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domenica 12 maggio 2013

Porta Appia (Porta S.Sebastiano)

Porta Appia (Porta S.Sebastiano)

Lato interno

Il nome originario della porta era Appia perché da lì passava la via Appia, la regina viarum che cominciava poco più indietro, dalla Porta Capena delle mura serviane, e lo conservò a lungo.
Nel medioevo sembra fosse chiamata anche “Accia” (o “Dazza” o “Datia”), la cui etimologia, alquanto incerta, sembra però legata al fatto che lì vicino scorresse il fiumicello Almone, chiamato “acqua Accia”.
Un documento del 1434 la menziona come Porta Domine quo vadis.
Solo dopo la metà del XV secolo è finalmente attestato il nome con cui è conosciuta ancora oggi, legato alla vicinanza alla basilica e alle catacombe di San Sebastiano.

La struttura originaria d’epoca aureliana, edificata quindi verso il 275, prevedeva un’apertura con due fornici sormontati da finestre ad arco, compreso tra due torri semicilindriche. La copertura della facciata era in travertino.
In seguito ad un successivo restauro le due torri furono ampliate, rialzate e collegate, secondo l'ipotesi avanzata da Richmond, con due muri paralleli (di cui non è rimasto nulla), al preesistente arco di Druso, distante pochi metri verso l’interno, in modo da formare un cortile interno in cui l’arco aveva la funzione di controporta.
Saggi di scavo intrapresi nel 1931 hanno però riportato alla luce un muro ad arco di cerchio pertinente ad uno dei bracci della controporta che sembrano far escludere che l'arco sia mai stato inglobato nel dispositivo difensivo.


In occasione del rifacimento operato nel 403 dall’imperatore Onorio la porta fu ridisegnata con un solo fornice, con un attico rialzato nel quale si aprono due file di cinque finestre ad arco e venne fornita di un camminamento di ronda scoperto e merlato. La base delle due torri fu inglobata in due basamenti a pianta quadrata, rivestiti di marmo.
La mancanza della solita lapide commemorativa dei lavori fa dubitare qualche studioso che l’intervento possa essere opera di Onorio, che invece ha lasciato epigrafi laudative su ogni altro intervento effettuato sulle mura o sulle porte.
Un successivo rifacimento - forse nel corso delle opere di consolidamento delle mura intraprese da Belisario nel 536 - le conferì l’aspetto attuale, in cui tutta la struttura, torri comprese, venne rialzata di un piano.



Arco di Druso: sarebbe in realtà soltanto un fornice con cui l'Acquedotto Antoniniano scavalca la via Appia proprio di fronte alla Porta San Sebastiano.
In quanto parte dell'acquedotto, l'arco cosiddetto di Druso non sarebbe pertanto un arco di trionfo, sebbene per secoli sia stato creduto tale, ed erroneamente identificato con un arco che secondo alcune fonti (Svetonio e Dione) sarebbe stato eretto sull'Appia antica in onore del generale  Druso Maggiore (o Germanico), padre dell'imperatore Claudio (41-54) e morto in battaglia nel 9 a.C.
Per la sua collocazione all'ingresso della regina viarum l'arco sarebbe  poi stato successivamente abbellito e decorato. Quel che ne rimane oggi sono due colonne poste su un alto plinto che inquadrano la facciata rivolta verso l'esterno della città, e parte del timpano triangolare che orna l'attico entro cui passava lo speco dell'acquedotto.
L'Arco di Druso

Secondo un'ipotesi recentemente avanzata dall'archeologa Valeria Di Cola - che riconsidera la possibilità che possa invece trattarsi proprio dell'arco originariamente eretto in onore di Druso Maggiore e citato da Svetonio e Dione - l'arco, così come oggi lo vediamo, sarebbe la sintesi di tre edifici costruiti in epoche diverse. 
Un arco marmoreo di epoca giulio-claudia eretto in onore del generale Druso Maggiore, successivamente riutilizzato come fornice dell'Acquedotto Antoniniano (212-213) e infine ri-monumentalizzato come fronte interno della controporta (XVI sec). A riprova di ciò, oltre a considerazioni inerenti le tecniche edilizie rilevate, il fatto che il canale dell'acquedotto taglierebbe inequivocabilmente l'attico dell'arco dimostrando la sua preesistenza rispetto alla costruzione dell'acquedotto stesso. 

fotografia di Thomas Ashby, 1892

 In questa fotografia del versante dell'arco prospiciente la città, scattata da T.Ashby  nel 1892, si nota addossata all'arco una casupola che probabilmente ospitava il corpo di guardia della dogana  che ebbe sede presso questa porta dal 1870 al 1902.

