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martedì 4 luglio 2017

La cappella della Maddalena nel castello di Copertino

La cappella della Maddalena nel castello di Copertino


Il castello di Copertino si presenta attualmente nella forma impressagli dalla ristrutturazione commissionata dal marchese Alfonso Granai Castriota all’architetto pugliese Evangelista Menga e portata a termine tra il 1530 ed il 1540 (come recita l’iscrizione incisa sulla cortina est e sulle facce dei due bastioni che la delimitano), a partire da un preesistente nucleo di epoca normanno-sveva di cui si conserva il mastio scarpato e quadrangolare, sul cui lato est, nel 1407, in occasione del loro matrimonio, furono incastonate le armi del re di Napoli Ladislao d'Angiò Durazzo e di Maria d'Enghien.

Le armi di Ladislao d'Angiò Durazzo e Maria d'Enghien
 
Il castello attuale si sviluppa attorno ad un cortile quadrato, circondato da un fossato e rafforzato, agli angoli, da quattro bastioni a punta di lancia, collegati al cortile – sul quale si affacciano corpi di fabbrica di epoche differenti – da enormi gallerie.
 
Lungo tutto il perimetro esterno si osservano novanta feritoie le cui cavità consentivano un facile movimento dei cannoni. Queste sono distribuite su tre ordini separati da due cordoni marcapiano.
Il fastoso portale, a cui recentemente è stata data un'esemplare decodificazione iconografica, è attribuito allo scultore neretino Francesco Bellotto su probabile disegno di Evangelista Menga. Le sue decorazioni, realizzate in calcarenite locale, risultano integrate successivamente con stucchi per proteggerle dai venti che nei secoli hanno esercitato un’azione polverizzante.


Superato il portale si entra nella corte dove una scalinata scoperta conduce al “palazzo vecchio” di epoca quattro-cinquecentesca composto da circa 20 stanze. A metà della rampa si trova la cappella della Maddalena.

L'ingresso alla cappella

Alla cappella di forma quadrata (lievemente rettangolare nel senso della larghezza) con unica abside fortemente decentrata posta all'estremità sn. del lato NE, si accede attraverso una porta (per lungo tempo rimasta murata). Le sue pareti, come si intuisce dai frammenti pittorici superstiti (spesso a livello di semplice sinopia), accoglievano un ciclo pittorico di altissima qualità con le Storie di Cristo e della Maddalena, poi irrimediabilmente danneggiato quando, abbattuta la volta, si procedette a inglobare l'oratorio nell'attuale struttura cinquecentesca.

Nel 1998 un intervento di restauro condotto dalla Soprintendenza puntò l'attenzione sul recupero di numerosi frammenti pittorici, rinvenuti staccati e privi di riferimento logistico. Tali frammenti furono selezionati tra i materiali di risulta di cui era colma la cappella al momento della scoperta. Alcuni di essi provengono dalle pareti, altri dalla demolita volta. Al primo gruppo sono da collegare le scene dell'Ultima e cena e del Noli me tangere, al secondo i resti di incorniciature e stemmi facenti capo alle famiglie Enghien-Brienne, Orsini del Balzo e Chiaromonte (Clermont). Tali insegne araldiche, se da una parte consentono di ricostruire la committenza del ciclo, dall'altra s'intrecciano ai passaggi feudali della contea di Copertino che Maria d'Enghien avrebbe ceduto in dote alla figlia Caterina del Balzo Orsini, in occasione delle nozze con Tristano Chiaromonte nel 1415 o poco dopo.
La presenza degli stemmi araldici dei due sposi stabilisce nella data del loro matrimonio il termine post quem per la realizzazione del ciclo di affreschi mentre il termine ante quem è fissato dalla data di morte di Caterina (24 aprile 1429).

Ciò che resta del ciclo cristologico si individua all’interno di una nicchia ubicata nell’angolo di raccordo tra la parete sud-est e quella sud-ovest: a una ormai rarefatta Fuga in Egitto segue una Natività sopra la quale era raffigurata la scena dell’Annuncio ai pastori. In alto si riconoscono due pastori e, poco più in basso, la sagoma della Vergine, una sinopia della mangiatoia, il bue, l’asino e San Giuseppe, ritratto come di consueto in disparte, sul margine destro della composizione.

Il ciclo cristologico
 
Il ciclo cristologico si sviluppava probabilmente dal basso verso l'alto, dove erano dipinte le scene dell’Ultima Cena e del Noli me Tangere individuate nel materiale di risulta.

Il programma decorativo della parete sud-ovest è attualmente scandito in due registri pittorici sovrapposti, che in origine dovevano essere completati da un terzo registro superiore istoriato.
Il registro più basso è decorato a finti marmi, come nelle altre pareti, mentre in quello superiore si possono riconoscere le sinopie di due scene tratte dalla Legenda Aurea.
 
Parete sud.ovest
 
La prima rappresenta la Maddalena che presagendo la sua morte si fa comunicare dal vescovo Massimino: la santa è raffigurata in ginocchio mentre riceve la comunione dal suo compagno di
viaggio, alle cui spalle si osserva un altare ricoperto da una tovaglia a frange; lo stesso altare, nel brano immediatamente successivo, fa da retroscena alla Morte della Santa, come si evince dal corpo disteso in terra e avvolto nei lunghi capelli.
 
Parete nord-ovest
 
Il racconto prosegue nella parete nord-ovest con i Funerali della Maddalena, procedendo da sinistra si osserva: un giovane che tiene con due mani un bastone (una croce astile?), quindi un santo vescovo (Massimino?), con la destra benedicente e la sinistra che indica un passo delle sacre scritture, mentre, davanti al corpo esanime della Maddalena, partecipano alle esequie due giovani, uno dei quali, affranto, porta la mano destra al viso per asciugare le lacrime.
 
 
Il brano seguente, dopo la consueta cornice divisoria, reca un sarcofago finemente scorciato – en pendant a un altro sarcofago rappresentato longitudinalmente nel registro rasoterra (1) - dove viene deposta la salma; si distingue chiaramente la figura di un uomo, con vesti di colore rosa antico, proteso verso i piedi del defunto e seguito da un altro personaggio che porta al volto un panno giallo in segno di disperazione. La deposizione è da ritenersi non già quella di Cristo – come da alcuni ipotizzato - ma quella del corpo della Maddalena, come provano i tratti di colore giallo e un disegno ondulato pertinente alla sua folta chioma.
Nel riquadro successivo è raffigurata la Maddalena con in mano il vaso dell'unguento, inginocchiate ai lati della Maddalena la contessa di Lecce Maria d'Enghien (a destra) e la figlia Caterina (a sinistra), probabili committenti dell'affresco (2).
 
Note:
 
(1) La Legenda Aurea riporta che non appena morta la Maddalena, il Beato Massimino cosparse il corpo della Maddalena con aromatici unguenti ed espresse il desiderio di venire sepolto, dopo la sua morte, accanto alla santa. Su questa base si può ipotizzare che il menzionato sepolcro rappresentato nel registro rasoterra, sotto la scena del Funerale, sia quello del beato Massimino, compagno d'esilio della Maddalena e primo vescovo di Aix (vedi anche scheda La cappella della Maddalena nella torre di Belloluogo).
(2) Secondo alcuni studiosi proprio Copertino sarebbe la città natale di Maria d'Enghien.




giovedì 29 giugno 2017

La cappella della Maddalena nella torre di Belloluogo, Lecce

La cappella della Maddalena nella torre di Belloluogo, Lecce


Situata nei pressi dell'ingresso settentrionale della città di Lecce, la Torre di Belloluogo si presenta di forma cilindrica, con alcune finestre ad arco a sesto acuto ed è collocata dalla sua fondazione sopra un banco di roccia calcarea, circondata ed isolata dal terreno circostante da un vasto fossato ricolmo d'acque sorgive in tutte le stagioni (è l'unico fossato salentino colmo d'acqua in permanenza). Nella parte superiore si aprono delle strette feritoie (saettiere).
 
