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giovedì 7 novembre 2013

La battaglia di Ponte Milvio (27-28 ottobre 312)

La battaglia di Ponte Milvio (27-28 ottobre 312)
L'antefatto e le conseguenze della battaglia sono descritte in DallaTetrarchia all'Impero romano d'Oriente parte I.


Nella primavera del 312 Costantino mosse da Treviri alla testa del suo esercito e penetrò in Italia attraverso il passo di Monginevro. Dopo aver assediato e preso Susa, fedele a Massenzio, sconfisse le truppe che l'usurpatore gli mandava contro prima nei pressi di Torino e poi a Verona, dove perse la vita il prefetto del pretorio Ruricio Pompeiano che le comandava. Discese quindi la penisola lungo la via Flaminia senza più incontrare resistenza e si accampò alle porte di Roma al XIII miglio della Flaminia, un una località oggi nota come Malborghetto.
Come spesso accade, le fonti divergono circa la consistenza numerica dei due eserciti: da un massimo di 100.000 effettivi ad un minimo di 40.000 per Costantino e da 170.000 a 100.000 per Massenzio. Concordano invece su un rapporto di forze di circa due a uno a favore di Massenzio.
Massenzio attestò le prime linee del suo esercito nella località di Saxa Rubra, in un punto teoricamente a lui favorevole, ossia collinare e impraticabile alla cavalleria nemica.
Le prime schermaglie iniziarono al XII miglio e si trasformarono rapidamente in uno scontro generale che, dopo un iniziale successo delle truppe dell'usurpatore, terminò con il loro arretramento verso la città.
Alla vigilia dello scontro decisivo, prima del tramonto l’imperatore affermò di vedere un simbolo nel cielo in cui riconobbe le iniziali di Cristo con un’affermazione esortativa: Un segno straordinario apparve in cielo. … quando il sole cominciava a declinare, egli vide con i propri occhi in cielo, più in alto del sole, il trofeo di una croce di luce sulla quale erano tracciate le parole IN HOC SIGNO VICES. Fu pervaso da grande stupore e insieme a lui il suo esercito. (Eusebio di Cesarea, Vita Costantini)
Lo stesso Messia (o un angelo suo messaggero) gli sarebbe apparso in sogno durante la notte esortando Costantino ad apporre quel simbolo sugli scudi dei soldati con quei segni celesti di Dio e ad iniziare quindi la battaglia. Egli fece dunque in questo modo e ruotando e piegando su se stessa la punta superiore della lettera greca X (chi), segnò gli scudi con il monogramma del chi-ro (Chrismon), abbreviazione della parola Χριστός (Lattanzio, De mortibus persecutorum).

Ricostruzione del labaro di Costantino fatta eseguire dal Kaiser Guglielmo II dai padri benedettini di Beuron secondo la descrizione di Eusebio di Cesarea e donata nel 1912 a papa Pio X, in occasione del XVI centenario della battaglia di Ponte Milvio. Successivamente donato dal papa Giovanni XXIII alla basilica di Santa Croce in via Flaminia dove è attualmente custodito.

Costantino sostituì anche l'aquila di Giove che sormontava lo stendardo imperiale con il Chrismon circondato da una corona d'alloro (labaro di Costantino).
Ancora oggi sulla via Flaminia, un sobborgo di Roma, distante 8 miglia dalla capitale e 4 dall’arco costantiniano, porta il nome di Labaro. Da ciò possiamo dedurre che, prima della visione e quindi dello scontro definitivo, siano avvenuti almeno altri due scontri, poiché se il primo impatto avvenne nei pressi dell’arco di Malborghetto questo si protrasse, con un avanzamento vittorioso dell’esercito d'oltralpe, almeno fino a Labaro, dove probabilmente avvenne un secondo scontro questa volta non favorevole a Costantino, tanto che fu necessaria un’infusione di coraggio o, se vogliamo, l’intervento divino perché al momento del terzo scontro, probabilmente quello di cui parlano le fonti avvenuto ai Saxa Rubra e che corrisponde all’incirca alla piana tra Labaro e Saxa Rubra, dove l’esercito costantiniano riuscì probabilmente a mettere in fuga quello di Massenzio che decise di ripiegare ulteriormente verso il fiume e attendere il nemico a Ponte Milvio.
 
Scettro di Massenzio (1)
Qui Massenzio aveva fatto distruggere il ponte originale in calcestruzzo, e aveva fatto costruire un ponte di barche facilmente rimuovibile e che, secondo i suoi piani, al momento del passaggio dell’esercito avversario doveva essere abbattuto, provocando la caduta delle milizie di Costantino nel Tevere.
Inspiegabilmente Massenzio, anziché riparare all'interno delle mura e sostenere un assedio che difficilmente le truppe di Costantino, inferiori di numero, avrebbero potuto condurre a buon fine, rischierò l'esercito sulla riva destra del Tevere, costringendo i suoi uomini a dare battaglia con il fiume alle spalle, con i soldati dell'ultima fila che avevano praticamente i piedi bagnati dall'acqua (Anonimo, XII Panegirico - IX secondo altra numerazione - 313).
Entrambi gli eserciti si disposero con la cavalleria sulle ali e la fanteria al centro.
Costantino guidò personalmente la carica della cavalleria leggera gallica che, potendo contare su una maggiore agilità di manovra, travolse la cavalleria catafratta di Massenzio sulle ali della formazione nemica, scoprendo i fianchi dello schieramento centrale di fanteria che, caricata a sua volta, collassò e sbandò, ripiegando disordinatamente sul ponte di barche che si sfaldò sotto il suo peso. Un gran numero di soldati, tra cui lo stesso Massenzio trascinato a fondo dal peso dell'armatura, morirono annegati.

Particolare del fregio dell'Arco di Costantino (313)
In basso a sinistra la personificazione del Tevere assiste
all'annegamento dei soldati di Massenzio (sulla destra)

Soltanto la guardia pretoriana, schierata a difesa della testa del ponte, serrati i ranghi attorno al vessillo dello scorpione, mantenne la linea e combattè fino all'ultimo uomo la sua ultima battaglia (Costantino, dopo la vittoria, sciolse infatti il corpo della guardia pretoriana che non venne più ricostituito).
Il giorno seguente Costantino I fece il suo ingresso nella città eterna, acclamato dalla popolazione festante. Con la sua sfavillante armatura portava in mano la testa mozzata dell'usurpatore Massenzio, colui che si era autoproclamato augusto, il cui corpo era stato trovato poco lontano dal luogo dello scontro decisivo.
 
Note:
 
(1) Questo scettro è stato ritrovato in una fossa a 4 m di profondità – insieme ai resti di altri due scettri e alle punte di 4 lance da parata e di 3 portastendardo - in uno scavo condotto nel 2005 alle pendici del Palatino nei pressi dell'Arco di Costantino da Clementina Panella. Lo scettro, la cui asta lignea è andata perduta, è formato da un fiore ad otto petali che sostiene una sfera di calcedonio. L'ipotesi avanzata è quella che si tratti delle insegne di Massenzio che vennero nascoste su suo ordine prima della battaglia per non cadere in mani nemiche.
Si tratta comunque delle uniche insegne imperiali mai ritrovate.

sabato 1 dicembre 2012

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (V)



Teodosio I il grande (379-395)



Teodosio I raffigurato nel missorio di Teodosio, piatto d'argento coniato in occasione dei suoi decennalia, 388 c.ca, Real Academia de la Historia, Madrid.


Dopo il disastro di Adrianopoli, in cui perì lo stesso imperatore d'Oriente Valente, suo nipote Graziano, l'imperatore d'Occidente, dovette farsi carico anche della metà orientale dell'impero. Per fronteggiare i Goti, ormai liberi di saccheggiare i territori dell'impero, richiamò dalla Spagna il generale Teodosio che era stato accantonato da Valentiniano I dopo essere stato duramente sconfitto dai Sarmati (374).
Teodosio non riuscì a ricacciare i Goti al di là della frontiera danubiana ma riuscì a contenerli efficacemente sicchè il 19 gennaio del 379, a Sirmio, Graziano lo elevò al rango di Augusto e gli affidò la parte orientale dell'impero.
Dopo alterne vicende di guerra che avevano condotto ad una situazione di stallo, il 3 ottobre del 382 Teodosio stipulò un foedus con i Goti: grazie ad esso i barbari si poterono insediare nella diocesi di Tracia divenendo federati dell’Impero con ampia autonomia. Per la prima volta un popolo non soggetto alla legge romana si stanziò dentro i confini imperiali: i Goti, infatti, ebbero il permesso di farsi governare dalle loro leggi e dai loro capi a patto di fornire soldati e contadini all’Impero, dando con ciò inizio alla progressiva barbarizzazione dell' esercito romano. Erano trascorsi sei anni dall’ingresso dei profughi Goti nel territorio romano.

