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venerdì 8 maggio 2020

Cristoforo Garatone

Cristoforo Garatone, vescovo di Corone


Figura di spicco della diplomazia pontificia del XV secolo, Cristoforo Garatone nasce a Treviso, probabilmente prima del 1398, da Pietro, un militare al servizio della Serenissima, e da Riccardina. Frequenta la facoltà delle arti a Padova, dove si laurea nel 1420, due anni dopo supera l'esame per accedere al notariato ma non sembra che eserciti la professione.
Si trasferisce invece a Verona, alla scuola di Guarino Guarini, dove frequenta il corso di greco fino al luglio del 1423. In settembre è già a Costantinopoli, in qualità di cancelliere del bailo veneziano Pietro Contarini, carica che ricopre almeno fino al 1428. Non molto è noto delle relazioni che strinse in questo soggiorno costntinopolitano da cui comunque ricavò un perfezionato controllo del greco parlato e letterario e una conoscenza dell'ambiente che si sarebbero rivelate di grande utilità nelle missioni diplomatiche cui in seguito fu chiamato.
Tornato in patria, nel 1432 si fece chierico. Nello stesso anno o nel successivo fu chiamato a Roma da Eugenio IV, il veneziano Gabriele Condulmer, a ricoprire l'incarico di scrittore apostolico e segretario pontificio, probabilmente su suggerimento del gruppo di giovani trevigiani vicini al papa, come il nipote Daniele Scoti.
Grazie alla sua conoscenza della lingua e dell'ambiente, nel 1433 gli fu affidata la prima missione diplomatica a Costantinopoli, dove si trattanne da luglio a settembre intavolando con l'imperatore Giovanni VIII e con il patriarca Giuseppe II trattative per la definizione di una comune piattaforma che consentisse di celebrare un concilio ecumenico, cui partecipassero la Chiesa d'Oriente e quella di Roma, nella speranza di ricomporre l'unità dei cristiani. Seguendo le direttive del papa, si dimostrò arrendevole come non era mai stata la diplomazia pontificia, concordando con i Greci che il concilio si sarebbe tenuto a Costantinopoli: la Chiesa romana sarebbe stata rappresentata da un legato pontificio assistito da un gruppo di prelati e teologi.
Nel 1434, per concretizzare la trattativa, fu nuovamente inviato nella capitale bizantina da cui fece ritorno accompagnato da una delegazione imperiale formata dai fratelli Giorgio e Manuele Dysiphatos.
Nello stesso tempo però i padri conciliari riuniti a Basilea avevano intavolato trattative con altri emissari greci sulla base di una diversa ipotesi, che prevedeva la riunione del concilio in Occidente, con pregiudiziale quasi assoluta per la città svizzera, al fine di garantirsi la massima indipendenza dal pontefice. Eugenio IV inviò pertanto Garitone e i fratelli Dysiphatos a Basilea nel tentativo di dimostrare che l'accordo da lui negoziato era il più vantaggioso e aveva le maggiori probabilità di successo; ma la missione non portò ad alcun ammorbidimento dei conciliaristi.
A fine maggio del 1435 partì nuovamente per Costantinopoli e ancora vi fu inviato per la quarta volta l'anno seguente per rientrare a Bologna (dove si era trasferita la Curia) insieme a due emissari greci, Giovanni Dyshipatos e Manuele Tharcaniotes Bullotes, ai primi del 1437. In segno di riconoscenza per i suoi servigi, lo stesso anno il papa gli assegnò la sede vescovile di Corone.
Ai primi di settembre è di nuovo a Costantinopoli, in qualità di nunzio apostolico, per concludere le trattative preconciliari.
Giunto a Venezia al seguito dell'imperatore nel febbraio 1438, durante le sessioni conciliari di Ferrara e Firenze svolse un'opera preziosa d'interprete, di assistenza e di cura dei problemi logistici e amministrativi. Alla chiusura del Concilio (5-6 luglio 1439), fu incaricato di riaccompagnare i prelati greci e di risiedere a Costantinopoli come nunzio. Probabilmente sottovalutò l'estensione del movimento antiunionista e le sue ragioni profonde (il decreto d'unione non fu mai promulgato a Bisanzio) e verso la fine del 1441 fu richiamato in Curia dal papa, insoddisfatto del suo operato.

Nel marzo 1442, Eugenio IV decise una missione diplomatica in Ungheria per tentare l'organizzazione di una crociata, designando come legato il card. Giuliano Cesarini, e come nunzio Cristoforo Garatone. Di questa missione si sa solo che fu piuttosto breve e che si svolse prevalentemente in Ungheria (dove emergeva il prestigio militare del voivoda transilvano Giovanni Hunyadi), mentre il Cesarini si diresse in Polonia.
A metà febbraio del 1443 è nuovamente designato come nunzio in Ungheria ma a metà aprile lo troviamo già a Treviso. Sul finire dell'anno ricevette dal papa l'incarico di coadiuvare il cardinal nipote Francesco Condulmer nell'allestimento della flotta pontificia destinata a soccorrere l'impero bizantino e si recò quindi a Venezia dove questi si trovava. Verso la metà del 1444 fu inviato a Candia con l'incarico di riscuotere la decima per la flotta pontificia e rimase nell'isola per circa un anno. Ne l frattempo ci fu la disfatta a Varna (10 novembre1444) della crociata contro i Turchi che aveva contribuito a promuovere ed il mesto rientro a Venezia della flotta guidata dal cardinal nipote. Ma papa Eugenio IV non si rassegnò alle sconfitte e nel settembre del 1446, Garatone partì nuovamente per l'Ungheria – adesso sotto la reggenza di Giovanni Hunyadi – assieme all'oratore bizantino presso la Santa Sede, Nicola Gudeles.
Il 23 febbraio 1447 muore papa Eugenio IV ma il suo successore, papa Niccolò V, mantenne una inalterata fiducia nel diplomatico e nel maggio 1448 Garatone viene designato legato in Ungheria per la futura crociata. Trova la morte combattendo contro i turchi a fianco degli ungeheresi di Hunyadi nella disastrosa battaglia di Kosovo Polje (18 ottobre 1448).


lunedì 4 maggio 2020

L'abbazia di sant'Angelo in Formis

L'abbazia di sant'Angelo in Formis
(orari: feriali: ore 9.00-17.00; festivi: ore 9.00-12.30 e 15.00-18.00)

Interno

Le origini dell’edificio sono tuttora ignote, anche se la maggior parte degli studiosi tende ad attribuirne la fondazione ai Longobardi.
Compare per la prima volta, in un documento della prima metà del X secolo, con cui il vescovo di Capua, Pietro I, concede ai monaci dell’abbazia di Montecassino, la chiesa di San Michele Arcangelo, prima detta ad arcum Dianae nei documenti coevi, poi, in quelli successivi, ad Formas, e, infine, Informis, o in Formis.
Assai controversa è l’interpretazione etimologica: basandosi sul significato del vocabolo latino forma (acquedotto) si è ipotizzato che tale denominazione fosse legata alla presenza di falde o di condutture d’acqua nel territorio circostante; altri, invece, attenendosi al significato della parola informis, ossia privo di forma, e quindi spirituale, propendono per un’interpretazione “teologica”.
Nel 943 il vescovo di Capua, Sicone, più volte accusato di negligenza nell’esercizio dei suoi poteri, si impossessò della chiesa, sottraendola ai monaci di Montecassino. In quello stesso anno i monaci cassinesi fecero ricorso al pontefice Marino II, il quale ingiunse al vescovo la restituzione dell’edificio.
Nel 1065 la chiesa, divenuta nel frattempo nuovamente di proprietà vescovile, fu ceduta a Riccardo Drengot, principe normanno di Capua e conte di Aversa, affinché questi, desideroso di purificare la propria anima dai peccati di una vita violenta, vi costruisse un cenobio.
Nel 1072 Riccardo concesse all’abate di Montecassino, Desiderio (il futuro papa Vittore III), il cenobio con tutte le sue pertinenze. Fu probabilmente proprio in quella occasione che l’abate iniziò la ricostruzione del complesso monastico fin dalle fondamenta.

Il Tempio di Diana Tifatina: la chiesa insiste sulle rovine di un santuario pagano di età repubblicana (alcune iscrizioni latine testimoniano attività edilizia già nel 135 a.C.) dedicato al culto di Diana.
La pianta del tempio è perfettamente ricostruibile grazie alla conservazione del pavimento a mosaico nella cella, e a canestro nella peristasi. 



