizio e stratego del piccolo thema di Kaloudia (1). I matrimoni del fratello Costantino con Sofia Focaina, nipote dell'imperatore Niceforo II Foca (963-969), e quello della sorella Maria Sclereina con il suo successore Giovanni I Zimisce (969-976) incrementarono l'influenza politica della famiglia e favorirono l'ascesa di Barda ai vertici della gerarchia militare (2).

La battaglia di Arcadiopolis (970): salito al trono a seguito dell'assassinio di Niceforo II Foca, il nuovo imperatore Giovanni I Zimisce, dovette fronteggiare la minaccia rappresentata dai Rus del principe Svjatoslav I di Kiev che, chiamati da Niceforo II Foca per contrastare le mire espansionistiche dei bulgari, li avevano conquistati in pochi mesi (969) e minacciavano a loro volta di marciare su Costantinopoli.
Impegnato a consolidare la propria posizione sul fronte interno, Giovanni Zimisce preferì delegare la condotta della guerra al cognato Barda Sclero a cui affiancò lo statopedarca Petros (3). I due generali si recarono in Tracia dove rapidamente misero insieme un esercito di 10-12.000 uomini. Avutane notizia, Svjatoslav gli inviò contro una forza di circa 30.000 uomini, composta da reparti Rus fiancheggiati da contingenti bulgari, peceneghi e magiari.
Barda Sclero e Petros si trincerano ad Arcadiopolis (l'attuale Lüleburgaz in Turchia, 80 km. ad ovest di Costantinopoli) dove li raggiunge l'armata Rus.

Resti delle mura bizantine di Arcadiopolis nel quartiere di Dere Mahallesi a Lüleburgaz

Nonostante le provocazioni, per diversi giorni Sclero rifiuta di dare battaglia in campo aperto mentre il nemico, accampatosi nelle vicinanze della città, mette a ferro e fuoco la campagna circostante e trascura la difesa del campo.
A questo punto Sclero divide le sue forze in tre raggruppamenti, due dei quali dispone ai lati della strada che conduce al campo nemico, mentre al comando di una forza di 2-3.000 uomini carica il contingente pecenego. Ingaggiata la battaglia comincia ad arretrare ordinatamente combattendo mentre i peceneghi, lanciati al suo inseguimento, si staccano dal grosso dell'esercito e vanno ad infilarsi nella trappola preparata dal generale bizantino (4). Circondati e tagliati fuori da ogni possibilità di soccorso, i peceneghi sbandano e ripiegano disordinatamente travolgendo il contingente bulgaro che li seguiva da presso e con ciò provocando la rotta generale.
I bizantini ebbero pochissime perdite (tra i 25 e i 50 uomini) mentre il nemico lasciò sul campo diverse migliaia di morti.

Barda Sclero fu però costretto ad interrompere la vittoriosa campagna per l'insorgere sul fronte interno della ribellione di Barda Foca. Profittando dell'impegno dell'esercito imperiale nei Balcani, Barda Foca aveva infatti lasciato il confino di Amaseia e, raggiunta Cesarea, storica roccaforte di famiglia, si era fatto proclamare imperatore dalle truppe colà stanziate (autunno 970).
Su ordine dell'imperatore, Barda Sclero mosse quindi con il grosso dell'esercito verso la Cappadocia che raggiunse sul finire dell'autunno. Conscio della sproporzione di forze, Barda Foca si arrese entro la fine dell'anno e fu esiliato a Chios.
Nella primavera del 971, Barda Sclero era già tornato nei Balcani e partecipò al seguito dell'imperatore alla presa di Preslav (14 aprile) e all'assedio di Dorostolon (l'attuale Silistra in Bulgaria), dove comandava le truppe schierate contro la porta occidentale, la cui caduta pose termine all'occupazione Rus della Bulgaria (5).

La caduta di Preslav
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Prima rivolta di Barda Sclero (976-979): alla morte di Giovanni I Zimisce (10 gennaio 976), ormai maggiorenne salì al trono il legittimo erede, il figlio primogenito di Romano II (959-963) Basilio II che sarà detto il bulgaroctono (6). Il potere reale rimase però nelle mani del potente paraikomomenos, l'eunuco Basilio Lecapeno, figlio illegittimo di Romano I Lecapeno (920-944). Questi, al fine di allontanare dalla capitale un pericoloso potenziale pretendente al trono, nominò Barda Sclero duca di Mesopotamia.
Barda lasciò quindi Costantinopoli e si recò nella regione assegnatagli. Stabilì il suo quartier generale nella roccaforte di Harput, ad est di Melitene, dove raccolse i proventi delle tasse che era autorizzato a riscuotere e, copertosi le spalle accordandosi con i governanti musulmani dei territori confinanti, in primavera si fece proclamare imperatore dalle sue truppe e diede inizio alla ribellione preparandosi a marciare sulla capitale.

