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lunedì 10 ottobre 2016

Palaiopanagia, Manolada

Palaiopanagia, Manolada
E' situata nel cimitero del paesino di Manolada

 
In questa chiesa pregò Ferdinando di Majorca prima della battaglia del 5 luglio 1316 (cfr. scheda Morea, Introduzione).
 
 
Dedicata alla Dormizione della Vergine, presenta una pianta a croce libera con bracci della stessa lunghezza, quello occidentale sopravanzato da un nartece a forma di pi greco - coperto da cinque cupolette emisferiche - a formare un deambulatorio che avvolge la navata centrale. Le due campate laterali del nartece comunicano inoltre per mezzo di aperture con il corpo principale della chiesa.
 
Facciata occidentale, ai lati della porta d'ingresso le due croci in blocchi di pietra squadrata sottolineate da una cornice in mattoni.

I larghi blocchi di pietra che formano croci nella muratura dalla facciata occidentale sono caratteristici della seconda metà dell'XI sec e del XII, mantre la loro sottolineautura in mattoni li riferisce alla fase più tarda di questo periodo. La chiesa è sostanzialmente un ibrido, con la parte orientale costruita come una pianta a croce libera che diventa a croce inscritta, per la presenza del nartece, nella metà occidentale. Di particolare interesse il modo in cui è eretta la cupola, che mostra un estremamente raro arrotondamento degli angoli del tamburo.
 

L'interno è affrescato.



lunedì 3 ottobre 2016

Corone

Corone

Il tratto nordorientale delle mura. Al centro l'ingresso principale e a sinistra il torrione di NE.

Coronis, l'antico nome della città, significa "corvo" e pare sia dovuto al rinvenimento di una statuetta di bronzo raffigurante l'animale durante la fondazione della città.
Nell'antichità era un piccolo fortilizio (è comunque menzionata da Omero come una delle sette città offerte da Agamennone ad Achille per placarne l'ira), divenne una postazione militare di qualche importanza sotto i Bizantini.
Fu conquistata dai Franchi nel corso della Quarta Crociata ed entrò a far parte dei domini di Guglielmo di Champlitte (1205), nel 1209 con il Trattato di Sapienza il suo successore, Goffredo I di Villehardouin, cedette la fortezza ai Veneziani; la cessione fu più tardi confermata dall'Imperatore Michele VII Paleologo. Sotto il dominio della Serenissima divenne, insieme al vicino porto di Modone con il quale formava un'unica unità militare e amministrativa, una delle più importanti roccaforti veneziane in Egeo (1).
Tra il 1292 e il 1294 il castellano (2) Guido da Canal s'impegnò nella ricostruzione generale del castello bizantino facendo largo uso di materiali di spoglio.
Ulteriormente fortificata dai Veneziani negli anni Sessanta del Quattrocento, venne conquistata dai Turchi nel 1500.
Nel 1532, Andrea Doria, agli ordini di Carlo V riuscì ad espugnare la città e a respingere la flotta ottomana inviata da Solimano nella primavera del 1533 per riprenderla. L'anno seguente, assediata da terra dagli ottomani, la guarnigione spagnola fu però costretta a capitolare.
Nel 1685, durante la guerra di Morea (1684-1699), fu la prima città ad essere assediata dalle forze del Morosini (25 giugno 1685) a cui si arrese il 7 di luglio.
Posto l'assedio i veneziani furono contrassediati dai rinforzi inviati dai turchi a sostegno del presidio. Morosini decise di attaccare e i veneziani poterono mostrare ai difensori più di cento teste di nemici uccisi sulle loro picche. Visto sbaragliato anche un secondo contingente di rinforzo, la guarnigione ottomana finalmente si arrese.
Nel 1715 fu ripresa dagli ottomani, nelle cui mani rimase fino al 1828 quando fu liberata nel corso della guerra d'indipendenza greca (1821-1832) dal corpo di spedizione anglo-francese del generale Maison.

