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martedì 4 aprile 2017

Il cassone con dipinta la Caduta di Trebisonda

Il cassone con dipinta la Caduta di Trebisonda


E' un cassone nuziale fiorentino del XV secolo – oggi conservato nel Metropolitan Museum di New York - che, nella parte frontale, mostra dipinta la Caduta di Trebisonda.
E' segnalato per la prima volta in un articolo del Weisbach del 1913 come proveniente da casa Strozzi per la presenza delle insegne araldiche della famiglia (1). E' considerata opera della bottega fiorentina di Apollonio di Giovanni e Marco del Buono Giamberti.
In una variopinta scena di battaglia sono raffigurate due città: a sinistra Costantinopoli, identificabile dalla legenda e dall'accurata resa della topografia; in alto a destra Trebisonda, anch'essa identificata dalla legenda e, per la maggiore contiguità alla scena di battaglia, considerata come fulcro dell'azione.
Il tema raffigurato suggerisce quindi un termine post quem per la datazione (1461, caduta di Trebisonda) mentre la morte di Apollonio di Giovanni (1465) ne stabilisce uno ante quem.


Come già osservato la topografia costantinopolitana è molto accurata, sulla sponda opposta di un dilatato Corno d'Oro si distingue il sobborgo di Pera e più a nord, indicata come chastelo novo dalla didascalia, la fortezza di Rumeli Hisari fatta costruire nel 1452 da Maometto II sul versante europeo del Bosforo.
L'accuratezza topografica della ricostruzione della fortezza risulta evidente dal confronto con un suo schizzo realizzato da una spia veneziana all'incirca nel 1453.

Cod.membr.641, 1453 c.ca,
Biblioteca Trivulziana, Milano

Ben riconoscibile, sulla sponda asiatica, è anche il sobborgo di Scutari (l'antica Crisopoli) indicato dalla didascalia come Loscuterio).
 
Particolare della raffigurazione di Costantinopoli

All'interno delle mura di Costantinopoli si distinguono chiaramente la colonna di Giustiniano – priva della statua equestre dell'imperatore, come appariva già poco tempo dopo la conquista ottomana - e l'obelisco di Thutmosi III nella spina dell'Ippodromo. Ancora, in primo piano Santa Sofia, con la cupola e le due semicupole e, davanti ad essa e più bassa, la cupola di Sant'Irene. All'angolo nordoccidentale della città l'edificio a tre piani addossato alle mura è il palazzo delle Blacherne sul cui tetto sembra di veder sventolare il vessillo dei Paleologi,


a sinistra di questo un altro edificio coperto da cupola e a cui è addossato un porticato rappresenta molto probabilmente il katholikon del monastero di San Giovanni Battista nel quartiere di Petrion (2) mentre di più incerta identificazione è la chiesa a pianta basilicale con un tetto a doppio spiovente, eretta su un basamento a cui da accesso una scalinata di tre gradini. La chiesa presenta inoltre una facciata in cui si aprono tre portali, quello centrale dei quali sormontato da rosone e la didascalia la indica chiaramente come dedicata a San Francesco.

Nella rappresentazione di Trebisonda non si riscontra invece una altrettanta accuratezza topografica, sì che essa sembra corrispondere piuttosto ad un modello immaginario.
L'abbigliamento e l'armamento degli eserciti che si scontrano appaiono molto simili, differendo soltanto per la foggia dei copricapo: conici e, in alcuni casi, forniti di una falda ripiegata alla base o ornati da una piuma, per i trapezuntini; bassi ed ornati da una fascia bianca, a ricordare la forma di un turbante, per i turchi.
L'esito della battaglia è evidenziato dai prigionieri tapezuntini inginocchiati con le mani legate dietro la schiena nei pressi del campo nemico.

Andrea Paribeni (2001) ha però rilevato una serie di incongruenze in questa interpretazione:
1. L'ultimo imperatore di Trebisonda, Davide II Comneno, si arrese a Maometto II senza combattere. Non vi fu quindi alcuna battaglia (cfr. scheda L'impero di Trebisonda);
2. Maometto marciò su Trebisonda da Costantinopoli - quindi da ovest - e non da oriente come nel dipinto.
Ma è soprattutto la parola tanburlana che compare, appena sbiadita, nei pressi del carro che trasporta il comandante dell'esercito vincitore, a fargli avanzare l'ipotesi che l'esercito vittorioso proveniente da oriente sia quello dei mongoli di Tamerlano mentre gli sconfitti siano i turchi del sultano Beyazit I nella battaglia di Ankara (1402).
La presenza della città di Trebisonda – che comunque appare nel dipinto estranea alla battaglia (ad esempio non si notano soldati sulle mura) – andrebbe ricercata nella committenza che Paribeni fa risalire a Vanni degli Strozzi come dono nuziale per il matrimonio del fratello Ludovico con la figlia di Bertoldo Corsini e collega ad i suoi recenti interessi economici nella città di Trebisonda.
Il riferimento alla battaglia di Ankara alluderebbe inoltre ad una adesione del committente al progetto politico elaborato da papa Pio II Piccolomini intorno al 1458 di formare un'alleanza antiottomana tra i regni cristiani orientali e Unzun Hasan, il beg dei turcomanni di Ak Koyunlu (il Montone bianco) che aveva sposato Teodora Grande Comnena, figlia dell'imperatore trapezuntino Giovanni IV. Unzun Hasan, tra l'altro, aveva mutuato per sè proprio l'appellativo di nuovo Tamerlano.


In quest'ottica interpretativa, T.Braccini (2024) nella parte destra della scena identifica come Tamerlano la figura seduta nella tenda che colloquia con l'imperatore Davide II in sella al cavallo nero mentre sul carro trionfale siederebbero di nuovo Tamerlano e Unzun Hasan. La scena raffigurerebbe quindi uno scontro, auspicato ma storicamente mai avvenuto, tra la lega antiottomana guidata da Unzun Hasan e l'esercito ottomano di Maometto II per sottrarre alla conquista Trebisonda. La figura di anacronistica di Tamerlano sarebbe presente come auspicio di vittoria in memoria della battaglia di Ankara (3).