Barda Sclero si fa proclamare imperatore
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Il paraikomomenos reagì ordinando allo statopedarca delle truppe orientali, il generale eunuco Petros, al duca di Antiochia, Michele Bourtzes, e allo strategos del thema del Tarso, Eustazio Maleinos, di convergere con le rispettive truppe su Cesarea di Cappadocia per intercettare l'esercito dei ribelli.
Un esercito ribelle, guidato dallo stratego del thema di Armenia passato dalla parte di Barda Sclero, Sackakios Brachamios, affrontò e sconfisse i lealisti nei pressi di Lapara (l'attuale Kizlar kalesi, nella Cappadocia orientale).
Questo successo provocò molte defezioni nel campo lealista, le più importanti delle quali furono quella di Michele Bourtzas e dei marinai del thema di Kibyrrhaioton che si ribellarono al proprio comandante e misero la flotta a disposizione dei ribelli nel porto di Attalia.
Alla fine del 976, Barda Sclero controllava interamente la parte meridionale dell'Asia Minore bizantina.
Preoccupato dall'avanzare dei ribelli, Basilio Lecapeno inviò in Asia Minore il protovestiario Leone ed il patrizio Giovanni con l'incarico di reclutare alla causa lealista offrendo doni e titoli a nome del legittimo imperatore.
I due messi imperiali raggiunsero il generale Petros a Kotyaion e il protovestiario lo convinse a portare l'esercito nel retroterra del nemico per guadagnare alla causa lealista coloro che avevano aderito alla ribellione sotto la minaccia delle armi. L'usurpatore gli mandò contro un esercito guidato da Michele Bourtzes e Romano Taronites che fu però sconfitto in una battaglia campale nell'area di Oxylithos (estate del 977). Nell'autunno dello stesso anno, Barda Sclero affrontò nuovamente l'esercito imperiale nei pressi di Regeai ottenendo una schiacciante vittoria. Petros e Giovanni caddero sul campo di battaglia mentre il protovestiario Leone fu preso prigioniero.
Sbaragliato l'esercito imperiale l'usurpatore riprese la marcia sulla capitale.
Basilio Lecapeno reagì inviando il patrizio Michele Erotikos a presidiare Nicea che, nonostante una eroica difesa, cadde agli inizi del 978. Miglior fortuna ebbe la flotta imperiale che, posta agli ordini di Teodoro Karantenos, sconfisse quella ribelle al largo di Focea, impedendo a Sclero di stringere la tenaglia su Costantinopoli da terra e da mare.
Il paraikomomenos pensò quindi di sfruttare la rivalità esistente tra le famiglie dei Foca e degli Sclero, richiamando il generale Barda Foca dall'esilio di Chios, dove era stato confinato a seguito del fallito tentativo di usurpazione contro Giovanni Zimisce del 969 – stroncato proprio da Barda Sclero – e assegnandogli il comando supremo dell'esercito d'Oriente (domestikos delle Scholai orientali).
Barda Foca si recò a Cesarea dove chiamò a raccolta tutte le forze lealiste – Michele Bourtzas ed Eustazio Maleinos abbandonarono Sclero e si unirono a Foca – che ingrossò reclutando nuovi soldati costringendo i ribelli a ripiegare.
Secondo la storiografia più moderna Barda Sclero sconfisse due volte i lealisti in campo aperto: la prima volta nei pressi di Pancalea a nordest di Amorium (19 giugno 978) e la seconda, nell'autunno dello stesso anno, nei pressi di Basilika Therma (l'attuale Sarikaya) nel thema di Charsianon.
Barda Foca riuscì ad avere ragione dell'avversario solo al terzo scontro, il 24 marzo 979, in una località imprecisata che alcuni autori ritengono di aver identificato con Aquae Saravenae (nei pressi dell'odierno abitato di Yalvac a nordovest di Cesarea). Nonostante il fatto che i lealisti fossero stati rinforzati da 12.000 cavalieri georgiani inviati dal re Davide III, amico personale di Barda Foca, al comando del generale monaco Giovanni Tornikios, per risolvere lo scontro a suo vantaggio Barda Foca dovette sfidare a singolar duello Barda Sclero che, nonostante fosse molto meno prestante del suo antagonista, accettò e fu battuto. Benchè ferito al volto, Barda Sclero riuscì a fuggire e a riparare insieme a 300 fedelissimi presso il califfo di Baghdad mentre il resto delle sue forze si disperdeva.

