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domenica 3 aprile 2022

Chiesa di Santa Maria ad cryptas, Fossa

 Santa Maria ad Cryptas, Fossa

La chiesa di Santa Maria ad Cryptas (o delle Grotte) si trova a circa un chilometro dal centro del paese di Fossa e a qualche chilometro dal monastero di Santo Spirito ad Ocre, dal quale a lungo dipese. Presumibilmente la chiesa è stata costruita una prima volta nel IX o X secolo sui i resti di un tempio di Vesta trasformati nella cripta dalla quale ne derivò il nome.

Sul precedente tempio quattro secoli dopo venne costruito un edificio in stile gotico-cistercense da parte di maestranze benedettine. La sua costruzione su un pendio ha reso successivamente necessarie opere di consolidamento con un muro di controspinta interrato lungo tutto il lato a valle e due piloni di appoggio agli estremi della parete laterale della chiesa. Tra le pietre della muratura esterna si notano resti provenienti dagli edifici della città romana di Aveia, sulla quale fu successivamente costruita l'attuale Fossa.

La facciata principale sul lato ovest è molto semplice ed ha una struttura a capanna con un prolungamento sul lato sinistro per l'aggiunta del rinforzo sulla parete a valle. Il portale gotico a sesto acuto è sormontato da una grande finestra rettangolare. I due pilastri sono rivestiti ai lati da colonnine con capitelli decorati con rosoni, fiori e palme. I capitelli sostengono dei leoni (quello di destra è andato perduto) ed un terzo si trova sopra l'arco del portale. Nella lunetta si notano i resti di un affresco del quale restano poche tracce.

La finestra al di sopra del portale risulta non in linea con lo stile della facciata e presumibilmente è stata realizzata in tempi più recenti.

La facciata posteriore è caratterizzata da un frontone triangolare e presenta due aperture, la prima in basso lunga e stretta a doppia strombatura, mentre la seconda in alto piccola quadrata. Altre due finestre a doppia strombatura, lunghe e strette si trovano su ciascun lato della chiesa.

L'interno si presenta a navata unica, con abside terminale e volta a botte (la copertura attuale è però a capriate) innervata da costoloni.

Nella decorazione parietale si distinguono due diverse fasi: una realizzata contemporaneamente alla fondazione della chiesa ed opera di frescanti bizantino-cassinesi (abside, parete meridionale, arco trionfale e parete di contro-facciata) l'altra, opera di frescanti toscani protogiotteschi che ridecorarono la parete settentrionale crollata a seguito del terremoto del 1313 e dedicati al ciclo della Vergine.
Il ciclo bizantino-cassinese inizia dalla parete destra dell'arco trionfale per proseguire sulla parte meridionale. I primi episodi sono dedicati alla Creazione e iniziano dal quarto giorno, con un giovane Dio senza barba che separa il sole dalla luna; segue poi la creazione degli Angeli, degli animali, degli uccelli. Infine la creazione dell'uomo, della donna e la cacciata dal Paradiso Terrestre.

Nella seconda campata l'unico affresco tuttora leggibile raffigura i sei Profeti, intenti a proclamare il messaggio scritto in latino che portano nella mano destra. Molti dipinti presenti in quest'area sono andati perduti a causa della costruzione dell'altare in pietra, realizzato nel 1597, recante lo stemma di Fossa.


Al centro dell'ultima campata di destra, due santi militari affrontati: San Giorgio – ben riconoscibile nell'atto di trafiggere il drago - e forse San Menas (1) e, sul registro più basso, la rappresentazione degli "Ultimi sei mesi dell'anno" (gli altri sei dovevano essere rappresentati sulla parete opposta), interpretati da sei diversi personaggi: ogni mese rappresenta una specifica attività, da compiere in quel periodo; e quindi a Luglio la mietitura, Agosto la battitura del grano, Settembre la raccolta di frutti, Ottobre la pigiatura dell'uva, Novembre la semina e Dicembre lo sgozzamento del maiale. Nel registro più basso troviamo raffigurati Abramo, Isacco e Giacobbe.

