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sabato 11 marzo 2023

L' Hebdomon

L'Hebdomon

L'Hebdomon era un sobborgo di Costantinopoli che sorgeva lungo la via Egnatia, a circa 7 miglia (da cui il nome) ad ovest del Milion, nella località oggi nota come Bakirkoy. Era una sorta di “Versailles degli imperatori bizantini” (Thibaut) accanto a cui si trovava il campo di marte dove si svolgevano le manovre e si acquartieravano le truppe prima o dopo le campagne militari.



Palazzo imperiale
Il Palazzo imperiale di Hebdomon fu originariamente costruito dall'imperatore Valente (364-378). Successivamente fu completamente ricostruito da Giustiniano e prese il nome di Iokoundianai. L'imperatore vi soggiornava volentieri e da qui vennero emanate molte delle sue leggi. Il palazzo compare nelle fonti anche con il nome di Sekoundianai, nome che potrebbe coinvolgere nella sua costruzione Secundinus che nel 492 fu nominato eparca di Costantinopoli da Anastasio I con il compito di sedare la rivolta degli Isauri e ristrutturare gli edifici danneggiati nel corso della quale.  

Le fondamenta del palazzo imperiale (2015)

Colonna di Teodosio II 
In una piazza del paese rimane rovesciato un fusto monolitico di granito grigio bluastro levigato, lungo m 11,25, del diametro inferiore di m 1,50 e superiore di m 1,36, riferibile ad una colonna onoraria, a cui doveva appartenere l'iscrizione frammentaria su base di marmo bianco proconnesio, lunga m 2,30, larga m 1,94, alta m 0,75, oggi collocata nei giardini di Santa Sofia.

L'iscrizione è stata integrata dal Demangel: 

D(ominus) N(oster) Theodo[sius pius felix August]us - imperator et [fortissimus triumfato]r - [gentium barbararum pere]nnis [et ubiqu]e - [victor pro]votis sororum pacato - [orbe Romjano celsus exultat.

La colonna risulta così dedicata a Teodosio II dalle sorelle Pulcheria, Arcadia e Marina, e la pace a cui si allude nell'iscrizione può essere o quella con i Persiani del 422, o, più probabilmente, il trattato con gli Unni del 449 giacché la colonna potrebbe essere stata fatta erigere da Pulcheria che in quell'anno venne riammessa a corte dopo essere stata esiliata proprio nel palazzo imperiale di Hebdomon. Sappiamo inoltre che questa colonna era vicina al palazzo imperiale e che cadde al suolo nel terremoto del 557. La base della colonna venne ritrovata nel cortile di un complesso residenziale oggi al civico 3 di Cevizliyalı Sokak, il palazzo imperiale doveva quindi sorgere nelle immediate vicinanze.

Palazzo Magnaura 

Un altro edificio residenziale era il palazzo di Magnaura che sorgeva praticamente in riva al mare su un promontorio che portava lo stesso nome. Probabilmente qui, originariamente, si radunavano i membri del Senato – come nell'omonimo palazzo cittadino (Magnaura deriva infatti dal latino magna aula) - per rendere omaggio all'imperatore che tornava da una campagna vittoriosa.

Kampos
Nella spianata dove ora sorge l'ippodromo Veli Efendi si estendeva il campo di Marte dove si svolgevano le esercitazioni militari e si acquartieravano le truppe che giungevano nella capitale. 
Da qui partivano i cortei trionfali che entravano in città attraverso la Porta d'oro e percorrevano la Mese fino al palazzo imperiale e a santa Sofia. Per questa ragione, a partire da Valente, una decina di imperatori furono proclamati qui, a sottolineare l'importanza politica assunta dall'esercito in quel periodo. La proclamazione avveniva su una tribuna, fatta erigere da Valente, che si affacciava sul campo di Marte.



Resti del muro della tribuna

Chiesa di San Giovanni Battista

Fu fatta erigere da Teodosio I nel 391 per accogliere la reliquia della testa di San Giovanni Battista e poi completamente ricostruita da Giustiniano. Fu probabilmente restaurata nuovamente sotto Basilio I (867-886).

Durante gli scavi del 1921-1923 emersero i resti dell'abside. Sulla scorta della descrizione di Procopio sappiamo che la chiesa giustinianea aveva una pianta ottagonale - del tipo di quella di San Vitale di Ravenna o della chiesa costantinopolitana dei SS. Sergio e Bacco – tutto attorno al giro di colonne che racchiudeva lo spazio centrale correva un deambulatorio sovrastato dalle gallerie. Le poche evidenze architettoniche scomparvero nel 1965 con la costruzione dell'ospedale di Bakirkoy.


Chiesa di San Giovanni Evangelista
A pianta basilicale, risaliva originariamente probabilmente all'epoca di Costantino il grande. Andata distrutta nel VII secolo, fu ricostruita anch'essa da Basilio I. Nel corso degli scavi del 1921-1923, in prossimità della chiesa del Battista, emerse un pavimento decorato a mosaico che poteva appartenere ad un edificio di culto a pianta basilicale. E' comunque possibile che i lavori di ristrutturazione intrapresi sotto Basilio I abbiano realizzato la fusione tra le due chiese, questo spiegherebbe anche perché a partire da quest'epoca la chiesa dedicata al Battista scompare completamente dalle fonti.

