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mercoledì 12 ottobre 2011

Isola di Chios (Scio), Introduzione

ISOLA DI CHIO (SCIO).


1124-1173 L'isola di Chios viene concessa ai veneziani che l'abbandonano nel 1173 giudicandone l'occupazione economicamente svantaggiosa.
1173-1204 Impero bizantino. 

1204-1225 Con la fondazione dell'Impero latino d'Oriente l'isola passa sotto il suo controllo fin quando nel 1225 non viene riconquistata dall'Impero niceno.

Signoria degli Zaccaria (1304-1329)

Armi degli Zaccaria

Benedetto I Zaccaria (1304-1307). Avventuriero genovese, signore di Focea. Nel 1304 conquista l'isola di Chio.
Durante la crisi di Focea (la città era da tempo assediata dai corsari musulmani) l’ammiraglio Benedetto Zaccaria - ancora all’apice della gloria dopo essere stato determinante, insieme all'ammiraglio Oberto Doria,  nella vittoria della flotta genovese su quella pisana nella battaglia della Meloria (6 agosto 1284) - si accorse che l'isola di Scio era indifesa, facile preda di chi volesse occuparla: quindi, con un colpo di mano, se ne impadronì e la sistemò a difesa.
L'imperatore Andronico II, seppure a malincuore, la concesse in feudo all’ammiraglio per dieci anni, senza nessun altro vincolo che quello di inalberare sulle mura il vessillo imperiale e dichiararsi vassallo dell’Impero. Cosí Scio cambiava il suo destino, nel pugno saldo degli Zaccaria divenne un baluardo e un punto di scorta contro i pirati e i devastatori di ogni popolo e d’ogni religione.

Benedetto II Zaccaria detto “Il Paleologo” (1307-1314). Figlio di Benedetto I e della moglie il cui nome non è noto, pur dovendosi trattare di una donna legata in qualche modo alla famiglia dei Paleologi. Succede al padre alla sua morte. Sposa Giacomina Spinola. Alla sua morte gli succedono congiuntamente i figli Benedetto III e Martino.

Martino Zaccaria e Benedetto III (1314-1329)
L’imperatore Filippo "il Bello" di Francia aveva fatto delle isole di Chios, Tenedo, Samo, Marmora, Mitilene, ecc. e dei porti anatolici di Focea vecchia e Focea nuova un piccolo Regno, investendo Martino Zaccaria e tutti i suoi successori del dominio di queste terre.
A Martino Zaccaria venne conferito il titolo di Re e di Despota, alla greca, titolo che egli poteva trasmettere a tutti i suoi discendenti
utriusque sexus, cioè maschi e e femmine.
Martino Zaccaria, strinse una proficua alleanza con il suo primo matrimonio. Sposò infatti Maria Ghisi, la figlia maggiore di Bartolomeo Ghisi, gran conestabile di Morea che oltre alla castellania di Tebe, aveva il possesso di uno dei terzieri dell'Eubea e la Signoria di Tinos, Myconos e delle Sporadi settentrionali, allacciando stretti rapporti con la nobiltà della Romania Latina.
In questo contesto, ben radicato a Chios, ottenne la baronia di Chalandritsa da Aymon de Rans, il cavaliere al quale era stata donata da Luigi di Borgogna dopo l'estinzione della casata dei Tremolay.
Martino Zaccaria (a sn.) e S.Isidoro (a ds.) mentre sorreggono lo stendardo di Chio raffigurati sul dritto di un grosso da lui fatto coniare
 
