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sabato 17 novembre 2018

La casina del cardinal Bessarione

La casina del cardinal Bessarione


La cosiddetta Casina del cardinal Bessarione, situata al I miglio della via Appia – che in questo tratto urbano prende attualmente il nome di via di Porta San Sebastiano - presso l’antico bivio della via Appia con la via Latina, vede risalire la sua configurazione attuale al secolo XV, con utilizzo di preesistenze medievali a loro volta inglobanti sottostanti strutture d’età romana.
In questo luogo, in epoca mediovale, sui resti di un edificio di età imperiale sorse un ospedale – individuabile nella metà sudovest della casina - annesso alla contigua chiesa di S. Cesareo che nel XIV secolo fu amministrato dai fratres cruciferi e che divenne in seguito sede di un monastero di monache benedettine, allontanate poi da Papa Eugenio IV nel 1439.
Alla seconda metà del XV secolo risale l’ampliamento verso la strada con la loggia al primo piano e la trasformazione in residenza estiva del cardinale titolare di Tuscolo, nella cui diocesi era compresa la vicina chiesa di San Cesareo.


Il legame della Casina con il cardinale Bessarione non è suffragato da nessuna testimonianza diretta, ma è un’ipotesi fondata sul legame esistente tra la casina e la chiesa di S. Cesareo di pertinenza del vescovado di Tusculum (di cui Bessarione fu cardinale titolare tra il 1449 e il 1468) e su alcuni documenti del 1455 che attestano la proprietà da parte del Bessarione di una vigna situata tra i possedimenti della chiesa di San Sisto Vecchio e la chiesa di San Cesareo.
Secondo questa ipotesi Bessarione avrebbe utilizzato la Casina come dimora suburbana, in alternativa a quella di città che aveva in piazza dei Ss.Apostoli, in un appartamento ora inglobato nel palazzo Colonna.
Del Cardinale Giovanni Battista Zeno, titolare della stessa sede episcopale dal 1479 al 1501, e di Marcello Crescenzi, eletto cardinale nel 1542, rimangono i rispettivi stemmi nella decorazione a fresco di alcune delle stanze e della loggia (non c'è traccia invece dello stemma di Bessarione).

L'edificio è articolato su due parti, costruite a breve distanza di tempo tra loro, tra il 1450 ed il 1460: quella più antica corrisponde alla metà interna verso il giardino, ampliata poi nella seconda metà del secolo verso la strada con la parte comprendente un salone ed una loggia a quattro arcate, dove vennero utilizzate antiche colonne.
 
 
La loggia rappresenta senza dubbio l'elemento più importante della casa, il centro e la sua più viva decorazione: composta con antiche colonnette di spoglio a capitelli alternativamente dorici e ionici e raccolta nella bellissima finestra a croce guelfa, è l'elemento di massima rappresentanza.
 
La Casina è così composta: un piano seminterrato (destinato ai servizi), un piano nobile, situato a livello della loggia ed accessibile per mezzo di una scala, ed un piano rialzato (per gli appartamenti del Cardinale). All'interno la casa è divisa in modo razionale: sei stanze al piano superiore e sei al piano inferiore. Il piano nobile, articolato in ambienti di rappresentanza (sala regia, vestibolo e sala da pranzo) ed appartamenti privati (studio, vestibolo e camera da letto), presenta un camino per ogni stanza. Particolare è una finestra della sala regia con una caratteristica forma a fungo, che trova un interessante parallelo con una torre, ricostruita in periodo presumibilmente tardomedioevale, della cinta di Aureliano a San Saba.
Nel piano seminterrato, identificato come spazio destinato alla sola servitù, si trovano una cucina con bel camino, un lavatoio ed un vestibolo con finestra. La loggia ha una decorazione a festoni dipinti di cui è superstite solo una parte; tale decorazione è presente in tutte le stanze della palazzina. La sala in comunicazione con la loggia conserva il fregio a fogliami e stemmi e trofei d'armi. Altre decorazioni sono nelle piccole camere adiacenti alla loggia, con fregi pure a fogliami e stemmi; tutte queste pitture sono di gusto tardo-gotico. Da notare la decorazione a fiori e melograni della stanza da letto (cubiculum).



Più moderna è la decorazione della loggia: sopra un finto parapetto si alzano pilastri con un paesaggio di alte rocce, castelli e chiese. La facciata che prospetta su via di Porta S.Sebastiano sulla strada, arricchita da due imponenti finestre a croce guelfa, presenta una decorazione a graffito e chiaroscuro rappresentante un fregio di fogliame.

La facciata lungo via di Porta San Sebastiano con le due finestre a croce guelfa
 
Particolare del fregio a graffito della facciata
 
 
La sala regia:

Il tendaggio dipinto attorno al camino che si sovrappone alla decorazione originale è stato realizzato in epoca moderna, probabilmente durante il periodo in cui la casina era adibita a locanda (fine XIX-inizi XX secolo).
 
In una nicchia della parete sud si trovano i resti di un affresco menomato dall’apertura di una finestra oggi murata.
 
 
A partire da sinistra vi si distinguono: una santa che schiaccia un drago e impugna una croce a doppia traversa nella mano sinistra, probabilmente Santa Margherita di Antiochia; Santa Caterina d’Alessandria facilmente riconoscibile dalla la ruota dentata simbolo del suo martirio; una figura maschile assisa in trono (ai cui piedi è una minuscola figura di un monaco orante, presumibilmente l’ignoto committente), generalmente identificata con il Cristo. Si è quindi pensato che potesse trattarsi della raffigurazione della Incoronazione della Vergine che si sarebbe trovata nella parte mancante. Questo però la porrebbe alla sinistra del Cristo il che è inconcepibile sotto il profilo teologico (a sinistra del Padre si dispongono i dannati) oltre al fatto che la figura maschile seduta in trono non sembra affatto colta nell'atto di incoronare. Si è quindi ipotizzato che questa figura rappresenti piuttosto San Giacomo il Maggiore che nell'iconografia medioevale è raffigurato spesso con barba e capelli lunghi come il Cristo.
Guardando dall’esterno della casina la parete della lunetta, si nota distintamente che la lunetta stessa e tutta la porzione di muro a essa sottostante appaiono separate dalla muratura che le circonda come se si trattasse di una struttura preesistente inglobata nella nuova costruzione al momento dell'ampliamento realizzato nel XV secolo.
 
Accanto alla particolare muratura che corrisponde esternamente alla lunetta affrescata, si nota la caratteristica finestra a "fungo".
 
Confortata dal fatto che sia Santa Caterina d'Alessandria, sia Santa Margherita di Antiochia fanno parte del gruppo dei cosiddetti santi ausiliatori, si può avanzare l'ipotesi che a pochi metri dall'ospedaletto dei fratres cruciferi – che costituisce tuttora la parte sudovest della casina – sorgesse una sorta di edicola o di piccola cappella dove erano effigiati i santi ausiliatori poi inglobata nella casina. Questa ipotesi spiegherebbe anche lo stile dell'affresco, che sembra più trecentesco che quattrocentesco e che, altrimenti, rimarrebbe incongruo su una parete edificata nella metà del XV secolo.
Lo stemma del cardinale Zeno inserito nel fregio a girali d'acanto
 
La decorazione della sala regia è completata nella parte alta delle pareti da un fregio a stemmi e girali d’acanto e da una serie di finte mensole marmoree dipinte a cui si annodano panoplie, nastri, fontane e coppe.

La loggia:

 
Sulle pareti della loggia, sopra un parapetto dipinto, si innalzano dei finti pilastri, al di là dei quali si scorge un paesaggio continuo che sembra proseguire il giardino che circonda la casa. Si viene così a creare una sorta di filtro che attenua il trauma del passaggio dallo spazio aperto del giardino a quello chiuso delle mura domestiche.
In origine la porta di accesso alla sala regia non si trovava dove è attualmente ma al centro della parete lunga della loggia.
A sinistra della apertura originaria si stagliava quindi una piccola chiesa con campanile posta su una collina, da cui discende un fiume; a destra una conigliera sotto una città turrita (la croce disegnata in alto è con tutta probabilità un’aggiunta posteriore).

La sagoma di un coniglio s'intravede nella conigliera in basso a destra 

Da una parte lo Spirito, simboleggiato dalla chiesa, dall’altra la Natura, simboleggiata dalla conigliera. Come nel quadro di Tiziano L'Amor sacro e l'Amor profano - dipinto prima del 1515 - dove alle spalle della Venere celeste e della Venere genitrice compaiono proprio conigli e città turrita da una parte, chiesetta campestre e acque dall’altra. Da notare che nell'affresco della casina la chiesetta è posta in alto, a simboleggiare il suo essere a metà tra il Cielo e la Terra e che dall’altura dove è posta discende un fiume, a ricordare che è da Dio che discende la Vita e dalla Chiesa la possibilità di purificazione e salvazione.