Torre Resalto

Nel 1824 gli insorti avevano provato a conquistare la fortezza scalando una torre sul suo fianco meridionale. Probabilmente pensavano di sorprendere la guarnigione turca, ma il piano fallì e quasi tutti gli assalitori perirono: la torre è oggi chiamata Resalto (forse perchè i corpi dei Greci "saltarono" giù) e culmina con una cappella costruita in memoria dei caduti.

F.Coronelli, Pianta delle fortificazioni di Corone, 1685
 
La fortezza sorge sul Capo Livadia ed ha una forma irregolarmente quadrata. L'ingresso principale si trova sul lato settentrionale e si apre in una larga costruzione a pianta quadrata con un arco a sesto acuto sormontato da un altro a sesto ribassato che corrisponde al locale dove prendeva posto il corpo di guardia.

L'ingresso principale visto dall'interno della fortezza

Nell'epoca d'oro dell'occupazione veneziana questa porta era fiancheggiata su ambo i lati da colonne e l'arco d'ingresso era sormontato da un leone di San Marco. A ridosso della porta si apriva una corte interna che, con l'andar degli anni, venne progressivamente riempita da piccole case. La cittadella, separata dal resto della fortezza da un muro interno, occupava la parte occidentale mentre il tratto nordoccidentale delle mura è quello più antico, di epoca bizantina. Alla cittadella (attualmente non accessibile) si accede attraverso un ingresso sormontato da un arco mentre sulla sua punta più occidentale si trovano le fortificazioni più recenti ricostruite dai veneziani nel 1685.

Il sistema bastionato formato dai due torrioni più meridionali del versante orientale delle mura.

Il versante orientale delle mura, che taglia il promontorio lungo una linea perpendicolare nord-sud, era rinforzato da quattro massicci torrioni circolari, molto probabilmente realizzati durante la dominazione ottomana. I due torrioni più meridionali erano inoltre legati da due cortine murarie che racchiudevano un terrazzamento per le artiglierie e sopravanzati da un fossato.

 
Agios Charalambos: si trova grosso modo al centro della fortezza - di fronte alla chiesa di Agia Sophia che è trattata in una scheda a parte - e risale agli inizi del secondo periodo di occupazione veneziana (1685-1715). Presenta una pianta a navata unica ed una copertura lignea. Era originriamente dedicata a san Rocco. Durante la seconda occupazione ottomana fu convertita in moschea come testimoniato dal moncone del minareto (su cui venne successivamente eretto il campanile) addossato alla facciata occidentale.
 
L'iconostasi in muratura
 
Ridedicata a San Caralampo (3) dopo la liberazione e convertita al culto ortodosso è stata gravemente danneggiata da un incendio nel 2012.

Note:

(1) Per la loro importanza strategica le due città vennero definite Venetiarum ocellae (gli occhi di Venezia).
(2) Castellano era il titolo con cui veniva designato il governatore militare di una fortezza nell'amministrazione dello Stato da Mar veneziano. Nel periodo 1685-1715 Corone verrà invece posta sotto il controllo di un Provveditore
(3) San Caralampo, vescovo di Magnesia in Tessaglia, fu martirizzato sotto Settimio Severo (193-211).




sabato 10 settembre 2016

Modone

Modone


Veduta aerea
 
La città fu conquistata una prima volta dalla flotta veneziana, che rientrava dalla Terrasanta al comando del doge Domenico Michiel (1116-1129), nel 1124. Il doge la restituì comunque all'Impero bizantino l'anno seguente, dopo averne fatto radere al suolo le fortificazioni. Conquistata dai veneziani nel 1206 – a seguito della conquista crociata di Costantinopoli – e definitivamente assegnata alla Serenissima dal Trattato di Sapienza (1209), rimase quasi ininterrottamente in mani venete fino alla conquista ottomana (9 agosto 1500). Riconquistata dal Morosini nel 1686 (guerra di Morea) dopo 16 giorni di assedio, fu tenuta nuovamente dai veneziani fino al 1715.
Sotto il dominio della Serenissima, la città divenne uno dei più importanti scali commerciali sulle rotte per il Mar Nero e i porti dell'Egitto e di Terrasanta tanto da essere spesso definita nei documenti veneziani dell'epoca occhio destro di Venezia.