Alla fine del 985 o agli inizi del 986, con un colpo a sorpresa, Basilio II si svincolò dall'ingombrante tutela del prozio Basilio Lecapeno rimuovendolo dalla carica di parakoikomenos che aveva occupato quasi ininterrottamente per circa quarant'anni. Contemporaneamente, nel quadro di una serie di provvedimenti volti a ridurre l'influenza dell'aristocrazia militare sulla politica imperiale e a stabilire il suo controllo sull'esercito, sollevò dalla carica di comandante dell'esercito d'Oriente Barda Foca, declassandolo a duca di Antiochia.
Alla testa di un esercito forte di circa 30.000 uomini marciò quindi contro i bulgari in rivolta che, guidati da Samuele (7), avevano saccheggiato la Tessaglia e conquistato Larissa. L'imperatore cinse d'assedio Serdica (l'attuale Sofia in Bulgaria) ma dopo 20 giorni dovette desistere – principalmente a causa della mancanza di rifornimenti giacchè i bulgari avevano incendiato la campagna circostante - e ripiegare verso la Tracia.
Al passo detto delle Porte di Traiano (l'attuale Trayanovi vrata in Bulgaria) (8), mentre la ritirata procedeva in maniera non troppo ordinata, i bulgari attaccarono trasformando la ritirata bizantina in rotta. Soltanto le unità d'elite armene riuscirono a rompere l'accerchiamento combattendo e a portare in salvo l'imperatore mentre il resto dell'esercito veniva massacrato.

Rovine della fortezza fatta costruire da Traiano (98-117)
Trayanovi vrata, Bulgaria

Il duro colpo assestato da questa sconfitta al prestigio dell'imperatore e lo scontento dell'aristocrazia militare per la sua politica volta a ridurne l'influenza, convinsero Barda Sclero che i tempi erano maturi per un nuovo assalto al trono.

Seconda rivolta di Barda Sclero (987-989): accordatosi con il califfo di Baghdad Saraf ad-Daulam che gli garantì il suo appoggio, nel febbraio del 987, con al fianco il fratello Costantino ed il figlio Romano, entrò in territorio bizantino e s'impadronì di Melitene dove si autoproclamò imperatore.
Basilio II rispose richiamando al comando dell'esercito orientale Barda Foca (aprile-maggio 987) pensando di sfruttare la rivalità tra le due famiglie come nel pronunciamento di dieci anni prima.
Barda Foca si recò nel thema di Charsianon, dove si trovavano i possedimenti di famiglia, e raccolse rapidamente attorno a sé un buon numero di truppe ma, anziché affrontare Barda Sclero, durante l'estate intavolò delle trattative segrete con i ribelli per spartirsi l'impero e il 15 agosto si autoproclamò a sua volta imperatore.
Accettata la proposta di spartizione proposta da Barda Foca, ai primi di settembre Barda Sclero raggiunse la Cappadocia per unire le sue forze a quelle di Foca e marciare su Costantinopoli. Con una mossa a sorpresa Foca lo fece imprigionare e rinchiudere nella fortezza di Tyropoios.
Rimasto solo al comando della rivolta, Barda Foca divise le sue forze per poter attaccare la capitale da terra e da mare: il primo contingente si diresse su Crisopoli, il secondo su Abido, dove contava di attraversare lo stretto dei Dardanelli.
In osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino del 971 il principe Vladimir I di Kiev inviò a sostegno dell''imperatore un contingente di 6.000 guerrieri variaghi che costituiranno il primo nucleo della leggendaria Guardia variaga (9). Lo scontro decisivo ebbe luogo ad Abido il 13 aprile 989 e i Variaghi, guidati personalmente dall'imperatore, sbaragliarono l'esercito nemico e lo stesso Barda Foca trovò la morte in circostanze non del tutto chiare.
La vedova di Foca decise quindi di liberare Barda Sclero che cercò di raccogliere attorno a sé quanto rimaneva delle forze di Foca, parte delle quali erano riuscite a ripiegare su Tyropoios al comando del figlio di Barda Foca, Niceforo.
La morte del califfo di Baghdad Saraf ad Daulam (settembre 989) – che scatenò nel califfato una guerra civile per la successione – lo privò però del suo principale alleato. Ormai avanti negli anni e afflitto da malanni, finì per accettare la proposta di riconciliazione avanzata da Basilio II che, in cambio della sua sottomissione, gli offrì il titolo di kuropalates (ottobre 989). Trascorse quindi quanto gli restava da vivere come stimato consigliere dell'imperatore. Si spense a Didimoteicho il 6 marzo del 991.