Mentre cercava di pacificare in qualche modo i confini, Teodosio, di fede nicena come Graziano e Valentiniano II, dovette anche affrontare la questione religiosa e contrastare la diffusione dell'arianesimo, che avendo goduto del favore di Costanzo II e Valente, era particolarmente forte nelle regioni orientali.
Il 27 febbraio 380 venne emesso l'Editto di Tessalonica, conosciuto anche come Cunctos populos, firmato congiuntamente dagli imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II (quest'ultimo all'epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il credo niceno religione ufficiale dell'impero, proibisce in primo luogo l'arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l'eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente verrà incluso nel codice Teodosiano da Teodosio II.

Nel 383 il governatore della Britannia, Magno Massimo, si proclamò imperatore, sbarcò in Gallia e sconfisse Graziano nei pressi di Parigi. Mentre ripiegava verso sud, Graziano fu raggiunto e assassinato dal magister equitum Andragazio (25 agosto).
L'usurpatore avviò delle trattative con Teodosio e Valentiniano II – il fratellastro di Graziano che regnava sull'Italia ed il Nordafrica – che lo riconobbero imperatore. Magno Massimo stabilì quindi la sua capitale a Treviri.
Nel 387 con il pretesto di sostenere l'ortodossia contro l'arianesimo a cui Valentiniano II, spinto dalla madre Giustina, stava facendo ampie concessioni, Magno Massimo varcò le Alpi alla testa delle sue legioni costringendo l'imperatore e la madre a rifugiarsi a Tessalonica sotto la protezione di Teodosio.
Teodosio – rimasto vedovo nel 385 della prima moglie Elia Flaccilla che gli aveva dato i figli Arcadio, Onorio e Pulcheria – s'invaghì della bellissima principessa Galla, figlia di Giustina, che acconsentì al matrimonio solo se Teodosio avesse mosso guerra a Magno Massimo rimettendo sul trono il figlio Valentiniano. Teodosio accettò ma pretese in cambio che Giustina e tutta la sua famiglia si convertissero all'ortodossia abbandonando l'arianesimo.
Nell'estate del 388 le truppe di Teodosio sconfissero ripetutamente Magno Massimo nell'Illirico (a Siscia sul fiume Sava ed a Petovio, l'attuale Ptuj in Slovenia) fin quando l'usurpatore, ritiratosi ad Aquileia, non  venne catturato e messo a morte.



Teodosio reinsediò quindi Valentiniano II sul trono d'occidente e rimase in Italia tre anni (dall’agosto del 388 al giugno del 391) e durante questo periodo visitò Roma (389).
Nel luglio del 391 Teodosio ripartì per Costantinopoli, prima di partire affidò il giovane Valentiniano II alla guida esperta del generale franco Arbogaste che avrebbe controllato l’Occidente per conto di Teodosio con il grado di magister equitum (subentrando al franco Flavio Bautone, amico dell’imperatrice Giustina, morto nel 388).

Nel 392 Valentiniano II cercò di esautorare Arbogaste inviandogli una lettera in cui lo dimetteva dalla carica e che il generale ignorò. Valentiniano II morì poco dopo a Vienne nelle Gallie il 15 maggio in circostanze poco chiare (il suo corpo fu ritrovato impiccato ad un albero). Arbogaste, che deteneva il potere reale, fece proclamare dal Senato romano augusto d'Occidente il magister scriniorum (capo della cancelleria) Flavio Eugenio che, per quanto battezzato, assunse un atteggiamento favorevole ai pagani ripristinando nella Curia l'altare della Vittoria che era stato fatto rimuovere da Teodosio.

BATTAGLIA DEL FIUME FRIGIDO (5-6 settembre 394, attuale valle dell'Isonzo)
Fu combattuta dall'esercito d'Occidente guidato dall'usurpatore Eugenio e dal suo magister equitum Arbogaste contro l'esercito d'Oriente guidato da Teodosio I, coadiuvato dai suoi generali Stilicone, Timasio e Bacurio e affiancato dai visigoti di Alarico.

Le forze in campo
L’esercito occidentale era comandato da Arbogaste in quanto Eugenio, ex funzionario di Stato ed ex insegnante nelle scuole di retorica, non aveva competenze militari e, di fronte alle truppe, svolgeva un ruolo puramente simbolico. Al contrario, Arbogaste era un ottimo generale: ufficiale agli ordini di Graziano, prima, poi dello stesso Teodosio, aveva avuto parte nella sconfitta di Magno Massimo e individuato con lucidità gli errori di quest’ultimo. Massimo, infatti, aveva sottovalutato l’importanza strategica dei Claustra Alpium Juliarum, il complesso difensivo creato a nord-est dell’Italia a partire dal III secolo. Lasciando sguarnite le fortificazioni di quel settore, aveva infatti agevolato l’ingresso in Italia dell’avversario, finendo con il trovarsi rinchiuso e assediato dentro le mura di Aquileia. Arbogaste badò bene ad assicurarsi il controllo dei Claustra, elaborando un piano per intrappolare Teodosio tra i valichi alpini.
Da parte sua, Teodosio era un comandante altrettanto esperto, pur non essendo al meglio delle proprie facoltà: non godeva, infatti, di ottima salute ed era moralmente provato dalla scomparsa della giovanissima moglie, Galla, morta di parto insieme al bambino che portava in grembo all’inizio del 394. il lutto aveva provocato un rinvio della spedizione, regalando tempo prezioso ad Arbogaste.
Ciascuno dei due eserciti poteva schierare diverse migliaia di uomini. Teodosio aveva ricevuto dai Goti un contingente che, secondo alcune fonti, comprendeva ventimila uomini, posti agli ordini di Gainas. Questi svolgeva funzioni di ufficiale di collegamento tra lo Stato Maggiore romano e il contingente goto, che conservava il proprio capo nazionale: probabilmente Alarico, futuro avversario dei Romani. Marciavano con i Goti reparti di Alani, che costituivano un corpo specializzato di arcieri a cavallo, agli ordini di un ufficiale di nome Saul, e le truppe regolari romane. L’Imperatore aveva nominato Timasio capo del proprio Stato Maggiore, in cui figuravano Bacurio - uno dei pochi ufficiali scampati al disastro di Adrianopoli - e Stilicone, destinato a svolgere un ruolo politico-militare determinante negli anni successivi.
Da parte sua Arbogaste aveva arruolato soldati soprattutto in Gallia, ottenendo truppe dagli alleati Franchi. Si trattava, dunque, di eserciti tipici del tardo Impero Romano, caratterizzati da un ruolo significativo degli ausiliari barbari e dall’impiego tattico della fanteria leggera. Legionari romani e guerrieri barbari, del resto, tendevano sempre più ad assomigliarsi: dopo la riforma militare di Costantino, le corazze andavano scomparendo e il cuoio prendeva il posto delle piastre metalliche, I barbari, da parte loro, adottavano spade ed elmi di foggia o fabbricazione romana.