Il pronao era molto profondo e nel suo pavimento si conservano i resti dell’iscrizione dedicatoria che ricorda rifacimenti del pavimento, delle colonne e di altre parti dell’edificio eseguiti nel 74 a.C. La fronte era esastila e 6 colonne si trovavano probabilmente anche sui lati lunghi (quelle attualmente riutilizzate nelle navate della chiesa appartengono però a restauri di età imperiale o ad un altro edificio del santuario). 




La facciata è preceduta da un porticato a cinque arcate ogivali, quella centrale più alta realizzata con elementi marmorei di reimpiego. Le arcate sono sorrette da quattro fusti di colonna, due a destra in marmo cipollino e due a sinistra in granito grigio, con capitelli corinzi non pertinenti e diversi tra loro, e sorrette da altri elementi architettonici diversi riutilizzati in funzione di basi.


A destra della basilica sorge la massiccia torre campanaria a pianta quadrata e a due piani (il terzo è crollato) che fungeva anche da torre di avvistamento. Il primo piano è formato da enormi blocchi di marmo di spoglio. Su uno dei blocchi che compongono l'arco del fornice di accesso al campanile si nota una testa ricciuta che faceva parte dell'antica decorazione del blocco stesso. Il cornicione che separa il primo dal secondo piano è ornato da una serie di motivi fitomorfici classicheggianti che si alternano a motivi zoomorfici, a piccoli animali e ad elementi fantastici mentre due strette feritoie (sul lato ovest ed est) ne alleggeriscono la massa.
Il secondo piano è formato da una cortina muraria rivestita con mattoni rossi; su ogni lato una stretta bifora con archi a tutto sesto spartita da una colonnina di spoglio. Una cornice segna anche qui il termine del piano. Elementi decorativi fitomorfici sono però presenti solo sul lato nord-ovest.

Secondo alcuni studiosi il portico sarebbe stato ricostruito sul finire dell' XII secolo a seguito dei danni provocati dal crollo della torre campanaria. 
Il portico (o nartece) precede un portale di gusto tipicamente cassinese poiché riprende, da tale tipologia, sia l’idea di racchiudere l’architrave e gli stipiti in semplici cornici lineari, sia quella di decorare l’archivolto con la cosiddetta “cornice benedettina”. L’architrave reca incisa l’iscrizione che rievoca Desiderio come fondatore della basilica.  L'apparato decorativo del portico risalirebbe al suo rifacimento di fine XI secolo e comprende due lunette al di sopra del portale centrale, con S. Michele Arcangelo in basso e la Madonna Regina tra due angeli in alto (quello di destra rifatto in epoca successiva)

L'Arcangelo Michele

e quattro lunette nelle campate laterali, con le storie dei santi eremiti Paolo di Tebe e Antonio Abate.
Da sinistra a destra: 1. S. Antonio ed il satiro, S. Antonio giunge alla grotta di S. Paolo; 2. I due santi si scambiano il segno della pace; 3. I due santi dividono il pane portato da un corvo; 4. S. Antonio vede l'anima di Paolo portata in cielo da due angeli.

Sant' Antonio Abate vede l'anima di Paolo portata in cielo da due angeli.

All'interno l’edificio presenta una pianta basilicale a tre navate, con quella centrale larga il doppio delle laterali, e segue il modello architettonico benedettino-cassinese con l’abside centrale più larga e più alta delle laterali. A differenza della basilica cassinese, ricostruita da Desiderio tra il 1066 ed il 1071, si presenta però priva di transetto.


La navata centrale è separata da quelle laterali, per mezzo di due serie di sette colonne sostenenti otto archi a tutto sesto. Nel pavimento si scorgono ora i resti dell'antico tempio (in nero sulla pianta), ora i mosaici dell'antica chiesa distrutta di S. Benedetto in Capua, ora mattoni di epoca più recente.

Affreschi: furono probabilmente realizzati da alcune maestranze locali, che operarono ispirandosi a modelli bizantini. Va infatti osservato come l’uso di schemi bizantini, evidenziato dalla suddivisione dell’intero ciclo pittorico in pannelli mediante colonnine dipinte, e dalla disposizione delle figure all’interno dei singoli riquadri (si noti, ad esempio, la scena della Crocifissione), sia attenuato da un primo, seppur timido, tentativo di caratterizzazione delle figure, reso evidente dal rosso che colora le guance dei personaggi, e dalle rughe che, con tratti fortemente marcati, ne segnano i volti.

La Crocefissione

Il Cristo Pantocratore giganteggia nel catino absidale, circondato dai simboli dei quattro Evangelisti. Nella fascia inferiore sono, invece, rappresentati i tre Arcangeli (nell’ordine: Gabriele, Michele e Raffaele), affiancati dall’abate Desiderio a sinistra (raffigurato con il modello della chiesa tra le mani), e da San Benedetto a destra che si presenta oggi in una stesura pittorica dell’inizio del sec. XIV, sovrapposta ad un’immagine più antica, che si è supposto potesse effigiare non già il santo, ma Riccardo I Drengot, principe di Capua (1058-1078). Sull'arco trionfale dovevano esserci due angeli; se ne intravede solo uno a sinistra.

Catino absidale


L'abate Desiderio (futuro papa Vittore III) con il modellino della chiesa ed il nimbo quadrato (particolare dell'affresco del catino absidale)

Anche nell’abside destra l’affresco è diviso in due fasce sovrapposte: in quella superiore vi è raffigurata la Vergine col Bambino fiancheggiata da due angeli ai quali si aggiunge, nella fascia inferiore, una teoria di sante martiri (ne rimangono solo tre).

Abside di ds.

L'abside di sinistra presenta in basso sei santi, mentre in alto compare Cristo (rimane solo la testa) tra due santi,  Giovanni Battista e Giovanni Evangelista o Pietro e Paolo.

Abside di sn.

Le pareti longitudinali della navata centrale sono occupate da episodi neotestamentari, disposti su tre registri e corredati da tituli

Il bacio di Giuda

Al di sotto sono inserite, tra gli archi, le figure dei profeti e di una sibilla, visti nell’atto di preannunziare gli eventi della vita di Cristo e la sua seconda venuta. Tra i pennacchi delle prime due colonne di sinistra, nelle figure di Davide e Salomone, sarebbero raffigurati Riccardo I di Capua ed il figlio Giordano I.

Re Davide

Le navate laterali sono invece riservate al Vecchio Testamento, di cui sopravvivono solo pochissime scene. Qui la zona più bassa era completata, con ogni probabilità, da un ciclo agiografico, oggi attestato solo dagli episodi di Gedeone e l’angelo e del Martirio di S. Pantaleone. Nei pennacchi degli archi erano invece inserite figure di santi e sante, tra i quali, a sinistra, sei santi appartenenti all’Ordine benedettino.  

Sulla controfacciata è dipinto il Giudizio universale.
In alto, tra le finestre, sono raffigurati i quattro angeli con le trombe del Giudizio; nella fascia centrale è rappresentato Cristo Giudice entro la mandorla apocalittica (mostra il palmo aperto della mano destra ai beati in segno di accoglienza e il dorso della mano sinistra ai dannati in segno di rifiuto), tra gli Apostoli seduti sui troni schierati come una corte di giustizia; più in basso i Beati, ed infine i Dannati.

Giudizio universale

Sotto la mandorla tre angeli con cartigli.
L'angelo di centro proclama: "Et tempus iam amplius non erit".
Quello a sinistra di chi guarda invita: "venite benedicti patris mei" rivolto ai beati disposti su due registri; su quello superiore le autorità: re, principi e monaci; su quello inferiore la plebe, il popolo di Dio.

I dannati (particolare)

L'angelo di destra detta la condanna: "ite maledicti in ignem aeternum" rivolto ai dannati disposti su due registri; su quello superiore le autorità: principi e religiosi; su quello inferiore i demoni, le fiamme. Lucifero e Giuda legati da una catena.