Incerta è la datazione della decorazione. L'ipotesi tradizionale la vuole coeva a quella della sala regia che risale al periodo in cui vi risiedette il cardinale Zeno (1479-1501) il cui stemma figura sorretto da un puttino su una parasta.


Compaiono però - inseriti nel fregio a girali d'acanto - anche gli stemmi del cardinale Marcello Crescenzi (tre crescenti di luna in campo rosso) che risulta proprietario della casina verso la metà del XVI secolo a suggerire una datazione più bassa.

Gli affreschi della chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella

Gli affreschi della chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella

Quando - nel corso del IX secolo – il Tempio di Cerere e Faustina venne trasformato in chiesa dedicata a Sant'Urbano, tutte le quattro pareti dell'aula vennero coperte di pitture in cui si distinguevano due grandi registri. Quello inferiore, di cui si conservano oggi solo frammenti, era coperto probabilmente da una serie di santi dipinti frontalmente, secondo l'uso bizantino, oggi quasi del tutto scomparsi; invece quello superiore presenta tuttora trentaquattro pannelli così suddivisi: venti con scene del Nuovo Testamento, quattro ispirati al martirio di San Lorenzo e di altri martiri, dieci rappresentanti la storia dei Santi Urbano e Cecilia.

Di papa Urbano I esistono pochissime notizie certe e documentate.
Secondo Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, VI, 23), dopo la morte di papa Callisto I Urbano fu eletto vescovo di Roma e fu a capo della Chiesa per otto anni. Il documento noto come Catalogo Liberiano (1) posiziona l'inizio del suo pontificato nell'anno 223 e la sua fine nell'anno 230 durante il regno di Alessandro Severo (222-235).
Gli Atti di Santa Cecilia, che furono però redatti soltanto nel VI secolo, attribuiscono a Sant'Urbano la conversione ed il battesimo di Valeriano e Tiburzio, rispettivamente marito e cognato di Cecilia. Sant'Urbano si sarebbe quindi occupato anche della sepoltura della santa martire nelle catacombe di San Callisto di proprietà della famiglia di Cecilia. Dopo di che il santo avrebbe a sua volta ricevuto il martirio. Tutti questi episodi figurano nel ciclo di affreschi dedicato alla storia dei due santi nel programma iconografico della chiesa di Sant'Urbano. Diverse incongruenze si oppongono però all'identificazione del Sant'Urbano degli Atti con la figura di papa Urbano I. Innanzitutto sotto Alessandro Severo non vi fu alcuna persecuzione dei cristiani, fu infatti un imperatore estremamente tollerante nei confronti di qualunque tipo di culto. Gli Atti parlano inoltre di una grande persecuzione durante il regno di due imperatori (invictissimi principes domini nostri) mentre Alessandro Severo regnò sempre da solo. E' quindi molto più probabile che il martirio di Santa Cecilia e dei suoi congiunti sia avvenuto nel periodo in cui Marco Aurelio e Commodo regnarono insieme (177-180) durante il quale si verificarono numerose condanne a morte di cristiani.
Sia nella passio della Santa, sia nel programma iconografico della chiesa dove Sant'Urbano è raffigurato in abiti pontificali, la figura del papa sembra quindi sovrapporsi a quella di un omonimo vescovo martire indicato negli Atti come episcopum et confessorem.

Nel 1634 il cardinale Francesco Barberini ordinò il restauro della chiesa entrata a far parte delle proprietà di famiglia. In questa occasione molti degli affreschi furono ampiamente rimaneggiati e ritoccati. Gli originali ci sono comunque noti grazie alla serie di acquarelli commissionata dal cardinale ed oggi conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
Possono essere considerati per buona parte autentici l'affresco della cripta, l'Annuncio ai pastori, il Sonno di Giuseppe, la Lavanda dei piedi, l'Ultima cena, il Martirio di San Lorenzo e le tre Scene di martirio di altri santi. Conservano il vecchio schema (nonostante i restauri secenteschi) l'Annunciazione, la Natività, l'Entrata a Gerusalemme, la Resurrezione di Lazzaro, la Conversione di Valeriano, la Conversione di Tiburzio, mentre i restanti sono stati rifatti.

Decorazione parietale della controfacciata

Crocifissione. La grande scena della Crocifissione è rappresentata al centro della controfacciata sopra la porta d'entrata, secondo l'uso delle chiese bizantine che trova qui la più antica applicazione pervenutaci, anche se l'immagine originale è stata completamente rifatta nel XVII secolo. A questo rifacimento si deve attribuire la presenza dell'impalcatura simile a una ribalta da teatro in cui sono infisse le tre croci.


La croce di Gesù ha dimensioni maggiori rispetto alle altre: i suoi margini e il suppedaneo sono ornati nel modo che si usava a Roma dal secolo VIII e che si può vedere ancora a S. Giovanni a Porta Latina (fine secolo XII). I piedi di Gesù, appoggiati al suppedaneo, hanno due chiodi, secondo l'iconografia della crocifissione seguita fino al secolo XII-XIII (dal XIV secolo i piedi saranno sovrapposti e fissati con un solo chiodo). Gesù, barbato e con i capelli sciolti, è rappresentato già morto, con gli occhi chiusi, secondo un carattere tardo della pittura: fino al secolo X l'orrore dei cristiani per la passione del Redentore consentiva soltanto rappresentazioni con gli occhi aperti, senza sofferenza; la preferenza per il realismo crudo introduce invece questa modifica. Tra gli altri personaggi, va ricordata la Madonna che del solito gesto di portare agli occhi un lembo della veste ha mantenuto solo il gesto della mano che però non tiene più la veste. I due soldati i cui costumi sono una chiara invenzione del pittore del XVII secolo al pari dello strumento con cui uno di essi tende la spugna con l'aceto. Anche i due personaggi sotto al suppedaneo sono stati aggiunti dal pittore moderno.
Il quadro ha iscrizioni rifatte nel XVII secolo tra cui quelle che identificano i due soldati (LONGIN e CALPURN).
E' inoltre leggibile un'iscrizione che recita: BONIZO FRT / A. XPI.MXI.
Questa iscrizione tramanda il nome del committente o quella dell’artista, ma è un’ipotesi più fragile (2), e la data degli affreschi (1011). Un certo Bonizo dedica dunque le pitture nel 1011, anche se l' iscrizione – così come noi la vediamo ‐ pur non potendo risalire al 1011, giacchè non presenta i caratteri paleografici delle iscrizioni di quell'epoca, nondimeno sembra essere una mera sostituzione (eseguita nel XVII secolo) di quella originale.


Gesù davanti a Pilato – Flagellazione. Le due scene sono rappresentate nel registro superiore del pannello a destra della Crocifissione. Cristo vi compare una sola volta (legato ad una colonna) servendo ad entrambe le scene. Al centro, su un trono, Pilato, senza gli abiti lussuosi tipici della pittura bizantina, mentre si lava le mani e volge il viso verso Gesù che viene flagellato da tre sicari. A sinistra compaiono cinque personaggi che rappresentano i farisei e gli anziani ebrei. Sebbene molto ritoccato il quadro conserva la disposizione della scena dell'XI secolo.

Il tradimento di Giuda – Ascesa al Calvario. Nel registro inferiore dello stesso pannello. Sull'estrema destra è raffigurata la cattura di Gesù che, baciato da Giuda, è circondato da numerosi soldati. In primo piano (in basso) è rappresentato il taglio dell'orecchio del servitore Malco da parte di Pietro, anche se l'apostolo è privo di nimbo. Un gruppo di soldati (con lance, sciabole e lanterne) serve da tramite per passare dalla scena del bacio a quella del trasporto della Croce sulla sinistra della composizione.
 

Nel pannello a sinistra della Crocifissione si trovano:
Deposizione di Gesù – Le Marie al sepolcro. Nella fascia superiore, nella scena di destra (molto rovinata) Gesù è avvolto nel sudario ed è portato da Giuseppe di Arimatea e da Nicodemo. Si tratta di una scena abbastanza rara nella pittura occidentale e trova qui alla la sua più antica rappresentazione romana; si rincontrerà alla metà del XII secolo a San Giovanni a Porta Latina. Le alterazioni sono minime e il dispositivo originale della scena è rimasto pressoché inalterato.
Nella scena di sinistra le Marie al sepolcro qui raffigurate sono due: Maria Maddalena e Maria di Cleofa (Vangelo di Matteo, XXVIII, 1). Simili alla scena della deposizione il paesaggio e il sepolcro, con l'eccezione che dentro la grotta pende una lampada e c'è il lenzuolo di Gesù risorto. L'angelo seduto sul coperchio scolpito del sepolcro porta il solito attributo, il bastone.
La scena è stata ritoccata, soprattutto nella raffigurazione delle due donne.

