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giovedì 28 novembre 2013

Chiesa degli Armeni, Famagosta

Chiesa degli Armeni, Famagosta

La chiesa di S.Maria del Carmelo e, a destra, quella degli Armeni

E' situata all’estremo angolo NO della città, a ridosso del Bastione Martinengo e accanto alla chiesa di S.Maria del Carmelo.
Nel XIV secolo, il progressivo dissolversi del regno di Armenia di fronte all'avanzata dei mamelucchi determinò l'afflusso di esuli dalla vicina costa della Cilicia che si stabilirono in questa parte della città (1).
Nel 1317 fu terminata una chiesa annessa ad un importante monastero fondato nel 1310 sotto gli auspici di re Oshin d'Armenia (1307-1320). Vecchie fotografie mostrano attorno alla chiesa, che oggi appare del tutto isolata, le rovine del monastero e ciò ci consente d'identificarla con il katholikon dello stesso. Molto probabilmente era dedicata alla Madre di Dio.


Esternamente la muratura, nella porzione inferiore, appare impreziosita da croci scolpite nella pietra all'interno di forme circolari o rettangolari (khač‘kars), secondo un motivo decorativo che ricorre spesso nelle chiese della Cilicia.


In alto, al centro delle pareti ovest, nord e sud si aprono altrettante finestre gotiche strambate e incappucciate da una modanatura che funge da gocciolatoio, al di sopra delle quali il tetto forma un doppio spiovente. Ognuna delle tre facciate presenta anche, in basso ed in corrispondenza delle finestre, un portale sormontato da un arco a sesto acuto (quello settentrionale attualmente murato).

I contrafforti lungo i lati nord e sud – che non si riscontrano praticamente mai nelle chiese di Cilicia – appaiono un tratto locale, probabilmente mutuato dalla cattedrale di san Nicola che veniva costruita nello stesso periodo.
In epoca successiva alla fondazione a nord dell’abside era stata addossata una piccola cappella o sacrestia oggi completamente scomparsa.

Abside

All'interno presenta una pianta a navata unica che termina ad oriente con bema rialzato da un doppio gradino ed un abside semicircolare traforato da un'unica stretta finestrella centrale. E' coperta da una volta a croce – con una rosa scolpita nella chiave – che si allunga in due volte a botte verso est ed ovest.

Sulle pareti sono presenti numerosi resti di affreschi in pessime condizioni.
Il programma iconografico si svolgeva sulle tre pareti della nave e sull'abside.

la parete settentrionale come appariva nel 2007

Sulla parete settentrionale da sinistra a destra si susseguono Natività e Battesimo, il Cristo Pantokrator e l'Imago pietatis (2) sul registro inferiore; la Flagellazione, l'Ascesa al Calvario, Crocefissione, Deposizione e Sepoltura nel registro superiore (3).
La nicchia che si nota sulla destra, sormontata da una cuspide gotica, conteneva una vasca di raccolta in pietra per drenare l'acqua utilizzata durante la funzione liturgica.

La Flagellazione
il Cristo è legato ad una colonna di porfido rosso mentre è fustigato da due uomini. Sullo sfondo le architetture del palazzo di Pilato.

La Sepoltura
Nella scena si distinguono Giovanni e Giuseppe di Arimatea mentre trasportano il corpo del Cristo al sepolcro al cui ingresso è raffigurato Nicodemo accanto alla Vergine inginocchiata.

Battesimo e Imago pietatis (con la figura del Cristo che emerge dal sepolcro)

Sulla parete sud è ancora distinguibile la scena della Koimesis, mentre nel catino absidale sopravvive unicamente la figura della donatrice probabilmente inginocchiata davanti alla Vergine a cui la chiesa era dedicata. Posizione del tutto inusuale dal momento che il santuario era interdetto ai laici.

La figura inginocchiata della donatrice nel catino absidale

Sulla controfacciata, oggi completamente imbiancata, ai lati della porta erano raffigurati da un lato S.Elena e la Vergine e dall'altra S.Teodoro Stratelate a cavallo mentre trafigge un serpente


L'affresco raffigurante S.Teodoro Stratelate mentre trafigge un serpente nella controfacciata, prima che venisse ricoperto da intonaco.

Considerando che Enlart (1899) rilevò su una parete un graffito scolpito da un visitatore con la data 1547 se ne può dedurre che la chiesa era all'epoca già stata abbandonata.


Note:

(1) Dopo la sconfitta di Romano IV Diogene a Manzikert (1071), l'Armenia Maior fu annessa al sultanato selgiuchide. Molte famiglie cristiane migrarono verso la Cilicia (che verrà chiamata Armenia Minor), dove servirono l'impero in vari modi, ottenendo il controllo di importanti caposaldi lungo la frontiera orientale.
Con l'avvento della prima crociata e la fondazione dei primi stati crociati – la contea di Edessa (1098) ed il principato di Antiochia (1098) – gli armeni guadagnarono dei preziosi alleati sia in funzione anti-turca che anti-bizantina.
Il 6 gennaio 1199 il principe armeno Leone Medzakordz (Leone I) riuscì a farsi incoronare re della Armenia Minor dal legato pontificio Corrado di Wittelsbach, arcivescovo di Magonza, nella chiesa di Santa Sofia a Tiro.
Nel 1341 il re Leone IV (V secondo altra numerazione) fu assassinato dai suoi stessi baroni. Il suo parente più prossimo nella linea di successione era un suo lontano cugino, Guido di Lusignano - figlio di Amalrico di Tiro (un figlio di Ugo III di Cipro) e di Zabel d'Armenia, figlia di Leone III d'Armenia - che fu il primo re della casata dei Lusignano.
Leone VI (o V) Lusignano fu incoronato insieme alla moglie Margherita di Soissons a Kozan il 26 luglio o 14 settembre 1374 con i riti armeni e latini. Il suo diritto al trono venne però contestato da Ashot e il breve regno di Leone fu caratterizzato da numerose dispute tra le varie fazioni.
Dopo numerose battaglie contro le superiori forze mamelucche, Leone si asserragliò nella fortezza di Kapan ed infine si arrese nel 1375, ponendo così fine al regno della Piccola Armenia.
Leone morì esule a Parigi nel 1393 ed alla sua morte il titolo di re d'Armenia (i cui possedimenti si limitavano ormai alla sola città costiera di Gorhigos, già sotto controllo cipriota dal 1360 e che tale rimarrà fino al 1458) fu rivendicato da Giacomo I di Cipro, suo lontano cugino.

