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domenica 18 marzo 2018

L'eresia pauliciana e lo stato pauliciano autonomo

L'eresia pauliciana e lo stato pauliciano autonomo


Per quanto riguarda la dottrina, l'eresia pauliciana si sviluppa a partire dal tema gnostico delle due divinità: per i pauliciani esistono infatti un Dio malvagio creatore del cielo e della terra (identificabile in Jahweh, il Dio vendicativo dell'Antico Testamento) ed un Dio buono (il Dio del Nuovo Testamento), più alto e lontano, che risiede nelle sfere superiori, che ha creato lo spirito e l'anima e ha inviato il Cristo.
I Pauliciani riconoscevano come testi sacri solo il Nuovo Testamento (più probabilmente il Canone pauliciano comprendeva soltanto i quattro Vangeli e le Lettere di San Paolo) e consideravano Cristo un angelo, o un eone, inviato agli uomini brancolanti nelle tenebre terrene per rivelare il vero Dio buono e indicare la via della salvezza. Rifiutavano inoltre le gerarchie ecclesiastiche, ritenevano inutili i sacramenti e superflui i riti e tutte le forme esteriori delle chiese organizzate, fra cui il culto delle immagini. Rifiutavano però il battesimo e la comunione nelle loro forme esteriori (l'acqua, il pane, il vino) poiché il vero battesimo e la vera comunione non sono che le parole del Cristo che si definisce “acqua vivente” (Giovanni, IV, 1-15) e si offre come cibo mistico.
Le loro comunità si articolavano in pochi “Perfetti”, casti, astemi e vegetariani, che si astenevano da qualunque tipo di violenza contro gli esseri viventi; e una più numerosa schiera di “Catecumeni” o “Uditori”, che erano tenuti ad osservare una morale meno austera, fino a che non si sentissero pronti per assumere lo “status” di “Perfetti”.

Storicamente la setta venne fondata nel 655 da un certo Costantino di Manamali (così detto dal suo luogo di nascita, un villaggio della Commagene nei pressi di Samosata); egli si sentì investito della missione di restaurare il puro spirito del cristianesimo quale era stato predicato da Paolo di Tarso, e pertanto, dopo aver cambiato il suo nome in Silvano (come quello di uno dei discepoli di San Paolo) (1), fondò la sua chiesa a Kibossa, in Armenia.

Nel 682 – durante il regno di Costantino IV - egli fu condannato alla lapidazione per eresia, ma il comandante delle truppe bizantine che l’avevano arrestato ed eseguito la condanna, Simeone, colpito dal contegno dignitoso e ascetico del capo religioso, si convertì inaspettatamente alla dottrina dei pauliciani e divenne il nuovo capo della comunità con il nome di Tito, fino al 690, anno nel quale anch’egli fu a sua volta condannato alla morte sul rogo.
Dopo un momentaneo declino, i seguaci di Simeone (Tito) si diedero una salda organizzazione, stabilendo il loro quartier generale nella città di Episparis, in età più antica detta Eupatoria, (l'odierna Erek, nella Turchia orientale). In questo periodo si susseguirono diversi maestri, tra i quali Paolo l’Armeno, dal quale secondo alcuni avrebbe tratto il nome la setta (2).
Alla morte di Paolo l’Armeno nel 715, gli succedette nella guida della comunità suo figlio Genesio, che assunse il nome di Timoteo. Questi fu ricevuto a Costantinopoli dall’imperatore Leone III Isaurico (717-741) che lo prosciolse dall’accusa di eresia e gli consentì di tornare ad Episparis dove morì nel 746 nel corso di un'epidemia di peste.
Gli imperatori della dinastia isaurica - in particolare Costantino V (741-775) del quale si dice fosse egli stesso pauliciano (Giorgio Monaco, Cronikon) – concessero ampia libertà di culto a questa eresia sia per la comune iconoclastia, sia per il fatto che molti pauliciani accettarono di arruolarsi nelle truppe dislocate alla frontiera con il califfato.

Già nella seconda decade del IX secolo tuttavia- quando a capo del movimento pauliciano era il suo settimo e ultimo maestro Sergio (Tychikos) - Michele I Rangabe (811-813) e gli imperatori della dinastia amoriana dovettero fronteggiare numerose rivolte di stampo autonomista nei territori dell'Asia Minore dove il paulicianesimo era particolarmente diffuso, a cui risposero con la repressione e le persecuzioni.
Durante il regno di Leone V (813-820) i disordini culminarono con l'assassinio da parte di bande armate pauliciane (i cosiddetti astatoi, l'ala militare del movimento) del vescovo di Neocesarea, Tommaso, e di un alto funzionario imperiale, Parakondakes, a Kynochorion, considerati come i loro principali persecutori (3).

Alla morte di Sergio (Tychikos), la guida del movimento passò nelle mani di un consiglio formato dai suoi discepoli che furono detti synekdemoi, tra questi si ricordano Michele, Kanakares e Giovanni Aoratos - che ebbero anche il titolo di hiereis (sacerdoti) – Teodoto, Basilio e Zosimo.

Nell'843-844 un ex ufficiale dell'esercito bizantino di nome Karbeas prese la direzione politico-militare del movimento. Fino a questo momento il capo religioso del movimento ne era stato anche il capo politico-militare, Karbeas, e il suo successore Chrysocheir, furono invece soprattutto dei comandanti militari, sembra quindi probabile che i synekdemoi ne mantennero la guida spirituale.


Lo stato pauliciano autonomo (843-878)

Nell'843 l'imperatrice Teodora (all'epoca reggente per il figlio Michele III), determinata assieme al suo primo ministro Teoctisto a stroncare l'eresia, emise un decreto che rese obbligatoria per i pauliciani l'apostasia e la conversione all'ortodossia costantinopolitana e che, in caso di rifiuto, prevedeva la pena di morte. Fu quindi inviato un esercito in Asia Minore che attaccò le roccaforti dei pauliciani che furono uccisi in gran numero, quelli che accettarono di abiurare furono deportati in Tracia mente altri (circa 5.000), guidati da Karbeas, si decisero a passare il confine mettendosi sotto la protezione dell'emiro di Melitene Umar al-Aqta per il quale avrebbero da questo momento combattuto.
L'emiro assegnò ai pauliciani alcune aree di confine lungo l'alto corso dell'Eufrate dove questi poterono insediare una sorta di stato pauliciano autonomo che ebbe come capitale la roccaforte di Tephrike (l'attuale Divrigi in Turchia), sulla riva meridionale del fiume Çaltısuyu, un affluente dell'Eufrate occidentale.
Dalle loro basi i pauliciani cominciarono a lanciare periodicamente dei raid contro i territori bizantini in collaborazione con gli emiri di Tarso e di Melitene.
Nell'856 un esercito bizantino al comando di Petronas, zio di Michele III, cinse d'assedio Tephrike ma fu costetto a ritirarsi senza prenderla.