Discesa al Limbo – Noli me tangere. Nella fascia inferiore, a destra dal paesaggio roccioso, emergono le fiamme del limbo in cui bruciano gli uomini che tendono le mani verso Gesù. Il bastone lungo, nella mano sinistra, manca nella copia Barberini, quindi è probabilmente un'aggiunta posteriore. Manca qui il demonio, che di solito è raffigurato sotto i piedi del redentore. Numerosi i ritocchi. Nel riquadro di sinistra, ormai quasi completamente scomparsa, è dipinta la scena che chiude il ciclo evangelico: alle porte della città, rappresentata come una torre circolare da cui si vedono staccare le sagome delle case, Gesù appare alla Maddalena che, con i capelli sciolti, sta in ginocchio.

Decorazione della parete sinistra

 
Ingresso a Gerusalemme – Resurrezione di Lazzaro. Registro superiore della parete sinistra. Nel riquadro di sinistra Gesù, con barba piccola e capelli lunghi a cavallo del somarello è seguito da Giovanni e da Pietro a cui fu aggiunta la tonsura dal pittore che ha eseguito i ritocchi nel XVII secolo. Sulle orme del Redentore crescono i fiori mentre una folla gli viene incontro stendendo le vesti sulla via. Il quadro è stato ritoccato ma sono state rispettate sia le linee della vecchia pittura sia la figura di Gesù, che conserva sulle guance le caratteristiche macchie altomedioevali.
Nel riquadro di destra Gesù con nimbo crucifero e imberbe (come sempre nelle scene dei miracoli), tunica e pallio, un rotolo nella mano sinistra, con Pietro e Tommaso alle spalle, si rivolge con la destra a Lazzaro che, nella tomba aperta, è avvolto nel sudario. Tra il compatto gruppo di ebrei, spicca l’efficace realismo di una figura che, indicando Lazzaro, si tura il naso con una mano. E' tra le scene autentiche, con pochi ritocchi visibili nelle mani, nel vestito della donna in primo piano, nell'abito di Gesù e nelle linee rafforzate delle vesti apostoliche.

Lavanda dei piedi – Ultima cena. Nel registro inferiore. Nel riquadro a sinistra all'aperto, con i dodici apostoli ammassati, uno si scioglie i sandali (che qui mancano) e Pietro parla a Gesù mentre questi, chino sul vaso, asciuga il piede con la propria veste: questo è un particolare raro, unica deviazione del frescante dall'iconografia usuale.
Il quadro, sicuramente ritoccato nel XVII secolo, è molto danneggiato dal tempo e forse quello che si vede oggi è proprio lo strato autentico del secolo XI.
Nel riquadro di destra i Dodici sono seduti attorno alla tavola lunga. Si riconoscono alcuni apostoli, tra cui San Giovanni chino verso il Signore, in un gesto che appare qui per la prima volta. Nel XVII secolo sono state aggiunte le tonsure. Giuda, raffigurato in proporzioni nettamente ridotte e senza nimbo, è dipinto in primo piano seduto al piede della tavola (una barba appuntita è aggiunta nella copia Barberini).

Seguono quattro scene di martirio di cui solo la prima è stata identificata con certezza:


Martirio di San Lorenzo. Sullo sfondo, un muro in rovina separa la scena in due piani. L'imperatore è nel costume caratteristico (sandali bizantini, dalmatica, corona d'oro) e volge il suo gesto al martire che, nudo e con l'aureola, è steso sulla graticola da cui fuoriescono le fiamme. Uno dei sicari, impaurito, fugge verso sinistra, mentre un altro, alle spalle del santo getta con un badile carboni sul fuoco. Dietro il muro quattro personaggi assistono alla scena, di cui due con elmi e lance. La scena, movimentata dai differenti atteggiamenti di ogni personaggio, è una delle più autentiche, anche se molto rovinata.

Il ciclo dedicato a Santa Cecilia inizia quindi con un pannello in cui sono condensate tre scene:


a sinistra è rappresentato il colloquio di Cecilia (nella consueta rappresentazione con nimbo e ricca dalmatica adorna di pietre preziose) e Valeriano (senza nimbo e con vesti di ricco romano).
Al centro del quadro, Valeriano incontra sulla via Appia Sant'Urbano che lo converte.
A destra infine la scena del battesimo: Valeriano, nudo e seduto a terra, è battezzato da Urbano, in abiti pontificali, barba, tonsura, come comparirà in altre scene. In tutte queste rappresentazioni è permanente la confusione tra Sant' Urbano martire e Sant' Urbano I papa, che quasi sicuramente sono invece due personaggi distinti. Un diacono assiste alla scena. E' fra i pannelli più autentici, come dimostrano le macchie delle guance e il modo caratteristico di disegnare i mattoni dell'edificio.
Nei due riquadri sottostanti: a sinistra Cecilia e Valeriano (i cui nomi sono inscritti nelle aureole) istruiscono Tiburzio, fratello di Valeriano; a destra, nel consueto paesaggio, il battesimo di Tiburzio, simile a quello di Valeriano, a cui assistono due diaconi. Il quadro è autentico: sono ritoccate solo le vesti di Cecilia e di Tiburzio ed è stata aggiunta una tinta verde di sfondo.

Decorazione della parete di fondo
 

Nel pannello al centro della parete è raffigurato:
Gesù benedicente. In mezzo ad un paesaggio monotono costituito da un campo ondeggiato in cui si staccano ciuffi d'erba, Gesù in trono impartisce la benedizione. La figura (dai capelli castani divisi nel mezzo e spioventi sulle spalle, fronte piccola, grandi archi sopraccigliari, naso diritto e lungo che sporge dalla barba e dai folti baffi che conferiscono maturità) ricorda quella del Redentore del mosaico absidale della chiesa dei SS. Cosma e Damiano: stessa severità di aspetto, stesso atteggiamento rigido. Gesù benedice alla greca, secondo un uso generalizzato dopo il secolo VIII; nella sinistra tiene il libro mistico (un tempo sicuramente adorno di gemme); il suo nimbo crocifero non è quello autentico al pari del colore delle sue vesti. E' scalzo e il suo trono, ora non più visibile, era adorno di intagli. Ai lati, scalzi, Pietro e Paolo, le cui iscrizioni ora perdute sono state riprodotte nelle copie Barberini. Alle spalle del Redentore infine, su una collina, due angeli in piedi. L'affresco è quasi tutto ritoccato ma il vecchio disegno è stato in buona parte rispettato. La parte inferiore ha perso alcuni ritocchi, svelando qualcosa delle vecchie linee.

Nel riquadro a sinistra di Gesù benedicente:


Nella fascia superiore è rappresentato il giudizio di Sant' Urbano: a destra su un trono a baldacchino il prefetto Almachio è circondato da soldati. Urbano, in abiti sacerdotali, professa la propria fede mentre dietro a lui numerosi chierici con le mani legate sono condotti dai soldati.
Nel registro inferiore era rappresentata la flagellazione di sant'Urbano ma la scena è oggi quasi completamente scomparsa ancorchè ampiamente ritoccata nel XVII secolo.

Nel riquadro a destra di Gesù benedicente:


Nella fascia superiore si condensano tre episodi diversi: a sinistra Sant'Urbano in carcere battezza il suo carceriere Anolino, al centro Anolino viene decapitato e sulla destra Sant'Urbano è condotto con il suo clero a fare sacrifici al tempio di Giove che crolla grazie alle preghiere del santo causando la morte dei sacerdoti del tempio.
Nella fascia inferiore è rappresentato il martirio di Sant'Urbano e del suo clero. L'iscrizione, quasi illeggibile, riporta S. Urbanus cum suo clero ductus ante Templum Dianae ibidimque decollatus est. A sinistra il tempio di Diana, davanti al quale avviene la decollazione del Santo, in ginocchio, che ha attorno i corpi decapitati di alcuni suoi compagni mentre altri attendono la stessa sorte. A destra la sepoltura sotto un'edicola a forma di pozzo. E' una pittura quasi autentica ma molto rovinata dal tempo.