La fortezza, già esistente in epoca bizantina, occupa l'intera superficie del promontorio fino all'isoletta antistante e, per la gran parte, deve il suo aspetto attuale alle opere di ammodernamento e restauro intraprese dai veneziani tra il 1686 ed il 1715.
Vi si accede attualmente per mezzo di un ponte di pietra di 14 arcate fatto costruire sopra il fossato che separava la fortezza dalla terraferma dal corpo di spedizione francese inviato da Carlo X a sostegno dell'insurrezione greca ed al comando del generale Nicolas Joseph Maison, che tenne la città dal 1828 al 1833.


Il ponte conduce ad una massiccia porta d'ingresso, incorniciata da due lesene sormontate da capitelli corinzi e affiancate da lance e vessilli scolpiti, che risale al 1714.


Un ampio fossato che corre lungo l'intero lato settentrionale separa la fortezza dalla terraferma. Una bassa fortificazione (falsabraga) – tra i due grandi bastioni – si alza a circa metà del fossato. Fu scavato già nel XIII secolo ma quello attualmente visibile risale anch'esso alla seconda dominazione veneziana, quando questi tentarono, senza successo, di estendere il fossato così da far penetrare il mare e isolare la fortezza dalla terraferma.

Sezione schematica delle fortificazioni sul versante settentrionale
1.Bastione 2.Parapetto 3.Scarpa 4.Camminamento coperto 5.Falsabraga 6.Fossato 7.Controscarpa 8.Spalto
 
Ai lati della Porta si trovano due bastioni: il bastione Loredan a sinistra, ed il bastione Bembo a destra.
 
Bastione Bembo: a forma di quadrilatero, costruito su di un rilievo roccioso, protegge l'angolo nordoccidentale del castello.
 
Bastione Bembo (visto da ovest)
 
Al suo interno si apre un cortile per facilitare l'accesso dei difensori, mentre il suo angolo nord-est ha la forma di una torre semicircolare. Si tratta di una costruzione imponente con l'obiettivo di contrastare le prime armi da fuoco. Secondo una iscrizione conservata sul lato occidentale, il bastione è stato costruito dal governatore Giovanni Bembo nel 1460. (Portando per la seconda volta il titolo di Pretore, l'illustre Signore Giovanni Bembo provvide la città di questo forte inespugnabile, nell'anno del Signore 1460, 30 ottobre).
Durante il secondo periodo di dominazione veneziana, in cui l'opera di rafforzamento delle difese fu particolarmente intensa, a questo bastione ne fu addossato un altro sul suo lato orientale (cfr. la veduta aerea). 
Ad ovest del Bastione Bembo, al termine del fossato, venne costruito un semibastione collegato al Bastione Bembo da un terrapieno compreso tra due cortine di pietra.
 
Il terrapieno ed il semibastione occidentale
 
All'interno il semibastione appare formato da una serie di camere parallele che sostengono la terrazza dove si disponevano i pezzi d'artiglieria. Questa, datata 1715, è anche l'ultima opera difensiva realizzata dai veneziani nel periodo 1686-1715.
 
Interno del semibastione occidentale
 
Bastione Loredan: è un massiccio bastione quadrilatero costruito sul lato nordorientale della fortezza. Si tratta dell'ultima di una serie di costruzioni aventi l'obiettivo di proteggere questo vulnerabile punto delle cinta.
 
I lati nord ed ovest del Bastione Loredan
 
Questo bastione, in cui, a livello degli spalti, si apre una singola filiera di cannoniere per pezzi di grosso calibro, controlla completamente il fossato.
 
Il lato est del Bastione Loredan
 
E' datato 1714 – sotto il governatorato di Antonio Loredan - da una iscrizione sul suo fronte settentrionale al di sotto del leone di San Marco. A quest'epoca risale anche la costruzione della falsabraga tra il nuovo bastione ed il Bastione Bembo.  
 
