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venerdì 29 agosto 2025

Il Tempio di Apollo di Siracusa

 Il Tempio di Apollo di Siracusa


Piazza Emanuele Pancali, veduta aerea

L'edificio sacro originario era un tempio periptero esastilo, delle dimensioni di mt. 58,10 x 24,50, con 17 colonne nei lati maggiori e sei sui lati minori. All'interno, e più precisamente tra il pronao e le colonne del lato minore rivolto ad oriente, sono altre sei colonne disposte parallelamente alle colonne del fronte d'ingresso. La cella era tripartita da due filari di colonne con doppio ordine. Nel versante occidentale del tempio era presente l'adyton.
L’attribuzione del tempio al culto di Apollo è stata possibile grazie ad una iscrizione che si trova sulla faccia verticale di un gradino del crepidoma sul versante orientale in corrispondenza delle prime tre colonne di sinistra della facciata. L'epigrafe è formata da lettere alte circa 20 cm. e si estende per una lunghezza di 8 metri. Essa recita: Kleomenes (o Kleomedes), figlio di Knidieidas, fece ad Apollo ed Epikles i colonnati, opere belle“.
Risale alla metà del VII sec a.C. ed è pertanto il tempio dorico in pietra più antico dell'isola.


Fu convertito in chiesa cristiana dopo la riconquista bizantina della Sicilia (VI sec.). La trasformazione non coinvolse però l'intero tempio, che evidentemente non versava in buone condizioni, ma ne utilizzò il solo naos che, di per sé, con la sua partizione in tre navi, era del tutto idoneo a essere trasformato in chiesa. II riadattamento era stato ottenuto con la parziale occlusione dell'intercolumnio, utilizzando il materiale apprestato dalla rovina stessa del tempio... il coronamento era dato da un semplice architrave monolitico... il breve spazio fra gli stipiti e le colonne era ricolmato con muratura a pezzate” ( L. Bernabò Brea, 1971).
Già in epoca bizantina l'innalzamento del piano stradale non faceva più corrispondere il piano della chiesa cristiana con quello del tempio pagano, e si dovette procedere a una rozza sopraelevazione, utilizzando materiale proveniente dallo stesso tempio.
Si provvide, in quella occasione, a munire di un altro gradino il crepidoma, rimasto troppo in basso. Altri lavori riguardarono una sorta di vasca battesimale ricavata dai tre gradini inferiori dello stilobate [che]... rotti con un profondo taglio rettangolare... [vennero rivestiti all'interno] da un grande lastrone calcare monolitico, con il lembo superiore riccamente sagomato (P. Orsi).


Sul lato occidentale, al di fuori della riadattata parte del tempio si nota un massiccio basamento (m 9,10 x 8) che probabilmente apparteneva ad un torrione di epoca bizantina assieme ai resti della contigua cortina muraria, il cui materiale da costruzione fu in parte ricavato dalle pietre squadrate tolte al tempio classico in quelle parti rimaste non utilizzate dalla chiesa bizantina.
E' incerta la destinazione che ebbe l'edificio durante la dominazione araba, anche se un'iscrizione in lingua araba presente sul lato interno dell'unico muro superstite sembra attestare la sua conversione in moschea. Alla dominazione araba risale anche il taglio delle colonne del peristilio.


Basamento di un torrione bizantino

Sotto i Normanni l'edificio fu comunque nuovamente convertito in chiesa cristiana. La chiesa normanna - posta a quasi 2 metri di altezza dall'originario basamento del tempio e notevolmente più piccola di quella bizantina - fu però orientata sull'asse nord-sud e doveva avere l'abside sul lato settentrionale contrapposta al vano d'ingresso costituito dall'arco ogivale, ancor oggi visibile, praticato nel muro meridionale – l'unico ancora in piedi - della cella del tempio. 

Il portale normanno

Al secolo XIV si fanno invece risalire le «crocierine gotiche, di perfetta fattura, che investono e soverchiano, con arditissimo slancio, il portale normanno. [Esse] Sono manifestamente gli avanzi delle crociere di un edificio probabilmente religioso orientato nello stesso senso del tempio normanno» e che dovevano innestarsi nella volta centrale orientata in senso est-ovest, a copertura della navata centrale. Il portale esternamente è sormontato da una doppia ghiera in conci di pietra mentre all'interno al di sopra di esso si notano tre archi rincassati. Della chiesa normanna è nota la dedica al Salvatore. 