Decorazione della parete di destra

Partendo dal fondo si osservano:



Cecilia davanti ad Almachio – Cecilia distribuisce gli averi di Valeriano e Tiburzio. A sinistra del pannello, nel registro superiore, davanti al prefetto Almachio (a destra) con costume di dignitario, sul trono con baldacchino e affiancato a destra da un uomo (il cui copricapo è stato trasformato in berretto moderno), sta in piedi la santa, rappresentata con il costume di martire (capelli sciolti e lunga camicia stretta alla cintola), che professa la sua fede, mentre dietro di lei la folla assiste all'interrogatorio. A parte la disposizione della scena, il quadro non è autentico.
Nel riquadro di destra Cecilia avanza da sinistra e distribuisce denari alla folla. Purtroppo questa scena è rifatta completamente.
Morte di Cecilia – Sepoltura di Cecilia. Queste due scene erano rappresentate nel registro inferiore ma sono oggi quasi completamente scomparse.

Con i pannello successivo si apre il ciclo cristologico:


Annunciazione. Maria ha un atteggiamento dinamico, il suo corpo è leggermente curvo a destra, il gesto della mano destra e della figura mostrano timidezza. L'indice della mano sinistra steso verso il ventre rappresenta il segno caratteristico dell'Annunciazione già dal VI secolo. L'angelo è il tipo solito, inalterato nei secoli: la verga sulla spalla sinistra, il segno dell'annunciazione con la destra, il ginocchio piegato, arrestato in corsa.
Sul lato opposto, sull'uscio della casa, inquadrato da due colonne ioniche, appare l'ancella di Maria: questa della Caffarella è la più antica rappresentazione romana di questo personaggio; ricomparirà poi soltanto nel XII secolo nel ciclo di affreschi di San Giovanni a Porta Latina (dove però è raffigurata nella scena della Visitazione) (3). Sebbene ritoccata, la scena è in gran parte autentica.
Natività. Nel registro inferiore dello stesso pannello. In un paesaggio campestre, Maria sta accanto al presepio (il cui ornamento con palmeti è frequente nelle pitture del X e XI secolo), seduta nel caratteristico giaciglio bizantino, il materasso senza letto. Ci sono il bue e l'asino, due angeli, Giuseppe seduto e pensoso in disparte con il capo appoggiato al palmo della mano, con tonsura ecclesiastica e scalzo (per inavvertenza di colui che lo ha ritoccato). A sinistra, in proporzioni ridotte, la scena del bagno del Bambino tra due donne. La scena è stata poco ritoccata, eccetto la figura di Giuseppe.

Proseguendo lungo il registro superiore:


Annuncio ai pastori. Si tratta di una scena in campo aperto piuttosto animata: i pastori mostrano la propria sorpresa per l'apparizione dell'angelo durante il loro divertimento; quello che suona il liuto continua a danzare mentre gli altri sono in grande emozione (da notare che il liuto è rappresentato nella caratteristica forma che non s’incontra mai prima dell'XI) e l’angelo è colto nell’atto di prendere la parola. Non ci sono ritocchi e la scena appare come autentica, libera da forme tradizionali bizantine e animata da movimenti arditi anche se a volte raffigurati senza abilità.
Il viaggio dei Magi. Nel campo fiorito, con colline all'orizzonte, i Magi giungono a Betlemme (se ne scorgono a destra la porta e le mura). Indossano i soliti abiti orientali: tunica corta alla vita e pantaloni stretti ai piedi (uno solo, al centro, ha calze fino al ginocchio), pantofole e infine i berretti frigi, che fino a tutto il secolo X costituiranno un carattere distintivo dei Magi, che invece, dal secolo XII in poi, porteranno sempre una corona regale. Due hanno anche lo scettro. La scena purtroppo è stata ampiamente ritoccata.
Adorazione dei Magi. In un paesaggio collinoso, Maria è in trono con Gesù su un ginocchio. I tre Magi vengono da sinistra e presentano i loro doni: Melchiorre a capo scoperto e in ginocchio, Gasparre e Baldassarre, imberbi e giovani, in piedi. Hanno ancora abiti orientali ma differenti nei particolari dal quadro precedente. Dalle colline spunta l'angelo che sostituisce la stella cometa, secondo una preferenza del Medioevo: tra VIIi e XI secolo a Roma si incontra ovunque, a volte accompagnato dalla stella. Alle spalle della Madonna è S. Giuseppe. Molti i ritocchi: la Madonna e il Bambino sono quasi completamente rifatti senza avere più nulla delle vecchie linee. Sebbene i berretti siano quelli originali, nulla di autentico in realtà è rimasto (si noti in particolare la nudità di Gesù, inaudita nell'XI secolo).

Lungo il registro inferiore si susseguono invece:
Il sogno di Giuseppe. Giuseppe, mentre dorme, è visitato dall'angelo che lo esorta a partire per l'Egitto. Giuseppe non è steso sulla nuda terra – come nelle raffigurazioni più antiche – ma su u materasso. Sulla sinistra si apre il vestibolo della casa di Giuseppe in una architettura reale, piuttosto insolita nelle rappresentazioni bizantine.
Fuga in Egitto. Un giovane tira l'asino per il capestro seguito da Giuseppe. Il quadro è tuttavia molto ritoccato: il bambino senza aureola, le mani senza difetti e le ombre delle vesti sono tutte caratteristiche delle scene rifatte nel XVII secolo.
Strage degli innocenti. Quasi del tutto scomparsa.

Nella piccola cripta, sotto l'altare della chiesa, si trova una rappresentazione della Madonna con il Bambino fra i SS. Urbano e Giovanni.


Maria, in posizione frontale, è disegnata ingenuamente con un atteggiamento inespressivo, tipico della pittura bizantina del IX secolo. Sembra stare in piedi, perché non c'è traccia di trono, ma le sue mani tengono le spalle del Bambino che invece è in posizione seduta, cosicché sembra essere come sospeso in aria, non sostenuto da nulla. A destra e sinistra, rivolti leggermente verso il centro, San Giovanni e Sant'Urbano. Il primo, nel solito vestito degli apostoli (pallium e tunica), ha nella mano sinistra il Vangelo adorno di pietre preziose, mentre con la destra benedice; è una figura giovanile, imberbe, rotonda. Sant'Urbano è invece vestito di abiti sacerdotali e offre al Bambino un libro santo, ugualmente adorno di gemme; è rappresentato vecchio, con la barba piccola, bianca e la tonsura ecclesiastica. Le aureole gialle, chiuse da un cerchio bianco e da uno rosso più largo, si staccano sul fondo azzurro, come le iscrizioni in bianco. Il Redentore è rappresentato scalzo, in tunica con maniche, benedicente, con nimbo crucisignato. L'affresco può essere datato al X secolo per la rigida frontalità, l'assenza di ombre di rilievo, il disegno degli occhi con le palpebre a mandorla molto aperte (in cui il bianco degli occhi sembra dilatato) e la verticalità simmetrica delle figure.


Note:

(1) Il Catalogo Liberiano è una lista di papi compilata nel IV secolo e prende il nome dall'ultimo papa citato, Liberio, morto nel 366.

(2) L'abbreviazione FRT presente nell'iscrizione se sciolta come frater indicherebbe in fra' Bonizo l'autore dei dipinti, se invece sciolta come offert il donatore.

(3) Nei Vangeli canonici non compare alcuna ancella di Maria. Nell'apocrifo dello pseudo-Matteo (VIII, 5) la Vergine vive invece nella casa di Giuseppe in compagnia di cinque ancelle (Rebecca, Sefora, Susanna, Abigea e Cael), quella che assiste all'Annunciazione potrebbe essere una di queste. E' comunque rappresentata in questa scena abbastanza raramente – in ambito italiano è presente ad esempio negli affreschi di Santa Maria Foris Portas la cui datazione è piuttosto controversa (VII-X secolo) – con maggiore frequenza appare invece nella scena della Visitazione.




giovedì 15 novembre 2018

Il Triopio di Erode Attico: Il tempio di Cerere e Faustina (chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella)

Il Tempio di Cerere e Faustina (chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella)

 
Fu fatto costruire da Erode Attico dopo la morte della moglie Annia Regilla (160) (1).
Si tratta di un tempio prostilo e tetrastilo, innalzato su un piccolo podio (attualmente interrato) con sette gradini che introducevano al pronao. Tanto le pareti della cella quanto la trabeazione al di sopra dell'epistilio - in marmo pentelico come le quattro colonne che lo sostengono - furono costruite in laterizio, sebbene non tutto della medesima qualità. La trabeazione è composta da una prima cornice di mattoni sagomati sopra l'architrave, seguita da un attico (che sembra non sia mai stato decorato) e dal timpano, nel cui mezzo si apre un incasso rotondo di cm. 45 di diametro, circondato da una fascia di bessali (2) entro il quale era forse collocata una scultura.
Il tempio era consacrato a Cerere e Faustina, la defunta moglie di Antonino Pio poi divinizzata (3). I temi della decorazione sembrano rispondere all'intenzione di far accedere anche Annia Regilla (nella scia di Faustina) tra gli dèi, un privilegio riservato in realtà soltanto alla famiglia imperiale.