Il leone di San Marco e l'iscrizione incassati sul muro settentrionale del bastione
 
Subito dopo l'ingresso principale, un camminamento conduce, attraverso una seconda ed una terza porta, all'interno della fortezza e si apre sulla grande Piazza d'Armi, centro della vita sociale ed economica della città veneziana.
La porta che introduce alla Piazza d'Armi è l'antica Porta di Terraferma ed è attualmente formata da due porte giustapposte. Quella più interna, ad arco acuto e protetta da due torri rettangolari, risale probabilmente al XIII secolo. Ad essa verso la metà del XV sec, quando la porta venne rinforzata con un piccolo barbacane, ne venne addossata un'altra, quella del barbacane, ad arco a sesto ribassato.

L'antica Porta di Terraferma
 
Il quartiere dove si trovavano le abitazioni civili è separato dalla parte settentrionale da un muro rafforzato da quattro torri quadrate ed una ottagonale realizzato durante la prima occupazione ottomana.
A sinistra dell'ingresso al quartiere civile si trovano le rovine dell'edificio usato come residenza da Ibrahim Pascià nel 1825 e, dopo la conquista della piazzaforte, dal general Maison.
 
La Piazza d'Armi.
In primo piano la cosiddetta colonna di Morosini, a destra il muro di epoca ottomana che separa il quertiere civile da quello militare e, sullo sfondo, la polveriera di epoca veneziana.
 
La colonna di granito purpureo (alta 3.67 m) posta al centro della Piazza d'Armi proviene dal naufragio di una nave di epoca paleocristiana presso capo Spitha, vicino Modone, conosciuto come "naufragio delle colonne" (1). Il capitello della colonna è però di fattura veneziana ed originariamente vi era collocato un leone di San Marco. L'iscrizione onorifica su di essa (appena leggibile) porta la data del 1493. L'errata lettura del nome "Morosini" è responsabile dell'appellativo colonna di Morosini con cui è conosciuta. Nel capitello è raffigurato anche il leone di San Marco e uno stemma deteriorato, probabilmente di Pietro da Canal che fu governatore di Modone nel 1493.
Sul capitello si trova attualmente una lastra piana rettangolare sui lati della quale sono scolpiti tre stemmi. La lastra non è in relazione con la colonna né si sa da quale edificio proviene. In base agli stemmi, sono state identificate le famiglie Foscolo (a sn.), Bembo (a ds.) e Valaresso, esponenti delle quali hanno governato Modone nel 1394.
 
 
Nei pressi della colonna si trova un'altra lastra su cui è incisa la seguente iscrizione:
D O M
METHONEM COMMVNIRI
VALLIS MOENIIS ET PROPVGNACVLIS TERRA MARI(QUE)
MANDAVIT SENATUS
ANTONIO LAVRETANO PRO GNALI ARMO IN PELOPO(NNESO)
QVI TANTI OPERIS CVRA SVSTINENS
AD VRBIS ET REGNI TVTAMEN
FORTIORA MVNIMENTA EREXIT ET CLAVS(IT)
ANNO SALVTIS MDCCXIV

D(eo) O(ptimo) M(aximo)
Essendo Dio il più buono e il più grande
Il Senato ordinò di fortificare Methoni
con fossati, mura e bastioni da terra e dal mare
ad Antonio Loredan, generale del Peloponneso,
che avendo la responsabilità di un'opera così importante,
a protezione della città e del regno
eresse più potenti fortificazioni e le completò
nell'anno del Signore 1714

All'estremità occidentale della Piazza d'Armi si trova una piccola polveriera sormontata da una copertura piramidale che risale al secondo periodo di dominazione veneziana mentre sulla sinistra si staglia isolata la chiesa di Santa Sotira, la cui costruzione risale al periodo di occupazione del corpo di spedizione francese (1828-1833) durante la guerra d'indipendenza.
Chiesa di Santa Sotira
 
Dalla Piazza d'Armi parte in direzione del Bourtzi la strada principale della città intersecata da strade laterali che conducevano al porto. Percorrendola, sulla destra si notano i resti di due bagni turchi
 
