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domenica 6 ottobre 2019

Il Palazzo di Arechi II, Salerno

Il Palazzo di Arechi II, Salerno

Facciata meridionale e campanile della Cappella Palatina

All’indomani della sconfitta di Desiderio, re dei Longobardi, a opera di Carlo Magno nel 774 alle Chiuse di Pavia, Arechi II, duca di Benevento – che aveva sposato Adelperga, una delle figlie del re - assunse il titolo di Princeps gentis langorbadorum, accogliendo nell’area salernitana i profughi della gens langobarda del nord. Nel quadro di un riassetto del ducato beneventano decise anche di spostare la capitale da Benevento a Salerno, che evidentemente giudicava più difendibile dalla minaccia franca.
Ne fece quindi rafforzare le difese e vi fece anche costruire un sontuoso palazzo residenziale che venne edificato in pieno centro cittadino, ribadendo le scelte già fatte dai Longobardi a Pavia e a Benevento.
L'area del Palazzo doveva estendersi dal rione dei Barbuti al Vicolo Pietra del Pesce ed era disposto in senso longitudinale secondo una direzione nord-sud; il lato nord era allineato con l'attuale parete settentrionale della chiesa di San Pietro a Corte; il lato sud doveva coincidere con il vicolo Pietra del Pesce; il lato est era probabilmente poco oltre l'attuale Largo Antica Corte; il lato ovest doveva coincidere con l'allineamento della facciata occidentale della cappella palatina con la via Pietra del Pesce. La parte meridionale era innestata, probabilmente con una torre, sulle mura che affacciavano sulla spiaggia – che all'epoca era molto più vicina al palazzo di quanto lo sia attualmente, dove una scalinata monumentale introduceva al palazzo.


Ciò che rimane del palazzo è ancora leggibile nell'edificio superstite che affianca la chiesa di S. Stefano e nelle arcate sorrette da colonne e capitelli che si affacciano su via della Dogana Vecchia.
Arcate del Palazzo di Arechi II inglobate in nuovi edifici in via della Dogana Vecchia
L'edificio superstite corrisponderebbe alla Cappella Palatina del palazzo di Arechi (1).
I pilastri di fondazione della Cappella Palatina (due centrali affiancati da una serie di semipilastri laterali) poggiano sul frigidarium di un complesso termale romano di età flavio-traianea. L’antico edificio aveva un’altezza di circa 13 metri ed era coperto da volte a botte e volte a crociera ed era illuminato da grandi finestroni. Abbandonato probabilmente a seguito di un alluvione, nei primi secoli dell’età cristiana venne riutilizzato come aula religiosa e area di sepoltura, come testimoniano alcune epigrafi rinvenutevi e databili dal V all’VIII secolo.
Quando Arechi decise di fare erigere il palazzo, rafforzò le strutture romane preesistenti che dovevano sostenere ora il peso di piani superiori e divise in due l'ambiente sottostante erigendo un setto murario. Sulle volte ormai crollate posizionò un solaio che divenne il pavimento della soprastante chiesa, che dedicò ai SS. Pietro e Paolo (oggi nota come San Pietro a corte), decorandolo con splendidi mosaici in tessere marmoree di spoglio, di cui si conservano numerosi frammenti.

Frammento della pavimentazione della cappella palatina

La cappella, a navata unica, terminava originariamente con un abside rettangolare sostituito da uno semicircolare nel corso del rifacimento del 1576 quando venne realizzata anche l'attuale scala d'accesso. Un imponente Titulus dedicatorio – opera di Paolo Diacono - correva lungo i muri interni della chiesa magnificando l'opera del duca. L'iscrizione, di cui sono stati ritrovati alcuni frammenti, era incisa sul marmo su cui si applicavano le lettere di bronzo dorato.
Grazie alla tradizione manoscritta, del testo originario si conoscono i sette versi iniziali:

[Chri]ST[E SALUS UTRIUSQUE DECUS SPES UNICA MUNDI]
[DUC A] GE DUC C[LE]M[ENS ARICHIS PIA SUSCIPE VOTA
PERPETUUMQUE TIBI HAEC CONDAS HABITACULA TEMPLI.
REGNATORI TIBI SUMME DECUS TRINOMINIS ILLE
HEBREAE GENTIS SOLYMIS CONSTRUXIT ASYLUM
PONDERE QUOD FACTUM SIC CIRCUMSEPSIT OBRIZO
DUXIT OPUS NIMIUM VARIIS SCULPTUMQUE FIGURIS
BRAC(TEATIS)…]
(O Cristo, salvezza, Gloria ed unica speranza di entrambi i mondi orsù!,
Guida, indirizza benigno, e accogli i pii voti di Arechi
 e a tua gloria edificherai in eterno questo tempio. 
Per Te, sommo Sovrano, egli ha costruito 
una dimora degna della Gerusalemme ebrea dai tre nomi e,
 una volta portata a termine, l’ha ornata di purissimo oro
 accrescendole enormemente il valore con varie figure bratteate…)
Vi si accedeva originariamente soltanto dal Palazzo per mezzo di una galleria coperta che terminava con un ingresso (oggi murato) che si apriva lungo il lato meridionale della cappella.
La cappella era preceduta da un atrio di cui rimane soltanto il loggiato di cui sono visibili delle bifore con archi in mattoni che poggiano al centro su una colonna con capitello altomedievale e pulvino a stampella.

Il campanile romanico che sorge sul lato nord della chiesa sarebbe stato fatto erigere dal principe Guaimaro II intorno al 920, come testimonia il Chronicon Salernitanum, sebbene recenti scavi abbiano fatto ipotizzare che l’attuale campanile sia di epoca successiva al X secolo. L’altissimo prospetto della facciata occidentale contrasta con il campanile apparentemente sproporzionato, che deve la sua mole ridotta ad un cedimento delle fondazioni verificatosi in fase di costruzione.

La cripta, orientata come la chiesa superiore, in epoca normanna o sveva venne divisa in due ambienti distinti su livelli diversi chiudendo il vano di comunicazione esistente e rafforzando il setto murario arechiano; nell'ambiente più basso si trovano vasche per la preparazione di materiale edilizio, quello più elevato, che venne adibito ad oratorio, si conclude, all’estremità orientale, in un’abside rettangolare con presbiterio delimitato da muretti e fornito di un piccolo altare.
Tre pareti sono decorate da affreschi non riconducibili alla cultura longobarda.