In seconde nozze Martino sposò Jaqueline de La Roche, ultima erede del ramo cadetto della casa dei duchi di Atene che gli portò in dote le baronie di Veligosti in Messenia e di Damala in Argolide. Nonostante l'ampliamento dei suoi domini, Martino Zaccaria concentrò le sue forze soprattutto su Chios e sul mantenimento della supremazia navale dell'area che culminò con la conquista e l'occupazione della fortezza e del porto di Smirne nel 1317.
Nel 1318 fronteggiando vittoriosamente, con il sostegno dei Cavalieri di Rodi, un attacco turco, riuscì ad imporre agli Ottomani un pesante tributo di passaggio per i loro mercanti.
Martino riuscì quindi a volgere a suo favore le simpatie pontificie conducendo una lotta senza quartiere ai mercanti di schiavi e guadagnandosi in questo modo l'esenzione dai divieti vigenti sul commercio con l'Oriente islamico.
Nel frattempo era riuscito ad allontanare il fratello Benedetto III da Chios garantendogli un cospicuo vitalizio.
L'accresciuta potenza di Martino Zaccaria attirò anche le attenzione degli Angioini di Napoli e della Repubblica di Venezia che speravano di avere da lui un aiuto per l'espansione in Oriente.
Martino Zaccaria ottenne così da Filippo I d'Angiò, principe di Taranto, che aveva ereditato i titoli nominali di principe d'Acaia e imperatore di Costantinopoli, la nomina, il 26 giugno 1315, a "
Re e despota dell’Asia Minore" con i possedimenti delle isole di Scio, Enussa, Marmara, Tenedo, Lesbo, Samo, Nicaria, Co e i castelli di Damala e Calanuzza che insieme al regno di Tessalonica ed al despotato di Romania costituivano una delle chimeriche dipendenze dell'Impero Latino.
Per sdebitarsi, Martino, concesse 500 armati all’imperatore titolare per i suoi tentativi di riconquistare i perduti possedimenti dell'Impero Latino.
Oltre agli introiti derivanti dal possesso delle miniere di allume di Lesbo, già in parte controllate da Cattaneo, l’aspetto più importante era la concessione del dominio di Tenedo e Marmara. Queste due isole presidiavano infatti l’accesso allo Stretto dei Dardanelli che assicurava il controllo su tutto il Mar Nero. Chiunque desiderava commerciare con l’area Pontica doveva accordarsi con Martino Zaccaria.
Ma l’iniziale favore imperiale si tramutò presto in gelosia ed antagonismo con l'ascesa al trono del nuovo e più tenace imperatore Andronico III.
La rovina di Martino Zaccaria fu il tradimento del fratello Benedetto III che, nel 1324, si presentò all’imperatore reclamando contro l’operato del fratello.
L’imperatore proclamò la decadenza di Martino Zaccaria da tutti i suoi diritti in Oriente ed inviò una flotta di 105 navigli per riprendersi l’isola di Scio (1329).
Martino fu fatto prigioniero e tradotto a Costantinopoli, i suoi figli, Bartolomeo e Centurione, a stento ebbero salva la vita e parte dei loro tesori.
A Benedetto III, per il suo "tradimento", fu offerto il titolo di prefetto di Scio sotto la bandiera imperiale. Non soddisfatto, tentò nel 1330 di impadronirsi dell’isola, senza riuscirci. Morì poco dopo senza prole. Scio rimase in mano bizantina. Successivamente anche Focea fu riconquistata dai Greci.


Nel 1337, le pressioni del papa e di Filippo VI di Francia indussero Andronico III a liberare Martino Zaccaria dalla prigionia. Tornato a Genova, fu nominato ambasciatore della Repubblica presso la Santa Sede e nel 1343 gli fu affidato il comando delle quattro galere pontificie che parteciparono alla cosiddetta crociata di Smirne volta ad occupare la base principale della flotta pirata dell'emiro di Aydin Umur Bey.
Il 28 ottobre 1344, dopo alcuni vittoriosi scontri navali, le forze crociate occuparono il porto di Smirne (Liman kalesi) e la città bassa, mentre le forze dell'emiro continuavano a tenere l'acropoli (Kadifekale).
Il 17 gennaio 1345 il legato pontificio Enrico di Asti - patriarca latino titolare di Costantinopoli - contro il parere di Martino e degli altri comandanti crociati, volle celebrare la messa nell'edificio dell'antica cattedrale cittadina trasformata dai turchi in stallaggio che si trovava nella terra di nessuno tra le linee dei due schieramenti. Umur Bey in persona guidò l'attacco sferrato dai turchi durante la funzione. Mentre i crociati ripiegavano confusamente verso il porto, Martino Zaccaria, lo stesso patriarca e Pietro Zeno, comandante del contingente veneziano, furono trucidati nella chiesa. 