Bagno turco
 
e a sinistra quelli della cattedrale di San Giovanni Evangelista di cui spiccano le rovine del minareto che le fu aggiunto durante la dominazione ottomana quando fu convertita in moschea.
Resti del minareto aggiunto alla chiesa di San Giovanni evangelista in epoca ottomana
 
Al suo estremo meridionale la strada termina con la porta da mar (Porta di San Marco) difesa dall'imponente castello da mar, rimaneggiato in epoca ottomana e recentemente restaurato, e formato da due alte (16 m.) torri quadrate in pietra porosa raccordate da una piattaforma e provviste di merlatura.
 
Castello da mar
 
Dalla Porta di San Marco, un ponte di pietra conduce al Bourtzi.

Il Bourtzi
 
Bourtzi: la costruzione del forte detto Bourtzi (dal turco burdz=fortezza), su un'isoletta antistante il castello da mar, fu iniziata poco prima del 1500 dai Veneziani, contemporaneamente alla costruzione di un analogo forte a Nauplia, e completata dagli Ottomani dopo la presa della città. Durante la seconda dominazione veneziana (1685-1715), la torre ottagonale a due piani ciascuno dei quali munito di parapetto merlato, fu circondata da un muro perimetrale. Qui furono massacrati molti prigionieri cristiani dopo la conquista turca del 1500. Nel corso del tempo è stato utilizzato come sede della guardia per la sorveglianza del porto, come faro e come prigione.
 
Il lato orientale delle mura è stato fortemente rimaneggiato in epoca ottomana e durante la seconda occupazione veneziana.
 
Porta del Mandrachion
 
Risalendo questo tratto delle mura verso l'ingresso della fortezza, esattamente al centro dell'antico porto (Mandrachion), tra la Porta di San Marco e quella del Mandrachion, si erge l'imponente torre di SE (anch'essa oggetto di un recente restauro).
 
La Torre di SE
 
Appare formata da due parallelepipidi allungati e giustapposti che comunicano tra loro e con il camminamento di ronda. Sul lato verso la città si aprono due archi a sesto acuto provvisti di una cornice in pietra porosa. La datazione dell'edificio appare incerta come pure la sua funzione giacchè appare dubbia quella difensiva (l'altezza eccessiva lo rende infatti facile bersaglio del fuoco d'artiglieria) (2).

Proseguendo in questa direzione s'incontra una massiccia torre quadrata in cui si apre la cosiddetta Porta Stoppa.
 
La Porta Stoppa dall'interno della fortezza
 
Sulla facciata esterna, in alto, si osserva al centro un rozzo leone di San Marco fiancheggiato ai lati dalle armi dei Foscarini. Più in basso le armi dei Michiel con scolpite le lettere P e M.
Esterno della Porta Stoppa
 
In corrispondenza della parte bassa della torre, la scarpatura aggiunta in epoca ottomana è crollata, lasciando scoperta la muratura originaria in cui è incassato un leone di san Marco fiancheggiato da due stemmi irriconoscibili.

Esternamente e parallelo alle mura del lato orientale c'era un molo che si congiungeva al Bourtzi e proteggeva il piccolo porto fortificato.

Il lato occidentale delle mura, rafforzato da cinque torri quadrate, risale nella sua forma attuale alla prima occupazione veneziana e mostra una minore accuratezza nell'esecuzione dovuta al fatto che la parete a strapiombo proteggeva già di per sè la fortezza da questo lato. Qui, un'eplosione durante la seconda guerra mondiale, ha riportato alla luce un tratto delle antiche mura di Modone.
 
Note:

(1) Una colonna simile a questa fu inviata a Venezia ed è ancora visibile in piazza San Marco.
(2) Lo sgombero delle macerie che occupavano l'interno dell'edificio intrapreso nel 2007, ha portato alla luce un emblema araldico riconducibile al governatore Antonio Bembo (1398-1399) ed attualmente collocato in terra su un fianco della costruzione. Due stemmi araldici figurano anche sui due lati dell'edificio nel dettagliato disegno realizzato dal viaggiatore tedesco Eberhard Reuwich durante il suo soggiorno del 1483.










