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sabato 15 ottobre 2011

Napoli bizantina

Napoli bizantina (536-840)



La città di Napoli fu riconquistata da Belisario nel 536, agli inizi della guerra greco-gotica (536-553).
La data di nascita del ducato di Napoli è incerta.
Se è vero infatti che a Napoli vi era un dux (duca) fin dalla riconquista bizantina (il primo fu Conone, nominato dallo stesso Belisario), è altrettanto vero che per un lungo periodo questi non aveva poteri civili ma solo militari (la massima autorità civile era infatti lo Iudex Campaniae).
La formazione del ducato fu un processo graduale, che portò a una sempre maggiore importanza del duca, che nel 638 divenne infine la massima autorità civile e militare, da questa data in poi, i poteri civili e militari vennero accentrati nella figura del duca, nominato dall'imperatore e sottoposto prima all'esarca di Ravenna e, dopo la caduta dell'esarcato (751), allo stratego di Sicilia.
Nel VII secolo, l’imperatore Costante II (641-668), contrariamente alla regola che voleva l’esarca di Ravenna unico deputato ad insignire dignità ducale, nominò duca il cittadino napoletano Basilio (661-666), che prestava servizio nell'esercito imperiale.
Nell' VIII secolo il duca Stefano II (755-767), nei primi anni del suo mandato, mentre l'intera provincia italica era scossa dalla rivolta contro la politica iconoclasta della dinastia isaurica, si mantenne fedele al potere centrale in contrasto con il papato. Nel 761 impedì infatti l'accesso in città al vescovo Paolo II, nominato da papa Paolo I che si opponeva alla politica iconoclasta. Nel 763 riconobbe però l'autorità papale e consentì al vescovo di entrare in città. Nello stesso anno, in aperta opposizione alle direttive della politica imperiale, battè una moneta locale con l'effigie di San Gennaro, il patrono della città, al posto di quella dell'imperatore.


1/2 follis fatto coniare dal duca Stefano II dopo il 763 con al dritto il busto di S.Gennaro 

Nominato a sua volta dal papa vescovo di Napoli nel 767, alla morte di Paolo II, lasciò dopo breve tempo la carica di duca al figlio Gregorio mantenendo quella di vescovo.
Secondo alcuni storici risale ad allora l'autonomia del ducato, che però continuò a far parte, almeno formalmente, dell'Impero bizantino. I duchi furono però sempre scelti tra i membri della discendenza di Stefano II. 
Nell'818, alla morte del duca Antimo (801-818) - che a differenza dei suoi predecessori non aveva designato nessun erede - Napoli tornò per un breve periodo sotto il controllo diretto dei Bizantini, che inviarono i propri funzionari, Teoctisto (818-821) prima e il protospatario Teodoro (821) successivamente, a governare la città. Teodoro II, imposto come duca dallo stratego di Sicilia,  non risultò ben accetto alla popolazione locale che acclamò al suo posto Stefano III (821-832), nipote del duca-vescovo Stefano II.
Il vero e proprio distacco da Bisanzio avvenne però soltanto con l'avvento al potere del duca Sergio I (840-864), eletto direttamente dai napoletani, che rese ereditaria la carica ducale.
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La città paleocristiana si sviluppò sul tracciato greco-romano: il centro rimase l'area di piazza San Gaetano, il luogo dell'antica agorà e del foro, mentre la zona immediatamente a nord della città, tra i Vergini e la Sanità, fu fortemente caratterizzata dalle catacombe.
Queste, diversamente dai complessi ipogei di altre città, ebbero uno sviluppo orizzontale rispetto al suolo, di cui sfruttarono la naturale pendenza, che dette origine alla struttura interna a due livelli e, in prossimità dei loro ingressi, furono costruite le prime basiliche paleocristiane.