Nel 1562 il vicerè spagnolo fece costruire una grande caserma che inglobò la chiesa e ciò che restava del tempio. Soltanto l'intervento diretto dall'archeologo Paolo Orsi tra il 1938 ed il 1942 liberò il tempio dalla fabbrica della caserma spagnola riportandolo alla luce.












venerdì 21 febbraio 2014

I bagni di Dafne, Siracusa

I bagni di Dafne, Siracusa

L'area archeologica dell' Arsenale greco

Nel 1934 (cfr. Cinegiornale Luce del 6 marzo 1935), nell'attuale via Arsenale a Siracusa, sono stati portati alla luce i resti di un piccolo edificio che si intravede oggi all'interno dell'area archeologica recintata – in cui è stato identificato il cosiddetto Arsenale greco (1) - di fronte allo Sbarcadero S. Lucia sul Porto Piccolo.
Un incerto passo di Teofane (Chronographia, I, 535) identifica in questo piccolo complesso termale, la cui denominazione era associata al mito di Dafne che probabilmente vi era raffigurata in un grande affresco, il luogo in cui fu assassinato l'imperatore bizantino Costante II (G.Cultrera, 1936).

Il 15 luglio (o il 15 settembre) del 668 Costante II fu ucciso da un cortigiano – un certo Andrea figlio di Troilo - che, mentre l'imperatore prendeva il bagno in una delle vasche di queste terme, gli versò sul capo acqua calda e sapone e poi, approfittando della sua momentanea cecità, lo colpì a morte con un vaso di bronzo. Poco dopo l'assassinio, il generale armeno Mesezio, conte (Comes) degli Opsiciani, fu proclamato imperatore dalle truppe stanziate a Siracusa. 
Tale ipotesi è corroborata dal ritrovamento nei pressi dell'impianto termale di un piccolo tesoretto tra cui figurava un anello nuziale che potrebbe essere appartenuto all'imperatore assassinato.

Planimetria dell'impianto termale

Le costruzioni mostrano di appartenere alla media età imperiale con successivi restauri del periodo bizantino. Appaiono quindi necessarie ulteriori indagini di scavo anche per identificare meglio la struttura delle terme che si trovano in parte al di sotto di un palazzo moderno. 


Bagni di Dafne
 
La parte visibile dell'edificio si sviluppa intorno ad un cortile lastricato avente pianta ad L, a nord del quale trovano altri ambienti: il Tepidarium con delle vasche anticamente rivestite di lastre marmoree, il Calidarium e piccoli ambienti annessi (probabilmente i praefurnia).

Ambiente indicato in pianta con la lettera "K" e interpretabile come vasca


Note:

(1) Si tratta di un complesso di lastroni di roccia calcarea che costituivano gli scali e gli scivoli, su cui si possono individuare i solchi, gli incassi e le basi di pilastri che dovevano servire di appoggio per le macchine da guerra - forse ideate da Archimede - per tirare in secco le navi.

(2) All'epoca di Costante II, Il thema degli Opsiciani comprendeva la parte settentrionale dell'Asia Minore bizantina ed aveva per capoluogo Nicea. Era il quarto in ordine di importanza e forniva all'esercito imperiale molti picchieri, arcieri e cavalleria leggera (c.ca 6.000 uomini nella metà del IX secolo). Traeva il nome (letteralmente, opsiciani=ossequienti) da quello di un antico corpo della guardia imperiale e, a differenza degli altri themata, era l'unico ad essere governato da un Komes (conte) anziché da uno Strategos.

martedì 13 agosto 2013

L'assedio di Siracusa (877-878)

L'assedio di Siracusa (877-878)


Nell'estate dell'877 gli Arabi, al comando dell'emiro Giafar Ibn Muhammed, cinsero d'assedio Siracusa.
La città fortificata dell'Ortigia (1), in cui si erano rifugiati gli abitanti dei quartieri situati sulla terra ferma, delle campagne e dei paesi vicini, si preparò a resistere. Gli Arabi posero i loro campi nella basilica di S.Giovanni fuori le mura e nelle latomie che circondavano la città e posero l'assedio alla città strenuamente difesa dall'intera popolazione che vegliava dall'alto delle mura.

L'Ortigia

La flotta inviata in soccorso da Costantinopoli fu sbaragliata da quella musulmana e l'emiro prese il controllo dei due porti tagliando alla città ogni via di rifornimento.
La città veniva battuta incessantemente dal tiro delle macchine da lancio, giganteschi mangani scaraventavano enormi macigni contro ed oltre le mura.