L'ara dedicata a Dioniso

Nell'aula si conserva un'ara rotonda (scoperta nel 1616 nel sotterraneo della chiesa) con un serpente attorcigliato attorno al fusto e con un'iscrizione dedicatoria in greco a Dioniso da parte dello ierofante Aproniano, successivamente riutilizzata come acquasantiera. Il tempio era in origine inserito entro una piazza porticata oggi interrata in cui si è voluto riconoscere un recinto sacro (temenos).

L'edificio fu trasformato in chiesa e dedicato a Sant'Urbano intorno al IX secolo, ma il fatto di trovarsi in un luogo poco frequentato fece sì che venisse abbandonato già in epoca medioevale. Fu poi probabilmente un violento terremoto (in epoca imprecisata) a causare la lesione del pronao, che portò, nel 1634, al tamponamento degli intercolumni e alla costruzione dei contrafforti angolari.

La facciata posteriore con i due contrafforti aggiunti nel 1634

Nell'ambito di questo restauro venne eretto il campanile, si rifece l'altare (che era stato profanato) e furono pesantemente restaurate le pitture altomedioevali: fortunatamente furono eseguite - per conto del cardinale Francesco Barberini, il cui stemma campeggia al di sopra della porta che introduce all'aula - due serie di copie delle pitture in acquarelli che ancor oggi si conservano nella Biblioteca Apostolica Vaticana.


Un grande vano quasi quadrato occupa interamente l'interno del tempio, coperto da una volta a botte e con pareti divise in tre ordini.


Delle tre fasce sovrapposte, divise da pesanti cornici di mattoni, la prima dal basso è liscia, e probabilmente già in origine priva di decorazione e destinata forse ad accogliere oggetti votivi: si rilevano ad altezze variabili tracce di ruggine che si possono spiegare con la presenza di ganci per appendere oggetti. Il limite superiore di questo primo ordine è rimarcato da una serie di archetti, impostati fra mensole trapezoidali.
Sopra, una seconda fascia è divisa in pannelli rettangolari da pilastrini sormontati da un
capitello corinzio in peperino. Su una cornice piana poco aggettante poggia infine il terzo
ordine, costituito da una piccola fascia liscia di laterizi condotta fino all'inizio della volta, che conserva ampi resti della decorazione originale in stucco.
All'imposta della volta erano posti due fregi d’armi ad altorilievo (uno si conserva parzialmente sul lato destro), che si inseriscono nella lunga serie dei rilievi d'ispirazione trionfale che durante tutto il II secolo furono usati per celebrare le vittorie e le virtù imperiali.

Particolare del fregio d'armi

Il resto della volta è invece scandito da una serie di medaglioni ottagoni che determinano
dei quadrati nei punti di contatto. Si tratta di una partizione decorativa estremamente sobria, testimonianza evidente del gusto classicistico del committente e del suo ambiente culturale.
Dei fregi che occupavano il centro del quadrato uno solo si è conservato (a sinistra dell'ottagono centrale) in cui si distinguono ancora i petali, trattati ad altorilievo. Invece, l’unico ottagono che conservi ancora parzialmente la decorazione ad altorilievo è quello centrale. Vi si individuano due figure, una femminile a sinistra rivolta verso una maschile, a destra. La figura femminile è quasi interamente conservata: è una donna nobilmente vestita di un ampio himation (una sorta di mantello drappeggiato che partendo da una spalla girava dietro la schiena per ritornare sul davanti) e da un chitone a cintura alta, che tiene nella mano destra due anatre e una colomba (offerte votive). Dovrebbe trattarsi dell'apoteosi di Anna Regilla mentre il personaggio maschile potrebbe essere lo stesso Erode Attico.

L'apoteosi di Annia Regilla
 
Le tre finestre aperte in entrambe le pareti corte sono antiche, come dimostrano gli archetti in mattoni che le sormontano; oggi tuttavia quelle della parete d'ingresso sono chiuse e nella parete di fondo sono aperte solo le laterali.

(continua)


Note:


(2) Il bessale era un mattone quadrato di 2/3 di piede di lato (20 cm.) che veniva utilizzato tagliandolo in due lungo la diagonale.

(3) Annia Galeria Faustina, meglio nota come Faustina maggiore, morì nel 140.

(4) L'iscrizione recita letteralmente al fuoco di Dioniso, Aproniano ierofante. Lo ierofante era nella cultura greca il gran sacerdote di Demetra (Cerere) che presiedeva ed iniziava i novizi ai misteri eleusini, i riti religiosi segreti che si celebravano una volta l'anno in onore della dea nel santuario di Eleusi.

domenica 28 ottobre 2018

Salomone

Salomone

Nato probabilmente tra il 480 ed il 490 nei dintorni della città di frontiera di Dara, Salomone non divenne eunuco a causa di una castrazione ma per un incidente occorsogli durante l'infanzia.
Compare per la prima volta nelle fonti nella Cronaca dello Pseudo-Zaccaria (568-569) come notarius del dux Mesopotamiae Felicissimo che ricoprì questa carica dal 505 al 506. Servì quindi sotto Belisario quando questi a sua volta ricoprì la carica di dux Mesopotamiae (527-531) guadagnandosene la stima.


Nella campagna d'Africa condotta da Belisario contro i Vandali, che fruttò all'Impero la riconquista dell'Africa proconsolare, fu scelto dal generalissimo come suo domestikos (1) ed è indicato da Procopio come uno dei due comandanti dei foederati.
Salomone, al comando dei foederati, prese parte al decisivo scontro di Ad Decimum (13 settembre 533, vedi scheda La Campagna d'Africa). Istallatosi a Cartagine, Belisario lo inviò a Costantinopoli per riferire all'imperatore sull'andamento della campagna. Qui si trattenne fino alla primavera del 534, quando l'imperatore richiamò il generalissimo nella capitale ed inviò Salomone in Africa affidandogli il comando militare della provincia (magister militum Africae). In autunno, Salomone prese anche il comando dell'amministrazione civile sostituendo il vecchio Archelao nella carica di prefetto del pretorio della restaurata provincia africana.
Nel frattempo i berberi che, dopo aver appoggiato Belisario contro i Vandali, premevano adesso ai confini cercando di strappare territori ai Romani, avevano invaso la Byzacena (2) massacrando il presidio romano comandato da Gainas e Rufino.
Ricevuti i rinforzi da Costantinopoli, Salomone marciò sulla Byzacena alla testa di un esercito di 18.000 uomini e sconfisse i berberi accampati nei pressi di una località chiamata Mammes (3) infliggendogli gravi perdite.
Rientrato a Cartagine, venne raggiunto dalla notizia che i berberi si erano riorganizzati ed avevano nuovamente invaso la Byzacena trincerandosi sul Monte Bourgaun (4).
Salomone riportò quindi l'esercito nella Byzacena e pose l'assedio al campo berbero, che si trovava su una balza, attendendo che questi lasciassero le loro postazioni e lo attaccassero in campo aperto. Trascorsi alcuni giorni, si rese però conto che il nemico non aveva alcuna intenzione di abbandonare la posizione di vantaggio in cui si trovava e al contempo di non poter proseguire oltre un assedio in pieno deserto. Decise quindi di prendere l'iniziativa.
Notato che i berberi avevano tralasciato di fortificare la parte del campo verso la montagna, valutando che nessun attacco potesse giungere da quella direzione, Salomone ordinò a Teodoro, comandante degli excubitores, di aggirare nottetempo il nemico scalando il pendio con 1000 uomini e attaccare all'alba contemporaneamente al resto dell'esercito. Presi tra due fuochi i berberi, nel tentativo di sottrarsi all'accerchiamento, s'infilarono in una stretta gola dove furono massacrati dai romani. Procopio – forse con qualche esagerazione – parla di 50.000 morti e di nessun soldato romano ferito. I superstiti ripiegarono in Numidia, arroccandosi sul massiccio dell'Aures (nell'attuale Algeria).