Lo stato pauliciano
 
Battaglia di Lalakon (3 settembre 863): nell'estate dell'863 Umar al-Aqta attraversò le Porte Cilicie alla testa del suo esercito, rinforzato dalle milizie pauliciane guidate da Karbeas, invadendo e saccheggiando i territori dell'impero. L'incursione araba si spinse in profondità, fino alle rive del Mar Nero dove fu messa a sacco la città di Amisos.
Appreso della caduta della città, Michele III formò tre armate: una settentrionale, composta dai soldati dei themata del Mar Nero e posta sotto il comando dello strategos dei Bucellari Nasar, l'altra meridionale, composta da soldati dei themata Anatolico, Opsiciano e Cappadociano e un'armata occidentale, composta da soldati dei themata di Tracia e Macedonia e dai tagmata stanziati a Costantinopoli e posta sotto il comando dello zio materno Petronas, strategos del thema di Tracia.
Gli eserciti bizantini circondarono quello arabo, inferiore di numero, in una località chiamato Poson (Πόσων) o Porson (Πόρσων) nei pressi del fiume Lalakaon (4). Nel tentativo di sfuggire all'accerchiamento l'emiro attaccò l'armata di Petronas ad ovest ma i bizantini ressero l'urto, dando il tempo alle altre due ali di avvicinarsi e attaccare i fianchi e la retroguardia esposti dell'esercito arabo. Nel massacro che seguì trovarono la morte lo stesso emiro e Karbeas.

Alla morte di Karbeas, il comando dei pauliciani passò a Chrysocheir che era nipote, in quanto figlio della sorella, e genero di Karbeas di cui aveva sposato la figlia. Il nuovo capo, che come Karbeas era anch'egli un ex ufficiale dell'esercito imperiale, continuò la politica del suo predecessore lanciando micidiali scorrerie in territorio bizantino. Tanto che nell'869 Basilio I inviò a Tephrike il monaco Pietro Siculo per trattare il rilascio dei prigionieri e intavolare negoziati di pace che dopo nove mesi di trattative non approdarono a nulla.
Nella primavera dell'871, l'imperatore ruppe quindi gli indugi e guidò egli stesso una campagna contro i pauliciani. Mise a sacco la città di Amara e le fortezze di Spathe e Koptos ma il tentativo di prendere la capitale pauliciana fu respinto da Chrysocheir che quasi riuscì a catturare lo stesso imperatore.
L'anno successivo Chrysocheir rispose lanciando un profondo raid contro l'Anatolia bizantina raggiungendo Ancyra (Ankara) e devastando la Galazia meridionale. Mentre i pauliciani si stavano ritirando verso le loro basi, l'imperatore gli mandò contro il cognato Cristoforo (5), che ricopriva la carica di domestico delle Scholae.

Battaglia del passo di Bathys Ryax (l'attuale passo di Kalınırmak a ovest di Sivas in Turchia): Cristoforo si accampò nei pressi di Siboron (l'attuale Karamadara) e, avuta notizia che l'esercito pauliciano marciava verso il passo di Bathys Ryax inviò un distaccamento di 4-5.000 uomini al comando degli strategoi dei themata d'Armenia e di Charsian con il compito di seguirli e riferire circa le loro intenzioni, se cioè intendessero rientrare a Tephrike, nel qual caso avrebbero incrociato le sue forze, o se intendessero dirigersi ad ovest e continuare l'incursione.
 
 
Il distaccamento raggiunse il passo di notte e, senza essere notato dai pauliciani, si accampò su un rilievo che dominava il loro accampamento. Le fonti narrano l'insorgere di una disputa tra gli uomini dei due reggimenti tematici su chi fosse il più coraggioso. I due strategoi decisero quindi di sfruttare l'alto morale e l'impetuosità delle proprie truppe per attaccare, nonostante gli ordini ricevuti. All'alba 600 uomini per ogni thema furono lanciati all'attacco, mentre i rimanenti fecero più rumore possibile con trombe ed altro per far intendere l'approssimarsi del grosso dell'esercito bizantino. Colti di sorpresa i pauliciani ripiegarono disordinatamente verso Tephrike e la rotta fu completa quando incrociarono le forze di Cristoforo che li incalzarono per 50 km. Chrysocheir, rimasto solo con un piccolo drappello della sua guardia personale, fu catturato e decapitato a Konstantinou Bounos (probabilmente la moderna Yildiz Dagı) e la sua testa inviata a Costantinopoli.

Questa disastrosa sconfitta segnò la fine della potenza militare pauliciana anche se la capitale Tephrike fu conquistata da Cristoforo soltanto nell'878, data che segna la definitiva scomparsa dello stato pauliciano.
Molti pauliciani furono ridotti in schiavitù e deportati nei territori dell'impero, mentre una parte fu arruolata nell'esercito bizantino e inviata in Italia meridionale al seguito di Niceforo Foca il vecchio. Molti sopravvissero in Anatolia in comunità isolate e non organizzate.
Nel 970 la maggior parte di questi ultimi (forse circa 200.000) furono deportati a Filippopoli (l'odierna Plovdiv in Bulgaria) e in altre zone della Tracia dall’imperatore Giovanni Zimisce, il quale in cambio della libertà religiosa chiese loro di difendere i confini settentrionali dell’Impero. Da questo trasferimento in massa avrebbe avuto origine la setta dei Bogomili, che fiorì in Bulgaria nei secoli seguenti e dalle cui idee dualistiche e gnostiche sarebbe a sua volta germogliata la dottrina dei Càtari diffusasi dal XII secolo in diversi luoghi dell’Europa occidentale.
 