Sul pilastro centrale – fatto erigere da Arechi per sostenere il solaio della cappella soprastante - è presente un affresco raffigurante a destra una Madonna in trono con Bambino e a sinistra Santa Caterina d’Alessandria. L’affresco è databile alla metà del XII secolo. Una semplice fascia bicroma bianca e rossa incornicia la rappresentazione. La Vergine è seduta su un trono composto da schienale, cuscino e suppedaneo decorato con perline bianche ed elementi geometrici. Maria regge nella mano destra una lunga croce astile mentre la sinistra è appoggiata sulla spalla del Figlio. Il Bambino ha nella mano sinistra un rotolo chiuso mentre la destra, mutila, doveva essere benedicente. A sinistra abbiamo Santa Caterina d’Alessandria identificabile dall’iscrizione E KATHER leggibili tra l’aureola e la spalla destra e dall’ampolla con il sangue del martirio. Nella vita di santa Caterina si narra come dopo il martirio per decapitazione della giovane egiziana sgorgasse dalle ossa senza sosta un olio in grado di sanare le malattie. Questa sua caratteristica taumaturgica legherebbe la sua raffigurazione in questa sede alla trasformazione in epoca medioevale di quest'ambiente in aula della Scuola medica salernitana.
Sul muro sud del vano orientale è presente una teoria di Santi databile all’inizio del XIII secolo. L’analisi degli affreschi mostra delle sensibili variazioni rispetto all’affresco sul pilastro; partendo da destra abbiamo la Vergine seduta su un trono con decorazioni che suggeriscono elementi di ricchezza e regalità; la Madonna ha in grembo Gesù che abbraccia la Madre accostando il suo volto a quello di Maria. Questo genere iconografico - caratterizzato dall'abbraccio tra la Vergine ed il Bambino - è definito Madonna Eleusa (misericordiosa). Immediatamente accanto è dipinto San Giacomo, identificabile dall’iscrizione "JAC" alla destra del suo capo. A seguire abbiamo San Pietro, Santa Caterina d’Alessandria e un santo vescovo non identificato.


Sul muro a destra, che separa i due ambienti, sono raffigurati San Giorgio e San Nicola di Myra datati al XIII-XIV secolo. I due Santi sono separati tra di loro da una riga appena leggibile. San Nicola, vestito in abiti vescovili, stringe il pastorale nella mano sinistra mentre la destra è benedicente. San Giorgio, in pessime condizioni di conservazione, è a cavallo con la mano destra sollevata nell’impugnare la lancia verso il basso contro il drago che è andato perso in seguito all’apertura dell’accesso di collegamento dei due ambienti.

Nel 1576 la chiesa superiore subì un considerevole restauro che ne modificò sostanzialmente l'aspetto interno, mentre nel Settecento fu realizzata l'imponente scala d'ingresso che conduce ad un protiro caratterizzato da con un timpano triangolare sostenuto da colonne.
Caduta successivamente in disuso, durante la prima guerra mondiale fu utilizzata come deposito militare finché, nel 1939 fu affidata in concessione alla confraternita di Santo Stefano dall'arcivescovado.


Secondo lo storico dell'arte Antonio Braca queste strutture lignee – oggi conservate nel Victoria and Albert Museum di Londra – che in origine probabilmente sostenevano un pulpito, potrebbero provenire dalla chiesa di San Pietro a Corte. Lo storico dell'arte sostiene, infatti, che le colonne furono acquistate nel 1886 a Napoli presso un certo Pepe. Nel 1914, il Tavenor-Perry, in un suo articolo storico, precisa, nel ritrarle, che le stesse provenivano dalla Cappella Palatina di Salerno.
Altri storici sostengono, tuttavia, la non appartenenza alla Cappella Palatina di Salerno, riconoscendovi, invece, origini siciliane (Negri Arnoldi, Williamson) (2).


Note:
(1) Secondo più recenti ipotesi interpretative, non confermate però da una storiografia certa, indicano l'ambiente di San Pietro a Corte non come Cappella Palatina ma come aula di rappresentanza della Reggia di Arechi II.

venerdì 2 giugno 2017

Ducato di Benevento (570-839)

Ducato di Benevento (570-839)

Il ducato di Benevento fu fondato intorno al 570 dal longobardo Zottone che strappò ai bizantini la città di Benevento e ne fece la capitale dei territori della Campania, dell'Apulia, della Lucania e del Bruzio che riuscì ad occupare, organizzandoli in ducato e cercando sempre di mantenerli indipendenti dal regno longobardo, dai bizantini e dalla Chiesa.
Anche il suo successore Arechi (591-641), pur essendo stato nominato dal re Agilulfo, non si piegò mai alle direttive regie e creò un solido organismo territoriale che si estendeva dalla valle del fiume Sangro (al confine con il ducato di Spoleto) e del fiume Garigliano (al confine con il territorio bizantino del ducato di Roma) fino allo Ionio.
Nel 758 gli attriti fra i presidi meridionali (Longobardia Minor) e quelli settentrionali (Longobardia Maior) del dominio longobardo si acuirono. Le città di Spoleto e Benevento furono occupate per breve tempo da re Desiderio, ma con la sconfitta di quest'ultimo e la conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno (774), il trono longobardo rimase vacante. Il duca Arechi II (758-774) pensò di approfittare della situazione e tentare un colpo di mano per impossessarsi della corona. Ma l'impresa si rivelò ben presto impraticabile, soprattutto perché in questo modo Arechi avrebbe attirato su di sé l'attenzione dei Franchi, esponendosi a facili pericoli. Il duca non perse comunque l'occasione per innalzare la propria dignità e si fregiò del titolo di Principe, elevando il suo dominio a Principato. La sua ascesa dovette però interrompersi: nel 787 l'assedio di Salerno da parte di Carlo Magno lo costrinse a sottomettersi alla signoria dei Franchi.
Nell'851, dopo più di dieci anni di guerra civile tra Radelchi, che era stato elevato alla carica di Principe dai maggiorenti beneventani dopo l'assassinio di Sicardo, e Siconolfo, fratello del principe assassinato, il conflitto fu ricomposto con l'istituzione del Principato di Salerno, sancito dall'imperatore carolingio Ludovico II e assegnato a Siconolfo.
Dal 978 al 981 il Principato fu riunificato sotto lo scettro del Principe di Benevento Pandolfo I Capodiferro che ereditò il titolo di Principe di Salerno alla morte di Gisulfo I a lui legato da patto di vassallaggio. Alla sua morte i suoi possedimenti furono però nuovamente divisi tra i suoi due figli.

Arechi I (591-641): forse nipote di Zottone, fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Estese i territori del ducato conquistando Capua (594), Venafro (595) e Nola (596). Tentò vanamente di strappare Napoli ai bizantini ma prese Salerno (620).

Aione I (641-642): successe al padre per volere dei beneventani giacchè questi - sapendolo mentalmente instabile - aveva dichiarato di ritenere più adatti al governo i figli adottivi Radoaldo e Grimoaldo. Morì in un'imboscata tesagli dagli Slavi che erano sbarcati nei pressi di Siponto.

Radoaldo (642-651): terzogenito maschio del duca del Friuli Gisulfo II e di Romilda, riparò presso la corte di Arechi insieme al fratello Grimoaldo dopo l'ascesa al trono dello zio Gisaulfo II (625 c.ca). Accolto dal duca come un figlio successe al fratello adottivo.

