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domenica 18 marzo 2018

L'eresia pauliciana e lo stato pauliciano autonomo

L'eresia pauliciana e lo stato pauliciano autonomo


Per quanto riguarda la dottrina, l'eresia pauliciana si sviluppa a partire dal tema gnostico delle due divinità: per i pauliciani esistono infatti un Dio malvagio creatore del cielo e della terra (identificabile in Jahweh, il Dio vendicativo dell'Antico Testamento) ed un Dio buono (il Dio del Nuovo Testamento), più alto e lontano, che risiede nelle sfere superiori, che ha creato lo spirito e l'anima e ha inviato il Cristo.
I Pauliciani riconoscevano come testi sacri solo il Nuovo Testamento (più probabilmente il Canone pauliciano comprendeva soltanto i quattro Vangeli e le Lettere di San Paolo) e consideravano Cristo un angelo, o un eone, inviato agli uomini brancolanti nelle tenebre terrene per rivelare il vero Dio buono e indicare la via della salvezza. Rifiutavano inoltre le gerarchie ecclesiastiche, ritenevano inutili i sacramenti e superflui i riti e tutte le forme esteriori delle chiese organizzate, fra cui il culto delle immagini. Rifiutavano però il battesimo e la comunione nelle loro forme esteriori (l'acqua, il pane, il vino) poiché il vero battesimo e la vera comunione non sono che le parole del Cristo che si definisce “acqua vivente” (Giovanni, IV, 1-15) e si offre come cibo mistico.
Le loro comunità si articolavano in pochi “Perfetti”, casti, astemi e vegetariani, che si astenevano da qualunque tipo di violenza contro gli esseri viventi; e una più numerosa schiera di “Catecumeni” o “Uditori”, che erano tenuti ad osservare una morale meno austera, fino a che non si sentissero pronti per assumere lo “status” di “Perfetti”.

Storicamente la setta venne fondata nel 655 da un certo Costantino di Manamali (così detto dal suo luogo di nascita, un villaggio della Commagene nei pressi di Samosata); egli si sentì investito della missione di restaurare il puro spirito del cristianesimo quale era stato predicato da Paolo di Tarso, e pertanto, dopo aver cambiato il suo nome in Silvano (come quello di uno dei discepoli di San Paolo) (1), fondò la sua chiesa a Kibossa, in Armenia.

Nel 682 – durante il regno di Costantino IV - egli fu condannato alla lapidazione per eresia, ma il comandante delle truppe bizantine che l’avevano arrestato ed eseguito la condanna, Simeone, colpito dal contegno dignitoso e ascetico del capo religioso, si convertì inaspettatamente alla dottrina dei pauliciani e divenne il nuovo capo della comunità con il nome di Tito, fino al 690, anno nel quale anch’egli fu a sua volta condannato alla morte sul rogo.
Dopo un momentaneo declino, i seguaci di Simeone (Tito) si diedero una salda organizzazione, stabilendo il loro quartier generale nella città di Episparis, in età più antica detta Eupatoria, (l'odierna Erek, nella Turchia orientale). In questo periodo si susseguirono diversi maestri, tra i quali Paolo l’Armeno, dal quale secondo alcuni avrebbe tratto il nome la setta (2).
Alla morte di Paolo l’Armeno nel 715, gli succedette nella guida della comunità suo figlio Genesio, che assunse il nome di Timoteo. Questi fu ricevuto a Costantinopoli dall’imperatore Leone III Isaurico (717-741) che lo prosciolse dall’accusa di eresia e gli consentì di tornare ad Episparis dove morì nel 746 nel corso di un'epidemia di peste.
Gli imperatori della dinastia isaurica - in particolare Costantino V (741-775) del quale si dice fosse egli stesso pauliciano (Giorgio Monaco, Cronikon) – concessero ampia libertà di culto a questa eresia sia per la comune iconoclastia, sia per il fatto che molti pauliciani accettarono di arruolarsi nelle truppe dislocate alla frontiera con il califfato.

Già nella seconda decade del IX secolo tuttavia- quando a capo del movimento pauliciano era il suo settimo e ultimo maestro Sergio (Tychikos) - Michele I Rangabe (811-813) e gli imperatori della dinastia amoriana dovettero fronteggiare numerose rivolte di stampo autonomista nei territori dell'Asia Minore dove il paulicianesimo era particolarmente diffuso, a cui risposero con la repressione e le persecuzioni.
Durante il regno di Leone V (813-820) i disordini culminarono con l'assassinio da parte di bande armate pauliciane (i cosiddetti astatoi, l'ala militare del movimento) del vescovo di Neocesarea, Tommaso, e di un alto funzionario imperiale, Parakondakes, a Kynochorion, considerati come i loro principali persecutori (3).