 
La Maona vecchia (1346-1363)
I Giustiniani di Genova più che da antiche discendenze, “nascono” a Genova il 27 febbraio 1347, come “nome” di una società: la “Maona” (la parola deriva probabilmente dal genovese mona che significa unione), la prima società per azioni documentata nella storia, sorta per lo sfruttamento per conto della Repubblica Genovese dell’Isola di Chios nell'Egeo nord orientale, ricca di un albero, il lentisco, che solo qui, produce una sostanza resinosa: il mastice, fonte all'epoca d'enorme ricchezza.
Ben presto i “Maonesi”, appartenenti a famiglie già in vista nella Genova di allora, assunsero tutti il nome di Giustiniani perdendo il proprio.

Armi dei Giustiniani di Chios

   Nel 1345, più o meno in concomitanza della perdita dei possedimenti di Chios e Focea nel Dodecaneso, il doge Giovanni De Murta indice un concorso per formare un armata di navigli per espugnare Roccabruna e Monaco divenuti il covo dei fuoriusciti avversari della Repubblica.
In quei tempi Genova versava in una profonda crisi finanziaria. Il Doge, sostenuto dal popolo decise di resistere, ma viste le ridotte disponibilità di cassa, affidò la costruzione della flotta a privati cittadini, il cui credito sarebbe stato garantito o con titoli del debito pubblico oppure con concessioni territoriali o finanziarie.
Ciascun partecipante doveva armare una nave e versare la somma di 20.000 lire a titolo di prestito a Genova. Di contro la Repubblica s’impegnava a restituire il prestito concedendo i bottini di guerra a titolo di risarcimento di questa spedizione. Parteciparono al concorso 7 “nobili” e 37 “popolani”, di cui solo 29 di loro riuscirono ad armare una nave (altri dicono 25). Questo gruppo si costituì attorno alla famiglia Giustiniani. La flotta fu armata da ben 6.000 uomini di cui 1.500 balestrieri. Un cronista dell’epoca nota che tutti gli armati erano vestiti dello stesso panno, costituendo quindi una formazione militare regolare.
Il comando fu affidato, il 19 gennaio 1346, al popolano Simone Vignoso con il titolo di Precettore o di comandante in capo della flotta.
La flotta era pronta ad essere utilizzata contro gli avversari della Repubblica, ma gli stessi intimoriti dalla poderosa flotta si rifugiarono a Marsiglia sotto la protezione del Re di Francia. Decisione non fortunata in quanto gli stessi furono invitati a partecipare alla guerra contro gli inglesi che li annientarono a Crecy.
La flotta si trovò quindi disoccupata ancor prima di cominciare, anche se a questo punto, si era già accumulato un credito per il suo allestimento ed il suo mantenimento.
Viste le necessità della Repubblica di tutelare i suoi possedimenti in medio oriente, la flotta fu inviata nel maggio dello stesso anno nel Levante, per difendere gli interessi commerciali genovesi tra cui gli ex possedimenti di Focea Vecchia e Focea Nuova, governati dagli Zaccaria con il titolo di Re e Despoti dell’Asia Minore, che erano stati ripresi dall’Imperatore Andronico II nel 1325. A queste si aggiunse anche l’isola di Chios, non più posseduta dagli Zaccaria dal 1329 ma di cui avevano conservato il titolo di Principi.
L’eventuale conquista di questi territori, avrebbe poi permesso di saldare il debito contratto con i Giustiniani per l’allestimento della flotta con una concessione ventennale sugli stessi attraverso “tutti i comodi e le utilità di tutti i luoghi e le terre che sarebbero state acquistate dall’ammiraglio, dai capitani e dagli uomini delle galee” per l’intera somma dovuta loro come compenso pari a 203.000 lire genovesi. Doveva essere quindi un rapporto di carattere feudale, una investitura provvisoria delle conquiste future.