Note:

(1) Quando, circa un anno dopo l'articolo del Weisbach, il cassone venne acquistato dal Metropolitan Museum era però già privo di queste insegne. La provenienza da casa Strozzi sembra però confermata dall'impresa dipinta sulle fiancate laterali, un falcone ad ali spiegate appollaiato su un trespolo. Strozziere significa infatti falconiere.
 
 
(2) Sul monastero di San Giovanni Battista in Petra vedi scheda la chiesa di San Nicola al Bogdan saray, nota 2.

(3) Paribeni osserva che se da un lato un oggetto destinato ad un uso privato come un cassone può apparire poco adatto a veicolare un messaggio politico, dall'altro questo durante l'esposizione dei doni nuziali viene visto da tutti, ben prestandosi quindi al "doppio gioco" di un mercante fiorentino come Vanni Strozzi il cui animo si divideva tra gli interessi commerciali delle nuove relazioni che andava stringendo con gli ottomani e l'adesione allo spirito crociato. A questo Baccini aggiunge l'osservazione che  essendo l'alleanza antiottomana auspicata nata come conseguenza del matrimonio tra Unzun Hasan e Teodora, ciò rendeva il soggetto rappresentato appropriato per un dono nuziale



lunedì 23 luglio 2012

L'Impero di Trebisonda

L'Impero di Trebisonda (1204-1461)

Armi dei Comneni di Trebisonda


L'Impero di Trebisonda fu uno dei tre piccoli stati bizantini che sorsero dopo la conquista di Costantinopoli ad opera dei Crociati nel 1204, assieme all'Impero di Nicea e al Despotato d'Epiro.
Fu fondato da Alessio I Comneno grazie all'aiuto delle truppe fornite dalla regina Tamar di Georgia (1184-1212), con cui conquistò Trebisonda, Sinope e la Paflagonia, nella parte settentrionale dell'Anatolia, con i passi della catena del Ponto.
Alessio I, che era nipote dell'Imperatore bizantino Andronico I Comneno e, per parte di madre, di Giorgio III di Georgia (1156-1184), fece di Trebisonda la propria capitale e reclamò il titolo di legittimo successore dell'Imperatore bizantino.
L'Imperatore Andronico era stato deposto e ucciso nel 1185. Suo figlio Manuele Comneno, padre di Alessio, era stato accecato ed era successivamente morto a cause della ferita.
Le fonti concordano che Rusudan, moglie di Manuele e madre di Alessio I e Davide I, fuggì da Costantinopoli per sottrarsi alla persecuzione di Isacco II Angelo, successore di Andronico. Non è chiaro se si diresse in Georgia o sulla riva meridionale del Mar Nero, da dove la famiglia dei Comneni traeva le proprie origini, ma ci sono alcune prove che gli eredi avevano organizzato un territorio semi-indipendente con capitale Trebisonda già nel 1204.
I governanti di Trebisonda usarono i titoli di Grande Comneno (Megas Komnenos) e di Imperatore fino al crollo, nel 1461; a volte ci si riferisce a questo stato col nome di "Impero Comneno".
Trebisonda controllava inizialmente un territorio compatto, sulla costa meridionale del Mar Nero, comprendente le moderne province turche di Sinop, Ordu, Giresun, Trabzon, Bayburt, Gumushane, Rise e Artvin; nel XIII secolo controllò anche la cosiddetta provincia d'oltremare (Perateia), che includeva Cherson e Kerch nella penisola di Crimea. Davide Comneno si espanse rapidamente verso occidente, occupando prima Sinope, quindi la Paflagonia e poi l'Eraclea pontica, fino a che i suoi territori confinarono con quelli dell'Impero di Nicea. Questo strappò a Trebisonda i domini a ovest di Sinope nel 1206. Sinope stessa fu presa dai Selgiuchidi nel 1214.

L'Impero di Trebisonda nel momento della sua massima espansione

L'Impero comneno fu perennemente in conflitto prima col sultanato d'Iconio, poi con gli Ottomani, oltre che con Bisanzio e le Repubbliche marinare italiane, specialmente Genova, che aveva una base ad Amastris o Samastris (l'attuale cittadina di Amasra in Turchia), e minacciava i suoi confini.
Il titolo di impero era più teorico che pratico e la sua difesa venne garantita soprattutto aizzando i rivali uno contro l'altro e offrendo principesse in matrimonio con generosissime doti, soprattutto ai Turchi dell'Anatolia interna.
La distruzione di Baghdad da parte di Hulegu Khan nel 1258 rese Trebisonda l'estremo baluardo occidentale sulla via della seta, ed ebbe accesso ad enormi ricchezze sotto l'ala protettrice dei Mongoli. Marco Polo tornò in occidente dal suo viaggio in Cina attraverso questa città, nel 1295. Durante il governo di Alessio III (1349-1390) la città divenne uno dei maggiori centri commerciali e culturali al mondo.
Manuele III successe al padre Alessio III nel 1390 e si alleò con Tamerlano, traendo vantaggio dalla vittoria di questo sugli Ottomani nel 1402 alla Battaglia di Ankara.
Suo figlio Alessio IV diede due delle sue figlie in moglie a Jihan Shah, Khan dei Kara Koyunlu, e ad Ali Beg, Khan degli Ak Koyunlu, rivali tra loro, mentre la sua figlia maggiore Maria divenne la terza moglie dell'Imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo. Pero Tafur, che visitò la città nel 1437, riporta che la città era presidiata da una guarnigione di poco meno di 4000 soldati.
Giovanni IV non poté fare altro che vedere il proprio impero fare la fine di Costantinopoli: il Sultano Ottomano Murad II tentò di prendere la capitale per mare nel 1442, ma fu bloccato dal mare in burrasca; durante l'assedio di Belgrado da parte di Maometto II nel 1456, il governatore ottomano di Amiso (l'attuale Samsun) attaccò la città e, sebbene sconfitto, prese molti prigionieri e riscosse un forte tributo.