Catacombe di S.Gennaro

 Il nucleo originario delle catacombe, che oggi corrisponde al vestibolo inferiore, si andò sviluppando attorno ad un primo sepolcro nobiliare che fu donato alla comunità cristiana di Napoli e divenne luogo di venerazione di quello che è considerato come il primo patrono della città, Sant'Agrippino.
Le pitture più antiche risalgono al II sec. mentre le più recenti al X-XI testimoniando una lunghissima continuità d’uso del sito.
Dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di una basilica cimiteriale (di cui restano solo l'abside, qualche arcosolio e un mosaico), il vescovo Giovanni I (413-431), fece traslare le spoglie di San Gennaro che erano in quel momento sepolte nell'Agro Marciano (1), contribuendo così alla grande diffusione del culto del martire che tanta importanza avrà nella storia della città.
Dal 761 al 763, durante il periodo iconoclasta, furono la sede del vescovo Paolo II, a cui il duca Stefano II impediva l'ingresso in città. Le catacombe divennero poi luogo di sepoltura di alcuni vescovi e membri delle famiglie ducali napoletane, tra i quali lo stesso vescovo Giovanni I e l'ammiraglio Cesario Console (+870), figlio del duca Sergio I.
L'ingresso alle catacombe è collocato attualmente nei pressi della Chiesa dell'Incoronata a Capodimonte ed è dotato di una scala che conduce direttamente al livello del secondo piano.
In una prima cappella: Tomba ad arcosolio di Teocteno con la moglie Hilaritas e la figlia Nonnosa con un affresco che li ritrae in posizione di oranti (V-VI sec).
L'affresco è formato da tre strati sovrapposti, in quanto veniva modificato in occasione della sepoltura di ciascun membro della famiglia. E' così possibile stabilire la cronologia dei decessi. Per prima morì la figlia, poi il padre ed infine la madre che infatti è raffigurata vestita a lutto.
Segue la sepoltura di Proculo, scuro di carnagione e con le mani rivolte verso il cielo, un prete africano, probabilmente un amico di Teocteno.

La Cappella attigua (V sec.) è organizzata come l’ingresso nel Regno dei cieli: nell’arcosolio frontale era raffigurata la figura del Cristo, oggi scomparsa, in quello di destra San Paolo che consente a S.Lorenzo il passaggio verso il Cristo e in quello di sn. S.Pietro che fa altrettanto con S.Gennaro.

S.Pietro e San Gennaro
 
Le colonne sullo sfondo, rese con una eterea trasparenza, segnano qui un posto di frontiera, il passaggio dalla vita terrena a quella eterna in cui san Gennaro, guidato dall'apostolo Pietro, ascende alla corte del Cristo.

Un passaggio a tre archi - quello centrale scavato da una nicchia affrescata accanto a cui si riconosce il basamento di un’acquasantiera – introduce ad una vasta basilica ipogea (fine V sec.).
Basilica ipogea
Attraverso un altro passaggio a tre archi si perviene al luogo della temporanea sepoltura di S.Gennaro attigua alla cosiddetta Cripta dei vescovi dove si distinguono 8 arcosoli in 4 dei quali rimangono i ritratti dei vescovi sepolti  (soltanto due dei quali identificati) riccamente eseguiti a mosaico.
Nell’arcosolio della parete di fondo della cripta è sepolto il vescovo Giovanni I (413-432).

San Giovanni I, vescovo di Napoli

La decorazione della lunetta presenta un clipeo centrale, il cui bordo è composto da due fasce blu separate da una fascia rossa, in cui sul fondo (in parte giallo e in parte rosa) è raffigurato un personaggio maschile, di carnagione chiara, con baffi, una corta barba, ed un ciuffo sulla fronte; il volto, allungato e scarno nelle guance, presenta orecchie sporgenti e mento assai evidenziato; veste una tunica grigia con pieghe abbondanti ed un pallio sulle spalle dello stesso colore; nella sinistra regge un codice, quasi del tutto perduto, e solleva la destra con le dita aperte. Ai lati del clipeo una decorazione fitomorfa si articola in due cespi di acanto che partono dalla base del tondo e si sviluppano in due volute da cui pendono grappoli, in verde e blu, e fiori rossi tra cui un tipo simile al grigio. Volute di acanto decorano anche l’intradosso che, alla sommità della volta, presentava un tondo con una croce latina (ricostruibile grazie alle tracce nella malta di allettamento nonostante la perdita delle tessere) su fondo turchino. L'estradosso presenta tracce di un'iscrizione a lettere gialle su fondo blu - SCS IOHAN - che identifica il sacello con quello del santo vescovo.
Alla metà del V secolo risale invece il mosaico nell'arcosolio a sinistra di quello di Giovanni I. Vi è raffigurato un personaggio di pelle scura, con le labbra molto pronunciate, il volto scarno in cui emergono grandi occhi, naso aquilino e zigomi sporgenti. Veste una tunica dalle ampie maniche con clavi scure e regge, con le due mani, un libro che sulla copertina presenta una croce latina con ai lati i simboli dei quattro evangelisti.
San Quodvultdeus, vescovo di Cartagine
L'iscrizione che correva sull'estradosso è purtroppo completamente perduta ma viene identificato con l’africano Quodvultdeus, amico e discepolo di S.Agostino, che divenne vescovo di Cartagine nel 437. Esiliato nel 439 dopo la conquista della città da parte dei Vandali, a causa del suo rifiuto di aderire all'arianesimo, riparò a Napoli dove morì intorno al 454.
Attiguo, anche se su un livello più basso, alla Cripta dei vescovi è il cosiddetto Cubicolo di San Gennaro (così chiamato in quanto per un periodo vi fu deposto il santo patrono) (2) che presenta pareti a tre strati di intonaco sovrapposti, sul più recente dei quali (secolo IX) sono raffigurati San Gennaro e San Proculo, il diacono di Pozzuoli che fu martirizzato nel 305 assieme a Gennaro.
Da qui un corridoio introduce ad un vasto ambiente (Vestibolo superiore) con la volta decorata da affreschi del II-III sec. La volta del vestibolo presenta uno dei più interessanti cicli pittorici dell’arte paleocristiana, prefigurando uno dei primi momenti iconografici catechetico-didascalici del mondo cristiano.
Qui sono, infatti, raffigurate le pitture più antiche (fine II sec. - III sec) in cui evocazioni e simboli pagani sono affiancate a rappresentazioni bibliche ispirate all’Antico Testamento.