(2) Raffigurazione del Cristo morto in posizione eretta con gli occhi chiusi e le braccia incrociate sul ventre (la stessa posizione in cui appare nella Sindone).

(3) Le scene della Flagellazione e dell'Ascesa al Calvario, estremamente rare nell'iconografia bizantina, presentano molti elementi di similitudine con quelle rappresentate in una icona di epoca paleologa (1370 c.ca) conservata nel Monastero di Doroteo Vlatis a Tessalonica.

giovedì 21 novembre 2013

San Benedetto incontra Totila di Luca Signorelli

San Benedetto incontra Totila di Luca Signorelli


Il ciclo di affreschi che illustrano Le storie di San Benedetto nel Chiostro Grande dell'Abbazia di Monte Oliveto (Siena) venne commissionato dall'abate e generale degli Olivetani fra Domenico Airoldi a Luca Signorelli, che vi lavorò con la sua la bottega dal 1497 al 1498; chiamato alla più prestigiosa commissione della Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto, abbandonò l'opera incompleta, che venne poi ultimata dal Sodoma, chiamato ancora dall'Airoldi - che nel frattempo era stato rieletto abate del monastero – nel 1505.
La narrazione dell'incontro tra San Benedetto e Totila si sviluppa in due lunette, entrambe opera di Luca Signorelli.

Papa Gregorio Magno (590-604) così descrive l'episodio nei suoi Dialogi (II,15)


«Al tempo dei Goti, il loro re Totila, avendo sentito dire che il santo era dotato di spirito di profezia, si diresse al suo monastero. Si fermò a poca distanza e mandò ad avvisare che sarebbe tra poco arrivato. Gli fu risposto dai monaci che senz’altro poteva venire.

Insincero però com’era, volle far prova se l’uomo del Signore fosse veramente un profeta. Egli aveva con sé come scudiero (spatarius) un certo Riggo: gli fece infilare le sue calzature, lo fece rivestire di indumenti regali e gli comandò di andare dall’uomo di Dio, presentandosi come fosse il re in persona. Come seguito gli assegnò tre conti tra i più fedeli e devoti: Vult, Ruderic e Blidin, i quali, in presenza del servo di Dio, dovevano camminare ai suoi fianchi, simulando di seguire veramente il re Totila. A questi aggiunse anche altri segni onorifici ed altri scudieri, in modo che, sia per gli ossequi di costoro, sia per i vestiti di porpora, fosse giudicato veramente il re.
Appena Riggo entrò nel monastero, ornato di quei magnifici indumenti, e circondato dagli onori del seguito, l’uomo di Dio era seduto in un piano superiore. Vedendolo venire avanti, appena fu giunto a portata di voce, gridò forte verso di lui: “Deponi, figliolo, deponi quel che porti addosso: non è roba tua!”. Impaurito per aver presunto di ingannare un tal uomo, Riggo si precipitò immediatamente per terra e, come lui, tutti quelli che l’avevan seguito in questa gloriosa impresa.
Poco dopo si rialzarono in piedi, ma di avvicinarsi al santo nessuno più ebbe il coraggio. Ritornarono al loro re e ancora sbigottiti gli raccontarono come a prima vista, con impressionante rapidità, erano stati immediatamente scoperti.
Totila allora si avviò in persona verso l’uomo di Dio. Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l’ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra. Il servo di Dio per due volte gli gridò: “Alzati!”, ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto allora, questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra. Dopo però lo rimproverò della sua cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. “Tu hai fatto molto male – gli disse – e molto ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai”.
Lo atterrirono profondamente queste parole, chiese al santo che pregasse per lui, poi partì. Da quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà.
Non molto tempo dopo andò a Roma, poi ritornò verso la Sicilia; nel decimo anno del suo regno, per volontà del Dio onnipotente, perdette il regno e la vita».

L’esistenza storica dei tre conti (comites) ostrogoti di cui viene indicato il nome nel testo gregoriano (Vult, Ruderic e Blidin), è confermata da Procopio. Ruderic fu ucciso nel dicembre 546 (Procopio, De Bello Gothico, III,19) e ciò consente di stabilire un termine ante quem per l’incontro con San Benedetto nel monastero di Montecassino, che si ritiene avvenuto nel 542, mentre Totila, scavalcati gli Appennini, marciava su Napoli e si accingeva a riconquistare l'Italia meridionale.


Come Benedetto discopre la finzione di Totila
 
In primo piano Riggo, camuffato da Totila per ingannare Benedetto, in ginocchio di fronte alla figura del santo che lo invita a spogliarsi delle vesti non sue, esprime tutta la sua costernazione. Alle spalle di Riggo, alla testa del suo seguito, si distinguono i tre nobili ostrogoti riccamente vestiti mentre i soldati della scorta, dai tratti accigliati, sembrano sul punto di intervenire (uno di loro ha già la mano sull'elsa del pugnale). Sullo sfondo della scena Riggo riferisce al suo re l'accaduto.
 