Sul fronte interno, l'eccessiva solerzia nell'applicare le direttive di Giustiniano aveva però reso il governatore inviso alla popolazione locale e ai suoi stessi soldati. Aveva infatti impedito ai soldati che avevano sposato le vedove dei vandali di ereditarne i beni e, sempre seguendo le indicazioni dell'imperatore, aveva anche impedito ai circa mille ariani che militavano tra le sue truppe di praticare liberamente la propria fede.
Il malcontento che serpeggiava tra i soldati sfociò in aperta rivolta il giorno di Pasqua del 536. Salomone, inseguito dai rivoltosi (tra cui una buona metà della sua guardia personale), riuscì miracolosamente ad imbarcarsi e a raggiungere Belisario a Siracusa. Il generalissimo salpò immediatamente alla volta di Cartagine portandosi dietro soltanto cento dei suoi migliori soldati e lasciando la moglie Antonina al comando della Sicilia appena riconquistata. Nel frattempo i ribelli avevano in un primo tempo lasciato Cartagine dopo averne saccheggiato la periferia, con l'intento di raggiungere i berberi arroccati sul massiccio dell'Aures. In un secondo tempo, essendosi notevolmente ingrossate le loro fila, anche per l'apporto di un migliaio di sbandati vandali, fino a raggiungere il numero di 8.000, eletto al comando un ex soldato romano di nome Stotzas, erano tornati indietro e avevano cinto d'assedio la città. Belisario sbarcò quando la guarnigione, al comando di Teodoro, era sul punto di capitolare e la sola notizia del suo arrivo bastò per indurre i rivoltosi a ripiegare verso l'Aures. Il generalissimo non perse tempo e raccolta una forza di circa 2.000 uomini si lanciò all'inseguimento raggiungendo i ribelli nei pressi della città di Membresa (l'attuale cittadina di Majaz al Bab in Tunisia), circa 60 km. a sud ovest di Cartagine.

 
Il giorno della battaglia, si alzò un forte vento contrario ai ribelli, Stotzas, giudicando che le loro frecce avrebbero avuto una gittata molto minore di quelle degli imperiali, cercò di manovrare per mettersi il vento alle spalle. Belisario seppe cogliere al volo l'occasione propizia e lanciò la carica contro il punto dello schieramento nemico che giudicò più debole mentre questi rompevano i ranghi per manovrare.
Nonostante la sconfitta, i ribelli, che non avevano subito grosse perdite giacchè la maggior parte dei caduti si contò tra i vandali, continuarono la ritirata verso la Numidia dove si unirono a loro anche le truppe del locale presidio romano.

Dopo questa battaglia, Giustiniano ordinò a Belisario di tornare in Italia per continuare la guerra contro i Goti mentre Salomone fu richiamato a Costantinopoli. Al suo posto l'imperatore inviò in Africa suo cugino Germano con il titolo di magister militum Africae e il compito di sedare la rivolta.
Nella primavera del 537, Germano sconfisse definitivamente i ribelli nella battaglia di Scalas Veteres a soli 6 km. da Cartagine.

Sedata la rivolta e ristabilito il controllo sull'esercito, Germano fu richiamato a Costantinopoli e Salomone – che nel frattempo Giustiniano aveva elevato al rango di patrizio e nominato console onorario – fu nuovamente inviato in Africa come comandante civile e militare della provincia.
Salomone rafforzò il controllo sull'esercito facendo trasferire gli elementi meno affidabili, espellendo i vandali dalla provincia ed iniziando un massiccio programma di fortificazioni.

L' arco di Caracalla (211-214) inglobato nella nuova cinta muraria della città di Theveste fatta ricostruire da Salomone, come attestato da un'iscrizione un tempo presente sulla tamponatura del fornice settentrionale e oggi rimontata su un lato dell'arco.
 
Nel 540 Salomone guidò l'esercito all'attacco delle roccaforti berbere dell'Aures. I berberi attaccarono il campo dell'avanguardia bizantina nei pressi di Bagai ma l'arrivo di Salomone con il grosso dell'esercito li costrinse a ripiegare su Babosis ai piedi del massiccio montuoso. Qui Salomone li attaccò a sua volta sconfiggendoli. Gran parte dei superstiti si ritirò verso sud mentre il loro capo, Iudas, si asserragliò dapprima nella fortezza di Zerboule a sud di Thamugadi (l'attuale Timgad in Algeria) e quindi in quella di Toumar. Lì una iniziale piccola schermaglia, per l'affluire di soldati di ambo le parti, si trasformò in una battaglia vera e propria da cui i bizantini uscirono vincitori. Questa vittoria diede a Salomone il controllo del massiccio dell'Aures rendendo sicure le provincie della Numidia e della Mauritania Sifitensis.

 
Sotto il governo di Salomone le provincie africane conobbero quindi un breve periodo di pace e prosperità che durò fino al 542-543 quando arrivò la grande peste che causò molte morti. Nel 544 inoltre, in segno di riconoscenza per il suo buon operato, Giustiniano nominò i suoi nipoti Sergio e Ciro governatori rispettivamente delle provincie di Tripolitania e Cirenaica. L'inutile assassinio di 80 delegati berberi ordinato da Sergio, determinò una riapertura delle ostilità con questa popolazione nonché la defezione della maggior parte delle tribù che appoggiavano Salomone tra cui quella dell'influente capo berbero Antalas. Sergiò uscì vincitore da un primo scontro con i rivoltosi nei pressi di Leptis Magna ma presto fu costretto a recarsi a Cartagine per richiedere l'intervento delle truppe di Salomone mentre la ribellione si estendeva dalla Tripolitania alla Byzacena. Affiancato dai suoi nipoti Salomone marciò contro il nemico che raggiunse nei pressi di Theveste. Fallito ogni tentativo di mediazione diplomatica, lo scontro ebbe luogo vicino a Cillium (l'attuale Kasserine in Tunisia) al confine tra la Numidia e la Byzacena.
 
 
I soldati di Salomone erano però molto riluttanti a battersi e l'improvviso abbandono della linea delle truppe di Guntharis, uno dei comandanti di Salomone, innescò una disordinata ritirata generale. Soltanto Salomone e la sua guardia personale continuarono a battersi con coraggio ma finirono anch'essi per dover ripiegare. Salomone fu disarcionato dal suo cavallo e, raggiunto dai berberi, trovò la morte.

Note:

(1) Nella fattispecie la carica corrispondeva a quella di capo di stato maggiore.
(2) Diocleziano aveva diviso l'Africa proconsolare in due provincie più piccole: la Zeugitana a nord e la Byzacena a sud di questa. Nel 395 - alla morte di Teodosio I - la Tripolitani si staccò dalla Byzacena andando a formare una terza provincia. La Byzacena corrispondeva grosso modo alla regione della moderna Tunisia nota come Sahel. Prima dell'invasione vandalica (430), inoltre, procedendo verso occidente si estendevano altre quattro provincie romane: Numidia, Mauretania Sitifensis, Mauretania Caesariensis e Mauretania Tingitana.
(3) Località dell'attuale Tunisia centrale, a sud del moderno abitato di Aïn Djeloula.
(4) Località non identificata con precisione, dovrebbe però trovarsi a poca distanza da quella precedente.

domenica 16 settembre 2018

Alessio Strategopulo

Alessio Strategopulo

La sua data di nascita, tra la fine del XII e gli inizi del XIII, non è nota. La sua famiglia doveva in qualche modo essere imparentata con i Comneni come appare in un sigillo che reca l'iscrizione “Alessio Strategopulo della famiglia dei Comneni”.
 
Verso del sigillo di Alessio Strategopulo
da G. Zacos, A. Veglery, Byzantine Lead Seals, Vol. 1, Basilea, 1972.
 

Compare per la prima volta nelle fonti (Giorgio Acropolita, Annales) nel 1250, dove figura, insieme a Michele Paleologo, Giovanni Macrenum e Gudelus Tyrannus, come membro della delegazione nicena incaricata dall'imperatore Giovanni III Vatatze di condurre i negoziati di pace con il despota epirota Michele II Ducas.
Nel 1252-1253, alla ripresa delle ostilità tra i due stati bizantini, lo troviamo a capo di un distaccamento che ha il compito di saccheggiare i territori del Despotato intorno al lago Ostrovo (l'attuale lago Vegoritida, in Grecia, 18 km ad ovest di Edessa).
Nel 1254 è ancora stanziato in Macedonia, a Serres, dove ha il suo quartier generale.
Alla morte di Giovanni III Vatatze (3 novembre 1254) i bulgari s'impadronirono di alcune fortezze che erano state occupate dai niceni del 1246. Nel 1255, il nuovo imperatore niceno Teodoro II Ducas Lascaris, lanciò una controffensiva per riprenderle e Strategopoulo ricevette l'ordine di marciare sulla fortezza di Tsepina sul versante occidentale del massiccio dei Rodopi (attualmente in territorio bulgaro) assieme al pinkernes Costantino Tornikes. La spedizione si risolse in un insuccesso costando ai niceni forti perdite in cavalli ed equipaggiamento, secondo Giorgio Acropolita soprattutto per la maldestra condotta dei due generali. L'imperatore, furioso per questa debacle, li rimosse entrambi dalle rispettive cariche e divenne ancora più diffidente nei confronti dell'aristocrazia militare a cui imputava i suoi occasionali insuccessi. Nel 1258, Teodoro II fece imprigionare Michele Paleologo, il leader indiscusso della nobiltà, e Alessio Strategopoulo, a questi molto legato, subì la stessa sorte (non è escluso che i due abbiano condiviso la stessa cella). L'unico figlio di Alessio, Costantino (1), accusato di cospirazione e tradimento, venne invece accecato.