Giudizio universale: è raffigurato nella controfacciata con un proseguimento sulla parete di destra, nel primo registro in basso.


Nel registro più alto troviamo al centro il Cristo in trono racchiuso in una mandorla e fiancheggiato dalla Vergine e da San Giovanni. Nel registro sottostante gli Apostoli stanti divisi in due gruppi di sei dal finestrone centrale; nel terzo registro a sinistra la schiera degli Eletti a sinistra e, a destra quella dei Reprobi, ognuna sopravanzata da un angelo che dispiega un cartiglio. Al centro tra i due angeli c’è un altro personaggio frutto di un’aggiunta successiva; il quarto registro, più stretto degli altri, è occupato dai sepolcri che si aprono per lasciar uscire i corpi dei risorti; nell'ultimo registro, a sinistra del portale d'ingresso l'Arcangelo Michele che pesa le anime (psicostasia) mentre a destra del portale è raffigurato l'Inferno. Sulla parete meridionale, adiacenti al riquadro della psicostasia, sono raffigurati Abramo, Isacco e Giacobbe con in grembo le anime dei Giusti.

Tornando alla parete dell'arco trionfale, a sinistra del riquadro che da' inizio al ciclo della Genesi – il Creatore che separa il giorno dalla notte - troviamo la scena dell'Adorazione dei Magi che è invece l'ultima del ciclo dell'Infanzia di Cristo che si svolgeva sulla parete settentrionale e qui si concludeva.

Nel registro più basso dell'abside si svolge su tre lati il ciclo della Passione. 
Le pitture del lato destro sono quasi completamente perdute mentre a sinistra troviamo l'Ultima cena e il Bacio di Giuda. 

Ultima cena

Nella parete di fondo, al centro, la Crocefissione con a sinistra la Flagellazione e a destra la Deposizione nella tomba. Al di sotto di questo pannello sono raffigurati il donatore e la sua famiglia (ben dieci personaggi). Recentemente D.Piccirilli ha identificato il capostipite nel cavaliere provenzale Morel de Saurs che, sceso in Italia al seguito di Carlo I d'Angiò, resse il feudo di Ocre dal 1269 al 1283.

I donatori
                       
Nella scena della Deposizione nel sepolcro, il corpo bendato di Cristo, dopo essere stato posato sul pittoresco sepolcro in pietra, da Giuseppe di Arimatea e Nicodemo al margine della scena, sta per essere richiuso; San Giovanni avvicina la mano del Maestro al suo viso, a cercare una carezza mentre le tre donne, provate da dolore, si stringono la veste al seno.


Deposizione nel sepolcro

Alcuni studiosi ritengono che chi ha dipinto gli affreschi di Santa Maria ad Cryptas abbia avuto modo di osservare molto da vicino la Sindone (2), tanto da poterne addirittura notare delle particolarità come il pollice della mano destra piegato innaturalmente verso il basso (la lesione del nervo che muove il pollice, provocata dal chiodo della crocifissione, lo fa piegare verso l’interno della mano).

Nella scene della Flagellazione, Crocifissione e Deposizione troviamo ricorrere altri caratteri molto particolari che sembrano riconducibili solo alla fisionomia del Cristo come appare nella Sindone. Ad esempio il fatto che il corpo di Cristo denoti la figura di un uomo molto alto, decisamente troppo per l’epoca, cosi come sembrerebbe risultare anche dal Sacro sudario (3); inoltre la barba è sempre raffigurata bipartita a due punte come anche nel volto impresso nella Sindone.


Flagellazione

Nella Crocifissione inoltre, il Cristo è raffigurato con il capo flesso a destra e il corpo incurvato e spostato da un lato. Nel Sacro Lino, infatti, sembra di vedere una gamba più corta dell’altra. Si tratta della sinistra, rimasta più flessa sulla croce per la sovrapposizione del piede sinistro sul destro e così fissata dalla rigidità cadaverica. Sembra che il frescante, convinto che il Cristo avesse una gamba più corta, abbia impresso al bacino una forte inclinazione per ottenere poi che i piedi fossero inchiodati alla stessa altezza.   