Vestibolo superiore

In uno schema di impostazione pittorica delle volte tipico della cultura precristiana, trovano posto, anche se ancora timidamente e con forme pressoché pompeiane, le prime scene veterotestamentarie.
Al centro della volta troneggia ancora una Nike alata, che si alza in volo tra cupidi, decorazioni floreali e faunistiche che ripropongono lo stile pompeiano.
Le scene bibliche riproducono invece le figure di Adamo ed Eva, Davide e Golia, etc.

1) Nell'affresco che raffigura i progenitori (primi decenni del III sec), alla virile statuaria robustezza di Adamo si contrappone la delicata figura di Eva, la quale sembra volgergli le spalle, che tiene il frutto nella mano destra. La scena rivela la drammaticità insita nella scissione dell' unità umana, conseguenza del peccato originale: il braccio di Adamo si protende in una tragica disperata ricerca della sua metà, ricerca spezzata dall' albero della vita, mentre Eva, leggiadra nel suo incedere, volge lo sguardo verso la scena che sta avvenendo alle sue spalle. Sull’albero, al centro, non fu dipinto il serpente, che non mancherà mai nelle frequentissime successive rappresentazioni della stessa scena nelle catacombe.

2) La scena che ricorda la vittoria di Davide contro Golia nel suo genere è un unicum. Infatti, nell'iconografia paleocristiana, generalmente, Davide ha la fionda in posizione di riposo, a voler sottolineare un' intenzionalità di un gesto che, di lì a poco, avrebbe compiuto. Nel nostro caso, invece, Davide è colto nel momento stesso in cui l'azione sta avvenendo: quindi all' intenzionalità si è sostituita la vittoria nell' attimo in cui sta avvenendo; alla staticità una drammatica dinamicità. Davide vince, quindi i cristiani vincono la loro lotta morale contro il peccato.
In quest' affresco, purtroppo molto danneggiato, mentre è perfettamente visibile la figura di Davide, manca quasi completamente l' effige di Golia.

3) Tra le scene cristiane più antiche raffigurate nella volta è da annoverare un affresco (primi decenni del III sec) che costituisce un vero e proprio unicum dell’arte paleocristiana. Si tratta una composizione ispirata a due passi del Pastore di Erma, antico libretto in greco, composto verso la metà del II secolo in area cumana, che ebbe straordinaria diffusione in Occidente e in Oriente tanto da essere considerato da alcuni Padri della Chiesa Sacra Scrittura.Tre fanciulle sono raffigurate intente alla costruzione di una torre: due hanno tra le mani i grossi mattoni squadrati che simboleggiano i battezzati puri di spirito, e una terza li sta mettendo in opera, realizzando così la costruzione della torre della Chiesa. Sparsi ai piedi della torre si intravedono massi spigolosi rifiutati dalla costruttrice: si tratta dei battezzati peccatori il cui unico motivo di salvezza sarà la misericordiosa mano di Dio Padre che li raccoglierà e li rimetterà giustamente sulla torre (
Il Pastore di Erma, III Visione e IX Similitudine) .
Da qui attraverso tre archi scavati nel tufo (vecchio ingresso) si perviene a fianco della basilica di S.Gennaro extra moenia, costeggiando la quale si raggiunge l’ingresso al livello inferiore dell’area catacombale.