L'Ipogeo



Il corridoio anulare

Nell'area dove sorge attualmente l'ospedale psichiatrico è stato ritrovato un sepolcro ipogeo. Si tratta di una costruzione a pianta circolare trasformata in croce dall'intersecarsi di due navate ortogonali e circondata da un corridoio anulare. I quattro grandi pilastri che risultano dall'intersecarsi delle due navate sostengono la volta a cupola.

Giacché nell'epitaffio di Basilio II (976-1025) - tramandatoci dalle fonti – è scritto che l'imperatore volle farsi seppellire all'Hebdomon, si era ritenuto che l'ipogeo fosse il luogo della sua sepoltura. Si tratta invece di un edificio del V secolo, epoca a cui appartengono anche i sei sarcofagi ritrovati al suo interno, ovvero in sei delle otto nicchie ricavate nella muratura.

Uno dei sarcofagi ritrovati all'interno dell'ipogeo
Museo Archeologico di Istanbul

Un sarcofago ritrovato in prossimità della chiesa del Battista (vedi sopra) e oggi disperso, venne attribuito all'imperatore, che probabilmente venne sepolto all'interno della chiesa. 

Il sarcofago (oggi disperso) attribuito a Basilio II

Ad ogni modo, Giorgio Pachimere nella sua Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum, scritta all'epoca di Michele VIII Paleologo, racconta che nel 1260, mentre il Paleologo assediava le fortificazioni di Galata, alcuni suoi parenti si recarono nella chiesa del Battista al'Hebdomon ormani in rovina e s'imbatterono nelle ossa di un uomo il cui epitaffio diceva essere stato l'imperatore Basilio II. Secondo il cronista, Michele fece recuperare i resti del suo predecessore per farli seppellire nel katholikon del monastero del Salvatore a Selymbria (mai identificato). Le spoglie del Paleologo sarebbero state ivi traslate pochi anni dopo la sua morte e tumulate accanto a quelle del suo illustre predecessore.

Cisterna di Hebdomon (Fildami Sarnici)


E' una cisterna a cielo aperto e misura 127x76 metri. Può contenere fino a 125.000 metri cubi d'acqua. La sua costruzione risale al V-VI secolo. 


In prossimità dell'angolo sudovest, si trova una torre piezometrica di epoca successiva mediante la quale era possibile misurare la pressione dell'acqua all'interno della cisterna. 


Il toponimo turco (Fildami sarnici, letteralmente "cisterna degli elefanti") è dovuto al fatto che per un periodo in epoca ottomana vi vennero sistemate le stalle degli elefanti del sultano. Originariamente la cisterna doveva provvedere al fabbisogno delle truppe acquartierate nel Kampos (campo di marte) dell'Hebdomon.


la torre piezometrica




lunedì 20 agosto 2018

La Chalke, Costantinopoli

La Chalke, Costantinopoli

La Chalke (Χαλκῆ Πύλη= porta di bronzo) costituiva l'accesso monumentale al Gran Palazzo imperiale dallo spiazzo dell'Augusteion (1). Prendeva il nome dagli imponenti battenti bronzei fatti realizzare dall'architetto Eterio per volere dell'imperatore Anastasio I (491-518), sotto il cui regno venne costruita la prima versione della porta (2). Veniva aperta al levar del sole alle persone invitate dall’imperatore e si richiudeva dietro di loro al tramonto.
Prospetto e pianta ipotetici della Chalke

Gravemente danneggiata durante la rivolta di Nika (532), fu fatta restaurare da Giustiniano.
Nella nuova versione – minuziosamente descrittaci da Procopio nel De Aedificiis – la Chalke appariva come un edificio a pianta rettangolare eretto su quattro massicci pilastri e coronato da una cupola impostata su pennacchi che poggiavano su quattro volte a botte poco profonde. Presentava quindi anch'essa quell'impianto a croce greca inscritta caratteristico di tutta l'architettura giustinianea.
L'interno era rivestito da marmi policromi pregiati fino al livello della cornice, al di sopra della quale tutte le superfici curve erano decorate da mosaici che raffiguravano scene dei trionfi ottenuti da Belisario nelle campagne d'Africa e d'Italia. Giustiniano e Teodora, in una posizione centrale, circondati da alti ufficiali dell'esercito, erano rappresentati nell'atto di ricevere dal condottiero vincitore le terre riconquistate ed il bottino di guerra.

Ricostruzione virtuale

E' opinione concorde tra gli studiosi che una riproduzione piuttosto fedele della Chalke si trovi nel cosiddetto avorio di Treviri (vedi scheda), la cui datazione oscilla tra la fine del VII ed il IX secolo.

L'avorio di Treviri, particolare della Chalke

 
Il Cristo Chalkites

All'esterno, nella lunetta sovrastante l'ingresso, venne successivamente collocata una statua bronzea del Cristo a mezzo busto (3). Quest'immagine, che venne riprodotta innumerevoli volte sulle icone, divenne nota con il nome di Cristo Chalkites.
Nel 726, in piena temperie iconoclasta, l'imperatore Leone III ne ordinò la rimozione scatenando la rivolta del popolino della capitale, in cui trovarono la morte sia il funzionario incaricato di rimuovere la statua, sia Santa Teodosia che aveva guidato la protesta popolare. Ripristinata in situ durante il regno di Irene (780-802), la statua venne nuovamente rimossa e sostituita con una croce sotto un'altro imperatore iconoclasta, Leone V (813-820). Dopo il definitivo ripristino del culto delle immagini (843), venne rimpiazzata con un'immagine del Cristo a figura intera e infine - probabilmente durante il regno di Romano I Lecapeno (920-944) - da un'immagine del Cristo realizzata a mosaico (4).