Grimoaldo (651-671): successe al fratello nel 651. Nel 662 intervenne nello scontro dinastico tra i figli del re Ariperto (653-661) - Pertarito e Godiperto - di cui sposò la sorella. Giunto con l'esercito a Pavia, eletta da Godiperto a capitale della sua porzione di regno, uccise il cognato usurpando il trono. Pertarito, che si trovava a Milano, conscio della sua inferiorità abbandonò il campo riparando presso gli Avari. La reggenza del ducato fu assunta dal figlio Romualdo (1).
Nel 663 dovette fronteggiare a nord la calata dei Franchi scesi a difendere gli interessi della deposta monarchia e che sconfisse a Refrancore nei pressi di Asti.
Nel frattempo l'imperatore bizantino Costante II, sbarcato a Taranto alla testa di un esercito, aveva risalito la penisola e cinto d'assedio la stessa Benevento ma l'approssimarsi di Grimoaldo con il grosso dell'esercito lo convinse a desistere e ripiegare su Napoli. Romualdo, ricevuti i rinforzi, sconfisse duramente parte del contingente greco al comando dell'armeno Saburro nella battaglia di Forino, con cui s'infranse definitivamente il sogno di Costante di riconquistare l'Italia meridionale. Sull'onda di questa vittoria, Romualdo passò all'offensiva e riconquistò rapidamente i territori occupati dai bizantini e li costrinse ad arretrare rispetto ai confini precedenti la spedizione di Costante, attestandosi a sud di una linea che congiungeva Otranto (rimasta in mani bizantine) ad Oria (conquistata dai longobardi) passando appena a nord di Lecce.
Grimoaldo morì nel 671 a causa delle complicazioni seguite a un salasso. I suoi resti furono tumulati a Pavia, nella chiesa di Sant'Ambrogio (oggi completamente perduta) che egli stesso aveva fatto edificare.

Romualdo (671-687): reggente dal 662 divenne a tutti gli effetti duca di Benevento alla morte del padre nel 671 mentre il fratellastro (1) Garibaldo succedeva a Grimoaldo sul trono longobardo.
Sposatosi con Teodorada, figlia del duca del Friuli Lupo a cui Grimoaldo aveva affidato il regno durante la sua spedizione in Italia meridionale e che successivamente aveva destituito per la sua scarsa fedeltà, ebbe da lei tre figli (Grimoaldo, Gisulfo e Arechi).
Durante il suo regno, sotto l'influenza di san Barbato che fu vescovo di Benevento dal 664 al 683, si realizzò la conversione dei longobardi dall'arianesimo al cattolicesimo romano.

Grimoaldo II (687-689):

Gisulfo I (689-706): salito al trono ducale alla morte del fratello quando era ancora minorenne, governò per diversi anni sotto la reggenza della madre Teodorada. Nel 702, approfittando delle difficoltà del nuovo esarca ravennate Teofilatto, costretto a fronteggiare una rivolta interna, invase il territorio del ducato di Roma. Convinto dagli ambasciatori di papa Giovanni VI (701-705) a ritirarsi, conservò le cittadine di Sora, Arpino, Arce e Aquino portando il confine al fiume Garigliano.
Si sposò con Winiperga da cui ebbe il figlio Romualdo.

Romualdo II (706-731): nel 716 riuscì a strappare la città di Cuma al ducato di Napoli ma l'anno seguente una spedizione condotta dal duca di Napoli Giovanni I e finanziata da papa Gegorio II riconquistò la città.
Si sposò due volte: la prima con Gumperga, nipote del re Liutprando. Da cui ebbe Gisulfo e la seconda con Ranigunda, figlia del duca di Brescia Gaidualdo.

Gisulfo II (731): ancora minorenne alla morte del padre fu deposto da una congiura di nobili che elesse al suo posto un certo Audelais, risparmiando comunque la vita al giovane duca.

Il Ducato di Benevento nell'VIII secolo.
 
Audelais (731-732): si mantenne al governo del ducato, pur controllandone effettivamente solo una parte, per circa due anni. Fu quindi deposto dall'intervento del re Liutprando che calò su Benevento con l'esercito e lo sostituì con il nipote Gregorio, preferendo portare il giovane Gisulfo a Pavia dove crebbe e fu educato nel palazzo reale. 

Gregorio (732-739): alla sua morte, sul finire del 739, i beneventani non attesero che Liutprando nominasse un nuovo duca né riconobbero come tale il legittimo erede Gisulfo ma elessero invece Godescalco (739-742) esprimendo in tal modo il desiderio di rendersi indipendenti dal potere centrale. Godescalco assecondò probabilmente il tentativo del duca di Spoleto, Trasimondo II, deposto da Liutprando, che aveva insediato al suo posto Ilderico, di riprendersi il ducato. Nel dicembre del 739 alla testa di un esercito finanziato dal papa Gregorio III (731-741) Trasimondo invase e riconquistò il ducato di Spoleto uccidendo Ilderico.
Nel 742 Liutprando invase a sua volta il ducato con tutto il suo esercito costringendo Trasimondo II alla resa. Il ribelle fu sostituito da Agiprando e costretto a prendere i voti sacerdotali. Il re longobardo marciò quindi sul ducato beneventano. Godescalco cercò di fuggire imbarcandosi per la Grecia ma fu intercettato e ucciso da partigiani fedeli a Liutprando e al legittimo duca Gisulfo.

Gisulfo II (742-751): il suo governo è ricordato soprattutto per le numerose e cospicue donazioni alla chiesa che gli accattivarono le simpatie del clero e del papato e per le ottime relazioni che il ducato intrattenne con il potere centrale. Sposatosi mentre si trovava ancora alla corte di Pavia con una nobildonna di nome Coniberga, diede al suo unico figlio il nome di Liutprando in omaggio al suo re.

Liutprando (751-758): salito al trono ducale ancora minorenne, governò sotto la tutela della madre Coniberga, che mantenne il ducato nell'orbita del potere centrale rappresentato dal re Astolfo (749-756). Liutprando raggiunse la maggiore età lo stesso anno in cui Astolfo morì e fu convinto dal papa Stefano II (752-757) a ribellarsi insieme al duca di Spoleto Alboino al nuovo re Desiderio e a chiedere la protezione del re franco Pipino il breve.
Nell'inverno 757-758 Desiderio passò all'azione e travolse rapidamente la resistenza degli spoletini incarcerando Alboino e i suoi sostenitori. Liutprando rinunciò a resistere in campo aperto asseragliandosi nella roccaforte di Otranto che giudicò meglio difendibile di Benevento. Desiderio la cinse d'assedio ma non disponendo di una squadra navale fu costretto a desistere. Dichiarò quindi il duca decaduto e lo sostituì con Arechi, probabilmente un nobile beneventano, a cui diede in moglie la figlia Adelperga. Il re longobardo propose quindi all'impeatore bizantino Costantino V un accordo: se gli avesse fornito le navi per portare a buon fine l'assedio e catturare Liutprando, Otranto sarebbe stata restituita all'impero. E così avvenne anche se non si hanno più notizie di Liutprando.