Il 16 giugno del 1346, dopo un inutile tentativo diplomatico con i Greci che cercavano di mantenersi indipendenti, Vignoso entrò nel porto di Chios ed occupò l’isola in tre giorni. Ne assunse però il pieno controllo soltanto il 12 settembre quando, dopo tre mesi di eroica resistenza della guarnigione greca asserragliata  nel capoluogo dell'isola, il governatore bizantino Colajanni Cibo (Ziffo) accettò di firmare la capitolazione (1). 
Quattro giorni dopo, Vignoso riconquistò anche Focea Vecchia sulla costa anatolica. Il 20 dello stesso mese viene occupata Focea Nuova con un corpo di spedizione comandato da Pietro Recanelli Giustiniani.
Mentre si appresta a riconquistare Tenedo e Lesbo, il Vignoso deve tornare a Chios minacciata dagli imperiali.
Il 9 novembre 1346, torna a Genova acclamato dalla folla.
il 27 febbraio 1347 il doge, non avendo risorse per ripagare il debito contratto con i nuovi ammiragli, cede ai 29 armatori (“Mahonenses”) la giurisdizione civile e delle imposte di Chios (“dominum”) e il monopolio del commercio del mastice per 20 anni.
La difesa e l’amministrazione delle colonie furono affidate esclusivamente ai Maonesi, il Comune di Genova si riservò solo l’alta sovranità.
Questa è la prima formazione della Maona (detta poi la “vecchia”) che nel 1359 assunse il nome di Giustiniani per dare un suono esplicito al consorzio famigliare da loro creato.

   Nel 1348, il nuovo imperatore Giovanni VI Cantacuzeno chiese al Comune la restituzione di Chios e Focea, il Doge, astutamente emanò un provvedimento a riguardo ben consapevole che la Maona non gli avrebbe ubbidito. Il Dodecaneso infestato dai pirati, è ora minacciato dai mongoli. Genova cerca la protezione imperiale, senza troppo penalizzare i suoi traffici. Impone un dazio alla Maona a favore dell’imperatore che la obbliga ad innalzare la bandiera imperiale. In realtà tale provvedimento rimarrà, di fatto, inapplicato.

Con l’aiuto del genovese Giovanni Cybo, gli imperiali muovono per riprendersi il possesso dell’isola. Il Cantacuzeno favorito dalla popolazione riesce a riprendere le due Focee, ma fallisce la presa di Chios. Poco dopo i Maonesi riconquistano le due Focee per opera del condottiero Andrea Petrila.

L’8 marzo 1362 fu stabilito che si formasse una nuova “società” cui sarebbe andato il governo e lo sfruttamento commerciale di Chios per dodici anni fino al 14 febbraio 1374 e che la “vecchia” Maona fosse liquidata dalla medesima mediante il pagamento del debito residuo vantato con la Repubblica nel 1347.
Tale contratto aveva validità fino a quando a Genova fosse rimasto il governo popolare.
La Repubblica si riservò il diritto di risolvere il contratto anticipatamente, fino al 27 febbraio 1367, con il pagamento del debito delle 203.000 lire genovesi ai Giustiniani.
Il 14 novembre 1362 nasce la “nuova” Maona dei Giustiniani sotto la direzione di Pasquale Forneto e Giovanni Oliviero. I soci fondatori erano dodici: Nicolò de Caneto de Lavagna, Giovanni Campi, Francesco Arangio, Nicolò di S.Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello de Forneto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco Garibaldi.
I soci si uniscono in “albergo” abbandonando il loro cognome, escluso Gabriele Adorno. Gli Adorno lo tramutarono in Pinelli, nel 1528, con la riforma degli “alberghi” famigliari assunsero poi quello di Giustiniani. A questi dodici si aggiunge successivamente un tredicesimo: Pietro di S.Teodoro.

Note:

(1) Per indurlo a capitolare furono offerte a Colajanni Cibo condizioni particolarmente vantaggiose: sarebbe divenuto cittadino di Genova e avrebbe continuato a governare l'isola in nome della Superba, avrebbe mantenuto tutte le sue proprietà al pari di tutti i greci di Chios e avrebbe ricevuto uno stipendio di 7.000 iperperi all'anno.




La Maona nuova (1363-1566)
L’8 giugno 1363, l’imperatore Giovanni V Peleologo (cfr. guerra civile Giovannni V-Giovanni VI in Tessalonica, Introduzione) rinuncia definitivamente al suo potere sulle isole e cede ai Giustiniani i diritti su Chios, Samo, Enussa, Santa Panagia e Focea che era diventato uno degli empori più fiorenti dell’Asia Minore, conferendo ai Giustiniani i titoli di Re e di Despota, alla greca, riconfermando ai “nobiles viros” Giovanni Oliviero, Raffaele de Forneto e Pietro Recanelli il possesso nelle forme e nei modi con cui l’avevano avuto gli Zaccaria.