***

Alessio I Comneno (1204-1222): figlio di Manuele Comneno - a sua volta figlio di Andronico I Comneno, imperatore di Bisanzio (1182-1185) e della sua prima moglie di cui è ignoto il nome - e di Rusudan di Georgia, figlia del re Giorgio III. Lasciò il comando dell'esercito dell'impero nelle mani del fratello Davide I Comneno (+1212), che era un grande stratega ed era molto valoroso in battaglia. L'esercito di Davide combatté contro i niceni, comandati da Teodoro I Lascaris, in Bitinia nel 1205, ma fu sconfitto, così fu fermata l'avanzata trapezuntina sulla città di Eraclea Pontina. I trapezuntini non poterono riorganizzarsi per proseguire la guerra, come i due Comneni avrebbero voluto, visto che i selgiuchidi iniziarono ad attaccare i loro confini. Nel 1205 Trebisonda fu assediata, da parte dei selgiuchidi, guidati dal sultano Kay Khusraw I. L'assedio durò fino al 1206, e vide vittoriosi i trapezuntini, che erano comandati direttamente da Alessio.
Scampato il pericolo della caduta della capitale, i trapezuntini poterono nuovamente riorganizzarsi, per continuare la guerra contro i niceni. Davide ricominciò la sua avanzata sulla Bitinia e inviò il giovane generale Sinadeno a occupare la città nicena di Nicomedia (Nicea). Sinadeno non tenendo conto del pericolo che costituiva l'imperatore Teodoro I Lascaris, attraversò un passaggio dove era facile aspettarsi un'imboscata, infatti l'imboscata ci fu, gli uomini di Teodoro si scagliarono contro quelli di Sinadeno, battendoli e prendendo come prigioniero lo stesso Sinadeno.
Con la sconfitta dell'esercito trapezuntino, Davide fu costretto a riconoscere il confine con l'impero di Nicea alla città di Eraclea Pontica, anche se i niceni reclamavano anche il possesso di questa città.
Mentre Davide combatteva contro i niceni, Alessio salpò con la flotta trapezuntina, per approdare in Crimea, dove obbligò la popolazione del luogo, a diventargli tributaria. Cherson, Kerch e il loro entroterra divennero parte dell'impero, come provincia d'oltremare chiamata Perateia ('al di là del mare').
 Nel 1214 il sultano d'Iconio Kay Ka'us attaccò e prese Sinope catturando lo stesso imperatore che era accorso in sua difesa (alcuni storici collocano anche la morte del fratello Davide nel corso dell'assedio). Alessio fu rimesso sul trono solo dopo aver prestato giuramento al sultano come vassallo.
Sposò Teodora Axuchina da cui ebbe una figlia  di cui non si conosce il nome e due maschi, Giovanni e Manuele. Morì il 1 febbraio del 1222. Gli successe il genero Andronico Gido.

Andronico I Gido (1222-1235), genero di Alessio di cui aveva sposato la figlia. Potrebbe essere lo stesso generale che aveva precedentemente servito nell'esercito niceno. Nel 1224 dovette sostenere l'assedio del sultano d'Iconio Kay Ka'us che fu però catturato e condotto prigioniero a Trebisonda. Andronico siglò con lui un accordo che scioglieva il suo impero dai vincoli di vassallaggio che precedentemente lo legavano al sultanato.
Nel 1230 Jalal-ad-din, sultano di Khwarizm, invase l'Anatolia attaccando il sultanato d'Iconio. Andronico strinse con lui un patto di vassallaggio. Alla sua morte fu sepolto nella chiesa della Panaghia Crysokephalos.

Giovanni I Axuch Comneno (1235-1238), primogenito di Alessio I e Teodora Axuchina, morì dopo una caduta da cavallo nel corso di una partita di tzykanion (una sorta di polo).

 
Manuele I Comneno (1238-1263), fratello del precedente. Durante il suo regno fu costruita la chiesa di S.Sofia. Si sposò tre volte. Dalla prima moglie, Anna Xylaloe ebbe Andronico; dalla seconda, Rasudan di Georgia, Teodora e dalla terza, Irene Syrikaina, Giorgio e Giovanni.

Andronico II Comneno (1263-1266), primogenito di Manuele I di Trebisonda e della sua prima moglie, Anna Xylaloe, una nobildonna trapezuntina. Il suo regno è ricordato per la perdita per mano dei mongoli della città di Sinope che era stata riconquistata dal padre.

L'Impero di Trebisonda nel 1265

Giorgio di Trebisonda (1266-1280), figlio di Manuele I di Trebisonda e della sua terza moglie, Irene Syrikaina. Perseguì una politica antiaristocratica e appoggiò la fazione antiunionista contro l'imperatore di Bisanzio Michele VIII. Accusato dal khan mongolo Abaqua, di cui era vassallo, di non aver fornito il dovuto supporto nella campagna contro i mamelucchi d'Egitto, fu da questi convocato a Tabriz. Mentre vi si recava fu spodestato dai suoi cortigiani e sostituito dal fratello minore Giovanni.

Giovanni II Comneno (1280-1297), Il suo regno fu caratterizzato dai rapporti con l'Impero di Bisanzio. Nel 1282 sposò a Costantinopoli la terza figlia di Michele VIII, Eudocia Paleologina, ed appoggiò la politica unionista del suocero. Nel 1284, mentre si trovava a Costantinopoli, una rivolta appoggiata dai Georgiani portò per un breve periodo la sorellastra Teodora sul trono prima di essere sconfitta da Giovanni. Venne sepolto nella chiesa della Panaghia Chrysokephalos. Durante il suo regno, i regnanti di Trebisonda cominciarono ad usare il titolo di Grandi Comneni. Dal suo matrimonio nacquero due figli Alessio e Michele che, in periodi diversi, regnarono entrambi su Trebisonda.