Le figure di Santi, dipinte nei pennacchi delle navate laterali, sono successive all’XI secolo. Tale ipotesi potrebbe essere confermata dal confronto con i Profeti dipinti nei pennacchi della navata centrale. Risulta, infatti, evidente dal confronto non solo la posizione statica, ma anche la maggiore imponenza di queste figure, che presentano caratteristiche affini agli affreschi che ornano le lunette del portico. 
 Sebbene eseguiti da più mani, questi affreschi rientrano senz’altro in un orizzonte figurativo unitario, quello dell’irradiazione in Italia meridionale della koinè tardocomnena, allineandosi peraltro anche alla consuetudine, sempre più diffusa in area bizantina nel sec. XII, di collocare le vite dei santi nei narteci delle chiese.








venerdì 24 aprile 2020

Castel Terracena, Salerno

Castel Terracena, Salerno



Il Castello o Palazzo Terracena fu fatto edificare da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita in un periodo che va dal 1076 al 1080. Si trovava a ridosso delle mura orientali di Salerno, sulla sommità di un'altura ad est della cattedrale di san Matteo e la sua costruzione doveva assolvere alla doppia funzione di rafforzare le difese della città in quel settore e dotare i nuovi sovrani di una residenza diversa da quella del potere longobardo (il Palazzo di Arechi II).
La zona dove si può ancora oggi riconoscere il complesso di Castel Terracena (anche se ci sono dubbi sul reale sito del complesso), per quanto gravemente manomesso e deturpato dalle successive stratificazioni, è quella che, dall'attuale Museo archeologico, giunge alle absidi della cattedrale, in via Genovesi, per poi continuare su via dei Canapari e via Mario Iannelli. 

Fig.1

In questo complesso sono chiaramente riconoscibili alcune torri decorate a tarsie di tufo giallo e grigio. 
La sua esistenza fu breve, avendo avuto termine, in circostanze misteriose, fra il 1251 (data della sua ultima citazione nelle fonti scritte) e il 1261, anno della morte di papa Alessandro IV che donò ai monaci benedettini il suolo sul quale era stato edificato.

L’individuazione del castello di Terracena è confermato dal ritrovamento di due torri, di un camminamento con cisterna e di diversi elementi architettonici.
Si possono rinvenire alcune decorazioni originarie della Reggia in due dei prospetti interni della casa-torre che si affaccia sulla piazzetta Cerenza (A, B).

Fig.2 Ingrandimento dell'area cerchiata in rosso in Fig.1.

Qui, nella parte alta, si trovano ricchi motivi a tarsia policroma. In particolare, si noti il tema dell’arco maggiore a tutto sesto, all’interno del quale si sviluppa una bifora. 

Prospetto B

I materiali utilizzati per ottenere l’effetto policromo sono il tufo giallo, il tufo grigio e il cotto. L’area tra l’arco maggiore e gli archetti minori è occupata da una decorazione raffigurante una stella a sei punte incorniciata nel tufo grigio. Sono presenti, inoltre, larghe fasce decorate a losanghe gialle e grigie. 

Prospetto B (particolare)

Le mezze losanghe tagliate lungo i bordi delle fasce, poi, recano al centro un disco giallo.
Le tarsie variopinte accomunano questo episodio ad altre decorazioni di architetture salernitane risalenti ai secoli XI e XII; tra di esse: l’atrio del Duomo, il portale di Palazzo Fruscione e la Curia Arcivescovile.  

L'inserto di ceramica superstite al centro del rosone  nel prospetto A

Il prospetto orientale del castello conserva, inoltre, un raro esemplare decorativo che testimonia dell’uso di ceramica colorata in età bizantina per creare luminosità nei prospetti. Il rosone al di sopra di una delle bifore, infatti, ha al centro un catino di ceramica, unico esemplare rimasto a Salerno. L’unico altro elemento simile è rimasto sulla facciata di Palazzo Verniero a Sorrento.
Ancora in uso alla fine del XII secolo - quando vi soggiornò l'imperatrice Costanza d'Altavilla, moglie di Enrico VI e madre di Federico II, dapprima come ospite e quindi assediata e fatta prigioniera dai partigiani di Tancredi di Sicilia - la residenza fu probabilmente distrutta dal fortissimo terremoto del 1275. Sul suo lato meridionale sorse il Castelnuovo che ospitò nel secolo XV la regina Margherita di Durazzo.


L’imperatrice Costanza d’Altavilla (1154c.-1198) raffigurata mentre si rivolge ai Salernitani che assediano Castel Terracena, dove era giunta nella prima metà del 1191.
miniatura tratta da
Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis, 1195-1197
Codex 120 2, Burgerbibliothek di Berna.

Durante il secondo conflitto mondiale, Castel Terracena era diventata un edificio chiave per le forze americane ed inglesi e un vero e proprio confine oltre il quale non era consigliabile spostarsi. Ecco che i soldati dipinsero la scritta Out of Bounds (C), proprio per indicare il limite da non superare per non incorrere nel pericolo di forze ostili. Recentemente restaurata, la scritta viene protetta da una teca in vetro.




martedì 21 aprile 2020

La cattedrale di San Matteo, Salerno

La cattedrale di San Matteo, Salerno




Fu costruita tra il 1080 ed il 1085 per volere di Roberto il Guiscardo – che aveva conquistato la città nel 1077 – sull'area precedentemente occupata dalla chiesa di San Matteo de Archiepiscopio, che ospitava le reliquie di San Matteo (1) poi traslate nell'attuale cattedrale, consacrata da papa Gregorio VII, rifugiatosi a Salerno, nel luglio del 1084.
La forma della chiesa originale fu probabilmente suggerita da Alfano I, arcivescovo di Salerno e monaco benedettino, assiduo frequentatore dell'Abbazia di Montecassino per la quale elaborò i versi dei tituli che accompagnavano la decorazione delle pareti. Alfano ispirò la forma e la pianta proprio della chiesa cassinese fatta edificare dall'abate Desiderio fra il 1066 e il 1071. Quest'ultimo, nell'ambito di un recupero della tradizione cristiana, aveva preso a modello la basilica del suo predecessore aggiornata alle innovazioni carolingie, da cui l'inserimento del transetto triabsidato, precedentemente sconosciuto all'architettura altomedievale dell'Italia centromeridionale.
Come la chiesa cassinese anche la cattedrale di San Matteo presenta infatti una pianta articolata in un corpo longitudinale a tre navate con uno orizzontale, il transetto con tre absidi, ed è preceduta da un quadriportico.


Un primo elemento innovativo è dato invece dalla forma della cripta, ad aula con lo spazio scandito da colonne e con le absidi in corrispondenza con quelle del transetto superiore. Questo tipo di cripta, ben conosciuto in Europa e nell' Italia settentrionale, era assolutamente inusuale nell'Italia centromeridionale. In San Pietro come a Montecassino, la cripta era infatti un vano angusto, corrispondente ad un martirium.

La facciata attuale risale in gran parte al rifacimento di età barocca. Del prospetto originale rimane il portale, detto Porta dei Leoni a causa di due statue ai lati degli stipiti raffiguranti un leone (simbolo della forza) e una leonessa con un leoncino (simbolo della carità). 


Sull'architrave, scolpita ad imitazione di un portale romano, una scritta ricorda la pace tra Roberto il Guiscardo ed il nipote Giordano Drengot (2), principe di Capua. Il fregio, raffigurante una pianta di vite (rimando al salvifico Sangue di Cristo) presenta altre decorazioni animali: una scimmia (simbolo dell'eresia) e una colomba che becca i datteri (simbolo dell'anima che si pasce dei piaceri ultraterreni).
Nella lunetta al di sopra del fregio, un affresco seicentesco (che ha sostituito un deteriorato mosaico del 1290) raffigura San Matteo che scrive il vangelo ispirato dall'angelo, che alcuni vogliono sia opera di Angelo Solimena.


Vi si accede per mezzo di una scalinata a doppia rampa che, nel rifacimento del 1688. ha sostituito l'originale scalinata a dodici gradini semicircolari.


Il portale immette ad un ampio atrio circondato da un colonnato - un'ideale continuazione verso l'esterno delle navate interne - le cui colonne provengono dal vicino Foro Romano di piazza Conforti, sormontate da archi a tutto sesto decorati con intarsi di pietra vulcanica sulle lesene e ai pennacchi. Splendido è il loggiato soprastante traforato da bifore e pentafore.



Sull'atrio si apre la porta bronzea che da accesso alla chiesa, fusa a Costantinopoli nel 1099 e donata alla città dai due coniugi Landolfo Butrumile e Guisana Sebaston (le cui lapidi tombali, molto rovinate, sono incassate a lato della porta), è composta da 54 formelle in gran parte raffiguranti croci bizantine, presenta al centro una teoria di santi (tra i quali spicca san Matteo), da notare la formella con la raffigurazione simbolica di due grifi che s'abbeverano ad un fonte battesimale.