 
Fatta costruire probabilmente tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo da Ugo (1271-1296) o da Gualtiero V di Brienne (1296-1311) come istallazione militare, fu scelta da Maria d'Enghien come residenza elettiva dopo il suo rientro da Napoli (1418).

Superato il ponte di pietra (che sostituisce l'originale ponte levatoio), si accede al pianterreno, caratterizzato da un pavimento in pietra leccese che al centro disegna un ottagono.
 
 
Il piano nobile, a cui si accede per mezzo di una scala esterna, è diviso in quattro vani, in uno di questi, il più grande, un grande camino si trova presso la finestra che guarda a ponente.

Planimetria del piano nobile

Nell'altro vano di maggiore ampiezza si trova una cappella, dove Maria d'Enghien si ritirava a pregare, e dove è affrescato il ciclo della Maddalena a cui la contessa era particolarmente devota.
Gli episodi del ciclo sono raffigurati sia secondo la versione evangelica (nella parete destra), sia secondo la versione riportata dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine (nella parete sinistra) che inizia con La partenza dalla Galilea. Le scene sono inserite in riquadri ornati da racemi e da cosmatesche. All'incrocio delle cosmatesche sono rappresentati i quattro profili dei componenti della famiglia committente.


Nell'abside è rappresentata la Crocefissione con la Maddalena inginocchiata ai piedi del Crocefisso.

 
Maria Maddalena compare nel vangelo di Luca tra le donne che assistevano finanziariamente Gesù per spirito di riconoscenza:
C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni. (Luca, VIII, 2-3)
E' indicata poi come una delle tre Marie presenti alla Crocefissione:
Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. (Giovanni, XIX, 25)

E' ancora lei, di primo mattino nel primo giorno della settimana, assieme a Salomè e Maria la madre di Giacomo il Minore, (Matteo XXVIII, 1 e Marco XVI, 1-2, oltre che nell'apocrifo Vangelo di Pietro, 12), ad andare al sepolcro, portando unguenti per ungere la salma. Le donne trovarono il sepolcro vuoto ed ebbero una visione di angeli che annunciavano la resurrezione di Gesù (Matteo XXVIII, 5).
 
Le Pie donne al sepolcro
 
Maria Maddalena, in un primo momento corre a raccontare quanto visto a Pietro e agli altri apostoli, (Giovanni XX, 1-2). Ritornata al sepolcro, si soffermò piangendo davanti alla porta della tomba. Qui il Signore risorto le apparve, ma in un primo momento non lo riconobbe.
Solo quando venne chiamata per nome fu consapevole di trovarsi davanti Gesù Cristo in persona, e la sua risposta fu nel grido di gioia e devozione, "Rabbunì", cioè "maestro buono". Avrebbe voluto trattenerlo, ma Gesù la invitò a non trattenerlo e le disse:
Non mi trattenere (Noli me tangere), perché non sono ancora salito al Padre mio; ma va' dai miei fratelli e dì loro: Sto ascendendo al Padre mio e al Padre vostro, al Mio Dio e al vostro Dio. (Giovanni XX, 17).
 
Noli me tangere
 
Nell'esegesi medioevale la Maddalena è stata identificata anche con Maria di Betania, sorella di Marta e del risorto Lazzaro e con la peccatrice (di cui non viene detto il nome) che unge i piedi a Gesù a casa di Simone il Fariseo, probabilmente a Nain, in Galilea:
Ed, ecco, una donna in città, che era una peccatrice, quando lei seppe che Gesù sedeva nella casa dei Farisei, portò una scatola di unguento, e si levò in piedi ai suoi piedi dietro lui piangendo, e iniziò a lavare i suoi piedi, e li pulì con i capelli della sua testa, e baciò i suoi piedi, e li unse con l'unguento. (Luca, VII, 36-40).
 
La Maddalena lava i piedi a Gesù
 
L'identificazione è sostenuta dal fatto che Maria di Betania unge i piedi del Signore mentre Gesù è festeggiato in una cena in casa di Simone il lebbroso, la peccatrice senza nome mentre Gesù è in casa di un fariseo che si chiama Simone. Sembra poco probabile che per due volte in due luoghi differenti Gesù sia stato unto con una quantità di olio di nardo avente esattamente lo stesso valore (Marco XIV, 5 e Giovanni XII, 5) e che per due volte questo abbia dato luogo alle stesse pesanti critiche da parte dei presenti.
La Legenda aurea, la summa dell'agiografia medioevale compilata da Jacopo da Varagine nel XIII secolo, riprende il racconto evangelico ma narra anche le vicende della Maddalena dopo la morte di Gesù che iniziano con la Partenza dalla Galilea:
(...) quattordici anni dopo la passione del Signore, quando Stefano era stato già martirizzato e gli altri discepoli scacciati dalla Giudea, i seguaci di Cristo si separarono per le diverse regioni della Terra per diffondere la parola di Dio. Tra i settantadue discepoli c'era il beato Massimino a cui furono affidati da San Pietro Maria Maddalena, Lazzaro, Marta, Marcella (la domestica di Marta) e il beato Celidoneo cieco dalla nascita e risanato da Cristo e molti altri cristiani che furono posti dagli infedeli su di una nave e spinti in mare senza nocchiero perché vi perissero; ma per volere divino giunsero a Marsiglia dove non vi fu alcuno che li volesse ricevere nelle proprie case, cosicché dovettero ripararsi sotto il porticato di un tempio.
Partenza dalla Galilea
 
Lo stile degli affreschi ricorda molto da vicino quelli delle chiese di Santo Stefano di Soleto e di Santa Caterina di Galatina nonchè quello delle miniature trecentesche.
 
In prossimità della torre si trova un complesso di ambienti ipogei, in alcuni dei quali alcuni studiosi hanno identificato il ninfeo di Maria d'Enghien.
 
 

 

venerdì 23 giugno 2017

Sichelgaita di Salerno

Sichelgaita di Salerno


Sichelgaita nacque a Salerno - probabilmente nel 1036 - da Guaimario IV, principe longobardo di Salerno, e Gemma, figlia del conte di Teano, Landolfo.
Grazie all'alleanza con i normanni, Guaimario IV era riuscito ad impossessarsi del principato di Capua, di Amalfi, Sorrento e Gaeta.
Nel settembre 1042, inoltre, Guaimario aveva approvato a Melfi l'elezione a conte di Puglia di Guglielmo d'Altavilla, detto Braccio di Ferro (1), ricevendone in cambio il vassallaggio e l'acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all'inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine (2).
L'alleanza tra Longobardi e Normanni fu quindi consolidata con il matrimonio di Guglielmo d'Altavilla con Guida, figlia del fratello di Guaimario, Guido, duca di Sorrento.
Alla morte di Guglielmo (1046), l'alleanza fu ulteriormente rinsaldata dal rapido riconoscimento da parte di Guaimario della successione del fratello di Guglielmo, Drogone, a cui diede in sposa la sorella Gaitelgrima (3).
Nel 1047 però l'imperatore Enrico III del Sacro Romano Impero giunse in Italia meridionale e pose fine al sogno di Guaimario di divenire signore assoluto di tutto il Mezzogiorno chiedendo l'atto di sottomissione a tutti i principi locali. L'imperatore restituì Capua a Pandolfo – che era stato spodestato da Guaimario - e pose sotto la sua diretta giurisdizione i domini di Aversa e di Melfi – dove Guaimario aveva infeudato i Normanni. Infine, privò Guaimario del titolo ducale di Puglia e Calabria, mettendo fine a quella singolare condizione di sovranità così scomoda per la corona imperiale.