Arechi II (758-787): nei suoi primi anni di regno mantenne una politica di buon vicinato con il ducato di Napoli, assecondando probabilmente il progetto di Desiderio di stipulare un'alleanza con Costantinopoli in funzione antifranca. Nel 763, tramontata questa possibilità, attaccò il ducato e, sconfittone l'esercito in uno scontro campale nel 765, costrinse i napoletani ad una pace onerosa nei cui patti trattenne anche come ostaggio lo stesso figlio del duca Stefano.
 
Arechi II
Miniatura tratta dal Codex Legum Langobardorum, XI sec.
Archivio della Badia della Ss. Trinità
Cava dei Tirreni

Nel 774, dopo la resa di Pavia a Carlomagno e la cattura di Desiderio che segnò la fine del Regno longobardo, fu l'unico duca longobardo a non sottomettersi a Carlo elevando il ducato alla dignità di principato assumendo il titolo di princeps gentis langobardorum e trasferendo la corte a Salerno dove aveva fatto costruire un sontuoso palazzo. Soltanto sul finire della sua vita, nel 787, con l'esercito franco accampato a Capua, fece atto di sottomissione al re dei Franchi.
Ebbe dalla moglie Adelperga cinque figli: Romualdo, Grimoaldo, Adalgisa, Teoderada e Alahis.
Morì il 26 agosto del 787, un mese dopo la morte del suo primogenito.

Principali opere pubbliche: chiesa di santa Sofia (Benevento), Palazzo di Arechi (Salerno).

Grimoaldo III (787-806): inviato giovanissimo come ostaggio alla corte di Carlomagno, si trovava ancora lì alla morte del padre. Ottenne da Carlo l'autorizzazione a rientrare nel principato e assumerne la corona, impegnandosi però a battere moneta e a emanare documenti esclusivamente in nome di Carlo e a condizione che demolisse le imponenti opere difensive costruite dal padre e che aiutasse i Franchi a combattere Adelchi, figlio dell'ultimo re longobardo, Desiderio. Adelchi sbarcò in Calabria sul finire del 788 alla testa di un corpo di spedizione messogli a disposizione dall'imperatrice Irene – all'epoca reggente per il figlio Costantino VI – e guidato dal logotheta Giovanni, rafforzato dalle truppe di Sicilia. Grimoaldo, affiancato da un contingente inviato da Carlo e dagli spoletini, affrontò e sconfisse i bizantini, uccidendo Adelchi in battaglia.
Rispettato questo impegno, Grimoaldo non rispettò gli altri patti con Carlo e anzichè demolire le fortificazioni di Salerno le rafforzò.
Lo storico longobardo Erchemperto (Historia Langobardorum Beneventanorum) riporta che, tra il 788 ed il 791, sposò Evanzia, la sorella minore della prima moglie, Maria di Amnia, dell'imperatore Costantino VI, nel tentativo di stringere con Bisanzio un alleanza in chiave anticarolingia. La donna fu comunque ripudiata dal principe nel 795.
Per il resto del suo regno fu continuamente in conflitto con i Carolingi, con lo stesso Carlomagno ed il figlio Pipino, insediato da Carlo come re d'Italia.
Morì senza lasciare eredi diretti.

Grimoaldo IV Storeseyez (806-817): era ufficiale della guardia del principe (storeseyez, in longobardo antico) scelto da Grimoaldo per succedergli. Riportò la capitale a Benevento. Poco diplomatico si creò molte inimicizie e cadde per mano di una congiura ordita da Sicone di Acerenza e Radelchi di Consa.

Sicone I (817-832): gastaldo di Acerenza, salì al trono del Principato dopo l'assassinio di Grimoaldo IV. Gestì il potere con crudeltà e spietatezza. Combattè contro i Carolingi e i Napoletani che sconfisse seccamente nell'831 imponendogli un tributo annuo e facendosi consegnare le spoglie di San Gennaro che rimasero conservate nel duomo di Benevento fino al 1154.
 
Sicone I
ritratto al verso di un tremisse coniato dalla zecca di Benevento

Sicardo (832-839): figlio di Sicone, fu l'ultimo a regnare sul Principato nella sua interezza.
Agli inizi del suo regno esiliò il fratello Siconolfo, sospettato di aspirare al trono, a Taranto e lo costrinse a prendere i voti sacerdotali.
Nell'837 entrò in conflitto col duca Andrea II di Napoli, che per la prima volta chiamò in suo aiuto i Saraceni, dando inizio ad una "tradizione" seguita da molti altri principi cristiani. Nell'838 riuscì a sottomettere Amalfi attaccandola dal mare, e ne deportò parecchi abitanti a Salerno.
Nello stesso anno fece traslare le reliquie di San Bartolomeo da Lipari, minacciata dai Saraceni, a Benevento dove per accoglierle fece costruire una basilica dedicata al santo (2).
Poco amato per la crudeltà con cui esercitava il potere cadde per mano di una congiura probabilmente ispirata dagli Amalfitani (3).

Alla morte di Sicardo, i maggiorenti beneventani esclusero dalla successione i figli del tiranno ed elessero invece Radelchi, che aveva occupato la carica di tesoriere sotto Sicardo. Ma i suoi oppositori, capeggiati dal suocero di Sicardo, Dauferio il Balbo, prelevarono a Taranto il fratello Siconolfo e, condottolo a Salerno, lo proclamarono principe di Salerno. A fianco di Siconolfo si schierarono Landolfo conte di Capua ed i cognati Orso conte di Consa e Radelmondo conte di Acerenza ed ebbe inizio una guerra civile che, tra alterne vicende, si protrasse per oltre dieci anni stremando il Mezzogiorno che fu devastato dagli eserciti dei due principi e dei Saraceni che di volta in volta si allearono con l'uno o con l'altro.

La divisione del Principato nell'851.

Il conflitto si compose soltanto nell'851, quando Ludovico II, allora re d'Italia, intervenne nella contesa liberando Benevento dalle truppe saracene che vi spadroneggiavano e sancì la divisione del Principato tra i due contendenti.

Note:

(1) Romualdo era figlio di Grimoaldo e della sua prima moglie Itta.

(2) Purtroppo l'antico sacello fatto edificare da Sicardo fu obliterato nel 1112 durante gli ingenti lavori di costruzione della nuova basilica apostolica voluta dall'arcivescovo Landolfo II e di esso resta solo una limitata documentazione archivistica e letteraria.
L'unico oggetto sopravvissuto del corredo altomedievale è una lamina in piombo in
littera beneventana, rinvenuta nel 1698 all'interno dell'antica urna, durante la ricognizione dei resti dell'Apostolo effettuata dal Cardinale Orsini.
Dalle fonti scritte sappiamo che la chiesa di Sicardo era stata eretta nei pressi del braccio sinistro del transetto del duomo con cui comunicava per mezzo di due porte.