La dinamica dello scontro
Ai primi di settembre deI 394, l’esercito di Teodosio giunse in prossimità dei Claustra Alpium Juliarum. Il tratto di strada che si preparò a forzare si trovava a sud di Emona e si articolava sulle due piazzaforti di Nauportus (attuale Vrhnika) e Castra ad fluvium Frigidum (Ajdovscina): per raggiungere la seconda e quindi puntare sulla pianura friulana attraverso la Valle del Vipacco, era necessario oltrepassare un valico presidiato dalla fortezza di Castrum ad Pirum (Hrusica), posta a circa ottocento metri di altitudine. Teodosio la raggiunse - pare -senza incontrare difficoltà: ma ciò corrispondeva al piano di Arbogaste che, intanto, aveva occupato Castra ad Frigidum e sbarrato la Valle del Vipacco. Teodosio, a quel punto, era imbottigliato a Castrum ad Pirum, in una situazione critica. Come scrive Paolo Orosio: “bloccato sulle vette delle Alpi, non poteva ricevere rifornimenti né rimanere a lungo sulle sue posizioni”. Per proseguire, avrebbe dovuto condurrre un atttacco contro un avversario saldamente attestato settecento metri più in basso, lanciando i propri uomini alla disperata giù per i fianchi della montagna. L’alternativa, era ripiegare, ma Arbogaste aveva inviato un proprio ufficiale, Arbizione, a tagliare la ritirata, occupando la strada alle spalle di Teodosio.
Frenetiche riunioni dello Stato Maggiore dovettero svolgersi tra le mura di Castrum ad Pirum. Infine Teodosio decise di giocare il tutto per tutto.
All’alba del 5 settembre l’esercito riprese la marcia, avanzando per una quindicina di chilometri, e si portò a un’altitudine di circa seicento metri, presso una postazione fortificata situata poco oltre l’attuale paese di Col. Proseguendo lungo la strada militare, l’esercito di Teodosio avrebbe dovuto condurre un attacco diretto su Castra ad Frigidum, calando per un pendio scosceso in uno spazio ristretto: gli uomini di Arbogaste avrebbero potuto respingerlo con facilità, appoggiandosi alla linea difensiva imperniata sulla città e sul torrente che la lambiva. Inoltre, macchine da lancio erano certamente in dotazione alla guarnigione di Castra, e pronte a essere usate contro gli attaccanti.
Per questi motivi, è più credibile che Teodosio preferisse deviare dalla strada e tentare la discesa in valle attraverso l’ampia conca che si apriva alla sua sinistra, digradando sino a Castrum Minor (Vipacco). Lo stesso Arbogaste doveva aver tenuto in conto tale eventualità, predisponendo difese anche in quel settore. In ogni caso, dunque, si trattava di un attacco praticamente suicida, come i fatti dimostrarono. Attacco la cui forza d’urto principale fu rappresentata dai ventimila ausiliari goti.
Nel pomeriggio del 5 settembre i Goti iniziarono a scendere superando il dislivello di circa cinquecento metri, marciando in linea di colonna lungo i fianchi delle montagne: non potevano dispiegare le proprie forze, né manovrare, né giovarsi dell’appoggio tattico della cavalleria. Via via che giungevano a valle, le truppe di Arbogaste erano pronte a caricarli e abbatterli con tutta comodità. Le fonti parlano di diecimila caduti nel contingente goto: la metà circa dei loro effettivi. Verso sera Teodosio ordinò di sospendere le operazioni.
L’esercito di Arbogaste, contemplando il massacro dei Goti, credette di aver vinto la battaglia. Eugenio alimentò gli incauti entusiasmi distribuendo onoreficenze: si festeggiò ci fu allegria e si perse la concentrazione. Era quanto, verosimilmente, si aspettava Teodosio, che aveva riservato per l’indomani un secondo attacco, quello vero, affidato soprattutto alle truppe regolari romane. La scelta di sacrificare i Goti, forse, non era stata casuale: dopo Adrianopoli i Romani subivano la loro alleanza e ridimensionarne la forza non poteva che giovare all’impero. Lo stesso Orosio non ha nulla da eccepire in merito: “averli persi fu un gran bene e una vittoria il fatto che fossero vinti”.
Inoltre Teodosio aveva segnato un altro punto a proprio favore ottenendo la defezione di Arbizione, l’ufficiale che avrebbe dovuto sbarrargli la ritirata. Arbizione doveva assalire Teodosio alle spalle: manovra che, dopo il disastroso esito del pomeriggio di battaglia, nelle speranze di Arbogaste sarebbe stata decisiva. Invece l’ufficiale mise le proprie forze a disposizione di Teodosio, “indotto a soggezione dalla presenza dell’imperatore”, scrive Orosio. O forse convinto dopo trattative intercorse nella notte.
All’alba del 6 settembre Teodosio scatenò il secondo attacco. Lo guidò Bacurio, l’ufficiale forse più motivato, dato che, sedici anni prima, aveva avuto una parte di responsabilità nel disastro di Adrianopoli: era giunta per lui l’occasione di riscattarsi. I legionari iniziarono la discesa coperti dalle tenebre e assalirono le linee avversarie di sorpresa. Bacurio, scrive Rufino “si aprì un varco tra le schiere dense e serrate dei nemici. Sfondò le loro linee e avanzò tra caterve di morti, in mezzo a migliaia di soldati che cadevano uno dopo l’altro, sino all’usurpatore”.
La prosa altisonante di Rufino esprime l’asprezza del secondo giorno di battaglia. Malgrado l’effetto sorpresa, le truppe di Arbogaste erano ancora in grado di organizzare una difesa e tentare di recuperare il vantaggio, grazie alla posizione favorevole. Fu in questa fase che si inserì la bora. Nella valle del Vipacco la bora può soffiare in qualunque stagione dell’anno, raggiungendo velocità di 80-100 chilometri orari e anche oltre. Era stata la presenza di questo vento a indurre i Romani ad abbandonare una precedente linea di comunicazione lungo la valle e a costruire la strada che s’inerpicava sino a Castrum ad Pirum per giungere a Castra.
La direzione della bora - vento da nord-est - faceva sì che soffiasse alle spalle dei soldati di Teodosio e frontalmente a quelli di Arbogaste. Gli effetti delle raffiche di vento sono così descritti da Orosio: “I dardi scagliati per mano dei nostri ricevevano una spinta per aria superiore alle forze umane e non cadevano quasi mai se non infliggendo colpi più profondi. Inoltre quel turbine di vento, strappando gli scudi, sferzava i volti e i petti dei nemici”. Il vento, per di più, scompaginava le formazioni di Arbogaste e rigettava indietro le loro frecce.
Non è possibile determinare in che misura la bora abbia condizionato il risultato della battaglia. La tattica di Teodosio, basata sul secondo attacco a sorpresa, aveva forse già riequilibrato l’iniziale inferiorità. Non trascurabile era poi stato il peso della diserzione di Arbizione. Con queste premesse, la bora trasformò la sconfitta dell’esercito pagano in disfatta totale. Eugenio, catturato, “fu condotto con le mani legate dietro la schiena ai piedi di Teodosio. E questa fu la fine, della sua vita e della battaglia”, conclude Rufino.

Flavio Eugenio raffigurato al recto di una moneta d'argento da lui fatta coniare (392-394)

Eugenio venne decapitato. La testa dell’ultimo imperatore pagano, infissa su una lancia, fu portata in trionfo e mostrata alle truppe. Ogni resistenza cessò e la città di Castra aprì le porte al vincitore. Arbogaste riuscì a fuggire ma i soldati di Teodosio lo braccarono due giorni in mezzo ai monti: infine, vistosi perduto, si uccise. Teodosio, ormai, era padrone di tutto l’Impero Romano.

Teodosio si spense a Milano colpito dall’idropisia il 17 gennaio del 395. L’8 novembre di quell’anno il suo corpo fu tumulato nel mausoleo imperiale della chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli dove rimase fino al saccheggio crociato del 1204. Alla sua morte, come da lui stabilito, l'impero fu diviso tra i suoi due figli Onorio (Occidente) - ancora minorenne sotto la tutela di Stilicone che Teodosio aveva nominato magister utriusque militiae - e Arcadio (Oriente).
Edilizia:
A Costantinopoli, Teodosio fece realizzare diverse opere pubbliche come il forum Tauri, l'erezione dell'obelisco di Tutmosi III nella spina dell'ippodromo ed il porto teodosiano accanto a quello d'Eleuterio sul litorale meridionale della città.

Teodosio fu l'ultimo imperatore a governare su entrambe le metà dell'Impero Romano.


















domenica 18 novembre 2012

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (IV)

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (IV)


Valente (364-378)
Nominato augusto per l'Oriente dal fratello Valentiniano I pochi giorni dopo la sua elezione ad imperatore, Valente ereditò la parte orientale di un impero che si era appena ritirato da gran parte dei propri possedimenti in Mesopotamia e Armenia in seguito al trattato firmato da Gioviano col re di Persia Sapore II.
Nel 365, mentre si trovava in Cappadocia per organizzare una nuova avanzata verso est, fu raggiunto dalla notizia che Procopio, un cugino di Giuliano che aveva comandato il corpo di spedizione in Armenia durante la sfortunata campagna contro i sasanidi, si era proclamato imperatore il 28 settembre a Costantinopoli. Grazie al suo imparentamento con la dinastia costantiniana, l'usurpatore si guadagnò il sostegno della popolazione di Costantinopoli e di alcune legioni.
Lo scontro decisivo avvenne nell'aprile/marzo del 366 nei pressi di Thyatira (l'attuale Akhsar in Turchia) e l'esito a favore di Valente fu determinato dal tradimento del generale Goamario che nel corso della battaglia passò dalla sua parte con i suoi uomini. Procopio, fuggito dal campo di battaglia con pochi fedelissimi, fu catturato poco dopo nei pressi di Nacoleia e giustiziato il 27 maggio.
 