Come Benedetto riconosce e accoglie Totila
 
San Benedetto si alza e solleva lui stesso da terra il vero Totila inginocchiato ai suoi piedi.
 
L'incontro tra San Benedetto e Totila s'inscrive appieno nella consolidata tradizione veterotestamentaria in cui il dono profetico di un vir Dei viene esercitato nei confronti di un re malvagio spingendolo ad un ravvedimento (cfr. ad es. l'incontro di Daniele con il re babilonese Baldassar in Daniele, V, 13-29).
Nel basso medioevo, la caratterizzazione di Totila come perfidus rex è infatti decisamente più accentuata che non nei cronisti contemporanei. Nella Chronica di Giovanni Villani (XIV sec.) gli viene ad esempio attribuito per due volte l'epiteto di Flagellum Dei, solitamente riferito ad Attila, sintomatico di una sovrapposizione dei due personaggi storici.


 
 




domenica 17 novembre 2013

L'arco di Malborghetto

L'arco di Malborghetto

Casale di Malborghetto, lati nord e est

Poco oltre il XIII miglio (km 19.200) della Flaminia antica, si staglia la massa imponente del Casale di Malborghetto. L’edificio ha inglobato un arco quadrifronte del IV secolo, posto a segnacolo dell’incrocio tra la Via Flaminia e una strada di collegamento tra Veio e la Tiberina.
Töbelmann (1), che per primo eseguì una dettagliata analisi del monumento nel 1914, avanzò l'ipotesi, molto suggestiva, che esso fosse stato innalzato sul luogo in cui Costantino aveva posto l'accampamento all'epoca della prodigiosa visione della Croce, preludio alla vittoriosa battaglia di Ponte Milvio combattuta contro Massenzio (312).
Nel 315 il Senato romano, per commemorare la vittoria nella ricorrenza dei decennalia dell'imperatore, fece erigere l'arco trionfale in onore di Costantino presso il Colosseo e molto probabilmente anche l'arco di Malborghetto.

L'arco romano, a pianta rettangolare (m 14,86 x 11,87), presenta i lati lunghi a nord e a sud.
I pilastri (m 4,44 x 3,26) poggiano su fondazioni singole in opus caementicium, sulle quali si imposta una platea di blocchi di travertino; ugualmente costituiti in opera cementizia, composta da scapoli di tufo di Grotta Oscura e malta pozzolanica, i quattro pilastri appaiono rivestiti da un paramento laterizio di mattoni triangolari o trapezoidali, ottenuti da bipedali (2).
I fornici, la cui imposta misura m 6,22, si presentano semicircolari sui lati lunghi, in cui si nota una doppia ghiera di bipedali, ed ellittici sui lati brevi. La loro ampiezza è di m 5,97 sull'asse NS e di m 5,35 sull'asse EW.
Al di sopra dei pilastri sono impostate quattro volte a botte realizzate con un sistema di nervature laterizie, terminanti in una volta a crociera centrale. La trabeazione in marmo presenta alcuni settori aggettanti corrispondenti, su ognuna delle fronti principali, a quattro colonne a fusto scanalato con capitello corinzio e base composita, ciascuna delle quali era posta su basamento singolo, non collegato alla struttura dell'arco che, alla loro altezza, presentava delle lesene.
Dell'architrave e del fregio rimangono purtroppo in situ solo pochi elementi.

Resti del fregio e dell'architrave sul lato settentrionale

L'attico, del quale non è nota l'altezza totale, è leggermente rientrante; esso era suddiviso, all'interno, in tre settori tramite due muri nei quali si aprivano due aperture ad arco. È probabile che, esternamente, i muri corrispondessero a delle lesene impostate al di sopra degli elementi verticali inferiori.
La forma della copertura non è chiara, Tobelmann proponeva che fosse costituita da una piattaforma sulla quale, dato il notevole spessore dei muri perimetrali che la sostenevano, potevano collocarsi diversi elementi statuari, forse identificabili in una quadriga trionfale fiancheggiata da trofei. L'esistenza di questo apparato statuario non è comunque confortata da alcuna prova certa.


In età medioevale (XI secolo circa) l'arco venne inizialmente trasformato in chiesa fortificata. Questa fase edilizia è segnata dalla tamponatura di tre fornici e, soprattutto, dalla costruzione di un'abside nella facciata orientale. Di questa trasformazione si trova traccia indiretta in una fonte del 1263 che menziona un Burgum S. Nicolai de Arcu Virginis; tale denominazione sembra implicare una sovrapposizione di culti devozionali, uno dedicato alla Vergine venerata nella chiesa e l'altro a san Nicola riferito all'intero complesso rurale formatosi attorno all'arco, senza comunque escludere una ridedicazione della chiesa stessa.
L'edificio di culto, un'aula absidata ricavata al pian terreno dell'arco ormai trasformato in torre fortificata, doveva essere di modeste proporzioni e adattato allo scarso spazio disponibile. A livello pavimentale il recente restauro ha riportato alla luce il basolato dell'antica via Flaminia.
Una scala ricavata nello spessore della muratura consentiva l'accesso al piano superiore, corrispondente all'antico attico dell'arco, al di sopra dell'alta volta a croce. Questa stanza era voltata a botte e vi si aprivano ampie finestre. Al di sopra di questa si trovava una terrazza bordata da una merlatura.
L'accesso si trovava sul lato occidentale nel quale era stato aperto un portone d'ingresso prospiciente il nuovo tracciato della via Flaminia.