Il 3 giugno 1052, Guaimario viene assassinato da una congiura capeggiata dai suoi cognati – probabilmente ispirata e sostenuta dagli amalfitani e dai bizantini - uno dei quali, Pandolfo, viene eletto principe al suo posto con il nome di Pandolfo III mentre Sichelgaita viene imprigionata insieme al fratello Gisulfo, alle sue sorelle e ad altri familiari di Guaimario nel castello di Arechi. Ma il fratello di Guaimario, Guido, miracolosamente scampato alla cattura, riuscì a raggiungere a Melfi la sorella Gaitelgrima, moglie del condottiero normanno, nonché all'epoca vassallo di Guaimario, Umfredo d'Altavilla.
Guido tornò quindi a Salerno alla testa dell'esercito normanno e la cinse d'assedio intavolando una trattativa con l'usurpatore che accettò di liberare i prigionieri in cambio della propria vita e di quella dei suoi congiunti.
Guido insedia quindi il nipote Gisulfo sul trono del Principato ma i Normanni, che non si ritengono vincolati ai patti siglati da Guido, trucidano Pandolfo e 36 dei suoi familiari, tanti quante erano state le pugnalate rinvenute sul corpo di Guaimario.

Per ragioni non del tutto chiare Gisulfo II entrò presto in conflitto con i Normanni e nel 1057 fu costretto ad inviare una ambasceria a Roberto il Guiscardo perchè ponesse fine alle scorrerie del fratello Guglielmo (4) che devastavano le sue terre. In cambio della sua protezione il Guiscardo chiese la mano di Sichelgaita. Gisulfo e suo zio Guido, contrari a queste nozze che avrebbero spianato al Guiscardo la strada per rivendicare le terre del Principato di Salerno, tentarono dapprima di ammorbidire Guglielmo dandogli in moglie una delle figlie di Guido, Maria, ma alla fine furono costretti a capitolare. Il matrimonio fu celebrato a Melfi probabilmente nel 1059.
Ma la conquista di Salerno rimase nelle mire del condottiero normanno.
Nello stesso anno l'abate di Montecassino Desiderio - il futuro papa Vittore III (1087) nonché cugino di Sichelgaita – fu elevato alla porpora cardinalizia e nominato legato pontificio per il Mezzogiono da papa Niccolò II. Sichelgaita ed il cugino Desiderio svolsero quindi un ruolo di primo piano nell'organizzazione del I Concilio di Melfi (agosto 1059) le cui conclusioni – precedute dal Trattato del 24 giugno e rese operative dal Concordato del 23 agosto – sancirono l'investitura papale del diritto dei Normanni a governare il Mezzogiorno d'Italia, in cambio il papa ricevette il patto di vassallaggio (5).

Papa Niccolò II incorona a Melfi Roberto il Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia
da una edizione miniata della Nova Cronica di Giovanni Villani (Codice Chigi), XIV sec.
Biblioteca Apostolica Vaticana
 
Nel 1061 Sichelgaita diede per la prima volta mostra delle sue capacità militari ponendosi a capo della guarnigione di Melfi e dirigendo la difesa durante l'assedio del contingente bizantino inviato da Costantino X (6) fino all'arrivo delle truppe del marito.
Nel maggio 1076, dopo che Gisulfo aveva respinto un estremo tentativo di mediazione di Sichelgaita che aveva proposto al fratello di cedere Amalfi al figlio primogenito da lei avuto dal Guiscardo, Ruggero Borsa (7), il normanno ruppe gli indugi e assediò Salerno. Dopo circa un anno di assedio i salernitani, stremati dalla fame, lasciarono entrare i normanni mentre Gisulfo, con i suoi fedelissimi si asserragliava nel castello di Arechi ma di lì a poco fu costretto a sua volta a capitolare. Grazie all'intercessione di Sichelgaita, il Guiscardo gli diede un appannaggio che gli consentì di vivere un decoroso esilio presso la corte papale.
Occupata Salerno, non fidandosi troppo della fedeltà dei salernitani, Roberto fece costruire una nuova residenza (Castel Terracena) in una posizione più elevata e nel quartiere occupato dall'aristocrazia normanna.

Lorenzo Ottoni, Roberto Guiscardo, prima metà del XVIII sec.
Abbazia di Montecassino

La guerra in Oriente
Dal 1076 una delle figlie di Roberto e Sichelgaita, Olimpia, era fidanzata con l'erede al trono di Bisanzio, il figlio di Michele VII Ducas, Costantino, e viveva a Costantinopoli, dove, secondo l'usanza bizantina, era stata ribattezzata con il nome di Elena. Nel 1078 il generale Niceforo Botaniate rovesciò Michele VII con un colpo di stato, il patto nuziale venne rotto e Olimpia/Elena venne rinchiusa in un convento.
Questo affronto diede a Roberto e Sichelgaita il pretesto per attaccare l'impero bizantino. Raccolto l'esercito ad Otranto, il Guiscardo s'imbarcò a Brindisi insieme a Sichelgaita ed al primogenito Boemondo nel maggio 1081 nonostante il fatto che nel frattempo a Costantinopoli ci fosse stato un nuovo cambio della guardia con l'ascesa al trono di Alessio I Comneno.
Occupata Corfù con una rapida azione militare, il corpo di spedizione normanno sbarcò nei pressi di Valona e cinse d'assedio Durazzo. La città era difesa da Giorgio Paleologo – uno dei migliori generali di Alessio Comneno – che, con l'appoggio della flotta veneziana, sostenne validamente l'assedio riuscendo anche con una sortita ad incendiare le macchine d'assedio normanne.
In ottobre l'esercito imperiale, guidato dallo stesso imperatore, giunse in soccorso degli assediati.

La battaglia di Durazzo, 18 ottobre 1081
Informato per tempo dell'arrivo di Alessio, il Guiscardo schierò prontamente a battaglia il suo esercito (forte di circa 30.000 uomini) nella piana di Durazzo. Prese lui stesso il comando del centro e affidò al figlio Boemondo l'ala sinistra e ad Amico di Giovinazzo quella destra.
Alessio – che poteva contare su una forza composita di circa 20.000 uomini - prese a sua volta il comando del centro, dinanzi a cui si trovava la Guardia Variaga comandata da Nampita e seguita da un contingente di arcieri, mentre affidò il comando dell'ala destra a Niceforo Melisseno e quello dell'ala sinistra al gran domestico Gregorio Pacuriano.

Normanni: A (centro), B (Boemondo), C (Amico di Giovinazzo), D (Guiscardo, cavalleria pesante)
Bizantini: H (Nampeta, guardia variaga), F (Alessio), G (Melisseno), E (Pacuriano)

L'ala destra di Amico caricò la Guardia Variaga che tenne la posizione mentre l'intervento di Pacuriano lo costrinse a ripiegare disordinatamente. Nampita, senza curarsi di attendere l'arrivo del grosso dell'esercito, lanciò la Guardia all'inseguimento del nemico in rotta. A questo punto intervenne Sichelgaita (8) che indossando armi e corazza – pur colpita da una freccia ad una spalla - riuscì a rianimare gli sbandati riordinandone le fila. La Guardia Variaga, spintasi troppo avanti e sfiancata dall'inseguimento, fu travolta e decimata dalla controcarica di fanteria lanciata dal centro del Guiscardo. Asserragliatisi su una collinetta dove si trovava la cappella di San Michele, i Variaghi superstiti perirono tra le fiamme appiccate dai Normanni.
Entrambi gli schieramenti avevano così perso un'ala ma il Guiscardo poteva ancora contare sulla cavalleria pesante che aveva tenuto in riserva e che lanciò contro il centro avversario provocandone la rotta grazie anche alla diserzione dei mercenari turchi e bogomili.