Note:

(1) un piccolo thema di frontiera che si estendeva sulla riva occidentale dell'Eufrate a sud di Melitene.

(2) Non è invece noto il nome della moglie di Barda da cui si sa che ebbe un solo figlio di nome Romano.

(3) L'eunuco Petros fu il primo a ricoprire questa carica, nominato da Niceforo II Foca nel 967 e confermato da Giovanni I Zimisce fino a quando non cadde combattendo proprio nella campagna contro Barda Sclero (977). La carica, sostanzialmente equivalente a quella di domestikos delle Scholai, sembra essere stata creata ad hoc, giacchè in quanto eunuco non poteva ricoprire quella di domestikos.

(4) Secondo la cronaca di Giovanni Scilitze, Barda Skleros affidò invece il compito di attirare i Peceneghi nella trappola ad un piccolo distaccamento di cavalleria al comando di Giovanni Alakaseus, uno dei suoi più fidati luogotenenti.

(5) La città, importante porto fluviale fondato dai Romani nel 29 a.C. sulla riva meridionale del Danubio, cadde per fame il 21 luglio del 971, dopo 65 giorni di assedio durante i quali i bizantini respinsero tutti i tentativi dei Rus di rompere l'assedio.

(6) Il fratello minore di Basilio II fu incoronato coimperatore con il nome di Costantino VIII ma, a differenza del fratello, si disinteressò quasi completamente della cosa pubblica almeno fino alla morte di questi (1025).

(7) Samuele, che sarà proclamato zar del nuovo impero bulgaro nel 997, era l'ultimo superstite dei cosiddetti quattro cometopuli (letteralmente, figli del conte, giacchè erano figli del conte di Serdica ) che, dopo la caduta di Preslav e la conseguente detronizzazione dello zar Boris II ad opera dei bizantini, avevano guidato la rivolta antibizantina nelle provincie bulgare occidentali dopo la morte del padre.

(8) Il passo portava questo nome perchè qui Traiano aveva fatto costruire una fortezza che doveva segnare simbolicamente il confine tra la Tracia e la Macedonia.

(9) Per la Guardia Variaga vedi scheda Mosaico d'ombre.

sabato 12 maggio 2018

Atik Mustafa Pasha camii, Costantinopoli

Atik Mustafa Pasha camii
Si trova in Çember Sokak, nel quartiere di Balat, ai piedi del VI colle, a poche centinaia di metri dalle mura terrestri e prossima alle mura marittime che costeggiano il Corno d'oro.


L'edificio, convertito in moschea in una data anteriore al 1512 dal Kapicibaşi (letteralmente =guardiano della Porta, era il maestro di cerimonie del Palazzo ottomano) Koca Mustapha Pasha (1), è stato profondamente rimaneggiato in epoca ottomana: la cupola bizantina – crollata durante il terremoto del 1509 - è stata sostituita con quella ottomana a scodella, priva di finestre, il nartece è stato sostituito da un portico ligneo e dal minareto e la fenestratura è stata completamente rivista mentre decorazione interna e arredi sono stati rimossi.

Facciata orientale
 
La facciata orientale presenta tre absidi aggettanti a tre facce, dove è evidente l'alterazione della fenestratura, in particolare quella che si apriva nell'abside centrale venne murata per allocarvi all'interno il mihrab.
Le evidenze archeologiche superstiti dell'impianto della chiesa originaria sembrano suggerire una pianta a croce greca inscritta, con cupola centrale eretta su pilastri ad L, ed una datazione al IX secolo.

 
Nel diaconikon è stata collocata dai turchi la tomba di Hazreti Cabir (Jabir) Ibn Abdallah-ül-Ensarı (2), un compagno di Eyüp che si ritiene caduto nei pressi durante il primo assedio arabo di Costantinopoli (674-678).
 
Interno
Sulla destra s'intravede il diakonikon trasformato in tomba di Hazreti Cabir (Jabir) Ibn Abdallah-ül-Ensarı.

All'esterno della parete meridionale, in tre nicchie che appaiono realizzate in un'epoca successiva a quella di fondazione della chiesa, nel 1957 furono scoperti altrettanti affreschi. Probabilmente in un'epoca non meglio precisata, in questo punto venne addossato al corpo principale un paraekklesion – di cui oggi non rimane più nulla - destinato ad accogliere delle sepolture nello spessore della parete esterna (3).

