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venerdì 10 maggio 2013

L'assedio di Roma (537-538)

L'assedio di Roma (537-538)


Il 9 dicembre 536 Belisario entra a Roma senza combattere  dalla Porta Asinaria e subito mette mano al consolidamento delle mura; tra alterne vicende, vi rimarrà assediato per quasi un anno.
Nel febbraio del 537, 30.000 Goti al comando del loro re Vitige si accampano alle porte della città distribuendosi in sette campi fortificati, circondando grosso modo la metà settentrionale della cinta muraria, da Porta San Pancrazio a Porta Tiburtina, e tagliando gli acquedotti (cfr. il Campus barbaricus nei pressi di Tor Fiscale).

 
Belisario può contare inizialmente su circa 5.000 uomini per difendere una cinta muraria di 18 chilometri.
Pone il suo quartier generale nei pressi di Porta Pinciana e assume direttamente il comando della difesa del tratto compreso tra questa e la Porta Salaria, ritenuto il versante più debole.
Costantino viene posto al comando della Porta Flaminia e Bessa a quello di Porta Prenestina (attuale porta Maggiore) che vengono entrambe murate, Paolo viene posto al comando della Porta S.Pancrazio.
La prima scaramuccia è nei pressi di Ponte Salario, che Belisario aveva fatto rinforzare con una torre, ma al sopraggiungere dei Goti il corpo di guardia l'abbandona, così quando sopraggiunge Belisario alla testa di un migliaio di uomini trova i Goti già al di qua del ponte. In un primo momento riesce a ricacciarli ma poi è costretto a ritirarsi ed a rientrare in città dalla Porta Salaria.

Il 18° giorno di assedio Vitige ordina l'attacco generale.
Porta Salaria: Belisario dà ordine ti tirare sui buoi che trascinano le macchine da guerra fermando così l'attacco nemico.
Porta Cornelia (anticamente detta porta Aurelia e successivamente porta S.Pietro): vi accorre Costantino per fronteggiare i Goti che stanno per sfondare. Da' ordine di spezzare le statue del mausoleo di Adriano e di scagliarle sui nemici che vengono così respinti.
I bizantini respingono l'assalto al Mausoleo di Adriano
incisione di Lodovico Pogliaghi, 1886
in F.Bertolini, Storia di Roma, 1886

Porta Prenestina: Bessa e Peranio che difendevano la porta e il tratto di mura corrispondente al Vivarium (1) avvertono Belisario che i Goti stanno per sfondare. Belisario accorre sul posto e lascia i Goti aprire una breccia ed entrare e li contrattacca vigorosamente una volta entrati. Ricacciati i goti fuori le mura li insegue riuscendo ad incendiare molte macchine da guerra.

L'11 marzo  Belisario fa arrestare e depone papa Silverio (536-537), accusato di collusione con i goti. Il 29 marzo sarà eletto e insediato al suo posto Vigilio (537-555), sostenuto dall'imperatrice Teodora (2).

21° giorno. I Goti prendono Porto, lasciata sguarnita da Belisario, tagliando alla città la possibilità di essere facilmente rifornita via mare.

41° giorno. Entrano in città, al comando di Valeriano e Martino, 1600 cavalieri mandati in rinforzo da Giustiniano.

42° giorno. Belisario, potendo contare su un congruo numero di arcieri a cavallo, praticamente sconosciuti ai Goti, ordina una serie di sortite che infliggono gravi perdite ai Goti.
 
Imbaldanziti dai successi ottenuti nel corso di queste sortite, gli ufficiali di Belisario, appoggiati dalla popolazione, iniziarono a premere sul generale per affrontare l'esercito nemico in una battaglia campale e levare l'assedio alla città.
Belisario, per quanto riluttante a causa dell'enorme inferiorità numerica degli imperiali rispetto ai goti, si lasciò convincere e, dopo aver arringato I soldati raccolti a Porta Pinciana, uscì dalle mura attraverso le Porte Salaria e Pinciana e schierò l'esercito, rinforzato da numerosi volontari civili ansiosi di combattere, a battaglia. Da Porta Aurelia fece inoltre uscire un reggimento con l'ordine di impedire l'afflusso di rinforzi al Campo di Nerone (3), dove si trovava uno dei campi goti, una volta che la cavalleria di Valeriano l'avesse attaccato.
Vitige schierò invece I suoi a ridosso degli steccati dei campi con le fanterie al centro e la cavalleria sulle ali.
Al sorgere del sole iniziò lo scontro. Sulle prime, la fortuna sembrò arridere agli imperiali che falcidiarono le schiere gote col tiro delle frecce ma il continuo sopraggiungere in linea di nuove forze fresche consentì ai Goti di tenere le posizioni, sinché nel primo pomeriggio gli imperiali non desistettero ritirandosi verso le mura.
Al Campo di Nerone, nel frattempo, I due eserciti si erano fronteggiati per tutta la mattinata senza ingaggiare battaglia. L'ordine d'attacco fu dato solo nel primo pomeriggio e gli imperiali travolsero le linee dei goti che abbandonarono il campo ritirandosi sulle colline circostanti. L'infoltimento delle truppe regolari con i volontari civili creò però scompiglio e confusione tra le file degli imperiali che anziché aggirare e attaccare alle spalle i Goti che ancora combattevano contro Belisario, sordi agli ordini di Valeriano, si diedero a saccheggiare il campo nemico e vennero quindi a loro volta travolti dal contrattacco della cavalleria gota schierata sull'ala destra, determinando il ripiegamento generale e disordinato di tutto l'esercito imperiale verso le mura.
 