Presa Durazzo, il Guiscardo marcia decisamente verso est alla volta di Costantinopoli. Nella primavera del 1082 si trova molto probabilmente nella regione di Castoria quando viene raggiunto dalla disperata richiesta di aiuto da parte di papa Gregorio VII.
Il sottile lavorio diplomatico di Alessio ha infatti dato i suoi frutti: l'imperatore tedesco Enrico IV, scomunicato dal papa e alleato di Alessio, è sceso in Italia e assedia in castel Sant'Angelo il papa che ha sostituito con un antipapa - Clemente III (9) - mentre molti vassalli di Roberto si stanno ribellando e passano dalla parte di Enrico IV.
Lasciato il comando delle operazioni in Oriente al figlio Boemondo, Roberto e Sichelgaita tornano in Italia tra l'aprile ed il maggio del 1082 ed il 24 maggio 1084 Roberto entra a Roma alla testa del suo esercito mentre le truppe di Enrico IV evitano lo scontro e si ritirano verso settentrione. Il Guiscardo tratta Roma come una città nemica e la lascia per 3 giorni al saccheggio dell'esercito, quindi ripiega su Salerno insieme a papa Gregorio per metterlo al sicuro da ogni minaccia germanica.

Merry Joseph Blondel, Boemondo d'Altavilla, 1843
Sala delle crociate, Castello di Versailles

La guerra in Oriente sotto il comando di Boemondo
Nel frattempo Boemondo - presa Giannina (aprile 1082) dove aveva istallato il proprio quartier generale rinforzando le difese della cittadella (10) – avanza rapidamente in Macedonia battendo ripetutamente gli imperiali. Conquista Bitola nella piana di Pelagonia, Tricala e Castoria e stringe d'assedio Larissa (ottobre-novembre 1082) difesa da Leone Cefala che resiste per sei mesi fino all'arrivo di Alessio alla testa dell'esercito imperiale (11) che costringe Boemondo a levare l'assedio e ripiegare su Castoria. A questo punto i comandanti normanni – subornati dalle promesse che l'imperatore faceva giungere loro – chiedono con insistenza a Boemondo il pagamento del soldo arretrato, cosa che alla fine costringe Boemondo a rientrare in patria per reperire i fondi necessari. Nel settembre dell'1083 Boemondo lascia quindi il comando dell'esercito a Briennio e Pietro d'Alifa e raggiunge Valona per poi imbarcarsi per l'Italia. In assenza di Boemondo, Alessio riconquista tutta la Tessaglia e nell'autunno del 1083 assedia e libera Castoria difesa da Briennio mentre molti comandanti normanni passano dalla sua parte.

Nel settembre del 1084, dopo aver inviato in avanscoperta i figli Ruggiero Borsa e Guido con alcuni squadroni di cavalleria che riconquistano Valona e Butrinto, il Guiscardo e Sichelgaita s'imbarcano ad Otranto con il grosso dell'esercito e si dirigono su Corfù che si era ribellata all'occupazione normanna. Riconquistata l'isola – difesa anche dalla flotta veneziana - a prezzo di sanguinosi combattimenti, Roberto raggiunge i figli a Butrinto. Il 17 luglio del 1085, mentre assediava Cefalonia, colto da una violenta febbre, Roberto il Guiscardo morì improvvisamente.
Alla morte di Roberto, Sichelgaita assunse la reggenza e dovette gestire la difficile successione. Il suo primo atto ufficiale fu quello di associare al potere il suo primogenito Ruggiero Borsa. L'idea era quella di assegnare a Boemondo i possedimenti balcanici e garantire a Ruggiero la successione al padre. La riconquista bizantina dei Balcani vanifica però questo progetto e provoca la ribellione di Boemondo che, spalleggiato dal cugino Giordano I principe di Capua, conquista Oria e mette a ferro e fuoco Taranto e Otranto.

Desiderio di Montecassino (papa Vittore III)
Abbazia di Sant'Angelo in formis, 1072-1087

Grazie alla mediazione del nuovo papa, l'abate di Montecassino Desiderio, parente e alleato di Sichelgaita, che ascende al soglio pontificio il 24 maggio del 1086 con il nome di Vittore III, si perviene ad un primo accordo: Boemondo ottiene la Puglia sudoccidentale, da Coversano fino a Gallipoli, insieme al titolo di principe di Taranto, in cambio della rinuncia agli altri possedimenti in Italia e alla successione.
La morte del pontefice (16 settembre 1087) riapre le ostilità tra i due fratellastri e Boemondo e i suoi alleati conquistano Cosenza e Maida.
Nel 1089 il nuovo pontefice, Urbano II, conferma a Boemondo il Principato di Taranto (formato dalla contea di Conversano e da tutto il Salento, eccetto Lecce e Ostuni, e le città di Cosenza e Maida che Boemondo cederà al fratello in cambio di Bari) e investe ufficialmente Ruggiero del titolo di duca di Puglia e Calabria.
Sichelgaita muore il 27 marzo del 1090. Verrà tumulata nell'abbazia di Montecassino.

Note:
(1) Per l'origine di queso soprannome vedi scheda La sicilia bizantina, nota 1.

(2) Il patto feudale non aveva però alcun fondamento giuridico: Guaimario era infatti divenuto duca di Calabria e di Puglia solo sulla base di un'acclamazione popolare, per giunta da parte di uomini che egli stesso aveva infeudato come suoi vassalli a Melfi in virtù dell'autorità di quello stesso titolo ducale.

(3) Alla morte di Drogone (1051), Gaitelgrima ne sposò in seconde nozze il fratello e successore Umfredo.

(4) Si tratta di un altro dei numerosi figli cadetti di Tancredi d'Altavilla, frutto come il Guiscardo del suo secondo matrimonio con Fredesenda e omonimo del fratellastro detto Braccio di ferro (deceduto nel 1046).

(5) Riccardo Drengot fu nominato dal papa Principe di Capua mentre Roberto il Guiscardo fu riconosciuto duca di Puglia, Calabria – sancendo in questo modo il diritto dei normanni sulle città di queste regioni ancora in mano ai bizantini - e Sicilia (ancora interamente in mano agli Arabi)

(6) Le truppe bizantine – sbarcate pochi mesi prima nei pressi di Taranto mentre il Guiscardo era impegnato in Sicilia contro gli Arabi - avevano rapidamente riconquistato Taranto, Brindisi ed Oria giungendo ad assediare la capitale normanna. Secondo il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum, una cronaca dell'XI sec. attribuita a Lupo Protospatario, il contingente bizantino era comandato da “Miriarca”.

(7) Dal suo matrimonio con Roberto il Guiscardo, Sichelgaita ebbe ben 11 figli. Ruggero, il primogenito, era detto Borsa per la sua mania di contare e ricontare il denaro.

(8) Sia Anna Comnena (Alessiade) – che la paragona ad Atena Pallade - che Guglielmo di Puglia (Gesta Roberta Wiscardi) concordano nel riconoscere a Sichelgaita un ruolo decisivo nel rovesciamento delle sorti della battaglia.

