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sabato 20 ottobre 2012

L' Iconoclastia


La questione iconoclasta

Fin dalla fine del secolo IV, l'impero bizantino era stato affetto da numerose eresie, che rischiavano di minare la sua stessa unità. Le più importanti tra queste erano il nestorianesimo, il monofisismo e il paulicianesimo. Quest'ultima era sorta in Armenia e in Siria nel secolo VII. Sensibili alle accuse di idolatria mosse al Cristianesimo da parte dei fedeli dell'Islam, i pauliciani (l'origine del nome non è ben chiara) mossero guerra al culto delle immagini.
Al movimento pauliciano finì per aderire l'imperatore bizantino Leone III Isaurico, originario di Germanicea (l'attuale Marast nel nord della Siria), il quale emanò una serie di editti per eliminare il culto delle immagini sacre ormai molto diffuso nell'Impero.
Secondo le fonti, Leone III iniziò ad appoggiare gli iconoclasti per una serie di motivi: prima di tutto subì le pressioni dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore, tra i quali Costantino di Nicoleia; inoltre una serie di disastri naturali (ultimo dei quali un devastante maremoto nel mar Egeo) lo convinsero che essi fossero dovuti a una presunta ira divina contro la venerazione delle icone.
Nel 726, secondo le fonti di parte iconodula, l'imperatore Leone iniziò a predicare contro la venerazione delle sacre immagini, decidendo di rimuovere un'icona religiosa raffigurante Cristo (probabilmente un mosaico) dalla porta bronzea (Chalkè) del palazzo imperiale, sostituendola con una croce, e scatenando una rivolta sia nella capitale, dove culminò con l'uccisione del funzionario che era stato incaricato di rimuovere l'icona e con il martirio di Santa Teodosia che aveva guidato la sommossa popolare, sia nel tema dell'Ellade.
Successivamente l'imperatore si mosse con maggiore prudenza, cercando di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l'iconoclastia. Ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l'ordine di vietare le icone religiose, si oppose strenuamente, ottenendo l'appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell'Esarcato, che si ribellarono all'autorità imperiale uccidendo l'esarca Paolo.

Con l'editto del 730 Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose. Contemporaneamente convocò un silentium (un'assemblea) a cui impose la promulgazione dell'editto. Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano I, contrario all'iconoclastia e che si rifiutava di promulgare l'editto se non veniva convocato prima un concilio ecumenico, Leone lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, il suo sincello (segretario particolare) Anastasio. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Al Concilio parteciparono 93 vescovi e si stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone.

Pannello marmoreo proveniente dalla chiesa costantinopolitana di S.Polieucto, sfigurato durante le persecuzioni iconoclaste, Museo archeologico, Istanbul

 
Nel 741 succedette a Leone III suo figlio Costantino V Copronimo, convinto iconoclasta. Nei primi anni di regno, comunque, Costantino V sembra essere stato moderato dal punto di vista religioso, non perseguitando apertamente gli iconoduli. Solo successivamente, a partire dal 750, avviò una persecuzione violenta.

Solido di Costantino V
durante il periodo iconoclasta il segno della croce venne eliminato dalle monete e sostituito su ambo le facce dal ritratto dell'imperatore.

Per ottenere una convalida dottrinale ufficiale della riforma iconoclasta, il 10 febbraio 754 convocò un sinodo nel palazzo imperiale di Hieria (conosciuto anche come V Concilio di Costantinopoli. Hieria era infatti un sobborgo di Costantinopoli situato sulla costa asiatica del Bosforo corrispondente grosso modo all'attuale Fenerbahçe) che condannò esplicitamente il culto delle immagini.
Per far sì che la decisione dei vescovi fosse favorevole alla distruzione delle icone, negli anni precedenti al concilio Costantino aveva fatto in modo di assegnare ai suoi sostenitori i seggi vescovili vacanti e ne aveva creati di nuovi, a cui prepose prelati a lui vicini. Nello stesso tempo aveva fatto arrestare diversi oppositori dell'iconoclastia rendendoli inoffensivi per tutta la durata del concilio.
Il concilio fu presieduto da Teodoro di Efeso ma non vi presero parte nè il Papa nè alcuno dei patriarchi orientali (la sede di Costantinopoli era vacante, essendo il patriarca Atanasio morto il mese precedente).
Il concilio condannò la venerazione delle icone, in quanto si riteneva che gli iconoduli, venerando tali immagini, ricadevano sia nell'errore del monofisismo sia in quello del nestorianesimo.
 