Testa di Valente
Musei capitolini, Roma
 
Tra l'estate e l'autunno del 376, decine di migliaia di profughi goti e di altri popoli, scacciati dalle proprie terre e incalzati dagli unni, premevano sul Danubio, confine dell'Impero romano, chiedendo di poterlo attraversare e stabilirsi in territorio romano.
Valente accettò di accogliere i Tervingi di Fritigerno e Alavivo allo scopo di rafforzare il suo esercito in vista di una nuova campagna contro i sasanidi e promise loro terre da coltivare e la distribuzione di razioni alimentari. La struttura logistica romana, in parte per la corruzione di alcuni funzionari e ufficiali che speculavano sui profughi, non resse l'impatto di questa immigrazione controllata e rapidamente i Goti furono ridotti alla fame.

Tra la fine del 376 e l'inizio del 377 le zone a ridosso del Danubio vennero saccheggiate dai Goti; ai Tervingi di Fritigerno si unirono tutti i Goti entrati in territorio romano, come pure schiavi, minatori e prigionieri. Le guarnigioni romane dell'area riuscirono a difendere i centri fortificati, ma la maggior parte delle campagne furono alla mercé dei Goti, i quali si trasformarono in breve tempo da gruppi separati di profughi ribelli in una massa organizzata per la guerra e il saccheggio.
A questo punto la situazione per i Romani divenne difficile: Valente aveva sottovalutato la minaccia dei Goti rispetto al nemico di sempre, i Sasanidi, e teneva impegnato l'esercito presenziale (così era detto l'esercito che accompagnava l'imperatore nelle campagne militari) in oriente, né le truppe in Tracia potevano reggere alla pressione di Unni, Alani e altre popolazioni germaniche lungo i confini e, al tempo stesso, infliggere una sconfitta decisiva ai Goti.
Al tempo stesso i Goti si trovavano in una posizione altrettanto difficile, profondamente in territorio nemico e con la necessità di procacciarsi notevoli quantità di cibo, cosa che li costringeva a muoversi in gruppi di numero ridotto, possibile preda di attacchi di forze romane; il loro obiettivo poteva essere quello di infliggere ai Romani una sconfitta tale da imporre loro dei termini non distanti dall'accordo di ingresso nel territorio imperiale (la concessione di terre da coltivare), ma dovevano farlo presto, prima dell'arrivo di altre truppe romane.
Valente, che si trovava con l'esercito presenziale ad Antiochia, in attesa di completare i preparativi per trasferirlo in Tracia, inviò due dei suoi generali, Traiano e Profuturo. Nel frattempo, a testimonianza della gravità della situazione, l'imperatore d'Occidente, Graziano, nipote di Valente, inviò due legioni, al comando di Ricomere e Frigerido, in Tracia, sia per impegnare i Goti che per assicurarsi che non passassero in Occidente.
I due generali di Valente non impegnarono il nemico attaccandolo quando era diviso in piccoli gruppi, ma decisero di ingaggiarlo nel suo insieme con le truppe dell'esercito d'Armenia, che avevano dato prova di valore; con queste spinsero i Goti all'interno delle valli per prenderli per fame.



Battaglia dei salici (estate 377).
Non giungendo l'atteso aiuto di Frigerido, caduto ammalato e attardatosi lungo la strada, Traiano e Profuturo, affrontarono I goti guidati da Fritigerno con le loro due legioni affiancate da quella di Ricomere in una località a sud del delta del Danubio nota come Ad Salices. Le legioni romane impegnarono a lungo un'enorme massa di barbari trincerati dietro un muro di carri, fino allo scontro in campo aperto: dopo un iniziale cedimento dell'ala sinistra romana, rafforzata dall'arrivo di truppe ausiliarie locali, la battaglia si trasformò in una mischia corpo a corpo che durò fino al calar della notte. La battaglia fu in effetti senza vincitori: i Romani, sebbene in inferiorità numerica e con numerose perdite (incluso Profuturo stesso), riuscirono ad evitare un tracollo totale grazie al proprio superiore addestramento e a ripiegare su Marcianopoli (la città, fondata da Traiano agli inizi del II secolo in onore della sorella Ulpia Marciana, sorgeva nei pressi dell'attuale Devnja, in Bulgaria).

La battaglia dei salici interruppe momentaneamente le ostilità aperte: Ricomere tornò, all'inizio dell'autunno, in Gallia, dove si trovava Graziano, per raccogliere altre truppe per la campagna dell'anno successivo, mentre Valente nominò Saturnino magister equitum e lo inviò in Tracia con un contingente di cavalleria ad affiancare Traiano.
Saturnino e Traiano riuscirono a bloccare i Goti nei passi dell'Haemus, in Tessaglia, formando una linea di avamposti che respinsero i tentativi di sfondamento dei Goti: lo scopo dei generali romani era quello di sottoporre il nemico ai rigori dell'inverno e alla mancanza di cibo e di costringerlo alla sottomissione; in alternativa, avrebbero tolto successivamente le sentinelle, attirando Fritigerno in una battaglia in campo aperto nelle pianure tra il monte Haemus e il Danubio, in cui contavano di sconfiggerlo. Fritigerno, però, non avanzò verso nord accettando battaglia, ma arruolò contingenti di Unni e Alani in suo rinforzo; Saturnino, resosi conto di non poter più fronteggiare il nemico, abbandonò il blocco dei passi ed arretrò. Davanti ai Goti si aprirono allora vasti spazi e poterono invadere e saccheggiare un vasto territorio che giungeva sino ai monti Rodopi a sud e che andava dalla Mesia all'Ellesponto.
Valente chiamò allora Sebastiano ad occuparsi dell'organizzazione dell'esercito, nominandolo magister peditum ed esonerando Traiano. Sebastiano scelse duemila soldati, che addestrò e comandò personalmente. Si avvicinò alle città prese dai barbari, tenendo sempre l'esercito al sicuro da attacchi improvvisi; quando i barbari tentavano delle sortite per procurarsi il cibo, Sebastiano li sorprendeva massacrandoli.

Raggiunta Costantinopoli, Valente non volle attendere l'arrivo dei rinforzi inviati dall'imperatore d'Occidente e, nonostante l'inferiorità numerica, schierò l'esercito a battaglia a ridosso del campo trincerato dei goti nei pressi di Adrianopoli.

Battaglia di Adrianopoli (9 agosto 378)
La battaglia fu combattuta dall'esercito romano guidato da Valente e forte di circa 15.000 uomini e i goti di Fritigerno affiancati da unità alane e unne.
I goti inizialmente inviarono dei parlamentari e l'imperatore accettò di trattare. Ricomere si offrì come ostaggio per garantire l'incolumità di Fritigerno che sarebbe venuto a negoziare di persona come richiesto da Valente. In realtà Fritigerno voleva soltanto prendere tempo per attendere il rientro della cavalleria che era uscita per una scorreria.
Quando il generale franco uscì dalle linee romane per andare dai Goti, la guardia a cavallo degli Scutari, comandata da Bacurio, troppo vicina alle linee nemiche, accese una mischia con i Goti. Ricomere fu costretto a tornare indietro, il negoziato era fallito.


La cavalleria gotica, con gli alleati unni e alani, guidata da Alateo e Safrax , sbucò da dietro le colline e investì la cavalleria romana che finì addosso alla fanteria dell’ala sinistra.


Dopo un momento di smarrimento, i Romani iniziarono ad avanzare e la cavalleria giunse quasi a ridosso dei carri. La vittoria era a portata di mano, sarebbe bastato travolgere i carri e irrompere nel campo. Con sgomento i cavalieri si accorsero di essere soli, la fanteria romana non li aveva seguiti, intanto la cavalleria gotica, messa in fuga la cavalleria dell’ala sinistra dello schieramento romano, tornò indietro e investì i cavalieri di fianco e di spalle. La cavalleria pesante romana, bloccata tra i carri e i nemici, fu fatta a pezzi.


