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martedì 28 agosto 2012

Arta


Arta

Fu costruita sulle rive del fiume Arhatos ed ai piedi del monte Perhanti sul sito dell'antica colonia corinzia di Amvrakia. Nel 285 a.C. Pirro trasferì qui la capitale del suo regno mentre il nome di Arta non compare prima del 1082. L'etimologia del nome non è del tutto chiara. Secondo alcuni deriverebbe dalla corruzione del nome del fiume (Arhatos) o dal latino artus (stretto). Nei testi medioevali è nominata anche Akarnania o Akarnania Arachtheia, probabilmente a significare che vi si rifugiarono gli abitanti della vicina città di Akarnania.
Nel 1204, con la nascita del Despotato ne divenne la capitale.

Il ponte


Il Ponte di Arta è un ponte in pietra che attraversa il fiume Arhatos nelle vicinanze della città.
Stando al cronista dell'Epiro Panayiotis Aravantinos, il ponte fu costruito ai tempi degli antichi romani, mentre secondo alcune tradizioni fu costruito quando Arta divenne la capitale del Despotato di Epiro, possibilmente sotto Michele II Ducas (1230-1271). La ristrutturazione più recente risale comunque al 1612 ma le fondazioni dei pilastri sono di epoca bizantina.
Secondo una ballata popolare ogni giorno 1.300 costruttori, 60 apprendisti, 45 artigiani e muratori, sotto la guida del capomastro, cercavano di costruire un ponte le cui fondamenta crollavano ogni mattina. Infine, un uccello con una voce umana informò il capomastro che per far rimanere il ponte in piedi, egli doveva sacrificare la sua stessa moglie. La moglie del capomastro venne uccisa e gettata nella fondamenta della costruzione, da dove il suo spirito cominciò a pronunciare litanie di maledizioni che si concludono in benedizioni (P.Aravantinos, Chronographia tis Epeirou, 1856) .
Dal 1829 (nascita della Grecia indipendente) fino al 1881, quando Arta venne annessa allo Stato greco, il ponte segnò il confine tra l'Impero ottomano e la Grecia libera.
L'edificio liberty all'estremità occidentale del ponte che oggi ospita il museo del folklore è l'ex posto di frontiera turco.



Chiesa della Panagia Parigoritissa (Consolatrice)


Esternamente, la sua forma cubica ricorda quella di un palazzo italiano, se non fosse che dal tetto si staccano cinque cupole ed una lanterna (usata probabilmente come campanile). La cupola centrale è a base dodecagonale mentre quelle angolari poggiano su tamburi ottagonali. Il tetto della lanterna, assolutamente inusuale nell'architettura bizantina, è invece sostenuto da otto colonnette.
In questa chiesa il principio fondamentale dell'architettura bizantina – che il sistema interno delle volte si esprime plasticamente nelle facciate esterne – è stato sacrificato a favore dell'appiattimento delle facciate che la chiudono su tre lati. Solo la facciata orientale è movimentata dalle cinque alte absidi.


Ogni facciata è divisa in tre piani, due ordini di finestre bifore ed uno di pietrisco irregolare scandito lungo i lati ovest, nord e sud da dodici lesene a cui probabilmente si appoggiava un porticato di legno. La presenza del porticato giustificherebbe la muratura dozzinale e priva di decorazioni della porzione inferiore delle mura perimetrali.
Lungo i lati nord e sud, le finestre dell'ordine superiore non hanno alcuna relazione simmetrica con quelle dell'ordine inferiore a differenza di quanto avviene nella facciata occidentale. Le decorazioni in mattoni della facciata orientale evidenziano una serie di asimmetrie che vanno forse attribuite alla scarsa familiarità delle maestranze locali con la costruzione di edifici di queste dimensioni.


Il nartece e i due paraekklesia, molto ampi, sono sormontati da una galleria (matroneo) stranamente priva di accesso.
Il naos è invece piccolo e straordinariamente alto.
Per la sua copertura l'architetto creò un sistema inedito e molto azzardato.