Nelle fonti non compaiono opere edilizie di particolare interesse realizzate dai pauliciani eccezion fatta per le mura di Tephrike che però furono rase al suolo da Cristoforo e di cui non rimane alcuna evidenza archeologica. Le rovine delle fortificazioni che si osservano oggi sulla collina che sovrasta l'attuale abitato di Divrigi sul sito dove sorgeva la capitale pauliciana, risalgono infatti al XII-XIII secolo e sono opera dei turchi mengugekidi.
 
Note:
 
 
(1) L'usanza di adottare il nome di uno dei discepoli dell'apostolo sarà seguita da tutti i capi religiosi pauliciani (didaskaloi).
 
 
(2) L'autentica origine della denominazione di "Pauliciani" è incerta, oltre a quella avanzata nel testo esistono altre ipotesi come quella di Paolo di Tarso suffragata dall'usanza dei maestri pauliciani di prendere il nome di uno dei discepoli dell'apostolo. Un'altra ipotesi fa riferimento a due leggendari missionari, Paolo e Giovanni, che avrebbero importato le dottrine pauliciane in Armenia: da essi sarebbe derivato il termine “Pauloioannoi”, trasformatosi poi in Paulicianoi.

(3) Secondo alcuni storici, il primo nucleo di uno stato pauliciano autonomo si formò in seguito a questi omicidi. Per sfuggire alla rappresaglia imperiale, Sergio-Tychikos e molti suoi seguaci avrebbero varcato il confine per porsi sotto la protezione dell'emiro di Melitene che avrebbe concesso loro d'insediarsi nella città di Argoun. Sergio-Tychikos guidò ad ogni modo la setta dall'801 all'834-835 quando cadde assassinato per mano bizantina mentre si era recato a far legna nelle alture vicine ad Argoun.

(4) L'esatta ubicazione del fiume Lalakon e del sito della battaglia non sono stati identificati, ma la maggior parte degli studiosi concorda che si trovassero nei pressi del fiume Halys, a circa 130 km a sudest di Amisos.

(5) Basilio I non aveva sorelle, l'ipotesi più probabile – avanzata da Tougher - è quindi che Cristoforo fosse cognato dell'imperatore avendo sposato una sorella della sua seconda moglie Eudocia Ingerina.



sabato 25 novembre 2017

Lo scisma dei Tre Capitoli

Lo scisma dei Tre Capitoli (scisma tricapitolino)

Per ingraziarsi i monofisiti che godevano di vasti appoggi a corte – tra i quali la stessa imperatrice Teodora, Giustiniano - non potendo rigettare gli atti del concilio di Calcedonia (451) che aveva condannato come eretica la tesi monofisita – con un editto imperiale emanato nel 545 condannò come eretici la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428), gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo e una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro.
Questi scritti, raccolti appunto in tre capitoli, erano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore al termine “Theotokos” e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoreto e Iba avevano però successivamente condannato l'eresia nestoriana (1) e per questo Giustiniano evitò di condannarli in toto come eretici.

Nel 553 Giustiniano convocò il concilio di Costantinopoli II in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile fu ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio (537-555), che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553).
Molti vescovi dell'Italia settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano e non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa e con il papa avviando lo scisma.
Il loro dissenso si acuì ulteriormente sotto papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo vari tentativi di chiarimento e persuasione, nel 559 invitò Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Il luogotenente di Giustiniano per la restaurata provincia italica rifiutò però di obbedire alla richiesta del papa.

Nel 568 i Longobardi iniziarono l'invasione dell'Italia settentrionale. Nello stesso anno Paolino I , patriarca della chiesa di Aquileia – tricapitolina e dichiaratasi gerarchicamente indipendente – trasferì la sua sede ad Aquileia nova (Grado) rimasta sotto controllo bizantino.
Nel 586, l'esarca Smeragdo fece tradurre con la forza a Ravenna il patriarca Severo (586-606) e lo costrinse a sottomettersi alla volontà del papa.
Lo scisma aveva però un grande seguito popolare e, rientrato ad Aquileia nova, Severo convocò nel 590 un sinodo a Marano lagunare in cui dichiarò che l'abiura ai Tre Capitoli, a Ravenna, gli era stata strappata con la forza e che intendeva perseverare nella posizione tricapitolina in separazione da Roma.
Cuniperto I
raffigurato al dritto di un tremisse coniato dalla zecca di Pavia (692-693)

I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto (688-700), cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Italia nord-orientale longobarda, tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento cattolico si impose definitivamente non solo sui Longobardi che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli.
Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

Note:
(1) Secondo la dottrina propugnata da Nestorio – il vescovo siriano che fu patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431 – in Gesù convivevano due distinte persone, l'uomo e il Dio. Maria era madre solo della persona umana di Gesù, di conseguenza i nestoriani le riconoscevano il solo attributo di Christotókos, negandole quello di Theotókos. Le tesi nestoriane furono condannate come eretiche dal Concilio di Efeso (431) che riconobbe alla Vergine il titolo di Madre di Dio. A seguito di ciò, l'imperatore Teodosio II rimosse Nestorio dal seggio patriarcale.


lunedì 9 febbraio 2015

La controversia esicasta

La controversia esicasta


Nel XIV secolo la controversia esicasta – che andò ad innestarsi in un conflitto dinastico e sociale rapidamente sfociato in guerra civile – fu l'ultima grande controversia religiosa che divise l'opinione pubblica bizantina prima della caduta dell'impero.
Il termine esicasmo designa in prima accezione un aspetto della vita monastica: l'ascesi condotta nella solitudine assoluta o all'interno di un gruppo ristretto. Rispetto all'eremitismo, il termine aggiunge una sfumatura di significato centrata sul silenzio, la solitudine (ἡσυχία), la tranquillità e la pace che caratterizzano l'atteggiamento interiore dell'asceta.