L'ingresso sul lato occidentale

Dopo la chiusura dei fornici, il monumento venne fortemente rimaneggiato. Il paramento
esterno in laterizi appare infatti in molte parti gravemente manomesso, soprattutto a causa dell'apertura di diverse finestre su tutti i lati, della sopraelevazione dell'attico, dell'addossamento di una scala sul lato orientale e della realizzazione di una stalla sul lato settentrionale, della quale sono ancor oggi perfettamente visibili le tracce dei due spioventi del tetto, di una volta a botte e dei fori per l'alloggiamento di travi lignee.
In un disegno di Giuliano da Sangallo anteriore al 1494, l'attico, del tipo "a frontone", è raffigurato con un coronamento di forma conica, costituito da laterizi rivestiti da blocchi di travertino; non si sa, comunque, quanto tale raffigurazione sia degna di credito oppure frutto di una ricostruzione fantasiosa.

Disegno di Giuliano da Sangallo

Sulla sommità del lato meridionale è incassata un'iscrizione su maioliche di forma rettangolare, disposte tra due fasce parallele aggettanti. Ogni mattonella possiede l'indicazione di una singola lettera oppure delle lettere finali di parole singole in forma esponenziale, dipinte in azzurro su fondo
bianco. Il testo dell'iscrizione (CONSTANTINVS PETRA SANTA [.] SMIPII V [.] MAXS RESTAURAVIT) si riferisce ad un restauro effettuato nel 1567 da un certo Costantino Petrasanta, durante il pontificato di Pio V. Sullo stesso prospetto, all'estremità meridionale, è visibile un piccolo stemma della Basilica Vaticana.

Il lato meridionale con l'iscrizione in maioliche
 
Stemma della Basilica vaticana
 
Il lato meridionale del casale, la chiesa e un muro parallelo alla strada, racchiudono un piccolo cortile dal quale, per mezzo di una scala, si può accedere a un ambiente sotterraneo scavato nel tufo; nel cortile sono, anche, presenti un pozzo a sezione quadrata e un forno. A sud di esso è visibile una chiesa caratterizzata da due corpi distinti, dei quali quello posteriore, in muratura a scaglie di selce, è senz'altro più antico e databile forse agli anni 1742-44, mentre quello anteriore è frutto di un ampliamento avvenuto nel 1947 a opera di Bernardino Sili.

Il complesso rurale viene sovente menzionato in documenti di epoca medievale e raffigurato in piante e incisioni rinascimentali e barocche, nelle quali viene ricordato con gli appellativi di Borghetto, Borghettaccio o Malborghetto (quest'ultima denominazione è forse dovuta al fatto che il casale divenne luogo di dubbia reputazione, frequentato da briganti).
Nel XV secolo il borgo venne assediato e dato alle fiamme dagli Orsini nel corso della guerra di fazione contro i Colonna.

Catasto di Alessandro VII, particolare (1660)

In seguito, il complesso fortificato perse ogni funzione strategica: nel XVII secolo, divenne sede di un'osteria, nel XVIII ospitò una stazione di posta e, infine, decadde a semplice dimora rurale.
Abbandonato da tempo, venne espropriato dallo Stato nel 1982 e, dopo due anni, si diede l'avvio a lavori di restauro, consolidamento e analisi di tutta l'area.


Note:

(1) F.Töbelmann, Der Bogen von Malborghetto, 1915.

(2) letteralmente "di due piedi", mattone cotto che misurava all'incirca 60x60 cm.


sabato 16 novembre 2013

Ludovico Podocataro

Ludovico Podocataro

Armi del cardinale Podocataro
(particolare del monumento funebre in S.Maria del Popolo)

Nato a Nicosia nel 1429 in una nobile famiglia di origine greca, Ludovico Podocataro compì gli studi all'Università di Ferrara, dove studiò greco, latino, filosofia e medicina.
Stimato come eminente studioso nel 1460 divenne rettore della facoltà di Medicina e delle Arti dell'Università di Padova (l'università italiana preferita dai ciprioti che si recavano a studiare all'estero). Rientrato a Cipro, tornò definitivamente in Italia al seguito della regina Carlotta nel 1473 (cfr. l'affresco nella Corsia sistina dell'Ospedale di S.Spirito in Sassia).
Nominato abbreviatore di parco minore (1) durante il pontificato di papa Sisto IV (1471-1484), fu elevato al seggio vescovile della diocesi di Capaccio il 14 novembre del 1483.
Fu richiamato a Roma da papa Innocenzo VIII (1484-1492) che lo volle come segretario particolare e medico personale, incarichi che ricoprì anche sotto il pontificato di Alessandro VI Borgia (1492-1503).
Ricevette la porpora cardinalizia durante il concistoro del 28 settembre 1500 e gli fu assegnata la diaconia della chiesa romana di S.Agata dei Goti, elevata pro illa vice a titolo cardinalizio.
Il 20 gennaio 1503 fu promosso arcivescovo di Benevento, ma non prese possesso della sede e l'8 gennaio 1504 ne divenne amministratore apostolico.
Morì a Milano nell'agosto del 1504 mentre era in viaggio verso la Spagna e fu sepolto a Roma in un elegante monumento funebre scolpito da Gian Cristoforo Romano, allievo di Andrea Bregno, nel transetto di Santa Maria del Popolo.


Il cardinale lasciò la sua ricca biblioteca al nipote Livio, vescovo di Nicosia dal 1524 al 1552 (anche se non si recò mai nell'isola per prendere possesso della sede), adesso parte della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Il nipote ereditò anche il palazzo che il cardinale si era fatto costruire a Roma in via Monserrato (civico n.20) che abbellì facendone decorare la facciata da Perin del Vaga con decorazioni di cui oggi non rimane più traccia. E' invece ignoto il nome dell'architetto che ne disegnò il progetto. La corte interna presenta le pareti ornate da numerosi frammenti antichi e da colonne di granito e, su un lato, la Fontana di Venere di epoca settecentesca.
La semplice facciata presenta un portale coevo alla fondazione del palazzo, mentre le finestre ai tre piani sono seicentesche.

