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venerdì 17 novembre 2023

L'imperatore Alessandro (912-913)

L'imperatore Alessandro (912-913)

Eudocia Ingerina con i figli Leone (a sn.) e Alessandro (a ds.)
illustrazione tratta da Omelie di Gregorio Nazianzeno, 879-883
Par.gr. 510, fol.Br
Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi

Terzogenito di Basilio I e Eudocia Ingerina Alessandro era nato il 23 novembre dell'872 (1). Il padre lo associò al trono nell'879. Dopo la morte del padre fu tenuto ai margini del potere dal fratello Leone VI (886-912), che diffidò di lui per tutta la vita, condusse un'esistenza vacua dedita al piacere e all'alcool fin quando non rimase unico imperatore.
Le principali fonti primarie che narrano gli eventi succedutisi durante i suo breve regno sono essenzialmente la Cronaca del Logoteta, opera di uno storico e poeta bizantino vissuto nel X secolo e la Cronaca di Psamathia, un testo agiografico dedicato al patriarca Eutimio (907-912) – è noto infatti anche come Vita di Eutimio - scritto da un anonimo monaco del monastero di Psamathia – dove il patriarca era stato igumeno - tra il 920 ed il 925 e sono entrambe decisamente ostili all'imperatore.

L'attentato a Leone VI
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze 
(Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

L'11 maggio del 903, Leone VI, mentre presenziava ad una funzione nella chiesa di San Mocio, fu gravemente ferito al capo da un uomo che brandiva un bastone. L'attentatore – un certo Stiliano - prima di essere messo al rogo nell'Ippodromo fu interrogato sotto tortura ma non rivelò il nome di eventuali complici. In città circolarono voci sul possibile coinvolgimento di Alessandro, il fratello minore dell'imperatore ma non si riuscì a provare nulla.
Sul letto di morte, notandolo tra gli astanti, Leone avrebbe pronunciato la frase: “Eccolo qua, tredici mesi di malora!”, profetizzando l'effettiva durata che avrebbe avuto il regno del fratello.
Come già detto, l'imperatore Leone VI, considerandolo comunque infido, ebbe sempre cura di tenere il fratello minore ben lontano dalla gestione della cosa pubblica, cosicchè Alessandro, rimasto imperatore unico alla morte del fratello (11 maggio 912) – nonché reggente per il nipote Costantino – si adoperò subito per estrometterne gli uomini che erano stati più vicini e devoti a Leone. L'anziano patriarca Eutimio – cha aveva favorito la dispensa che aveva permesso a Leone di contrarre il quarto matrimonio - fu umiliato con il taglio della barba, percosso e costretto all'esilio. Al suo posto, Alessandro richiamò Nicola Mystikos, che invece era stato defenestrato da Leone, con la cui compiacenza ripudiò la moglie legittima (non se ne conosce il nome) per sposare la su amante. Destituì quindi dalla carica di comandante della marina imperiale l'ammiraglio Imerio, marito della sorella di Zoe Carbonopsina, peraltro reduce da una rovinosa sconfitta nelle acque di Chio ad opera degli arabi. La stessa Carbonopsina, ultima moglie di Leone VI e madre dell'erede al trono, fu cacciata dal Sacro Palazzo. Per contro elevò al rango di rettore di Santa Sofia il suo compagno di partite a polo, Giovanni Lazares, che morì poco dopo durante una partita allo tzycanisterion della residenza imperiale di Hebdomon.
Minato nel fisico da una vita di eccessi, divenne anche impotente. Nel tentativo di risolvere il problema si rivolse a dei maghi che lo convinsero che la statua di un cinghiale che si trovava all'Ippodromo era il suo doppio e che le loro esistenze erano strettamente connesse l'una all'altra (con ciò sottintendendo che conduceva una vita da maiale) e che avrebbe dovuto provvedere la statua dei denti e del sesso che gli mancavano. Ciò fatto, l'imperatore indisse anche delle corse in onore della statua e prelevò dalle chiese candelabri ed altri arredi per decorare l'Ippodromo suscitando scandalo.

Per quanto attiene la politica estera, le fonti primarie imputano alla sua dissennatezza (2) la responsabilità di aver creato i presupposti per la ripresa del rovinoso conflitto con i bulgari. Alessandro si sarebbe rifiutato di pagare il tributo annuale concordato dal suo predecessore e avrebbe scacciato in malo modo l'ambasceria inviata da Simeone di Bulgaria. E' però probabile che Simeone non chiedesse soltanto il rispetto degli accordi presi ma pretendesse qualcosa di più – come il titolo di imperatore (tzar) dei Bulgari che gli verrà concesso in seguito – e che Alessandro non fu disposto a concedergli.

Sulle circostanze della sua morte esistono due versioni. Secondo la prima, riportata dalla cronaca di Simeone Logoteta (X sec.), Alessandro, dopo un lauto pranzo abbondantemente innaffiato di vino, nonostante il caldo, volle recarsi a giocare a polo nello tzycanisterion che si trovava all'interno del Sacro Palazzo e qui ebbe un colpo apoplettico a seguito del quale morì due giorni dopo, il 6 giugno 913. La Vita di Eutimio colloca invece la scena nel palco imperiale dell'Ippodromo dove l'imperatore, mentre commetteva gli atti sacrileghi sopra descritti, si sarebbe accasciato al suolo colpito dall'ira del Signore e condotto moribondo a Palazzo. Le sue esequie furono condotte in maniera sciatta e sbrigativa – il cadavere cadde fuori dalla bara e ne emanò un gran fetore – mentre l'aristocrazia non partecipò al corteo funebre che fu seguito solo da popolani. Prima di morire Alessandro nominò il Consiglio di reggenza che avrebbe governato durante la minore età del nipote Costantino e vi pose a capo il patriarca Nicola Mystikos.

                                Il nipote Costantino e altri notabili al capezzale di Alessandro
                                                          (Madrid Skylitzes)

Di lui resta un magnifico ritratto a figura intera nella chiesa di Santa Sofia, sia pure in una collocazione piuttosto appartata, analizzato nei dettagli qui.

L'imperatore Alessandro 
912-913
chiesa di Santa Sofia

 
Durante il suo regno – nel luglio del 912 – si registrò infine il passaggio della cometa di Halley, considerata annunciatrice di sciagure.


Note:

(1) Michele III aveva fatto sposare la sua amante Eudocia Ingerina al suo parakoimomenos Basilio per poterla avere comodamente a disposizione a Palazzo senza destare scandalo. Essendo Alessandro l'unico dei tre figli maschi di Basilio ed Eudocia ad essere nato dopo la morte di Michele III (867) era anche l'unico ad essere sicuramente figlio di Basilio.

(2) La Cronaca del logoteta parla di “insensata follia” dell'imperatore.


sabato 28 ottobre 2023

La profezia incisa sul sarcofago di Costantino il grande

 La profezia incisa sul sarcofago di Costantino il grande


Non pochi manoscritti, a partire dal XV secolo, riportano un crittogramma che sarebbe stato inciso sul sarcofago di Costantino il grande e la sua interpretazione che sarebbe stata opera di Gennadio Scholario.

Il sarcofago attribuito a Costantino il grande oggi nell'atrio della chiesa di Sant'Irene

Nella prima indizione, il regno di Ismaele chiamato Mohammed sconfiggerà la stirpe dei Paleologi e conquisterà la città dei sette colli (Heptapholos= Costantinopoli) e regnerà su essa: impererà su molti popoli, devasterà le isole fino al Ponto Eusino, compirà distruzioni alle foci dell'Istro (il Danubio). Nell'ottava indizione sottometterà il Peloponneso. Nella nona indizione farà una campagna nelle regioni settentrionali. Nella decima indizione sconfiggerà i Dalmati e ritornerà di nuovo dopo qualche tempo per fare una grande guerra contro i dalmati e in parte li distruggerà.

E le moltitudini e le nazioni (lett. "Tribù") d'Occidente, [numerose come] foglie,insieme porteranno guerra per terra e per mare e sconfiggeranno Ismaele il cui discendente regnerà per un brevissimo periodo di tempo. E la razza bionda, insieme con i precedenti possessori, sconfiggerà l'intero Ismaele e conquisterà la città dei sette colli con i [suoi] privilegi. Poi provocheranno una selvaggia guerra civile fino alla quinta ora e una voce griderà tre volte:
“Fermatevi, fermatevi, e con timore affrettatevi verso l'area sulla destra [e] troverete un uomo coraggioso, mirabile e robusto. Costui avrete come vostro capo perché lui è il mio diletto; scegliendolo compirete la mia volontà”.