Lato sudest, in rosso sono indicate le lunette dove si trovano gli affreschi.
 
Nella lunetta centrale è raffigurato l'Arcangelo Michele, San Damiano in quella alla sua destra e San Cosma in quella alla sua sinistra. I due santi anargiri sono raffigurati con in mano strumenti che alludono alla loro professione di medici.

L'Arcangelo Michele
 
San Cosma
 
San Damiano
 
La presenza dell'Arcangelo Michele psicopompo, accompagnato dall'epiteto di φηλαξ [sic] (φυλαξ=custode), sembra confermare la destinazione del paraekklesion ad uso sepolcrale.
Soprattutto in base alla forma delle lettere delle didascalie, è possibile datare questi affreschi alla prima metà del XV secolo. Si tratta quindi di una delle testimonianze più recenti dell'arte bizantina tra quelle rinvenute a Costantinopoli (4).

Lato sud ovest, con il minareto ed il portico ligneo aggiunti in epoca ottomana

Per questa chiesa sono state avanzate tre possibili identificazioni:

1) chiesa dei santi Pietro e Marco. Fu avanzata per la prima volta dal patriarca Costanzio I (1830-1834). Secondo il Sinassario costantinopolitano questa chiesa fu fondata nel quartiere della Blacherne da due patrizi, Candido e Galbio, nel 458, al ritorno da un viaggio in Terrasanta per custodirvi la tunica della Vergine che avevano ritrovato. Non c'è però alcuna evidenza archeologica che possa far risalire l'edificio in questione al V secolo.

2) chiesa di Santa Tecla. Teofane Continuato narra che Tecla, la figlia maggiore dell'imperatore Teofilo (829-842), fece costruire una nuova camera da letto nel Palazzo delle Blacherne che dotò di un oratorio dedicato alla santa sua omonima. Questa identificazione, mentre concorda con la presunta datazione dell'edificio, contrasta invece con il dato topografico: è infatti impossibile estendere i limiti del palazzo fino a questo punto senza escludere l'accesso del pubblico alla invece popolarissima chiesa della Theotokos delle Blachernae. L'edificio inoltre appare decisamente fuori scala per poter corrispondere alla cappella privata a cui accenna Teofane Continuato.
 
Quartiere delle Blachernae.
1.Atik Mustafa Pasha camii; 2.La moderna chiesa della Theotokos delle Blachernae eretta nel 1867 dalla comunità greco-ortodossa nel punto in cui sorgeva quella omonima andata distrutta nell'incendio del 1434; 3.Toklu Dede Mescidi, un edificio di epoca comnena a lungo identificato con la chiesa di Santa Tecla e demolito quasi completamente nel 1929. 
3) chiesa dei santi Cosma e Damiano. E' stata proposta da Aran sulla scorta del ritrovamento degli affreschi sopra citati. In base ai resoconti di viaggio di alcuni pellegrini russi, sappiamo che questo monastero doveva trovarsi tra il Palazzo delle Blachernae e la chiesa di santa Teodosia. Nel typicon del monastero è però scritto che, fondato da un logoteta del dromo il cui nome non viene menzionato, fu saccheggiato e devastato durante l'occupazione latina e rimase in rovina fin quando l'imperatrice Teodora, moglie di Michele VIII (1259-1282), non ne rilevò il patronage facendolo ricostruire. Manca però qualsiasi evidenza archeologica di un intervento che possa essere riferito al periodo paleologo.


Note:

(1) Koca Mustapha Pasha fu nominato Gran Visir nel 1511 da Beyazit II che lo fece però giustiziare l'anno successivo.
(2) La moschea è nota anche con il nome di Hazreti Cabir cami.
(3) La pratica di seppellire i morti in arcosoli ricavati nello spessore delle pareti esterne delle chiese sembra diffondersi tra il XIII ed il XIV secolo.
(4) A causa della particolare importanza religiosa della moschea, dovuta alla presenza della tomba di Hazreti Cabir (Jabir) Ibn Abdallah-ül-Ensarı, questi affreschi sono stati nuovamente coperti e non sono attualmente visibili.

sabato 28 aprile 2018

Il Triopio di Erode Attico: il cenotafio di Annia Regilla

Il Triopio di Erode Attico: il cenotafio di Annia Regilla

Lato sud

L'edificio si presenta come un sepolcro a tempietto a due piani, in laterizio, coperto da un tetto a doppio spiovente che si regge su una volta a crociera impostata su pilastri angolari; al piano superiore, illuminato dalle finestre rettangolari, avevano luogo i riti funebri, mentre nel piano inferiore, privo di finestre, era allestita la cella sepolcrale. Di particolare effetto è l'uso di due tipi di laterizio: mattoni gialli per le pareti e tegole rosse nelle modanature.