Alla morte di Sergio (Tychikos), la guida del movimento passò nelle mani di un consiglio formato dai suoi discepoli che furono detti synekdemoi, tra questi si ricordano Michele, Kanakares e Giovanni Aoratos - che ebbero anche il titolo di hiereis (sacerdoti) – Teodoto, Basilio e Zosimo.
Fino a questo momento il capo religioso del movimento ne era stato anche il capo politico-militare

Nell'843-844 un ex ufficiale dell'esercito bizantino di nome Karbeas prese la direzione politico-militare del movimento. Fino a questo momento il capo religioso del movimento ne era stato anche il capo politico-militare, Karbeas, e il suo successore Chrysocheir, furono invece soprattutto dei comandanti militari, sembra quindi probabile che i synekdemoi ne mantennero la guida spirituale.


Lo stato pauliciano autonomo (843-878)

Nell'843 l'imperatrice Teodora (all'epoca reggente per il figlio Michele III), determinata assieme al suo primo ministro Teoctisto a stroncare l'eresia, emise un decreto che rese obbligatoria per i pauliciani l'apostasia e la conversione all'ortodossia costantinopolitana e che, in caso di rifiuto, prevedeva la pena di morte. Fu quindi inviato un esercito in Asia Minore che attaccò le roccaforti dei pauliciani che furono uccisi in gran numero, quelli che accettarono di abiurare furono deportati in Tracia mente altri (circa 5.000), guidati da Karbeas, si decisero a passare il confine mettendosi sotto la protezione dell'emiro di Melitene Umar al-Aqta per il quale avrebbero da questo momento combattuto.
L'emiro assegnò ai pauliciani alcune aree di confine lungo l'alto corso dell'Eufrate dove questi poterono insediare una sorta di stato pauliciano autonomo che ebbe come capitale la roccaforte di Tephrike (l'attuale Divrigi in Turchia), sulla riva meridionale del fiume Çaltısuyu, un affluente dell'Eufrate occidentale.
Dalle loro basi i pauliciani cominciarono a lanciare periodicamente dei raid contro i territori bizantini in collaborazione con gli emiri di Tarso e di Melitene.
Nell'856 un esercito bizantino al comando di Petronas, zio di Michele III, cinse d'assedio Tephrike ma fu costetto a ritirarsi senza prenderla.

Lo stato pauliciano
 
Battaglia di Lalakon (3 settembre 863): nell'estate dell'863 Umar al-Aqta attraversò le Porte Cilicie alla testa del suo esercito, rinforzato dalle milizie pauliciane guidate da Karbeas, invadendo e saccheggiando i territori dell'impero. L'incursione araba si spinse in profondità, fino alle rive del Mar Nero dove fu messa a sacco la città di Amisos.
Appreso della caduta della città, Michele III formò tre armate: una settentrionale, composta dai soldati dei themata del Mar Nero e posta sotto il comando dello strategos dei Bucellari Nasar, l'altra meridionale, composta da soldati dei themata Anatolico, Opsiciano e Cappadociano e un'armata occidentale, composta da soldati dei themata di Tracia e Macedonia e dai tagmata stanziati a Costantinopoli e posta sotto il comando dello zio materno Petronas, strategos del thema di Tracia.
Gli eserciti bizantini circondarono quello arabo, inferiore di numero, in una località chiamato Poson (Πόσων) o Porson (Πόρσων) nei pressi del fiume Lalakaon (4). Nel tentativo di sfuggire all'accerchiamento l'emiro attaccò l'armata di Petronas ad ovest ma i bizantini ressero l'urto, dando il tempo alle altre due ali di avvicinarsi e attaccare i fianchi e la retroguardia esposti dell'esercito arabo. Nel massacro che seguì trovarono la morte lo stesso emiro e Karbeas.

Alla morte di Karbeas, il comando dei pauliciani passò a Chrysocheir che era nipote, in quanto figlio della sorella, e genero di Karbeas di cui aveva sposato la figlia. Il nuovo capo, che come Karbeas era anch'egli un ex ufficiale dell'esercito imperiale, continuò la politica del suo predecessore lanciando micidiali scorrerie in territorio bizantino. Tanto che nell'869 Basilio I inviò a Tephrike il monaco Pietro Siculo per trattare il rilascio dei prigionieri e intavolare negoziati di pace che dopo nove mesi di trattative non approdarono a nulla.
Nella primavera dell'871, l'imperatore ruppe quindi gli indugi e guidò egli stesso una campagna contro i pauliciani. Mise a sacco la città di Amara e le fortezze di Spathe e Koptos ma il tentativo di prendere la capitale pauliciana fu respinto da Chrysocheir che quasi riuscì a catturare lo stesso imperatore.
L'anno successivo Chrysocheir rispose lanciando un profondo raid contro l'Anatolia bizantina raggiungendo Ancyra (Ankara) e devastando la Galazia meridionale. Mentre i pauliciani si stavano ritirando verso le loro basi, l'imperatore gli mandò contro il cognato Cristoforo (5), che ricopriva la carica di domestico delle Scholae.