Partendo da otto punti di sostegno, come nelle chiese a pianta ottagonale in cui la cupola s'imposta su trombe angolari, li fece salire ad aggetto, usando un gran numero di fusti di colonne tratti dalle rovine della vicina Nikopolis inserendoli nel muro a coppie in modo da formare mensole saldamente ancorate. Su queste mensole di fortuna furono appoggiate delle colonne: coppie di colonne sulle mensole inferiori e colonne singole, più scostate dal muro, su quelle superiori. Questo sistema si concludeva, immediatamente al di sotto della cupola, con una serie di colonnine ornamentali che sostenevano archi trilobati e archivolti di stile italiano.


I due paraekklesia terminano ad est in altrettante cappelle, dedicate rispettivamente ai Tassiarchi, quella settentrionale e a S.Giovanni Battista, quella meridionale.

Osservando l'architettura della chiesa essa sembra costituita da due parti distinte, che si raccordano all'altezza delle finestre. Per giustificare questo fatto è stato supposto che la chiesa fosse stata iniziata sotto il regno di Michele II (1230-1271) e solo completata sotto quello di Niceforo I e della seconda moglie Anna Cantecuzena i cui nomi appaiono scolpiti all'interno della decorazione dell''arco marmoreo che sovrasta la Porta Reale dalla parte del naos.

Dormizione della Vergine
seconda metà del XVII sec. Al di sopra l'arco marmoreo che contiene i nomi dei donatori.

I nomi di Niceforo e Anna sono indicati insieme a quello della loro discendenza (komnenoblastos) che è descritto come Despota. Dovrebbe quindi trattarsi di Tommaso che fu fatto despota da Andronico II nel 1294, la chiesa sarebbe quindi databile tra il 1294 e il 1296, anno di morte di Niceforo.
Il secondo piano dell'edificio ed i paraekklesia apparterrebbero all'ampliamento realizzato sotto il despotato di Niceforo.

Una leggenda vuole invece che, mentre la chiesa veniva costruita, l'architetto venne chiamato a costruirne un'altra ed il suo primo assistente ebbe l'opportunità di stravolgere completamente i disegni originali. Tornato soltanto a lavori praticamente ultimati, l'architetto non potè fare a meno di ammirare l'opera del suo assistente ma nondimeno di invidiarlo ed esserne geloso. Convocatolo sul tetto dell'edificio per segnalargli un errore di costruzione, lo gettò invece nel vuoto ma questi lo trascinò a sua volta nella caduta. La leggenda vuole che al contatto con il suolo entrambi venissero trasformati in pietre. Nel cortile retrostante la chiesa vengono ancora indicate le pietre in cui si trasformarono.


L'attributo di consolatrice dato alla Vergine nella dedicazione della chiesa deriverebbe dalla sua venuta sulla Terra per consolare la madre del giovane assistente.

Mosaici
Sono limitati al naos e molto danneggiati, risalgono all'ampliamento di Niceforo.
Nella cupola il Cristo pantokrator (vedi sopra) - da notare i lineamenti del volto illuminati da luce radente sulle guancie realizzata per mezzo di sottili tessere di diverso colore - è circondato da dodici profeti alternati a serafini, cherubini e rotae.


Affreschi
Sono stati realizzati in periodi diversi, tutti successivi alla caduta del despotato.

Durante l'occupazione ottomana la Parigoritissa non fu mai trasformata in moschea fino al 1821 quando i turchi ne fecero una postazione fortificata. Il console austriaco a Giannina, Ferdinand Haas, notò che nel 1854 era ancora utilizzata come tale.

Chiesa di S.Basilio
in Vasileos Pirhhus street a breve distanza dalla chiesa di S.Teodora.


La sua fondazione dovrebbe risalire alla seconda metà del XIII sec.
Originariamente a navata unica con copertura lignea, le vennero aggiunte le due basse navate laterali, che terminano nel lato orientale in altrettante cappelle dedicate rispettivamente a S.Gregorio di Nazianzo e a S.Giovanni Crisostomo, nel corso del XIV o XV sec.


Il portico di cui si notano i resti sulla facciata occidentale fu aggiunto in epoca ancora più tarda.