San Matteo con ai piedi i due donatori

Presso la porta, sono incisi su una lapide quattro versi di una poesia che Gabriele D'Annunzio dedicò alla Cattedrale.
Al centro dell'atrio era un tempo collocata una fontana monolitica in granito egiziano proveniente dal tempio di Nettuno a Pestum che piacque a Re Ferdinando IV di Borbone che nel 1820 la fece trasferire a Napoli nella Villa Reale, attualmente villa comunale, dove venne inserita in un complesso monumentale ideato dall'architetto Pietro Bianchi (nota come Fontana delle Paparelle). La fontana attuale è un vecchio fonte battesimale.


Addossato al lato meridionale del quadriportico è collocato il monumentale campanile arabo-normanno, che si eleva per quasi 52 metri con una base di circa dieci metri per lato. Da una lapide murata sulla fronte meridionale si legge che committente fu Guglielmo da Ravenna, arcivescovo di Salerno dal 1137 al 1152, durante il regno di Ruggiero II (1130-1154).

E' composto di quattro cubi e termina con un tiburio a cupola. La sua composizione risponde ad una precisa esigenza statica in quanto i primi due piani, indubbiamente più pesanti, sono in travertino e costituiscono una solida base di sostegno. Gli altri due piani sono in blocchetti di laterizio, certamente più leggeri. Tutti i piani sono alleggeriti da ampie bifore che scaricano i pesi lateralmente sugli angoli.


La torretta costituisce la parte più interessante con la decorazione a dodici archi a tutto sesto intrecciati con alternanza regolare di diversi materiali policromi. La cupoletta è demarcata da una fascia decorata con stelle a sei punte.

L'interno della cattedrale è fortemente caratterizzato dal rifacimento settecentesco e si presenta diviso in tre navate da massicci pilastri, all'interno dei quali, durante i restauri, sono stati in parte scoperti i capitelli e le colonne originali. Nella chiesa normanna queste colonne erano originariamente in numero di dodici per lato, di cui le ultime tre inglobate nella recinzione del coro. La ristrutturazione settecentesca – resa necessaria dai gravi danni strutturali inferti all'edificio dal terremoto del 1688 - rimosse alcune colonne (forse spezzatesi) e inglobò le altre nei pilastri attualmente visibili. All'esterno del muro perimetrale normanno di destra si estendeva inoltre un'area adibita a cimitero, con la ristrutturazione quest'area viene assorbita dalla chiesa formando le sei cappelle di destra. Fra la quinta e la sesta cappella, un varco ha permesso la conservazione del prezioso affresco che era stato realizzato nel cimitero, segnando il limite su cui correva il muro guiscardiano.
La pianta della chiesa presenta una particolare anomalia: la navata destra, dal portale al fondo dell'abside, è più corta della sinistra misurata fra gli stessi punti. La cosa appare voluta e non dipendente da errori costruttivi, poiché a fronte di un perfetto parallelismo dei muri laterali guiscardiani, che correvano appena arretrati rispetto al fronte degli attuali pilastri divisori delle cappelle, la posizione ad essi obliqua della facciata e del lato relativo del quadriportico è ottenuta con ringrossi interni alla parete che vanno riducendosi verso destra, in modo da ottenere una parvenza di regolarità interna a fronte dell'irregolarità effettiva. Quando furono realizzati gli altri tre lati del quadriportico, il parallelismo dei muri laterali fu sostanzialmente mantenuto, mentre la facciata esterna fu anch'essa orientata come l'interna, per cui l'intero edificio venne ad essere più corto nel lato destro rispetto al sinistro. Potrebbe trattarsi di un adeguamento alle condizioni dell'ambiente in cui si operò, ma è poco probabile stante la sostanziale uniformità dell'inclinazione delle due facciate pur costruite a circa ottant'anni di distanza, quasi a perseguire un canone di tipo esoterico.  


La navata centrale termina con un coro ligneo delimitato da due amboni sorretti da colonnine tipicamente bizantine decorate con un intarsio di pietre policrome.
Quello di sinistra (in cornu evangelii) è detto ambone Guarna, perchè donato dall'arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna (1163-1180). Il pulpito è retto da quattro colonne, tre delle quali sormontate da capitelli figurati, mentre la quarta presenta il capitello a motivi vegetali. Al di sopra i pannelli degli archi presentano i simboli degli Evangelisti. Al di sotto della base del lettorino è rappresentata la testa di Abisso.
Quello di destra (in cornu epistulae) è detto ambone d'Aiello, perché la sua donazione è attribuita alla famiglia dell'arcivescovo Niccolò D'Aiello (1188-1221). E' a pianta rettangolare su dodici colonne a fusto liscio con capitelli in cui si ripetono più motivi ornamentali. Sui pannelli a mosaico si ritrova il motivo del disco inserito in una cornice a spirale. I capitelli del colonnato, soprattutto quelli con figure di uccelli, protomi e cornucopie, sono in stretto collegamento con quelli di analogo soggetto, ma di fattura meno raffinata, del chiostro di Monreale.

Mosaici: degli ampi mosaici originari rimangono frammenti dei simboli degli evangelisti Matteo e Giovanni sull'arco trionfale dell'abside centrale.

Abside di sinistra

Nell'abside di sinistra (nota anche come Cappella del SS. Sacramento) è raffigurato un Battesimo di Cristo integrato ad affresco nel XIV secolo.

Abside di destra

L'abside di destra - detta Cappella dei Crociati, perché durante la visita di Papa Urbano II (1088-1099), fu istituita una confraternita che si proponeva di raccogliere soldati e fondi per la liberazione del Santo Sepolcro -fu fatta costruire e rivestire di mosaici (1258), da Giovanni da Procida. Il mosaico – fortemente restaurato - al centro della cappella rappresenta San Matteo in trono; al di sopra San Michele Arcangelo, ai lati San Lorenzo, Giacomo, Fortunato e Giovanni. Ai piedi di San Matteo si vede, in piccolissime proporzioni, la figura di Giovanni da Procida (3). Nel sarcofago sono racchiusi i resti di papa Gregorio VII, morto a Salerno nel 1085.


Completa l'insieme dei mosaici rimasti quello bellissimo di controfacciata, risalente agli anni inizi del XIII sec. e raffigurante il patrono S. Matteo benedicente.

La cripta: è costituita da un’aula in tre navate trasversali al transetto della Cattedrale, sotto il quale si estende, dalla Cappella delle Reliquie, semicircolare, che si configura come abside della navata centrale, e da tre altre cappelle di forma analoga che si aprono lungo la parete orientale, in corrispondenza delle absidi della chiesa superiore; ciascuna navata è ripartita in nove campate con volte a crociera poggianti su colonne. L'aspetto barocco attuale è dovuto alla radicale trasformazione realizzata da Domenico Fontana ai primi del '600.

Note:
(1) Secondo una versione riportata dalla Legenda Aurea, Matteo sarebbe morto in Etiopia e nel V secolo le sue spoglie sarebbero giunte, dopo svariate vicissitudini, a Velia (l'antica Elea) nel Cilento nei cui pressi rimasero sepolte per più di 500 anni sotto una lastra di marmo non lontano da alcune terme romane. La leggenda vuole che nell’anno 954 una donna di nome Pelagia sognasse San Matteo e che a lei l’Evangelista indicasse il luogo ormai abbandonato della sua sepoltura, voluta, anni addietro, da alcuni mercanti della zona, sollecitandola a esumare le spoglie con l’aiuto del figlio, il monaco Anastasio. Queti si mosse prontamente, alla ricerca del sacro corpo nei pressi del fiume Alento, come il Santo aveva ben descritto. Ritrovato il corpo e avvolto in un bianco lenzuolo, il monaco era intenzionato a trasportare la salma a Costantinopoli ma, giunto al porto di Amalfi per imbarcarsi, ne fu impedito, per ben due volte, dal sopraggiungere di improvvisi temporali. Il monaco nascose quindi le reliquie in una chiesa non lontana dalla sua cella, la quale era situata in località “ad duo flumina” nei pressi di Casal Velino, ed oggi nota come cappella di San Matteo. All’interno della chiesa è a tutt’oggi presente l’arcosolio sotto il quale è posizionata una lapide del XVIII secolo a testimonianza dell’evento della traslazione del Santo da Casal Velino a Salerno, e una copia della stessa si trova all’ingresso della cripta del Duomo di Salerno. Da qui, per ordine del vecovo Giovanni, le spoglie dell'evangelista sarebbero state traslate nella cattedrale di Capaccio (oggi Santuario della Madonna del Granato) in un sarcofago che fa colà ancora bella mostra di sè come base dell'altare centrale.
Il principe di Salerno Gisulfo I,venuto a conoscenza di ciò, incaricò il vescovo Bernardo di curarne la traslazione a Salerno dove le reliquie dell'evangelista giunsero il 6 maggio 954 e furono deposte in una chiesa a lui ridedicata (S.Matteo de Archiepiscopio) sul cui sito insisterebbe la cattedrale normanna attualmente visibile e nella cui cipta sono oggi custodite le reliquie.