Costantino V ordina la distruzione delle icone
miniatura 48 di un esemplare del XIV secolo della Sinossi storica di Costantino Manasse
riportata in Ivan Duichev, Bulgarski hudojnik, 1962
 
La sua politica religiosa iconoclasta incontrò però l'opposizione di parte della popolazione e nel 766 fu scoperta una congiura a cui presero parte alcuni degli uomini più fidati di Costantino: l'imperatore li punì duramente, ordinando la loro esecuzione.
Uno dei ceti che opponevano più resistenza era quello monastico, che sotto la guida dell'igumeno del monastero di Sant'Aussenzio (Bitinia) Stefano, godeva del sostegno della popolazione; Costantino tentò di convincere l'igumeno ad abbandonare la resistenza ma fallì e Stefano venne massacrato dalla popolazione inferocita (765). Intorno al 760 iniziò una vera e propria persecuzione nei confronti degli ordini religiosi, ovvero i monaci, in quanto si opponevano alla sua politica iconoclasta e che Costantino considerava idolatri ed adoratori delle tenebre. Costantino V sfruttò infatti l'iconoclastia per combattere lo strapotere dei monaci che, da un lato, facevano mercato delle icone, rafforzando in tal modo la loro condizione economica e la loro influenza politica all'interno dell'Impero, e, dall'altro, suggestionavano le folle, sottraendo influenza alla corte imperiale.
Costantino V raffigurato tra i dannati
mosaico del Giudizio Universale, XI-XII secolo
Torcello
 
La condanna dell'iconolatria diede a Costantino V la possibilità di impossessarsi del ricco patrimonio dei monasteri. Molti monasteri e possedimenti monastici vennero confiscati, chiusi e trasformati in stalle, stabilimenti termali o caserme. La lotta contro il ceto monastico fu attuata in tutto l'Impero e generò rivolte nella campagne dove i monaci potevano vantare un forte seguito. La persecuzione dei monaci fu indiscrimata e colpì anche i monaci non iconoduli: in questo modo la lotta contro le immagini si fuse con la lotta contro la potenza monastica e i suoi possedimenti, che venivano confiscati e incamerati dallo stato.

Il successore di Costantino V, Leone IV (775-780), sotto l'influenza della moglie Irene l'Ateniese, che venerava segretamente le immagini sacre, fu tollerante con gli iconoduli avviando una persecuzione contro di loro solo verso la fine del regno. La persecuzione coincise con la scoperta nella stanza dell'Imperatrice di due immagini di santi nascoste sotto il cuscino: l'imperatrice cercò di giustificarsi di fronte al marito, ma ciò non bastò a evitarle la perdita del favore imperiale. Poco dopo, tuttavia, Leone IV morì per un malore mentre provava una corona, forse avvelenato da Irene o da altri iconoduli.

A Leone IV succedette il figlio Costantino VI (780-797), che essendo troppo giovane per regnare (non aveva neppure dieci anni quando salì al trono), fu posto sotto la reggenza dell' imperatrice madre Irene.
Nel 784 Irene fece in modo che il patriarca Paolo si dimettesse (31 agosto 784) e lo sostituì con uno iconodulo e fedele a lei, Tarasio (25 dicembre 784). Appena eletto, il nuovo patriarca iniziò subito a fare i preparativi per un nuovo concilio che avrebbe dovuto condannare l'iconoclastia.
Nel 787 dunque, nella chiesa di Santa Sofia, si tenne il II Concilio di Nicea, che condannò l'iconoclastia, affermando che le icone potevano essere venerate ma non adorate, e scomunicò gli iconoclasti, ripristinando il culto delle immagini sacre. Il Concilio si svolse con la partecipazione di 367 padri conciliari (tra cui anche Giovanni Damasceno e Teodoro Studita).
Alla base della tesi conciliare stava l'idea che l'immagine è uno strumento che conduce chi ne fruisce dalla materia di cui essa è composta all'idea che essa rappresenta.
 