L'ambiente forse più interessante di tutto il complesso catacombale è il vestibolo della catacomba inferiore, ottenuto sull'originario ipogeo gentilizio e di cui restano quattro interi sarcofagi scavati nel tufo; il soffitto è decorato con pitture di derivazione dallo stile pompeiano del II secolo mentre al centro dell'ambiente vi è il battistero del 762.



Vestibolo inferiore

 
Dal vestibolo inferiore si dipartono tre corridoi, quello centrale dei quali è detto ambulacro massimo, lungo il quale si trova uno dei cubicoli meglio conservati delle catacombe originariamente per intero ricoperto da dipinti di cui restano una figura (forse Mosè o Cristo o San Pietro) ed un medaglione con tralci di vite.
 
Basilica ipogea di Sant'Agrippino: con un altare – in cui è presente la fenestella confessionis - dietro il quale erano stipate, in un'urna, le reliquie del santo ed era posta la cattedra episcopale, mentre alle pareti sono presenti dipinti del IX secolo.
Sopra l’ingresso, sulle pareti di un lucernario di forma conica, un enorme immagine del Salvatore fiancheggiato da due angeli.

Il sepolcro di donna Cerula
Scoperto dall'archeologo padre Nicola Ciavolino nel 1977 è stato recentemente restaurato ed è databile al V-VI secolo.


Nella lunetta dell'arcosolio è raffigurata la defunta Cerula, vestita da una candida tunica manicata, da una sopravveste scura e da un velo che copre il capo e il busto in tessuto chiaro stampato o ricamato da teorie di putti danzanti di colore purpureo. Quest'ultimo capo ha fatto propendere per un'estrazione sociale di rango elevato (il sepolcro si trova nella stessa area di quello della famiglia di Teocteno e di altre famiglie abbienti) e per un origine forse orientale o africana della defunta. Il volto della donna, sottile ed esangue, caratterizzato dall'acconciatura cerulea, ottenuta con l'uso della cenere per attenuare la canizie, è incorniciato dallo staurogramma apocalittico e dai volumina dei vangeli aperti – su cui sono scritti i nomi dei quattro evangelisti - che sono per solito una prerogativa della dignità vescovile. Potrebbe quindi trattarsi di una conferma dell'ordinazione delle donne nella chiesa antica (cfr. anche il ritratto di Teodora, madre di papa Pasquale I, nella cappella di San Zenone a Santa Pressede), secondo altra interpretazione la presenza degli evangelari e dello staurogramma indicherebbe soltanto l'assoluta aderenza della defunta alle Scritture ed al segno vittorioso del Cristo.
A sinistra della lunetta si staglia la possente immagine di Paolo, in una delle sue più antiche raffigurazioni, che acclama solennemente, con la mano destra levata, verso l'immagine della defunta. L'Apostolo delle genti mostra le caratteristiche fisionomiche tipiche e intense del filosofo, con incipiente calvizie, capelli e barba ricciuta scura, grandi occhi dallo sguardo languido e spirituale, collo lungo, incarnato rosato. Il vestiario comprende la tunica intima bianca e il pallio dorato, sul cui lembo spicca la gammadia "I".
I pochi resti di affresco rimasti nella parte destra, vi suggeriscono la presenza, in contrappunto a quella di Paolo, dell'Apostolo Pietro.

 
Note:

(1) Per le diverse localizzazioni proposte per l'Agro Marciano vedi qui.

(2) I resti di San Gennaro, inizialmente sepolti nell'Agro Marciano (305), furono qui fatti traslare dal vescovo Giovanni I (413-431) nel 431. Nell'831, il duca longobardo di Benevento, Sicone I (817-832), mentre assediava Napoli, riuscì ad impossessarsi delle sacre spoglie e le fece traslare nella cattedrale beneventana allora dedicata a santa Maria di Gerusalemme. Nel 1154, reputando la città non più sicura, il re normanno Guglielmo I di Sicilia detto il Malo (1154-1166) li fece trasferire nell'Abbazia di Montevergine dove con il tempo si perse la memoria della sua sepoltura. La tomba fu ritrovata per merito del cardinale Giovanni d'Aragona, commendatario dell'Abbazia dal 1467 al 1485, e le spoglie del santo finalmente traslate nel 1497 nella Cappella del Succorpo appositamente fatta realizzare dal cardinale Oliviero Carafa al di sotto dell'altare maggiore del Duomo di Napoli.
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 

 


 

 


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