Gregorio Palamas, il più importante teologo esicasta, nacque nel 1296 in una nobile famiglia dell'Asia minore (il padre Costantino era membro del Senato) trasferitasi a Costantinopoli.
Rimasto orfano di padre in tenerà età, fu avviato, con gli auspici dello stesso imperatore Andronico II, agli studi di retorica e filosofia dal mesazon Teodoro Metochite, con la prospettiva d'intraprendere una brillante carriera nell'amministrazione imperiale.
Nel 1316 Gregorio decise però d'interrompere la carriera ed abbracciò la vita monastica, convincendo la madre, i due fratelli, le due sorelle e tutta la servitù a fare altrettanto. Raggiunte le comunità monastiche del monte Athos, Gregorio entrò dapprima nel monastero di Vatopedi sotto la guida spirituale del monaco esicasta Nicodemo e quindi, dopo tre anni, si trasferì nella Grande Lavra di San Atanasio l'athonita. Trascorsi altri tre anni scelse la vita eremitica e si trasferì in una località chiamata Glossia, sempre alle dipendenze della Grande Lavra, dove fu iniziato alla pratica esicasta della preghiera del cuore.

Gregorio Palamas
Cappella dei santi Anargiri, Monte Athos, 1371

Nel 1326, essendo il monte Athos direttamente minacciato dai turchi, si trasferì a Tessalonica dove fu ordinato sacerdote. Fondò quindi un eremitaggio nella città di Beroia, dove per cinque anni praticò un'ascesi molto rigorosa, accettando di condividere con altri monaci tutti i sacramenti e le feste liturgiche. Nel 1331, sotto l'incalzare delle armate serbe, fu costretto a lasciare anche questo luogo e fece ritorno al monte Athos dove si stabilì nell'eremitaggio di san Saba (San Sava di Serbia).
Tra il 1335 ed il 1336 fu scelto come igoumeno del monastero athonita di Esfigmenu ma l'insofferenza dei quasi duecento monaci del cenobio per il suo zelo riformatore lo costrinse alle dimissioni.
Nel 1343, nel corso di un viaggio a Costantinopoli, viene fatto arrestare e imprigionare dal patriarca Giovanni XIV Caleca che lo accusa tra l'altro di essere colluso con l'antimperatore Giovanni VI Cantacuzeno.
Nel 1347 viene scarcerato e nominato arcivescovo di Tessalonica dal nuovo patriarca Isidoro Buchiras ma, impedito dagli zeloti a prendere possesso della cattedra vescovile, verrà insediato solo nel 1350, entrando in città il 3 febbraio al fianco dei due imperatori – Giovanni V Paleologo e Giovanni VI Cantacuzeno - provvisoriamente riconciliati (cfr. l'affresco nella chiesa di San Demetrio a Tessalonica).
Gregorio Palamas si spense a Tessalonica il 14 novembre del 1359 e fu canonizzato nel 1368 dal patriarca Filoteo Kokkinos che sancì così la definitiva vittoria della dottrina esicasta.

Barlaam di Calabria (al secolo Bernardo Massari) era nato a Seminara nel 1290 c.ca ed aveva trascorso la sua giovinezza nel monastero basiliano di S.Elia a Cupessino (l'attuale Cubasina, contrada di Galatro) dove aveva compiuto gli studi in teologia ed era stato ordinato sacerdote.
Nel 1326-1327, dopo aver soggiornato ad Arta e a Tessalonica, raggiunse Costantinopoli dove s'introdusse rapidamente nei circoli accademici ed ecclesiastici più vicini alla corte, conquistandosi i favori dello stesso Andronico III, che gli affidò una cattedra di Teologia all'università, e dell'imperatrice Anna di Savoia.
Nel 1334 fu scelto dal patriarca Giovanni Caleca (1334-1347) per rappresentare la chiesa ortodossa negli incontri con i legati papali – Francesco da Camerino, arcivescovo di Vosprum, e Riccardo, vescovo di Cherson – inviati a Costantinopoli per trattare l'unione delle chiese. Il principale ostacolo dottrinale all'unione era rappresentato come noto dalla cosiddetta “clausola del filioque”, se cioè lo Spirito santo proceda dal Padre e dal Figlio (qui ex Patre Filioque procedit) – come nella teologia latina – o soltanto dal Padre – come nella teologia ortodossa.
Nel tentativo di dirimere la controversia del filioque, Barlaam fece leva sull'argomento dell'inconoscibilità di Dio. Se la teologia non poteva razionalmente dimostrare nulla a proposito di Dio, anche la controversia del filioque non poteva essere risolta definitivamente né in un senso né nell'altro.
Lo sviluppo di questa argomentazione lo mise però in collisione con la dottrina esicasta. Questi infatti ritenevano che attraverso la pratica della cosiddetta preghiera del cuore - una tecnica psico-somatica in cui attraverso la respirazione, la concentrazione della mente (che doveva liberarsi di ogni immagine) e la ripetizione costante delle parole "Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me” (l'esichia era infatti fisica prima che spirituale) – il monaco potesse accedere alla visione della luce increata (manifestazione diretta dell'energia divina), la stessa che Pietro, Giovanni e Giacomo videro attorno al Cristo sul monte Tabor (e pertanto detta anche luce taborica) (1).

Nei due Trattati apodittici (1335-1336) Palamas attacca quindi il modo di procedere di Barlaam nei confronti della clausola del filioque.
Incuriosito da questo attacco, Barlaam si mise a studiare la teoria e la prassi degli esicasti (2) e nel 1337 li accusa apertamente di eresia, presentando al patriarca di Costantinopoli Giovanni XIV Caleca (1334-1347) il suo scritto Contro i Massaliani in cui la dottrina palamita viene assimilata a precedenti eresie e gli esicasti vengono chiamati omphalopsichoi (coloro che ritengono che l'anima risieda nell'ombelico), irridendo alla loro consuetudine di reclinare il mento e fissare lo sguardo sull'ombelico durante la preghiera del cuore (3) .
Palamas rispose dapprima con un'opera polemica, le Triadi in difesa dei santi esicasti, e quindi con una dichiarazione teologica da lui preparata e sottoscritta da tutti gli igoumeni del Monte Athos (nota come Tomo Aghioritico), con cui dimostrava come gli argomenti di Barlaam fossero sostanzialmente estranei alla fede ortodossa (4).
Il 10 giugno 1341, un concilio (5) tenutosi in santa Sofia e presieduto da Andronico III condanna formalmente le tesi di Barlaam ed il monaco è costretto a fare pubblica ammenda agli esicasti.
Il patriarca pubblica un'enciclica in cui condanna le tesi di Barlaam ed ordina la distruzione di tutti i suoi scritti.
Dopo la morte di Andronico III (15 giugno), che era anche il suo principale protettore, Barlaam si convince che la battaglia è ormai perduta e ritorna in Calabria, dove si converte al credo cattolico e viene nominato vescovo di Gerace (ottobre 1342).