(2) Giordano I di Capua (1078-1091) era figlio di Riccardo Drengot e Fredesenda, sorella del Guiscardo. La sua politica fu altalenante, schierandosi a volte dalla parte del papato (e quindi del Guiscardo che lo difendeva) e a volte a fianco dell'imperatore tedesco.

(3) Medico della Scuola salernitana, Giovanni da Procida (1210-1298) fu anche un fine diplomatico e uomo politico. Legatissimo alla dinastia sveva fu incaricato da Federico II dell'educazione del figlio Manfredi al cui fianco rimase fino al disastro di Benevento (1266). Successivamente fu uno degli ispiratori della rivolta antiangioina dei Vespri siciliani (1282).







domenica 12 aprile 2020

Il Principato di Salerno (839-1077)

Il Principato di Salerno (839-1077)


Estensione territoriale del Principato di Salerno nell'851


Siconolfo (839-851): alla morte del fratello Sicardo, principe di Benevento, che lo aveva esiliato a Taranto e costretto al sacerdozio, Siconolfo fu eletto principe di Salerno da coloro che si rifiutarono di riconoscere come legittimo principe Radelchi, l'assassino di Sicardo. La guerra civile durò tra alterne vicende oltre un decennio e terminò nell'851 con un accordo siglato dai due principi, sotto gli auspici del sovrano carolingio Ludovico II, con cui si spartivano i territori della cosiddetta Langobardia minor sancendo la nascita del principato salernitano. Morì nell'inverno dello stesso anno a seguito delle ferite riportate durante una battuta di caccia. Dalla moglie Itta (probabilmente una sorella del duca di Spoleto Guido) ebbe il figlio Sicone che gli successe alla sua morte.

Sicone II (851-853): ancora minorenne alla morte del padre, fu posto sotto la tutela del conte Pietro. Dopo appena due anni di reggenza, questi lo depose costringendolo a rifugiarsi presso la corte di Ludovico II. Secondo il Chronicon Salernitanum, egli raggiunse la maggiore età nell'855 e ritornò a Salerno a reclamare il trono, ma fu avvelenato a Capua da sicari di Ademaro, il figlio del conte Pietro che gli era succeduto illegalmente al trono.

Pietro (853-855): reggente per il minore Sicone II, nell'853 lo estromise del tutto dalla gestione del potere ottenendo il riconoscimento da parte dell'imperatore carolingio Ludovico II, accanto al quale nell'852 aveva partecipato al tentativo di strappare Bari ai musulmani. Morì nell'855, lasciando il trono al figlio Ademaro.

Ademaro (855-861): esercitò un governo fortemente impopolare soprattutto a causa della sua avarizia. Durante il suo principato tentò ripetutamente di ristabilire il controllo sulla città di Capua ma nell'859 le sue truppe, affiancate da quelle dei duchi di Napoli e Spoleto, furono definitivamente sconfitte dal conte di capua Landone II nella battaglia di Ponte Teodemondo. Nell'861 i capuani appoggiarono la rivolta popolare che lo rovesciò e portò al potere Guaiferio. Imprigionato e accecato, Ademaro trovò asilo presso il duca di Napoli.

Guaiferio (861-880): figlio di Dauferio il Muto, giunse al potere grazie all'appoggio della dinastia comitale capuana – aveva infatti sposato Landaleica, figlia del conte Landone I – e consolidò la sua posizione, oltre che con un'oculata distribuzione delle cariche pubbliche e dei beni fondiari, con una lungimirante gestione del patrimonio familiare in un ambito territoriale spazialmente più ristretto e controllabile, e attraverso un'attenta politica a favore della Chiesa.
Al momento della sua morte, il Principato aveva però perso la sovranità sulla contea di Capua nonchè Taranto e Matera, strappate al suo controllo da reiterate incursioni saracene.
Nell'871-872 nel corso di una di queste incursioni, 30.000 saraceni guidati dal generale Abdallah giunsero ad assediare la stessa Salerno. Il principe stesso guidò una fortunata sortita dalle mura in cui sbaragliò gli assedianti nei pressi del forte oggi detto “La Carnale” proprio in ricordo della carneficina che avvenne all'epoca.
Nell'880, malato, decise di ritirarsi nel monastero di Montecassino ma morì durante il viaggio e fu
sepolto nella chiesa del castrum di Teano. Dalla moglie Landaleica ebbe il figlio Guaimario che alla sua morte gli successe al trono.
Edilizia: Palazzo e chiesa di San Massimo (1), Torre di Guaiferio.

Torre di Guaiferio
Nell'871, il principe Guaiferio I fece rinforzare le mura della città con la realizzazione di quattro nuove torri dislocate strategicamente per contrastare le continue scorrerie dei saraceni. Oggi la torre - sita nel rione Municipio - si presenta solo parzialmente agli occhi dei passanti poiché nel corso dei secoli è stata progressivamente inglobata nelle nuove edificazioni. È però ben visibile l’accentuata curvatura della liscia e compatta muratura originaria a cui si è aggiunta una sopraelevazione relativamente recente, sempre circolare. 

Guaimario I (880-900): fu associato al trono dal padre già nell'877.
Nell'887 – sotto la pressione congiunta delle sempre più frequenti incursioni saracene e del duca-vescovo di Napoli Atanasio II (878-898) che mirava ad estendere i propri domini – si risolse a recarsi a Costantinopoli per rendere omaggio all'imperatore Leone VI. Il Basileus accettò di buon grado l'offerta di Guaimario e, rendendolo formalmente suo vassallo, gli concesse i titoli di patrikios e protospatarios insieme ad un contingente di mercenari (praesidium) con cui contrastare la minaccia saracena. In cambio dell'aiuto e degli onori offertogli, però, Guaimario si sarebbe dovuto impegnare a riconoscere all'impero bizantino il diritto di poter inviare dei propri funzionari nel principato di Salerno, affinché lo affiancassero nell'amministrazione e nella gestione politica del Principato (2).
Alla fine dell'895, spalleggiato dal cognato Guido IV di Spoleto - di cui aveva sposato la sorella Itta – cercò d'impossessarsi del principato benventano ma fu catturato con l'inganno assieme alla moglie dal gastaldo di Avellino, Adelferio, che lo fece accecare. Liberato dalle truppe del cognato potè fare ritorno a Salerno benchè menomato.
Morì nel 901, probabilmente rinchiuso - già dall'anno precedente, e non si sa se di sua volontà o se per volere del figlio Guaimario II associato al trono già nell'893 - in un monastero, forse proprio quello principesco di San Massimo.

Guaimario II (901-946): rimasto a regnare da solo nel 901, alla morte del padre, inaugurò un periodo di prosperità per il Principato. Fece restaurare il Palazzo di San Massimo ed innalzare il campanile della chiesa di San Pietro ancora oggi visibile. Inizialmente mantenne i buoni rapporti istaurati dal padre con l'imperatore bizantino da cui nel 903 ricevette a sua volta il titolo di patrikios. Nel 915, anche se in maniera piuttosto marginale, partecipò alla campagna indetta da papa Giovanni X contro lo stanziamento saraceno del Garigliano che nel corso dello stesso anno venne spazzato via. Ne 929 ruppe l'alleanza con i bizantini e li attaccò unendo le sue forze a quelle de Principe di Benevento Landolfo I. L'alleanza si rivelò però ben presto fallimentare e l'anno successivo, Guaimario tornò ad allearsi con i bizantini.
Sposò in seconde nozze Gaitelgrima, figlia di Atenolfo I di Capua, da cui ebbe Gisulfo che associò al trono nel 943 e che gli successe (3).

