Visualizzazioni totali

sabato 21 ottobre 2017

Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne


Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne

Erode Attico, cittadino romano, era figlio di Vibullia Alcia Agrippina e di Tiberio Claudio Attico, un banchiere ateniese arricchitosi anche grazie all'esercizio dell'usura. Filosofo e letterato insegnò con notevole successo ad Atene, e raggiunse una fama tale che l'imperatore Antonino Pio (138-161) lo scelse quale precettore dei suoi due figli adottivi, Marco Aurelio e Lucio Vero.Trasferitosi a Roma ricoprì importanti cariche politiche (nel 143 ottenne il consolato e gli fu affidato il governo della Grecia e di parte dell'Asia Minore) e sposò la ricca e nobile Annia Regilla (140) - nonchè imparentata con la moglie di Antonino Pio, Faustina - ricevendone in dote i possedimenti tra il II e il III miglio della via Appia. Sparsi nell'attuale parco della Caffarella si trovano ancora i resti del complesso di edifici che egli fece costruire in luogo della villa di famiglia, in memoria della moglie, morta in Grecia nel 160 mentre era incinta, e che fu accusato di aver fatto assassinare da un suo liberto. Trascinato in giudizio dal cognato Annio Attilio Bradua ne uscì prosciolto da ogni accusa – probabilmente anche grazie all'intervento dello stesso Marco Aurelio – ma l'opinione pubblica continuò a ritenerlo colpevole. Anche perchè Erode non faceva nulla per nascondere la passione che provava per Polideuce, il giovane figlio di un suo liberto. Probabilmente per per ostentare il proprio amore per la moglie e fugare ogni sospetto dalla sua persona trasformò la residenza sull'Appia in una sorta di sacrario dedicato alla sua memoria.

Busto di Erode Attico
proveniente da Probalinthos (Grecia)
Museo del Louvre
 
Al nuovo complesso – che alla sua morte (170) fu assorbito nel demanio imperiale per essere successivamente inglobato nella residenza suburbana di Massenzio – diede il nome di Pago Triopio (1), che richiamava quello del santuario eretto a Cnido in onore di Demetra per ricordare la punizione inflitta dalla dea al figlio del re tessalo Triopa, Eresittone, che per aver tagliato il bosco a lei sacro fu condannato alla fame eterna.
La valle, pur suddivisa in diversi appezzamenti, continuò ad essere coltivata fino agli inizi del XV secolo, quando l'insalubrità del fondovalle, il timore di briganti e di invasori, ed il generale progressivo spopolamento della campagna romana, determinarono l'abbandono delle attività agricole.
Nel 1547 i Caffarelli entrarono in possesso della tenuta acquistandone i terreni da diversi proprietari e bonificarono la valle ridando slancio all'agricoltura e costruendo il casale detto della Vaccareccia. Ancora oggi la valle in cui si estende la tenuta è conosciuta come valle della Caffarella. Nel 1695 la tenuta fu venduta ai Pallavicini e nel 1816 venne infine rilevata dai Torlonia che la bonificarono per l'ultima volta restaurando e ampliando la rete idrica.
La valle della Caffarella è sempre stata ricchissima d'acqua. E' infatti attraversata dal fiume Almone (2), che nasce sui colli Albani e un tempo si gettava nel Tevere all'altezza del gazometro - nel dopoguerra venne deviato nel depuratore di Roma sud - raccogliendo le acque delle numerose sorgenti che ancora sgorgano nella valle (tra cui la Fonte Egeria da cui proviene l'omonima acqua minerale).
Su entrambi i versanti della valle si trovano i resti delle cisterne che servivano per l'irrigazione del fondovalle.

Il ninfeo di Egeria (3)


Si trova nel fondovalle, lungo la riva sinistra dell'Almone. L'edificio consiste attualmente in un grande ambiente rettangolare, con una nicchia centrale nella parete di fondo e tre nicchie più piccole che si aprono sulle pareti laterali. Questo ambiente è sopravanzato da un avancorpo con due vani laterali, anch’essi ornati da nicchie. La muratura è in opus mixtum. L'interno era riccamente rivestito di marmi: le pareti erano di Verde antico, un marmo pregiato proveniente dalla Tessaglia, mentre il pavimento era di Serpentino, un porfido d'intenso colore verde proveniente dalla Grecia.
Le nicchie erano rivestite in marmo bianco ed infine, tra esse e la volta, vi era una fascia decorata con mosaici.