Lato est
 
La parete orientale è la più decorata, forse perché si affacciava su una strada - la via Asinaria - che, partendo dalla via Appia raggiungeva probabilmente la Porta Asinaria (1) dopo aver incrociato la via Latina. E' ornata da due semicolonne ottagonali incassate nel muro, che partiscono la parete in tre riquadri; al centro una finestra rettangolare ha una bella cornice sorretta da mensole che formano una specie di baldacchino, mentre ai lati si vedono due vani rettangolari ornati con ricche cornici, che contenevano delle iscrizioni in marmo; in basso corre una fascia decorata a meandri.

Lato nord
 
L'ingresso è sul lato verso il fiume Almone, dove una gradinata conduce al piano superiore, formando davanti alla porta un podio largo tre metri: qui secondo alcuni autori si alzava un piccolo pronao a quattro colonne, di cui però mancano evidenze archeologiche.
Sopra la porta principale, una nicchia semicircolare è sormontata da un timpano ad angolo molto acuto, ed è fiancheggiata da due finestre la cui cornice superiore è sorretta da mensole.

Intorno al IX secolo l'edificio fu trasformato in oratorio cristiano. Il discreto stato di conservazione del manufatto è dovuto in buona parte al suo riutilizzo in epoca successiva come fienile (documentato da un disegno di Carlo Labruzzi della fine del XVIII sec.) – cosa che gli assicurò una certa manutenzione - ma non si può escludere che per un periodo sia stato anche utilizzato come fortificazione.

Carlo Labruzzi, 1789

Fino al XIX secolo infatti - come appare ancora nel disegno realizzato dall'architetto inglese George Wightwick nel 1825 - immediatamente a ridosso del cenotafio, si alzava una torre di avvistamento, le cui fondamenta sono oggi incorporate nel vicino casale, che faceva parte del sistema difensivo della valle (2).
 
da George Withwick, Select Views of Roman Antiquities, 1828 

L'identificazione con il tempio del dio Redicolo - avanzata per la prima volta dal Nibby sulla base di un passo di Plinio che lo colloca nei pressi della via Appia all'altezza del secondo miglio (non è chiaro però se a destra o a sinistra dell'antica via) – con cui il monumento è anche conosciuto, va invece senz'altro rigettata in quanto non ci sono dubbi che si tratti di un sepolcro, anche se quasi sicuramente non accolse mai le spoglie di Annia Regilla – la moglie di Erode Attico - che venne sepolta in Grecia, dove si trovava quando morì in circostanze non del tutto chiare.
 
Note:
 
(1) Le arcate dell'acquedotto ottocentesco che si nota nelle vicinanze insistono probabilmente sul tracciato dell'antica via Asinaria.

 

 
precedente
 


venerdì 27 aprile 2018

La chiesa di Agios Evlos (Junus bey turbe), Ainos

La chiesa di Agios Evlos (Junus bey turbe), Ainos

Lato nord

Si trova subito a sud dell'abitato di Ainos (l'attuale Enez, nella Tracia turca), all'interno di un cimitero ottomano.
Yunus bey – un rinnegato cristiano forse di origini catalane - fu comandante in capo della flotta ottomana dal 1456 al 1459. In quanto tale nel 1456 appoggiò con la flotta l'attacco sferrato via terra da Maometto II contro la città di Ainos, occupando le isole di Samotracia e Imbro che appartenevano alla stessa baronia all'epoca governata da Dorino Gattilusio (1). Rimosso dalla carica, e probabilmente fatto giustiziare dal sultano, nel 1459, fu sepolto in questa chiesa che fu trasformata nel suo mausoleo (turbe).
 
La chiesa bizantina, databile alla fine del XIV secolo o agli inizi del XV, era precedentemente molto probabilmente dedicata a Sant' Evlos, di cui è attestata l'esistenza di un centro di culto ad Ainos in una agiografia del XIV secolo.
L'edificio presenta una pianta a croce libera (con i bracci N e S che appaiono leggermente accorciati rispetto a quelli E e O) con il naos coperto da una cupola impostata su un alto tamburo cilindrico traforato da quattro strette finestre in corrispondenza degli assi cardinali. L'abside aggettante all'esterno è di forma semicircolare.