Palazzo Podocataro a Roma
.
Nel 1565 il palazzo fu venduto da Pietro Podocataro ai Della Porta e da questi agli Orsini, che lo possedettero fino alla metà del Settecento.

Tracce dei Podocataro a Nicosia

A Nicosia, in 20 Patriarchou Grigoriu street, si trova la casa di Hadjigeorgakis Kornesios (dal 1960 sede del Museo Etnologico) che fu dragomanno della Sublime Porta dal 1779 al 1809. L'edificio fu costruito – come si legge in una targa di marmo collocata all'interno, al di sopra dell'ingresso principale - nel 1793.
Al di sopra del portale d'ingresso lungo la facciata nord è incassato un bassorilievo marmoreo che mostra al centro, al di sotto del leone di San Marco e in uno scudo dove è raffigurata l'aquila bicipite, lo stemma dei Podocataro, probabilmente prelevato dall'antico palazzo di famiglia.


Uno dei bastioni delle mura cittadine, a sottolineare ulteriormente l'influenza della famiglia Podocataro nella società cipriota del XV-XVI secolo, porta il loro nome.


Note:

(1) Gli abbreviatori erano un corpo di scrittori della cancelleria pontificia, il cui incarico era di abbozzare e preparare in forma compiuta le bolle papali, le note pontificie e i decreti concistoriali, prima che questi venissero scritti in extenso dagli scriptores. Erano anche addetti alla spedizione delle costituzioni apostoliche.
Dall'epoca di papa Benedetto XII (1334-1342) venivano classificati in de Parco majori e de Parco minori. Il nome deriva da uno spazio della cancelleria, circondato da una grata, nel quale essi sedevano, e che veniva chiamato alto o basso (majori o minori) a seconda della vicinanza delle postazioni a quella del vice-cancelliere.
Il collegio, temporaneamente abolito nel 1466, tra feroci polemiche, dal papa Paolo II che intendeva porre un freno alla libertà di pensiero dell'ambiente umanistico raccolto intorno alla curia (molti umanisti di spicco erano infatti chiamati a ricoprire questa carica), fu ripristinato proprio da Papa Sisto IV.


domenica 10 novembre 2013

Il tempietto di S.Andrea a Ponte Milvio

Il tempietto di S.Andrea a Ponte Milvio


La reliquia della testa dell'apostolo Andrea, portata ad Ancona nell'estate del 1460 da Tommaso Paleologo, l'ultimo despota di Morea costretto all'esilio dall'incalzare dei Turchi, fu provvisoriamente affidata alla custodia del prefetto pontificio di Narni giacchè la strada verso Roma era resa insicura dalla guerra che contrapponeva Alessandro Sforza e Federico da Montefeltro a Jacopo Piccinino e Jacopo Savelli.
L'11 aprile del 1462, su incarico del papa Pio II Piccolomini, i cardinali Bessarione, Oliva e il cardinal nipote Francesco Todeschini Piccolomini (1), la prelevarono e la condussero a Roma lungo il Tevere.
La testa dell'apostolo trascorse la notte nella torretta di Ponte Milvio ed il giorno successivo ebbe luogo la cerimonia di consegna al papa. Nei prati antistanti il ponte, sulla riva sinistra del Tevere (l'attuale l.go Cardinal Consalvi, di fronte al civico 441), era stato eretto un grande palco di legno a cui si accedeva da due scalinate. Da un lato del palco salì Bessarione, seguito dagli altri due cardinali, portando la sacra reliquia, dall'altro il papa per riceverla.
A memoria dell'evento il papa fece erigere nel punto dove aveva avuto luogo un tempietto con al centro la statua di sant'Andrea.
La statua è attribuita alla mano di Paolo Romano (2), l'artista prediletto da papa Pio II conosciuto anche come Paolo Taccone, ed il volto, incorniciato dalla barba a due punte, presenta delle somiglianze con quello di Bessarione ritratto dallo stesso artista nel monumento funebre di Pio II (1470 c.ca) oggi nella chiesa di S.Andrea della Valle.

 
Bessarione ritratto nel bassorilievo del monumento funebre di Pio II
S.Andrea della Valle, Roma

L'edicola tetrastila che avvolge la statua è invece opera dell'architetto Francesco da Borgo San Sepolcro. Presentava originariamente quattro colonne d'alabastro listato che vennero sostituite da quelle attuali in travertino nel 1869, quando l'edicola fu ricostruita dopo essere stata gravemente danneggiata da un fulmine nel 1866.

Sul basamento che sorregge la statua, sotto lo stemma di papa Pio II, un'iscrizione in latino ricorda l'evento commemorato e l'indulgenza plenaria per chi pregherà in quel luogo nel giorno della ricorrenza.


Per circa un secolo fu presente solo il tempietto, con l’edicola e la statua del santo mentre il terreno circostante cominciò ad essere utilizzato per dare sepoltura ai pellegrini morti a Roma, tuttora sono presenti all’interno del basso muro che cinge il tempietto delle lapidi e un ossario.

Nel 1566 il terreno venne ceduto alla confraternita della Trinità dei Pellegrini da papa Pio V e venne costruito il piccolo oratorio dedicato a Sant’Andrea Apostolo che oggi ci appare nella ristrutturazione del Valadier del 1803.

Note:

(1) Il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, nipote di papa Pio II, fu papa a sua volta con il nome di Pio III per soli 26 giorni dal 22 settembre al 18 ottobre del 1503.

(2) M. Armellini in Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX (1891), seguendo il Vasari, attribuisce la statua a due allievi del Filarete, Varrone e Niccolò da Firenze. L'attribuzione a Paolo Romano è però attestata dai documenti di pagamento pubblicati in E.Muntz, Les arts à la cour des papes pendant le XVe et le XVIe siècle, I, Paris 1878, pagg. 248-249.

giovedì 7 novembre 2013

La battaglia di Ponte Milvio (27-28 ottobre 312)

La battaglia di Ponte Milvio (27-28 ottobre 312)
L'antefatto e le conseguenze della battaglia sono descritte in DallaTetrarchia all'Impero romano d'Oriente parte I.