Crocefissione

Anche alcune caratteristiche del pannello in cui sono raffigurati i donatori sembrano rimandare ad una committenza templare. Il fondo, ad esempio, è partito in bianco e nero così come lo stendardo dell'Ordine - il così detto beauceant - mentre la croce sullo scudo del capostipite è in campo blu che era il colore adottato dai templari italiani per la croce.

Altri rimandi all'Ordine si riscontrano nel pannello dove sono raffigurati i due santi militari, San Giorgio e San Mena, che appaiono abbigliati come i cavalieri di Terrasanta: il primo mostra lo scudo crociato mentre il secondo porta il mantello bianco dei templari.

L'icona della Vergine galactofora

Un tabernacolo ligneo con due ante, datato 1283 e dipinto a tempera, era collocato in fondo alla navata laterale sinistra – oggi al di sotto di una loggia aggiunta nel XVI secolo - all’interno di un’edicola marmorea, dove ora è stata posizionata una sua riproduzione (l'originale è attualmente conservato presso il Museo dell'Aquila). 



Il tabernacolo è costituito da una tavola principale, nella quale è raffigurata la Vergine che allatta il Bambino, e da due ante laterali, notevolmente compromesse, sulle quali sono raffigurate storie cristologiche. Il fondo è delimitato perimetralmente da una fascia blu e rossa, sulla quale sono rappresentate dei girali fogliacei, mentre nella zona centrale sono raffigurati dei motivi circolari su uno sfondo attualmente verde scuro. La Vergine è assisa su un trono senza spalliera né cuscini. Il trono ha i lati decorati con elementi geometrici e floreali chiari su sfondo rosso ed ha un suppedaneo rialzato di color verde scuro sulla quale corre perimetralmente un’iscrizione a lettere gotiche rosse su campo dorato. L’iscrizione riporta la data di esecuzione e la firma dell’autore: A(NNO) D(OMINI) MCC OCTOGESIMO III GENTIL(IS) D(E) ROCCA ME PI(NXIT).
La Vergine è rappresentata con una tunica blu, con cintura, polsi e collo rosso con decorazioni d’oro, sopra la quale è posizionato un lungo mantello rosso che le copre anche le gambe. Sul capo e sulle spalle le cade un velo blu decorato, una rielaborazione del classico maphorion bizantino. La bicromia rosso/oro è presente in tutte le decorazioni dell’opera.
Il Bambino è raffigurato nell’atto di benedire alla latina con la mano destra, mentre nella sinistra regge un libro sul quale è posta l’iscrizione, sempre a lettere gotiche rosse, «Ego Sum Lux Mundi Qui Sequitur».  

Gli affreschi della parete settentrionale, come già accennato, sono frutto della ridecorazione della parete a seguito del crollo del 1313 e sviluppano le scene del ciclo della Vergine. Inoltre, i riquadri del registro più basso appaiono ricoperti da affreschi realizzati nel XVI secolo.
Al centro della parete si trova un altare ad edicola entro cui è rappresentata un'Annunciazione datata 1486 e firmata “Sebastiano” (identificato con Sebastiano di Cola da Casentino).


Note:

(1) Alcune lettere riferibili a San Menas sembrano ancora leggibili nell'iscrizione ma non si ravvisano altre connotazioni utili. La figura è stata anche interpretata come San Martino o San Maurizio.

(2) Secondo alcuni la Sindone, trafugata dalla Cappella della Vergine del Faro di Costantinopoli durante il sacco crociato del 1204 da Ottone de la Roche, sarebbe stata custodita dai Templari per un lungo periodo. Ricordiamo però che la prima notizia riferita con certezza alla Sindone che oggi si trova a Torino risale al 1353 (secondo altri al 1355). (cfr. anche scheda La cacciata del duca di Atene dell'Orcagna)

(3) Non è facile, per una serie di ragioni, determinare con assoluta precisione l'altezza dell'uomo della Sindone, che dovrebbe comunque aggirarsi attorno ai 180 cm. L'altezza media dell'uomo dell'epoca era invece di circa 165 cm.