Alessio II Comneno (1297-1330): figlio di Giovanni II Comneno ed Eudocia Paleologina, sorella dell'imperatore di Bisanzio Andronico II Paleologo. Salì al trono all'età di 14 anni sotto la tutela dello zio materno Andronico II. Sposò contro il volere di suo zio una principessa iberica (1), Djiadjak Jaqeli, figlia di Bekha II Jaqeli, atabeg di Samtskhe, nel 1300, affrancandosi con questo gesto dalla sua ingombrante tutela.
Nel 1306 entrò in conflitto con la colonia genovese stanziata a Daphnous, un suburbio di Trebisonda, così nel 1316 firmò un trattato con i veneziani in cui riconosceva ad essi gli stessi privilegi garantiti ai genovesi.
A lui si devono le mura marittime (1324) costruite per difendere il porto dalle incursioni dei pirati provenienti dall'emirato di Sinope.

(1) L'Iberia (latino: Iberia; greco antico: Ἰβηρία), anche conosciuta come Iveria, era il nome dato dagli antichi Greci e Romani all'antico regno georgiano di Kartli (IV secolo a.C.-V secolo) corrispondente all'incirca alle parti orientali e meridionali dell'odierna Georgia.

Andronico III Comneno (1330-1332): figlio di Alessio II e Djiadjak, una delle prime cose che fece, quando divenne imperatore, fu quella di fare uccidere i suoi due fratelli più giovani, Giorgio Azachoutlou Comneno e Michele Achpougas Comneno. Suo fratello Basilio Comneno e altri riuscirono a fuggire nell'impero bizantino, a Costantinopoli, dove probabilmente suo zio Michele Comneno, era già residente.
Andronico III morì nel 1332, dopo 20 mesi di regno, e riuscì a passare il trono al figlio illegittimo, Manuele II Comneno, avuto da una nobildonna di nome Syrikaina.

Manuele II Comneno (1332): fu incoronato imperatore all'età di otto anni, dopo la morte del padre Andronico II.
I crimini compiuti dal padre ricaddero sull'incolpevole imperatore-infante, deposto a furor di popolo otto mesi soltanto dopo la sua nomina a favore dello zio Basilio Comneno.
Proprio per la sua età giovane, Manuele venne avviato lo stesso anno della sua deposizione ad una vita monastica, ma l'anno successivo fu assassinato.

Basilio Comneno(1332-1340): figlio di Alessio II e Djiadjak. Richiamato dal suo esilio costantinopolitano dalla fazione filobizantina e incoronato imperatore, dovette subito reprimere la rivolta del partito favorevole al deposto Manuele, capeggiata dal megadux Giovanni.
Nel 1335 sposò Irene Paleologina, figlia illegittima dell'imperatore bizantino Andronico III ma i rapporti tra i due si deteriorano rapidamente. Prese un'amante dallo stesso nome, Irene di Trebisonda, che apparteneva all'aristocrazia locale e da cui ebbe quattro figli illegittimi Alessio, Giovanni, Teodora e Maria.
Morì nel 1340 probabilmente avvelenato dalla moglie legittima.

Irene Paleologina (1340-1341): alla morte del marito s'impadronì del trono (non è chiaro se nel 1339 Basilio, con l'appoggio del clero locale, fosse riuscito o meno a divorziare da lei e a sposare l'amante Irene di Trebisonda) ma la sua posizione rimaneva molto debole. Perchè fossero meglio controllati mandò i figli illegittimi del marito con la madre a Costantinopoli alla corte del padre Andronico III.
Invaghitasi del Gran Domestico diede scandalo e la corte si divise in tre fazioni:
a. la famiglia degli Amytzantarants che, con i mercenari bizantini forniti da Andronico, parteggiava per l'imperatrice.
b. una fazione fedele alla dinastia Comnena, che comprendeva la guardia palatina ed era capeggiata dal Signore di Tzanich che ne era il comandante.
c. la fazione del mega dux Giovanni l'eunuco di Limnea
Nel luglio del 1340 gli oppositori si asserragliarono nel monastero di Sant'Eugenio nella capitale ma il mega dux decise di intervenire a sostegno dell'imperatrice e li fece bombardare e massacrare dalle sue truppe.
Nel frattempo i turchi attaccarono e riuscirono a dare fuoco a gran parte dei suburbi della città pur senza riuscire a prenderla, la situazione fu ancora più esacerbata dal dilagare di un'epidemia di peste scatenata dai cadaveri di uomini e animali lasciati insepolti.
I nobili scampati al massacro di Sant'Eugenio trovarono in Anna Anachoutlou, figlia di Alessio II, una legittima pretendente. La convinsero a deporre il velo monastico e la incoronarono a Lazica e quindi marciarono sulla capitale praticamente senza incontrare resistenza. Irene fu deposta nel luglio del 1341.

Anna Anachoutlou Comnena (1341-1342): dopo solo tre settimane di regno giunse a Trebisonda, scortato da tre galee e da un corpo scelto di soldati bizantini, Michele Comneno, il secondo figlio di Giovanni II Comneno, che era stato indicato dalla Reggenza di Costantinopoli come marito per la deposta Irene.
Il patriarca Akakios, il comandante della guardia palatina (scholarii) Niceta Scholares e parte della nobiltà lo accolsero apparentemente come legittimo regnante con una cerimonia ufficiale. Questi si ritirò a palazzo in attesa di essere incoronato il giorno successivo. Nella notte i nobili incitarono il popolo alla rivolta paventando l'invasione di nuovi avventurieri bizantini giunti con Michele. All'alba Michele fu catturato e mandato in esilio a Oinaion (Unye), Irene fu caricata a bordo di una nave franca e rispedita a Costantinopoli con i superstiti del seguito di Michele. I nobili di Lazica presero così l'effettivo controllo dello stato.

I capi della fazione filobizantina degli Scholarii, tra cui Niceta Scholares, Gregorio Meitzomates e Costantino Doranites, giunti a Costantinopoli persuasero Giovanni, figlio di Michele, a mettersi alla testa di una rivolta. Furono ingaggiate tre galee genovesi e un corpo di mercenari bizantini. Gli insorti sbarcarono a Trebisonda il 4 settembre del 1342 e dopo aspri combattimenti ebbero ragione delle truppe di Lazica. L'imperatrice fu strangolata e molti suoi sostenitori uccisi e Giovanni III proclamato imperatore e incoronato nella Crysokephalos.