Bloccata la città per mare e per terra, l'emiro se ne tornò a Palermo, convinto che fosse ormai prossima a cadere.
La popolazione riuscì a resistere per mesi mangiando le erbe che crescevano sulle mura, le pelli degli animali morti, le ossa spolpate, rosicchiando il cuoio e cibandosi perfino dei cadaveri dei caduti in battaglia.
In primavera, visto che la città ancora resisteva, arrivò a dirigere l'assedio Abu Isa insieme a truppe fresche.
Sotto il suo comando l'assedio prese nuovo vigore.
Verso la fine di aprile crollò un lato della torre del porto grande, seguita pochi giorni dopo da quello di un tratto di mura adiacente (grosso modo nei pressi dell'attuale Porta Marina): la breccia era aperta. Per venti giorni greci e siracusani, per quanto stremati dalle privazioni, respinsero gli assalti degli arabi alla breccia sotto il comando del governatore bizantino (2).
Nella notte tra il 20 ed il 21 di maggio sembrò che gli arabi avessero deciso di dare tregua agli assediati ed il governatore insieme a gran parte dei difensori si concessero un po' di riposo lasciando a guardia della breccia un esiguo numero di soldati al comando del capitano Giovanni Patriano.
Alle sei del mattino tutti i mangani degli arabi entrarono in azione e gli assedianti irruppero attraverso la breccia travolgendo lo sparuto manipolo di difensori e dilagando per la città. Il tentativo dei difensori di formare una linea di fronte alla chiesa del Salvatore (3) viene rapidamente soverchiato, a questo punto il governatore si asserraglia insieme a 70 nobili siracusani in una torre dove resisterà fino al giorno successivo.

Il bottino fu fra i più ricchi che gli arabi avessero mai conquistato in Sicilia. L'eccidio che seguì al saccheggio fu degno della fama che gli arabi da secoli si erano guadagnata; il governatore ed i settanta nobili furono messi a morte, le mura furono abbattute, le case, le chiese ed i monasteri dati alle fiamme. Migliaia di cittadini furono trucidati, migliaia incarcerati e molti altri deportati in Africa come schiavi.
 
Note:
 
(1) Dopo l'assedio dell'emiro Ased Ibn Forât dell'827 i governatori bizantini avevano capito che era molto più agevole difendere soltanto la penisola dell'Ortigia abbandonando i sobborghi di terraferma.

(2) Conosciamo la cronaca dell'assedio sopprattutto per mezzo di una lunga lettera indirizzata dal monaco Teodosio, che ne fu testimone oculare, dal carcere palermitano dove era stato tradotto all'arcidiacono Leone. L'epistola ci è pervenuta nella traduzione latina - Epistola de expugnatione Siracusarum – realizzata da un monaco basiliano di nome Giosafà su un manoscritto del Monastero del SS.Salvatore di Messina oggi perduto. Stranamente, pur descrivendone l'abnegazione e l'eroismo, Teodosio tace il nome del governatore della città “per esser noto – egli dice - a chiunque.
 
(3) Era la chiesa cristiana edificata all'interno del tempio di Apollo (indicato come Tempio di Diana nella cartina). La trasformazione non coinvolse però l'intero tempio, che evidentemente non versava in buone condizioni, ma ne utilizzò il solo naos che, di per sé, con la sua partizione in tre navi, era del tutto idoneo a essere trasformato in chiesa cristiana.
Si osservano ancora, fra le colonne dell'antico pronaos, due monconi di stipiti che facevano parte dell'ingresso del tempio cristiano. II riadattamento era stato ottenuto con la parziale occlusione dell'intercolumnio, utilizzando il materiale apprestato dalla rovina stessa del tempio... il coronamento era dato da un semplice architrave monolitico... il breve spazio fra gli stipiti e le colonne era ricolmato con muratura a pezzate ( L. Bernabò Brea, 1971).
Già in epoca bizantina l'innalzamento del piano stradale non faceva più corrispondere il piano della chiesa cristiana con quello del tempio pagano, e si dovette procedere a una rozza sopraelevazione, utilizzando materiale proveniente dallo stesso tempio.
Si provvide, in quella occasione, a munire di un altro gradino il crepidoma, rimasto troppo in basso. Altri lavori riguardarono una sorta di vasca battesimale ricavata dai tre gradini inferiori dello stilobate [che]... rotti con un profondo taglio rettangolare... [vennero rivestiti all'interno] da un grande lastrone calcare monolitico, con il lembo superiore riccamente sagomato (P. Orsi).
Sul lato occidentale, al di fuori della riadattata parte del tempio si nota un massiccio basamento (m 9,10 x 8) che probabilmente appartiene ad un torrione di epoca bizantina assieme ai resti della contigua cortina muraria, il cui materiale da costruzione fu in parte ricavato dalle pietre squadrate tolte al tempio classico in quelle parti rimaste non utilizzate dalla chiesa bizantina.
 