Nella primavera del 312 Costantino mosse da Treviri alla testa del suo esercito e penetrò in Italia attraverso il passo di Monginevro. Dopo aver assediato e preso Susa, fedele a Massenzio, sconfisse le truppe che l'usurpatore gli mandava contro prima nei pressi di Torino e poi a Verona, dove perse la vita il prefetto del pretorio Ruricio Pompeiano che le comandava. Discese quindi la penisola lungo la via Flaminia senza più incontrare resistenza e si accampò alle porte di Roma al XIII miglio della Flaminia, un una località oggi nota come Malborghetto.
Come spesso accade, le fonti divergono circa la consistenza numerica dei due eserciti: da un massimo di 100.000 effettivi ad un minimo di 40.000 per Costantino e da 170.000 a 100.000 per Massenzio. Concordano invece su un rapporto di forze di circa due a uno a favore di Massenzio.
Massenzio attestò le prime linee del suo esercito nella località di Saxa Rubra, in un punto teoricamente a lui favorevole, ossia collinare e impraticabile alla cavalleria nemica.
Le prime schermaglie iniziarono al XII miglio e si trasformarono rapidamente in uno scontro generale che, dopo un iniziale successo delle truppe dell'usurpatore, terminò con il loro arretramento verso la città.
Alla vigilia dello scontro decisivo, prima del tramonto l’imperatore affermò di vedere un simbolo nel cielo in cui riconobbe le iniziali di Cristo con un’affermazione esortativa: Un segno straordinario apparve in cielo. … quando il sole cominciava a declinare, egli vide con i propri occhi in cielo, più in alto del sole, il trofeo di una croce di luce sulla quale erano tracciate le parole IN HOC SIGNO VICES. Fu pervaso da grande stupore e insieme a lui il suo esercito. (Eusebio di Cesarea, Vita Costantini)
Lo stesso Messia (o un angelo suo messaggero) gli sarebbe apparso in sogno durante la notte esortando Costantino ad apporre quel simbolo sugli scudi dei soldati con quei segni celesti di Dio e ad iniziare quindi la battaglia. Egli fece dunque in questo modo e ruotando e piegando su se stessa la punta superiore della lettera greca X (chi), segnò gli scudi con il monogramma del chi-ro (Chrismon), abbreviazione della parola Χριστός (Lattanzio, De mortibus persecutorum).

Ricostruzione del labaro di Costantino fatta eseguire dal Kaiser Guglielmo II dai padri benedettini di Beuron secondo la descrizione di Eusebio di Cesarea e donata nel 1912 a papa Pio X, in occasione del XVI centenario della battaglia di Ponte Milvio. Successivamente donato dal papa Giovanni XXIII alla basilica di Santa Croce in via Flaminia dove è attualmente custodito.

Costantino sostituì anche l'aquila di Giove che sormontava lo stendardo imperiale con il Chrismon circondato da una corona d'alloro (labaro di Costantino).
Ancora oggi sulla via Flaminia, un sobborgo di Roma, distante 8 miglia dalla capitale e 4 dall’arco costantiniano, porta il nome di Labaro. Da ciò possiamo dedurre che, prima della visione e quindi dello scontro definitivo, siano avvenuti almeno altri due scontri, poiché se il primo impatto avvenne nei pressi dell’arco di Malborghetto questo si protrasse, con un avanzamento vittorioso dell’esercito d'oltralpe, almeno fino a Labaro, dove probabilmente avvenne un secondo scontro questa volta non favorevole a Costantino, tanto che fu necessaria un’infusione di coraggio o, se vogliamo, l’intervento divino perché al momento del terzo scontro, probabilmente quello di cui parlano le fonti avvenuto ai Saxa Rubra e che corrisponde all’incirca alla piana tra Labaro e Saxa Rubra, dove l’esercito costantiniano riuscì probabilmente a mettere in fuga quello di Massenzio che decise di ripiegare ulteriormente verso il fiume e attendere il nemico a Ponte Milvio.
 
Scettro di Massenzio (1)
Qui Massenzio aveva fatto distruggere il ponte originale in calcestruzzo, e aveva fatto costruire un ponte di barche facilmente rimuovibile e che, secondo i suoi piani, al momento del passaggio dell’esercito avversario doveva essere abbattuto, provocando la caduta delle milizie di Costantino nel Tevere.
Inspiegabilmente Massenzio, anziché riparare all'interno delle mura e sostenere un assedio che difficilmente le truppe di Costantino, inferiori di numero, avrebbero potuto condurre a buon fine, rischierò l'esercito sulla riva destra del Tevere, costringendo i suoi uomini a dare battaglia con il fiume alle spalle, con i soldati dell'ultima fila che avevano praticamente i piedi bagnati dall'acqua (Anonimo, XII Panegirico - IX secondo altra numerazione - 313).
Entrambi gli eserciti si disposero con la cavalleria sulle ali e la fanteria al centro.
Costantino guidò personalmente la carica della cavalleria leggera gallica che, potendo contare su una maggiore agilità di manovra, travolse la cavalleria catafratta di Massenzio sulle ali della formazione nemica, scoprendo i fianchi dello schieramento centrale di fanteria che, caricata a sua volta, collassò e sbandò, ripiegando disordinatamente sul ponte di barche che si sfaldò sotto il suo peso. Un gran numero di soldati, tra cui lo stesso Massenzio trascinato a fondo dal peso dell'armatura, morirono annegati.