La statua acefala del dio Almone nella nicchia di fondo

L'ambiente centrale è coperto da una volta a botte, sulla quale aderiva uno strato di pietra pomice allo scopo di far attecchire il capelvenere. Dalla nicchia di fondo, dove ancora è collocata una statua acefala della divinizzazione del fiume Almone distesa su un fianco e dove è ancora visibile il segno lasciato da un'altra statua - probabilmente raffigurante la ninfa Egeria (3) - oggi scomparsa, sgorgava l'acqua della fontana. L'acqua era incanalata in tubature di terracotta e scendendo lungo le pareti formava giochi d'acqua nelle nicchie laterali arricchite a loro volta da altre statue; inoltre l'umidità condensando nella volta, creava uno stillicidio che, insieme alla ricca vegetazione che scendeva dall'alto, rendeva l'ambiente fresco e suggestivo.


Nel complesso i marmi verdi del pavimento e delle pareti, con la volta coperta di capelvenere che lasciava gocciolare l'acqua condensata, dovevano dare l'idea un po' barocca di grotta artificiale, dove Erode Attico poteva recarsi nei periodi di calura estiva per passeggiare al fresco chiacchierando e banchettando piacevolmente con i suoi ospiti.


Ricostruzione schematica
 
Il ninfeo si affacciava originariamente sul fiume con un quadriportico, oggi non più conservato, che delimitava una piscina rettangolare di raccolta, che a sua volta si immetteva in un più vasto bacino lacustre, da identificare forse nel Lacus Salutaris noto dalle fonti antiche, in cui confluivano le acque del fiume Almone.

Il ninfeo di Egeria in un'incisione di Giovanni Battista Piranesi del 1766
In alto sullo sfondo si nota raffigurata la chiesa di sant'Urbano (Tempio di Cerere e Faustina) 

Scavi recenti hanno messo in luce una fase di restauro dell'edificio, originariamente fatto costruire da Erode Attico, che risale probabilmente alla costruzione della residenza suburbana di Massenzio.
Nel '600 il ninfeo ospitò una osteria mentre nel secolo successivo venne trasformato in lavatoio.


La cisterna nei pressi della chiesa di Sant'Urbano (5)


Si tratta di un edificio che all'esterno appare rettangolare (m. 21,4 x 8,6) mentre all'interno le pareti dei lati corti sono semicircolari; in origine era incassato nel terreno, e per questo costruito in scaglie di selce senza paramento (opus signinum) con uno spessore di 60 cm. Il pavimento è in cocciopesto, la volta è a due spioventi che formano un angolo quasi retto.

L'interno della cisterna

Sopra la volta il tetto era originariamente piano, ma vi fu costruito in un secondo tempo un muro perimetrale che infatti aderisce male; questa sopraelevazione deve essere stata eretta poco dopo la fondazione dell'edificio, visto che la tecnica edilizia è la stessa del resto della costruzione. L'insieme permette di datare l'edificio ai primi anni dell'impero (44 a.C.-40 d.C.)
E' molto probabile che lo sbancamento del terreno circostante, che portò la cisterna allo scoperto, sia avvenuto al tempo dell'imperatore Massenzio (305-312) per prelevare i materiali con cui realizzare la grande piattaforma su cui poggiano il circo e il Palazzo; i blocchi di tufo che si vedono ai piedi della cisterna devono essere stati collocati dopo lo sbancamento, per rinforzare la base dell'edificio.


La cisterna-ninfeo (12)

 
La cosiddetta Cisterna-Ninfeo si trova sul versante opposto della valle, a pochi metri dall'ingresso di Largo Pietro Tacchi Venturi. Era in realtà un serbatoio, alimentato da un acquedotto o da un serbatoio più grande. La struttura presenta una pianta rettangolare di metri 7,10 x 9.15, rivestita di cortina laterizia, ed è conservata per un’altezza massima di m. 3.50 circa. La copertura originaria è crollata ed era costituita da una volta a botte. La tecnica edilizia è riferibile al III sec.



La parte sud-orientale è caratterizzata da una sistemazione monumentale costituita da quattro pilastri aggettanti, uniti da tre archi.
Su entrambi i lati brevi erano presenti aperture per l’accesso all’interno della cisterna, realizzate in età moderna quando il manufatto fu usato come abitazione.