Gisulfo I (946-978): successe al padre appena sedicenne, inizialmente sotto la tutela della madre Gaitelgrima e del tesoriere Prisco. Nel 955 ricevette il titolo di patrikios dalla strategos di Bari Mariano Argyros. Tra l'estate del 973 e quella del 974 fu spodestato dallo zio materno Landolfo che risiedeva a Salerno e che guidò un moto di rivolta di carattere religioso. Gisulfo fu rimesso sul trono da Pandolfo Capodiferro, principe di Capua e Benevento, di cui adottò il figlio naturale (anch'egli di nome Pandolfo) e di cui divenne vassallo.
Sposatosi con Gemma, figlia del principe di Benevento Landolfo II, non ne ebbe figli e nel 974 – dopo il suo ritorno al potere - associò al trono la consorte ed il figlio adottivo.

Pandolfo Capodiferro (978-981): principe di Capua e Benevento, alla morte di Gisulfo I rivendicò per se il principato di Salerno proclamandosi difensore dei diritti del figlio naturale Pandolfo, che dallo stesso Gisulfo I e dalla moglie era stato adottato. In realtà il suo gesto fu una vera e propria usurpazione ai danni del figlio, poiché questi non avrebbe avuto bisogno del suo patrocinio per occupare il trono di Salerno, essendo stato a questo associato dai suoi genitori adottivi fin dal 974, dopo l’usurpazione di Landolfo I e di Landolfo II. In realtà l'occupazione del trono salernitano coronava il progetto lungamente accarezzato da Pandolfo, come da altri, di riunire l'antico stato longobardo: infatti sotto il suo scettro venivano a ritrovarsi i territori capuani, beneventani, spoletini e salernitani, rendendolo il più potente signore del mezzogiorno d'Italia.

Pandolfo II (974-981): figlio naturale di Pandolfo Capodiferro, prima associato al trono dai genitori adottivi Gisulfo I e Gemma (974-977), si vide sottrarre il principato dal suo stesso padre naturale, al quale fu formalmente associato dal 978 al 981. Riuscì ad essere principe effettivo soltanto per alcuni mesi dopo la morte del padre, prima di essere spodestato dal duca di Amalfi, Mansone.

Mansone di Amalfi (981-983): duca di Amalfi, profittando della giovane età di Pandolfo, invase il principato e lo rovesciò dal trono, riuscendo a farsi riconoscere dall'imperatore Ottone II. La grave sconfitta subita dall'imperatore contro i musulmani in Calabria nel 982 e la sua successiva morte nel 983 privarono però Mansone ed il figlio Giovanni che nel fratempo aveva associato al trono, del loro più potente alleato. Giovanni di Lamberto, un longobardo di origini spoletine, che aveva già ricoperto la carica di conte di palazzo durante il principato di Pandolfo II, capeggiò la rivolta che scacciò gli amalfitani e venne eletto principe.

Giovanni II di Lamberto (983-999): durante il suo principato entrò in contrasto con le autorità ecclesiastiche nel tentativo – fallito - di mettere le mani sull'ingente patrimonio della chiesa di San Massimo. Sposatosi con Sichelgaita, figlia del conte beneventano Adalferio, da cui ebbe ben sei figli maschi, fondò quindi la chiesa di Santa Maria de Domno (4), che sottrasse alla giurisdizione del vescovo di Salerno (5). Una leggenda vuole che osservando un'eruzione del Vesuvio commentò che senza dubbio qualche ricco scellerato sarebbe morto in breve tempo e sarebbe finito all'inferno: la notte seguente, morì mentre si trovava con una prostituta.
Edilizia: chiesa di Santa Maria de Domno.

Guaimario III (999-1027 c.ca): fu associato al trono dal padre nel 989, dopo la morte del primogenito Guido. Si sposò due volte, la prima con una non meglio identificata Purpura, la seconda con Gaitelgrima, sorella di Pandolfo IV di Capua, da cui ebbe il figlio Guaimario che alla sua morte gli successe al trono. Nel 1009, quando nel Catepanato scoppiò la rivolta antibizantina guidata da Melo e dal cognato Datto, si schierò politicamente dalla loro parte, tanto che nell'ottobre 1011 il catepano Basilio Argiro Mesardonites entrò a Salerno per costringere il principe a piegarsi al volere di Bisanzio e per tentare di catturare l'esule Datto, rifugiatosi nel monastero di Montecassino.
Il suo regno vide anche l'arrivo delle prime milizie normanne, grazie al cui aiuto nel 1025 riuscì ad estendere il suo dominio sulla città di Capua.
Edilizia: patrocinò la fondazione del monastero della SS.Trinità di Cava de' Tirreni avviata dal nobile salernitano Alferio Pappacarbone (canonizzato come santo nel 1893 da papa Leone XIII), che prima di farsi monaco e ritirarsi a vita eremitica (1011) era stato suo ambasciatore e amico.

Guaimario IV (1027-1052): associato al trono probabilmente nel 1018, alla morte del padre, quando si trovò a regnare da solo, aveva all'incirca 14 anni. Associò quindi al trono per un breve periodo la madre Gaitelgrima.
Si sposò tre volte, prima con una donna di nome Gemma, poi con Porpora ed infine con un'altra Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Fin dall'inizio del suo regno si impegnò nell’estendere il proprio controllo sul meridione della penisola, obiettivo già perseguito dei suoi predecessori. Nel 1035 conquista Sorrento e ne affida il ducato al fratello Guido. Nel 1038 ottiene dall'imperatore Corrado II il principato di Capua, mentre al suo alleato, il normanno Rainulfo Drengot, viene attribuito il titolo di conte di Aversa con legame di vassallaggio verso Salerno. L'anno successivo ottiene la conferma della sovranità su Amalfi e nel 1040 su Gaeta. Nel 1042, a richiesta degli alleati normanni, approva l'elezione a conte di Puglia di Guglielmo Braccio di Ferro, ottenendo in cambio, l’anno successivo, l'acclamazione a duca di Puglia e Calabria, in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine su quei territori. Nel 1046 consolida ulteriormente i suoi legami con i Normanni dando in sposa la figlia Gaitelgrima a Drogone d'Altavilla, fratello del defunto Guglielmo Braccio di Ferro.
Nel 1047, però, quella che era stata per Guaimario l'impresa di una vita è completamente cancellata dalla discesa in Italia di Enrico III. L'imperatore giunto nel Meridione a chiedere atto di sottomissione ai principi locali, restituisce Capua a Pandolfo e pone sotto la propria giurisdizione i domini di Aversa e di Melfi; infine priva Guaimario del titolo ducale di Puglia e Calabria, mettendo fine a quella singolare condizione così scomoda per la sovranità dell’impero. La sorte di Drogone e Guimario è segnata: il primo cade assassinato il 10 agosto 1051, probabilmente ad opera di una congiura bizantina; stessa sorte tocca, il 3 giugno 1052, a Guaimario, che cade sotto i colpi dei suoi quattro cognati, che occupano la città con le armi, ed eleggono principe uno di loro, Pandolfo III, imprigionando il nipote Gisulfo, figlio di Guaimario e della loro sorella Gemma nonché legittimo erede al trono.

Pandolfo III (1052): mantenne il potere per pochi mesi. Fu infatti rovesciato da Guido, duca di Sorrento e zio paterno del legittimo erede, con l'aiuto dei normanni di Umfredo d'Altavilla (6), che liberò e rimise sul trono il nipote Gisulfo.