Dopo la dipartita di Barlaam, la guida della lotta all'esicasmo fu assunta dal monaco Gregorio Acindino (6), ma un nuovo concilio (agosto 1341) indetto alla presenza del mega domestikos Giovanni Cantacuzeno condannò anche la sua posizione.
A questo punto alla controversia religiosa si sovrappose la guerra civile. Approfittando di una temporanea assenza dalla capitale di Giovanni Cantacuzeno, che era stato il miglior amico ed il principale sostenitore di Andronico III, la fazione a lui avversa lo estromise dalla reggenza dell'erede di Andronico – Giovanni V, all'epoca appena decenne -che fu affidata all'imperatrice madre, Anna di Savoia, ed al patriarca Giovanni Caleca. Alessio Apocauco, l'uomo forte della reggenza, ricoprì la carica di eparca di Costantinopoli. Cantacuzeno rispose alla sfida facendosi proclamare imperatore a Didimoteico con il nome di Giovanni VI nel mese di ottobre.
Cantacuzeno era il rappresentante dell'aristocrazia terriera che si schierò dalla sua parte, mentre Apocauco seppe mobilitare a favore della reggenza le masse popolari. Anche se in maniera meno netta e schematica, gli esicasti si schierarono dalla parte di Cantacuzeno, mentre i loro oppositori presero le parti della reggenza (7).
Ragioni politiche spinsero quindi il patriarca Giovanni Caleca ad appoggiare le tesi antipalamite di Acindino che tra il 1342 ed il 1344 pubblicò sette trattati per confutare la dottina esicasta. Nonostante la precedente condanna il patriarca lo ordinò inoltre sacerdote, procedendo anche all'ordinazione di molti vescovi antipalamiti e, all'apice del suo potere, fece dapprima imprigionare Palamas accusandolo di collusione con l'usurpatore Giovanni Cantacuzeno e quindi, con il concilio del 4 novembre 1344, lo fece scomunicare, ordinando la distruzione di tutti i suoi scritti successivi al 1341.
Nel 1346 l'imperatrice madre, Anna di Savoia, cominciò ad interessarsi attivamente alla controversia esicasta e a prendere le distanze dall'operato del patriarca che, soprattutto dopo l'ordinazione di Acindino, era divenuto inviso alla popolazione. Nel sinodo convocato il 1 febbraio del 1347, con Cantacuzeno ormai alle porte della città, nell'estremo tentativo di salvare la situazione, l'imperatrice fece deporre il patriarca, sostituendolo con Isidoro Buchiras, un discepolo di Palamas, che era stato anch'egli condannato per eresia nel concilio del 1344. Il nuovo patriarca fece immediatamente liberare Palamas e successivamente l'ordinò arcivescovo di Tessalonica, mentre Giovanni Caleca fu mandato in esilio a Didimoteico.
L'8 febbraio, lo stesso giorno in cui venne siglato l'accordo tra Cantacuzeno e la reggenza, i vescovi antipalamiti si riunirono in un sinodo in cui rifiutarono di riconoscere il nuovo patriarca e scomunicarono Palamas.

Giovanni VI Cantacuzeno presiede il concilio del 27 maggio 1351
da Raccolta delle opere teologiche di Giovanni Cantacuzeno
manoscritto miniato, 1370
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

Il concilio del 1351 (27 maggio-9 giugno), presieduto dallo stesso imperatore Giovanni VI Cantacuzeno nel palazzo delle Blachernae, e convocato dal nuovo patriarca Callisto I – un monaco athonita succeduto ad Isidoro morto nel giugno dell'anno precedente – pose fine alla controversia esicasta segnando il trionfo della teologia palamita, anche se l'opposizione, guidata adesso dal teologo Niceforo Gregoras, fu brutalmente intimidita dalle minaccie dello stesso imperatore. Il sinodo ribadì la scomunica per Barlaam e Acindino mentre i vescovi di Efeso e Ganos furono sconsacrati e arrestati, lo stesso Niceforo Gregoras fu posto agli arresti domiciliari nel suo monastero di Chora. La dottrina di Palamas veniva invece accettata come teologia ufficiale della chiesa ortodossa.

Note:

(1) Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola,Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Matteo, XVII, 1-5).

(2) Secondo alcuni dei suoi detrattori, Barlaam parlò soltanto con un esicasta e per giunta ignorante.

(3) Tra le altre deviazioni dottrinali, l'eresia messaliana (dall'aramaico metzalin=orante) – diffusasi soprattutto in Mesopotamia tra il IV e V secolo e condannata dal Concilio di Efeso (431) - rivendicava per l'uomo di Dio, che avesse potenziato con la preghiera continua le proprie facoltà spirituali, la possibilità di vedere materialmente l'essenza divina inabitante in sé.

(4) All'argomento barlaamita dell'inconoscibilità di Dio, Palamas contrappose la distinzione tra essenza e energia divina. La prima rimaneva inconoscibile alla ragione, mentre la seconda, in alcune sue manifestazioni come la luce taborica, poteva essere fisicamente percepita dall'asceta.

(5) Secondo alcuni autori ortodossi i sei concili patriarcali che si tennero a Costantinopoli dal 1341 al 1351 per dirimere la controversia esicasta - conosciuti anche come Concili palamiti - formerebbero nell'insieme il V Concilio di Costantinopoli.

(6) Nato nel 1300 c.ca ed originario della città di Prilapos nell'odierna Macedonia, Gregorio Acindino (è ignoto il suo nome secolare. Gregorio infatti è il suo nome monastico, mentre Acindino=irreprensibile è un soprannome da lui adottato) compì i suoi studi di retorica, filosofia antica e letteratura cristiana a Tessalonica. Nel 1320 conobbe Palamas che visitò nel 1331 sul monte Athos chiedendogli di iniziarlo alla sua pratica spirituale. L'anno successivo tornò a Tessalonica dove conobbe Barlaam e a partire dal 1333 soggiornò prevalentemente nella capitale. Fino al 1341 sostenne la dottrina palamita, scrivendo un'opera in cinque libri in cui attaccava le critiche all'esicasmo avanzate da Barlaam, dall'altro canto cercò anche d'intraprendere una mediazione tra le due posizioni. Dopo il ritorno di Barlaam in occidente, si avvicinò al patriarca Giovanni Caleca e cambiò radicalmente fronte, divenendo il più determinato antagonista di Palamas. Per questa giravolta, Palamas lo definisce nei suoi scritti un "camaleonte". Il concilio del febbraio 1347 condannò definitivamente le sue tesi ed Acindino venne esiliato. Morì l'anno successivo probabilmente nel corso dell'epidemia di peste prima che il sinodo del 28 maggio 1351 lo scomunicasse formalmente.
 