I legionari erano rimasti soli, con terrore videro che i Goti li circondavano, allora si compattarono e lentamente iniziarono a ritirarsi; i Goti cercavano di colpirli con frecce e con cariche di cavalleria, ma inutilmente, così fecero intervenire la fanteria che si gettò sui legionari con impeto, ma quelli erano i migliori veterani di tutto l’Impero d’Oriente e avrebbero venduta cara la pelle.
Tra questi reparti (i Lanciarii e i Mattiarii) ancora combattenti si rifugiò Valente che era rimasto privo della cavalleria di scorta. Traiano vide l’imperatore in pericolo e gridò di aiutarlo, il comes Vittore si diresse dai Batavi (che erano rimasti di riserva) e disse loro di aiutare il sovrano. I Batavi invece fuggirono, con loro scapparono Vittore, Ricomere, Saturnino, e tutti coloro che avevano un cavallo.
Valente rimase solo con i fanti. Alla fine però le lance si spezzarono, gli scudi si ruppero, la stanchezza e la disperazione ebbero la meglio; la fanteria perse ogni speranza e, sebbene veterana, fuggì. I barbari iniziarono a inseguire e a massacrare i soldati romani senza sosta, ebbri di sangue e di vittoria.
Giunse infine la notte, e con essa la fine del massacro. Nella fuga generale la strage fu immensa, i due terzi dei veterani dell’Impero furono annientati, tra gli altri morirono 35 tribuni (con e senza comando militare), i generali Traiano e Sebastiano, Valeriano, amministratore delle scuderie imperiali, Equizio, amministratore del palazzo e Potenzio, tribuno dei Promoti.
Incerta è la fine di Valente. Ammiano Marcellino riporta due versioni: la prima vuole che, al calare delle tenebre, cadesse fra i soldati semplici colpito a morte da una freccia.
“Altri dicono che Valente non esalò subito l’anima, assieme ai candidati e a pochi eunuchi fu portato in una baracca di campagna il cui secondo piano era ben difeso: qui morì, perché curato da mani inesperte. Circondato da nemici che non sapevano chi fosse, fu esentato dalla vergogna della prigionia. I nemici tentarono di sfondare le porte sbarrate, ma dalla parte alta della casa erano attaccati con il lancio di frecce; per non perdere la possibilità di fare bottino a causa di un indugio da cui sarebbe stato impossibile venire a capo, ammucchiarono paglia e legna cui dettero fuoco così bruciando l’edificio e chi vi stava dentro. Uno dei candidati (soldati della guardia personale dell'imperatore) fuggì da una finestra e, catturato dai Goti, raccontò loro chi c’era nella casa, i Goti si dispiacquero molto di aver perso un così illustre prigioniero. Questo stesso soldato poi fuggì dai barbari e, tornato tra i Romani, riferì che quella era stata la fine dell’imperatore.”
Era dai tempi di Canne che Roma non subiva una sconfitta di questa portata.
Valente sposò, prima della sua ascesa al trono, Alba Dominica da cui ebbe due figlie (Anastasia e Carosa) ed un figlio (Valentiniano galata) morto all'età di quattro anni.
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sabato 17 novembre 2012

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (III)

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (III)


Costanzo II (337- 361)


Testa colossale di Costanzo II, 337-361, Musei capitolini, Roma


Sposò in prime nozze una figlia di Giulio Costanzo e poi nel 354, alla morte di questa, Eusebia, la figlia del suo magister militum Eusebio. Nel 361 sposò in terze nozze ad Antiochia Faustina da cui ebbe finalmente una figlia – Costanza – nata dopo la sua morte.
Sul finire del 354, in parte perchè stanco delle crudeltà perpetrate dal cesare Gallo e da sua sorella Costantina (Costanza) nell'amministrazione delle provincie orientali ed in parte sobillato dai cortigiani che lo convinsero che il cesare tramava di rivoltarsi contro di lui, convocò entrambi a Milano.
Costantina morì di febbre durante il viaggio mentre Gallo fu arrestato a Poetovio (l'attuale Ptuj, in Slovenia), tradotto e processato a Pola per l'assassinio del prefetto del pretorio d'Oriente, Domiziano, e del questore Monzio e colà giustiziato.
Nel 355 Costanzo dovette fronteggiare la rivolta del magister militum per le Gallie, Claudio Silvano, che fu catturato e ucciso ed il 6 novembre a Milano, non avendo figli, elevò al rango di cesare, Giuliano, il fratellastro di Gallo.
Nel 360 le truppe galliche, rifiutandosi di partire per l'Oriente come richiesto da Costanzo, proclamarono Giuliano augusto ma Costanzo il 3 novembre 361 morì di febbre mentre si trovava ancora in Asia (a Mobsucrene, in Cilicia) e lo scontro fratricida non ebbe luogo. Giuliano fu riconosciuto imperatore anche dalle regioni orientali. Si dice che in extremis Costanzo II lo abbia nominato ufficialmente suo successore.

Giuliano detto l'Apostata (361-363)

Giuliano l'Apostata, IV secolo, Museo archeologico nazionale, Atene

Discendente del ramo costantiniano (quindi cugino di Costanzo) derivante dalle nozze tra Costanzo Cloro e Teodora fu nominato cesare da Costanzo II nel 355.
Nel 356 ottenne il comando dell'esercito di tutte le Gallie. Sposò Elena, sorella di Costanzo, da cui non ebbe figli e che fu tumulata a Roma accanto alla sorella Costanza (Mausoleo di S.Costanza). Nel novembre del 361, mentre svernava con l'esercito a Naisso (l'attuale Niš in Serbia, città natale di Costantino il grande) preparandosi ad attaccare Costanzo, ricevette la notizia della sua morte e la sottomissione delle provincie orientali.
E' detto “l'apostata” perchè cercò di restaurare l'antica religione, a scapito di quella cristiana, imperniandola sul culto del dio Sole. Il 17 giugno 362 emise un editto con il quale stabiliva l'incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l'insegnamento nelle scuole pubbliche e fece riaprire molti templi consacrati alle divinità pagane che erano stati fatti chiudere dai cristiani. Scrisse anche un opera andata perduta – Contro i Galilei – di propaganda anticristiana. Giuliano non vietò comunque la professione del cristianesimo né perseguitò apertamente i cristiani anche se, soprattutto nelle regioni orientali, tollerò episodi di violenza anticristiana.
Sul piano militare, il 5 marzo 363 diede inizio alla campagna contro i Sasanidi muovendo da Antiochia alla testa di 65.000 uomini. Giunto a Carre, divise le sue forze inviando metà delle truppe, al comando di Procopio e Sebastiano in Armenia, per unirsi al re Arsace, ridiscendere per la Corduene, devastare la Media e, costeggiando il Tigri, ricongiungersi poi in Assiria con Giuliano che intanto, con i suoi 35.000 uomini, sarebbe disceso a sud lungo l'Eufrate, dove una grande flotta al comando di Lucilliano navigava a vista portando altri soldati, vettovaglie, armi, macchine d'assedio, barconi.
Alla fine di marzo Giuliano attraversò il fiume Chabora entrando in territorio sasanide ed avanzò senza incontrare forte resistenza (i persiani si ritiravano allagando i campi e bruciando i raccolti) fino alla capitale Ctesifonte che rinunciò ad assediare temendo di essere preso tra due fuochi dal sopraggiungere dell'esercito di Sapore. Aggregati al suo esercito i 20.000 uomini sbarcati dalla flotta, puntò verso nord sperando di ricongiungersi alle forze di Procopio e di costringere il re Sapore ad una battaglia campale. Il re sasanide si limitò invece a seguire a distanza l'esercito romano senza mai accettare uno scontro in campo aperto.
Il 26 giugno, durante la marcia, presso il villaggio di Toummara, si accese un combattimento nella retroguardia: Giuliano accorse senza indossare l'armatura, si lanciò nella mischia e un giavellotto lo colpì al fianco (1). Cercò subito di estrarlo ma cadde da cavallo e svenne. Adagiato su uno scudo fu portato nella sua tenda, si rianimò, credette di star meglio, volle le sue armi ma le forze non gli risposero. Il giorno seguente l'imperatore spirò.
Secondo la sua volontà Giuliano fu sepolto a Tarso in un mausoleo a fianco di un piccolo tempio sulle rive del fiume Cydnus. Di fronte, sorgeva la tomba di un altro imperatore, Massimino Daia (2).

 (1) Secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (XIII secolo), l'imperatore venne ucciso per ordine della Vergine da San Mercurio di Cesarea, rappresentazione che ricorre nell'iconografia del tardo medioevo. (cfr. San Mercurio uccide Giuliano l'apostata in un affresco di Larino e in un quadro di Toro, 2009) 

(2) In genere si accetta che le spoglie di Giuliano siano state traslate dalla sua iniziale sepoltura a Tarso alla chiesa costantinopolitana dei SS.Apostoli, dove venivano sepolti gli imperatori. Costantino VII Porfirogenito (912-959), nel suo De cerimoniis, include infatti il suo sarcofago nel catalogo dei sepolcri imperiali in porfido che si trovavano nella chiesa dei SS. Apostoli e lo descrive di forma cilindrica.
Secondo la maggior parte degli storici moderni il trasferimento avvenne inoltre molto precocemente, entro la fine del IV secolo.
David Woods (On the alleged reburial of Julian the Apostate at Constantinople, Byzantion Revue internationale des études byzantines, 2006) ha invece recentemente sostenuto con vari argomenti che i resti di Giuliano non furono mai rimossi dalla tomba di Tarso.


