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mercoledì 23 marzo 2016

L'icona della Vergine Hodighitria in Santa Maria Nova a Roma

L'icona della Vergine Hodighitria in Santa Maria Nova a Roma

L'icona bizantina

Nell'850, tre anni dopo il seppellimento della chiesa di Santa Maria Antiqua sotto le macerie del palazzo di Domiziano crollato a seguito di un terremoto, papa Leone IV fece costruire per rimpiazzarla, tra le rovine del tempio di Venere e nel punto dove secondo la leggenda Simon Mago avrebbe sfidato San Pietro, la chiesa detta di Santa Maria Nova (oggi dedicata a Santa Francesca Romana) e vi fece traslare l'icona della Theotokos che precedentemente era custodita nella chiesa sepolta dalle macerie.
Alta 132 cm. e larga 97, l’icona è realizzata con due brani di pittura a encausto su tela incollata su tavola. Sulla superficie del supporto ligneo convivono infatti l’uno accanto all’altro brani pittorici diversi. Il busto della Vergine e il corpo del Bambino sono dipinti a tempera e la loro esecuzione è moderna, probabilmente degli inizi del Cinquecento. Diversamente il volto e il collo della Theotokos, come pure quel che resta del volto del Bambino, sono brani assai più antichi e sono dipinti a encausto (1). I busti cinquecenteschi furono dipinti per altri visi di epoca medioevale, sovrapposti a quelli visibili oggi. Nel 1950 Pico Cellini si accorse che sotto la prima si trovava un'immagine più antica e procedette al distacco delle due tele. I brani così recuperati risultano essere ritagliati da un’opera perduta e incollati al supporto attuale. Presentano, specie nel volto del Bambino, segni evidenti di bruciature, da addebitare forse agli effetti di un incendio. Definiscono il tipo della Theotokos Hodighitria (Maria tiene il Bambino con il braccio destro e lo indica con la sinistra) e si ritiene probabile che risalgano alla seconda metà del VI secolo, quando l'icona fu dipinta in concomitanza con la trasformazione in chiesa (S.Maria Antiqua) dell’edificio che ospitava il corpo di guardia ai piedi del Palazzo di Domiziano, avvenuta sotto Giustino II (565-578) - l'ellenismo della sua fattura, nonchè la monumentalità, fanno propendere in ogni caso per una datazione alta - si tratterebbe quindi della più antica immagine su tavola della Vergine rinvenuta a Roma.
Una volta disgiunte, le due opere hanno preso strade diverse. L’icona bizantina venne sistemata nella sagrestia della basilica, quella medievale fu ricollocata sull’altare.

L'icona medievale fino al 1950 sovrapposta a quella bizantina

In occasione della riapertura al pubblico della chiesa di Santa Maria Antiqua (marzo 2016), l'icona bizantina è stata riportata in processione solenne alla sua antica collocazione.

Note:

(1) La stessa tecnica impiegata nella maggior parte dei cosiddetti Ritratti di Fayyum, un corpo di circa 600 ritratti funebri realizzati nell'Egitto romanizzato tra il I sec. aC ed il III secolo. Nella pittura a encausto i pigmenti vengono mescolati a cera punica (che ha funzione di legante), mantenuti liquidi dentro un braciere e stesi sul supporto con un pennello o una spatola e poi fissati a caldo. In questo modo si rendono i colori molto più vividi, creando un forte effetto impressionistico.


domenica 20 marzo 2016

L'oratorio dei Quaranta martiri al Foro, Roma

L'oratorio dei Quaranta martiri al Foro, Roma


L'aula rappresentava l'ingresso dal Foro al palazzo imperiale fatto edificare da Domiziano (81-96) sul Palatino. Comunicava con la rampa coperta che conduceva al palazzo per mezzo di due varchi oggi murati. La copertura è stata recentemente ricostruita in base agli indizi forniti dalle murature superstiti ed allo studio della geometria dell'edificio che ha fornito anche le indicazioni per la ricostruzione del portale d'ingresso.
 
 
Nell'ambito del processo di cristianizzazione degli edifici del Foro avviato nel VI secolo dalla riconquista bizantina, l'edificio venne trasformato in ortorio e dedicato ai Quaranta Martiri di Sebaste (vedi scheda), aprendo l'abside nella parete orientale.


La decorazione parietale è riferibile all'VIII secolo.
Il grande affresco dell' abside rappresenta i quaranta martiri immersi nello stagno gelato: a destra si vede l' apostata Melezio nel tepidario, accanto, il guardiano armato.

Affresco absidale

Sulla parete sinistra e sulla parte attigua della parete di fondo erano rappresentatit i quaranta martiri nella gloria.
Parete nord

Queste figure sono assai danneggiate; ben conservata è invece la parte inferiore della parete contigua all' abside: vi sono due grandi croci latine con medaglioni nel centro (testa di Cristo e della Vergine), e con corone ed altri ornamenti pendenti dai bracci. Croci simili di metallo ornate di oro e di gioielli erano sospese in molte basiliche antiche sopra i sepolcri dei martiri, e spesso servivano da lampadari. Sotto le croci stanno due agnelli ed un pavone, composizione simile alle pitture che si vedono nelle catacombe.