(9) L'arcivescovo di Ravenna, Guiberto Giberti, uno dei maggiori oppositori alle riforme di papa Gregorio VII, era stato eletto papa con il nome di Clemente III da un sinodo, a cui erano intervenuti prevalentemente vescovi schierati sul fronte imperiale, convocato da Enrico IV a Bressanone nel 1080. Venne insediato in San Giovanni in Laterano poco dopo l'ingresso delle truppe di Enrico IV in città (24 marzo 1084) mentre Gregorio si era rinchiuso in Castel Sant'Angelo.

(10) Per le opere di difesa fatte realizzare da Boemondo nella cittadella di Giannina vedi scheda Giannina.

(11) Gli effettivi di Alessio, nel frattempo, erano stati rafforzati dall'arrivo di 7.000 turchi inviati dal sultano di Rum.





venerdì 2 giugno 2017

Ducato di Benevento (570-839)

Ducato di Benevento (570-839)

Il ducato di Benevento fu fondato intorno al 570 dal longobardo Zottone che strappò ai bizantini la città di Benevento e ne fece la capitale dei territori della Campania, dell'Apulia, della Lucania e del Bruzio che riuscì ad occupare, organizzandoli in ducato e cercando sempre di mantenerli indipendenti dal regno longobardo, dai bizantini e dalla Chiesa.
Anche il suo successore Arechi (591-641), pur essendo stato nominato dal re Agilulfo, non si piegò mai alle direttive regie e creò un solido organismo territoriale che si estendeva dalla valle del fiume Sangro (al confine con il ducato di Spoleto) e del fiume Garigliano (al confine con il territorio bizantino del ducato di Roma) fino allo Ionio.
Nel 758 gli attriti fra i presidi meridionali (Longobardia Minor) e quelli settentrionali (Longobardia Maior) del dominio longobardo si acuirono. Le città di Spoleto e Benevento furono occupate per breve tempo da re Desiderio, ma con la sconfitta di quest'ultimo e la conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno (774), il trono longobardo rimase vacante. Il duca Arechi II (758-774) pensò di approfittare della situazione e tentare un colpo di mano per impossessarsi della corona. Ma l'impresa si rivelò ben presto impraticabile, soprattutto perché in questo modo Arechi avrebbe attirato su di sé l'attenzione dei Franchi, esponendosi a facili pericoli. Il duca non perse comunque l'occasione per innalzare la propria dignità e si fregiò del titolo di Principe, elevando il suo dominio a Principato. La sua ascesa dovette però interrompersi: nel 787 l'assedio di Salerno da parte di Carlo Magno lo costrinse a sottomettersi alla signoria dei Franchi.
Nell'851, dopo più di dieci anni di guerra civile tra Radelchi, che era stato elevato alla carica di Principe dai maggiorenti beneventani dopo l'assassinio di Sicardo, e Siconolfo, fratello del principe assassinato, il conflitto fu ricomposto con l'istituzione del Principato di Salerno, sancito dall'imperatore carolingio Ludovico II e assegnato a Siconolfo.
Dal 978 al 981 il Principato fu riunificato sotto lo scettro del Principe di Benevento Pandolfo I Capodiferro che ereditò il titolo di Principe di Salerno alla morte di Gisulfo I a lui legato da patto di vassallaggio. Alla sua morte i suoi possedimenti furono però nuovamente divisi tra i suoi due figli.

Arechi I (591-641): forse nipote di Zottone, fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Estese i territori del ducato conquistando Capua (594), Venafro (595) e Nola (596). Tentò vanamente di strappare Napoli ai bizantini ma prese Salerno (620).

Aione I (641-642): successe al padre per volere dei beneventani giacchè questi - sapendolo mentalmente instabile - aveva dichiarato di ritenere più adatti al governo i figli adottivi Radoaldo e Grimoaldo. Morì in un'imboscata tesagli dagli Slavi che erano sbarcati nei pressi di Siponto.

Radoaldo (642-651): terzogenito maschio del duca del Friuli Gisulfo II e di Romilda, riparò presso la corte di Arechi insieme al fratello Grimoaldo dopo l'ascesa al trono dello zio Gisaulfo II (625 c.ca). Accolto dal duca come un figlio successe al fratello adottivo.

Grimoaldo (651-671): successe al fratello nel 651. Nel 662 intervenne nello scontro dinastico tra i figli del re Ariperto, Pertarito e Godiperto di cui sposò la sorella. Giunto con l'esercito a Pavia, eletta da Godiperto a capitale della sua porzione di regno, uccise il cognato usurpando il trono. Pertarito, che si trovava a Milano, conscio della sua inferiorità abbandonò il campo riparando presso gli Avari. La reggenza del ducato fu assunta dal figlio Romualdo (1).
Nel 663 dovette fronteggiare a nord la calata dei Franchi scesi a difendere gli interessi della deposta monarchia e che sconfisse a Refrancore nei pressi di Asti.
Nel frattempo l'imperatore bizantino Costante II, sbarcato a Taranto alla testa di un esercito, aveva risalito la penisola e cinto d'assedio la stessa Benevento ma l'approssimarsi di Grimoaldo con il grosso dell'esercito lo convinse a desistere e ripiegare su Napoli. Romualdo, ricevuti i rinforzi, sconfisse duramente parte del contingente greco al comando dell'armeno Saburro nella battaglia di Forino, con cui s'infranse definitivamente il sogno di Costante di riconquistare l'Italia meridionale. Sull'onda di questa vittoria, Romualdo passò all'offensiva e riconquistò rapidamente i territori occupati dai bizantini e li costrinse ad arretrare rispetto ai confini precedenti la spedizione di Costante, attestandosi a sud di una linea che congiungeva Otranto (rimasta in mani bizantine) ad Oria (conquistata dai longobardi) passando appena a nord di Lecce.
Grimoaldo morì nel 671 a causa delle complicazioni seguite a un salasso. I suoi resti furono tumulati a Pavia, nella chiesa di Sant'Ambrogio (oggi completamente perduta) che egli stesso aveva fatto edificare.

Romualdo (671-687): reggente dal 662 divenne a tutti gli effetti duca di Benevento alla morte del padre nel 671 mentre il fratellastro (1) Garibaldo succedeva a Grimoaldo sul trono longobardo.
Sposatosi con Teodorada, figlia del duca del Friuli Lupo a cui Grimoaldo aveva affidato il regno durante la sua spedizione in Italia meridionale e che successivamente aveva destituito per la sua scarsa fedeltà, ebbe da lei tre figli (Grimoaldo, Gisulfo e Arechi).
Durante il suo regno, sotto l'influenza di san Barbato che fu vescovo di Benevento dal 664 al 683, si realizzò la conversione dei longobardi dall'arianesimo al cattolicesimo romano.

Grimoaldo II (687-689):

Gisulfo I (689-706): salito al trono ducale alla morte del fratello quando era ancora minorenne, governò per diversi anni sotto la reggenza della madre Teodorada. Nel 702, approfittando delle difficoltà del nuovo esarca ravennate Teofilatto, costrettoa fronteggiare una rivolta interna, invase il territorio del ducato di Roma. Convinto dagli ambasciatori di papa Giovanni VI (701-705) a ritirarsi, conservò le cittadine di Sora, Arpino, Arce e Aquino portando il confine al fiume Garigliano.
Si sposò con Winiperga da cui ebbe il figlio Romualdo.

Romualdo II (706-731): nel 716 riuscì a strappare la città di Cuma al ducato di Napoli ma l'anno seguente una spedizione condotta dal duca di Napoli Giovanni I e finanziata da papa Gegorio II riconquistò la città.
Si sposò due volte: la prima con Gumperga, nipote del re Liutprando. Da cui ebbe Gisulfo e la seconda con Ranigunda, figlia del duca di Brescia Gaidualdo.

