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giovedì 16 agosto 2012

Corfù, Introduzione

Corfù (Kerkyra)




Legata a Roma dal 299 a.C., dopo la caduta dell'Impero d'Occidente Corfù continuò ad appartenere all'Impero romano d'Oriente e dall'VIII secolo costituì un distretto del thema di Cefalonia.
Nell'876 la città divenne sede di un vescovado, dipendente dal patriarcato di Costantinopoli.
Nell'XI secolo, la conquista dell'Italia meridionale fece dell'isola uno degli obiettivi primari dei sovrani normanni. Roberto il Guiscardo se ne impadronì una prima volta nel 1081, ma l'intervento della flotta veneziana, chiamata dall'imperatore Alessio I Comneno, riportò l'isola sotto il dominio bizantino.
La flotta normanno-sicula riconquista però Corfù nel 1147, sia pure per breve tempo, e nuovi attacchi subì nel 1185, finché nel 1197 non cadde in mano ai Genovesi, guidati dall'ammiraglio Leone Vetrano, il quale ne fece una Signoria personale, divenendone poi il conte.
Nel 1204, con la spartizione dell'impero bizantino seguita alla quarta crociata, Corfù fu assegnata ufficialmente a Venezia, la quale solo nel 1206 riuscì però ad impossessarsene spodestando il conte Leone Vetrano. L'isola fu allora divisa in dieci feudi che furono assegnati ad altrettanti nobili veneti, con il solo obbligo di versare un tributo annuo e di provvedere alla difesa. Si trattò però di una breve parentesi, perché nel 1214 se ne impadronì Michele I Ducas, primo despota d'Epiro, il quale costruì sulla costa occidentale il castello dell'Angelo a protezione delle incursioni dei pirati genovesi e si preoccupò di risollevare le condizioni della popolazione indigena e del clero ortodosso.
Nel 1259, però, dando in sposa la figlia Elena a Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, il despota Michele II Ducas gli diede in dote Corfù e alcune fortezze sulla costa, ponendo così termine alla dominazione bizantina.


Dominio angioino-napoletano (1266-1386)



Il dominio di Manfredi fu di breve durata. Egli fu infatti sconfitto e ucciso a Benevento (26 febbraio 1266) da Carlo I d'Angiò, il quale si impadronì così del regno di Sicilia e di Napoli.
A Corfù il governatore svevo Filippo Cinardo cercò di conservare il potere proclamandosi re dell'isola e facendo prigioniera la vedova Elena e i figli.
In tale occasione il despota Michele II cercò di recuperare la città, ma i suoi tentativi fallirono e alla fine del 1266 re Carlo I d'Angiò riuscì a prendere possesso di Corfù e degli altri possedimenti sulla costa albanese che erano appartenuti a Manfredi.
Da allora Corfù costituì la capitale dei domini angioini del Levante e sul finire del '300 l'isola e i domini albanesi divennero appannaggio del principe Filippo I di Taranto che, sposatosi in seconde nozze con Caterina di Valois, nipote dell'ultimo imperatore latino di Costantinopoli - Baldovino II de Courtenay (1228-1261) - ereditò anche le rivendicazioni dei Courtenay su Costantinopoli. Da allora l'isola fece sempre parte del Principato di Taranto.