 
Accanto a questa immagine del Cristo, che compare nel mosaico raffigurante una Deesis nell'endonartece della chiesa del Salvatore in chora e che risale al 1316, era un tempo leggibile la didascalia Cristo Chalkites (oggi rimangono tracce soltanto dell'epiteto Chalkites). Dovrebbe quindi trattarsi di una riproduzione dell'mmagine realizzata a mosaico nella lunetta sovrastante l'ingresso della Chalke.
 
Il Trionfo dell'ortodossia (particolare), icona lignea della fine del XIV secolo
British Museum, Londra
 
Nell'icona conservata presso il British Museum, Santa Teodosia tiene in mano un'icona che molto probabilmente riproduce anch'essa l'immagine del Cristo Chalkites alla cui rimozione la Santa cercò di opporsi (vedi scheda La questione iconoclasta).
 
La chiesa del Cristo Chalkites
 
Romano I Lecapeno fece anche costruire accanto alla Chalke una piccola cappella (poteva accogliere appena 15 persone) dedicata al Cristo Chalkites. Nel 972 questa fu completamente ristrutturata ed ampliata da Giovanni I Zimisce (969-976) che vi fece depositare alcune reliquie (tra cui i sandali di Cristo e i capelli di San Giovanni Battista) e costruire la tomba dove venne poi tumulato.
Il nuovo edificio, a pianta centrale, si sviluppava su due piani ed era ricoperto da una cupola centrale. Il piano superiore era fiancheggiato da due semicupole ed era preceduto da una terrazza. L'intero edificio poggiava inoltre su un podio sul modello degli antichi mausolei funebri.
Nel 1183 in questa chiesa fu incoronato coimperatore (associato al giovane Alessio II) Andronico I Comneno.
Dal resoconto di viaggio di un pellegrino russo sembra ancora in uso nella prima metà del XV secolo.
Dopo la conquista il primo piano venne adibito a serraglio per gli animali selvaggi destinati alla corte del Sultano, da cui il nome di Arslan (leoni) hane con cui divenne conosciuto. Al piano superiore, dove furono murate le finestre che vi si aprivano, vennero invece alloggiati i frescanti e i miniaturisti al servizio del Sultano e prese il nome di Nakkaş hane. Gravemente danneggiata da un incendio nel 1741 e successivamente nel 1802, venne definitivamente demolita nel 1804.
 

In questa miniatura - realizzata dal miniaturista ottomano Maktraci Nasuh nel 1536 - la chiesa del Cristo Chalkites (in ocra e rosso) è riprodotta tra l'Ippodromo e Santa Sofia.
 
Nel VII e VIII secolo la Chalke o sue dirette dipendenze vennero utilizzate come prigione. Sotto Basilio I (867-886) fu invece restaurata e adibita a sede di tribunale.
Quando nel 969 Niceforo II Foca fece erigere un muro tra l'Ippodromo ed il mar di Marmara che isolava la parte bassa del Gran Palazzo da quella alta, la Chalke perse la sua funzione di ingresso monumentale. Durante il primo periodo di regno di Isacco II Angelo (1185-1195) furono asportate e fuse le magnifice porte bronzee mentre ogni riferimento alla Chalke scompare dalle fonti scritte dopo il 1200.

Note:

(1) Secondo alcuni studiosi la Chalke prospettava direttamente sul lato meridionale dell'Augusteion, sul cui lato occidentale terminava la mese (Fig. A, contrassegnata dal n.7).


Fig. A
 
Secondo altri invece la mese - che era fiancheggiata da due colonnati lungo tutto il suo percorso - terminava invece dinanzi alla Chalke che collocano immediatamente all'esterno dell'Augusteion e ruotata di 90° rispetto all'ipotesi precedente (Fig. B)
 
Fig. B
 
(2) Secondo altri, il nome deriverebbe invece dalle tegole bronzee che ne costituivano la copertura.
 
(3) Procopio non menziona questa statua. L'ipotesi attualmente ritenuta più probabile è che questa vi sia stata collocata durante il regno di Giustiniano II (685-695 e 704-711).

(4) Alcuni studiosi (cfr. C.Mango, The Brazen House; a study of the vestibule of the imperial palace of Constantinople, Copenhagen, 1959, pp. 125-126) attribuiscono un ruolo nella realizzazzione dell'immagine dell'843 a San Lazzaro Zographos, il monaco pittore, martire della repressione iconoclasta, a cui erano state bruciate le mani.




sabato 1 febbraio 2014

La prigione di Anemas

La prigione di Anemas


 

A. Muro di Manuele I Comneno (1143-1180).
B. Muro di Leone V (813-820).
C. Muro di Eraclio (627).
  1. Porta Caligaria (l'attuale Egri kapi=Porta obliqua), così detta per la sua vicinanza al quartiere  dei  fabbricanti di calzature (caligae).
  2. Porta Gyrolimnes (Porta del lago d'argento) delle Blachernae (murata).
  3. Torri di Isacco II Angelo e di Anemas.
  4. Prigione di Anemas (?).
  5. Chiesa della Theotokos delle Blachernae (distrutta nel 1453).
  6. Torre con l'iscrizione dedicatoria a Isacco II Angelo.
 