Gennadio avrebbe decrittato il testo 1101 anni dopo la morte di Costantino (erroneamente posta dal redattore del resoconto nel 329 mentre l'imperatore morì nel 337) quindi nel 1430 o nel 1438.
Non c'è però alcuna traccia di questa interpretazione negli scritti attribuiti a Gennadio o spuri. Oltre a ciò il testo contiene riferimenti cronologici alle imprese di Maometto II estremamente precisi: prima indizione (1453), caduta di Costantinopoli; ottava indizione (1460), conquista della Morea; nona indizione (1461), conquista delle coste del Mar Nero; decima indizione (1462), conquista della Bosnia.
Si tratta quindi molto probabilmente un falso creato nel 1463 per avallare la crociata per la riconquista di Costantinopoli che papa Pio II Piccolomini stava cercando di promuovere e al cui esito positivo allude chiaramente il testo: E le moltitudini e le nazioni d'Occidente, [numerose come] foglie,insieme porteranno guerra per terra e per mare e sconfiggeranno Ismaele il cui discendente regnerà per un brevissimo periodo di tempo.

La morte del papa (15 agosto 1464) determinò però il naufragio del progetto di riconquista della città da parte dell'Occidente.
Gennadio Scholario, all'epoca patriarca di Costantinopoli (1), di cui era peraltro nota la tendenza ad interpretare profeticamente gli avvenimenti del suo tempo, è presumibilmente chiamato in causa per avvalorare l'autenticità del documento.

immagine tratta dal Cod.Berolin., gr.297, (fol.62), XVI sec.


In molti dei manoscritti che riportano il crittogramma e la sua decodifica da parte di Gennadio, figura infatti anche un'illustrazione che che ritrae il patriarca seduto accanto al sepolcro di Costantino nell'atto di trascrivere l'interpretazione.

Note

(1) Gennadio Scholario ricoprì la carica di Patriarca di Costantinopoli con il nome di Gennadio II in tre diversi periodi (1453-1457, 1462, 1464-1465)


domenica 30 aprile 2023

Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

 Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

Nato probabilmente a Cesarea di Cappadocia da una famiglia di basso ceto, entrò nella pubblica amministrazione bizantina come scrinarius (archivista). Secondo alcuni storici conobbe Giustiniano prima della sua ascesa al trono, quando questi ricopriva la carica di magister militum praesentialis (520) e Giovanni fu assegnato al suo servizio, facendosi notare dal futuro imperatore soprattutto per le sue capacità in materia di esazione fiscale. Nel 531 – nonostante il fatto che fosse alquanto illetterato e soprattutto non parlasse latino, il che lo rendeva culturalmente estraneo al progetto giustinianeo della renovatio imperii, fu dapprima elevato al rango di vir illustris e quindi posto dall'imperatore a capo della prefettura del pretorio d'Oriente. Da questa carica diresse per circa un decennio – salvo una breve interruzione a seguito della rivolta di Nika – l'amministrazione statale, reperendo i fondi necessari alle campagne militari e alle grandiose opere pubbliche volute dall'imperatore.


La rivolta di Nika
Le due fazioni superstiti di tifosi delle corse all'Ippodromo all'epoca di Giustiniano avevano assunto quasi la forma di partiti politici. I Verdi erano monofisiti e raccoglievano consensi soprattutto tra l'aristocrazia e i legittimisti raccolti attorno ai nipoti di Anastasio, mentre gli Azzurri, a cui andava il favore della coppia imperiale, erano invece di credo calcedoniano e di estrazione popolare. Il livello di scontro tra le due fazioni crebbe enormemente durante il regno di Giustiniano, gli estremisti di ambo le fazioni giravano armati e non di rado ci scappava il morto. Nel gennaio del 532, la settimana precedente l'inizio delle corse, era già stata funestata da diversi omicidi. L'eparca di Costantinopoli, Eudemone, fece arrestare i responsabili, due verdi e due azzurri, e li fece condannare a morte. Il patibolo fu eretto il 12 gennaio a Sycae sulla riva del Corno d'oro ma dopo le prime due esecuzioni crollò, permettendo la fuga degli altri due condannati (un verde e un azzurro) che trovarono rifugio nel convento di San Conone che venne immediatamente circondato dai soldati.
Il giorno successivo, all'Ippodromo, prima dell'inaugurazione delle corse, il capo dei Verdi e quello degli Azzurri fecero un appello congiunto all'imperatore perché risparmiasse la vita ai due condannati. Giustiniano ignorò l'appello e questo diede fuoco alla rivolta. Al grido di “Nika! (Vinci!)”, lo stesso usato per incitare gli aurighi, la folla sciama nella città abbandonandosi ad atti vandalici e di violenza.
Il 18 gennaio, seguendo l'esempio di Anastasio I (491-518), Giustiniano si presenta all'Ippodromo con i Vangeli in mano nel tentativo di placare la folla. Viene ricoperto d'insulti ed è costretto a rinchiudersi nel Sacro palazzo mentre i rivoltosi danno fuoco finanche alla cattedrale di Santa Sofia (1) e proclamano Ipazio, un nipote di Anastasio che accetta a malincuore (2), imperatore. Iniziata come un torbido sportivo, la rivolta assume un colore più politico e pretende le teste di Eudimone, l'eparca di Costantinopoli responsabile della repressione, di Giovanni il Cappadoce, responsabile dell'intollerabile pressione fiscale, accusato di avidità e di condurre una vita dissoluta e del giurista Triboniano che ricopriva la carica di Questor sacri palatii (in pratica il ministro di Giustizia di Giustiniano a cui è in gran parte dovuto il Corpus iuris civilis) accusato anche lui di avidità e corruzione. Giustiniano sostituisce il Cappadoce con Foca, un conservatore colto e illuminato, e Triboniano con Basilide, un aristocratico di alta cultura. Ma questo non basta a placare la folla.
Alcuni senatori rimasti a Costantinopoli passano dalla parte dei rivoltosi, tra questi Origene che suggerisce una tattica attendista, insediando il nuovo governo in un altro palazzo. Bramosi di agire e forse su ordine di Ipazio gli insorti confluiscono invece nuovamente nell'Ippodromo. Nel frattempo nel Sacro Palazzo Giustiniano e i suoi fedelissimi valutano l'ipotesi di lasciare la città e proseguire altrove la lotta. L'imperatrice interviene con un appassionato discorso che conclude con una frase passata alla storia: il trono è un magnifico sepolcro e la porpora uno splendido sudario. Giustiniano e i suoi decidono quindi di restare e combattere. Non essendo certa la fedeltà della guardia palatina, si decide di puntare tutto sulle milizie personali di Belisario e Mundo rimasti fedeli all'imperatore.
Ipazio aveva preso posto sul palco imperiale, Belisario e i suoi uomini entrarono nell'Ippodromo dai carceres mentre i miliziani di Mundo entrarono dalla Porta della morte che si trovava dalla parte opposta. Presa in mezzo la massa confusa e disordinata dei rivoltosi, i veterani dei due generali ne fecero strage (Procopio parla di circa trentamila morti). I nipoti di Giustiniano, Giusto e Boraide, catturarono Ipazio e il fratello Pompeo e li consegnarono all'imperatore che li mise a morte il giorno dopo.

Non molto tempo dopo la conclusione della rivolta, nell'ottobre dello stesso anno, Giustiniano richiamò al governo sia Triboniano che il Cappadoce che riteneva indispensabili alla realizzazione del suo programma. Nonostante il fatto, ad esempio, che Giovanni fosse apertamente ostile alla campagna d'Africa – che giudicava eccessivamente dispendiosa - fino al punto di sabotare le derrate della spedizione. Il Cappadoce diresse l'amministrazione dell'impero fino al 541 quando cadde vittima di un tranello tesogli dall'imperatrice stessa per mano di Antonina, la moglie di Belisario. Profittando dell'ingenuità di Eufemia, l'unica figlia di Giovanni, Antonina lo attirò in un incontro riservato alle Rufinianae (2) in cui gli propose l'appoggio proprio e del marito in caso di rivolta contro Giustiniano. Giovanni accettò immediatamente mentre non visti Narsete e Marcello ascoltavano la conversazione. Non appena il Cappadoce dichiarò di aderire al progetto, i due generali ed i loro uomini si avventarono su di lui che fu però difeso dalle sue guardie private da cui – non fidandosi del tutto di Antonina – si era fatto scortare. Sottrattosi alla cattura, fu estromesso dal governo e costretto controvoglia a farsi sacerdote, prendendo il nome di Pietro. In un primo momento tutti i suoi beni furono sequestrati ma successivamente Giustiniano decise di restituirgliene una parte.
Non volendo in alcuna maniera esercitare le funzioni dell'ordine sacerdotale, onde non precludersi la possibilità di riottenere una carica civile importante, entrò in contrasto con il vescovo di Cizico – Eusebio -da cui dipendeva, sì che alla sua morte fu arrestato e processato per il suo assassinio. La sua colpevolezza non fu dimostrata ma l'imperatore lo esiliò in una località ancora più lontana, Antinoopolis in Egitto dove continuò ad essere perseguitato dall'odio di Teodora – che probabilmente temeva l'ascendente che il Cappadoce aveva sull'imperatore – e che cercò finanche di corrompere due falsi testimoni per farlo condannare per l'assassinio del vescovo. Giovanni, dal canto suo, non perse mai la speranza di poter rientrare nel gioco politico. Alla morte di Teodora (548) Giustiniano gli permise di tornare a Costantinopoli ma non di rinunciare all'abito talare né gli vennero affidati incarichi nella pubblica amministrazione. Morì in pace – come riporta lo storico Giovanni Malala – poco tempo dopo.