Arnolfo di Lapo, Carlo d'Angiò, 1277
Musei capitolini, Roma

A governare l'isola fu inviato un capitano regio e un numeroso seguito di funzionari e di soldati francesi e italiani, e venne intrapresa una radicale trasformazione della società corfiota attraverso la concessione di feudi a baroni provenienti dall'Italia e dalla Provenza, quali i Tocco, i Capece, gli Hulot, gli Altavilla; fu ugualmente modificata la struttura amministrativa dell'isola perché pur lasciando al loro posto i decarchi istituiti dai despoti epiroti, tutto il territorio fu inquadrato in quattro balivati (Agirù, Oros, di Mezzo e Alefchimo). I continui scambi con la costa italiana portarono poi all'immigrazione nell'isola di numerosi ufficiali e funzionari pugliesi. Nello stesso tempo si cercò di instaurare una gerarchia ecclesiastica cattolica, con l'istituzione di un arcivescovado latino a Corfù e abolendo quello ortodosso, sostituito da un semplice protopapas, eletto da un collegio di preti e di laici.
Le pressioni religiose dei governatori angioini crearono notevole malcontento tra i corfioti e di questa situazione, congiuntamente ai dissidi esistenti a Napoli tra i vari pretendenti al trono, trassero profitto i Veneziani che sul finire del XIV secolo, vinto il conflitto con Genova, avevano dato inizio ad una decisa politica espansionistica lungo le coste albanesi e greche.
Nel 1386 i Veneziani assediarono Corfù con un imponente esercito sotto la guida del signore di Padova Francesco da Carrara, ottenendo alla fine la resa del presidio angioino e la dedizione della città.
Ai corfioti la Repubblica concesse ampi privilegi e la conferma di tutti i precedenti ordini e statuti, e soprattutto si impegnò per trovare un accordo con la potente aristocrazia baronale che dominava l'isola. L'acquisto, inizialmente solo militare, divenne definitivo solo nel 1402, quando il re di Napoli Ladislao II cedette tutti i suoi diritti a Venezia per 30.000 ducati d'oro.


Dominio veneziano (1402-1797)

Sotto il dominio della Serenissima Corfù fu governata da un patrizio veneziano che, con il titolo di Bailo, era nominato per due anni e amministrava la giustizia nell'isola con l'assistenza di due consiglieri, anch'essi veneziani. Ad affiancarlo nelle questioni militari erano un Provveditore e un Capitano, il Capitan grande della fortezza vecchia e il castellano del castello della campana.
Nel 1715, dopo la perdita del Peloponneso vi si trasferì il Provveditore Generale da Mar, un senatore nominato dalla Repubblica che aveva il comando supremo della flotta in tempo di pace e al quale fu affidata anche l'amministrazione civile, giudiziaria e militare delle Isole Ionie.
A lui erano portate in appello tutte le sentenze pronunciate dai tribunali e dai rettori delle terre dipendenti che, nel XVIII secolo erano, oltre a Corfù, le isole di Zante, Cefalonia (con Itaca), Santa Maura (o Leucade) e Cerigo, oltre ai due distretti di Preveza e Vonizza sulla prospiciente costa epirota.
La città era retta da un regime aristocratico, essendo consentito l'accesso al Consiglio ed alle principali cariche pubbliche solo a quelle famiglie (in parte discendenti dagli antichi baroni francesi e napoletani) iscritte al libro d'oro, redatto nel 1572.
L'organo principale dell'amministrazione comunale era il Maggior Consiglio, che si riuniva annualmente per eleggere il Minor Consiglio, dal quale erano eletti tutti i vari ufficiali della città e dei quattro baliati del suo distretto, oltre alle isole di Passo (Paxos) e Antipasso (Antipaxos) e ai borghi fortificati di Butrinto e Parga, situati sulla terraferma.
Rimase parte dei possedimenti della Repubblica di Venezia fino a quando Napoleone Bonaparte sciolse la Repubblica nel 1797.
I veneziani chiamavano Corfù la porta di Venezia perchè chiudeva l'ingresso dell'Adriatico.

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Dopo un breve periodo sotto la dominazione francese, decretata dal Trattato di Campoformio (1797) che aveva assegnato ai transalpini l'Eptaneso, l'isola entrò a far parte della Repubblica delle Sette Isole Unite, sotto protettorato russo-ottomano ma a guida italo/veneto-greca. Fu questa la prima esperienza di autogoverno greco (1800-1807), in cui ebbero un ruolo di primo piano i greco-veneti, tra i quali Giovanni Capodistria.