La cosiddetta Prigione di Anemas era riservata a detenuti politici di alto lignaggio e si trovava addossata alle mura all'interno del complesso delle Blachernae, nel punto in cui le mura fatte costruire da Manuele I Comneno (1143-1180) si congiungevano al tratto fatto costruire da Eraclio nel 627, il muro interno (C), e da Leone V (813-820), quello esterno (B).


La facciata esterna della Prigione appare in parte formata da due torri quadrangolari affiancate ma costruite in epoche ed in murature diverse. Quella meridionale presenta una muratura molto irregolare - in cui si trovano inseriti diversi fusti di colonna (1) - proveniente probabilmente dalla demolizione di una chiesa. Il piano superiore, in cui si aprono ampie finestre, ha l'aspetto di una loggia coperta e probabilmente comunicava direttamente con il palazzo delle Blachernae. E' identificata con la torre fatta costruire da Isacco II Angelo nel 1188 (2) a rafforzamento delle difese del palazzo e utilizzata dall'imperatore come residenza privata.

Torre di Isacco II Angelo
 
La torre di Isacco II Angelo vista dall'interno delle mura
 
La torre settentrionale appare invece costruita in una muratura molto più classica – a corsi alterni di mattoni e conci di pietra – e regolare e risale chiaramente ad un'epoca precedente. E' solitamente identificata con la Torre di Anemas propriamente detta, dal nome di Michele Anemas, il generale che fu il primo detenuto di alto lignaggio ad esservi rinchiuso per ordine di Alessio I Comneno per aver partecipato ad una congiura volta a rovesciarlo (1106).
Sul fianco settentrionale di questa torre si apre una posterla (3) che introduce ad un corridoio che sbuca in un vestibolo all'interno della Torre di Anemas.
Nella parte inferiore le due torri sono infine sopravanzate da un ampio contrafforte.

da Van Millingen (1899)

Nello spessore del muro alle spalle delle due torri e a nord di esse si trova una costruzione a tre piani, ciascuno dei quali suddiviso in dodici compartimenti da possenti muri perpendicolari, aperti al centro da una triplice serie di arcate sovrapposte.


I compartimenti hanno una larghezza di 8 m ed una lunghezza tra gli 8 e i 12 m. (le mura perimetrali dell'edificio non corrono parallele ma convergono verso sud, producendo una progressiva riduzione della lunghezza degli ambienti).
Il muro AA indicato nella piantina di van Millingen è il primo ad essere stato costruito - forse durante il regno di Anastasio I (491-518) a cui risale il primo nucleo della residenza imperiale delle Blachernae - ed era munito di feritoie sul lato esterno per bersagliare il nemico con proiettili.
Nel X sec., al fine di contenere il terrapieno su cui veniva estendendosi il palazzo delle Blachernae (il livello del suolo, all'interno della città, raggiunge infatti in questo punto quasi l'altezza del camminamento di guardia delle mura), vennero addossati sul versante esterno di questo muro dei contrafforti – che andarono a chiudere alcune delle feritoie – e costruito un altro muro (muro BB) contraffortato su entrambi i lati.
Nello spazio compreso tra i due muri si formò quindi un ambiente di tre piani, ciascuno dei quali suddiviso in 12 compartimenti dai contrafforti.  
Il fatto che le due torri – di Anemas e di Isacco – chiudano le finestre sul versante esterno di 4 di questi ambienti conferma che esse risalgono ad un periodo successivo all'edificazione del muro BB.
L'assenza di finestre negli ambienti del piano inferiore dell'edificio compreso tra i muri AA e BB – mentre quelli dei piani superiori sono traforati da alte e strette feritoie – ha fatto ritenere ad alcuni studiosi che vi fossero localizzate le celle della prigione (A.G. Paspates).

Tra i numerosi dignitari bizantini che furono rinchiusi nella Prigione di Anemas si ricordano:
- Gregorio Taronites, governatore del tema di Chaldia (Trebisonda), ribellatosi all'autorità centrale e proclamata l'indipendenza, fu sconfitto in battaglia e ivi incarcerato nel 1107 (4).
- Andronico I Comneno, deposto da Isacco II Angelo vi fu rinchiuso prima di essere giustiziato nell'Ippodromo (1185).
- Giovanni Bekkos, nel 1273 Michele VIII Paleologo vi fece imprigionare il futuro patriarca per la sua opposizione all'unione delle Chiese. In carcere il religioso mutò radicalmente opinione e appoggiò l'unione sancita dal Concilio di Lione (1274), scarcerato, fu quindi elevato al soglio patriarcale nel 1275 al posto di Giuseppe I Galasiotes, strenuo oppositore dell'unione.
- Nel 1373 Giovanni V vi fece rinchiudere il figlio Andronico (il futuro Andronico IV) che si era ribellato manu militari, insieme alla moglie Maria di Bulgaria ed al figlio Giovanni (il futuro Giovanni VII).
Alleatosi al principe ottomano Saudzi Celebi, figlio del sultano Murad I (1362-1389), Andronico alzò lo stendardo della rivolta in una strana ribellione dei figli contro i padri. Il sultano represse rapidamente la ribellione e fece accecare il figlio pretendendo che Giovanni V facesse altrettanto. L'imperatore fece incarcerare il figlio ed il nipote ma la mutilazione fu eseguita in maniera così blanda che Andronico riuscì a recuperare l'uso di un occhio mentre il figlio Giovanni (che aveva solo cinque anni) rimase soltanto strabico.
Liberatosi dalla prigionia con l'aiuto dei genovesi, Andronico prese nuovamente le armi contro il padre ed il 12 agosto 1376 entrò in Costantinopoli spodestandolo e facendolo a sua volta rinchiudere insieme al figlio Manuele (il futuro Manuele II) nella Prigione di Anemas.