 



 
 

venerdì 9 settembre 2016

Navarino (Pylos)

Navarino (Pylos)

Pianta della baia di Navarino.
Cerchiati in rosso il Palaiocastro (a sn.) ed il Neocastro (a ds.).

Conquistata dai crociati dopo la caduta di Costantinopoli (1204), nel 1281 entrò a far parte dei possedimenti di Nicola II di Saint Omer, signore di Tebe, che dal 1287 al 1289 ricoprì la carica di bailo del Principato d'Acaia per conto del regno angioino di Napoli. A questo periodo risale probabilmente la costruzione del castello noto come Palaiocastro che domina l'accesso settentrionale alla baia di Navarino. Attualmente è raggiungibile soltanto percorrendo un ripido sentiero che parte dall'ingresso alle cosiddette Cave di Nestore, sopra la spiaggia di Voidokilia, e conduce ad una breccia della cinta muraria.
 
Palaiocastro
 
Dopo la conquista latina, la città comincia a comparire nelle fonti con il nome greco di Ἀβαρῖνος che diviene Navarino in italiano. L'etimologia del nome deriva probabilmente da una parola slava che significa "aceri" di cui è piena la zona.
Dal 1423 Navarino entrò a far parte ufficialmente dei possedimenti veneziani in Morea. Qui s'imbarcò nel 1437 Giovanni VIII Paleologo per raggiungere il Concilio di Ferrara-Firenze.
Il 20 maggio 1501 fu espugnata dagli ottomani con un attacco congiunto di forze terrestri e navali.
Riconquistata dal Morosini dopo 12 giorni di assedio agli inizi della guerra di Morea (1686), tornò in mani ottomane nel 1715.
Gli insorti greci conquistano la città dopo mesi di assedio gli inizi della Guerra d'Indipendenza (1821-1828) e la tengono fino al 1825.
Il 20 marzo 1825, 14.000 uomini al comando di Ibrahim Pasha – il figlio adottivo del vicerè d'Egitto Mehemet Alì che guidava le truppe egiziane inviate in Morea su richiesta del sultano Mahmud II (1808-1839) per reprimere la rivolta greca - cinsero d'assedio la città. Navarino era difesa da una guarnigione di 2.000 greci al comando dell'arcivescovo di Modone e di Giorgio Mavromichalis, il figlio del Bey del Mani Petro Mavromichalis, mentre la difesa del forte (Neocastro, vedi oltre) e le artiglierie (40 bocche da fuoco quasi tutte concentrate nel Neocastro) erano affidate ad un ingegnere piemontese, il maggiore Giacinto Provana di Collegno.
 
Acquedotto
 
Tagliato l'acquedotto che riforniva la città, gli egiziani cominciarono a cannoneggiarla e, nella notte tra il 19 ed il 20 aprile, sbaragliarono lungo la strada tra Modone e Navarino il contingente di circa 8.000 uomini inviato dal governo provvisorio greco in soccorso della città.
L'8 maggio le truppe di Ibrahim Pasha occupano l'isola di Sphacteria che fronteggia la città massacrando i suoi 350 difensori guidati da Alessandro Mavrokordatos, che si salvò gettandosi in acqua, tra i quali si trovava anche il patriota italiano conte Santorre di Santa Rosa che cadde combattendo. Due giorni dopo si arrende la guarnigione del Palaiocastro: la città è adesso completamente accerchiata da terra e da mare e capitola il 23 dello stesso mese.
Il 20 ottobre 1827 nella baia di Navarino fu combattuta l'ultima grande battaglia della marineria a vela. La flotta franco-russo-britannica guidata dall'ammiraglio inglese Codrington – inviata con compiti d'interposizione tra gli insorti greci e le forze ottomane – ingaggiò battaglia penetrando nella baia e annientò la flotta turco-egiziana agli ordini diretti di Ibrahim Pascià.
La flotta alleata era formata da 10 navi da guerra, 10 fregate e 2 corvette contro le 3 navi da guerra, 17 fregate, 58 corvette e 5-6 brulotti turco-egiziani, per un totale di 1258 bocche da fuoco per gli alleati e 2180 per i turco-egiziani.
L'inferiorità numerica europea era però ampiamente compensata dal calibro maggiore e dalla velocità di fuoco delle artiglierie, dalla maggiore solidità delle navi e dall'addestramento degli equipaggi. Dopo quattro ore di combattimento soltanto una nave da guerra ottomana, completamente disalberata, due fregate e cinque corvette erano ancora in grado di rispondere al fuoco. Oltre all'intera flotta gli ottomani persero circa tremila uomini contro le 181 vittime che si contarono tra i marinai della flotta alleata.
 