Gioviano (363-364)
Generale di Giuliano fu acclamato imperatore dall'esercito alla morte di questi.
Gioviano concluse con l'Impero persiano una pace molto svantaggiosa per Roma, abbandonando i territori conquistati dai suoi predecessori in Mesopotamia e lasciando di fatto gran parte dell'Armenia sotto il controllo persiano. Di fede cristiana abrogò i decreti del suo predecessore contrari alla chiesa cristiana, pur mantenendo una politica di tolleranza verso tutte le religioni.
Morì il 17 febbraio 364, dopo soli otto mesi di regno, probabilmente per le esalazioni di un braciere che teneva nella sua stanza a Dadastana in Bitinia mentre tornava con l'esercito dalla disastrosa spedizione militare contro l'Impero persiano.

Valentiniano I (364-375)
Nominato dall'esercito alla morte di Gioviano, dopo il rifiuto del prefetto del pretorio Salustio, nominò quasi subito suo fratello Valente augusto d'Oriente (364-378).

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venerdì 9 novembre 2012

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (II)

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (II)

Testa della statua colossale di Costantino il grande proveniente dalla basilica di Massenzio, 330 circa, Musei capitolini, Roma


Costantino il grande (306-337; dal 324 come unico imperatore)
Nel 325 convocò e presiedette a Nicea il primo concilio ecumenico della Chiesa.
Nel 326 fece uccidere, a breve distanza l'uno dall'altra, il figlio Crispo a Pola e la moglie Fausta a Nicomedia, affogata a palazzo in un bagno portato ad alta temperatura, accusati di avere una relazione clandestina.
Sul finire dello stesso anno diede inizio ai lavori di ampliamento e ammodernamento della città di Bisanzio, di cui intendeva fare la nuova capitale dell'impero, la cui inaugurazione ufficiale avverrà l'11 maggio del 330.
Secondo la tradizione fu lo stesso Costantino a tracciare con la propria lancia il perimetro sacro della mura, il pomerium, assegnando alla città lo stesso nome segreto di Roma e battezzandola ufficialmente Nova Roma (Il termine non entrò però mai nell'uso comune, preferendo gli abitanti della città e dell'Impero riferirsi ad essa come alla città di Costantino, Costantinopoli).
Nella nuova capitale venne probabilmente trasportato anche il Palladio, la statuetta già protettrice di Troia e poi di Roma, dove l'avrebbe portata Enea, che venne seppellita al centro del foro della nuova città, sotto la Colonna di Costantino. Vennero poi individuate sette alture a ricalcare i sette colli dell'antica capitale e la città venne divisa come Roma in quattordici regiones. Come a Roma, venne infine posto un cippo per indicare il centro dell'Impero, la prima pietra miliare da cui misurare tutte le distanze, il Milion.
Costantino muore a Nicomedia il 22 maggio del 337, dopo aver ricevuto il battesimo in limine vitae dal vescovo Eusebio. Viene sepolto a Costantinopoli, nella chiesa dei SS.Apostoli (cfr. il sarcofago ritrovato nella chiesa costantinopolitana di Hagia Eirene).

Alla morte di Costantino, l'impero risultava così diviso tra i quattro cesari da lui nominati (i suoi tre figli ed il nipote Delmazio) :

 

  • Costante I (Italia, Africa, Pannonia e Dacia)
  • Flavio Delmazio (Tracia, Acaia e Macedonia)
  • Costantino II (Gallie, Britannia e Spagna)
  • Costanzo II (provincie d'Asia e orientali)
Ad Annibaliano, fratello di Delmazio e quindi suo nipote nonchè marito della figlia Costanza (Costantina), Costantino aveva dato il titolo di “re delle genti pontiche”, affidandogli il controllo delle regioni di confine minacciate dall'impero persiano (Armenia, Mesopotamia e Cappadocia).

Alla morte di Costantino, Flavio Delmazio, figlio del fratellastro dell'imperatore (Delmazio il censore), fu assassinato dai suoi stessi soldati ed i suoi territori spartiti tra Costante e Costanzo, mentre i tre figli dell'imperatore furono proclamati augusti. Contemporaneamente anche Annibaliano viene eliminato (settembre 337, probabilmente dai sicari di Costanzo).
Costantino II, venuto a contrasto col fratello Costante, fu ucciso in battaglia nei pressi di Aquileia nel 340 mentre Costante fu successivamente rovesciato e ucciso da Magnenzio – il comandante delle truppe scelte dell'esercito campale - che fu proclamato imperatore (350). Nello stesso anno insorse anche Vetranione, che aveva il comando dell'Illirico, ma Costanzo lo convinse a desistere consentendogli di ritirarsi a vita privata mentre i suoi reggimenti passavano dalla sua parte.

Riepilogo
Alla morte di Costantino I il grande regnano insieme Costantino II (Gallie), Costanzo II (in Oriente) e Costante (Italia e Africa).
Designati cesari da Costanzo: Flavio Costanzo Gallo (351-354) e poi Giuliano (dal 355), entrambi figli di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino il grande.
Usurpatori nelle Gallie: Flavio Magno Magnenzio (350-353) e Magno Decenzio (351-353), fratello del precedente e da lui nominato cesare.
Usurpatore a Roma: Flavio Popilio Nepoziano*, imparentato con la famiglia di Costantino, si proclama augusto il 3 giugno del 350 e viene ucciso il 30 dello stesso mese.
Usurpatore in Illirico: Vetranione (350: si ritira a vita privata e muore poi nel 356).

Flavio Popilio Nepoziano raffigurato al dritto di un centelionalis da lui fatto battere (350)

* Flavio Popilio Nepoziano ("l'imperatore dei 28 giorni"): figlio di Eutropia, sorellastra dell'imperatore romano Costantino I, e di Virio Nepoziano, probabilmente morto nel 337 in occasione delle purghe della famiglia imperiale. Da parte di madre Nepoziano era nipote dell'imperatore Costanzo Cloro e di Flavia Massimiana Teodora. Fu probabilmente console nel 336.
Dopo la rivolta di Magnenzio, Nepoziano decise di prendere il potere, conquistando Roma: una volta morto Costante I, ucciso da Magnenzio, si era trovato ad essere l'unico rappresentante della dinastia costantiniana in occidente, e contava su questo fatto per riscuotere la lealtà dei sudditi nel suo conflitto con l'usurpatore.
Raccolse un certo numero di gladiatori, predoni e altri personaggi abituati al crimine, e il 3 giugno 350 si diresse su Roma, presentandosi con le vesti imperiali. Il praefectus urbi Tiziano, alleato di Magnenzio, armò alcuni civili e li condusse fuori dalla città per attaccare Nepoziano. Le milizie di Tiziano erano indisciplinate, e a causa della loro disorganizzazione vennero messe in fuga nello scontro contro le truppe di Nepoziano. Il prefetto, vedendole fuggire verso la città, diede ordine di chiudere le porte, per paura che gli uomini di Nepoziano entrassero con loro: senza un luogo dove fuggire, furono facile preda delle truppe del costantinide, che li massacrarono tutti.
Magnenzio mandò rapidamente a Roma il suo fidato magister officiorum Marcellino. Nepoziano fu ucciso nella conseguente battaglia il 30 giugno e la sua testa fu posta in cima ad una lancia e portata lungo le vie della città. Nei giorni seguenti vi fu gran massacro della nobiltà, per lo più senatori: anche la madre Eutropia venne probabilmente uccisa.
La ribellione di Nepoziano e l'uccisione di esponenti della nobiltà della città di Roma sta a significare che l'usurpazione di Magnenzio, nata per rispondere allo scontento cresciuto nella corte imperiale e nei circoli militari della Gallia contro Costante, non ebbe però il sostegno della popolazione dell'Urbe: la casata di Costantino riscuoteva ancora la lealtà ottenuta dal suo fondatore, e Magnenzio ne ebbe una ulteriore prova con la sollevazione di Vetranione.

Sgombrato il campo dagli altri pretendenti, Costanzo, al comando dell'esercito orientale rafforzato dai reggimenti illirici, mosse contro l'usurpatore Magnenzio.