Gisulfo II (1052-1077): nonostante dovesse il trono all'aiuto prestatogli dai normanni, il suo regno fu caratterizzato dalla necessità di contrastarne l'ascesa e contenerne l'espansione.
Già poco dopo il suo insediamento, infatti, Umfredo e Guglielmo d'Altavilla s'impardonirono di alcuni castelli e terre nella parte meridionale del principato, costituendovi una nuova contea.
Nel 1259 circa, Gisulfo diede in sposa la sorella Sichelgaita a Roberto il Guiscardo, nel tentativo di stabilire buone relazioni.
Alla ricerca di nuovi alleati per contrastare l'ascesa dei normanni, tra il 1061 e il 1062 si recò a Costantinopoli, dove prese accordi con l'imperatore Costantino X Ducas che prevedevano un sostanzioso impegno in denaro da parte di quest'ultimo. Tornato in Italia, quando i normanni attaccarono con decisione ciò che rimaneva del Meridione bizantino, non partecipò però in alcun modo al conflitto che terminò con la caduta di Bari (1071), l'ultimo caposaldo bizantino in Italia.
Nel 1075, papa Gregorio VII, che aveva recuperato l'alleanza con i Normanni per fronteggiare Enrico IV, e la sorella Sichelgaita cercarono infruttuosamente di farlo riappacificare col Guiscardo e nel maggio dell'hanno successivo, il condottiero normanno cinse d'assedio Salerno mentre le navi degli amalfitani – a cui il principe era stato sempre ostile sospettandone la mano dietro l'assassinio del padre – sbarravano l'accesso al porto. la città cadde la notte del 13 dicembre, ma non la rocca (l'antico castello di Arechi), dove Gisulfo restò asserragliato con pochi fidi per tutto l'inverno e parte della primavera del 1077. Negli ultimi giorni di maggio egli si arrese al Guiscardo, che lo lasciò andare in esilio presso la corte pontificia.
Si sposò con una donna di nome Maria, da cui con certezza si sa soltanto che ebbe una figlia di nome Gaitelgrima. Fu l'ultimo principe di stirpe longobarda a sedere sul trono di Salerno.


Note:

(1) La chiesa, oltre a non essere fruibile, è nascosta all’interno del palazzo che da essa prende il nome, nella via omonima. L’aula attuale nulla conserva, se non in parte il sito, della fondazione longobarda, anteriore al giugno 865, nonostante che comunemente con quella sia identificata, così come Palazzo San Massimo nulla conserva né della casa del principe fondatore né del complesso monastico che fu dei benedettini di Cava de' Tirreni. Fra il settembre 1085 e l’agosto 1094, attraverso una serie di donazioni da parte dei molti soggetti che nel corso del tempo avevano acquisito parti del suo patronato, l'intero complesso pervenne infatti in possesso della badia della SS.Trinità di Cava, che nel 1664 lo venderà a Bartolomeo de Mauro. Ampiamente ristrutturato e ampliato prima dai de Mauro, poi dai Parrillo, alla fine assumerà l’aspetto che attualmente vediamo.


(2) In un documento fatto redigere nell'899 da Guimario in favore del monastero salernitano di San Massimo - Codex diplomaticus Casinensis – è esplicitamente dichiarato che l'autorità e gli onori del princepe salernitano erano tali per concessione dell'Imperatore bizantino.

(3) Secondo alcuni storici, dal suo primo matrimonio con una donna di cui non si conosce il nome oltre ad una figlia di nome Rotilde, ebbe anche un figlio che associò al trono nel 916 con il nome di Guaimario III e che scompare del tutto nel 917. Questo costringerebbe ad una renumerazione dei principi di nome Guaimario che diventerebbero cinque (cfr. Vincenzo de Simone, I Guaimario principi di Salerno, Rassegna Storica Salernitana, 45, 2006, pp. 271-274)


(5) Salerno fu elevata a sede arcivescovile probabilmente nel 983.

(6) Alla morte del fratello Drogone, Umfredo ne aveva sposato la vedova, Gateilgrama di Salerno che era nipote del duca Guido e sorella di Gisulfo II.


domenica 5 aprile 2020

Forte La Carnale, Salerno

Forte La Carnale, Salerno



Nel secolo XVI i viceré spagnoli si trovarono a fronteggiare la potente flotta turca che, con le sue incursioni, portò anche allo spopolamento degli abitati costieri e ad un conseguente calo dei commerci. Per far fronte a questa situazione il viceré Don Pedro di Toledo ideò, nel 1522, un nuovo sistema di torri costiere collocate a distanza tale da consentire una comunicazione diretta l'una con l'altra per mezzo di segnali di fumo, di giorno, o sorgenti luminose, durante la notte (oltre al forte in oggetto, di questo sistema facevano parte anche la Crestarella di Vietri e Torre Angellara). La torre nota con il nome di Forte La Carnale, fu fatta costruire nel 1569 su uno sperone roccioso che domina la foce del fiume Irno dal facoltoso imprenditore di Coperchia, Andrea di Gaeta, per volere del vicerè Don Pedro de Ribera. La torre fu comunque costruita su una preesistente fortificazione risalente forse al periodo longobardo. Per la sua posizione strategica e per la presenza nelle murature di ferri, rinvenuti nel corso di recenti restauri, dovrebbe trattarsi di una torre cavallaria, dove oltre al presidio militare, erano stanziate staffette a cavallo che all'occorrenza partivano per avvisare le popolazioni di una attacco dal mare.


Presenta una pianta quadrangolare con muratura merlata e una torre centrale dove probabilmente alloggiavano i soldati di guarnigione.
L'origine del nome "La Carnale" non è del tutto chiara. Secondo alcuni andrebbe posto in relazione al massacro (carnaio) di corsari saraceni avvenuto in questa località nell'872 (1).
Nel 1647, Ippolito Pastina, alla guida di una rivolta antispagnola, riuscì ad impadronirsi di Salerno e pose qui il suo "comando popolare". Intorno al 1764 vi vennero raccolti i corpi delle vittime della terribile carestia che in quell'anno colpì il salernitano.
Nel 1828 i Borboni lo trasformarono in presidio a difesa della città e lo dotarono di batterie costiere ribattezzandolo Forte San Giuseppe. In questa occasione subì dei rimaneggiamenti di cui ancora esistono tracce nei terrazzamenti per le batterie. 


Successivamente perse la sua funzione difensiva e venne adibito a deposito di munizioni, funzione che continuò a svolgere anche sotto lo stato unitario, da cui il nome di Polveriera con cui è anche conosciuto. Durante la seconda guerra mondiale fu rinforzato come bunker e gravemente danneggiato durante lo sbarco alleato.
Appartiene attualmente al Comune di Salerno ed è stato completamente ristrutturato negli anni '80.

Note:

(1) Nell'872 30.000 corsari saraceni sbarcarono nei pressi di Salerno e sottoposero la città ad un duro assedio. Quando i difensori erano ormai sul punto di capitolare, la morte improvvisa e accidentale di Abdila, capo degli assalitori, seminò lo scompiglio fra le loro fila. I Salernitani, con alla testa il principe Guaiferio I, ne approfittarono e, usciti dalle mura, attaccarono i nemici, trucidandone circa quindicimila. Gli altri, atterriti dalla disfatta e tornati alle loro navi, si dettero alla fuga; ma colpiti da una tempesta al largo della Calabria, perirono tutti.

martedì 31 marzo 2020

chiesa di S.Maria della Lama, Salerno

chiesa di S.Maria della Lama
(via della Lama 2. Orario di visita: sabato e domenica, ore 10-13)


La chiesa venne edificata agli inizi dell'XI secolo (compare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1055) sull'area di un preesistente edificio romano, come testimoniano le tracce di opus reticulatum e di opus listatum trovate in essa. Il toponimo Lama deriva dalla presenza, in antico, di rivoli che, durante le piene, scendevano verso il mare attraversando le platee.
La chiesa nasce come cappella nobiliare longobarda, ma subisce una vasta ristrutturazione già nel Duecento, quando viene creato un doppio livello: l’aula originaria è inglobata nella cripta e l’aula superiore è organizzata secondo una pianta basilicale munita originariamente di otto colonne marmoree di spoglio, probabilmente disposte in due file di quattro, atte a dividere l’ambiente in tre navate. 
Planimetria della chiesa superiore

Oggi le colonne conservatesi nella chiesa superiore sono ridotte a sei mentre gli stucchi che ne dovevano ornare le pareti fino al soffitto sono stati rimossi nel corso dei recenti lavori di restauro.
Due nicchie e due piccoli ambienti nella zona absidale rappresentano ciò che resta del deambulatorio. Lungo la parte alta della navata centrale si aprono quattro monofore che portano luce all’interno. Le prime colonne alla destra dell’ingresso recano gli affreschi della Maddalena e di Cristo con la Croce, di epoca tardo-quattrocentesca.