Costantino VI presiede il II Concilio di Nicea (787)
da un'edizione miniata del Menologio di Basilio II, XI sec (Vat.gr.1613. Fol.108)
Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma

Nel 814, durante il regno di Leone V (813-820), ci fu una nuova recrudescenza dell'iconoclastia.
Le conquiste arabe in Asia Minore avevano spinto verso Costantinopoli una grande massa di piccoli proprietari terrieri e contadini ridotti in miseria. Leone V li arruolò nell'esercito per fronteggiare la minaccia bulgara.
Sventata questa minaccia essi si trovarono senza lavoro e tornarono nuovamente nella miseria a mendicare per le strade della capitale. Questi emigrati che chiedevano la carità per le strade di Costantinopoli erano quasi tutti iconoclasti e maledicevano l'ex imperatrice Irene, che aveva abolito l'iconoclastia, ritenendo che ella fosse la causa dei loro mali.
Per contenere questo malumore, l'imperatore creò una commissione di ecclesiastici, che dovevano trovare delle motivazioni per reintrodurre l'iconoclastia, cercando riferimenti nelle sacre scritture e negli scritti dei padri della chiesa, al fine di eliminare quanto stabilito dal II Concilio di Nicea. A capo di questa commissione fu posto l'armeno Giovanni Grammatico, futuro patriarca di Costantinopoli, che era a capo del movimento iconoclasta.
Durante la Pasqua dell'815, Leone fece riunire un sinodo a Santa Sofia, che aveva il compito di riapprovare il V concilio di Costantinopoli, abolendo il II Concilio di Nicea, per reintrodurre l'iconoclastia. Ma al sinodo non vennero convocati molti vescovi iconoduli: anche il patriarca Niceforo era assente, perché ammalato. L'imperatore fece quindi deporre il patriarca che si opponeva ai suoi progetti e fece nominare al suo postoTeodoto I Cassiteras (815-821), un cortigiano di corte, parente dell'ex imperatore Costantino V Copronimo (741-775), che era un convinto iconoclasta. Teodoto non fu però in grado di gestire il sinodo e scoppiarono gravi disordini.
Leone V fu comunque abbastanza moderato nel reprimere il movimento iconodulo, limitandosi ad arrestarne solo i capi più accaniti come l'igoumeno del monastero di Studion Teodoro Studita, che fu arrestato ben tre volte e infine esiliato.

Teodoro Studita, Nea Moni, Chios, XI secolo
 
Nel 820 Leone V fu assassinato nel corso di una rivolta capeggiata dal comandante della guardia palatina che fu proclamato imperatore al suo posto con il nome di Michele II (820-829). Questi fu tollerante con gli iconoduli e li richiamò dall'esilio. Ma non ristabilì il culto delle immagini e difese energicamente i diritti imperiali contro l'invadenza dell'elemento ecclesiastico.
Nel 829 gli successe il figlio Teofilo (829-842). Il nuovo imperatore combatté strenuamente a favore dell'iconoclastia – il suo tutore era stato Giovanni Grammatico, fervente iconoclasta, da lui innalzato al soglio patriarcale nell'837 - compiendo persecuzioni (fece incidere con il ferro rovente sulla fronte dei monaci iconoduli Teofane e Teodoro versi ingiuriosi) che non risparmiarono neanche la moglie Teodora e la matrigna Eufrosina (figlia di Costantino VI e seconda moglie di Michele II detto il Balbuziente). Ormai, però, i circoli iconoclasti della capitale e dell'esercito erano davvero isolati. Sembra che la stessa imperatrice Teodora fosse, di nascosto, veneratrice di icone. L'imperatore, con un editto, dovette addirittura minacciare di imprigionamento quanti rifiutassero la comunione con gli iconoclasti.
Alla sua morte nel 842 gli succedette il figlio Michele III di appena tre anni, il quale, essendo in minore età, fu posto sotto la reggenza di sua madre Teodora, coadiuvata dallo zio Sergio e dal Primo Ministro Teoctisto. L'imperatrice madre, contraria alla politica iconoclasta del defunto marito, depose il Patriarca Giovanni VII Grammatico e lo sostituì con l'iconodulo Metodio I nel 843, il quale nello stesso anno convocò un sinodo che ribadì le conclusioni del II Concilio di Nicea (787) e condannò l'iconoclastia, ponendo fine al secondo periodo iconoclasta.