Flavio Magno Magnenzio raffigurato al dritto di una maiorina da lui fatta battere dalla zecca di Aquileia (350-353)

Battaglia di Mursa Maggiore (nei pressi dell'attuale Osijek in Croazia, 28 settembre 351):
Il nerbo dell'esercito di Costanzo era costituito dalla cavalleria pesante sul modello persiano, i catafratti, e arcieri a cavallo, quasi tutti reclutati in Asia; le fanterie legionarie, erano in pratica quelle illiriche del precedente usurpatore Vetranione.
Magnenzio poteva contare su un numero di soldati molto inferiore ma notoriamente più validi di quelli asiatici; galli, germani, britanni, pannoni, perlopiù legionari e ausiliari.
Poco prima dell'inizio della battaglia, il tribuno Claudio Silvano, uno dei comandanti di Magnenzio, disertò con la propria cavalleria a favore di Costanzo.
Costanzo dispose le proprie truppe con il fiume Drava alla propria destra e il Danubio alle spalle, in modo che ai suoi soldati fosse chiaro che potevano solo vincere o essere massacrati. Ai fianchi si trovava la cavalleria pesante  mista ad arcieri, al centro la fanteria pesante con, dietro, altri arcieri e frombolieri.
La battaglia ebbe inizio nel tardo pomeriggio. Lo squilibrio delle forze era soprattutto nell'ala sinistra dello schieramento di Costanzo, rispetto a quella destra di Magnenzio, e proprio da lì partì l'attacco, in linea obliqua e avvolgente; al centro la cavalleria pesante non sfondò la linea delle fanterie legionarie. Gli ausiliari germani, nudi, affrontarono le frecce degli arcieri, e il muro di ferro della cavalleria pesante: si assistette a una duplice dimostrazione di valore, con i legionari che disciplinatamente serravano la linea e si riordinavano ad ogni carica, i germani che facevano strage di asiatici con la loro foga guerriera. Secondo Giuliano, l'ala sinistra di Costanzo II, composta dai potenti cavalieri catafratti, aggirò il lato destro di Magnenzio calando sulla fanteria, che fu gettata nella confusione e sopraffatta. Magnenzio rischiò la cattura e abbandonò il campo di battaglia, ma i suoi soldati gallici si rifiutarono di arrendersi e combatterono al comando di Marcellino, che cadde combattendo.
I soldati di entrambi gli schieramenti, presi dalla furia della battaglia, continuarono a combattere anche dopo l'arrivo della notte.
Le perdite tra i vincitori furono maggiori che tra i vinti, a testimonianza della grande resistenza di questi ultimi, 30.000 contro 24.000, ma la proporzione delle perdite fu irreparabile per Magnenzio. Giuliano incolpa Magnenzio per la sconfitta, accusandolo di aver sbagliato lo schieramento della fanteria e di essere fuggito dal campo di battaglia lasciando ad altri il compito di combattere.
Magnenzio, dopo aver riparato in Gallia, fu definitivamente sconfitto nella battaglia di Monte Seleuco (l'attuale La Batie Monsalèon in Francia, agosto 353), preferendo suicidarsi piuttosto che arrendersi a Costanzo. Stessa sorte ebbe il fratello Magno Decenzio, da lui nominato cesare, che guidava i rinforzi provenienti dall'Italia.
Costanzo II rimase l'unico imperatore.

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giovedì 8 novembre 2012

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (I)

Dalla Tetrarchia all'Impero romano d'Oriente (I)

La divisione dell'Impero voluta da Diocleziano, 300 c.ca


Diocleziano (284-305): validissimo generale fu elevato alla porpora dalle legioni orientali che si rifiutarono di riconoscere Carino, primogenito dell'imperatore Caro (282-283).
Nel novembre del 285 nominò come suo vice in qualità di cesare, un valente ufficiale di nome Marco Aurelio Valerio Massimiano, che pochi mesi più tardi (1 aprile 286) elevò al rango di augusto, formando così una diarchia in cui i due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell'impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori.
Diocleziano, che si considerava sotto la protezione di Giove (Iovio), mentre Massimiano era sotto la protezione "semplicemente" di Ercole (Massimiano Erculio), manteneva però la supremazia.
Data la crescente difficoltà a contenere le numerose rivolte all'interno dell'impero, nel 293 si procedette a un'ulteriore divisione funzionale e territoriale, al fine di facilitare le operazioni militari: Diocleziano nominò come suo cesare per l'oriente Galerio e Massimiano fece lo stesso con Costanzo Cloro per l'occidente. L'impero fu diviso in quattro territori (prima Tetrarchia):
  1. Diocleziano controllava le province orientali e l'Egitto (capitale: Nicomedia)
  2. Galerio controllava le province balcaniche (capitale: Sirmio)
  3. Massimiano governava su Italia e Africa settentrionale (capitale: Milano)
  4. Costanzo Cloro ebbe in affidamento la Spagna, la Gallia e la Britannia (capitale: Treviri)
Vennero create dodici circoscrizioni amministrative (le "diocesi", tre per ognuno dei tetrarchi), rette da un pretor vicarius e a loro volta suddivise in 101 province. Restava da mettere alla prova il meccanismo della successione.

Il 1º maggio del 305 Diocleziano e Massimiano abdicarono: i loro due cesari diventarono augusti, Galerio per l'oriente e Costanzo Cloro per l'occidente, e provvidero a nominare a loro volta i propri successori designati: Galerio scelse Massimino Daia e Costanzo Cloro scelse Flavio Valerio Severo (seconda tetrarchia).
L'anno seguente tuttavia, con la morte di Costanzo Cloro (306), il sistema andò in crisi: il figlio illegittimo dell'imperatore defunto, Costantino venne proclamato augusto dalle truppe al posto del legittimo erede, Severo, e qualche mese dopo i pretoriani a Roma proclamarono imperatore Massenzio, figlio del vecchio augusto Massimiano Erculio, ripristinando il principio dinastico.

Testa di Massimiano, fine III secolo
Museo Archeologico di Milano
 
Nel 308 Diocleziano e Massimiano Erculio, in rotta con il figlio, si riunirono a Carnunto per cercare di riportare l'ordine: essendo stato eliminato l'anno prima Severo – catturato da Massenzio e trascinato a Roma come ostaggio fu fatto uccidere o si uccise il 16 settembre 307 - per l'Oriente restarono rispettivamente augusto e cesare Galerio e Massimino Daia, mentre per l'Occidente fu nominato un nuovo augusto, Licinio, indicando come cesare il ribelle Costantino.
 
Testa di Diocleziano, IV secolo
proveniente dagli scavi di Nicomedia (Izmit)
Museo Archeologico di Istanbul
 
Né Costantino, né Massimino Daia accettarono la posizione subordinata che veniva loro offerta e si considerarono entrambi augusti. Si ebbero dunque quattro augusti, Galerio e Massimino Daia in Oriente, Licinio in Illirico e Costantino in Gallia, Spagna e Francia, mentre Massenzio restava, come usurpatore, in Italia e Africa.

Nel 311 con la morte di Galerio, Massimino Daia si impadronì di tutto l'Oriente e i tre augusti rimasti (ufficialmente elencati nell'ordine di anzianità al potere: Massimino, Costantino e Licinio) si coalizzarono contro Massenzio, che Costantino sconfisse nella battaglia di Ponte Milvio, alle porte di Roma, il 28 ottobre del 312.
 
Testa di Massenzio, IV secolo
Skulturensammlung, Dresda

Nel 313 moriva Massimino Daia e rimasero solo due augusti: Costantino per l'Occidente e Licinio per l'Oriente. L'alleanza tra i due augusti fu rafforzata dal matrimonio di Licinio con Costanza, sorellastra di Costantino, così che l'Editto di Milano, che sanciva in tutto l'impero la libertà di culto, fu promulgato con in calce la firma di entrembi gli augusti.
Nel 315 Costantino diede in sposa a Bassiano Anastasia, un'altra delle sue sorellastre, e lo nominò cesare, quindi inviò a Licinio, Flavio Costanzo, in qualità d'ambasciatore per farne riconoscere il rango: Bassiano avrebbe governato la Pannonia facendo da cuscinetto tra i due imperi. Licinio, per mezzo del fratello di Bassiano, Senacione, che era un suo consigliere, convinse il cesare a ribellarsi a Costantino. Tradito dai suoi ufficiali fedeli a Costantino la cospirazione di Bassiano venne scoperta sul nascere. Costantino lo mise a morte (316) e intimò a Licinio di consegnargli Senacione. Al rifiuto di Licinio, Costantino rispose con la guerra.
 