Note:

(1)  I fusti allineati all'altezza del piano superiore – alcuni dei quali sono ancora in situ - servivano molto probabilmente da sostegno ad una balconata.

(2) Un'iscrizione dedicatoria all'imperatore Isacco Angelo - con la data del 1888 - è attualmente incassata nella muratura di una torre (contrassegnata dal n.6 nella pianta ed indicata dalla freccia rossa nell'immagine sottostante) che si trova immediatamente a sud di questa.

 
Questo tratto delle mura è stato però ripetutamente restaurato e rimaneggiato in età paleologa. L'ipotesi più accreditata è pertanto quella che la lapide sia stata spostata dalla sua collocazione originaria nel corso di uno di questi restauri. La torre in questione non presenta infatti nessuna delle caratteristiche della Torre di Isacco Angelo (il belvedere, l'utilizzo di elementi di reimpiego provenienti dalla demolizione di una chiesa, etc.) elencate da Niceta Coniate nella sua dettagliata descrizione.
 
(3)  La posterla ed il corridoio a cui introduce appaiono attualmente per la gran parte interrati. Questa ostruzione parziale dell'accesso esterno fu realizzata probabilmente in un momento di particolare pericolo per la città al fine di impedire l'accesso al nemico mantenendone la funzione di condotto di areazione.

Ingresso esterno della posterla
 
(4) L'episodio è narrato da Anna Comnena nell'Alessiade (XII, 6-7). La principessa intervenne infatti personalmente presso il padre per risparmiare al prigioniero la punizione dell'accecamento.

 








lunedì 16 dicembre 2013

Il quartiere veneziano di Costantinopoli

Il quartiere veneziano di Costantinopoli


L'esistenza di un insediamento veneziano in seno alla città di Costantinopoli è attestata con certezza dalle fonti ufficiali per la prima volta nelle concessioni accordate alla Repubblica da Alessio I Comneno con la crisobolla del 1082.
In epoca comnena il quartiere veneziano si estendeva sulla sponda meridionale del Corno d'oro tra la Porta di Perama, detta anche Porta degli Ebrei (l'attuale Balikpazari kapisi) e la Porta del Drongario (l'attuale Odun kapisi) per una lunghezza corrispondente a circa un terzo di miglio.
La Porta del Drongario era così detta perchè costituiva l'accesso riservato al δρουγγαριος τησ βιγλασ, il funzionario responsabile dei servizi di polizia (Vigla) che avevano la sede centrale proprio nei pressi della porta.
La Porta di Perama (letteralmente Porta del Passaggio) doveva invece il nome al fatto che qui si trovava il molo da cui partivano i collegamenti marittimi con la sponda settentrionale del Corno d'oro (Galata). Durante l'occupazione latina viene rinominata Porta degli Ebrei perchè in questa area – dove adesso sorge la moschea Yeni Cami – si era stabilita una comunità di ebrei caraiti. Nella mappa di Cristoforo Buondelmonti (1422) appare inoltre indicata come Porta Piscaria, probabilmente per via del mercato del pesce che usualmente si teneva nelle sue vicinanze, denominazione che rimane nel nome turco della porta attuale (Balikpazari kapisi=Porta del mercato del pesce).

Balikpazari kapisi

Alcune fonti menzionano nella stessa area la Porta San Marci (1) che era in realtà una posterla realizzata in prossimità della chiesa latina dedicata a S. Marco.
Sul litorale, esternamente alle mura marittime, dalla Porta del Drongario a quella di Perama, correva la strada del Drongario, sui cui si affacciavano due filari di abitazioni. All'incirca a metà del tratto di mura compreso tra le due porte, se ne apriva un'altra – la Porta di S.Giovanni de cornibus (l'attuale Zindan kapisi), dal nome di una chiesa che sorgeva nelle vicinanze – che dava accesso al molo detto Scalo del Drongario.