Sulla destra dell'immagine si notano il massiccio basamento del torrione bizantino ed i resti della cortina muraria che era stata addossata al tempio

Con l'avvento dei normanni, al tempio venne ridata una destinazione, anche se non è certo che venne riutilizzato come chiesa.
Ciò che rimane delle opere normanne sono un arco (che costituiva l'ingresso della chiesa se di chiesa si può parlare) dalla caratteristica struttura ogivale, aperto nel settore più orientale del superstite muro della cella, resti della volta ed una leggera sopraelevazione, posta direttamente sopra le opere murarie greche ed ottenuta con l'apposizione di vari filari di piccoli conci calcarei.
La chiesa ottenuta, orientata diversamente dalla greca verso sud-nord, era di proporzioni assai più ridotte che non l'originale.
 
L'ingresso della chiesa di epoca normanna ricavato nella parete del naos




domenica 16 giugno 2013

L'Orecchio di Dionigi

L'Orecchio di Dionigi

L'Orecchio di Dionigi, ingresso

Le Latomie (litos=pietra e temnos=taglio) originariamente sorte come cave di pietra, vennero realizzate con il lavoro forzato di condannati, prigionieri o avversari politici chiusi in questa sorta di prigione lontana dalla città, le cui dimensioni erano davvero notevoli.
Il complesso delle latomie siracusane, 12 in tutto, si estende infatti per circa 1.5 km, secondo una linea curva che segue, grosso modo, il bordo della terrazza calcarea che domina la pianura costiera verso Ortigia, da ovest, partendo dalle immediate vicinanze del Teatro Greco, verso est fino al mare, nei pressi del Convento dei Cappuccini.
Il sistema di estrazione in queste enormi cave avveniva solitamente a cielo aperto, ma al fine di ricercare gli strati di roccia più compatta ci si spingeva in profondità (spesso le pareti superavano i 40 m. di altezza), scavando delle immense grotte al di sotto degli strati rocciosi della crosta superficiale, che veniva sorretta da enormi pilastri risparmiati nella roccia stessa.

Il cosiddetto Orecchio di Dionigi – che fa parte della Latomia detta del Paradiso - è una grotta artificiale, imbutiforme, scavata nel calcare, alta circa 23 m. e larga dai 5 agli 11 m., con una singolare forma, vagamente simile ad un padiglione auricolare, che si sviluppa in profondità per 65 m., con un insolito andamento ad S e con sinuose pareti che convergono in alto, in un singolare sesto acuto. La grotta è, inoltre, dotata di eccezionali proprietà acustiche (i suoni vengono amplificati fino a 16 volte).

L'Orecchio di Dionigi, interno
 
Queste caratteristiche acustiche e la forma indussero Caravaggio, che visitò Siracusa nel 1608 in compagnia dello storico siracusano Vincenzo Mirabella, a denominarla "Orecchio di Dionigi", dando così forza alla leggenda cinquecentesca secondo la quale il famoso tiranno di Siracusa Dionigi (405-367 a.C.) avesse fatto praticare in questa grotta che utilizzava come prigione una fenditura (come una stretta scheggia a cuneo strappata via con un'ascia da un albero, V. Mirabella) che la collegava al corpo di guardia dei carcerieri posto alla sommità della collina, sì che, grazie all'acustica particolare del luogo, i prigionieri non potessero neppure respirare senza essere ascoltati dalle guardie.
In effetti esiste realmente un cunicolo a sezione trapezoidale di circa 10 m di lunghezza e 2 d'altezza che dalla sommità della grotta conduce alla parte alta del Teatro greco.

Il cunicolo fatto scavare da Dionigi 
 
A scapito delle suggestioni e della leggenda, è comunque opportuno sapere che la forma particolare della grotta è dovuta semplicemente al fatto che lo scavo iniziò dall'alto, seguendo il piano di fondo di un antico acquedotto serpeggiante, e andò sempre più allargandosi in profondità, dove era stata  rinvenuta un'ottima qualità di roccia. A prova di ciò sulle pareti sono chiaramente osservabili le tracce degli strumenti di lavoro dei cavatori di pietra e, in senso orizzontale, i piani di stacco dei blocchi estratti.
 