 Bandiera degli Stati uniti delle isole Jonie (1815-1864)

Nel 1814, con il Trattato di Parigi, l'Inghilterra, la Russia, l' Austria e la Prussia si accordarono per l'istituzione di uno stato autonomo,con la denominazione "Stati uniti delle isole Jonie" sotto la protezione inglese. Corfù divenne la capitale e l'amministrazione assunse un governatore inglese. In quel periodo venne istituita l'Accademia Jonia (17 maggio 1824) dall'inglese filelleno Ghilford, che rappresenta a tutti gli effetti la prima università greca.
Il 21 maggio 1864 le sette isole passarono sotto il controllo della Grecia.

La crisi di Corfù del 1923
Il 19 novembre 1921 la Conferenza degli Ambasciatori (organo del Consiglio Supremo Alleato ma di fatto espressione anche della neonata Società delle Nazioni) deliberava di confermare per l’Albania le frontiere delineate nel 1913 dal Protocollo di Firenze, delegava l’esatta fissazione dei confini albanesi ad una apposita “commissione di delimitazione”, e chiamava alla presidenza di tale commissione il generale italiano Enrico Tellini.
Tellini assumeva in prima persona il compito di dirigere i lavori relativi alla delimitazione del confine con la Grecia, e fissava il suo quartier generale in territorio ellenico, a Giannina. Da qui, il mattino del 27 agosto 1923, il generale italiano e il suo staff (il maggiore medico Luigi Corti, il tenente Mario Bonacini, assistente di campo del generale, l'autista Remigio Farnetti e l'interprete albanese, l'epirota Thanassi Gheziri) si dirigevano in macchina verso il posto di frontiera greco di Kakavià, quando cadevano in un’imboscata e venivano tutti uccisi a colpi di arma da fuoco.Mussolini attribuì la responsabilità dell’eccidio al governo greco, ritenuto il mandante del tragico agguato. Ne conseguì un ultimatum al governo di Atene, redatto in termini tali da risultare inaccettabile, e – di fronte al rifiuto ad adempiere una parte delle riparazioni richieste – il governo italiano rispose con l’occupazione dell’isola di Corfù.
Il 31 agosto, dopo aver cannoneggiato la Fortezza vecchia (provocando la morte di circa 15 rifugiati greci ed armeni che vi si trovavano), le forze da sbarco italiane al comando dell'ammiraglio Emilio Soleri occuparono Corfù. Il 2 settembre l'ammiraglio Diego Simonetti fu nominato governatore dell'isola.




Francobollo emesso dalle Poste Italiane durante l'occupazione del 1923

Nei giorni successivi il governo greco accettò sostanzialmente di sottostare a quasi tutte le richieste dell’Italia, che, dal canto suo, non insistette per ottenere quelle riparazioni che maggiormente avrebbero mortificato l’orgoglio nazionale ellenico; una commissione d’inchiesta della Società delle Nazioni assolse il governo greco dall’accusa di aver provocato l’eccidio, ma lo condannò per negligenza.
Il 27 settembre le truppe italiane lasciarono Corfù.

Nel corso della Seconda guerra mondiale, Corfù fu occupata dall'Esercito Italiano nell'aprile 1941 (Cinegiornale Istituto Luce). Piero Parini assunse la carica di governatore per le Isole Ionie e tale rimase fino al settembre 1943: durante questo periodo, sempre insieme alle Isole Ionie, l'isola venne amministrata come entità separata rispetto alla Grecia con l'intento di prepararne l'annessione al regno d'Italia, valendosi dell'appoggio dei Corfioti italiani.
Dopo l'8 settembre, mentre il governatore abbandonò precipitosamente l'isola, il comandante militare della piazzaforte, colonnello Luigi Lusignani, ed il commissario civile, conte Ludovico Barattieri, distribuirono le armi ai patrioti greci ed organizzarono la resistenza contro i tedeschi.
Dopo dodici giorni di aspri combattimenti, il 26 settembre ci fu la resa. Il colonnello Lusignani e molti suoi ufficiali furono passati per le armi.


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