Note:

(1) Oltre alla chiesa di Santa Sofia, la furia dei rivoltosi ridusse in macerie anche la vicina Sant'Irene e la Magnaura (all'epoca sede del Senato). Fu anche gravemente danneggiata la Chalke e molte delle colonne dell'Augusteion vennero abbattute. 

(2) Pompeo e Ipazio erano figli di Cesaria, sorella dell'imperatore Anastasio I. Procopio riporta un accorato appello della moglie di Ipazio – Maria – che scongiura il marito di resistere alle pressioni della folla. L'incoronazione avvenne nel Foro di Costantino – l'unico che non era stato incendiato dagli insorti – e la corona venne sostituita da una catena d'oro spuntata fuori da chissà dove.

(2) Le Rufinianae erano un sobborgo di Costantinopoli – dava sul Mar di Marmara, poco a sud di Calcedonia - dove si trovava un palazzo residenziale di Belisario

(3) All'epoca dei fatti Marcello ricopriva la carica di comes excubitorum, comandava cioè la guardia palatina ed era un fedelissimo di Giustiniano.

venerdì 20 gennaio 2023

Anna Notaras

 Anna Notaras

Figlia di Luca Notaras, - probabilmente la maggiore - il ricchissimo proprietario terriero della Morea bizantina, che ricoprì le cariche di mesazon e megadux, sotto Giovanni VIII e Costantino XI. Fieramente antiunionista Notaras partecipò comunque attivamente alla difesa di Costantinopoli durante l'assedio. Fatto prigioniero insieme alla moglie (probabilmente un'esponente della casa regnante), fu fatto giustiziare dal sultano pochi giorni dopo la caduta della città.

Questa è la versione della fine di Luca Notaras accreditata da S. Runciman in Gli ultimi giorni di Costantinopoli (Piemme Edizioni, 1997) che corrisponde grosso modo a quella riportata dallo storico bizantino Ducas (Historia turco-bizantina 1341-1462) che però non si trovava a Costantinopoli nei giorni dell'assedio.

Il 3 giugno del 1453, Mehmet II diede un banchetto nel corso del quale, quando il livello del vino bevuto era già alto, qualcuno gli bisbigliò all'orecchio che il figlio quattordicenne di Notaras era un ragazzo dalla bellezza eccezionale. Il sultano immediatamente ordinò a un eunuco di andare alla casa del megadux per richiedere che suo figlio andasse da lui per il suo piacere. Notaras, a cui i figli più anziani erano stati uccisi in combattimento, rifiutò di sacrificare suo figlio ad un tal destino. La polizia ottomana allora andò a prenderlo con suo figlio Isacco e il genero Teodoro Cantacuzeno - figlio del megas domestikos Andronico Cantacuzeno aveva sposato Maria, una delle figlie di Notaras - e li portò alla presenza del sultano. Quando Notaras sfidò il sultano, la risposta di questi fu sanguinosa: ordinò che lui ed i due ragazzi fossero decapitati sul posto. Notaras chiese solamente che i due ragazzi fossero uccisi prima di lui, affinché non avessero visto la sua morte. Quando entrambi furono uccisi, offrì il suo collo al boia (1).
Contrariamente a quanto riportato, il figlio minore di Notaras, Isacco (Iacobo, secondo le fonti occidentali), oggetto della concupiscenza del sultano, fu invece sicuramente risparmiato e avviato insieme alla madre, che morì durante il tragitto, al serraglio di Adrianopoli da cui riuscì a evadere nel 1460 e a raggiungere la sorella Anna in Italia.

Luca Notaras aveva fatto partire per tempo la figlia Anna da Costantinopoli (secondo alcuni al momento della caduta della città si trovava a Pera, secondo altri era invece già in Italia dove il padre poteva contare su molte relazioni influenti) giacché gran parte del cospicuo patrimonio di famiglia era stato depositato nelle banche di Genova e Venezia già dal padre Nicola.

Waltari (Gli amanti di Bisanzio) ipotizza che Anna lasciò Costantinopoli la notte del 26 febbraio 1453, quando la galera veneziana di Pietro Davanzo ed altre sei navi cretesi, rompendo il giuramento prestato all'imperatore, lasciarono il porto.
Molto probabilmente Anna si stabilì inizialmente a Roma.
Anna Paligina de Costantinopoli, olim sponsa imperatoris Romaniae graecorum et Costantinopolis et olim filia illustris principis Magni ducis Romaniae. Questa definizione di Anna contenuta in una deliberazione del Comune di Siena del 21 luglio del 1472 – e ripetuta in un analogo documento del luglio 1474 – ha fatto ipotizzare alcuni storici che Anna fosse stata se non sposata almeno promessa sposa di Costantino XI.
Anna Notaras però non usò mai nei documenti ufficiali e nella sua corrispondenza altra formula che quella di figlia dell'ultimo e famoso megaduca, né si trova traccia di una ipotetica trattativa matrimoniale che la riguardi nelle memorie di Giorgio Sfranze, l'amico e consigliere dell' ultimo imperatore, che pure descrive dettagliatamente tutte quelle intraprese dopo la morte della seconda moglie di Costantino XI. Secondo alcuni il cognome di Paleologina potrebbe derivarle dalla madre, ma può anche essere che Anna lo abbia aggiunto a quello di Notaras in virtù di parentele più late o semplicemente per il suo valore simbolico.

Nel 1475 si trasferì a Venezia, dove si trovava sua nipote Eudocia Cantacuzena con il secondo marito Matteo Spandounes ed i figli Teodoro e Alessandro. Qui, tramite il suo amministratore e factotum Nicola Vlastos, finanziò la tipografia di Zaccaria Kalliergis, un cretese trasferitosi a Venezia, che si occupava esclusivamente della stampa di opere greche. E a Venezia dovette raggiungerla il fratello Jacobo, finalmente evaso dal serraglio di Adrianopoli.

Nel 1494, grazie alla sua mediazione, alla comunità di greci residenti a Venezia (circa cinquemila), fu permesso di fondare una società filantropica e religiosa – una Confraternita – con un comitato destinato a rappresentare gli interessi della comunità. Per opera di questa Confraternita nel 1539 – dopo estenuanti trattative con le autorità veneziane - lungo il rio dei Greci sarà costruita la chiesa di san Giorgio interamente consacrata al culto ortodosso.

San Giorgio dei Greci, Venezia

Morì nubile a Venezia l'8 luglio del 1507. Secondo Marino Sanudo, che annota la data della sua morte nel suo Diario, aveva più di cento anni ed era ancora illibata.
Nel suo testamento lasciò la somma di 500 ducati per la costruzione della succitata chiesa e destinò tutto il resto al pagamento di un riscatto ai Turchi di un prigioniero greco, secondo le ultime volontà della sorella Elena (Eufrosine) (2), e all'erezione di un monumento a lei e a tutta la sua famiglia martire del sultano. Non sono invece menzionate tre magnifiche icone (una delle quali qui riprodotta) che portò con sé da Costantinopoli, che ancora sono conservate nel Museo ellenico annesso alla chiesa di San Giorgio e che per suo tramite pervennero alla comunità greca di Venezia.

Cristo in gloria con i 12 Apostoli 
icona del XIV secolo proveniente da Costantinopoli e donata da Anna Notaras alla comunità greca di Venezia.
Museo ellenico, Venezia

Note:

(1) Cfr. L'assedio di Costantinopoli

(2) Elena Notaraina aveva sposato Giorgio Gattilusio, il primogenito di Palamede, Signore di Ainos che durante l'assedio di Costantinopoli si era mantenuto sostanzialmente neutrale. Eufrosine - nome con cui compare nel testamento di Anna - dovrebbe essere il suo nome monacale (evidentemente concluse la sua vita in monastero). Data l'usanza bizantina di conservare l'iniziale del nome secolare nella scelta di quello monacale - chiamandosi le altre due sorelle Maria e Teodora - Elena è l'unica che può essere identificata con Eufrosine.


giovedì 27 dicembre 2018

Maria Paleologina e la chiesa di Nostra Signora dei Mongoli

Maria Paleologina e la chiesa di Nostra Signora dei Mongoli, Costantinopoli

Maria Paleologina era figlia illegittima di Michele VIII Paleologo e di una sua amante di cui sappiamo soltanto che visse a Costantinopoli tra il 1224 ed il 1307 e che apparteneva probabilmente alla famiglia dei Diplovatatze.
Nel 1265 la giovanissima Maria (non doveva avere all'epoca più di otto anni), scortata da una delegazione guidata dal Patriarca di Antiochia Eutimio fu mandata in Persia per sposare il potente khan dei Mongoli, Hulagu, al fine di sugellare con un matrimonio l'alleanza bizantino-mongola.