I frontoni dei lati occidentale e orientale del tetto si innalzano al di sopra di esso e questa particolarità, riscontrabile anche nella chiesa di S.Teodora, è caratteristica dell'architettura del despotato.
I lati est e nord della chiesa presentano una sontuosa decorazione in ceramica dove si distingue una fascia di mattonelle policrome disposte a losanga.
Nella decorazione della facciata orientale sono inserite inoltre due formelle in ceramica policroma, una raffigurante la Crocifissione e l'altra i Tre Gerarchi S.Basilio, S.Gregorio di Nazianzo e S.Giovanni Crisostomo (si tratta di copie, gli originali si trovano attualmente nel Museo bizantino di Giannina).




La maiolica della Crocefissione, soprattutto nelle figure della Vergine e di S.Giovanni, appare influenzata da analoghi italiani del XIV secolo. Sono databili tra il 1416 ed il 1448 in relazione al despotato dei Tocco e probabilmente opera di un artigiano italiano trasferitosi ad Arta.



All'interno la protesis appare ricavata nello spessore della muratura mentre manca il diaconikon. Le navate laterali sono ripartite in tre spazi di cui quello centrale – che è anche l'unico a comunicare con il naos – presenta una volta a botte trasversale.

La decorazione a fresco del naos risale al tardo XVII secolo.


Chiesa di S.Teodora
piazza Santa Teodora


Katholikon del monastero di S.Giorgio dove Teodora,  moglie di Michele II e successivamente santificata, si ritirò alla morte del marito (1270). Alla sua morte (1280) fu sepolta in questa chiesa da lei ingrandita e abbellita e che le venne in seguito dedicata. La fondazione della chiesa dovrebbe invece risalire alla fine dell'XI sec.
Presenta una pianta basilicale a tre navate poco allungata e tre absidi, preceduta da un nartece cupolato fatto aggiungere da Teodora.



La facciata occidentale presenta tre frontoni, quello centrale dei quali – l'unico in cui si apre una finestra bifora – nasconde, come nella chiesa monastica delle Blachernae, la cupola del nartece.


Ai primi del XIV secolo il nartece e parte dei lati sud e nord del naos vennero circondati da un porticato oggi non interamente conservatosi. Sul lato meridionale le arcate del portico poggiano su pilastri mentre sul lato occidentale poggiavano su colonne, una soltanto delle quali è rimasta in sito.
All'interno il portico presenta una volta a croce innervata da costoloni di chiara influenza franca.


Sarcofago di Teodora: attualmente collocato nel nartece della chiesa.
Fu riorganizzato nel 1873 utilizzando elementi trovati in situ.
E' formato da una base massiccia da cui s'innalzano sei colonnette che sostengono due architravi.



La santa è raffigurata sul lato occidentale in abiti imperiali insieme al figlio Niceforo, futuro despota d'Epiro, entro un'arcata sostenuta da colonnette binate e tra due busti di angeli. Al di sopra della figura di Niceforo, la dextera dei in un arco stellato che simboleggia il segmentum coeli.
Nonostante il rilievo particolarmente alto le figure – rigide e tozze - appaiono come incollate sullo sfondo, trattate a taglio, senza alcuna attenzione alla plastica dei corpi, indice del lavoro di una bottega locale. Le vesti della santa e del figlio ben documentano le aspirazioni imperiali della dinastia epirota. La lastra è databile al 1270-1290.


La decorazione della lastra del lato orientale – che incorpora una bifora finemente intagliata - è invece molto più raffinata, forse opera di un artigiano italiano. Potrebbe trattarsi della finestra di un palazzo incorporata successivamente nel cenotafio.

Gran parte della decorazione a fresco risale al XVII-XVIII secolo. Affreschi databili al XIV secolo si trovano nel nartece. Dal punto di vista iconografico il più interessante è quello, a destra dell'ingresso meridionale, che raffigura Santa Domenica (Santa Ciriaca) che indossa un chitone su cui sono dipinte piccole teste femminili, personificazioni dei giorni della settimana.

Porta d'ingresso al monastero

Risale alla metà del XIII secolo ed è una delle poche porte bizantine ancora esistenti.












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