Con la caduta del Governo “popolare” a Genova, approfittando di un articolo della convenzione stipulata con la Repubblica, i Maonesi si ribellarono ai rappresentanti del Re di Francia che avevano assunto la Signoria di Genova.
il 21 dicembre 1408 ,venuti meno gli antichi patti, la Maona proclama l’indipendenza, ma il nuovo governo filofrancese, la riconquista quasi subito il 18 giugno 1409 con una spedizione comandata da Corrado D’Oria. Il condottiero cercò un compromesso con i Giustiniani per impossessarsi personalmente dell’isola, pretendendo per la “libertà” dei soci della “Maona”, le quote dei maggiori azionisti. Mediante un abile opera diplomatica, il conflitto fu ricomposto e la “ribellione” presto dimenticata, anche per l’estremo valore della Maona nella difesa degli interessi commerciali di Genova da pirati e Ottomani. Genova inviò a Chios una piccola flotta per dimostrare la sua sovranità, ma non ce ne fu bisogno, in virtù di un nuovo compromesso il quale limitò ulteriormente l'autorità della Repubblica sulla Maona.
Nel novembre 1431 scoppia una nuova guerra con Venezia. Una flotta di trenta navi Veneziane con al comando Andrea Mocenigo e Dolfino Venier e Scaramuzza da Pavia al comando delle truppe da sbarco stringono d’assedio Chios.
La Maona dispone nella fortezza di Chios assediata di solo 300 armati capitanati da Leonardo Montaldo, ma resiste stoicamente ai ripetuti attacchi delle soverchianti forze nemiche.
Nel giorno di Natale 1431 attirando il nemico nel porto difeso solo da mercantili, lo aggira sferrando un poderoso e vittorioso attacco di sortita contro le truppe che assediavano la città sul versante di terra in cui trova la morte lo stesso Scaramuzza.
Damiano Grillo con 70 compagni, provenienti da Costantinopoli, forza il blocco veneziano su alcuni piccoli vascelli e si unisce ai difensori rialzandone il morale.
L’assedio a Chios fu tolto il 14 gennaio 1432.
In aprile, Andrea De Marini sconfigge definitivamente i Veneziani nel Dodecaneso.
Mocenigo e Venier di ritorno a Venezia sono giustiziati per aver mal condotto l’assedio alla fortezza di Chios.
Nello stesso anno, viene stipulata la definitiva pace tra Genova e Venezia.

Nell’autunno 1455, venti triremi turche comandate da Junusberg, muovono verso Chios, nonostante che una tempesta ne disperde la maggior parte, i Turchi conquistano senza combattere Focea Nuova, governata a quel tempo da Paride Giustiniani, che gli si consegna spontaneamente.

Nel 1481 i Giustiniani abbandonano l’isola di Samo e lasciano Nicaria ai Cavalieri di S.Giovanni, cui già prima avevano lasciato Cos.
La Maona Giustiniani continuò a governare Chios fino al 1566, quando un ritardo nel pagamento del tributo annuale fornì il pretesto a Solimano il Magnifico per la sua ultima conquista (morì poco dopo).
Il 14 aprile 1566 una flotta imponente di ottanta galee comandate da Kapudanpascià Pialì (o “Paoli” come da altre fonti) arriva al porto di Chios che riesce in sostanza ad occupare senza combattere con un sottile tradimento. Gli Ottomani chiesero infatti l’approdo al passaggio come amici, ma appena approdati, convocarono il capo della Maona, il podestà Vincenzo Giustiniani, il vescovo Timoteo Giustiniani e i 12 governatori e li fecero imprigionare.
Vincenzo Giustiniani con gli altri 12 governatori e gli altri Giustiniani più in vista furono portati a Costantinopoli. I più giovani sotto i 12 anni furono chiusi in un convento intitolato a S. Giovanni Battista. Ventuno giovinetti tra i 12 e i 16 anni furono separati dai genitori, costretti ad abiurare la fede cattolica ed ad arruolarsi nel corpo dei giannizzeri.
Tre di loro si piegarono alle volontà ottomane, furono circoncisi, ma poi riuscirono a fuggire a Genova, riabbracciando la fede avita. Gli altri 18 furono uccisi dopo atroci torture il 6 settembre 1566. Questi ultimi furono canonizzati dalla Chiesa.