Maria Paleologina
 
Quando però la delegazione arrivò a Cesarea di Cappadocia, fu raggiunta dalla notizia della morte del khan. Così Maria fu destinata a sposarne il figlio ed erede Abaqa.
Nonostante l'infruttuoso tentativo di convertire lo sposo al Cristianesimo, con l'andar degli anni, Maria Paleologina, che venne ad essere conosciuta come Despina Kathun, assunse progressivamente il ruolo di protettrice dei cristiani (in gran parte nestoriani) che si trovavano nelle regioni controllate dal khanato e del cui appoggio Abaqa aveva comunque bisogno.
Grazie anche all'influenza della Despina durante il regno di Abaqa furono edificate a Tabriz e in altre località numerose chiese decorate da maestranze siriane e greche in stile bizantino.
La Despina fu anche al centro di alcuni eventi miracolosi che ne incrementarono la devozione presso le popolazioni cristiano orientali.
Nel 1279 avuta notizia che i cristiani di Maragha (attualmente nell'Azerbaijan orientale) non avrebbero potuto tenere la consueta processione che il giorno dell'Epifania benediceva le acque del fiume Sufi a causa del freddo intenso e delle dispute con i musulmani, si recò personalmente nella città e fece in modo che la processione avesse luogo. Si racconta che non appena la processione partì il freddo calò d'intensità e l'erba cominciò a crescere con grande soddisfazione dei Mongoli preoccupati per i loro cavalli affamati.
Il 1 aprile del 1282 Aqaba morì. Secondo alcuni in preda al delirium tremens (non infrequente tra le popolazioni mongole), secondo altri avvelenato dai musulmani che aveva osteggiato per favorire i cristiani. Il suo successore, il fratello Tekuder che era musulmano, capovolse l'atteggiamento del suo predecessore avviando la persecuzione dei cristiani. La posizione di Maria a corte si fece quindi critica e la Despina colse la prima occasione utile per fuggire e far ritorno a Costantinopoli da cui era partita quindici anni prima.
Giunta nella capitale, Maria apprese della morte del padre (11 dicembre 1282) e dell'ascesa al trono del fratellastro Andronico II che la ricevette a corte con tutti gli onori garantendole il titolo di principessa dei Mongoli.


La chiesa di Nostra Signora dei Mongoli

Rifiutata la proposta del fratello di darla in sposa ad un altro khan dei mongoli, si ritirò a vita monastica assumendo il nome di Melane ed investì tutti i suoi beni nella rifondazione del monastero della Teotokos Panagiotissa (Santissima Vergine) che da quel momento prese il nome di Panagia Mouchliotissa (Nostra Signora dei Mongoli) o di Santa Maria dei Mongoli (1). Dai turchi è invece conosciuta come Kanli kilise (Chiesa del sangue), perchè una tradizione vuole che qui nei pressi il 29 maggio del 1453 si concluse in un massacro l'ultima disperata resistenza dei difensori di Costantinopoli (2).
 
fig.1 Veduta aerea
 
Questo monastero era stato fondato poco dopo la riconquista della città nel 1261 da Isacco Ducas, zio materno di Michele VIII, nel quartiere del Fener, sul versante del quinto colle che digrada verso il Corno d'Oro in prossimità di un altro insediamento monastico risalente all'XI secolo e andato completamente distrutto durante il sacco latino (3).
Il nucleo originario del katholikon del monastero – che è stato molto rimaneggiato in varie epoche – risale quindi al 1261 e presenta una pianta centrale quadrilobata, praticamente unica a Costantinopoli. La cupola presenta un alto tamburo ed è sorretta da quattro colonne che culminavano con capitelli corinzi (oggi ricoperti da intonaco) e appoggiata alle quattro semicupole absidali. Ogni abside presenta tre nicchie (absidiole). Molto probabilmente i restauri promossi da Maria Paleologina si concretizzarono nell'aggiunta di un nartece che sopravanzava il corpo centrale quadriconco e nel rinnovo dell'apparato decorativo della chiesa che era stato già rinnovato una prima volta da un pittore di nome Modesto tra il 1266 ed il 1267. Al diciottesimo secolo sembrano risalire invece gli ampliamenti dei lati occidentale e meridionale mentre il campanile venne eretto nel 1892. L'esonartece e gli archi a sesto acuto sono infine anch'essi di epoca ottomana.
Della chiesa bizantina rimangono quindi integri nella loro conformazione originaria le absidi orientale e settentrionale (ben visibili nella veduta dall'alto, fig.1), la campata nord del nartece (con la relativa cupola) e quella centrale, la cupola del naos.
Pianta della chiesa originaria con il nartece fatto aggiungere da Maria Paleologina
 
Pianta della chiesa attuale. In neretto le parti superstiti di quella originaria

Secondo una tradizione non del tutto accertata la chiesa nel 1462 fu donata da Maometto il Conquistatore all'architetto greco Christodoulos come ricompensa per aver costruito la Fatih Cami. Una copia del firmano di Maometto II - e di quello di Beyazid II che lo conferma - che la assegnano al clero ortodosso sono comunque attualmente affisse al suo interno ed è l'unica chiesa costantinopolitana che non sia mai stata convertita in moschea. La chiesa fu seriamente danneggiata dagli incendi in diverse occasioni (1633, 1640 e 1729) e da ultimo fu devastata durante i moti antigreci del 1955 ma fu completamente restaurata entro l'anno seguente.
Poco o niente rimane della decorazione parietale originaria (gli affreschi che si possono osservare oggi sono tutti post-bizantini eccezion fatta per i resti di un Giudizio Universale sulla parete di fronte all'ingresso che forse risale alla decorazione di Modesto), all'interno della chiesa si conserva però un icona a mosaico della Vergine che è stata datata fine XIII-inizi XIV secolo che potrebbe costituire una delle numerose donazioni che Maria Paleologina fece al monastero.

 
Al di sotto del pavimento della chiesa si trova un ambiente voltato a botte forse destinato alle sepolture. Una leggenda piuttosto improbabile vuole che da qui si accedesse ad un tunnel che collegava la chiesa con Santa Sofia (sarebbe lungo circa 5 km.).
 
 

La Deesis della chiesa di San Salvatore in chora

Nella lunetta orientale della quarta campata dell'endonartece della chiesa di San Salvatore in chora è raffigurata una Deesis molto particolare. Innanzitutto manca la figura di San Giovanni Battista mentre ai piedi della Vergine e del Cristo sono inginocchiati due personaggi.
 
 
In quello di destra molto probabilmente è raffigurata Maria Paleologina in abiti monacali. La figura è indicata infatti come: "(a)nd(ron)ikou tou palaiologou e kura ton mougoulion melane e monache" (...di Andronico Paleologo, la Signora dei Mongoli, Melane la Monaca). Dalla parte opposta è invece inginocchiata la figura del sebastokrator Isacco Comneno. La presenza di queste due figure nel contesto del programma decorativo della chiesa, realizzato tra il 1316 ed il 1321 per volere del nuovo patrono del monastero Teodoro Metochite, viene interpretato come un omaggio a chi lo aveva preceduto in questo ruolo. In particolare è stato fatto notare come la postura di Maria Paleologina/Melane sia identica a quella di Teodoro Metochite raffigurato nell'atto di offrire a Cristo il modellino della chiesa nella lunetta che sormonta la Porta regia. E' quindi probabile che Maria Paleologina abbia finanziato anche il monastero di Chora con delle donazioni (cfr. anche scheda S.Salvatore in chora).


Lo storico bizantino Giorgio Pachimere (1242-1310 c.ca) riporta infine la notizia che nel 1307 Andronico II offrì in matrimonio la sorellastra al nuovo khan dei Mongoli, Charbanda, nel tentativo di stringere una nuova alleanza in chiave antiturca. Dal testo non è però chiaro se il matrimonio ebbe mai luogo, nè perchè il capo mongolo avrebbe dovuto apprezzare il matrimonio con una donna che all'epoca doveva avere tra i cinquanta e i sessant'anni.
Maria Paleologina morì probabilmente poco dopo il 1307 nel monastero da lei fondato.


Note:

(1) Secondo un'altra versione il nome di Mouchliotissa deriverebbe invece dagli abitanti del castello di Mouchli – che si trova nel Peloponneso nei dintorni di Tripoli – che Maometto II fece trasferire forzatamente in questo quartiere della città.
(2) Secondo altri, la denominazione di chiesa del sangue deriverebbe invece dal colore rosso con cui sono ancora dipinte le sue pareti esterne.
(3) La strada lungo cui si trova attualmente la chiesa si chiama Tevkii Cafer Mektebi Sokak.


domenica 10 giugno 2018

Barda Sclero

Barda Sclero

Figlio di Panterio (Foteino) Sclero e Gregoria Mamikonian, fu il più insigne esponente di questa famiglia tra le più ricche e potenti dell'aristocrazia militare bizantina tra il IX e l'XI secolo.
Nato probabilmente intorno al 920, intraprese la carriera militare e, nel 956, figura come patrizio e stratego del piccolo thema di Kaloudia (1). I matrimoni del fratello Costantino con Sofia Focaina, nipote dell'imperatore Niceforo II Foca (963-969), e quello della sorella Maria Sclereina con il suo successore Giovanni I Zimisce (969-976) incrementarono l'influenza politica della famiglia e favorirono l'ascesa di Barda ai vertici della gerarchia militare (2).