Nell'inverno del 537 i rinforzi richiesti da Belisario e inviati da Giustiniano convergono su Ostia, ancora in mano agli imperiali.

Si tratta di un contingente di tremila Isauri sbarcati a Napoli al comando di Paolo e Conone a cui si erano aggregati i cinquecento uomini reclutati in Campania da Procopio su ordine di Belisario; ottocento cavalieri traci sbarcati ad Otranto al comando di Giovanni insieme a mille cavalieri di leva al comando di Alessandro e Marcenzio. A questi vanno aggiunti trecento cavalieri al comando di Zenone che raggiungono Roma dal Sannio percorrendo la via Latina.

Nel dicembre del 537, Vitige, preoccupato dal sopraggiungere dei rinforzi nemici, firma con Belisario una tregua di tre mesi nel corso della quale inviare a Costantinopoli un'ambasceria con proposte di pace.

La tregua viene rispettata molto approssimativamente da ambo le parti: i Goti continuano a mettere in atto tentativi per prendere Roma con la forza mentre i bizantini occupano Porto e Civitavecchia da cui i Goti si erano ritirati per difficoltà di approvvigionamento, essendo il mare completamente controllato dalla marina di Costantinopoli.

Belisario ordina quindi a Giovanni, stanziato tra il Sannio ed il Piceno con una forza di circa duemila cavalieri, di attaccare il Piceno lasciato praticamente indifeso dai Goti. Giovanni devasta la regione sconfiggendo in battaglia le truppe gote al comando di Uliteo inviategli contro da Vitige e occupando Rimini, il cui presidio si ritira su Ravenna senza combattere, minacciando così direttamente la capitale gota distante un solo giorno di marcia.

In marzo, dopo un anno e nove giorni di assedio, approssimandosi il termine della tregua ed essendo Ravenna minacciata direttamente, Vitige dà ordine di levare l'assedio.

Quando si accorge che il nemico si sta ritirando, Belisario raduna tutti gli uomini disponibili a Porta Pinciana e da qui lancia l'attacco sulla retroguardia gota infliggendole gravi perdite.

 

 

Note:
(1) Il Vivarium – un ampio spazio recintato in cui si trovavano le gabbie per gli animali feroci e campi di pascolo per le bestie selvatiche utilizzate negli spettacoli circensi - si trovava nei pressi delle Porte Prenestina e Labicana (l'attuale Porta Maggiore) ed era stato inglobato da Aureliano nella cinta difensiva della città. Una teoria piuttosto recente lo identifica invece con lo stesso Anfiteatro castrense (M. Cecchelli, Per la fede del popolo. La basilica di Santa Croce in Gerusalemme ed il Palazzo imperiale Sessorium di Elena e Costantino, 2001)
 
(2) Quando Papa Agapito I (535-536) morì a Costantinopoli, il 22 aprile 536, l'imperatrice Teodora, che parteggiava per i monofisiti, nell'elezione papale, cercò di favorire il diacono romano Vigilio, che era stato nunzio apostolico a Costantinopoli e che apparentemente aveva fornito adeguate garanzie sulla questione monofisita. Tuttavia, Teodato, re degli Ostrogoti, che desiderava impedire l'elezione di un papa legato a Costantinopoli, la precedette e grazie alla sua influenza fece eleggere il suddiacono Silverio. L'elezione di un suddiacono alla dignità di vescovo di Roma era piuttosto insolita. Di conseguenza, è facile capire che, come riportava l'autore della prima parte della vita di Silverio nel Liber pontificalis il clero si oppose ad essa. Tuttavia, l'opposizione fu sedata da Teodato e Silverio fu consacrato vescovo (probabilmente l'8 giugno 536). Immediatamente dopo, giunse l'approvazione scritta di tutti i presbiteri di Roma alla sua elevazione al Soglio Pontificio.
Divenuto papa Silverio, l'imperatrice Teodora cercò di portarlo dalla parte dei monofisiti. Sperava, in particolare, di farlo entrare in comunione con il Patriarca monofisita di Costantinopoli, Antimo, che era stato scomunicato e deposto da papa Agapito I, tuttavia il papa non s'impegnò in alcun modo con Teodora, che decise di rovesciarlo e far diventare papa il diacono Vigilio.
All'arrivo di Belisario a Roma papa Silverio si adoperò perché la città fosse presa senza spargimento di sangue e lo ricevette cortesemente. Il generale lo rimosse probabilmente controvoglia dal soglio pontificio, su pressione della moglie Antonina che agiva in accordo con l'imperatrice.

(3) Il circo di Nerone - iniziata in realtà da Caligola (37-41) e solo completato da Nerone (54-68) - era stata costruito all'interno della villa di Agrippina Maggiore (Vipsania Agrippina), villa che alla morte della madre di Caligola passò in eredità a Nerone.
Occupava all'incirca il sito dove sorge l'attuale basilica di S.Pietro ed era lungo 540 metri e largo 100. Poteva contenere quasi 20.000 spettatori. Il circo fu abbandonato già alla metà del II secolo e l'area prese progressivamente il nome di Campo di Nerone. Fino al 1450 ne sopravvissero comunque cospicue tracce, che furono distrutte con la costruzione della nuova basilica di S.Pietro.

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