L’edificio sottostante, più antico, presentava in origine una pianta rettangolare divisa in due navate da tre colonne centrali e coperta da otto volte a crociera, realizzate probabilmente nel momento in cui alla chiesa preesistente si sovrappose l’ambiente superiore. 
Planimetria della chiesa inferiore

La navata di destra si concludeva in un’abside circolare ornata dall’affresco di S. Stefano, quella di sinistra in un’abside rettangolare con tracce di affreschi relative ad una lussuosa cornice a girali. Sulla parete nord, invece, un’apertura conduceva ad un vano curvo, identificabile con l’antica abside circolare della chiesa originaria.
Orientata lungo l'asse Nord-Sud, questa doveva essere interamente affrescata, come dimostrano i lacerti di pittura oggi ancora visibili.
Si conserva, poi, un pregevole ciclo di affreschi di fattura beneventana.

Le figure dipinte rinvenute decorano quello che rimane della parete est della chiesa originaria, nella quale successivamente, aprendo varchi nella muratura, furono realizzate le due absidiole attualmente visibili, con la conseguente perdita delle altre figure che completavano la teoria di santi ivi affrescata. Una situazione non del tutto diversa doveva presentare la corrispondente parete ovest,
della quale però manca ogni traccia.
La prima figura della parete est, l’unica ancora integra, non è identificabile dal momento che del nome rimangono soltanto le lettere “SCS”, abbreviazione per “SANCTUS”. Sulla stessa parete, dietro il pilastro sul quale è rappresentato il diacono Lorenzo, sono venute alla luce altre tre figure affiancate; nella prima è affrescato un Santo anche esso non identificabile che regge nelle mani un libro, nella seconda va riconosciuto S. Andrea grazie alle lettere “ANDREAS” che si leggono in
verticale al lato del santo, nella terza si potrebbe invece ravvisare l’immagine della Vergine in piedi. Inginocchiato in preghiera ai suoi piedi sta il committente che indossa abiti laici; in questo modo al centro della parete e della teoria di Santi si porrebbe la rappresentazione della Madonna forse in posizione di orante, giustificando così l’originaria dedicazione della cappella alla Vergine.

Tra le icone di santi rappresentate sono ben visibili San Bartolomeo e Sant’Andrea, mentre degli altri restano solo due metà ed una testa. Risalgono all'epoca di fondazione della chiesa e sono gli unici esempi di pittura longobarda presenti a Salerno.

San Bartolomeo (a sn.) e un santo anonimo (a ds.)

San Bartolomeo raffigurato in piedi è colto nel gesto benedicente della mano destra, con il pollice ed il mignolo piegati fino a toccarsi mentre nella sinistra, velata dal mantello, regge un volume chiuso e mirabilmente decorato sulla copertina da una croce gemmata. Il santo è vestito semplicemente con una tunica di colore chiaro ed un mantello scuro, entrambi caratterizzati da pesanti linee verticali, segnate con un tratto spesso e rigido che nega qualsiasi accenno di movimento al bordo della veste, chiusa da rette orizzontali. 

San Bartolomeo (particolare del busto)

Soltanto all’altezza del braccio destro, nella mano e poi in corrispondenza della gamba destra e del torace si notano timidi tentativi disegnativi di resa plastica del volume del corpo. L’ovale del viso è contornato da un caratteristica barba bianca terminante in due punte, identica nel disegno si presenta la capigliatura che si spinge con riccioli pieni fin sulle orecchie. La bocca chiusa si discerne per il labbro inferiore molto pronunciato rispetto a quello superiore mentre il naso, ben definito nei contorni, è delineato da un unico tratto che sale a disegnare le sopracciglia; gli occhi sono grandi e rotondi, dall’espressione fissa e ascetica con marcate ombreggiature chiare nella parte inferiore.
La fronte, infine, si presenta solcata da una doppia linea di rughe sottili che tra le arcate sopraccigliari prevedono una singolare ombra a ‘goccia’; l’aureola su cui si staglia la testa del santo è perfettamente ovale e si distingue dal fondo sul quale è dipinta la figura. Quest’ultimo, per la maggior parte scuro, si mantiene invariato fino all’altezza del bordo della veste di S. Bartolomeo dove cambia colore e risulta attraversato orizzontalmente da linee ondulate sulle quali poggiano i piedi del santo. La sensazione è quella che la figura si erga su delle acque con i piedi quasi nudi,
calzati da sandali infradito.

Il santo anonimo

Nel santo anonimo si distinguono la diversa raffigurazione della mano destra, ugualmente in posizione benedicente ma dipinta completamente aperta; la barba e la capigliatura che mostrano differenze di esecuzione: la prima risulta appena tracciata da una doppia serie di corte linee verticali che si legano senza stacchi alla seconda, costituita dai pochi capelli che disegnano la chierica sulla testa del santo. Il panneggio rivela una ricerca di movimento più marcata rispetto a quella manifestata dalle vesti di S. Bartolomeo, un insieme complesso di tratti geometrici, disposti in varie direzioni, propongono chiaramente un tentativo di resa della struttura fisica del corpo e del movimento delle vesti meno sintetico e più vicino alla realtà. A confermare il desiderio del frescante di uscire dai limiti angusti di una rappresentazione statica e costretta nello spazio di una cornice sta, inoltre, la posizione dei piedi del santo non compresi perfettamente nella superficie a disposizione. Si è in presenza di un’immagine che pare voglia tracimare dal riquadro assegnatole e che, dunque, non rispetta una certa proporzione nel rapporto tra cornice e figura ma sembra progressivamente allargarsi.

Sant'Andrea

S. Andrea è rappresentato barbuto, con la capigliatura scura folta e riccioluta, il quale oltre alla
solita mano destra benedicente regge nella sinistra una esile croce gemmata, suo principale attributo.

Santo Stefano

In occasione delle trasformazioni apportate all’ambiente ipogeo, viene realizzato in esso un nuovo ciclo pittorico. Santo Stefano è dipinto nell’abside a sud, individuato dalla scritta “SCS STEPHANUS” posta ai lati dell’aureola. Il santo, ritratto in trono, indossa un abito ricamato ed ornato con pietre ed orbicoli e regge con la mano sinistra un libro, il cui decoro si richiama al ricamo dell’abito. La mano destra è in atteggiamento di saluto. L’aureola e la fascia che campisce l’immagine sono decorate con perline. La volumetria del corpo non appare visibile, in quanto annullata dall’ abito indossato dal Santo che è caratterizzato da spesse linee orizzontali. I tratti fisionomici sono quelli di un giovane uomo, sbarbato e dai lineamenti delicati. I tratti del volto sono resi con pesanti ombreggiature di contorno che si ispessiscono nelle linee intorno agli occhi.
L’affresco è stato paragonato ad un immagine dell’Exultet della Cattedrale di Salerno, datato al XIII secolo.
L’abside rettangolare doveva contenere l’immagine di un Cristo Pantocratore, di cui attualmente è visibile solo un lacerto raffigurante un libro aperto ed una cornice con motivi a girali.
Il pilastro di raccordo tra le due absidi ospita la figura, stante, di San Lorenzo, individuata anch’essa da un’iscrizione. Lorenzo di origine spagnola, venne ordinato diacono da Sisto II e martirizzato a Roma nel 258.
L’immagine, molto lacunosa, non presenta nessuno degli attributi tipici del santo quali la graticola, strumento del suo martirio, la borsa con i denari, la palma o l’incensiere.
Tra i pilastri che corrono lungo la parete nord è raffigurata una Vergine in trono affiancata da due angeli. L’affresco, molto danneggiato, rientra nell’iconografia della Regina coeli, si notano difatti gli attributi tipici: l’asta e lo scettro.

S.Leonardo (?)

Sull’ultimo pilastro del muro sud si staglia la figura di un santo monaco, dal volto imberbe e con il capo coperto dalla cocolla, forse San Leonardo. Questa icona è stata a lungo identificata con Santa Radegonda (una regina merovingia vissuta nel VI secolo ma il cui culto è poco diffuso nell'Italia meridionale) per una errata interpretazione delle lettere superstiti della didascalia ...E...O.N...D...ma l'abito monacale sovrapposto a quello di un laico e l'attributo delle catene fanno propendere piuttosto per San Leonardo di Noblac. Vissuto nel VI secolo il santo eremita francese ricevette infatti dal re Clodoveo il privilegio di liberare i prigionieri che ritenesse innocenti, per questa ragione è spesso raffigurato con delle catene in mano.

Altri affreschi sono stati strappati e si conservano al Museo Diocesano.

Strappo di affresco proveniente dalla chiesa inferiore oggi conservato al Museo Diocesano