Michele VIII Paleologo
da un'edizione miniata della Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum di Giorgio Pachimere, XIV sec.
cod. Monac. gr. 442
Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera

Alla morte di Teodoro (16 agosto 1258), i due generali vennero immediatamente scarcerati e, pochi giorni dopo (25 agosto), Michele Paleologo, con l'assassinio di Giorgio Muzalon, il reggente che Teodoro aveva nominato in limine vitae per il figlio giovane Giovanni IV, mise a segno il colpo di stato che lo portò sul trono.
Giunto al potere, il Paleologo non si dimenticò del vecchio compagno di prigionia e gli conferì la carica di megas domestikos.
In settembre Strategopoulo partecipò agli ordini del fratello di Michele Paleologo, il sebastokrator Giovanni, alla battaglia di Pelagonia (vedi scheda Morea, Introduzione), in cui fu sbaragliata l'alleanza antinicena formata dagli epiroti del Despotato, dai franchi del Principato d'Acaia, e dai normanni del Regno di Sicilia.
Dopo la clamorosa vittoria, Giovanni Paleologo divise le proprie forze affidando a Strategopulo il compito d'invadere il Despotato epirota mentre lui stesso marciava sulla Tessaglia. Strategopoulo penetrò facilmente nelle terre del despotato, espugnandone la capitale Arta e costringendo il despota Michele II Ducas a riparare a Cefalonia alla corte degli Orsini. Per questi successi, l'imperatore lo insignì del titolo di cesare. Nondimeno, dopo pochi mesi, il despota ed il figlio Niceforo sbarcarono in Epiro alla testa dei soldati inviati in loro aiuto dal genero Manfredi di Sicilia e riconquistarono rapidamente tutto il territorio perduto. Le forze di Alessio furono definitivamente sconfitte nella battaglia di Trikorfon nei pressi di Naupaktos (Lepanto) in cui il generale venne anche catturato dagli epiroti.
Rilasciato a seguito del trattato di pace firmato tra il Despotato e l'Impero niceno, Alessio rientrò a Nicea al più tardi agli inizi del 1261.

La riconquista di Costantinopoli
Nel luglio del 1261 Michele VIII lo inviò in Tracia al comando di un distaccamento di circa 800 uomini, quasi tutti mercenari cumani, con il compito di condurre piccole azioni di disturbo contro i latini e saggiare le difese di Costantinopoli. Il generale doveva anche recarsi sulla frontiera bulgara per dare una dimostrazione di forza nei confronti dello zar bulgaro Costantino Tich Asen (1257-1277) che era impegnato nel tentativo di impedire ai niceni la riconquista di Costantinopoli. Quando Alessio arrivò a Selimbria, venne a sapere dai contadini del luogo (thelematarioi), che l'intera guarnigione latina insieme alla flotta veneziana era partita per attaccare l'isola di Dafnusio che dominava l'accesso al Bosforo dal Mar Nero ed era sotto controllo niceno. I suoi informatori gli indicarono anche una posterla, attraverso la quale un manipolo di soldati poteva entrare facilmente in città senza essere notato. Inizialmente riluttante – temeva infatti che un rapido rientro in città della guarnigione avrebbe spazzato via il suo modesto contingente e che in caso d'insuccesso, avendo intrapreso un'azione non autorizzata, ne avrebbe pagato le conseguenze a caro prezzo – Strategopoulo decise alla fine di tentare il colpo che l'avrebbe consegnato alla Storia.


Porta di Pege

Nella notte del 25 luglio appostò il grosso del suo esercito nei pressi del monastero della Zoodochos di Pege a circa mezzo miglio dalla Porta di Pege (2). Quindi inviò un piccolo distaccamento a cui i thelematarioi di Selimbria mostrarono il passaggio segreto (secondo alcuni autori si trattava di un cunicolo sotterraneo) attraverso il quale oltrepassare le mura senza essere notati. Una volta entrati, i soldati di Alessio ebbero facilmente ragione delle guardie e aprirono la porta di Pege da cui il resto dell'esercito penetrò in città acclamando l'imperatore Michele VIII e travolgendo i pochi soldati latini presenti in città. La popolazione greca si unì alle acclamazioni mentre l'imperatore latino Baldovino II si asserragliò nel palazzo della Blachernae e inviò un messaggero alla guarnigione e alla flotta che stavano assediando Dafnusio ordinandogli di rientrare immediatamente. Verso la fine della giornata la flotta veneziana apparve all'imboccatura del Bosforo e Alessio Strategopulo diede l'ordine di incendiare il quartiere veneziano affinchè i veneziani più che a combattere si preoccupassero di porre in salvo la propria gente ed i propri beni, cosa che puntualmente avvenne. Lo stesso Baldovino II raggiunse il Gran palazzo e riuscì ad imbarcarsi sulle navi veneziane dirette verso l'isola di Eubea insieme ad altri 3.000 profughi.
Ormai padrone della città, Strategopulo inviò a Michele VIII le insegne abbandonate da Baldovino durante la fuga. Costantinopoli era nuovamente bizantina.

Michele VIII fece il suo ingresso in città il 15 agosto e decretò il trionfo per il generale che aveva riconquistato la città. Questa impresa rese famoso Strategopoulo in tutto l'impero e gli fruttò onori e gloria nonchè la fiducia incondizionata dell'imperatore.

Nel 1262 fu ancora inviato a combattere in Epiro dove fu nuovamente sconfitto da Niceforo Ducas e preso prigioniero. Consegnato dagli epiroti al loro alleato re Manfredi di Sicilia e trasferito a Palermo, tra il 1263 ed il 1265 fu scambiato con la sorella di Manfredi, Costanza (Anna) Hohenstaufen che, rimasta vedova di Giovanni III Vatatze (1254), era stata trattenuta dai bizantini come ostaggio.
Compare per l'ultima volta nelle fonti in un documento del 1270 relativo ad una sua donazione a favore del monastero della Makrinitissa nei pressi di Volos.
Morì probabilmente a Costantinopoli tra il 1271 e il 1275, sicuramente in età avanzata.

Note:
(1) Non è noto invece il nome della moglie di Alessio Strategopoulo.
(2) Vedi anche scheda L'Impero latino di Costantinopoli.


domenica 9 settembre 2018

La corona di Santo Stefano

La corona di Santo Stefano

Corona di Santo Stefano, parte anteriore

La cosiddetta corona di Santo Stefano – oggi conservata nel Palazzo del Parlamento di Budapest - risulta dall'assemblaggio di due parti distinte, che differiscono tra loro per epoca e stile.
La parte inferiore, composta da una fascia d'oro, piegata a cerchio e coronata da elementi triangolari e a semicerchio è un manufatto di oreficeria bizantina dell'epoca (o poco prima) dell'Imperatore Michele Dukas VII (1071-1078). A parte la sostituzione di alcune gemme e di cinque pendenti, appare nel suo stato originale.
La fascia d'oro contiene incastonate a griffe otto placchette di smalti cloisonnè di forma quasi quadrata.
Al centro anteriore della corona si eleva il semicerchio principale che contiene un Cristo Pantocrator a figura intera seduto su un trono ingioiellato, con ai lati due cipressi stilizzati e due campi circolari con le iniziali del nome. Nelle placchette sottostanti, ai lati del Pantocrator, gli arcangeli Michele e Gabriele a mezzo busto; seguono i Santi guerrieri Giorgio e Demetrio, e i Santi medici Cosma e Damiano.

Corona di Santo Stefano, parte posteriore

Sul retro della corona sono invece ritratti i tre personaggi storici legati probabilmente al suo arrivo in Ungheria. Sono tutti riconoscibili dalle epigrafi.

Michele VIII

In alto l'Imperatore Michele VII Dukas (1071-1078), al vertice della gerarchia terrena, come Cristo lo è di quella celeste. La placchetta è infatti posta specularmente a quella del Cristo. Quali simboli di regnante reca il labaro e la spada.