Lato est
 
Quando la chiesa fu trasformata in mausoleo dell'ammiraglio, l'ingresso sul lato occidentale venne murato e ne venne aperto uno nuovo su quello settentrionale. Il sarcofago di Junus bey venne invece collocato nel braccio meridionale.
 
Abside
 
Note:
 
(1) Vedi scheda La baronia di Ainos.
 


mercoledì 25 aprile 2018

La Fatih Camii di Ainos (Enez)

La Fatih Cami di Ainos (Enez)

Lati ovest e sud. Sullo sfondo s'intravedono le mura della cittadella

Si trova all'interno della cittadella (ormai abbandonata) di Ainos (l'attuale Enez in Turchia) e la sua dedicazione non è nota (1). Hasluck (1908) la dice dedicata a San Costantino (ma non riporta la fonte), mentre Vacotoupolos (1981) riporta una dedica alla Divina Sapienza (Hagia Sophia) con cui è anche attualmente nota.

 
Nella lunetta al di sopra dell'ingresso principale rimangono i resti di un affresco che raffigura al centro la Theotokos, in piedi su un suppedaneo, che indossa una veste blu e sopra questa una sopravveste purpurea, alla sua sinistra si dispone la figura di un vescovo – identificato dall'omophorion – che tiene un libro nella sinistra mentre con la destra accenna alla Vergine. Per i suoi caratteri stilistici può essere datato agli inizi dell'età paleologa.
La presenza della raffigurazione della Vergine in un punto così importante della costruzione sembra suggerire una dedica alla Teotokos.
Dopo la conquista ottomana (1456) fu trasformata in moschea e dedicata a Maometto II (Fatih=Conquistatore) e come tale funzionò fino al 1965 quando, gravemente danneggiata dal terremoto, fu abbandonata. E' stata oggetto di un recente restauro.


Osterhaut propone una datazione dell'edificio al XII secolo.
Presenta una pianta piuttosto inusuale che può essere descritta nei termini di una pianta basilicale coperta da una cupola centrale. Il naos è a pianta cruciforme ed è preceduto da nartece ed esonartece. La cupola che lo ricopre era impostata su quattro pilastri a forma di L, ciascuno dei quali al livello più basso accoglie due colonne.

I bracci sud (in cui è stato ricavato il mihrab) e quello nord della croce. L'arco acuto che sostiene la cupola sul lato meridionale è frutto di un rimaneggiamento ottomano.
 
Il santuario è tripartito e presenta absidi semicircolari all'interno e poligonali all'esterno (ennagonale quello centrale e pentagonali le due laterali).

L'abside centrale con il troncone del minareto aggiunto in epoca ottomana
 
La facciata occidentale dell'esonartece appare porticata e slegata dal corpo principale - a cui è comunque coeva - ed era probabilmente coperta in origine da un tetto di legno. Da notare il ritmico alternarsi di colonne e pilastri nel prospetto della facciata esterna.

La muratura alterna fasce realizzate con la tecnica “a mattone arretrato”, tipica dell'XI-XII secolo, a fasce in pietra squadrata. In diversi punti compaiono motivi decorativi a mattoni, particolarmente elaborato quello che si osserva nella conca absidale della prothesis.

La prohesis con la decorazione a mattoni della conca absidale
 
Gli archi del portico appaiono notevolmente allungati verso l'alto come quelli delle finestre che si aprivano sul lato settentrionale (oggi crollato), queste ultime avevano una forma ed una disposizione particolare: in numero di tre con una più alta al centro fiancheggiata da due più basse.

Il lato settentrionale fotografato nel 1960 c.ca
 
Una analoga disposizione delle finestre si riscontra soltanto nella costantinopolitana Kalendarhane camii (il rimaneggiamento che le ha conferito gran parte del suo aspetto attuale risale al 1190-1195). Qui si nota solo nelle fotografie che raffigurano la parete settentrionale prima del crollo determinato dal terremoto del 1965 perchè la parete sud è stata fortemente alterata in epoca ottomana per ospitarvi il mihrab. D'altra parte, l'allungamento del braccio occidentale della croce e l'innesto della cupola su un impianto basilicale consente il raffronto con alcune chiese di transizione tra la pianta basilicale e quella a croce inscritta come la Hagia Eirene di Costantinopoli (532), in un rimando ad esempi architettonici del passato che non stona nel più generale revival dell'antico che caratterizza il periodo comneno.

Il lato meridionale. La muratura dell'esonartece appare chiaramente non legata a quella del corpo principale.
 