(3) Dopo l'assassinio di Sicardo, gli Amalfitani che aveva deportato a Salerno rientrarono ad Amalfi e proclamarono l'indipendenza.

venerdì 10 febbraio 2017

La Rocca dei Rettori, Benevento

La Rocca dei Rettori, Benevento

Il mastio

Sorge nel luogo detto "Piano di Corte" sull’area di un’antica fortezza longobarda fatta edificare dal duca Arechi II a partire dal 871. Nel 1321 papa Giovanni XII da Avignone incaricò il rettore pontificio della città, Guglielmo de Balaeto, della costruzione di una sede fortificata per i "Rettori", che doveva essere edificata presso il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Porta Somma, trasferendo le monache presso il monastero di San Pietro.
La nuova fortezza fu costruita su modello delle grandi costruzioni militari francesi di Avignone e di Carcassonne, nel punto più elevato del centro storico di Benevento e venne ultimata verso la fine del 1338 sotto il pontificato di papa Benedetto XII. Il progetto prevedeva un
castrum ed un palatium, recintati da mura protetti da fossati, attraversati da tre ponti levatoi. La costruzione inglobò inoltre la porta orientale della città (Porta Somma), che venne ricostruita poco più oltre.

 
A partire dal 1586 la fortezza venne trasformata progressivamente in carcere, rimasto attivo fino al 1865. Una parte dell'edificio venne ricostruita nel XVIII secolo, a seguito delle distruzioni provocate dal terremoto del 1702. Dell'antico castello si conserva attualmente solo il mastio centrale, sottoposto a interventi di restauro tra il 1959 e il 1960, che hanno portato al rinvenimento dell'antica porta cittadina, in corrispondenza dell'androne del mastio, e dei resti di un monumento funebre romano.
L’edificio assunse la forma attuale in seguito ai terremoti del 1688 e 1702 e ai conseguenti restauri voluti dal Vescovo Orsini e portati avanti - come per la chiesa di Santa Sofia – dall’architetto Carlo Buratti.
Le armi di papa Clemente XI Albani sotto il cui pontificato furono realizzati i restauri del 1703 ricordati nella lapide sottostante.
 
In particolare, osservando la Rocca dal Corso Garibaldi, spicca la netta differenza tra la struttura militare, ovvero il mastio, che conserva ancora le caratteristiche longobarde, nella cui muratura sono ancora ben visibili gli elementi di spoglio di epoca romana riutilizzati, e la struttura civile, ovvero il Palazzo, che presenta elementi settecenteschi inequivocabili, tra cui la piccola torretta con l’orologio, e che ha conservato fino ai nostri giorni la funzione di palazzo pubblico.

Il Palazzo dei Rettori
 
Il complesso appare quindi composto da due corpi distinti: il mastio ed il Palazzo dei Governatori (Rettori) pontifici a pianta rettangolare con cortile interno.
Il mastio, di epoca longobarda, era in realtà il castello vero e proprio (e per questo è detto anche Castrum novum). Alto 28 metri a pianta poligonale, fu costruito con materiale di spoglio proveniente da edifici di età romana; lungo le sue pareti si aprono bifore ogivali. Il Palatium, che è quello che ha subito maggiori interventi di trasformazione, accanto a particolari di epoca molto più antica, come i barbacani, presenta elementi neoclassici come le finestre incorniciate e il colonnato sormontato da un timpano, davanti ad una vetrata che si apre sul cortile. La costruzione si sviluppa su tre piani: il piano terra occupato dalle segrete; un doppio scalone conduce al primo piano organizzato in ampi saloni con soffitti in legno; al secondo piano torri di guardia danno accesso al terrazzo con ampia vista sulla città. Una rampa conduce al giardino posteriore, che accoglie un lapidario e diversi frammenti architettonici di epoca romana.
Attualmente è sede dell’Amministrazione Provinciale, mentre il Castello ospita la sezione storica del Museo del Sannio.




domenica 5 febbraio 2017

Chiesa del SS.Salvatore, Benevento

Chiesa del SS.Salvatore, Benevento
in via Stefano Borgia, per la visita chiedere alla chiesa di Santa Sofia


La chiesa del Santissimo Salvatore, nonostante il suo aspetto barocco, è una delle più antiche chiese di Benevento. Anticamente denominata “Ecclesia S. Salvatoris de Porta Somma”, venne fondata in età longobarda, come testimonia un documento, datato 22 febbraio 926, in cui si fa riferimento al “monasterio Domini Salvatoris”.
Scavi archeologici eseguiti tra 1997 e 1999 hanno messo in luce, oltre alle fasi longobarde, resti di un edificio sacro precedente, databile al VII secolo, poi sostituito dall’impianto del secolo VIII-IX, ed una serie di sepolture (1). Inizialmente la chiesa doveva avere una pianta quadrangolare con due absidi.
Diversi elementi di spoglio (colonne, capitelli, epigrafi di epoca romana) e l’antica porta in corrispondenza della navata sinistra testimoniano le prime fasi costruttive della chiesa.
 
 
La colonna di spoglio reimpiegata nell'angolo sinistro della facciata, a destra, murato, l'antico ingresso della chiesa.
 
Nel 1161 la chiesa del Salvatore fu restaurata e riconsacrata dall’arcivescovo Enrico. A tale intervento sono ascrivibili alcuni archi a sesto acuto, ancora visibili all’interno ed il portale di accesso alla chiesa ancora in parte visibile nella facciata.
 

Nel 1650 furono aggiunti l’altare maggiore e la navata destra. In seguito al terremoto del 5 giugno 1688, il Vescovo Vincenzo Maria Orsini (il futuro papa Benedetto XIII), fece realizzare il pronao in facciata e internamente, fece coprire la capriata lignea da una volta incannucciata, obliterando le due absidi.


Note:

(1) Attreverso delle aperture praticate nel pavimento della chiesa, sono attualmente visibili due sepolture a logette, l'una singola, l'altra bisoma.

La tomba bisoma

venerdì 3 febbraio 2017

Il Duomo di Benevento

Il Duomo di Benevento

E' un edificio di antica costruzione longobarda, consacrato nel 780 dal vescovo Davide e intitolato a Sancta Maria de Episcopio.
Nel corso dei secoli è stato però ripetutamente rimaneggiato, in parte da interventi di riparazione di danni inferti da eventi sismici (1456, 1688, 1702), in parte da interventi di ampliamento (XII e XVII sec.) volti ad arricchire il complesso che, in ultimo, venne gravemente danneggiato dai bombardamenti angloamericani del 1943.

Il Duomo dopo i bombardamenti del 1943
 
La facciata pricipale
La facciata del duomo, imponente e composita, risale alla fine del XIII secolo. Costruita interamente in marmo bianco, si rifà alla contemporanea architettura della Capitanata, di chiara matrice pisana.
Si sviluppa su due ordini, entrambi articolati in sei arcate, con uno schema di simmetrie inteso come se, al posto del campanile, a sinistra ci fosse una settima arcata.