Costantino o Costanzo Porfirogenito

Sulla fascia si trovano invece i ritratti del co-imperatore Costantino Porfirogenito e di Géza I re d'Ungheria (1074-1077), definito dalla didascalia "re dei Turchi" come allora i bizantini chiamavano gli ungheresi (1). Il suo rango, leggermente inferiore rispetto agli imperatori, è sottolineato dal fatto che mentre i caratteri delle loro epigrafi sono colorate in rosso porpora, l'epigrafe di Géza è in smalto blu e la sua testa, a differenza degli altri due, non è avvolta dall'aureola. Inoltre il suo sguardo non è perfettamente frontale, come quelli di Michele VII e di Costantino, bensì è chiaramente rivolto a destra, verso l'imperatore.

Geza I d'Ungheria

Questa parte inferiore della corona inoltre, di fattura bizantina, somiglia molto a quelle usate dalle imperatrici bizantine. Geza I d'Ungheria sposò una nobildonna bizantina, la figlia di Teodulo Synadeno, cognato del futuro imperatore Niceforo III Botaniate, anche se non si conoscono né il nome - è nota soltanto come Synadene - né la data precisa del matrimonio (Scilitze Continuato). La cosiddetta parte greca della corona potrebbe quindi essere un dono inviatole dalla corte costantinopolitana. Non si tratterebbe inoltre di un manufatto realizzato ex novo, ma del riadattamento – eliminando i soggetti ritenuti inappropriati ed aggiungendo i ritratti dei regnanti – di una corona proveniente dal Tesoro imperiale (2).

Corona di Santo Stefano, parte superiore 

La parte superiore della corona ha invece una forma a croce che interseca la corona bizantina con angoli di 90°. Le quattro bande auree che la compongono sono state fissate con delle griffe lungo i lati del rettangolo centrale su cui è raffigurato un Cristo Pantocrator visibilmente dipendente da quello della corona greca, ma che presenta i simboli del sole e della luna. Lungo i bracci della croce si trovano le immagini in smalto policromo di otto Apostoli a figura intera: Pietro, Paolo, Giovanni, Giacomo, Bartolomeo, Filippo, Tommaso e Andrea. I lati delle loro placchette, le cui cornici sono bordate da perle e almandine entro alti castoni a fascia, sono decorati con motivi zoomorfi. Le didascalie che accompagnano le figure sono inoltre tutte in latino. Nel complesso appare di fattura più tarda e meno raffinata, dovrebbe risalire al tardo XII secolo ed essere opera di artigiani locali.
La croce d'oro che sormonta la corona è infine un'aggiunta del XVI secolo ed è inclinata a causa di una caduta.

L'assemblaggio delle due corone è avvenuto in maniera alquanto rozza, senza modificare le parti a contatto, tramite l'uso di chiodi le cui teste sono ancora visibili sulla superficie liscia della fascia aurea. Questo assemblaggio avvenne probabilmente durante il regno di Béla III (1171-1196) per il quale fu forse anche realizzata la corona latina.

Nel suo insieme la corona è detta “di Santo Stefano” perchè si riteneva fosse quella inviata intorno al 1000 da papa Silvestro II per incoronare il giovane re Vajk (ribattezzato Stefano e dopo la sua morte canonizzato) primo re d'Ungheria. Tutte le considerazioni sopra esposte portano però ad escludere che possa trattarsi della stessa corona. Questa in oggetto entrò probabilmente in uso per incoronare i re d'Ungheria con Bela III e fu sempre usata fino all'incoronazione dell'ultimo re, Carlo IV, nel 1916 (secondo il diritto ungherese infatti detiene legalmente il potere soltanto chi fisicamente possiede questa corona).
Dal 2000 è conservata nel Palazzo del Parlamento ungherese.

Note:
(1) La didascalia recita precisamente: ГєωβιτzаˇсПιсτосΚρаλңсΤоυрхιас (Geza fedele re dei Turchi).

(2) Secondo Eva Kovacs (1980) anziché il figlio di Michele VII, Costantino, il personaggio denominato dall'epigrafe “Kon. Porphyrogennetos ” sarebbe invece suo fratello minore Costanzo. La corona risalirebbe quindi al periodo compreso tra la morte del padre Costantino X Dukas (22 maggio 1067) e l'ascesa al trono di Romano IV Diogene (1 gennaio 1068) quando i due fratelli regnarono insieme sotto la Reggenza della madre Eudocia Macrebolitissa. Niceforo Botaniate comandò le truppe bizantine lungo la frontiera con l'Ungheria tra il 1064 ed il 1067, il matrimonio tra Geza e sua nipote Synadene potrebbe essere quindi stato combinato proprio in questo periodo a cui risalirebbe anche l'invio della corona. Ipotesi suffragata anche dal fatto che nello smalto della corona Geza, per quanto impugni uno scettro, non è però cinto da corona (diventerà re d'Ungheria soltanto nel 1074).


sabato 1 settembre 2018

La Nea Ekklesia, Costantinopoli

La Nea Ekklesia, Costantinopoli


Fu fatta edificare tra l'877 e l'880 (1) da Basilio I che ne diresse e supervisionò personalmente i lavori. La sua collocazione più probabile era poco ad est del Crisotriclinio, quasi a ridosso del muro che circondava il palazzo sul versante orientale, nel luogo dove si trovava il vecchio Tzicanisterion (2).
 
da Jean Ebersolt, Le grand palais de Constantinople et le livre des cérémonies, Paris, 1910
Nella pianta la Nea Ekklesia è indicata con il n.44 mentre lo Tzicanisterion con il n.45. Tra di essi si nota il viale sistemato a giardino detto Mesokepion.
 
Molte fonti concordano nel sostenere che diverse chiese costantinopolitane furono spogliate per fornire le tessere musive ed i marmi necessari alla decorazione della Nea che, nelle intenzioni del suo committente, doveva rivaleggiare e superare la stessa Santa Sofia segnando l'inizio di una nuova era (ambizione che si riflette anche nello stesso epiteto di Nea Ekklesia con cui divenne nota).
In questa chiesa nel 963 l'imperatore Niceforo II Foca sposò la vedova del suo predecessore Romano II, Teofano, e nel 1042 vi fu celebrato il matrimonio di Costantino Monomaco con l'imperatrice Zoe. Fu spogliata di gran parte dei suoi arredi durante il regno di Isacco II Angelo (1185-1195).
Durante l'occupazione latina svolse le funzioni di cappella palatina con la nuova dedica datale dai crociati di San Michele del Bucoleone. Sopravvissuta alla conquista ottomana ed utilizzata come polveriera fu completamente demolita nel 1490 a seguito di un'esplosione che l'aveva sventrata.
Era originariamente dedicata al Cristo, alla Teotokos, al profeta Elia, all'arcangelo Gabriele e a San Nicola.
La Nea Ekklesia doveva presentare una pianta a croce greca inscritta ed era coperta da cinque cupole (3). L'ipotesi più probabile è che, accanto alla cupola centrale, le altre quattro cupole si trovassero negli angoli dell'edificio a formare altrettante cappelle riservate al culto delle altre figure, oltre al Cristo, che compaiono nella dedicazione della chiesa (4). Una sistemazione molto simile si ritrova anche nella chiesa settentrionale del monastero di Costantino Lips di poco successiva alla Nea Ekklesia (venne consacrata nel 907) e che può essere considerata l'esempio ad essa più vicino.
La chiesa era inoltre preceduta da un atrio porticato al cui interno si trovavano due fontane in porfido. Il portico settentrionale e quello meridionale fiancheggiavano la chiesa e si prolungavano oltre il suo lato orientale lungo un ampio viale sistemato a giardino (Mesokepion) che conduceva al nuovo Tzicanisterion. Molto probablmente sorgeva su una terrazza sostenuta da sostruzioni. Il tratto architettonico innovativo introdotto dalla copertura a cinque cupole costituì un modello successivamente ampiamente ripreso dalla architettura religiosa bizantina.

Note:
(1) Fu consacrata dal patriarca Fozio il 1° maggio dell'880.
(2) Lo Tzicanisterion era un ampio spazio erboso all'interno del Gran Palazzo dove gli imperatori bizantini ed i loro cortigiani praticavano un gioco di origini persiane molto simile al polo.
(3) La fonte principale per ipotizzare una ricostruzione della Nea è la descrizione di essa contenuta nella Vita Basilii (il secondo libro della raccolta di scritti storici che va sotto il nome di Teofane continuato), secondo alcuni studiosi opera del nipote Costantino VII Porfirogenito.
(4) Nella ricostruzione ipotetica che compare nella pianta di Ebersolt utilizzata sopra per indicare la posizione della Nea, le quattro cupole appaiono invece disposte a coprire i quattro bracci della croce. E' però questa considerata un'ipotesi meno probabile.