   La porta Appia era dotata di una doppia chiusura, una realizzata da due battenti in legno e l'altra da una saracinesca che scendeva, entro scanalature tuttora visibili, dalla sovrastante camera di manovra, in cui ancora esistono le mensole in travertino che la sostenevano. Alcune tacche sugli stipiti possono indurre a ritenere che si usassero anche dei travi a rinforzo delle chiusure.
Data l’importanza della via Appia che da qui usciva dalla città, soprattutto in epoca romana tutta l’area era interessata da grossi movimenti di traffico cittadino. Nelle vicinanze della porta sembra esistesse un‘area destinata al parcheggio dei mezzi di trasporto privati di coloro (ovviamente personaggi di un certo rango che potevano permetterselo) che da qui entravano in Roma. Si trattava di quello che oggi si definirebbe un “parcheggio di scambio”, visto che il traffico in città non era consentito, in genere, ai mezzi privati. A questa regola sembra non dovessero sfuggire neanche i membri della casa imperiale, i cui mezzi privati venivano parcheggiati in un’area riservata (chiamata mutatorium Caesaris) poco distante, verso l’inizio della via Appia.


Anche qui sul rivestimento in travertino alla della base della porta sono visibili le protuberanze apotropaiche fatte scolpire da Onorio (cfr. Porta Pinciana).
Secondo lo storico Antonio Nibby al centro dell’arco della porta, sul lato interno, è scolpita una croce greca inscritta in una circonferenza, con un’iscrizione, in greco, dedicata a San Conone e San Giorgio, risalente al VI-VII secolo, ma non ve n’è alcuna traccia visibile.
Ancora, sullo stipite destro della porta è incisa la figura dell’Arcangelo Michele mentre uccide un drago, a fianco della quale si trova un’iscrizione, in un latino medievale in caratteri gotici, in cui viene ricordata la battaglia combattuta il 29 settembre 1327 (giorno di San Michele, appunto) dalle milizie romane ghibelline dei Colonna guidate da Giacomo de’ Pontani (o Ponziano) contro l’esercito guelfo del re di Napoli Roberto d'Angiò, guidato da Giovanni e Gaetano Orsini:

ANNO DNI MC…
XVII INDICTIONE
XI MENSE SEPTEM
BRIS DIE PENULTIM
A IN FESTO SCI MICHA
ELIS INTRAVIT GENS
FORASTERA MURI
A ET FUIT DEBELLA
TA A POPULO ROMA
NO QUI STANTE IA
COBO DE PONTIA
NIS CAPITE REG
IONIS

S.Michele arcangelo

Il 5 aprile 1536, in occasione dell’ingresso in Roma dell’imperatore Carlo V, Antonio da Sangallo trasformò la porta in un vero e proprio arco di trionfo, ornandola di statue, colonne e fregi, e predisponendo, anche con l’abbattimento di edifici preesistenti, una via trionfale fino al Foro Romano. L’avvenimento è ricordato in un’iscrizione sopra l’arco che, con un’adulazione un po’ eccessiva, paragona Carlo V a Scipione: “CARLO V ROM. IMP. AUG. III. AFRICANO”. Sempre da qui passò anche, il 4 dicembre 1571, il corteo trionfale in onore di Marcantonio Colonna, il vincitore della battaglia di Lepanto.

 La posterla murata
A fianco della torre occidentale ci sono tracce di una posterla murata, posta ad una certa altezza sul piano stradale, la cui peculiarità è quella di non presentare, sugli stipiti, segni di usura, come se fosse stata chiusa poco dopo averla aperta.

Lo studio di Ettore Muti (1940-1943)

Gli ambienti all'interno della porta – che attualmente ospitano le sale del Museo delle Mura aureliane – furono ristrutturati nel 1939-40 dall'architetto Luigi Moretti per essere adibiti ad abitazione privata e studio di Ettore Muti, Segretario del PNF dall'ottobre del 1939 fino al 28 ottobre 1940, che li occupò fino alla caduta del regime fascista (25 luglio 1943).
I due mosaici ancora visibili al primo piano furono realizzati nell’ambito di questa ristrutturazione.
Il mosaico che raffigura due cervi ed una tigre in agguato si trova nella Sala I, nella torre occidentale.


Il mosaico che raffigura al centro un condottiero a cavallo - oggi ricollocato nella sua originaria disposizione orizzontale - si trova nella Sala II, al primo piano del corpo che collega le due torri.   



















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