Le cinque figlie dell'imperatrice Teodora (Tecla, Anastasia, Anna, Pulcheria e Maria) vengono introdotte alla venerazione delle immagini sacre dalla nonna materna Teociste.
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Al termine del sinodo, l'11 marzo 843, prima domenica di Quaresima, si svolse una solenne processione che, dietro l'icona della Vergine Hodighitria, attraversò tutta la città dalla chiesa delle Blachernae a quella di santa Sofia, dove un solenne rituale proclamò ufficialmente la restaurazione del culto delle icone.
Da allora, nel calendario liturgico ortodosso, la prima domenica di Quaresima celebra la Festa dell'Ortodossia.
Icona del Trionfo dell'Ortodossia, cm. 39x31, fine XIV sec.
British Museum, Londra
 
L'icona detta del Trionfo dell'Ortodossia attualmente conservata presso il British Museum e proveniente da Costantinopoli - che al tempo stesso commemora e descrive questa processione, è divisa in due registri. In quello superiore, al centro e sostenuta da due angeli, è raffigurata l'icona della Hodighitria, alla cui sinistra si dispongono l'imperatrice madre, Teodora, ed il giovane imperatore Michele III, a destra il patriarca Metodio (843-847) insieme a tre monaci. Nel registro inferiore, sono raffigurati alcuni martiri delle persecuzioni iconoclaste, alcuni dei quali già deceduti all'epoca della processione, tra cui si riconoscono: all'estrema sinistra, in abiti monacali e con in mano una icona del Cristo (in rappresentanza di quella posta sulla Chalkè che la santa cercò di salvare dalla furia iconoclasta) Santa Teodosia, poi due monaci la cui didascalia non è più leggibile; al centro della composizione Teofane il Confessore e Teodoro Studita che sostengono un'icona del Cristo emanuele, poi, in abiti vescovili, il patriarca Tarasio (784-806) – che richiese la convocazione del II Concilio di Nicea – Teodoro e Teofane Graptoi, Teofilatto ed Arsakios. Recentemente, grazie al ritrovamento di una copia cinquecentesca di questa icona, Chatzidakis (Icons. The Velimezis Collection, Mueso Benaki, Atene, 1998, pagg. 86-91) ha identificato il vescovo Teodoro in uno dei tre monaci raffigurati nel registro superiore ed in San Ioannikios,la quarta figura da sinistra nel registro inferiore.

La decorazione delle chiese durante il periodo iconoclasta

Durante il periodo iconoclasta le figure del Cristo e della Vergine, degli Angeli e dei Santi vennero rimosse dagli apparati decorativi delle chiese e sostituite da croci, motivi floreali e scene di caccia.

Hagia Eirene, Costantinopoli

Nel catino absidale della chiesa costantinopolitana di Sant'Irene è raffigurata a mosaico una grande croce che poggia su un piedistallo di quattro gradini. Venne fatta realizzare dal Leone III (717-741) o da suo figlio Costantino V (741-775) nell'ambito dei restauri intrapresi a seguito del grave terremoto del 740. E' uno dei pochissimi esempi rimasti di decorazione del periodo iconoclasta.

Santa Sofia, Tessalonica

I mosaici della volta del bema  della chiesa di Santa Sofia a Tessalonica possono essere datati grazie all'inscrizione che corre sui suoi lati e che ricorda l'imperatore Costantino VI e sua madre Irene l'Ateniese che regnarono insieme nel periodo 780-787 e il metropolita di Tessalonica Teofilo. Nonostante questi ultimi due fossero favorevoli al culto delle icone, la decorazione appare chiaramente aniconica. L'elemento di maggior spicco è una grande croce d'oro, inscritta in una mandorla policroma, che irradia raggi di luce al centro della volta.
La decorazione culminava con una grande croce nel catino absidale, di cui sono ancora visibili tracce sul fondo d'oro in prossimità dell'aureola e delle spalle della Vergine.


La raffigurazione della Vergine in trono con in braccio il bambino, che adesso decora l'abside dovrebbe risalire ad un periodo immediatamente successivo alla fine dell'iconoclastia (843) e rifatta nella parte superiore a seguito dei danni subiti nel terremoto del 1037.

chiesa della Koimesis (Dormizione della Vergine), Nicea

La chiesa della Koimesis di Nicea, katholicon del Monastero di Giacinto, fu completamente distrutta nel 1922 durante la guerra greco-turca. Nel 1912 era però stata studiata e forografata nei dettagli da Theodor Schmit e N.K. Kluge. 
La decorazione della chiesa era stata completata agli inizi dell' VIII secolo, poco prima dell'avvento dell'iconoclastia. Durante il periodo iconoclasta la decorazione fu fortemente modificata. Le decorazioni originali furono ripristinate immediatamente dopo la conclusione del secondo periodo iconoclasta (843) come scritto in un'epigrafe sull'arco trionfale. In questa fotografia del catino absidale scattata nel 1912 sono evidenti le tracce dei bracci laterali della croce che aveva sostituito quella della Vergine con il Bambino durante il periodo iconoclasta.







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