Lo sbocco del cunicolo di Dionigi nella parte alta della grotta
 
L'uso delle latomie come luoghi di reclusione precede comunque l'avvento al potere di Dionigi, Tucidide narra infatti che vi furono rinchiusi i prigionieri ateniesi catturati nella battaglia dell'Asinaro (413 a.C).


mercoledì 23 novembre 2011

Castello Eurialo, Siracusa

castello Eurialo


Voluto da Dionisio I, tiranno di Siracusa, sorge sul punto più alto (120 m s.l.m.) della terrazza del quartiere Epipoli a circa 7 km da Siracusa, in direzione della frazione di Belvedere, adagiato sul promontorio nell’estrema punta del pianoro dell’Epipoli (città alta), a chiudere, incernierando, i circa 28 km di mura fortificate che circondavano la città di Siracusa.
L’estremità della balza dell’Epipoli verso ovest ha la forma appuntita di un chiodo, Euryalos è l’antico nome del passo e ha appunto il significato di “largo chiodo” o Euryelo “testa di chiodo”, quello era l’unico e più facile accesso per qualunque esercito nemico che avesse avuto la seria intenzione di attaccare e conquistare la città di Siracusa alle spalle. Un punto estremamente vulnerabile che avrebbe certamente reso vane le imponenti fortificazioni di Dionisio, ragion per cui fu necessario erigere una fortezza che garantisse non solo protezione all’intera città, ma anche che vigilasse il comodo istmo naturale, passaggio di una delle più importanti linee viarie di comunicazione per gli approvvigionamenti o i commerci provenienti dalle colonie più interne come Akrai e Casmene.
I lavori del castello iniziarono nel 402 a.C. e si protrassero per i cinque anni successivi fino al 397 a.C. sebbene nel corso dei decenni successivi esso subì numerose trasformazioni e modifiche tanto che delle strutture dionigiane originarie poco è rimasto, si pensa che molte delle soluzioni strategiche successive visibili siano addirittura dovute proprio ad Archimede che un secolo e mezzo dopo, in vista dell’attacco delle truppe di Marcello, potrebbe aver suggerito delle modifiche per ingannare gli assedianti, ma di ciò non esiste alcuna testimonianza.
Durante l’attacco da parte delle truppe di Marcello, queste riuscirono a penetrare sulla piana dell’Epipoli assediando il castello ma non ebbero l’abilità e la fortuna di espugnarlo.
Marcello, rassegnato, si rivolse al capitano della guarnigione greca Filodemo affinché deponesse le armi consegnandogli il forte.
Con questa vicenda tral’altro si concluse il periodo più aureo dell’Eurialo dato che in tutto l’arco della dominazione romana venne quasi del tutto abbandonato cadendo miseramente in rovina, esso fu ripreso successivamente in epoca bizantina ed in parte rimaneggiato con riadattamenti alle nuove esigenze difensive prima di ripiombare nell’ultimo e definitivo abbandono.


Il primo fossato - oggi completamente interrato - quello più lontano e con una lunghezza di 6 metri e una profondità di 4, non fu mai completato, esso misurava una distanza rispetto ai primi bastioni del castello di 182 metri, tale aspetto coincide perfettamente con le norme di poliorcetica ellenistica dettate da uno scienziato contemporaneo di Archimede, un certo Filone di Bisanzio.
La presenza di questo primo fossato ad una determinata distanza aveva un preciso fine strategico, in quanto esso possedeva la primaria funzione di non far avvicinare oltre un certo limite le eventuali balliste nemiche, garantendo al contempo una sicura gittata per le baliste del castello che poste sulle torri del mastio, erano capaci di colpire ad una maggiore distanza.
Il secondo fossato non possiede i canoni classici di cui sono fornite le fortezze più celebri, bensì, osservato in pianta, rivela una particolare forma angolata simile ad una freccia con la punta rivolta verso l’esterno.
Una vera e propria barriera per qualunque assalitore, ma ciò che sorprende maggiormente è che trovandosi di fronte ad esso, guardando in direzione del castello, ad una certa distanza, il fossato risulta perfettamente mimetizzato. Un gioco ottico geniale ed efficace che ancora oggi inganna e stupisce. Il suo sviluppo è altrettanto degno di nota con i suoi 50 metri di lunghezza, uno spessore di 20 e una profondità di 7.