Le arcate dell'ordine inferiore sono poco profonde; la più larga è quella contenente il portale principale. Questo è racchiuso fra un'architrave e due stipiti riccamente decorati, così come l'archivolto romanico che lo sormonta è sorretto da un toro a sinistra e da un leone a destra, simbolo e monito della severità e della vigilanza del vescovo nel tutelare fede e costumi. Il tutto è accompagnato da un'iscrizione «sculpsit Rogerius», che si ritiene essere il vescovo sotto cui fu realizzata l'opera, più che l'artista.


Nella parte superiore si ripropongono le sei arcate cieche che però sono più profonde di quelle inferiori e sono sorrette da colonne e capitelli romani di spoglio, che poggiano su mensoloni scolpiti a figure umane al centro e ornati all’estremità da motivi vegetali.
Le tre arcate centrali superiori, di età romanica, sono impreziosite da due finestroni circolari e un elegante rosone a dodici colonnine che in passato era decorato da un antico mosaico raffigurante l'Agnus Dei andato perduto.
Incastonata nel portale centrale era in origine la Janua Major*, oggi – dopo un lungo restauro reso necessario dai gravi danni riportati durante il bombardamento del 1943 – ricollocata in posizione più arretrata.

La Janua Major nella sua collocazione originaria prima del bombardamento

Il campanile
Innalzato dall’arcivescovo Romano Capodiferro a partire dall’11 febbraio 1279 come recita un’iscrizione sulla facciata, fu successivamente restaurato sotto il vescovo Orsini.


Si presenta con una struttura quadrata come una torre, costruita con blocchi di pietra bianca, a due piani, separati da un cornicione sporgente sostenuto da archetti pensili. Al secondo piano si trovano quattro finestroni ogivali, uno per lato, con occhio trilobato.
Molti elementi di spoglio romani sono incassati su tutta la sua superficie; tra essi spiccano una serie di rilievi funerari, un leone gradiente di granito rosa, e soprattutto un cinghiale (secondo altri un maiale) stolato e cinto da una corona di alloro, pronto per il sacrificio, da cui è derivato lo stemma della città di Benevento.


Da notare anche il mascherone, proveniente dal teatro romano, incassato accanto ad una delle finestre ogivali.

La pseudocripta
Attualmente la pseudocripta consta di due navate allineate in senso trasversale rispetto all'abside, la cui fondazione in opus vittatum risale al V secolo, separate tra di loro da un notevole colonnato, realizzato con numerosi elementi di spoglio.
Vale la pena rilevare la presenza di vani finestra, che indicano come inizialmente la costruzione non fosse una cripta, ma lo divenne in epoca successiva, venendosi a trovare al di sotto del livello dell’attuale Cattedrale.
La navata laterale verso nord ovest è articolata in tre campate con volta a crociera sorrette da pilastri ornati da elementi decorativi di epoca romana. Sulle pareti laterali sono presenti tracce di affreschi trecenteschi, tra cui in una nicchia si può ammirare un volto velato e aureolato della Vergine che, con molta probabilità, apparteneva ad un non più leggibile affresco di una Madonna in trono.
In questi spazi sono visibili alcuni lacerti di pavimentazione in opus sectile databili alla prima metà del XII secolo e numerosi frammenti di pitture murarie che decoravano le cappelle, risalenti a periodi differenti. Cronologicamente il più antico risulta essere il ciclo pittorico dedicato a san Barbato, collocabile tra la fine del IX e gli inizi del X secolo.
Testimonianze dirette dell'opera di ampliamento del soprastante presbiterio e della cripta, avvenuta intorno alla metà del XII secolo, sono i resti pavimentali in opus tessellatum.
Al XIV secolo sono datati gli affreschi presenti nella cappella adiacente la fenestella confessionis che inquadra una tomba. Si tratta del mirabile affresco della Mater Misericordiae e del frammento con santa Caterina d'Alessandria e una devota con rosario inginocchiata ai suoi piedi.

La Mater Misericordiae

“la Vergine, eretta, presenta un aspetto frontale e delle proporzioni (di circa 2 metri) ispirati alla ieraticità bizantina, che la identificano immediatamente come Ecclesia, nell'atto di unire in un abbraccio materno i fedeli raccolti sotto il suo manto, i cui lembi, leggermente sollevati, sono tenuti stretti fra le mani chiuse a pugno a rimarcare fermezza nel proteggere" (G.Giordano - M.Cimino).
L'affresco è riconducibile ad un artista napoletano al corrente della grande lezione naturalistica di Giotto e di Maso di Banco che lavorarono a Napoli alla corte angioina dal 1328 al 1333.
La linea alta della vita della Vergine e l'assenza di cintura rivelano la sua gravidanza (incincta=senza cintura) come l'accrescimento dei seni e del ventre sotto la tunica resi per mezzo di una maggiore intensità luminosa.
Sotto le ali del mantello si raccolgono i fedeli, rigidamente divisi in uomini, a sinistra, e donne, a destra. Tra gli uomini spiccano una figura vestita di nero, immediatamente ai piedi della Madonna, in cui va probabilmente identificato il donatore e quelle di tre vescovi, due dei quali portano la mitra bicornuta – e sono probabilmente dei suffraganei – mentre quello al centro del terzetto porta il camauro e ha le mani coperte dalle chirotecae e raffigura il metropolita di Benevento.
La regalità della Madonna è sottolineata dal drappo d'onore – bordato di rosso e decorato da piccoli rombi dello stesso colore solo in parte ancora visibili – teso alle sue spalle da due angeli.

Santa Caterina d'Alessandria

Nella stessa cappella su di un pilastro è presente un altro dipinto datato tra il IX e l'XI secolo. Rappresenta un personaggio barbuto, probabilmente San Barbato, raffigurato a mezzo busto, in dalmatica, con due rotoli legati da un nastro rosso nella mano sinistra e un crocifisso nella destra.
Questi, insieme ai lacerti di affreschi presenti nella parte occidentale della pseudocripta (tra cui un volto di Madonna in trono datato agli inizi del XIV secolo, una figura di orante ai piedi di una santa e le parziali decorazioni dell'intradosso che simulano il firmamento) testimoniano le ultime fasi di frequentazione del sito prima dell'oblio. La riscoperta dell'area avvenne durante i lavori di ricostruzione della Cattedrale dopo la seconda guerra mondiale.