Francesco Solimena, Massacro dei Giustiniani di Chios, 1710-1715

Una lettera datata 1715 scritta da Marco Antonio Giustiniani riporta la notizia del quadro di Francesco Solimena. L'opera doveva far parte di una serie di tre teloni destinati ad arredare la Sala del Minor Consiglio del Palazzo Ducale di Genova, ma i quadri andarono distrutti in un incendio nel 1777. Quello qui riprodotto è lo studio preparatorio attualmente conservato nel  Museo di Capodimonte di Napoli.

   Le più ricche famiglie di origine genovese preferirono lasciare l'isola. Giuseppe Giustiniani si trasferì a Roma, dove suo cognato Cardinal Vincenzo Giustiniani lo introdusse alla corte papale. Egli maritò le sue tre figlie ad altrettanti membri dell'aristocrazia romana; suo figlio intraprese la carriera ecclesiastica e divenne cardinale nel 1586. Nel 1590 comprò il palazzo romano che ancora oggi porta il suo nome e che ospita l'ufficio del Presidente del Senato. Nel 1595 comprò per la famiglia il feudo di Bassano.

1694-1695 Nel corso della guerra di Morea il capitano generale Antonio Zeno strappa Chios ai turchi e fa eseguire lavori di rafforzamento delle difese, trasformando cinque torri in altrettanti bastioni, uno dei quali porta il suo nome, e costruendo la Porta Maggiore.
I veneziani sbarcano l'8 settembre sotto capo S.Elena. Il 18 i turchi, firmata la capitolazione, abbandonano la fortezza di Chios e riparano a Tschesme sulla costa turca.
Il 21 febbraio 1695, temendo un contrattacco turco nel Peloponneso, Zeno si ritira dall'isola.

Nel 1821, allo scoppio della rivoluzione greca , l'isola rimase inizialmente neutrale, ma nel 1822 rivoluzionari provenienti dalla vicina Lesbo guidati da Lykourgos Logothetis sobillarono la popolazione contro i Turchi.
La rivolta presto fallì ed i partigiani costretti al ritiro lasciarono la popolazione alla mercé dei Turchi. Questi desiderosi di infliggere una dura lezione, approntarono una grande flotta agli ordini dell'ammiraglio Kapudan Pashà Karà Ali che fece sbarcare un gran numero di Turchi affiancati da orde di irregolari per reprimere quanto rimaneva della resistenza.
La rabbia degli ottomani produsse infatti la strage di Chios (più di 25mila morti e la vendita di molti altri come schiavi) che ispirò la letteratura del primo ottocento.
Due racconti del massacro del 1822 di Miljan Peter Ilich ed un articolo dello Stirring Event of History (Londra 1886) e lo stesso Delacroix che ne immortalò le pene (nel 2009 una copia del dipinto di Delacroix che era esposta al Museo bizantino di Chio fu tolta come gesto di riconciliazione greco-turco).
La strage raggiunse il culmine della ferocia nel villaggio medievale di Anavatos costruito su una rocca fortificata.
Dopo un lungo assedio i Turchi massacrarono 3000 persone e, pur di non cadere nelle loro mani, molte donne con i loro bambini si uccisero saltando nel profondo burrone sotto la rocca. Questa orrenda strage sollevò un ondata di proteste nella libera Europa che costrinse i Turchi a porre fine alla repressione facilitando il rientro degli esuli a spese dello stato.


Delacroix, Le Massacre de Scio, 1824, Louvre.

L'ammiraglio Karà Ali fu a sua volta ucciso dal patriota Kanaris che nottetempo nel porto di Chòra attaccò la nave ammiraglia piazzando un barilotto di polvere da sparo e facendola esplodere.
L'isola si riprese con molta fatica da questi eventi, ma nel 1881 il tremendo terremoto ne procurò una pressoché totale distruzione.

Nel 1912 l'esercito greco liberò Chios, mentre le altre isole del Dodecaneso meridionale (Leros, Rodi, Kalymnos, Kos, Karpatos, Symi), sottoposte ad un debole controllo dell'Impero Ottomano, furono occupate dall'esercito italiano.


Nel maggio 1941, allo scoppio della seconda guerra mondiale con le operazioni balcaniche Chios e le altre isole del nord del Dodecaneso passarono sotto il controllo dell'esercito nazista, quelle meridionali restarono sotto il controllo italiano fino all'8 settembre 1943.

Nel 1944 l'esercito di liberazione greco e gli Angloamericani liberano le isole.






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