Giovanni III Comneno (1342-1344): si distinse per l'assoluta inettitudine ed il suo indulgere ai vizi. Nel 1344 Niceta e le truppe a lui fedeli marciarono su Limnia e liberarono Michele, in maggio entrarono in Trebisonda e lo proclamarono imperatore. L'imperatore deposto fu mandato dal padre nel monastero di S.Saba e, successivamente, ad Adrianopoli.

Michele I Comneno (1344-1349): appena insediato nominò Niceta Scholares mega dux ma fu costretto a firmare un atto in cui prometteva di rimettere il potere legislativo e l'amministrazione della cosa pubblica nelle mani degli alti gradi della pubblica amministrazione e del Senato (costituzione oligarchica) che erano per lo più occupati dagli Scholarii. Questo suscitò l'indignazione del popolo e della fazione lazica. Nel novembre del 1345 Niceta, lo lo stratopedarca Gregorio Meitzomates ed altri leader della fazione degli Scholarii furono arrestati e Michele restaurò il potere assoluto. Durante il suo regno i Genovesi presero il completo controllo del porto. Michele fu infatti costretto a cedere loro la fortezza di Leontocastro. Fu deposto il 13 dicembre del 1349 dagli Scholarii, nuovamente guidati da Niceta che pochi giorni prima Michele era stato costretto a liberare e reintegrare nella carica di mega dux. Fu rinchiuso nel monastero di S.Saba dove rimase fino al 1351 quando fu mandato a Costantinopoli.

Alessio III Comneno (1349-1390): figlio di Basilio e della sua amante o seconda moglie Irene. Portato a Trebisonda da Costantinopoli dagli Scholarii col beneplacito di Giovanni VI Cantacuzeno, fu incoronato nella chiesa di S.Eugenio all'età di undici anni. Si chiamava in realtà Giovanni ma prese il nome di Alessio in onore sia del fratello maggiore scomparso prematuramente sia di suo nonno Alessio II. Nel 1351 sposò Teodora Cantacuzena, figlia del cugino dell'imperatore, che gli diede quattro figli (Anna, Basilio, Manuele e Eudocia). Rafforzata la sua posizione con questo matrimonio e con quello della sorella Maria con Fahreddin, Kutlubeg di Ak Koyunlu , si sbarazzò del mega dux Niceta Scholares. Costretto a lasciare Trebisonda nel 1354, il mega dux fu abbandonato dai suoi sostenitori l'anno successivo mentre tentava di marciare sulla città. Alessio prese Kerasous in sua assenza e assediò Kenchrina, l'ultima roccaforte. Niceta ed i nobili della sua fazione furono catturati e portati a Trebisonda, dove questi morì nel 1360. Così terminò la guerra civile iniziata con la morte di Basilio.

Alessio III Comneno e la moglie Teodora Cantacuzeno
raffigurati nel typikon del monastero di Dyonisiou, 1374
Monastero di Dyonisiou, Monthe Athos
 
Durante il suo lungo regno restaurò la capitale e fece molte donazioni ai monasteri, in particolare a quello di Sumela, e fondò quello di Dionysiou sul Monte Athos.
Sua figlia Eudocia sposò in seconde nozze il serbo Costantino Dragas, Signore di Vardar e Serres. Dalla loro unione nacque Elena Dragas, la madre di Costantino XI, ultimo imperatore di Bisanzio.

 
Manuele III Comneno (1390-1416): Figlio di Alessio III e Teodora Cantacuzena. Sposa in prime nozze la vedova del fratellastro Andronico (*), Gulkhan (ribattezzata Eudocia), figlia di David IX di Georgia da cui avrà Alessio. Nel 1395, alla morte di Eudocia, sposerà in seconde nozze Anna Filantropena Kyra, figlia di Manuele Angelo Filantropeno che fu l'ultimo governatore bizantino della Tessaglia prima della conquista turca (1393).
Dal 1402 al 1405 fu di fatto vassallo di Tamerlano al cui sforzo bellico contro i Turchi contribuì con venti galee. Gli ultimi anni furono caratterizzati da dissapori con il figlio a cui pure aveva dato il titolo di despota. Il favorito di Manuele, che era di umili origini e a cui l'imperatore aveva conferito la carica di comandante della guardia imperiale (Chourtzis), era divenuto molto influente nonché inviso ai nobili che spinsero Alessio a ribellarsi e a chiederne il bando. Manuele fu assediato nella cittadella e alla fine consentì a rimuovere il favorito dalla carica.
(*) Figlio illegittimo di Alessio III morì in circostanze non del tutto chiare cadendo da una balconata del Palazzo imperiale.

Alessio IV Comneno (1417-1429). Figlio di Manuele III e di Gulkan (Eudocia). Come suo nonno sposò una Teodora Cantecuzena. Sua figlia Maria divenne la terza moglie di Giovanni VIII Paleologo. Salito al trono alla morte del padre conferì al suo primogenito Giovanni il titolo di despota.
Nel 1426 Giovanni, impropriamente detto “il buono ” (Kalojoannes), assassinò il protovestiario - carica che a Trebisonda equivaleva a quella di Primo Ministro - accusandolo di essere l'amante della madre e rinchiuse i genitori nei loro appartamenti nella cittadella di cui si era impossessato. La nobiltà fedele ad Alessio li liberò e Giovanni fu costretto a riparare in Georgia.
Alessio nominò allora despota il secondogenito Alessandro (*) che sposò Maria Gattilusio, figlia di Dorino, signore di Lesbo.
Nel 1429 Giovanni, che nel frattempo si era spostato a Caffa, armò una galea ed assoldò dei mercenari assieme ai quali sbarcò nei pressi della fortezza di Kordyle (l'attuale Akçakale) dove si asseragliò nel monastero di S.Foca attendendo le mosse dei suoi partigiani nella capitale (la potente famiglia dei Kabasitas).
Alessio, sentendosi sicurò della lealtà della popolazione, lasciò la città alla testa delle truppe e pose il campo ad Archontes. Fu assassinato nella notte nella sua tenda da due emissari di Giovanni.
Giovanni entrò in città senza incontrare resistenza e fece celebrare delle esequie pompose per il padre, il cui corpo fu trasportato al monastero della Theoskepastos e successivamente inumato nella Chrysokephalos.
(*) di lui si perdono praticamente le tracce.