La battaglia di Arcadiopolis (970): salito al trono a seguito dell'assassinio di Niceforo II Foca, il nuovo imperatore Giovanni I Zimisce, dovette fronteggiare la minaccia rappresentata dai Rus del principe Svjatoslav I di Kiev che, chiamati da Niceforo II Foca per contrastare le mire espansionistiche dei bulgari, li avevano conquistati in pochi mesi (969) e minacciavano a loro volta di marciare su Costantinopoli.
Impegnato a consolidare la propria posizione sul fronte interno, Giovanni Zimisce preferì delegare la condotta della guerra al cognato Barda Sclero a cui affiancò lo statopedarca Petros (3). I due generali si recarono in Tracia dove rapidamente misero insieme un esercito di 10-12.000 uomini. Avutane notizia, Svjatoslav gli inviò contro una forza di circa 30.000 uomini, composta da reparti Rus fiancheggiati da contingenti bulgari, peceneghi e magiari.
Barda Sclero e Petros si trincerano ad Arcadiopolis (l'attuale Lüleburgaz in Turchia, 80 km. ad ovest di Costantinopoli) dove li raggiunge l'armata Rus.

Resti delle mura bizantine di Arcadiopolis nel quartiere di Dere Mahallesi a Lüleburgaz

Nonostante le provocazioni, per diversi giorni Sclero rifiuta di dare battaglia in campo aperto mentre il nemico, accampatosi nelle vicinanze della città, mette a ferro e fuoco la campagna circostante e trascura la difesa del campo.
A questo punto Sclero divide le sue forze in tre raggruppamenti, due dei quali dispone ai lati della strada che conduce al campo nemico, mentre al comando di una forza di 2-3.000 uomini carica il contingente pecenego. Ingaggiata la battaglia comincia ad arretrare ordinatamente combattendo mentre i peceneghi, lanciati al suo inseguimento, si staccano dal grosso dell'esercito e vanno ad infilarsi nella trappola preparata dal generale bizantino (4). Circondati e tagliati fuori da ogni possibilità di soccorso, i peceneghi sbandano e ripiegano disordinatamente travolgendo il contingente bulgaro che li seguiva da presso e con ciò provocando la rotta generale.
I bizantini ebbero pochissime perdite (tra i 25 e i 50 uomini) mentre il nemico lasciò sul campo diverse migliaia di morti.

Barda Sclero fu però costretto ad interrompere la vittoriosa campagna per l'insorgere sul fronte interno della ribellione di Barda Foca. Profittando dell'impegno dell'esercito imperiale nei Balcani, Barda Foca aveva infatti lasciato il confino di Amaseia e, raggiunta Cesarea, storica roccaforte di famiglia, si era fatto proclamare imperatore dalle truppe colà stanziate (autunno 970).
Su ordine dell'imperatore, Barda Sclero mosse quindi con il grosso dell'esercito verso la Cappadocia che raggiunse sul finire dell'autunno. Conscio della sproporzione di forze, Barda Foca si arrese entro la fine dell'anno e fu esiliato a Chios.
Nella primavera del 971, Barda Sclero era già tornato nei Balcani e partecipò al seguito dell'imperatore alla presa di Preslav (14 aprile) e all'assedio di Dorostolon (l'attuale Silistra in Bulgaria), dove comandava le truppe schierate contro la porta occidentale, la cui caduta pose termine all'occupazione Rus della Bulgaria (5).

La caduta di Preslav
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Prima rivolta di Barda Sclero (976-979): alla morte di Giovanni I Zimisce (10 gennaio 976), ormai maggiorenne salì al trono il legittimo erede, il figlio primogenito di Romano II (959-963) Basilio II che sarà detto il bulgaroctono (6). Il potere reale rimase però nelle mani del potente paraikomomenos, l'eunuco Basilio Lecapeno, figlio illegittimo di Romano I Lecapeno (920-944). Questi, al fine di allontanare dalla capitale un pericoloso potenziale pretendente al trono, nominò Barda Sclero duca di Mesopotamia.
Barda lasciò quindi Costantinopoli e si recò nella regione assegnatagli. Stabilì il suo quartier generale nella roccaforte di Harput, ad est di Melitene, dove raccolse i proventi delle tasse che era autorizzato a riscuotere e, copertosi le spalle accordandosi con i governanti musulmani dei territori confinanti, in primavera si fece proclamare imperatore dalle sue truppe e diede inizio alla ribellione preparandosi a marciare sulla capitale.

Barda Sclero si fa proclamare imperatore
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Il paraikomomenos reagì ordinando allo statopedarca delle truppe orientali, il generale eunuco Petros, al duca di Antiochia, Michele Bourtzes, e allo strategos del thema del Tarso, Eustazio Maleinos, di convergere con le rispettive truppe su Cesarea di Cappadocia per intercettare l'esercito dei ribelli.
Un esercito ribelle, guidato dallo stratego del thema di Armenia passato dalla parte di Barda Sclero, Sackakios Brachamios, affrontò e sconfisse i lealisti nei pressi di Lapara (l'attuale Kizlar kalesi, nella Cappadocia orientale).
Questo successo provocò molte defezioni nel campo lealista, le più importanti delle quali furono quella di Michele Bourtzas e dei marinai del thema di Kibyrrhaioton che si ribellarono al proprio comandante e misero la flotta a disposizione dei ribelli nel porto di Attalia.
Alla fine del 976, Barda Sclero controllava interamente la parte meridionale dell'Asia Minore bizantina.
Preoccupato dall'avanzare dei ribelli, Basilio Lecapeno inviò in Asia Minore il protovestiario Leone ed il patrizio Giovanni con l'incarico di reclutare alla causa lealista offrendo doni e titoli a nome del legittimo imperatore.
I due messi imperiali raggiunsero il generale Petros a Kotyaion e il protovestiario lo convinse a portare l'esercito nel retroterra del nemico per guadagnare alla causa lealista coloro che avevano aderito alla ribellione sotto la minaccia delle armi. L'usurpatore gli mandò contro un esercito guidato da Michele Bourtzes e Romano Taronites che fu però sconfitto in una battaglia campale nell'area di Oxylithos (estate del 977). Nell'autunno dello stesso anno, Barda Sclero affrontò nuovamente l'esercito imperiale nei pressi di Regeai ottenendo una schiacciante vittoria. Petros e Giovanni caddero sul campo di battaglia mentre il protovestiario Leone fu preso prigioniero.
Sbaragliato l'esercito imperiale l'usurpatore riprese la marcia sulla capitale.
Basilio Lecapeno reagì inviando il patrizio Michele Erotikos a presidiare Nicea che, nonostante una eroica difesa, cadde agli inizi del 978. Miglior fortuna ebbe la flotta imperiale che, posta agli ordini di Teodoro Karantenos, sconfisse quella ribelle al largo di Focea, impedendo a Sclero di stringere la tenaglia su Costantinopoli da terra e da mare.
Il paraikomomenos pensò quindi di sfruttare la rivalità esistente tra le famiglie dei Foca e degli Sclero, richiamando il generale Barda Foca dall'esilio di Chios, dove era stato confinato a seguito del fallito tentativo di usurpazione contro Giovanni Zimisce del 969 – stroncato proprio da Barda Sclero – e assegnandogli il comando supremo dell'esercito d'Oriente (domestikos delle Scholai orientali).
Barda Foca si recò a Cesarea dove chiamò a raccolta tutte le forze lealiste – Michele Bourtzas ed Eustazio Maleinos abbandonarono Sclero e si unirono a Foca – che ingrossò reclutando nuovi soldati costringendo i ribelli a ripiegare.
Secondo la storiografia più moderna Barda Sclero sconfisse due volte i lealisti in campo aperto: la prima volta nei pressi di Pancalea a nordest di Amorium (19 giugno 978) e la seconda, nell'autunno dello stesso anno, nei pressi di Basilika Therma (l'attuale Sarikaya) nel thema di Charsianon.
Barda Foca riuscì ad avere ragione dell'avversario solo al terzo scontro, il 24 marzo 979, in una località imprecisata che alcuni autori ritengono di aver identificato con Aquae Saravenae (nei pressi dell'odierno abitato di Yalvac a nordovest di Cesarea). Nonostante il fatto che i lealisti fossero stati rinforzati da 12.000 cavalieri georgiani inviati dal re Davide III, amico personale di Barda Foca, al comando del generale monaco Giovanni Tornikios, per risolvere lo scontro a suo vantaggio Barda Foca dovette sfidare a singolar duello Barda Sclero che, nonostante fosse molto meno prestante del suo antagonista, accettò e fu battuto. Benchè ferito al volto, Barda Sclero riuscì a fuggire e a riparare insieme a 300 fedelissimi presso il califfo di Baghdad mentre il resto delle sue forze si disperdeva.