(7) Sul piano pratico le posizioni esicaste sostenevano quelle della classe dominante contro i ceti più deboli. L'esicasmo era infatti una forma di autoestraniazione dal consesso sociale sostenuta però da un forte potere economico quale era diventato il monachesimo istituzionalizzato (le rendite dei conventi sfuggivano alla tassazione e tutti quelli che lavoravano sulle loro terre erano esentati dal servizio militare).










sabato 20 ottobre 2012

L' Iconoclastia


La questione iconoclasta

Fin dalla fine del secolo IV, l'impero bizantino era stato affetto da numerose eresie, che rischiavano di minare la sua stessa unità. Le più importanti tra queste erano il nestorianesimo, il monofisismo e il paulicianesimo. Quest'ultima era sorta in Armenia e in Siria nel secolo VII. Sensibili alle accuse di idolatria mosse al Cristianesimo da parte dei musulmani, i pauliciani (l'origine del nome non è ben chiara) mossero guerra al culto delle immagini.
Al movimento pauliciano finì per aderire l'imperatore bizantino Leone III Isaurico, originario di Germanicea (l'attuale Marast nel nord della Siria), il quale emanò una serie di editti per eliminare il culto delle immagini sacre ormai molto diffuso nell'Impero.
Secondo le fonti, Leone III iniziò ad appoggiare gli iconoclasti per una serie di motivi: prima di tutto subì le pressioni dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore, tra i quali Costantino di Nicoleia; inoltre una serie di disastri naturali (ultimo dei quali un devastante maremoto nel mar Egeo) lo convinsero che essi fossero dovuti a una presunta ira divina contro la venerazione delle icone.
Nel 726, secondo le fonti di parte iconodula, l'imperatore Leone iniziò a predicare contro la venerazione delle sacre immagini, decidendo di rimuovere un'icona religiosa raffigurante Cristo (probabilmente un mosaico) dalla porta bronzea (Chalkè) del palazzo imperiale, sostituendola con una croce, e scatenando una rivolta sia nella capitale, dove culminò con l'uccisione del funzionario che era stato incaricato di rimuovere l'icona e con il martirio di Santa Teodosia che aveva guidato la sommossa popolare, sia nel tema dell'Ellade.
Successivamente l'imperatore si mosse con maggiore prudenza, cercando di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l'iconoclastia. Ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l'ordine di vietare le icone religiose, si oppose strenuamente, ottenendo l'appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell'Esarcato, che si ribellarono all'autorità imperiale uccidendo l'esarca Paolo.

Con l'editto del 730 Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose. Contemporaneamente convocò un silentium (un'assemblea) a cui impose la promulgazione dell'editto. Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano I, contrario all'iconoclastia e che si rifiutava di promulgare l'editto se non veniva convocato prima un concilio ecumenico, Leone lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, il suo sincello (segretario particolare) Anastasio. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Al Concilio parteciparono 93 vescovi e si stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone.

Pannello marmoreo proveniente dalla chiesa costantinopolitana di S.Polieucto, sfigurato durante le persecuzioni iconoclaste, Museo archeologico, Istanbul

 
Nel 741 succedette a Leone III suo figlio Costantino V Copronimo, convinto iconoclasta. Nei primi anni di regno, comunque, Costantino V sembra essere stato moderato dal punto di vista religioso, non perseguitando apertamente gli iconoduli. Solo successivamente, a partire dal 750, avviò una persecuzione violenta.

Solido di Costantino V
durante il periodo iconoclasta il segno della croce venne eliminato dalle monete e sostituito su ambo le facce dal ritratto dell'imperatore.

Per ottenere una convalida dottrinale ufficiale della riforma iconoclasta, il 10 febbraio 754 convocò un sinodo nel palazzo imperiale di Hieria (conosciuto anche come V Concilio di Costantinopoli. Hieria era infatti un sobborgo di Costantinopoli situato sulla costa asiatica del Bosforo corrispondente grosso modo all'attuale Fenerbahçe) che condannò esplicitamente il culto delle immagini.
Per far sì che la decisione dei vescovi fosse favorevole alla distruzione delle icone, negli anni precedenti al concilio Costantino aveva fatto in modo di assegnare ai suoi sostenitori i seggi vescovili vacanti e ne aveva creati di nuovi, a cui prepose prelati a lui vicini. Nello stesso tempo aveva fatto arrestare diversi oppositori dell'iconoclastia rendendoli inoffensivi per tutta la durata del concilio.
Il concilio fu presieduto da Teodoro di Efeso ma non vi presero parte nè il Papa nè alcuno dei patriarchi orientali (la sede di Costantinopoli era vacante, essendo il patriarca Atanasio morto il mese precedente).
Il concilio condannò la venerazione delle icone, in quanto si riteneva che gli iconoduli, venerando tali immagini, ricadevano sia nell'errore del monofisismo sia in quello del nestorianesimo.
 