Porta di S.Giovanni in cornibus (Zindan kapisi)

Da questa porta partiva un'importante strada commerciale – il Makros Embolos, corrispondente all'attuale Uzun Çarşı Caddesi – che tagliava perpendicolarmente il quartiere e lo connetteva al centro della città.
Le mura marittime dividevano quindi il quartiere veneziano in una parte extra moenia ed in una intra moenia, il cui limite meridionale era segnato dal muro del sebastokrator, così nominato in un documento del 1206, e di cui non rimane più nulla. Se ne trova però una reminiscenza nel nome attuale del quartiere: Takhti Kale (letteralmente “sopra la fortezza del muro”).
Nel 1189, il quartiere veneziano si espanse verso est a scapito del confinante quartiere genovese, includendo il Palazzo di Botaniate o dei Kalamanos che divenne la sede ufficiale degli uffici amministrativi della colonia. Dopo la caduta dell'Impero latino (1261), i genovesi ottennero da Michele VIII Paleologo l'autorizzazione a demolire la residenza, alcune spoglie della quale furono reimpiegate nella costruzione del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova (2).

Una delle tre teste leonine murate nel portico del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova e provenienti dal Palazzo di Botaniate

All'interno del quartiere veneziano si trovavano quattro chiese adibite al culto latino: S. Acindino, S.Marco de Embolo (“al mercato”) (3), S.Maria de Embolo e S.Nicola de Venetorum.
S.Acindino era la prima chiesa ad essere stata ottenuta dai veneziani, come indica la sua dedicazione ad un santo martire persiano che lascia supporre la sua origine legata al culto greco-ortodosso. Esiste infatti un documento in cui il doge Vitale Falier (1084-1096) la dona nel 1090 al Monastero veneziano di S.Giorgio Maggiore. Al suo interno erano conservati i pesi e le misure utilizzate nelle transazioni commerciali della colonia e vi venivano stipulati gli atti ufficiali giacché il suo sacerdote titolare svolgeva le funzioni di notaio (a partire dal XIII secolo verrà sostituito in questa funzione dal titolare della chiesa di S.Marco).
S.Maria de Embolo: era anche detta chiesa di Sancta Maria in capite Viglae, doveva quindi trovarsi nei pressi della Porta del Drongario.
S.Marco de Embolo: appare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1150, era probabilmente costruita per buona parte in legno e si trovava anch'essa nei pressi della Porta del Drongario.
In questa chiesa, la notte del 14 dicembre 1452, il bailo Girolamo Minotto convocò il Consiglio dei Dodici (4) che a somiglianza del Consiglio dei Dieci della madrepatria, lo affiancava nel governo della colonia, in cui fu presa la decisione di trattenere in porto le navi veneziane e partecipare attivamente alla difesa della città.

Durante l'occupazione latina, il quartiere veneziano era governato da un Podestà che era anche il massimo rappresentante della Serenissima per tutta la Romània. Dal 1277 – quando Michele VIII Paleologo, pur riducendone l'estensione, concesse ai veneziani di rientrare in possesso del quartiere di cui erano stati privati dopo la riconquista bizantina (1261) - al governo della colonia fu invece nominato un Bailo con durata biennale della carica.
Girolamo Minotto, nominato bailo di Venezia a Costantinopoli il 15 marzo 1450, potè raggiungere la città è prendere effettivo possesso della sua carica soltanto il 21 aprile 1451. Durante l'assedio organizzò e diresse il contributo dei veneziani presenti alla difesa della città. Catturato dalle truppe di Zaganos pasha fu giustiziato per ordine del sultano il 30 maggio insieme ad uno dei suoi figli.
La caduta della città segnò la fine del quartiere veneziano sul Corno d'oro ma già nel 1497, in base ad un accordo siglato con la Sublime Porta, i veneziani ebbero un ambasciatore permanente a Costantinopoli che mantenne il titolo di bailo e risiedette a Pera, nella cosidetta Casa baliaggia – l'attuale Palazzo Venezia, residenza stanbulina dell'ambasciatore italiano e sede del consolato - fino alla caduta della Serenissima (è considerata la prima sede di rappresentanza diplomatica permanente della storia).

Palazzo Venezia a Pera. L'aspetto attuale è frutto di un rimaneggiamento settecentesco.
 
Balkapani han
In questo han (centro commerciale) realizzato in epoca ottomana, ma le cui sostruzioni sono sicuramente precedenti al 1453, alcuni studiosi hanno identificato il sito su cui precedentemente sorgeva un fondaco veneziano.

Balkapani han

Note:

(1) Secondo altri autori la Porta di San Marci era invece il nome dato dai latini alla Porta di Perama.

(2) Un palazzo detto dei Botaniate o dei Kalamanos (domum Calamani et Votaniatae nel testo latino) compare in un inventario delle proprietà concesse in uso ai genovesi da Isacco II Angelo redatto nel 1192 ed in un altro del 1202, in cui viene collocato a metà della collina che dal Corno d'oro si estende fino al Foro di Costantino. Dovrebbe trattarsi del palazzo fatto costruire da Michele Botaniate, padre dell'imperatore Niceforo III (1078-1081), che soggiornò frequentemente nella capitale (cfr. Michele Attaliate, Storia. Opera che abbraccia un periodo che va dal 1034 al 1079 di cui l'autore fu testimone diretto e che è esplicitamente dedicata a Niceforo III). Il palazzo sarebbe stato successivamente occupato, nella seconda metà del XII secolo, dal generale di origine ungherese Costantino Kalamanos – nominato nel 1167 governatore della Cilicia da Manuele I Comneno – e dai suoi discendenti fino al 1192 quando fu donato ai genovesi che v'istallarono gli uffici amministrativi della loro colonia.
L'inventario del 1192 contiene anche una descrizione del palazzo da cui risulta che all'interno del muro che lo circondava, si trovavano due chiese.
Alcune rovine nell'area oggi occupata dagli edifici che ospitano la Istanbul Erkek Lisesi (una delle più rinomate scuole superiori della Turchia) e che risalgono per la gran parte al 1883, sono state identificate da alcuni studiosi come resti del palazzo.