Particolare del fregio dell'Arco di Costantino (313)
In basso a sinistra la personificazione del Tevere assiste
all'annegamento dei soldati di Massenzio (sulla destra)

Soltanto la guardia pretoriana, schierata a difesa della testa del ponte, serrati i ranghi attorno al vessillo dello scorpione, mantenne la linea e combattè fino all'ultimo uomo la sua ultima battaglia (Costantino, dopo la vittoria, sciolse infatti il corpo della guardia pretoriana che non venne più ricostituito).
Il giorno seguente Costantino I fece il suo ingresso nella città eterna, acclamato dalla popolazione festante. Con la sua sfavillante armatura portava in mano la testa mozzata dell'usurpatore Massenzio, colui che si era autoproclamato augusto, il cui corpo era stato trovato poco lontano dal luogo dello scontro decisivo.
 
Note:
 
(1) Questo scettro è stato ritrovato in una fossa a 4 m di profondità – insieme ai resti di altri due scettri e alle punte di 4 lance da parata e di 3 portastendardo - in uno scavo condotto nel 2005 alle pendici del Palatino nei pressi dell'Arco di Costantino da Clementina Panella. Lo scettro, la cui asta lignea è andata perduta, è formato da un fiore ad otto petali che sostiene una sfera di calcedonio. L'ipotesi avanzata è quella che si tratti delle insegne di Massenzio che vennero nascoste su suo ordine prima della battaglia per non cadere in mani nemiche.
Si tratta comunque delle uniche insegne imperiali mai ritrovate.

domenica 3 novembre 2013

Sant'Agostino nello studio di Vittore Carpaccio

Sant'Agostino nello studio di Vittore Carpaccio

Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio (Visione di Sant'Agostino), 1502
Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, Venezia
 
Carpaccio, al culmine della propria carriera, venne chiamato dalla Scuola Minore degli Schiavoni, cioè dei Dalmati residenti o di passaggio a Venezia, per dipingere un ciclo di sette teleri sulle storie dei santi protettori della confraternita (Giorgio, Girolamo e Trifone) a cui si aggiunsero altre due tele fuori della serie con Storie evangeliche. Il lavoro per gli Schiavoni iniziò nel 1502 e terminò nel 1507.
Sant'Agostino è ritratto nel proprio studio, mentre viene distratto dalla scrittura dalla voce di Girolamo, che gli appare in forma luminosa dalla finestra accanto allo scrittoio.
L'episodio viene riportato dal frate predicatore domenicano Petrus Calo de Clugia (ossia da Chioggia) nel 1348 (Acta Sanctorum, settembre, VII, 423) che si riferisce ad una epistola apocrifa di Agostino al vescovo di Gerusalemme Cirillo, in cui il santo racconta di aver avuto la visione del Battista e di Girolamo che gli comunicava la sua morte mentre egli era intento proprio a scrivergli una lettera.
Il miracoloso annuncio viene ambientato nello stanza di un colto e raffinato umanista del tempo, rappresentata con la cura meticolosa dei dettagli che caratterizza le opere di Carpaccio.
In una stanza più o meno rettangolare, con soffitto dipinto, Agostino sta seduto su una panca poggiata su una pedana rialzata, coperta di tessuto verde e profilata da borchie, dove si trova il tavolo da studio, retto da una candelabra.
Numerosi libri dimostrano i suoi interessi eruditi o musicali, dato che alcuni sono aperti e mostrano righe di pentagramma; da molti di essi pendono le corde segnalibro. Uno stipo si trova incassato nel muro sotto la finestra, con cassetti estraibili e mensole dove si intravedono un fascicolo e una clessidra. La scrivania e la stessa panca sono ingombre di libri dalle preziose rilegature, cofanetti, strumenti per la scrittura e oggetti curiosi, come una campanella e una conchiglia. Davanti alla finestra pende una sfera armillare (1), mentre anche le modanature decorative della parete sono usate come mensole e vi si trovano vasi, bottiglie e altro.
Al centro della parete di fondo si apre una nicchia con altare, in cui, come mostra la tenda scostata, sono riposti gli oggetti liturgici (due ampolle, una navicella portaincenso, un paramento ripiegato, due libri da messa) mentre sul piano è appoggiata la mitria vescovile e sullo spigolo destro dell’abside il bastone pastorale.
Sull'altare campeggia una statua di san Giovanni Battista e il catino della semicupoletta è decorato da mosaici dorati in stile veneziano-bizantino.
Ai lati dell'altare si trovano due portali gemelli, finemente decorati in stile rinascimentale.
Quello di sinistra è aperto e mostra una stanzetta con una propria finestrella, secondo il gusto per le molteplici fonti di illuminazione derivate dall'arte fiamminga e ben popolari a Venezia dopo l'esempio dato da Antonello da Messina (in particolare nel San Girolamo nello studio, che probabilmente Carpaccio vide e studiò). Qui, su un tavolo retto da tre coppie di gambe incrociate e coperto da una tovaglia rossa, si trovano numerosi altri strumenti dello studioso: ancora numerosi libri, alcuni appoggiati su un leggio monastico, e, sulla mensola che corre lungo il perimetro della stanzetta, vari strumenti astronomici e scientifici, tra cui un quadrante e il famoso astrolabio di Regiomontano.
Lungo la parete sinistra della stanza principale si trovano altre due lunghe mensole: una inclinata, dove sono appoggiati in sequenza un numero straordinario di libri, dalle copertine in sgargianti colori; una piana dove si trova una collezione di anticaglie, con vasi, bronzetti, e altri oggetti. In alto si trova un reggicandela a forma di zampa leonina (un secondo è in posizione simmetrica dall'altro lato), mentre in basso, oltre ad alcuni volumi di notevole mole, si vede su una pedana un sedile e un inginocchiatoio per la meditazione.
Al centro della stanza si trova un cagnolino maltese e, poco più in là, il cartiglio con la firma dell'artista e la data.
 