Neocastro: fu fatto costruire dall'ammiraglio ottomano Uluç Ali Reis nel 1573 per controllare l'accesso meridionale alla baia.
Il forte consiste in due larghe batterie, la cui costruzione precede probabilmente quella della cittadella (3) a pianta esagonale eretta sulla sommità di una collinetta e rafforzata agli angoli da bastioni a punta di freccia.
 
1. Ingresso settentrionale
2. Ingresso principale
3. Cittadella
4. Ingresso alla cittadella
5. Bastione Verga
6. Forte Santa Barbara
7. Forte Santa Maria
a,b,c. Bastioni circolari
(in giallo le opere di fortificazione progettate dai veneziani e mai realizzate)
 
Ingresso alla cittadella (4)
 
Interno della cittadella
 
Tra le batterie fu quindi costruita una cinta muraria che racchiudeva uno spazio al cui centro venne edificata una moschea. Al forte si accedeva per mezzo di due porte, quella principale (attualmente chiusa) (2) si apriva sul lato settentrionale delle mura nei pressi dell'angolo NE dove sorge un bastione circolare (c); l'altra (da cui si accede attualmente) (1) si apriva nelle mura settentrionali.
 
Porta orientale (2)
 
La Porta orientale e, in primo piano, il bastione NE (c)
 
Porta settentrionale (1)
 
Durante l'assedio veneziano del 1686 fu colpita la polveriera che esplose distruggendo il bastione più settentrionale della cittadella.
Un altro bastione di forma circolare - costruito dagli ottomani lungo il fianco meridionale delle mura e noto come Bastione Verga (5) - adibito dall'esercito italiano a deposito i munizioni durante il secondo conflitto mondiale, bombardato dagli inglesi, esplose nel 1943.
Tra il 1686 ed il 1715, i veneziani progettarono una serie di opere che dovevano rafforzare le difese ma realizzarono solo due curiosi rivellini addossati all'esterno delle mura e noti come Forte di Santa Barbara (6) e Forte di Santa Maria (7).
 
Ingresso al Forte di Santa Barbara
 
Interno del Forte di Santa Barbara
 
Il Forte di Santa Barbara, che poteva ospitare una batteria di 15 pezzi d'artiglieria disposti su due livelli, fu gravemente danneggiato dagli ottomani durante l'assedio del 1825 e venne ricostruito dal corpo di spedizione francese del generale Maison che tenne il forte tra il 1828 ed il 1833.
Nello stesso periodo furono costruite le caserme tuttora visibili nei pressi dell'ingresso settentrionale (1).
 
Uno dei bastionia punta di freccia che rafforzano gli angoli della cittadella.
 

Chiesa della Trasfigurazione: fu costruita dagli ottomani come moschea tra il 1573 ed il 1595. Quando nel 1686 i veneziani occuparono la fortezza, la moschea fu convertita in chiesa cattolica e ridedicata a San Vito, la cui festa ricorreva il giorno in cui fu conquistata la città.
Riconvertita in moschea con il ritorno degli ottomani (1715), fu adibita a deposito di munizioni durante l'occupazione francese e riottenne il suo status di edificio di culto, consacrato al rito ortodosso, nel 1842.
 