Alla fine del 985 o agli inizi del 986, con un colpo a sorpresa, Basilio II si svincolò dall'ingombrante tutela del prozio Basilio Lecapeno rimuovendolo dalla carica di parakoikomenos che aveva occupato quasi ininterrottamente per circa quarant'anni. Contemporaneamente, nel quadro di una serie di provvedimenti volti a ridurre l'influenza dell'aristocrazia militare sulla politica imperiale e a stabilire il suo controllo sull'esercito, sollevò dalla carica di comandante dell'esercito d'Oriente Barda Foca, declassandolo a duca di Antiochia.
Alla testa di un esercito forte di circa 30.000 uomini marciò quindi contro i bulgari in rivolta che, guidati da Samuele (7), avevano saccheggiato la Tessaglia e conquistato Larissa. L'imperatore cinse d'assedio Serdica (l'attuale Sofia in Bulgaria) ma dopo 20 giorni dovette desistere – principalmente a causa della mancanza di rifornimenti giacchè i bulgari avevano incendiato la campagna circostante - e ripiegare verso la Tracia.
Al passo detto delle Porte di Traiano (l'attuale Trayanovi vrata in Bulgaria) (8), mentre la ritirata procedeva in maniera non troppo ordinata, i bulgari attaccarono trasformando la ritirata bizantina in rotta. Soltanto le unità d'elite armene riuscirono a rompere l'accerchiamento combattendo e a portare in salvo l'imperatore mentre il resto dell'esercito veniva massacrato.

Rovine della fortezza fatta costruire da Traiano (98-117)
Trayanovi vrata, Bulgaria

Il duro colpo assestato da questa sconfitta al prestigio dell'imperatore e lo scontento dell'aristocrazia militare per la sua politica volta a ridurne l'influenza, convinsero Barda Sclero che i tempi erano maturi per un nuovo assalto al trono.

Seconda rivolta di Barda Sclero (987-989): accordatosi con il califfo di Baghdad Saraf ad-Daulam che gli garantì il suo appoggio, nel febbraio del 987, con al fianco il fratello Costantino ed il figlio Romano, entrò in territorio bizantino e s'impadronì di Melitene dove si autoproclamò imperatore.
Basilio II rispose richiamando al comando dell'esercito orientale Barda Foca (aprile-maggio 987) pensando di sfruttare la rivalità tra le due famiglie come nel pronunciamento di dieci anni prima.
Barda Foca si recò nel thema di Charsianon, dove si trovavano i possedimenti di famiglia, e raccolse rapidamente attorno a sé un buon numero di truppe ma, anziché affrontare Barda Sclero, durante l'estate intavolò delle trattative segrete con i ribelli per spartirsi l'impero e il 15 agosto si autoproclamò a sua volta imperatore.
Accettata la proposta di spartizione proposta da Barda Foca, ai primi di settembre Barda Sclero raggiunse la Cappadocia per unire le sue forze a quelle di Foca e marciare su Costantinopoli. Con una mossa a sorpresa Foca lo fece imprigionare e rinchiudere nella fortezza di Tyropoios.
Rimasto solo al comando della rivolta, Barda Foca divise le sue forze per poter attaccare la capitale da terra e da mare: il primo contingente si diresse su Crisopoli, il secondo su Abido, dove contava di attraversare lo stretto dei Dardanelli.
In osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino del 971 il principe Vladimir I di Kiev inviò a sostegno dell''imperatore un contingente di 6.000 guerrieri variaghi che costituiranno il primo nucleo della leggendaria Guardia variaga (9). Lo scontro decisivo ebbe luogo ad Abido il 13 aprile 989 e i Variaghi, guidati personalmente dall'imperatore, sbaragliarono l'esercito nemico e lo stesso Barda Foca trovò la morte in circostanze non del tutto chiare.
La vedova di Foca decise quindi di liberare Barda Sclero che cercò di raccogliere attorno a sé quanto rimaneva delle forze di Foca, parte delle quali erano riuscite a ripiegare su Tyropoios al comando del figlio di Barda Foca, Niceforo.
La morte del califfo di Baghdad Saraf ad Daulam (settembre 989) – che scatenò nel califfato una guerra civile per la successione – lo privò però del suo principale alleato. Ormai avanti negli anni e afflitto da malanni, finì per accettare la proposta di riconciliazione avanzata da Basilio II che, in cambio della sua sottomissione, gli offrì il titolo di kuropalates (ottobre 989). Trascorse quindi quanto gli restava da vivere come stimato consigliere dell'imperatore. Si spense a Didimoteicho il 6 marzo del 991.


Note:

(1) un piccolo thema di frontiera che si estendeva sulla riva occidentale dell'Eufrate a sud di Melitene.

(2) Non è invece noto il nome della moglie di Barda da cui si sa che ebbe un solo figlio di nome Romano.

(3) L'eunuco Petros fu il primo a ricoprire questa carica, nominato da Niceforo II Foca nel 967 e confermato da Giovanni I Zimisce fino a quando non cadde combattendo proprio nella campagna contro Barda Sclero (977). La carica, sostanzialmente equivalente a quella di domestikos delle Scholai, sembra essere stata creata ad hoc, giacchè in quanto eunuco non poteva ricoprire quella di domestikos.

(4) Secondo la cronaca di Giovanni Scilitze, Barda Skleros affidò invece il compito di attirare i Peceneghi nella trappola ad un piccolo distaccamento di cavalleria al comando di Giovanni Alakaseus, uno dei suoi più fidati luogotenenti.

(5) La città, importante porto fluviale fondato dai Romani nel 29 a.C. sulla riva meridionale del Danubio, cadde per fame il 21 luglio del 971, dopo 65 giorni di assedio durante i quali i bizantini respinsero tutti i tentativi dei Rus di rompere l'assedio.

(6) Il fratello minore di Basilio II fu incoronato coimperatore con il nome di Costantino VIII ma, a differenza del fratello, si disinteressò quasi completamente della cosa pubblica almeno fino alla morte di questi (1025).

(7) Samuele, che sarà proclamato zar del nuovo impero bulgaro nel 997, era l'ultimo superstite dei cosiddetti quattro cometopuli (letteralmente, figli del conte, giacchè erano figli del conte di Serdica ) che, dopo la caduta di Preslav e la conseguente detronizzazione dello zar Boris II ad opera dei bizantini, avevano guidato la rivolta antibizantina nelle provincie bulgare occidentali dopo la morte del padre.

(8) Il passo portava questo nome perchè qui Traiano aveva fatto costruire una fortezza che doveva segnare simbolicamente il confine tra la Tracia e la Macedonia.

(9) Per la Guardia Variaga vedi scheda Mosaico d'ombre.

domenica 25 marzo 2018

Niceforo Foca il vecchio

Niceforo Foca il vecchio*
*cosiddetto per distinguerlo dal nipote suo omonimo, l'imperatore Niceforo II Foca (963-969).


E' il primo membro noto della potente famiglia dei Foca, originari della Cappadocia ed esponenti di spicco dell'aristocrazia militare bizantina tra il IX e l'XI secolo.

Genealogia dei Foca
 
Nacque probabilmente intorno all'855 da un padre militare di carriera che fu nominato spatario e turmarca dall’imperatore Basilio I (867-886) nell’872 e in seguito divenuto probabilmente protospatario e stratego di Cherson, drungario dell’Egeo e infine stratego di Anatolia.

Intrapresa a sua volta la carriera militare, probabilmente partecipò in Asia Minore alla campagna condotta da Basilio I contro i pauliciani (872) e fu insignito del titolo di manglavite (1).
Nell’873 accompagnò l’imperatore nella spedizione contro gli arabi nella regione dell’Eufrate, che riconquistò le città di Zapetra e Samosata. Distintosi per le sue capacità militari fu elevato al rango di protostrator e ottenne un palazzo a Costantinopoli che si trovava nei pressi della chiesa di Santa Tecla. Successivamente ricoprì la carica di stratego dell'importante thema di Charsianon.
Versò la metà dell'885, a seguito della rovinosa sconfitta subita da parte degli arabi dell'Emirato di Amantea sotto le mura di Santa Severina, l'imperatore decise di richiamare il comandante in capo delle truppe bizantine in Italia, Stefano Massenzio, e di sostituirlo con Niceforo a cui affidò cospicui rinforzi, tra cui un contingente di pauliciani che si erano arruolati nell''esercito bizantino dopo la dissoluzione dello stato pauliciano (2).