Giovanni IV Comneno (1429-1459): subito dopo la caduta di Costantinopoli (1453), Maometto II intimò a Giovanni IV di pagare un tributo ed impose pesanti pedaggi alle navi trapezuntine e veneziane che attraversavano gli stretti sotto il suo controllo.Giovanni non aderì in pieno alle richieste del sultano e nel 1456 il governatore ottomano di Amasya ricevette l'ordine di attaccarlo. Quando la capitale era sul punto di cadere, Giovanni accettò di pagare un tributo annuale di 2.000 pezzi d'oro.
Sposò in prime nozze la figlia del re Alessandro I di Georgia di cui non si conosce il nome e che gli diede un figlio maschio che morì prima di lui. In seconde nozze, caso unico nella storia degli imperatori bizantini, sposò la figlia di un principe turco da cui ebbe due figlie: Teodora e Valenza.
Cercò quindi di rafforzare la sua posizione per mezzo di alleanze matrimoniali dando in sposa la prima - considerata all'epoca una delle donne più belle del mondo - a Uzun Hasan beg di Ak Koyunlu (*) e l'altra a Niccolò Crespo, signore di Syros.
(*) Letteralmente L'orda del Montone bianco, era una confederazione di tribù turcomanne antagonista degli Ottomani.

Davide II Comneno (1459-1461). Terzogenito di Alessio IV e Teodora Cantacuzena. Aveva ricevuto in vita dal fratello Giovanni IV il titolo di despota che a Trebisonda indicava l'erede al trono, quindi vi ascese automaticamente (il 22 aprile 1459) alla morte di questi. Sposò in seconde nozze (1) Elena Cantacuzena – una nipote dell'imperatore di Bisanzio Giovanni VI - da cui ebbe diversi figli.
Ai primi di luglio la flotta turca raggiunse Trebisonda e saccheggiò i suoi sobborghi.
Davide, su pressione del suo Tesoriere Giorgio Amiroutzes, si arrese alle truppe di Maometto II il 15 agosto 1461 dopo circa un mese di assedio.

Davide II Grande Comneno, cassone di Trebisonda 1461-1465
Metropolitan Museum
New York

L'imperatore deposto fu portato ad Adrianopoli insieme alla sua famiglia e ricevette i profitti delle proprietà nella valle dello Strimone, pari ad un reddito annuale di circa 300.000 pezzi d'argento. Gli stretti legami familiari e lo scambio continuo di corrispondenza fra Davide e Uzun Hasan, beg dei turcomanni di Ak Koyunlu (Montone bianco), vennero denunciati al sultano da Giorgio Amiroutzes, e questa accusa fornì una giustificazione sufficiente per fare imprigionare Davide insieme ai suoi figli nel marzo 1463.
Il 1º novembre, del 1463 a Costantinopoli fu decapitato insieme a suo nipote Alessio (il figlio di Giovanni IV) ed a tre dei suoi figli. Soltanto un figlio, Giorgio, fu risparmiato per la sua giovane età e si convertì all'Islam.
La cognata Maria Gattilusio entrò nell'harem del sultano e suo figlio ne divenne uno dei paggi favoriti.

Note

(1) In prime nozze (1429) aveva sposato Maria di Gotia, la figlia di Alessio I Gabras, il Signore del Principato di Teodoro, un'enclave bizantina in Crimea conosciuta anche con il nome di Gotia. Non è chiaro se alcuni e quali dei numerosi figli di Davide II ebbero lei come madre.





mercoledì 11 aprile 2012

Maria Comnena di Trebisonda

Maria Comnena di Trebisonda (1403 c.ca-1439)


Maria Comnena, figlia di Alessio IV Comneno di Trebisonda e di Teodora Cantacuzena sposò nel settembre del 1427, all'età di 23-24 anni, Giovanni VIII Paleologo giunto alle sue terze nozze. Era considerata una delle donne più belle del suo tempo.

Un giorno [a Santa Sofia] vidi il patriarca celebrare la funzione alla loro maniera, alla presenza dell'imperatore [Giovanni VIII], di sua madre [Elena Dragas] e di sua moglie [Maria Comnena], che è una dama bellissima, figlia dell'imperatore di Trebisonda, e di suo fratello [Tommaso Paleologo], che era despota di Morea.
(...) Rimasi anche senza bere nè mangiare fino al vespro, molto tardi, per rivedere l'imperatrice, che aveva pranzato in una residenza nei pressi. In chiesa, infatti, mi era sembrata bellissima, e io volevo guardarla all'aperto, e anche scoprire come andava a cavallo.
(...)  La mia prima impressione fu confermata; anzi, mi sembrò ancora più bella. Mi avvicinai così tanto che mi fu intimato di tirarmi indietro. Mi parve che non si potesse scorgere in lei la minima imperfezione, se non forse che aveva il viso truccato, anche se non ne aveva alcun bisogno, perchè era giovane e di pelle candida.
(Bertrandon de la Broquière, Le voyage d'Outre-Mer, 1432-1433)

Morì nel 1439 senza dargli figli. E' sepolta a Costantinopoli nel Monastero del Pantokrator.