La cisterna-fienile (13)

 
Si tratta di un ambiente a pianta rettangolare costruito con laterizi di reimpiego e materiali moderni, al di sopra della vasca di una cisterna romana in opera cementizia in scaglie di lava, di m. 14 x 5.5. Si ipotizza che la cisterna facesse parte della villa romana di tarda età repubblicana - che presenta attività  edilizie chesi protraggono fino al IV sec.- i cui resti si trovano nell’area del Casale Tarani, situato in via Carlo de Bildt.
 
 
Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, nel corso dei lavori di ristrutturazione del Casale Tarani, la struttura fu trasformata in fienile dalla famiglia Torlonia, proprietaria della tenuta della Caffarella, in particolare fu costruito il piano superiore come deposito per il foraggio secco.


La cisterna monumentale (15)
 

Sul poggio dominante la valle della Caffarella, al termine del sentiero che prosegue l'allineamento di via Bitinia, si riconosce il sito di una villa romana affacciata verso la valle sottostante.
Pertinente alla villa è un grande serbatoio munito di otto possenti contrafforti sul fronte a valle, che funge anche da sostruzione della scarpata naturale. La struttura realizzata scavando in parte nel banco di tufo, è impostata su un terreno in forte pendenza da nord a sud e raggiunge un'altezza di circa 8 metri e una superficie di circa 450 metri quadri (37x12). Presenta una pianta rettangolare, articolata in due navate longitudinali coperte da volta a botte, comunicanti attraverso cinque aperture ad arco aperte nel muro divisorio, e due camere perpendicolari sui lati brevi. Solo la navata nord e la camera ortogonale occidentale conservano integralmente la copertura con volta a botte. Lungo la volta della navata settentrionale si notano le aperture rettangolari che consentivano l'accesso per la manutenzione.

La navata settentrionale
 
La muratura in opera cementizia a scapoli di lava basaltica fa propendere per una datazione del manufatto alla prima età imperiale romana, da ascrivere alla categoria dei "serbatoi a camere parallele comunicanti", che accantonano acqua proveniente da un acquedotto. Nella parete esterna della camera ortogonale occidentale è infatti visibile l'ampio forame circolare – oggi tamponato – attraverso il quale l'acqua dell'acquedotto (4) si scaricava nella cisterna. Il volume d’acqua che questa poteva contenere è di circa 1500 metri cubi.

L'ingresso aperto lungo il lato meridionale
 
Dismesso come cisterna, l'edificio venne successivamente utilizzato come abitazione, come testimoniano l'apertura di un ingresso lungo il lato meridionale e la realizzazione di una cucina nella camera occidentale.
 
Note:
 
(1) Nel lessico amministrativo romano, il termine pago indicava una circoscrizione rurale posta al di fuori delle mura cittadine.
 
(2) Il fiume prende il nome da un giovane e focoso cortigiano del re Latino che fu il primo italico a cadere nella guerra combattuta dai nativi contro i troiani di Enea (Eneide, Libro VII, vv. 531-534). Ha quindi un carattere sacro giacchè legato alle origini mitiche della città eterna. A partire dal 204 a.C. inoltre, nelle sue acque il 27 marzo di ogni anno si svolgeva il rito purificatorio della Lavatio Matris Deum. Come descritto da Ovidio (Fasti, Libro IV, vv. 335-340), la statua della dea Cibele (la Magna Mater), custodita nel tempio a lei dedicato sul Palatino, veniva condotta in processione fino al punto dove l' Almone confluiva nel Tevere, qui il sacerdote supremo la immergeva e lavava, asciugandola e cospargendola di cenere. La cerimonia si tenne fino al 380 quando i riti pagani furono proibiti dall'Editto di Tessalonica promulgato da Teodosio I.
 
(3) La leggenda vuole che Egeria - una delle quattro ninfe Camene - fu prima amante e successivamente moglie di Numa Pompilio che consigliò e guidò nella promulgazione delle leggi. Nelle Metamorfosi (Libro XV) Ovidio racconta che alla morte del re la ninfa fu colta da disperazione tale che non smetteva più di piangerlo, sì che Diana, commossa, la trasformò in fonte.

Bertel Thorvaldsen, Numa Pompilio conversa con la ninfa Egeria nella sua grotta
bassorilievo in gesso, 1792
Thorvaldsen Museum, Copenaghen 
 
(4) Molto probabilmente si trattava del ramo antoniniano dell'acquedotto Marcio, fatto costruire da Caracalla nel 212-213 per alimentare il grandioso impianto termale che porta il suo nome (cfr. scheda Porta Appia, nota 1).

 
 









Nessun commento:

Posta un commento