Giunto in Italia Niceforo riorganizzò le forze a sua disposizione in tre colonne che lanciò contemporaneamente all'assalto delle roccaforti di Amantea, Tropea e Santa Severina, guidando personalmente l'assedio di quest'ultima ed espugnandole una dopo l'altra.
Eliminata l'enclave araba, Niceforo Foca portò a termine la campagna strappando ai Longobardi dei Principati di Salerno e di Benevento – che sottopose a vassallaggio - la valle del Crati e i territori della Lucania orientale, ristabilendo così la sovranità imperiale su quasi tutto il Mezzogiorno.
Nei confronti delle popolazioni locali, Niceforo tenne un atteggiamento estremamente rispettoso, evitando che i suoi soldati le vessassero in alcun modo e stabilendo presidi militari a difesa del territorio (3), cose che gli valsero la loro riconoscenza a cui non sembra estranea la diffusione nel Meridione del culto del santo suo omonimo. Nello stesso tempo incoraggiò l'insediamento dei suoi veterani nelle terre riconquistate favorendo il ripopolamento della regione.

Nell’886 il nuovo imperatore Leone VI (886-912), subentrato al padre Basilio I, richiamò Niceforo Foca a Costantinopoli e gli conferì il titolo di patrizio e la carica di domestikos delle scholai, ossia di comandante supremo dell’esercito. Il generale fu quindi inviato a combattere gli arabi in Asia Minore dove rimase alcuni anni.
Nell'894 Leone VI – su pressione del logoteta del dromo Stiliano Zautse - spostò la sede del mercato delle merci bulgare da Costantinopoli a Tessalonica, dove i mercanti erano sottoposti a pesanti dazi (4). Viste ignorate le proteste inoltrate per via diplomatica, nell'autunno dell'894 lo zar bulgaro Simeone invase il thema di Macedonia incontrando scarsa resistenza. L'imperatore gli mandò contro un esercito formato dalla sua guardia e dalle unità stanziate nella capitale che fu però rovinosamente sconfitto.
Firmata una tregua con gli arabi, Niceforo Foca assunse il comando del fronte occidentale e attaccò la Bulgaria da sud. Contemporaneamente la diplomazia bizantina convinse gli Ungari ad attaccare i bulgari da nord appoggiati dalla flotta imperiale, al comando di Eustazio, che riuscì a traghettarli oltre il Danubio nonostante le contromisure disposte dalla zar bulgaro. Simeone si diresse quindi verso nord per contrastare gli ungari che lo sconfissero in due scontri in campo aperto, lasciando dietro di sé alcune unità per fronteggiare l'esercito di Niceforo Foca con cui però probabilmente non vennero a contatto. Nell'estate dell'895, lo zar bulgaro addivenne momentaneamente a più miti consigli e firmò una tregua.

La storiografia non è del tutto concorde sulla data di morte di Niceforo. Molto probabilmente morì nell'895-896. Secondo la cronaca di Teofane continuato invece – scritta su commissione di Costantino VII Porfirogenito (912-959) – subito dopo l'armistizio con i bulgari, Niceforo, divenuto inviso all'influente logoteta del dromo, Stiliano Zautse, per aver rifiutato di sposare una sua figlia sarebbe stato rimosso dalla carica di domestikos delle scholai e sostituito con Leone Katakalon. Dopo un periodo di inattività sarebbe stato nominato strategos del thema di Tracia dove avrebbe trascorso i suoi ultimi anni morendo intorno al 900 (5).
Da una moglie di cui non si conosce il nome Niceforo ebbe due figli, Leone, che ricoprirà a sua volta la carica di domestikos delle scholai, e Barda, padre del futuro imperatore Niceforo II Foca (963-969).

Note:

(1) In origine i manglavites erano un'unità speciale della guardia imperiale, i cui membri avevano il compito di aprire davanti all'imperatore alcune porte del sacro palazzo e di precederlo nelle processioni facendogli largo tra la folla maneggiando una sorta di clava (il manglavion, la cui etimologia deriva probabilmente dalla fusione delle parole latine manus e clava). Successivamente, come per molti altri titoli di corte, divenne un titolo onorifico che veniva conferito a persone che non avevano nulla a che fare con questo ufficio.

(2) Secondo alcune fonti al comando del contingente pauliciano era un certo Diaconitze, un luogotenente del condottiero pauliciano Chrisocheir, che si era trovato al suo fianco quando questi fu catturato e decapitato dai bizantini dopo la disfatta del passo di Bathys Ryax (872).

(3) Su un alto colle che sovrasta il lago di Angitola in Calabria, si trovano le rovine di una città, abbandonata nel corso del XVIII secolo, oggi nota come Rocca Angitola. Fino al 1420 ricorre però nelle fonti con il nome di Rocca Niceforo. Si tratta infatti di uno dei presidi fortificati fatti costruire dal generale bizantino (probabilmente sulle rovine dell'antica Crissa). Rasa al suolo dagli Arabi nel 950 fu ricostruita dai Normanni e raggiunse la sua massima espansione nel XV secolo.

Rovine di Rocca Niceforo
 
(4) Asceso al trono alla morte del padre Basilio I (29 agosto 886), Leone VI confermò Stiliano Zautse nella carica di logoteta del dromo (equivalente a quella di primo ministro) che ricopriva già sotto suo padre. Secondo molti storici Zautse – che era anche il padre dell'amante di Leone VI Zoe Zautsina - esercitò il potere de facto. Nell'891-893 l'imperatore creò per lui il titolo di basiliopator che, per quanto enigmatico, sembra implicare una sorta di tutela. Rimasto vedovo della prima moglie Teofano, nell'898 l'imperatore sposò finalmente Zoe Zautsina che gli diede una figlia (Anna) ma morì l'anno seguente insieme al padre Stiliano. Sembra che Stiliano abbia spinto per il trasferimento a Tessalonica del mercato delle merci bulgare per favorire due suoi protetti che colà incassavano i forti dazi imposti.

(5) E' però del tutto inusuale che un ex comandante supremo dell'esercito venga successivamente destinato a ricoprire la carica di strategos. La figlia di Stiliano Zautse di cui Niceforo avrebbe rifiutato la mano compare inoltre solo in questo testo. Queste considerazioni portano a ritenere poco probabile la versione riportata dalla cronaca di Teofane Continuato.






domenica 11 marzo 2018

Teodora armena

Teodora armena

Teodora nacque in Paflagonia, probabilmente intorno all'815, da una famiglia aristocratica di origini armene. Il padre, Marinos Mamikonian, era un ufficiale dell'esercito bizantino che aveva sposato Teociste detta Florina. Oltre a Teodora dal matrimonio nacquero altri cinque figli, due maschi (Barda e Petronas) e tre femmine (Calomaria, Sofia ed Irene).
Nell'829, alla morte del padre Michele II, Teofilo salì al trono appena sedicenne e ancora celibe. La matrigna Eufrosine si preoccupò di trovargli moglie organizzando una gara di bellezza in cui Teodora venne prescelta dall'imperatore. Le nozze furono celebrate in Santa Sofia il 5 giugno dell'830.
Teodora diede a Teofilo ben sette figli:
1. Costantino, compare come coimperatore su alcune monete emesse tra l'833 e l'835 quando probabilmente morì.
2. Tecla, condivise formalmente con la madre la reggenza. Fu rinchiusa nel monastero di Karianos e tonsurata subito dopo l'assassinio di Teoctisto (28 novembre 855).
3. Anna.
4. Anastasia.
5. Pulcheria.
Anna, Anastasia e Pulcheria furono rinchiuse e tonsurate nel monastero di Gastria assieme alla madre nell'856.
6. Maria, che morì a soli 4 anni.
7. Michele, che succederà al padre con il nome di Michele III nell'842, alla morte di questi e all'età di soli tre anni.

Segretamente devota al culto delle immagini, l'imperatrice cercò di usare la sua influenza sul marito, che perseguiva una politica rigorosamente iconoclasta (cfr scheda L'Iconoclastia), in favore degli amici e nel tentativo di mitigare la repressione degli iconoduli.

Alla morte di Teofilo (20 gennaio 842), Teodora assunse la reggenza (formalmente assieme alla figlia maggiore Tecla) per il piccolo Michele III.

Solido aureo coniato durante la Reggenza
al dritto il busto di Teodora, sul rovescio quelli di Michele III e Tecla

L'imperatrice mantenne l'incarico di logoteta del dromo all'eunuco Teoctisto, che già lo aveva ricoperto sotto Michele II e Teofilo e che divenne rapidamente l'uomo forte del consiglio di Reggenza (1), mentre rimosse dal seggio patriarcale Giovanni VII Grammatico, che era stato precettore di Teofilo e ne aveva ispirato la politica iconoclasta, sostituendolo con l'iconodulo Metodio (4 marzo 843).