Gran parte degli elementi marmorei sono di reimpiego, in particolare i capitelli delle colonne del naos, sia quelli corinzi che quelli cubici, sembrano databili al VI secolo mentre i capitelli delle colonne del portico – ricavati da prototipi del VI secolo – sembrano realizzati in epoca più tarda (IX-X sec.).

capitello di una delle colonne del naos
 
Della decorazione pittorica originale – oltre al già citato affresco con la Teotokos – è rimasto anche un altro lacerto, nell'arco d'ingresso della prothesis, dove si distingue un santo stante e barbato che indossa una semplice tunica rossoarancio.

 
 
Note:
 

lunedì 23 aprile 2018

chiesa del Cristo Pantepoptes

chiesa del Cristo Pantepoptes (Eski Imaret Cami)


La chiesa del Cristo Pantepoptes (letteralmente =che tutto osserva) fu fatta edificare da Anna Dalassena (1), madre di Alessio I Comneno, poco dopo l'ascesa al trono di questi (1081), come katholikon dell'omonimo monastero dove si ritirò a vita monastica - probabilmente tra il 1096 e il 1097 - e dove morì e fu sepolta (1100-1102).
La chiesa sorge sul quarto colle di Costantinopoli da cui domina il Corno d'oro. Durante l'assedio crociato Alessio V Murzuflo pose qui il suo quartier generale per sorvegliare i movimenti della flotta veneziana.
Durante l'occupazione latina fu affidato ai benedettini di S.Giorgio Maggiore di Venezia che lo spogliarono di tutti gli arredi e le reliquie.
Dopo la conquista parte del monastero del Pantepoptes venne trasformata in mensa dei poveri e annessa al complesso della moschea Fatih. Imaret (letteralmente: cucina della minestra) era uno dei nomi utilizzati per indicare queste cucine pubbliche, Eski Imaret Cami significa quindi semplicemente moschea dell'antica cucina.

Lato meridionale
 
Esternamente presenta una muratura del tipo a mattone arretrato – i filari di mattoni sono disposti su piani sfalsati, mascherando i filari più arretrati con lisciature di malta – che venne introdotta per la prima volta in epoca comnena. In vari punti della muratura si osserva la presenza di motivi decorativi in mattoni più o meno complessi: una croce greca inscritta in una rondella, che ricorre più volte, fasce di decorazione a meandri o a spina di pesce.
 
 
L'abside centrale, aggettante e poligonale all'esterno, è traforato da tre alte finestre al di sopra della quali si aprono altrettante nicchie che hanno la funzione di alleggerire la costruzione.
Purtroppo una visione completa dell'edificio dall'esterno è impedita dall'addossamento di nuove costruzioni lungo il lato settentrionale e parte della facciata occidentale.

All'interno: presenta una pianta a croce greca inscritta con una cupola che originariamente poggiava su quattro colonne, sostituite durante il periodo turco da altrettanti pilastri ottogonali, abside (rimaneggiata in epoca ottomana) fiancheggiata dai pastoforia – che presentano una curiosa pianta trilobata - nartece ed esonartece. La cupola s'imposta su un tamburo dodecagonale ed è percorsa da nervature. Sul tamburo si aprono dodici finestre esternamente separate da colonnette.
 
 
Un recente restauro ha dimostrato che l'esonartece era originariamente un portico aperto (costruito poco dopo l'edificio originale), l'aspetto attuale - in cui è sormontato da una galleria che si apre con un tribelon verso il naos – è probabilmente frutto di un rifacimento di epoca paleologa (2). Appare diviso in tre campate, quella centrale sormontata da cupoletta, quelle laterali coperte da volte a crociera.

Lato ovest

Di particolare interesse è la galleria da cui si accede a due stanze che si trovano al di sopra delle campate occidentali del naos, ad un livello più alto della galleria stessa, mentre questa terminava a sud e a nord con delle aperture che forse comunicavano con scale esterne. E' probabile che questi accessi fossero riservati alla fondatrice.
Della decorazione interna originale, non rimane quasi nulla se non alcune modanature in marmo, cornici e telai di porte.

Il santuario in cui è stato ricavato il mihrab


Note:

(1) E' stato osservato che l'epiteto di pantepoptes, piuttosto inusuale riferito al Cristo, molto meglio si adatterebbe al ruolo di eminenza grigia svolto dalla Dalassena nel determinare le fortune politiche della famiglia dei Comneni.
 
(2) La chiesa poggia su una sottostruttura formata dal soffitto voltato a botte di una cisterna sottostante che manca in corrispondenza dell'esonartece a confermarne la costruzione in epoca più tarda.