* La Janua Major fu realizzata su commissione dell'arcivescovo Rogerio (1179-1221).
Si compone di 72 formelle di bronzo disposte su nove file orizzontali di otto ciascuna. Quarantatre formelle raccontano episodi della vita di Cristo, una mostra l’arcivescovo metropolita, ventiquattro raffigurano i suoi vescovi suffraganei e quattro altrettanti protomi animali.
Va letta riga per riga, come un testo diviso in tre paragrafi: nel primo, si narra l’infanzia e la vita pubblica di Cristo; nel secondo la sua passione, morte e resurrezione, con l’immagine dell’arcivescovo di Benevento che, nell’atto di ordinare un vescovo, assiso in trono con la tiara e il pallio, rappresenta il papa; così come, nel terzo, sempre di tre righe, i ventiquattro vescovi suffraganei dell' arcivescovo sono sì la Chiesa beneventana, ma rappresentano anche la Chiesa tutta.

La morte di Giuda
 
Piuttosto inconsueta è la formella che rappresenta la morte di Giuda. Giuda è raffigurato impiccato ad un albero con le budella che fuoriescono dal ventre squarciato come nella descrizione degli Atti degli Apostoli (Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere, AdA, I, 17) mentre un angelo ne raccoglie l'anima baciandolo.
Una descrizione esauriente delle formelle che compongono la porta si trova qui.
 



martedì 17 gennaio 2017

Chiesa di Sant'Ilario a Porta Aurea, Benevento

Chiesa di Sant'Ilario a Porta Aurea, Benevento


L'ecclesia vocabolo Sancti Ylari presente nelle fonti documentarie a partire dal XII sec., anche se da scavi effettuati se ne può far risalire la costruzione al VII-VIII sec. d.C., è nota con il nome di Sant’Ilario a Port’Aurea perché edificata nei pressi dell’Arco diTraiano, divenuto in epoca longobarda porta "aurea" della città dopo essere stato incorporato nella nuova cinta muraria.
I resti di un ampio complesso edilizio d’età imperiale (II secolo d.C.) sono le testimonianze della principale preesistenza archeologica, i vani finora messi in luce, edificati su un terrapieno artificiale, si articolavano in tre corridoi di comunicazione, probabilmente in origine anche provvisti di scale, disposti attorno ad un ampio vano sostruttivo rettangolare sul quale oggi poggia la chiesa.

Angolo NE
In primo piano si notano i resti del compleso edilizio del II secolo.

In età tardoantica il complesso architettonico d’epoca imperiale fu abbandonato e sepolto sotto uno spesso strato di terreno di riporto. Solo una parte degli antichi ambienti fu recuperata e inglobata in nuove strutture murarie, e la massiccia costruzione posta sotto l’angolo nord-est della chiesa (vicino all’abside) ne suggerisce una sua eventuale funzione di carattere militare o comunque difensiva.

Facciata occidentale

Lo sviluppo architettonico della chiesa segue geometrie essenziali, scandite all'esterno da sei volumi (abside, aula, tiburi sfalsati, tetti a padiglione) e all'interno da pilastri ed archi che partiscono l'aula in due campate leggermente disuguali ed offrono un robusto sostegno a due cupole emisferiche allineate sull'asse longitudinale.

L'ingresso murato lungo la parete sud.
Negli stipiti e sull'angolo SO dell'edificio si nota l'impiego di materiali di recupero con funzioni decorative. Alla base si notano invece le sepolture di epoca altomedioevale.

La muratura dell’edificio è realizzata in opus incertum, con impiego di materiali di risulta sia come rinforzi negli angoli, sia con funzione decorativa com’è possibile osservare sulla parete meridionale - dove si trova anche un ingresso murato -  e nei pressi della porta d'ingresso sulla facciata ovest.

Pianta del complesso monastico
Legenda: cp=cisterne e pozzi; P=portici; in neretto le strutturie murarie più antiche

Alla chiesa fu successivamente aggiunto un convento, il Monasterium Sancti Ylari citato in fonti
documentarie dal 1148 e pur non precisandone l’esatta cronologia di fondazione, le indagini
archeologiche più recenti hanno posto in luce la quasi totalità degli ambienti monastici. Degne di nota sono le numerose cisterne e i pozzi per la captazione dell’acqua, evidentemente connessi agli usi agricoli.
Soprattutto lungo il lato meridionale della chiesa si notano addossate una serie di sepolture che risalgono al XIII-XIV sec.

Fortemente danneggiata dal terremoto del 1688, fu sconsacrata prima del 1712 (come risulta da un documento datato 1713) ed adibita a casa colonica.


venerdì 13 gennaio 2017

L'arco di Traiano, Benevento

L'arco di Traiano, Benevento

Lato dell'arco rivolto verso la città

E' un arco trionfale costruito tra il 114 e il 117 e dedicato all'imperatore Traiano (98-117) in occasione dell'apertura della via Traiana, una variante della via Appia che accorciava il percorso tra Benevento e Brindisi.
Sotto il dominio longobardo, l'arco venne inglobato nella cinta difensiva e prese il nome di Porta Aurea (cfr. scheda La cinta muraria di Benevento). Nel 1850, in occasione di una visita di papa Pio IX, per suo ordine, venne isolato abbattendo le case che vi si erano state addossate.
Si tratta di un arco a un solo fornice, alto 15,60 m e largo 8,60 m, con un’ossatura di blocchi di calcare ed un rivestimento di marmo pario.
Sulle facciate la superficie è articolata da quattro semicolonne, disposte agli angoli dei piloni, le quali sorreggono una trabeazione, che sporge al di sopra del fornice. Al di sopra di questa si trova un attico, anch'esso più sporgente nella parte centrale, sopra il fornice, dove è presente questa iscrizione:

IMP[eratori] CAESARI DIVI NERVAE FILIO
NERVAE TRAIANO OPTIMO AVG[usto]
GERMANICO DACICO PONT[ifici] MAX[imo] TRIB[unicia]
POTEST[ate] XVIII IMP[eratori] VII CO[n]S[uli] VI P[atri] P[atriae]
FORTISSIMO PRINCIPI SENATUS P[opolus]Q[ue] R[omanus]

All'imperatore Cesare, figlio del divo Nerva,
Nerva Traiano Ottimo Augusto
Germanico, Dacico, ponteficie massimo
(rivestito della) potestà tribunicia diciotto (volte), (acclamato) imperatore sette (volte), console sei(volte), padre della patria,
fortissimo principe, il Senato e il Popolo romano (posero).
 
Lato interno (verso l’attuale Via Traiano)
La facciata si presenta composta principalmente da 6 pannelli principali posti verticalmente e divisi
dal fregio continuo di trabeazione e da altri pannelli minori. Da sinistra a destra e dall'alto in basso:
 
1. Gli Dei dell’Olimpo attendono Traiano. Nel tempio di Giove Massimo in Campidoglio in primo piano Giove, tra Minerva e Giunone, porge con la destra il fulmine, ricevendo il quale Traiano diventerà suo rappresentante in terra. In secondo piano da sinistra a destra si dispongono Ercole, il Liber Pater (1) e Cerere.
 