Gisulfo II (731): ancora minorenne alla morte del padre fu deposto da una congiura di nobili che elesse al suo posto un certo Audelais, risparmiando comunque la vita al giovane duca.

Il Ducato di Benevento nell'VIII secolo.
 
Audelais (731-732): si mantenne al governo del ducato, pur controllandone effettivamente solo una parte, per circa due anni. Fu quindi deposto dall'intervento del re Liutprando che calò su Benevento con l'esercito e lo sostituì con il nipote Gregorio, preferendo portare il giovane Gisulfo a Pavia dove crebbe e fu educato nel palazzo reale. 

Gregorio (732-739): alla sua morte, sul finire del 739, i beneventani non attesero che Liutprando nominasse un nuovo duca né riconobbero come tale il legittimo erede Gisulfo ma elessero invece Godescalco (739-742) esprimendo in tal modo il desiderio di rendersi indipendenti dal potere centrale. Godescalco assecondò probabilmente il tentativo del duca di Spoleto, Trasimondo II, deposto da Liutprando, che aveva insediato al suo posto Ilderico, di riprendersi il ducato. Nel dicembre del 739 alla testa di un esercito finanziato dal papa Gregorio III (731-741) Trasimondo invase e riconquistò il ducato di Spoleto uccidendo Ilderico.
Nel 742 Liutprando invase a sua volta il ducato con tutto il suo esercito costringendo Trasimondo II alla resa. Il ribelle fu sostituito da Agiprando e costretto a prendere i voti sacerdotali. Il re longobardo marciò quindi sul ducato beneventano. Godescalco cercò di fuggire imbarcandosi per la Grecia ma fu intercettato e ucciso da partigiani fedeli a Liutprando e al legittimo duca Gisulfo.

Gisulfo II (742-751): il suo governo è ricordato soprattutto per le numerose e cospicue donazioni alla chiesa che gli accattivarono le simpatie del clero e del papato e per le ottime relazioni che il ducato intrattenne con il potere centrale. Sposatosi mentre si trovava ancora alla corte di Pavia con una nobildonna di nome Coniberga, diede al suo unico figlio il nome di Liutprando in omaggio al suo re.

Liutprando (751-758): salito al trono ducale ancora minorenne, governò sotto la tutela della madre Coniberga, che mantenne il ducato nell'orbita del potere centrale rappresentato dal re Astolfo (749-756). Liutprando raggiunse la maggiore età lo stesso anno in cui Astolfo morì e fu convinto dal papa Stefano II (752-757) a ribellarsi insieme al duca di Spoleto Alboino al nuovo re Desiderio e a chiedere la protezione del re franco Pipino il breve.
Nell'inverno 757-758 Desiderio passò all'azione e travolse rapidamente la resistenza degli spoletini incarcerando Alboino e i suoi sostenitori. Liutprando rinunciò a resistere in campo aperto asseragliandosi nella roccaforte di Otranto che giudicò meglio difendibile di Benevento. Desiderio la cinse d'assedio ma non disponendo di una squadra navale fu costretto a desistere. Dichiarò quindi il duca decaduto e lo sostituì con Arechi, probabilmente un nobile beneventano, a cui diede in moglie la figlia Adelperga. Il re longobardo propose quindi all'impeatore bizantino Costantino V un accordo: se gli avesse fornito le navi per portare a buon fine l'assedio e catturare Liutprando, Otranto sarebbe stata restituita all'impero. E così avvenne anche se non si hanno più notizie di Liutprando.

Arechi II (758-787): nei suoi primi anni di regno mantenne una politica di buon vicinato con il ducato di Napoli, assecondando probabilmente il progetto di Desiderio di stipulare un'alleanza con Costantinopoli in funzione antifranca. Nel 763, tramontata questa possibilità, attaccò il ducato e, sconfittone l'esercito in uno scontro campale nel 765, costrinse i napoletani ad una pace onerosa nei cui patti trattenne anche come ostaggio lo stesso figlio del duca Stefano.
 
Arechi II
Miniatura tratta dal Codex Legum Langobardorum, XI sec.
Archivio della Badia della Ss. Trinità
Cava dei Tirreni

Nel 774, dopo la resa di Pavia a Carlomagno e la cattura di Desiderio che segnò la fine del Regno longobardo, fu l'unico duca longobardo a non sottomettersi a Carlo elevando il ducato alla dignità di principato assumendo il titolo di princeps gentis longobardorum e trasferendo la corte a Salerno dove aveva fatto costruire un sontuoso palazzo. Soltanto sul finire della sua vita, nel 787, con l'esercito franco accampato a Capua, fece atto di sottomissione al re dei Franchi.
Ebbe dalla moglie Adelperga cinque figli: Romualdo, Grimoaldo, Adalgisa, Teoderada e Alahis.
Morì il 26 agosto del 787, un mese dopo la morte del suo primogenito.

Principali opere pubbliche: chiesa di santa Sofia (Benevento), Palazzo di Arechi (Salerno).

Grimoaldo III (787-806): inviato giovanissimo come ostaggio alla corte di Carlomagno, si trovava ancora lì alla morte del padre. Ottenne da Carlo l'autorizzazione a rientrare nel principato e assumerne la corona, impegnandosi però a battere moneta e a emanare documenti esclusivamente in nome di Carlo e a condizione che demolisse le imponenti opere difensive costruite dal padre e che aiutasse i Franchi a combattere Adelchi, figlio dell'ultimo re longobardo Desiderio. Adelchi sbarcò in Calabria sul finire del 788 alla testa di un corpo di spedizione messogli a disposizione dall'imperatrice Irene – all'epoca reggente per il figlio Costantino VI – e guidato dal logotheta Giovanni, rafforzato dalle truppe di Sicilia. Grimoaldo, affiancato da un contingente inviato da Carlo e dagli spoletini, affrontò e sconfisse i bizantini, uccidendo Adelchi in battaglia.
Rispettato questo impegno, Grimoaldo non rispettò gli altri patti con Carlo e anzichè demolire le fortificazioni di Salerno le rafforzò.
Lo storico longobardo Erchemperto (Historia Langobardorum Beneventanorum) riporta che sposò una nipote di Costantino VI di nome Wantia che rimandò a Costantinopoli dopo la prima notte di nozze.
Per il resto del suo regno fu continuamente in conflitto con i Carolingi, con lo stesso Carlomagno ed il figlio Pipino, insediato da Carlo come re d'Italia.
Morì senza lasciare eredi diretti.

Grimoaldo IV Storeseyez (806-817): era ufficiale della guardia del principe (storeseyez, in longobardo antico) scelto da Grimoaldo per succedergli. Riportò la capitale a Benevento. Poco diplomatico si creò molte inimicizie e cadde per mano di una congiura ordita da Sicone di Acerenza e Radelchi di Consa.

Sicone I (817-832): gastaldo di Acerenza, salì al trono del Principato dopo l'assassinio di Grimoaldo IV. Gestì il potere con crudeltà e spietatezza. Combattè contro i Carolingi e i Napoletani che sconfisse duramente nell'831 imponendogli un tributo annuo e facendosi consegnare le spoglie di San Gennaro che rimasero conservate nel duomo di Benevento fino al 1154.