Costantino V ordina la distruzione delle icone
miniatura 48 di un esemplare del XIV secolo della Sinossi storica di Costantino Manasse
riportata in Ivan Duichev, Bulgarski hudojnik, 1962
 
La sua politica religiosa iconoclasta incontrò però l'opposizione di parte della popolazione e nel 766 fu scoperta una congiura a cui presero parte alcuni degli uomini più fidati di Costantino: l'imperatore li punì duramente, ordinando la loro esecuzione.
Uno dei ceti che opponevano più resistenza era quello monastico, che sotto la guida dell'igumeno del monastero di Sant'Aussenzio (Bitinia) Stefano, godeva del sostegno della popolazione; Costantino tentò di convincere l'igumeno ad abbandonare la resistenza ma fallì e Stefano venne massacrato dalla popolazione inferocita (765). Intorno al 760 iniziò una vera e propria persecuzione nei confronti degli ordini religiosi, ovvero i monaci, in quanto si opponevano alla sua politica iconoclasta e che Costantino considerava idolatri ed adoratori delle tenebre. Costantino V sfruttò infatti l'iconoclastia per combattere lo strapotere dei monaci che, da un lato, facevano mercato delle icone, rafforzando in tal modo la loro condizione economica e la loro influenza politica all'interno dell'Impero, e, dall'altro, suggestionavano le folle, sottraendo influenza alla corte imperiale.
Costantino V raffigurato tra i dannati
mosaico del Giudizio Universale, XI-XII secolo
Torcello
 
La condanna dell'iconolatria diede a Costantino V la possibilità di impossessarsi del ricco patrimonio dei monasteri. Molti monasteri e possedimenti monastici vennero confiscati, chiusi e trasformati in stalle, stabilimenti termali o caserme. La lotta contro il ceto monastico fu attuata in tutto l'Impero e generò rivolte nella campagne dove i monaci potevano vantare un forte seguito. La persecuzione dei monaci fu indiscrimata e colpì anche i monaci non iconoduli: in questo modo la lotta contro le immagini si fuse con la lotta contro la potenza monastica e i suoi possedimenti, che venivano confiscati e incamerati dallo stato.

Il successore di Costantino V, Leone IV (775-780), sotto l'influenza della moglie Irene l'Ateniese, che venerava segretamente le immagini sacre, fu tollerante con gli iconoduli avviando una persecuzione contro di loro solo verso la fine del regno. La persecuzione coincise con la scoperta nella stanza dell'Imperatrice di due immagini di santi nascoste sotto il cuscino: l'imperatrice cercò di giustificarsi di fronte al marito, ma ciò non bastò a evitarle la perdita del favore imperiale. Poco dopo, tuttavia, Leone IV morì per un malore mentre provava una corona, forse avvelenato da Irene o da altri iconoduli.

A Leone IV succedette il figlio Costantino VI (780-797), che essendo troppo giovane per regnare (non aveva neppure dieci anni quando salì al trono), fu posto sotto la reggenza dell' imperatrice madre Irene.
Nel 784 Irene fece in modo che il patriarca Paolo si dimettesse (31 agosto 784) e lo sostituì con uno iconodulo e fedele a lei, Tarasio (25 dicembre 784). Appena eletto, il nuovo patriarca iniziò subito a fare i preparativi per un nuovo concilio che avrebbe dovuto condannare l'iconoclastia.
Nel 787 dunque, nella chiesa di Santa Sofia, si tenne il II Concilio di Nicea, che condannò l'iconoclastia, affermando che le icone potevano essere venerate ma non adorate, e scomunicò gli iconoclasti, ripristinando il culto delle immagini sacre. Il Concilio si svolse con la partecipazione di 367 padri conciliari (tra cui anche Giovanni Damasceno e Teodoro Studita).
Alla base della tesi conciliare stava l'idea che l'immagine è uno strumento che conduce chi ne fruisce dalla materia di cui essa è composta all'idea che essa rappresenta.
 
Costantino VI presiede il II Concilio di Nicea (787)
da un'edizione miniata del Menologio di Basilio II, XI sec (Vat.gr.1613. Fol.108)
Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma

Nel 814, durante il regno di Leone V (813-820), ci fu una nuova recrudescenza dell'iconoclastia.
Le conquiste arabe in Asia Minore avevano spinto verso Costantinopoli una grande massa di piccoli proprietari terrieri e contadini ridotti in miseria. Leone V li arruolò nell'esercito per fronteggiare la minaccia bulgara.
Sventata questa minaccia essi si trovarono senza lavoro e tornarono nuovamente nella miseria a mendicare per le strade della capitale. Questi emigrati che chiedevano la carità per le strade di Costantinopoli erano quasi tutti iconoclasti e maledicevano l'ex imperatrice Irene, che aveva abolito l'iconoclastia, ritenendo che ella fosse la causa dei loro mali.
Per contenere questo malumore, l'imperatore creò una commissione di ecclesiastici, che dovevano trovare delle motivazioni per reintrodurre l'iconoclastia, cercando riferimenti nelle sacre scritture e negli scritti dei padri della chiesa, al fine di eliminare quanto stabilito dal II Concilio di Nicea. A capo di questa commissione fu posto l'armeno Giovanni Grammatico, futuro patriarca di Costantinopoli, che era a capo del movimento iconoclasta.
Durante la Pasqua dell'815, Leone fece riunire un sinodo a Santa Sofia, che aveva il compito di riapprovare il V concilio di Costantinopoli, abolendo il II Concilio di Nicea, per reintrodurre l'iconoclastia. Ma al sinodo non vennero convocati molti vescovi iconoduli: anche il patriarca Niceforo era assente, perché ammalato. L'imperatore fece quindi deporre il patriarca che si opponeva ai suoi progetti e fece nominare al suo postoTeodoto I Cassiteras (815-821), un cortigiano di corte, parente dell'ex imperatore Costantino V Copronimo (741-775), che era un convinto iconoclasta. Teodoto non fu però in grado di gestire il sinodo e scoppiarono gravi disordini.
Leone V fu comunque abbastanza moderato nel reprimere il movimento iconodulo, limitandosi ad arrestarne solo i capi più accaniti come l'igoumeno del monastero di Studion Teodoro Studita, che fu arrestato ben tre volte e infine esiliato.