 
La chiesa si trova attualmente all'interno di una cinta muraria – la cui altezza varia da m. 1,70 a 2,80 in rapporto all'andamento del terreno – nel cui versante orientale è inglobato il suo muro perimetrale.
 
 
L'edificio originario aveva una pianta quadrangolare ed era sopravanzato da un portico sul lato occidentale. In una seconda fase costruttiva vennero aggiunti sul lato meridionale due ambienti allungati e voltati a botte probabilmente utilizzati come magazzini.
Il portico poggia su un podio ed è formato da sei pilastri su cui s'impostano gli archi che li connettono nonchè quelli trasversali che terminano su semipilastri addossati alla facciata. I cinque vani del portico sono coperti da altrettante cupolette, la più meridionale delle quali non si è conservata.
 
Lato occidentale
 
In corrispondenza del vano centrale del portico si apre l'attuale ingresso principale della chiesa, nei vani a destra e a sinistra del quale si trovano due mihrab esterni e due archi ciechi.
L'aspetto interno è dovuto ad una ristrutturazione del tardo XVIII sec., dopo i gravi danni subiti dall'edificio durante la rivolta di Orlov (1770). A quest'epoca risalgono i quattro pilastri che sostengono la cupola (che infatti si trovano su una quota diversa rispetto alle pareti perimetrali), gli ingressi centrali aperti nei lati nord e sud e probabilmente anche il minareto in pietra porosa addossato al lato meridionale e di cui oggi rimane solo il basamento.
 
Il lato meridionale con i resti del minareto




 
 
 
 
 
 
 

 
 

lunedì 5 settembre 2016

Monastero delle Blachernae, Killini

Monastero delle Blachernae, Killini

Lato meridionale

Si trova svoltando a sinistra della strada principale (bivio segnalato da un cartello) circa 2.5 km prima dell'abitato di Killini. Il monastero, di cui la chiesa era il katholikon e al cui interno si trova, ospita attualmente una residenza per malati psichiatrici.
Probabilmente la chiesa era già in costruzione all'epoca della conquista latina e fu soltanto ultimata con l'inserimento di elementi gotici come l'anteposizione del porticato sul lato occidentale.


Presenta una pianta basilicale a tre navate con nartece ed esonartece.
La parte occidentale, in particolare il piano superiore del nartece che appare tripartito, presenta finestre a sesto acuto, con sottili colonne poste agli angoli della costruzione, gocciolatoi e altri elementi gotici. Le mensole incassate nella parete ai lati degli ingressi nord e sud indicano inoltre come anch'essi fossero originariamente sopravanzati da portichetti a campata unica.

Il piano superiore del nartece visto dal lato meridionale. Agli angoli della costruzione si notano le sottili colonne ed in basso a sinistra l'inserimento della meridiana. Al di sopra ed al di sotto della bifora, l'inserimento di lastre marmoree di reimpiego.

Il porticato appare ricostruito nel XVIII secolo, così come le volte che ricoprono le navate laterali risalgono ad un epoca più tarda rispetto alla costruzione originale.

Il portico anteposto alla facciata occidentale

Secondo un'ipotesi avanzata da Demetrios Athanasoulis le maestranze che ultimarono la chiesa potrebbero essere le stesse che costruirono la chiesa di Merbaka, in base alla presenza dello stilobate su cui poggiano entrambi gli edifici e all'ampio utilizzo di frammenti marmorei di epoca mediobizantina.

Particolare di un gocciolatoio

Anche la meridiana incassata nella parete meridionale – già in sè piuttosto anomala nel contesto di una chiesa bizantina - appare collocata esattamente nella stessa posizione di quella della chiesa di Merbaka, nella parte occidentale della parete meridionale.
Molto particolare è anche la scalinata addossata al fianco settentrionale della chiesa che conduce al piano superiore del nartece.

Lato settentrionale

All'interno, la rappresentazione dell'Agnus Dei nell'abside ne attesta la dedicazione al rito latino.

Facciata absidale