Sicardo (832-839): figlio di Sicone, fu l'ultimo a regnare sul Principato nella sua interezza.
Agli inizi del suo regno esiliò il fratello Siconolfo, sospettato di aspirare al trono, a Taranto e lo costrinse a prendere i voti sacerdotali.
Nell'837 entrò in conflitto col duca Andrea II di Napoli, che per la prima volta chiamò in suo aiuto i Saraceni, dando inizio ad una "tradizione" seguita da molti altri principi cristiani. Nell'838 riuscì a sottomettere Amalfi attaccandola dal mare, e ne deportò parecchi abitanti a Salerno.
Nello stesso anno fece traslare le reliquie di San Bartolomeo da Lipari, minacciata dai Saraceni, a Benevento dove per accoglierle fece costruire una basilica dedicata al santo (2).
Poco amato per la crudeltà con cui esercitava il potere cadde per mano di una congiura probabilmente ispirata dagli Amalfitani (3).

Alla morte di Sicardo, i maggiorenti beneventani esclusero dalla successione i figli del tiranno ed elessero invece Radelchi, che aveva occupato la carica di tesoriere sotto Sicardo. Ma i suoi oppositori, capeggiati dal suocero di Sicardo, Dauferio il Balbo, prelevarono a Taranto il fratello Siconolfo e, condottolo a Salerno, lo proclamarono principe di Salerno. A fianco di Siconolfo si schierarono Landolfo conte di Capua ed i cognati Orso conte di Consa e Radelmondo conte di Acerenza ed ebbe inizio una guerra civile che, tra alterne vicende, si protrasse per oltre dieci anni stremando il Mezzogiorno che fu devastato dagli eserciti dei due principi e dei Saraceni che di volta in volta si allearono con l'uno o con l'altro.

La divisione del Principato nell'851.

Il conflitto si compose soltanto nell'851, quando Ludovico II, allora re d'Italia, intervenne nella contesa liberando Benevento dalle truppe saracene che vi spadroneggiavano e sancì la divisione del Principato tra i due contendenti.

Note:

(1) Romualdo era figlio di Grimoaldo e della sua prima moglie Itta.

(2) Purtroppo l'antico sacello fatto edificare da Sicardo fu obliterato nel 1112 durante gli ingenti lavori di costruzione della nuova basilica apostolica voluta dall'arcivescovo Landolfo II e di esso resta solo una limitata documentazione archivistica e letteraria.
L'unico oggetto sopravvissuto del corredo altomedievale è una lamina in piombo in
littera beneventana, rinvenuta nel 1698 all'interno dell'antica urna, durante la ricognizione dei resti dell'Apostolo effettuata dal Cardinale Orsini.
Dalle fonti scritte sappiamo che la chiesa di Sicardo era stata eretta nei pressi del braccio sinistro del transetto del duomo con cui comunicava per mezzo di due porte.

(3) Dopo l'assassinio di Sicardo, gli Amalfitani che aveva deportato a Salerno rientrarono ad Amalfi e proclamarono l'indipendenza.

domenica 7 maggio 2017

Giovanni Paleologo

Giovanni Paleologo


Quarto figlio del megas domestikos niceno Andronico Paleologo e di Teodora Paleologina e quindi fratello minore di Michele VIII (1259-1282), nacque probabilmente dopo il 1225 e prima del 1230.
Compare per la prima volta nelle fonti nel 1256, quando viene inviato a Rodi ma non è chiaro se per ricoprire una carica militare o amministrativa oppure vi fu esiliato.
Il 25 agosto del 1258 è comunque al fianco del fratello Michele durante il colpo di stato in cui fu assassinato il protovestiario Giorgio Muzalon, a cui era stata affidata la reggenza del giovane Giovanni IV Ducas Laskaris, e che spianò a Michele la strada verso il trono imperiale.
Assunta la reggenza, Michele nominò il fratello megas domestikos e, dopo l'incoronazione (1259), lo elevò al rango di sebastokrator e lo inviò in Macedonia al comando dell'esercito niceno. Al corpo di spedizione, in posizione subordinata rispetto a Giovanni, erano aggregati anche i generali Alessio Strategopoulos e Giovanni Raul Petraliphas.
Ai primi di gennaio Michele diede quindi l'ordine di attaccare il Despotato di Epiro.
L'esercito niceno avanzò così velocemente da cogliere completamente impreparato quello epirota accampato nei pressi di Castoria e costringendolo ad una disordinata ritirata (1). Giovanni occupò quindi dopo brevi assedi alcune fortezze – tra cui Deabolis (Devol) e Ocride – ponendo sotto controllo niceno la piana di Pelagonia.
Nel frattempo il despota epirota Michele II aveva riorganizzato le sue truppe che, rafforzate da 400 cavalieri inviati dal genero Manfredi di Sicilia, si erano congiunte a quelle messe insieme dall'alleato Guglielmo II Villeardhouin, principe d'Acaia.


La piana di Pelagonia è un'area pianeggiante lunga 70 km. e larga 15 circondata da rilievi montuosi. La città di Pelagonia (Bitola) si trova nella parte meridionale, quella di Prilep in quella settentrionale. Probabilmente l'esercito della lega antinicena entrò nella piana da sud nel settembre del 1259.
Giovanni Paleologo – le cui forze erano molto inferiori di numero - dispose in prima linea i mercenari tedeschi, i suoi migliori soldati, dietro questi dispose i soldati serbi e ungheresi e in una terza linea, se stesso e tutti i Greci, mentre gli arcieri cumani e ungheresi occupavano i fianchi dello schieramento.
Dal momento che Giovanni Paleologo aveva schierato in prima linea i mercenari tedeschi che servivano nel suo esercito, Villeardhouin fece lo stesso con i suoi cavalieri tedeschi e ne affidò il comando al barone di Karytaina mentre egli stesso prese il comando della seconda linea di cavalleria, dietro cui ne schierò una terza e infine due linee di fanteria.
La battaglia ebbe inizio quando le due prime linee vennero a contatto, il barone di Karytaina disarcionò e uccise il comandante nemico e la prima linea bizantina fu subito in grossa difficoltà. L'intervento degli arcieri a cavallo cumani e ungheresi – che pur inutili contro le pesanti armature dei cavalieri tedeschi ne falcidiarono le cavalcature rendendoli facile preda della fanteria – rovesciò le sorti dello scontro e la seconda linea di cavalleria al comando dello stesso Villeardhouin intervenuta a sostegno subì la stessa sorte della prima (2).

Dopo aver rafforzato le sue posizioni nella Tessaglia meridionale, Giovanni fu richiamato a Lampsaco dove incontrò il fratello che in virtù dei suoi successi militari gli conferì il titolo di despota e, poco dopo, gli concesse in pronoia le isole di Rodi e Lesbo (3).
Nel 1261, a causa dei rovesci subiti da Alessio Strategopoulos nella guerra in Epiro - culminati con la sconfitta nella battaglia di Trikorfon nei pressi di Naupaktos (Lepanto), in cui lo stesso generale bizantino era stato preso prigioniero – Giovanni fu inviato nuovamente in quel teatro di operazioni. Il despota ottenne qualche successo ma soltanto nel 1264, l'arrivo di un esercito guidato dallo stesso imperatore costrinse il despota Michele II a sottomettersi formalmente Michele VIII.
Pacificato il confine con l'Epiro, Giovanni fu inviato in Asia Minore dove i vicini turchi cominciavano a diventare un pericolo. Vi si trattenne fino al 1267, rafforzando le difese e rendendo sicuro il territorio attorno alla valle del Meandro.
Nei tardi anni '60 ci sono evidenze della sua presenza in Macedonia e Tessaglia dove gli erano state assegnate delle proprietà nei territori riconquistati all'impero.
Nel 1273, al comando di una forte forza d'invasione e coadiuvato dal generale Alessio Kaballerios, fu incaricato di attaccare la Tessaglia governata da Giovanni I Ducas (4), secondo i piani di Michele VIII volti a ripristinare i confini dell'impero come erano prima del 1204.
Giovanni Paleologo penetrò rapidamente e profondamente in territorio nemico e pose sotto assedio la capitale Neopatras. Giovanni Ducas riuscì ad allontanarsi dalla città assediata e, ottenuti 300 cavalieri dal duca di Atene Giovanni I de la Roche, lanciò un attacco a sorpresa che costrinse i bizantini a ripiegare. Mentre si ritirava, informato dell'attacco alla flotta bizantina all'ancora nel porto di Demetriade, riuscì con una marcia notturna di 40 miglia ad intervenire nella battaglia rovesciandone le sorti (5). Ciononostante, per l'onta subita con la sconfitta di Neopatras, rinunciò al titolo di despota e morì poco dopo.