Nella fila degli astrolabi appesi alla mensola che corre lungo tutto il perimetro della stanzetta, quello Regiomontano è il primo da destra
 
L’ipotesi che il pittore e i suoi committenti abbiano voluto ritrarre Bessarione nei panni di sant’Agostino, commemorandolo a trent’anni di distanza dalla scomparsa nella Scuola cui aveva concesso nel 1464 un’importante indulgenza e nella città dove aveva soggiornato a lungo in compagnia di Niccolò Perotti ma anche di Giovanni Regiomontano, è stata probabilmente dimostrata in via definitiva da Patricia Fortini Brown, nel momento in cui per prima ha identificato, tra i molti oggetti disposti nel dipinto a connotare l’identità del personaggio, o meglio ancora la sua dimensione di studioso di astronomia, un oggetto unico, specificamente e indubitabilmente di proprietà di Bessarione: l’astrolabio Regiomontano.
L'astronomo Johannes Muller nativo di Koenisberg, più noto come Giovanni Regiomontano, aveva conosciuto Bessarione a Vienna ed era stato ospite del cardinale in Italia, soprattutto a Roma, nei successivi cinque anni giacché Bessarione lo aveva incaricato di scrivere l'Epitome dell'Almagesto di Tolomeo.
L'astrolabio da lui realizzato – oggi conservato in una collezione privata londinese – fu presentato a Roma nel 1462 con incisa una dedica al cardinale.
 
L'astrolabio Regiomontano di Bessarione
collezione privata, Londra
 
Altri elementi che suggeriscono l'identificazione di sant'Agostino con Bessarione sono gli attributi vescovili (mitria e bastone pastorale) presenti nella stanza, la porpora cardinalizia che spunta dalla sopravveste e la cappa nera che dalle spalle scende sino al petto dei monaci basiliani: tutte e tre identità ecclesiastiche che appartenevano a Bessarione.
La conchiglia posata sullo scrittoio (usata all'epoca per lisciare le pergamene) sarebbe un attributo esplicito dello scrittore e del bibliofilo (De Marchis) (2) mentre nella pergamena sigillata ai piedi del santo si dovrebbe riconoscere l'indulgenza concessa da Bessarione alla scuola nel 1464, per l'impegno profuso dalla confraternita nell'organizzazione della crociata promossa da papa Pio II Piccolomini (Perrocco) e nel grande sigillo rosso in primo piano quello del cardinale stesso (Branca).
L'inconsueta presenza del cagnolino quasi al centro dello studio – che guarda immobile verso l'apparizione di S.Gerolamo oltre la finestra – è spiegata dalla Fortini Brown come una citazione dalla miniatura del frontespizio del codice Marc. gr. 388 della Geografia di Tolomeo, eseguita per il cardinale probabilmente intorno al 1453, in cui Bessarione è ritratto nei panni di Tolomeo ed è appunto in compagnia di un piccolo animale (un piccolo cane secondo l'autrice o una donnola).
 
Frontespizio del codice Marc. gr. 388 della Geografia di Tolomeo, 1453
Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia
Note:
 
(1) Il suo nome deriva dal latino armilla (cerchio, braccialetto), poiché ha uno scheletro composto da cerchi metallici graduati che collegano i poli e rappresentano l'equatore, l'eclittica, i meridiani e i paralleli. Al suo centro è posta una palla che rappresenta la Terra (in seguito il Sole) e viene usata per mostrare il movimento delle stelle attorno alla Terra.
Le sfere armillari vennero sviluppate dai greci e furono usate come strumento didattico già nel III secolo a.C. Con forme più grandi e precise erano usate anche come strumenti di osservazione.
Divennero nuovamente diffuse nel tardo medioevo; l'astronomo danese Tycho Brahe (1546-1601) ne costruì diverse .
Scienziati rinascimentali e altre figure pubbliche spesso si facevano ritrarre con in mano una sfera armillare, che rappresentava le vette della saggezza e della conoscenza.

(2) La conchiglia contiene comunque anche un rimando piuttosto esplicito ad un tema iconografico più strettamente agostiniano largamente diffusosi nella pittura rinascimentale.
Mentre passeggia lungo la spiaggia, immerso nella riflessione sui misteri trinitari, il santo incontra un bambino che aveva scavato una buca nella sabbia e corre continuamente dal mare alla buca trasportandovi un po' d'acqua con una conchiglia. “A cosa stai giocando?”, gli domanda il santo e il bambino gli risponde che non si tratta di un gioco ma che vuole trasferire tutto il mare nella buca. Agostino gli spiega sorridendo che è impossibile, perchè il mare è troppo grande per essere contenuto nella buca. Mentre si sta allontanando, il bambino (che è in realtà un angelo inviato dal Signore) gli dice: "Forse hai ragione Agostino, ma sappi che è più facile per me travasare qui le acque dell'intero Oceano che alla tua mente comprendere i misteri di Dio e della SS.Trinità".
Dell'episodio non c'è traccia negli scritti di Sant'Agostino; secondo Padre Antonio Iturbe Saìz questo episodio apparve in uno degli exempla che si scrivevano per i predicatori nel XIII secolo applicato a un professore di scolastica di Parigi con un fine chiaramente morale: criticare la alterigia e la superbia dei teologi. Cominciò ad essere attribuito al santo africano (la prima fonte scritta in cui questo avviene è del 1263) perchè necessitava un protagonista alla storia stessa e Agostino era l'uomo adatto in quanto era considerato un sommo teologo e perchè in un dialogo tra Agostino e san Girolamo, contenuto nella già citata lettera apocrifa al vescovo di Gerusalemme, Agostino ricorda una rivelazione divina con queste parole: Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum?.