Testa di Licinio, IV secolo
Museo Chiaramonti, Città del Vaticano

Battaglia di Cibalae (8 ottobre 1316): Licinio aveva riunito il suo esercito a Cibalae (l'attuale Vinkovci), città della Pannonia, posta su una collina. Stretta è la strada che portava alla città, circondata in gran parte da una palude profonda, larga cinque stadi. Il resto è montagna, dove si ergeva un colle sopra il quale sorgeva la città. Da lì si apriva una pianura vasta e sconfinata nella quale Licinio decise di accamparsi, disponendo le proprie schiere in lunghezza sotto il colle per nascondere la debolezza delle ali (di cavalleria).
Gli arcieri diedero inizio alla battaglia con una serie di lanci, seguiti dallo scontro delle fanterie, che durò l'intera giornata. La battaglia fu decisa da un iniziale attacco della cavalleria di Costantino (posta dallo stesso in prima fila e comandata dall'imperatore in persona), che attaccò l'ala sinistra, distruggendola, mentre Licinio resisteva al centro. Costantino lo attaccò quindi sul fianco, costringendolo a fronteggiare la nuova minaccia, alla quale seguì una carneficina degli uomini di Licinio: 20.000 di loro morirono, e l'imperatore sconfitto dovette fuggire con la cavalleria verso Sirmio (città della Pannonia bagnata dalla Sava prima di gettarsi nell'Istro), approfittando del calar delle tenebre, ma abbandonando viveri, bestiame ed ogni altro equipaggiamento.

Da Sirmio, Licinio arretrò verso la Tracia dove pensava di raccogliere un nuovo esercito, tagliando dietro di sé il ponte sulla Sava. Costantino una volta conquistati Cibalae e poi Sirmio (l'attuale Sremska Mitrovica) fece ricostruire in due mesi il ponte sulla Sava e lanciò l'esercito all'inseguimento di Licinio.
Nel frattempo Licinio decise di elevare al rango di co-augusto (o cesare secondo Zosimo) Aurelio Valerio Valente, un atto che mostrava disprezzo per Costantino, il quale rifiutò le offerte di pace e lo affrontò nuovamente nella:

Battaglia di Mardia - l'attuale Harmanli in Bulgaria – (fine 316 o inizi 317): La battaglia ebbe inizio alle prime luci dell'alba. Durante il primo attacco gli eserciti, mantenendosi ad una certa distanza, si servirono degli arcieri, poi esauriti tutti i dardi si affrontarono nella mischia con lance, spade e pugnali in un corpo a corpo.
Costantino vinse la battaglia, anche se di misura (secondo Zosimo fu molto equilibrata fino a quando ad un segnale convenuto entrambi gli eserciti si ritirarono), inviando un contingente di cinquemila fanti a conquistare un'altura: al momento opportuno, questi uomini attaccarono alle spalle le truppe di Licinio, causando gravi perdite al nemico. L'esercito di Licinio riuscì ad evitare una rotta rovinosa, disponendosi su due fronti e continuando a combattere fino all'arrivo della notte, quando poté sganciarsi con ordine e rifugiarsi tra le montagne della Macedonia.

Il 1º marzo 317, i due avversari firmarono una pace che prevedeva la cessione dell'Illirico a Costantino e l'esecuzione di Aurelio Valerio Valente.
Nello stesso anno vennero nominati cesari Crispo, figlio di Costantino e della sua prima moglie Minervina morta di parto, per l'Occidente e Liciniano di appena due anni, figlio di Licinio e Costanza per l'Oriente. Si riproponeva così nella forma l'organizzazione tetrarchica voluta da Diocleziano, snaturandone però la sostanza con l'introduzione del principio dinastico nel meccanismo di successione.

Nel 323 lo sconfinamento dell'esercito d'Occidente in Mesia e Tracia – territori nella sfera d'influenza di Licinio – per contrastare un'invasione dei Goti, fornì il casus belli per il riaccendersi della guerra civile.

Battaglia di Adrianopoli (3 luglio 324):


Licinio era accampato presso Adrianopoli (l'attuale Edirne), Costantino giunse da Tessalonica con l'esercito, mentre la flotta raggiunse la foce dell'Ebro, proveniente dal Pireo, e si accampò presso il fiume. I due eserciti si disposero su un fronte di circa 20 stadi (Zosimo sostiene 200 – pari a poco più di 35 km. - ma la cifra appare inverosimile), Licinio a partire dal monte che sovrasta la città di Adrianopoli al punto in cui il fiume Tonzos si butta nell'Ebro.
I due eserciti si fronteggiarono per diversi giorni dalle opposte sponde dell'Ebro finchè Costantino, stanco di attendere, non ordinò ai suoi di portare legna e intrecciare funi nei pressi di un punto dove il fiume si restringeva per far intendere al nemico che vi intendeva costruire un ponte. Distolta l'attenzione del nemico con questo diversivo, portò 5.000 arcieri e 80 cavalieri su una collina al riparo di una fitta boscaglia, quindi, al comando di un piccolo contingente di cavalieri (Zosimo sostiene solo 12 ma anche in questo caso la cifra è poco credibile), guadò il fiume e piombò inatteso sul nemico seminando il panico.
Appena l'Ebro fu superato, anche altri cavalieri e poi tutto l'intero esercito, seguì l'augusto facendo strage del nemico che lasciò sul campo ben 34.000 morti.
Al tramonto Licinio, radunati i superstiti, si ritirò verso Bisanzio.

Battaglia dell'Ellesponto (Stretto dei Dardanelli, luglio 324): mentre Costantino cingeva d'assedio Bisanzio, il cesare Crispo, a capo della flotta, ricevette l'ordine di portarsi prima all'imboccatura dell'Ellesponto (l'attuale Stretto dei Dardanelli), e poi di forzare il blocco nemico. Crispo entrò nello stretto con sole 80 navi, le migliori della sua flotta; Abanto – che comandava la flotta di Licinio - al contrario, volle schierare tutte le sue 200 navi, in modo da essere certo di poter circondare la flotta avversaria. La scelta di Abanto si dimostrò errata, in quanto le sue navi, in uno spazio ridotto, si intralciarono a vicenda, urtandosi tra loro ed avanzando verso il nemico in modo disordinato; al contrario quelle di Crispo poterono manovrare meglio, affondando molte navi avversarie. Il calare della notte pose fine alla battaglia: Abanto si ritirò con alcune navi ad Aianton, altre trovarono rifugio ad Eleunte, in Tracia.
Il giorno successivo, spirando il vento da nord, Abanto esitò in un primo momento a schierare la flotta per l'attacco; Crispo portò all'interno dello stretto tutta la sua flotta, mettendo in difficoltà Abanto. Verso mezzogiorno il vento cambiò, spirando ora da sud e spingendo alcune navi di Abanto, prossime alla riva asiatica, contro la costa, alcune facendole arenare, altre affondandole contro gli scogli. Abanto si salvò raggiungendo la riva a nuoto dopo aver visto colare a picco la propria ammiraglia e mettendosi in salvo con sole 4 imbarcazioni. La flotta di Crispo completò l'opera, affondando tutte le restanti navi nemiche.

Dopo la disfatta navale che permise all'esercito di Costantino di ricevere i rifornimenti, Licinio arretrò ulteriormente ritirandosi verso Calcedonia con le sue truppe migliori e lasciando quelle più deboli a difesa di Bisanzio, pensando di poter raccogliere in Asia minore un nuovo esercito per continuare la guerra. Costantino traghettò a sua volta il grosso del suo esercito sulla sponda asiatica del Bosforo all'inseguimento del nemico. Licinio, messo con le spalle al muro, uscì dalla città e schierò l'esercito a battaglia nei pressi di Crisopoli.

Battaglia di Crisopoli (l'attuale Uskudar, 18 settembre 324): senza particolari accorgimenti tattici, Costantino lanciò un massiccio attacco frontale che travolse l'esercito di Licinio mettendolo in rotta. Licinio riuscì a riparare su Nicomedia con i pochi superstiti.
Assediato da Costantino e ormai senza speranza, Licinio decise di arrendersi ed uscì dalla città consegnandogli la porpora imperiale. Costantino gli risparmiò la vita e lo esiliò a Tessalonica ma l'anno successivo, accusandolo di aver complottato contro di lui, lo fece giustiziare.
La Tetrarchia era definitivamente finita e Costantino era l'unico signore di tutto l'impero.