Nel 1259, aveva sposato la figlia del gran primicerio Costantino Tornikes da cui probabilmente ebbe due figlie.


Note:

(1) L'attacco niceno fu sferrato in pieno inverno – probabilmente nel mese di gennaio – in un periodo dell'anno del tutto inusuale per iniziare una campagna militare.
(2) Per antefatti e conseguenze della battaglia di Pelagonia vedi scheda Morea, Introduzione.

(3) L'affidamento in pronoia di terreni a cittadini meritevoli per i servigi resi allo Stato, istituito da Alessio I Comneno, è l'equivalente bizantino dell'infeudamento occidentale. La differenza sostanziale è che le terre rimanevano di proprietà dello Stato a cui ritornavano, almeno inizialmente, alla morte dell'usufruttuario.

(4) Si tratta del figlio illegittimo del despota d'Epiro Michele II.

(5) Ulteriori dettagli sulla battaglia di Demetriade in scheda Alessio Dukas Philantropenos.

lunedì 1 maggio 2017

Alessio Ducas Filantropeno

Alessio Ducas Filantropeno


Alessio Ducas Filantropeno è' il primo membro noto della famiglia dei Filantropeni. Compare per la prima volta nelle fonti nel 1255 come comandante del thema di Ocrida (l'attuale Ohrid in Macedonia) durante le guerre intraprese dall'imperatore niceno Teodoro II Laskaris contro i Bulgari.
Agli inizi degli anni '60 fu nominato protostrator (1) ma, giacchè il mega doux (il comandante in capo della flotta), Michele Laskaris (2), era avanti negli anni e infermo, Filantropeno esercitava il comando de facto e fu nominato a sua volta mega doux dopo la morte di Michele Laskaris (3).
Dopo la riconquista di Costantinopoli, a capo della ricostituita flotta imperiale, viene inviato in Egeo e incaricato di compiere raid e incursioni contro i possedimenti latini da cui partivano le incursioni piratesche. In particolare occupò la città di Oreas (Rio), capitale del terziere settentrionale dell'isola di Eubea (4) dove si trovavano le basi dei corsari latini.
Nel 1270 fu probabilmente al comando del corpo di spedizione che Michele VIII inviò a presidiare l'area di Monemvasia e successivamente appoggiò l'azione del rinnegato latino Licario, fattosi vassallo dell'imperatore, volta alla conquista dell'intera isola di Eubea.

 
Battaglia di Demetriade: agli inizi del 1273, la squadra navale bizantina al comando di Filantropeno si trovava all'ancora nel porto di Demetriade, nei pressi dell'attuale città di Volos, per appoggiare le operazioni dirette dal fratello di Michele VIII Paleologo, il despota Giovanni, contro il signore della Tessaglia, il figlio illegittimo del despota d'Epiro Michele II, Giovanni I Ducas.
Sulla terraferma Giovanni Paleologo venne sonoramente sconfitto a Neopatras dalle forze combinate di Giovanni Ducas e del duca di Atene Giovanni I de la Roche, così i vassalli veneziani delle isole dell'Egeo (5) misero insieme una flotta, rafforzata da vascelli lombardi e cretesi, e postala agli ordini dell'ammiraglio veneziano Filippo Sanudo e del triarca di Negroponte (6) Giberto II da Verona, attaccarono la flotta bizantina nel porto di Demetriade.
Nonostante l'inferiorità numerica, i latini stavano per avere il sopravvento quando arrivarono sul teatro dello scontro le truppe di Giovanni Paleologo che, informato dell'imminente attacco alla flotta mentre si stava ritirando da Neopatras, con una marcia forzata aveva coperto nella notte una distanza di 40 miglia.
I soldati furono traghettati a bordo delle navi con piccole imbarcazioni e rovesciarono le sorti della battaglia. Al calar della sera tutte le navi nemiche eccetto due erano state catturate o messe fuori combattimento ed i latini avevano subito forti perdite umane. L'ammiraglio Filippo Sanudo fu preso prigioniero insieme a molti altri esponenti della nobiltà locale. Lo stesso Alessio Filantropeno fu comunque gravemente ferito durante la battaglia.

Da una moglie di cui non si conosce il nome ebbe una figlia che sposò il megas domestikos Michele Tarchaniote. Morì probabilmente nel 1275.

Note:
(1) Questo titolo compare per la prima volta nel 712 e significa letteralmente "primo degli stratores (stallieri)". Il Klētorologion (899) lo colloca al 48° posto, tra i 60 titoli ufficiali di palazzo. Successivamente acquisì una maggiore importanza e Niceta Coniata (1200) lo equipara al titolo occidentale di maresciallo. Nel De officialibus palatii Costantinopolitani et de officiis magnae ecclesiae di Pseudo-Codino (XV secolo) è collocato all'8° posto dei titoli di palazzo e poteva esssere conferito a più persone. Il titolo rimase in uso fino alla fine dell'impero e fu spesso conferito a comandanti militari.
(2) Si tratta di uno dei sei fratelli di Teodoro I Laskaris, il primo imperatore niceno.
(3) Non è ben chiara la data di morte di Michele Laskaris. Da un documento appare ancora vivo – e qundi in carica come mega doux – nel 1263.
(4) Per la suddivisione in terzieri dell'isola di Eubea vedi scheda Il Ducato dell'Arcipelago nota 1
(5) La madrepatria, viceversa, almeno in apparenza, si mantenne neutrale.
(6) Vedi nota 3.

venerdì 21 aprile 2017

La crisobolla di Andronico II

La crisobolla di Andronico II

Crisobolla di Andronico II, cm.195x26,5, 1301
Museo cristiano-bizantino
Atene

E' composta da quattro fogli di pergamena incollati insieme e fu emanata nel 1301 da Andronico II Paleologo per confermare i privilegi garantiti al metropolita di Monemvasia, Nicola (1283-1325). Il documento si apre - cosa assolutamente non comune - con una miniatura in cui Andronico è raffigurato in piedi su un cuscino rosso decorato dall'aquila paleologa di fronte al Cristo a cui porge la crisobolla, ha il capo circondato da aureola ed indossa il kaumelakion (la corona ad elmetto arricchita dai praependulia).

 
Nonostante il fatto che la crisobolla sia esplicitamente diretta al metropolita di Monemvasia la figura del Cristo non è in alcun modo connotata come Elkomenos (in vincoli) a cui pure era dedicata la mitropolis (cattedrale) della città (cfr. scheda). Indossa una tunica blu scura ed un himation purpureo, tiene il libro nella mano sinistra mentre la destra è benedicente.

particolare della firma di Andronico II
 
Il documento riporta la data del 1301 ed in calce la firma di Andronico vergata con inchiostro purpureo.
E' attualmente conservata nel Museo cristiano-bizantino di Atene.