La facciata esterna di una cisterna che prospetta sulla Cemal Nadir Sokak
(l'ingresso si trova al civico 23)
 
Interno della cisterna
 
Ipotetica facciata occidentale di una delle due chiese del Palazzo lungo la Hoca Hani Sokak
 
(3) Il termine embolo è sostanzialmente un equivalente del termine fondaco ed indicava un complesso di edifici in cui i mercanti stranieri, per concessione delle autorità locali, potevano risiedere, immagazzinare le loro merci e trattare i loro affari (exchange house). A Costantinopoli la parola estese il suo significato originario ad indicare l'intero quartiere veneziano. In alcune fonti veneziane, il quartiere costantinopolitano è indicato anche come contrà de San Marco Evangelista.

(4) Il Consiglio dei Dodici - così come a Venezia il Consiglio dei Dieci - non era quasi mai formato esattamente da dodici membri. Il numero dei partecipanti poteva variare infatti a seconda di quanti fossero in quel momento presenti nella colonia. Un esame dei verbali risalenti alla fine del Cinquecento ha permesso di contare da un minimo di otto a un massimo di una ventina persone compreso il bailo che lo presiedeva, ma non è detto che vi potessero essere anche maggiori variazioni.


Narrativa moderna e contemporanea

Alan Gordon, Morte nel quartiere veneziano, Hobby & Work, 2003.
Il giullare detective Theophilos indaga su una morte sospetta nel quartiere veneziano negli ultimi giorni del regno di Alessio II Angelo.

 




sabato 10 novembre 2012

Il Milion

Il Milion



Pietra miliare d'oro. Quando Costantino I ricostruì la città di Bisanzio per farne la sua nuova capitale, decise di riprodurvi molte caratteristiche di Roma, tra cui il Milion. La nuova costruzione richiamava il Miliario aureo di Roma: era considerato l'inizio di tutte le strade che da Costantinopoli portavano nelle città europee dell'Impero, e sulla base erano incise le distanze tra la capitale e le principali città dell'Impero.
Il monumento costantinopolitano era molto più complesso del suo omologo romano.


Resti del basamento del Milliarum aureum (una colonna marmorea rivestita di bronzo fatta erigere da Ottaviano Augusto nel 20 a.C.) nel Foro romano

Il Milliarum aureum romano, ricostruzione

Si trattava infatti di un tetrapylon sormontato da una cupola, poggiata su quattro arcate. Sulla sommità si trovavano le statue di Costantino e di sua madre Elena, rivolte a oriente, e dietro di loro una statua della Tyche della Città.

Il Milion, ricostruzione

Fu eretto a oriente dell'Augustaion, all'inizio della via principale della nuova città, la Mese.
Giustiniano I vi aggiunse una meridiana, mentre Giustino II adornò la parte inferiore con le statue di sua moglie Sofia, sua figlia Arabia e sua nipote Elena.
Durante la prima metà dell'VIII secolo, le volte della costruzione furono adornate dagli imperatori Filippico e Anastasio II con dipinti raffiguranti i concili ecumenici precedenti, ma durante il periodo iconoclasta, l'imperatore Costantino V (741-775) li sostituì con scene dell'ippodromo.

Dopo la conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani (1453), l'edificio rimase intatto fino alla fine del XV secolo. Scomparve probabilmente all'inizio del XVI secolo a causa dell'ingrandimento del vicino Acquedotto di Valente e la successiva erezione del vicino serbatoio idrico a torre (suterazi).
Negli anni '60, a seguito di studi sulla localizzazione del monumento e dopo la demolizione degli edifici posti sopra di esso, gli scavi rivelarono alcune fondazioni e un frammento, ora ri-eretto come pilastro, pertinenti all'edificio. Questi resti sono stati identificati come appartenenti al Milion grazie alla loro vicinanza ad una parte di una canalizzazione bizantina incurvata, che sembra corrispondere all'angolo della Mese, come riportata dalle fonti scritte.


domenica 22 luglio 2012

Palazzo Bucoleone

Palazzo Bucoleone


Sorgeva tra il Gran Palazzo e il Mar di Marmara e doveva questo nome alla presenza di un gruppo marmoreo raffigurante un leone che azzanna un toro (bous kai leon, storpiato dai franchi in bouche de lion) (1).
Il nome originale, Palazzo d'Ormisda, derivava da quello del cognato del re sasanide Sapore II, il principe Ormisda, che durante il regno di Costantino I si era rifugiato a Costantinopoli, e dal quale aveva preso nome l'intera regione della città in cui aveva posto la sua residenza.
Eretto probabilmente da Teodosio II, nel V secolo, il palazzo venne via via allargato, raggiungendo l'apice della sontuosità nel VI secolo, con Giustiniano, quando prese il nome di Palazzo di Giustiniano o Bucoleone.
Ampi restauri vennero fatti eseguire dall'imperatore Teofilo (829-842) nel IX secolo, quando venne realizzata la grande facciata sovrastante le Mura Marittime, ancor oggi visibile.
All'interno del Bucoleone si trovava la stanza detta porphyra (rivestita di porfido), destinata al parto delle imperatrici.