Battaglia del passo di Bathys Ryax (l'attuale passo di Kalınırmak a ovest di Sivas in Turchia): Cristoforo si accampò nei pressi di Siboron (l'attuale Karamadara) e, avuta notizia che l'esercito pauliciano marciava verso il passo di Bathys Ryax inviò un distaccamento di 4-5.000 uomini al comando degli strategoi dei themata d'Armenia e di Charsian con il compito di seguirli e riferire circa le loro intenzioni, se cioè intendessero rientrare a Tephrike, nel qual caso avrebbero incrociato le sue forze, o se intendessero dirigersi ad ovest e continuare l'incursione.
 
 
Il distaccamento raggiunse il passo di notte e, senza essere notato dai pauliciani, si accampò su un rilievo che dominava il loro accampamento. Le fonti narrano l'insorgere di una disputa tra gli uomini dei due reggimenti tematici su chi fosse il più coraggioso. I due strategoi decisero quindi di sfruttare l'alto morale e l'impetuosità delle proprie truppe per attaccare, nonostante gli ordini ricevuti. All'alba 600 uomini per ogni thema furono lanciati all'attacco, mentre i rimanenti fecero più rumore possibile con trombe ed altro per far intendere l'approssimarsi del grosso dell'esercito bizantino. Colti di sorpresa i pauliciani ripiegarono disordinatamente verso Tephrike e la rotta fu completa quando incrociarono le forze di Cristoforo che li incalzarono per 50 km. Chrysocheir, rimasto solo con un piccolo drappello della sua guardia personale, fu catturato e decapitato a Konstantinou Bounos (probabilmente la moderna Yildiz Dagı) e la sua testa inviata a Costantinopoli.

Questa disastrosa sconfitta segnò la fine della potenza militare pauliciana anche se la capitale Tephrike fu conquistata da Cristoforo soltanto nell'878, data che segna la definitiva scomparsa dello stato pauliciano.
Molti pauliciani furono ridotti in schiavitù e deportati nei territori dell'impero, mentre una parte fu arruolata nell'esercito bizantino e inviata in Italia meridionale al seguito di Niceforo Foca il vecchio. Molti sopravvissero in Anatolia in comunità isolate e non organizzate.
Nel 970 la maggior parte di questi ultimi (forse circa 200.000) furono deportati a Filippopoli (l'odierna Plovdiv in Bulgaria) e in altre zone della Tracia dall’imperatore Giovanni Zimisce, il quale in cambio della libertà religiosa chiese loro di difendere i confini settentrionali dell’Impero. Da questo trasferimento in massa avrebbe avuto origine la setta dei Bogomili, che fiorì in Bulgaria nei secoli seguenti e dalle cui idee dualistiche e gnostiche sarebbe a sua volta germogliata la dottrina dei Càtari diffusasi dal XII secolo in diversi luoghi dell’Europa occidentale.
 
Nelle fonti non compaiono opere edilizie di particolare interesse realizzate dai pauliciani eccezion fatta per le mura di Tephrike che però furono rase al suolo da Cristoforo e di cui non rimane alcuna evidenza archeologica. Le rovine delle fortificazioni che si osservano oggi sulla collina che sovrasta l'attuale abitato di Divrigi sul sito dove sorgeva la capitale pauliciana, risalgono infatti al XII-XIII secolo e sono opera dei turchi mengugekidi.
 
Note:
 
 
(1) L'usanza di adottare il nome di uno dei discepoli dell'apostolo sarà seguita da tutti i capi religiosi pauliciani (didaskaloi).
 
 
(2) L'autentica origine della denominazione di "Pauliciani" è incerta, oltre a quella avanzata nel testo esistono altre ipotesi come quella di Paolo di Tarso suffragata dall'usanza dei maestri pauliciani di prendere il nome di uno dei discepoli dell'apostolo. Un'altra ipotesi fa riferimento a due leggendari missionari, Paolo e Giovanni, che avrebbero importato le dottrine pauliciane in Armenia: da essi sarebbe derivato il termine “Pauloioannoi”, trasformatosi poi in Paulicianoi.

(3) Secondo alcuni storici, il primo nucleo di uno stato pauliciano autonomo si formò in seguito a questi omicidi. Per sfuggire alla rappresaglia imperiale, Sergio-Tychikos e molti suoi seguaci avrebbero varcato il confine per porsi sotto la protezione dell'emiro di Melitene che avrebbe concesso loro d'insediarsi nella città di Argoun. Sergio-Tychikos guidò ad ogni modo la setta dall'801 all'834-835 quando cadde assassinato per mano bizantina mentre si era recato a far legna nelle alture vicine ad Argoun.

(4) L'esatta ubicazione del fiume Lalakon e del sito della battaglia non sono stati identificati, ma la maggior parte degli studiosi concorda che si trovassero nei pressi del fiume Halys, a circa 130 km a sudest di Amisos.

(5) Basilio I non aveva sorelle, l'ipotesi più probabile – avanzata da Tougher - è quindi che Cristoforo fosse cognato dell'imperatore avendo sposato una sorella della sua seconda moglie Eudocia Ingerina.



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