2. Nel campo di Marte, dinanzi al tempio del dio, Traiano, con Adriano al fianco e seguito dai littori, riceve dai due consoli, alla presenza della dea Roma - che poggia una mano sulla spalla di Adriano - e di due altre figure simboliche, il decreto di concessione del trionfo.
 
3. Traiano appare in primo piano a sinistra seguito dai littori. Il tema è forse legato alle provvidenze per i veterani nelle regioni del Reno e del Danubio. Una matrona con la corona turrita, che regge con la sinistra un vessillo sormontato da cinque aquile, raccomanda a Traiano due legionari in congedo.
 
 
4. Questo pannello rappresenta la stabilità e la sicurezza raggiunta dall'Impero sotto Traiano.
Vengono celebrate le provvidenze in favore del commercio. Sullo sfondo le immagini di Portuno (2), di Ercole e di Apollo, le divinità venerate nel Foro Boario, denotano questa zona commerciale della città. Traiano, scortato dai littori, riceve da tre rappresentanti dei commercianti il ringraziamento per quanto ha fatto per loro.


5. Traiano fa il suo ingresso a Roma nell'estate del 99, dopo aver sistemato il confine renano della provincia della Germania superiore di cui era governatore all'atto della sua proclamazione ad imperatore (27 gennaio 98). Davanti ad una delle porte della città il Praefectus Urbis lo invita ad entrare come imperatore e Traiano lo fa con semplicità, senza cavalcatura.

 
6. Forma un'unica scena con quello precedente. Dinanzi ad un edificio esastilo (forse il tempio
di Vespasiano) Traiano è accolto dai Geni del Popolo Romano, del Senato e dell'Ordine Equestre.
 
I quattro pannelli inferiori sono separati da pannelli decorativi più bassi con Vittorie tauroctone (Vittorie nell'atto di sacrificare tori) e sormontati da altri pannelli decorativi con sacerdoti e strumenti del sacrificio.
Nei pennacchi dell'arcata del fornice sono raffigurate personificazioni della Vittoria e della
Fedeltà militare, accompagnate dai geni delle quattro stagioni; sulla chiave dell'arco è raffigurata la personificazione di Roma.
 
 
Il fregio figurato della trabeazione sorretta dalle colonne, raffigura la processione del trionfo celebrato da Traiano sulla Dacia.
 
Lato esterno (verso l’attuale Via S.Pasquale)
La facciata ha la stessa partizione in pannelli principali e secondari come l’altra che guarda verso la città.
 
 
1. Le divinità della Dacia (Cerere, Diana e Silvano) accolgono Traiano (che era raffigurato nella parte mancante del bassorilievo).
 
 
2. L’Imperatore, seguito dai littori, riceve l’omaggio di una provincia inginocchiata, che l’albero di quercia a sinistra e le personificazioni del Tisia e dell’Alutus (i fiumi di confine della regione) mostrano chiaramente essere la Dacia. Questa, nel momento in cui compie l’atto di sottomissione, è raccomandata a Traiano da un corregionale e amico dell’imperatore.

 
3. In questo pannello sono ricordate le iniziative di Traiano per il riordinamento dell'esercito nelle province. All'imperatore, circondato dai littori, Honos (la personificazione dell'Onore militare) presenta una recluta al cui fianco è l'ufficiale addetto alla leva, che tiene in mano la tesa per la verifica delle misure regolamentari. A destra si riconosce la personificazione di Roma con il diadema turrito.

4. In questo pannello appare subito in primo piano l'immagine di Marte con l'elmo sul capo. La scena è dedicata all'Institutio Alimentaria (3). Sulla destra della scena c'è l'imperatore, in compagnia dei littori, ed affiancato da due virtù, Indulgentia e Felicitas.
Traiano presenta alla dea Roma, che è al fianco di Marte, un bimbo e una fanciulla che si levano dalla terra arata. Si riconoscono un semplice aratro, in basso e a sinistra, e la cornucopia, simbolo di abbondanza.
 
 
5. La pacificazione della frontiera germanica da parte di Traiano, raggiunto, mentre colà si trovava, dalla notizia della morte di Nerva e della convalida della sua successione da parte del Senato. Alla
presenza di Giove Feretrio (4), che è al centro della scena, Traiano, in primo piano a sinistra, stipula il patto di pace con il capo dei Germani, che è a destra.


6. Traiano, seguito dai suoi ufficiali, come lui in toga e scortato dai littori, si incontra con Ercole e con due personaggi, uno recante un cavallo per la briglia, l'altro un grosso cane al guinzaglio. Il pannello sembra alludere al consolidamento del possesso delle regioni danubiane, cui Traiano si dedicò dopo la pacificazione della Germania. Traiano è in primo piano a destra.
Nei pennacchi dell'arcata del fornice sono raffigurate le personificazioni del Danubio e della
Mesopotamia accompagnate dai geni delle quattro stagioni. Sulla chiave dell'arco è raffigurata la personificazione della Fortuna.

Interno del fornice
I lati interni del fornice presentano altri due ampi pannelli scolpiti, raffiguranti scene delle attività di Traiano nella città di Benevento.
 
A sinistra, uscendo dalla città, il sacrificio della cerimonia per l'apertura della via Traiana, celebrato da Traiano, nel 109 a Benevento, mentre i camilli gli porgono la cassetta degli aromi, i vittimari stanno abbattendo un giovenco. Traiano è accompagnato dai littori.
 
 
A destra, invece, è raffigurata l'istituzione a Benevento, nel 101 dell'Institutio alimentaria. Alla presenza di quattro matrone con corone turrite, che personificano Benevento, Caudium ed altre due città oggi scomparse dei Liguri Bebiani e Corneliani, si svolge la distribuzione degli alimenti ai fanciulli e ai genitori, cui assiste lo stesso imperatore. Nella scena, molto viva ed espressiva, si riconoscono anche una donna col bimbo in fasce e due uomini coi bambini a cavalcioni sulle spalle.
 
 
Sulla volta decorata a cassettoni, infine, compare al centro una raffigurazione dell'imperatore incoronato da una Vittoria.
 
 
Note:
 
(1) Divinità latina protettrice della fecondità, assimilata a Dioniso.
(2) E' la divinità latina protettrice dei porti.
(3) L' Institutio alimentaria fu un provvedimento preso da Traiano in favore dell'agricoltura e dei bambini poveri. L’istituto finanziario prevedeva un prestito ipotecario (obligatio praedorium) concesso direttamente dal patrimonio personale dell’imperatore (il fiscus). Gli agricoltori ricevevano in prestito capitali a un basso tasso di interesse (secondo alcune fonti storiche, nell’ordine del 2,5% e, secondo altre, del 5%) fornendo, a loro volta, una specifica garanzia ipotecaria. Le rendite erano devolute direttamente all’assistenza dei fanciulli orfani e indigenti assicurando loro il giusto sostentamento.
(4) Romolo aveva dedicato a Giove "Feretrio", garante dei trattati, il primo tempio eretto sul Campidoglio.