Parte del palazzo è costruita direttamente sulle mura, la torre d'angolo (Torre di Belisario?) è formata alla base da colonne poste orizzontalmente e da grandi blocchi di marmo bianco che continuano sulla facciata del palazzo, sono capitelli dorici provenienti da un tempio che sorgeva nelle vicinanze ed incassati alla base delle mura. Le mensole aggettanti davanti alle finestre lasciano supporre che una balconata corresse lungo tutta la facciata del palazzo.

Ricostruzione virtuale della loggia

La parte centrale della loggia in una fotografia scattata dall'architetto e fotografo francese Pierre Tremaux tra il 1862 e il 1868, collezione privata


Il leone di marmo che figura nella ricostruzione si trova oggi nel Museo archeologico di Istanbul.


Al palazzo si accedeva, tramite una scalinata di marmo, direttamente dal porticciolo imperiale.


La porta Marina del Palazzo (Porta dei Leoni), chiamata dai turchi Catladi kapi (porta spaccata). Gli elementi marmorei decorati da girali d'acanto che si vedono accanto alla porta provengono probabilmente dal crollo della balconata sovrastante

ricostruzione virtuale della Porta dei leoni

Il palazzo smise di essere residenza imperiale nel XII secolo in epoca comnena, quando gli fu preferito il Palazzo delle Blacherne, considerato più sicuro ed eretto in un luogo più salubre, affacciandosi al contempo sulla campagna e sul Corno d'Oro. Il Bucoleone rimase assieme al Gran Palazzo una residenza di rappresentanza per le grandi cerimonie. In questo periodo l'accesso marittimo del Palazzo, il porto di Bucoleon, divenne l'accesso di rappresentanza della città, destinato ad accogliere le visite dei sovrani stranieri.


Dopo la conquista crociata di Costantinopoli (1204) ne prese possesso Bonifacio di Monferrato che vi insediò la sua seconda moglie, Margherita d'Ungheria, vedova di Isacco II Angelo.
Dopo la riconquista della città da parte dei bizantini (1261), le cattive condizioni seguite al saccheggio da parte dei crociati e la penuria di fondi pubblici portarono ad un progressivo abbandono del complesso del Gran Palazzo e del Palazzo del Bucoleone, con il definitivo spostamento della corte imperiale alle Blacherne.

Torre di Belisario (?)

Nel dettaglio della carta di Costantinopoli pubblicata in apertura, questa torre è indicata dalla didascalia come Torre di Belisario. In epoca medioevale sorse la dubbia leggenda che Giustiniano, a seguito del coinvolgimento di Belisario in una congiura volta a rovesciarlo, lo avesse spogliato di tutti i suoi beni e fatto accecare (564), costringendolo a mendicare nei pressi dell'Ippodromo di Costantinopoli. Il primo a riferire questa circostanza nelle sue Chiliades è Giovanni Tzetzes, un monaco bizantino vissuto nel XII secolo. Secondo altra versione della leggenda (2), Giustiniano avrebbe anche fatto rinchiudere Belisario in una torre dalla cui grata l'ex generalissimo per poter sopravvivere era costretto a calare un paniere ed implorare i passanti a dare un obolo al comandante Belisario, che la sorte rese famoso ma ora è stato accecato dall'invidia. Il disegnatore francese Guillaume-Joseph Grelot, nella sua Relation nouvelle d'un voyage de Constantinople (1680), riferisce però che la tradizione locale identificava all'epoca la torre di Belisario con una torre circondata dalle acque, eretta a circa 20 passi dalle mura marittime in prossimità del porto dove Teodosio, Arcadio ed i loro successori tenevano le loro galee (presumibilmente il cosiddetto Porto di Eleuterio che si trova ad ovest del Palazzo Bucoleone). Descrizione che non sembra corrispondere affatto a questa torre.

Mattia Preti, Belisario cieco e vestito da mendicante riconosciuto da uno dei suoi soldati, XVII sec.
Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, Olanda.

Nel 1873 infine, una parte delle rovine del palazzo - tra cui la porzione centrale della loggia che ancora appare integra nella fotografia di Pierre Tremaux (1862-1868 c.ca) - furono demolite per fare posto alla linea ferroviaria.

Note:

(1) L'ambasciatore veneziano Pietro Zeno, che vide il gruppo marmoreo nel 1532 dopo che era stato abbattuto da un violento terremoto, così lo descrive nel rapporto inviato al Senato veneziano: ...fuori dila dita porta marina, sotto quelle tre fenestre antiquissime che hanno un lione per banda, lì abbasso alla marina, sopra due colone, è una lastra di marmoro sopra la quale è un granmo tauro, maior bonamente che il vivo, acanatto de uno lione, el qual li è montato sopra la schena, et lo ha atterato, et da una brancha ad un corno dil tauro in un grandissimo atto; è questo lione assai maior del vivo e tutto di una piera de una bona vena.

(2) Esiste anche una versione "romana" della leggenda che è descritta qui.