secondo fossato

Al di là di questo se ne trova un terzo e fra i due si conservano ancora vaghe tracce di massicce fortificazioni interamente crollate nel secondo; l’area era quasi del tutto inaccessibile ma nel caso in cui l’esercito nemico fosse riuscito in qualche modo a superare le barriere giungendo alla base del terzo fossato qui avrebbe trovato altri diabolici mezzi d’ostacolo. Questo era protetto da un possente muro munito di una stretta porta che avrebbe permesso l’ingresso solo ad un singolo soldato per volta, mentre dai muri gli arcieri avrebbero continuato la carneficina dei nemici addensati sulla porta.

terzo fossato

Da qui si accedeva a questo terzo fossato, di forma simile al secondo ma più irregolare e con la punta rivolta all’indietro. La lunghezza è di 80 metri con uno spessore massimo di circa 15 e una profondità di 9, esso tende restringersi all’altra estremità dove una serie di tre piloni in spessi blocchi calcarei sostenevano un ponte levatoio che avrebbe permesso l’accesso alle fortificazioni antecedenti il secondo fossato dal livello superiore.

 Terzo fossato, con i tre piloni del ponte levatoio sullo sfondo

Dalle alte e lisce pareti calcaree si dipartono numerosi cunicoli ed in particolare sulla destra dove una serie di condotti distribuiti a lisca di pesce convergevano nell’area centrale del fossato testimoniando un’altra idea strategica di notevole efficacia. Un qualunque esercito nemico che fosse riuscito a penetrare nel terzo fossato sarebbe stato spezzato dal lato destro in più punti dalle armate nascoste in questi cunicoli convergenti. L’esercito nemico colto di sorpresa avrebbe cercato di fuggire attraverso ulteriori gallerie che avrebbe trovato alla sua sinistra, ma gli ingressi di queste gallerie furono ideate molto basse in modo da costringere i soldati nemici ad abbassarsi limitando loro la vista e quindi accrescendo la possibilità di trafiggerli a morte da parte dei soldati nascosti all’interno.
Da questi suggestivi cunicoli era possibile raggiungere ogni punto del castello senza essere visti dal nemico architettando in tal modo delle tattiche per coglierlo di sorpresa o confonderlo. Un’evidenza di questa astuzia la si osserva chiaramente percorrendo il cunicolo più lungo che conduce alla porta della città, in più punti, infatti, sono ancora visibili le aperture verso la superficie che consentivano di accedere anche in alcune aree strategiche importanti quali ad esempio di fronte alla porta stessa fuori dalle mura.



 
Il mastio centrale era in origine costituito da una fronte a prua triangolare (E), in seguito sostituita dal complesso di cinque torri (29) destinato probabilmente a ospitare le balliste. Sembra che in origine gli spazi tra le torri fossero aperti, e che solo in una fase successiva siano stati chiusi con muri.



La parte centrale del forte è costituita dal mastio (G), di forma rettangolare irregolare. Qui, e nell'adiacente costruzione trapezoidale (K), dovevano essere le caserme. Gli ambienti ora visibili sembrano però di età bizantina, come del resto il muro che separa i due settori. Queste sono le uniche opere difensive realizzate in epoca bizantina storicamente e archeologicamente comprovate, delle altre se ne trova traccia solo nelle fonti letterarie. 

il muro, costruito in epoca bizantina, che separa il mastio (G) dalla costruzione di forma trapezoidale (K)

Nell'edifìcio trapezoidale erano anche le cisterne (30). Una porta, protetta da una grande torre (16), metteva in comunicazione il mastio con il fossato meridionale (H), che a sua volta comunicava mediante una galleria sotterranea con il terzo fossato (D). All'estremità est dell'edifìcio trapezoidale è una grande torre (25), alla quale si aggancia il tratto meridionale delle mura dionigiane, mentre il tratto settentrionale si innesta alla torre che occupa il vertice nord dello stesso edifìcio (19).


Le torri del mastio (viste dall'interno)
All'inizio di questo tratto settentrionale delle mura si apre una porta (M), situata in fondo a una grande rientranza di pianta trapezoidale, destinata a proteggerne l'accesso (opera a tenaglia). In origine si trattava di un ingresso triplice (tripylon) che fu ben presto ridotto a dipylon, chiudendo la porta centrale (21). Furono allora costruiti due muri sfalsati, che obbligavano la strada di accesso a descrivere una chicane (20). In una fase successiva fu aggiunto un ulteriore grande muro frontale, che nascondeva del tutto la porta alla vista dei nemici.