 San Giorgio e la principessa, Chiesa di S.Anastasia, Cappella dei Pellegrini, Verona


Questo dipinto venne commissionato a Pisanello dalla famiglia Pellegrini, come si legge nel testamento di Andrea Pellegrini nel 1429. L'affresco esterno, solo parzialmente conservato, era solo una parte del ciclo che decorava l'intera cappella. La datazione è incerta.
In genere viene collocata tra il ritorno da Roma di Pisanello nel 1433 e la partenza per Ferrara del 1438.
Altri lo datano al soggiorno veronese del 1426 circa, ma con meno consensi.
Altri infine lo hanno collocato al 1444-1446, dopo il concilio di Ferrara, come farebbero pensare alcuni dettagli legati ai ritratti del corteo di dignitari bizantini (come il cavallo dalle narici spaccate, donato nella realtà a Giovanni VIII Paleologo a Ferrara nel 1438 da un ricco possidente della delegazione conciliare russa, o le fogge dei copricapi di alcuni personaggi). Ma tali dettagli potrebbero anche derivare dal corteo di Manuele II al Concilio di Costanza (1414-1418), come se ne dovevano già trovare nei perduti affreschi realizzati da Pisanello nella basilica di San Giovanni in Laterano, stando ad alcuni schizzi e disegni superstiti da essi derivati.

Purtroppo l'opera rimase a lungo esposta alle infiltrazioni d'acqua provenienti dal tetto della chiesa, riportando seri danni (che hanno colpito soprattutto la parte dell'affresco dove è raffigurato il drago). La parte superstite venne staccata dal muro nel XIX secolo, salvandola dalla sorte dell'altra metà, ma anche perdendo tutte le decorazioni metalliche e le dorature.

L'affresco era composto da due parti, quella destra, con il commiato di San Giorgio dalla principessa di Trebisonda, che ci è pervenuta in condizioni buone, e quella sinistra, con il drago al di là del mare, che è quasi totalmente perduta.
L'opera superstite mostra al centro San Giorgio, il suo cavallo bianco (di terga) e un levriero dal'aspetto mansueto mentre più in basso un altro cane ringhia minaccioso verso il santo e la principessa, dai tratti nobili e finissimi; a destra altri due cavalli, uno di fronte e uno di profilo. Straordinaria è la ricchezza delle armature e dei paramenti delle cavalcature, come anche la ricercatezza delle vesti e delle acconciature della principessa e del suo seguito.
Maria Comnena è dipinta di profilo, come nelle effigi delle medaglie, ed ha un'acconciatura molto elaborata, con fasce che trattengono sospesa la grande massa di capelli e l'attaccatura della capigliatura altissima, come nella moda dei primi decenni del secolo, ottenuta depilando i capelli sulla fronte e le tempie con una candela accesa. Ha la pelle candida e sottili capelli biondi, sopracciglia alte e sottili, gli occhi appena sottolineati da una linea di bistro. Il suo abito sontuoso è di stoffa e pelliccia (Pisanello non ebbe certo mai modo di vedere l'imperatrice dal vero ma, essendo stato ufficialmente assunto dall'imperatore, potrebbe aver visto un ritratto che questi portava con sé).



Il santo è ritratto con un piede già sulla staffa, nell'atto di salire sul cavallo con lo sguardo già rivolto verso la sua destinazione, una barchetta che lo traghetterà dal mostruoso drago.
Un cagnolino e un muflone si trovano in basso, tra le rocce, e dimostrano, ancora una volta, la predilezione dell'autore per le raffigurazioni di animali. La parte sinistra è occupata dal corteo di curiosi, di dimensione più piccola, radunatisi nei pressi dell'attracco dove è già pronta la barca, con la quale l'eroe deve salpare. I loro volti presentano una grande varietà di ritratti, studiati accuratamente come testimoniano i molti disegni fatti da Pisanello e dalla sua bottega (in larga parte oggi al Cabinet des Dessins del Louvre). Tra questi spiccano i due volti grotteschi a sinistra, forse due "turcimanni", ispirati dalle descrizioni degli ottomani che stavano assediando l'Impero bizantino, o suggestionati da più antichi resoconti sull'invasione dell'Orda d'Oro.




Accanto ai due turchi, un gruppo di dignitari bizantini. Giovanni VIII dovrebbe essere quello al centro, vestito d'ermellino, leggermente arretrato e che monta il cavallo dalle narici spaccate. Affiancato da due suoi fratelli (Demetrio e Tommaso che lo accompagnarono nel viaggio in Italia in occasione del Concilio di Ferrara-Firenze del 1438-1439) data la somiglianza delle fisionomie.
La parte superiore è occupata da un'alta rupe che incombe sul mare, molto goticheggiante, e dalla città ideale di Trebisonda, dalla ricchissima architettura, popolata da fitte torri, guglie di edifici religiosi e, all'estrema destra, un castello. Queste immaginifiche architetture contribuiscono alla creazione di un'atmosfera fiabesca, rotta però, come tipico nel gotico internazionale, da notazioni macabre e grottesche: fuori dalla porta cittadina si trovano infatti due impiccati alla forca, uno addirittura coi pantaloni abbassati.
Il cielo è ormai annerito e non permette di comprendere i giochi di luce che unificavano la rappresentazione. I volti hanno perso le velature a tempera, acquistando un pallore esasperato, come si vede bene nel volto del san Giorgio. L'argento delle armature, ottenuto anche con inserti metallici, è quasi completamente sparito, lasciando una superficie annerita.
Nel lato perduto del dipinto si sono salvati pochissimi dettagli, come quello, vivissimo, di una salamandra che cammina tra i resti (ossa e altro) dei pasti del drago.

Esiste un'interpretazione in chiave storica degli affreschi di San Giorgio (cfr. Silvia Ronchey, L'Enigma di Piero, Regesto Maior) che si ricollega ad altre opere nell'ambito delle iniziative per il riavvicinamento tra Chiesa greca e Chiesa latina, il salvataggio di Costantinopoli e l'eredità del pericolante Impero bizantino. La possibilità è suggerita dalla presenza di personaggi con i cappelli tipici della corte bizantina, e dal tema generale: San Giorgio sarebbe il simbolo della Cristianità che si prepara a liberarsi da un pericolo oltremare (i turchi), per salvare una principessa che rappresenterebbe Costantinopli, in particolare nelle fattezze di Maria Comnena di Trebisonda, moglie di Giovanni VIII Paleologo. Il drago sarebbe quindi una rappresentazione simbolica del sultano ottomano Murad I, con i due cuccioli, uno più grande (Mehmet II) e uno più piccolo (Alaeddin Alì).