Teodora, Michele III e Teoctisto (in piedi con il copricapo bianco)
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 

Il nuovo patriarca convocò quindi un sinodo che condannò l'iconoclastia e ripristinò il culto delle immagini (2). La restaurazione del culto delle immagini fu sancita da una solenne cerimonia che si tenne in Santa Sofia l'11 marzo, prima domenica di Quaresima. In ricordo di ciò la chiesa ortodossa celebra tutt'oggi nella prima domenica di Quaresima la Festa dell'Ortodossia.

Solido aureo coniato durante la Reggenza
a significare la restaurazione del culto delle immagini, viene reintrodotta nella monetazione l'immagine del Cristo, assente per tutto il periodo iconoclasta

Ripristinata l'ortodossia la Reggenza condusse la repressione degli iconoclasti in maniera piuttosto blanda – tanto da entrare in conflitto con i monaci di Studion che avrebbero voluto una mano più pesante – mentre durissima fu la lotta all'eresia pauliciana che aveva prosperato sotto gli imperatori iconoclasti, in particolare sotto Costantino V (741-775).
La reggenza emise un decreto che rese obbligatoria per i pauliciani l'apostasia e la conversione all'ortodossia costantinopolitana, in caso di rifiuto era prevista la pena di morte. Fu inviato un esercito in Asia Minore che attaccò le roccaforti dei pauliciani che furono uccisi in gran numero (alcuni storici parlano di circa 100.000 morti), quelli che accettarono di abiurare furono deportati in Tracia mente altri si decisero a passare il confine mettendosi sotto la protezione dell'emiro di Melitene per il quale avrebbero da questo momento combattuto (3).

Il massacro dei Pauliciani
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 

Verso la metà degli anni '50, l'approssimarsi di Michele III alla maggiore età determinò un indebolimento della reggenza. Teodora cercò di ribadire la propria autorità indicendo un concorso di bellezza e costringendo il figlio – che aveva invece come amante Eudocia Ingerina – a sposarne la vincitrice, Eudocia Decapolitissa.
Il forzato matrimonio produsse però nel giovane imperatore solo un forte risentimento, fomentato ad arte dal fratello dell'imperatrice Barda che Teoctisto aveva estromesso dalla gestione del potere. Barda e i suoi vennero riammessi a corte e il 28 novembre 855 Teoctisto venne assassinato nella skyla, una sorta di anticamera che portava dal palazzo imperiale al kathisma.
Michele III dovette però attendere fino al marzo dell'856 per veder confermata dal Senato la sua intronizzazione. L'imperatore rimase comunque restio ad esercitare il potere direttamente, delegandolo di fatto a Barda che fu successivamente investito delle cariche di magistros, domestico delle Scholae, kuropalates e infine di cesare (862).
Nell'856 il cesare Barda scampò miracolosamente ad un attentato di cui accusò Teodora di esserne la mandante. In conseguenza di ciò l'imperatrice madre fu tonsurata e rinchiusa nel monastero di Gastria assieme alle figlie.

Teodora morì poco dopo l'assassinio di Michele III (25 settembre 867) e fu sepolta nel monastero di Gastria. Per i suoi meriti nella lotta contro le eresie fu canonizzata poco dopo la sua morte.
Dal monastero di Gastria, secondo il Sinassario, i suoi resti furono prelevati dai Veneziani il 14 maggio del 1489 e trasportati a Paramythia in Epiro dove rimasero fino al 1496 quando furono portate a Corfù dal prete Gregorio Kalohairetis. Dal 1841 sono conservati nella ricostruita chiesa cattedrale di Corfù della Vergine Speliotissa.

Note:

(1) A questo consiglio, oltre a Teoctisto, parteciparono inizialmente anche lo zio dell'imperatrice, Sergio Niceziate e i fratelli Barda e Petronas. Verso la fine dell'843, con un colpo di mano, Teoctisto convinse l'imperatrice ad estromettere dal consiglio i suoi parenti, esercitando da questo momento il potere de facto.

(2) Come unica condizione per il ripristino del culto delle immagini, Teodora chiese ed ottenne dal patriarca Metodio l'assoluzione del defunto marito. Venne quindi divulgata la pia menzogna di un pentimento di Teofilo in punto di morte ed il suo nome sfuggì alla condanna che invece toccò agli altri imperatori iconoclasti.

(3) L'emiro assegnò ai pauliciani alcune aree di confine dove questi poterono insediare una sorta di stato pauliciano autonomo che aveva i suoi punti di forza nelle roccaforti di Tephrike (l'attuale Divrigi in Turchia), sulla riva meridionale del fiume Çaltısuyu, un affluente dell'Eufrate occidentale e Argaun.


lunedì 1 maggio 2017

Alessio Ducas Filantropeno

Alessio Ducas Filantropeno


Alessio Ducas Filantropeno è' il primo membro noto della famiglia dei Filantropeni. Compare per la prima volta nelle fonti nel 1255 come comandante del thema di Ocrida (l'attuale Ohrid in Macedonia) durante le guerre intraprese dall'imperatore niceno Teodoro II Laskaris contro i Bulgari.
Agli inizi degli anni '60 fu nominato protostrator (1) ma, giacchè il mega doux (il comandante in capo della flotta), Michele Laskaris (2), era avanti negli anni e infermo, Filantropeno esercitava il comando de facto e fu nominato a sua volta mega doux dopo la morte di Michele Laskaris (3).
Dopo la riconquista di Costantinopoli, a capo della ricostituita flotta imperiale, viene inviato in Egeo e incaricato di compiere raid e incursioni contro i possedimenti latini da cui partivano le incursioni piratesche. In particolare occupò la città di Oreas (Rio), capitale del terziere settentrionale dell'isola di Eubea (4) dove si trovavano le basi dei corsari latini.
Nel 1270 fu probabilmente al comando del corpo di spedizione che Michele VIII inviò a presidiare l'area di Monemvasia e successivamente appoggiò l'azione del rinnegato latino Licario, fattosi vassallo dell'imperatore, volta alla conquista dell'intera isola di Eubea.

 
Battaglia di Demetriade: agli inizi del 1273, la squadra navale bizantina al comando di Filantropeno si trovava all'ancora nel porto di Demetriade, nei pressi dell'attuale città di Volos, per appoggiare le operazioni dirette dal fratello di Michele VIII Paleologo, il despota Giovanni, contro il signore della Tessaglia, il figlio illegittimo del despota d'Epiro Michele II, Giovanni I Ducas.
Sulla terraferma Giovanni Paleologo venne sonoramente sconfitto a Neopatras dalle forze combinate di Giovanni Ducas e del duca di Atene Giovanni I de la Roche, così i vassalli veneziani delle isole dell'Egeo (5) misero insieme una flotta, rafforzata da vascelli lombardi e cretesi, e postala agli ordini dell'ammiraglio veneziano Filippo Sanudo e del triarca di Negroponte (6) Giberto II da Verona, attaccarono la flotta bizantina nel porto di Demetriade.
Nonostante l'inferiorità numerica, i latini stavano per avere il sopravvento quando arrivarono sul teatro dello scontro le truppe di Giovanni Paleologo che, informato dell'imminente attacco alla flotta mentre si stava ritirando da Neopatras, con una marcia forzata aveva coperto nella notte una distanza di 40 miglia.
I soldati furono traghettati a bordo delle navi con piccole imbarcazioni e rovesciarono le sorti della battaglia. Al calar della sera tutte le navi nemiche eccetto due erano state catturate o messe fuori combattimento ed i latini avevano subito forti perdite umane. L'ammiraglio Filippo Sanudo fu preso prigioniero insieme a molti altri esponenti della nobiltà locale. Lo stesso Alessio Filantropeno fu comunque gravemente ferito durante la battaglia.

Da una moglie di cui non si conosce il nome ebbe una figlia che sposò il megas domestikos Michele Tarchaniote. Morì probabilmente nel 1275.

Note:
(1) Questo titolo compare per la prima volta nel 712 e significa letteralmente "primo degli stratores (stallieri)". Il Klētorologion (899) lo colloca al 48° posto, tra i 60 titoli ufficiali di palazzo. Successivamente acquisì una maggiore importanza e Niceta Coniata (1200) lo equipara al titolo occidentale di maresciallo. Nel De officialibus palatii Costantinopolitani et de officiis magnae ecclesiae di Pseudo-Codino (XV secolo) è collocato all'8° posto dei titoli di palazzo e poteva esssere conferito a più persone. Il titolo rimase in uso fino alla fine dell'impero e fu spesso conferito a comandanti militari.
(2) Si tratta di uno dei sei fratelli di Teodoro I Laskaris, il primo imperatore niceno.
(3) Non è ben chiara la data di morte di Michele Laskaris. Da un documento appare ancora vivo – e qundi in carica come mega doux – nel 1263.
(4) Per la suddivisione in terzieri dell'isola di Eubea vedi scheda Il Ducato dell'Arcipelago nota 1
(5) La madrepatria, viceversa, almeno in apparenza, si mantenne neutrale.
(6) Vedi nota 3.