Teodoro Studita, Nea Moni, Chios, XI secolo
 
Nel 820 Leone V fu assassinato nel corso di una rivolta capeggiata dal comandante della guardia palatina che fu proclamato imperatore al suo posto con il nome di Michele II (820-829). Questi fu tollerante con gli iconoduli e li richiamò dall'esilio. Ma non ristabilì il culto delle immagini e difese energicamente i diritti imperiali contro l'invadenza dell'elemento ecclesiastico.
Nel 829 gli successe il figlio Teofilo (829-842). Il nuovo imperatore combatté strenuamente a favore dell'iconoclastia – il suo tutore era stato Giovanni Grammatico, fervente iconoclasta, da lui innalzato al soglio patriarcale nell'837 - compiendo persecuzioni (fece incidere con il ferro rovente sulla fronte dei monaci iconoduli Teofane e Teodoro versi ingiuriosi e fece bruciare fino all'osso con dei ferri da cavallo arroventati le palme delle mani del monaco pittore Lazzaro) che non risparmiarono neanche la moglie Teodora e la matrigna Eufrosina (figlia di Costantino VI e seconda moglie di Michele II detto il Balbuziente). Ormai, però, i circoli iconoclasti della capitale e dell'esercito erano davvero isolati. Sembra che la stessa imperatrice Teodora fosse, di nascosto, veneratrice di icone. L'imperatore, con un editto, dovette addirittura minacciare di imprigionamento quanti rifiutassero la comunione con gli iconoclasti.
Alla sua morte nel 842 gli succedette il figlio Michele III di appena tre anni, il quale, essendo in minore età, fu posto sotto la reggenza di sua madre Teodora (vedi scheda), coadiuvata dallo zio Sergio Niceziate e dal Primo Ministro Teoctisto. L'imperatrice madre, contraria alla politica iconoclasta del defunto marito, depose il Patriarca Giovanni VII Grammatico e lo sostituì con l'iconodulo Metodio I nel 843, il quale nello stesso anno convocò un sinodo che ribadì le conclusioni del II Concilio di Nicea (787) e condannò l'iconoclastia, ponendo fine al secondo periodo iconoclasta.

Le cinque figlie dell'imperatrice Teodora (Tecla, Anastasia, Anna, Pulcheria e Maria) vengono introdotte alla venerazione delle immagini sacre dalla nonna materna Teociste.
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Al termine del sinodo, l'11 marzo 843, prima domenica di Quaresima, si svolse una solenne processione che, dietro l'icona della Vergine Hodighitria, attraversò tutta la città dalla chiesa delle Blachernae a quella di santa Sofia, dove un solenne rituale proclamò ufficialmente la restaurazione del culto delle icone.
Da allora, nel calendario liturgico ortodosso, la prima domenica di Quaresima celebra la Festa dell'Ortodossia.
Icona del Trionfo dell'Ortodossia, cm. 39x31, fine XIV sec.
British Museum, Londra
 
L'icona detta del Trionfo dell'Ortodossia attualmente conservata presso il British Museum e proveniente da Costantinopoli - che al tempo stesso commemora e descrive questa processione, è divisa in due registri. In quello superiore, al centro e sostenuta da due angeli, è raffigurata l'icona della Hodighitria, alla cui sinistra si dispongono l'imperatrice madre, Teodora, ed il giovane imperatore Michele III, a destra il patriarca Metodio (843-847) insieme a tre monaci. Nel registro inferiore, sono raffigurati alcuni martiri delle persecuzioni iconoclaste, alcuni dei quali già deceduti all'epoca della processione, tra cui si riconoscono: all'estrema sinistra, in abiti monacali e con in mano una icona del Cristo (in rappresentanza di quella posta sulla Chalkè che la santa cercò di salvare dalla furia iconoclasta) Santa Teodosia, poi due monaci la cui didascalia non è più leggibile; al centro della composizione Teofane il Confessore e Teodoro Studita che sostengono un'icona del Cristo emanuele, poi, in abiti vescovili, il patriarca Tarasio (784-806) – che richiese la convocazione del II Concilio di Nicea – Teodoro e Teofane Graptoi, Teofilatto ed Arsakios. Recentemente, grazie al ritrovamento di una copia cinquecentesca di questa icona, Chatzidakis (Icons. The Velimezis Collection, Mueso Benaki, Atene, 1998, pagg. 86-91) ha identificato il vescovo Teodoro in uno dei tre monaci raffigurati nel registro superiore ed in San Ioannikios,la quarta figura da sinistra nel registro inferiore.

La decorazione delle chiese durante il periodo iconoclasta

Durante il periodo iconoclasta le figure del Cristo e della Vergine, degli Angeli e dei Santi vennero rimosse dagli apparati decorativi delle chiese e sostituite da croci, motivi floreali e scene di caccia.

Hagia Eirene, Costantinopoli

Nel catino absidale della chiesa costantinopolitana di Sant'Irene è raffigurata a mosaico una grande croce che poggia su un piedistallo di quattro gradini. Venne fatta realizzare dal Leone III (717-741) o da suo figlio Costantino V (741-775) nell'ambito dei restauri intrapresi a seguito del grave terremoto del 740. E' uno dei pochissimi esempi rimasti di decorazione del periodo iconoclasta.

Santa Sofia, Tessalonica

I mosaici della volta del bema  della chiesa di Santa Sofia a Tessalonica possono essere datati grazie all'inscrizione che corre sui suoi lati e che ricorda l'imperatore Costantino VI e sua madre Irene l'Ateniese che regnarono insieme nel periodo 780-787 e il metropolita di Tessalonica Teofilo. Nonostante questi ultimi due fossero favorevoli al culto delle icone, la decorazione appare chiaramente aniconica. L'elemento di maggior spicco è una grande croce d'oro, inscritta in una mandorla policroma, che irradia raggi di luce al centro della volta.
La decorazione culminava con una grande croce nel catino absidale, di cui sono ancora visibili tracce sul fondo d'oro in prossimità dell'aureola e delle spalle della Vergine.


La raffigurazione della Vergine in trono con in braccio il bambino, che adesso decora l'abside dovrebbe risalire ad un periodo immediatamente successivo alla fine dell'iconoclastia (843) e rifatta nella parte superiore a seguito dei danni subiti nel terremoto del 1037.

chiesa della Koimesis (Dormizione della Vergine), Nicea

La chiesa della Koimesis di Nicea, katholicon del Monastero di Giacinto, fu completamente distrutta nel 1922 durante la guerra greco-turca. Nel 1912 era però stata studiata e forografata nei dettagli da Theodor Schmit e N.K. Kluge. 
La decorazione della chiesa era stata completata agli inizi dell' VIII secolo, poco prima dell'avvento dell'iconoclastia. Durante il periodo iconoclasta la decorazione fu fortemente modificata. Le decorazioni originali furono ripristinate immediatamente dopo la conclusione del secondo periodo iconoclasta (843) come scritto in un'epigrafe sull'arco trionfale. In questa fotografia del catino absidale scattata nel 1912 sono evidenti le tracce dei bracci laterali della croce che aveva sostituito quella della Vergine con il Bambino durante il periodo iconoclasta.