Tra il 1431 ed il 1432 Pisanello si trasferì a Roma, per continuare a San Giovanni in Laterano gli affreschi lasciati incompiuti da Gentile da Fabriano a causa della sua morte (1427). L'opera, più che una continuazione, doveva essere il seguito di una collaborazione già avviata prima, come farebbe pensare il fatto che Gentile lasciò i propri strumenti da lavoro a Pisanello. Di questo affresco, che decorava l'intera navata centrale, non vi è più traccia poiché venne distrutto durante il rifacimento della Basilica compiuto nel 1650 da Borromini. Lo stesso Borromini ne curò la parziale riproduzione in disegno che oggi si trova a Berlino presso la Kunstbibliothek.
Un piccolo frammento è forse la testa di principessa oggi al museo di Palazzo Venezia a Roma (a sn.)
Stante le innegabili analogie tra i due ritratti, se ammettiamo che il volto femminile di Palazzo Venezia ritragga Maria Comnena di Trebisonda com’era dieci anni prima del concilio di Ferrara, ci ritroviamo di fronte al problema già sorto per la sua presumibile raffigurazione nelle Storie di San Giorgio a Verona nel 1438-39: come facesse cioè Pisanello a conoscere i suoi tratti. Si potrebbe in linea teorica presumere che in quello stesso 1427, data delle terze nozze imperiali costantinopolitane oltreché della morte di Gentile e del possibile subentro di Pisanello, un ritratto della nuova sposa fosse stato fatto pervenire al papa, o che magari Pisanello si fosse basato su descrizioni, orali o scritte, considerati anche i molti italiani che facevano la spola con Costantinopoli.
Ma, nella pratica, quest’ipotesi non regge: descrizioni orali o scritte non restituiscono mai la precisione d’immagine di un disegno o di un quadro.
D’altra parte, avanzare la pur suggestiva e seducente ipotesi che Pisanello si sia recato a Costantinopoli di persona - come avrebbe fatto in seguito Gentile Bellini per ritrarre il sultano turco - magari per portare lui stesso a corte il famigerato ritratto che secondo Venturi il papa gli avrebbe commissionato, sarebbe, nella totale mancanza non solo di riscontri biografici ma, per ora, di indizi di qualsiasi sorta, quanto meno arbitrario.
L’unica cosa che ci si può spingere ad affermare con un ragionevole margine di probabilità, se non di certezza, è che, comunque siano andate le cose, sin dalla fine degli anni 20 del Quattrocento il pittore italiano che sarebbe stato prescelto da Giovanni VIII per ritrarlo aveva già raffigurato il pallido profilo lunare di una giovanee bionda orientale; e che costei era la medesima donna che una decina di anni più tardi, quando appunto avrebbe disegnato dal vivo il basileus suo consorte, Pisanello ridipinse, stavolta come simbolo della bellezza bizantina insidiata dal drago turco, ieraticamente immobile davanti a un san Giorgio simbolo dell'occidente chiamato a salvarla.

Il torneo-battaglia di Louvezerp


Il Torneo-battaglia di Louvezerp è un affresco a soggetto cavalleresco dipinto da Pisanello tra il 1436 e il 1444 nel Palazzo Ducale di Mantova, in particolare nell'ala detta Corte Vecchia nella cosiddetta sala dei Duchi, su commissione del duca Gianfrancesco I Gonzaga. La scena venne imbiancata in un'epoca imprecisata e riscoperta negli anni Sessanta dal sovrintendente Giovanni Paccagnini e immediatamente restaurata. Lo stacco ne ha rivelato la sinopia conservata molto bene.
Il termine post quem è fornito dal riconoscimento nel fregio che corre sopra l'affresco del "collare delle S", onorificenza che fu concessa nel 1436 da Enrico VI d'Inghilterra al marchese Gianfrancesco I Gonzaga. Il termine ante quem è invece dato dall'anno di morte del duca (1444).
Il soggetto rappresentato – il torneo-battaglia di Louvezerp – è tratto dal Tristan en prose: Lancillotto e Tristano combattono alla presenza di Ginevra e Isotta prima di partire alla ricerca del santo Graal. Sono già stati sconfitti altri cavalieri, i cui nomi si trovano scritti nelle sinopie accanto alle rispettive figure: Calibor as dures mains, Arfassart li gros, Malies de l’espine, Sarduc li blans, Kallas le petit, Calaarot le petit, Patrides au cercle d’or. La ragione del tema rappresentato è data dall'aspirazione dei Gonzaga di discendere da Bohart, uno dei cavalieri della Tavola rotonda che è rappresentato nell'affresco.
Diana Gilliland Wright nel suo Pavane for a Dead Princess: part five ha recentemente notato la straordinaria somiglianza tra una delle donne che assistono al torneo dal palco ed il frammento attribuito a Pisanello conservato a Palazzo Venezia a Roma.


L'acconciatura dei capelli è assolutamente identica, compreso il nastro che la sorregge sopra la testa scoprendo la fronte e la ciocca che ricade sulla tempia, come identici appaiono il taglio degli occhi e la linea delle sopracciglie. Entrambe invece sembrano non essere depilate sulle tempie come sembra essere la principessa dell'affresco di Verona.
La Gilliland Wright osserva come la presenza di un ritratto di Maria Comnena di Trebisonda nell'affresco del Palazzo ducale di Mantova non avrebbe alcuna giustificazione mentre l'avrebbe invece quello di Cleofe Malatesta, sorella minore di Paola Malatesta - moglie del duca Gianfrancesco I Gonzaga - e moglie del despota di Morea Teodoro II Paleologo, con cui suggerisce d'identificare il ritratto.