 
Gli affreschi della parete destra (forse rappresentanti la storia di S. Antonio Eremita) sono quasi svaniti. Il pavimento dell' oratorio è composto in maniera molto rozza con frammenti di marmi bianchi e colorati, di porfido e di serpentino.




venerdì 18 marzo 2016

Morte nel quartiere veneziano di Alan Gordon

Alan Gordon, Morte nel quartiere veneziano, Hobby & Work, 2003.
Il giullare detective Theophilos indaga su una morte sospetta nel quartiere veneziano negli ultimi giorni del regno di Alessio III Angelo.

 
Personaggi storici che compaiono nel romanzo:

Alessio III Angelo: l'8 aprile 1195, mentre il fratello minore, l'imperatore Isacco II Angelo era impegnato in una battuta di caccia lontano dalla capitale, Alessio Angelo si fece proclamare imperatore dalle truppe con il nome di Alessio III, contando sul sostegno della propria moglie, Eufrosine Doukaina Kamatera e della sua rete di relazioni. Alessio catturò Isacco a Stagira, in Macedonia, e lo fece accecare e imprigionare a Costantinopoli.

Euphrosyne Doukaina Kamatera: figlia di Andronico Doukas Kamateros, un alto ufficiale che durante il regno di Manuele I Comneno (1143-1180) ricoprì le cariche di eparca di Costantinopoli e mega drongario e fu insignito del titolo di pansebastos, sposò nel 1169 il futuro imperatore Alessio III Angelo da cui ebbe tre figlie: Irene, Anna ed Eudocia. (cfr. anche scheda)

Michele Stryphnos: comandante in capo della marina imperiale (megadux) è il marito della sorella di Eufrosine, Teodora (quindi cognato di Alessio).

Teodoro Lascaris: generale dell'esercito nonchè futuro imperatore niceno (1208-1222), è il secondo marito di Anna Angelina (quindi genero di Alessio) che sposò agli inizi del 1199 (1).
 
Teodoro I Lascaris
miniatura tratta dal Codice gr.122
Biblioteca Estense di Modena (2)
 
Alessio Paleologo: generale dell'esercito, sposò in seconde nozze Irene Angelina (1199) – rimasta vedova del mega drongario Andronico Contostefano - e ricevette il titolo di despota. Morì di morte naturale poco prima della presa della città.

Eudocia Angelina: sposò in prime nozze, durante il regno dello zio Isacco II, Stefano di Serbia, il futuro primo re di Serbia (1217-1228), per sugellare la pace serbo-bizantina (1191). Accusata di adulterio fu ripudiata nel 1201-1202 e fece ritorno a Costantinopoli dove il 1 aprile del 1204 sposò in seconde nozze Alessio V Ducas Murzuflo (8 febbraio-12 aprile 1204). Alla morte di questi, sposò in terze nozze Leone Sgouros, arconte di Nauplia.

Costantino Philoxenites: l'eunuco che era a capo del Tesoro imperiale.

Costantino Tornikes, eparca di Costantinopoli quando, nel tardo 1198 o agli inizi del 1199 scoppiò la rivolta popolare contro il comandante delle carceri cittadine - Giovanni Lagos - che fu repressa nel sangue. Alla morte del padre Demetrio (1202) gli subentrò nella carica di logothetes tou dromou (ministro degli Esteri) per essere poi sostituito dopo un paio d'anni da Niceta Coniate. Rimasto in città dopo la conquista crociata, ricoprì incarichi ufficiali anche sotto l'amministrazione latina, catturato dai bulgari durante la battaglia di Adrianopoli (1205), fu da questi messo a morte poco dopo.

Giorgio Oinaiotes, il gran ciambellano, capo dei funzionari eunuchi.

Giovanni Ionopolites, l'eunuco che ricopriva la carica di parakoimomenos (responsabile della sacra camera da letto dell'imperatore) e che ebbe anche incarichi militari.

Nicolò Rosso, lombardo, è indicato nel romanzo a capo della delegazione bizantina inviata da Alessio III a Scutari, dov'era acquartierato l'esercito crociato, per negoziare la pace (cfr. Paolo Rannusio, Della guerra di Costantinopoli per la restitutione de gl'imperatori Comneni fatta da' sig. venetiani, et francesi l'anno 1204, 1604, che è una traduzione piuttosto libera della Histoire de la conquête de Constantinople di Goffredo di Villehardouin commissionatagli da Francesco Contarini).

Rambaldo di Vaqueiras, poeta e soldato provenzale giunse alla corte di Bonifacio di Monferrato nel 1192 e ne divenne il più rinomato trovatore nonché amico personale del marchese che seguì nelle sue avventure militari. Fu con lui anche nella Quarta Crociata e nel Regno latino di Tessalonica (1205) assegnato a Bonifacio dove ricevette - come lui stesso scrive nella sua Lettera epica - un'importante terra ed una buona rendita. Morì molto probabilmente nel 1207 insieme a Bonifacio in un'imboscata tesagli dai predoni bulgari al ritorno da una spedizione contro le loro basi sui monti Rodopi.

Conone di Bethune, anch'egli poeta e cavaliere partecipò alla Crociata al seguito di Baldovino di Fiandre come oratore ufficiale. Dopo la conquista ricoprì vari incarichi di prestigio durante il regno di Baldovino (1204-1205) e quello del fratello Enrico (1205-1216). Alla morte dell'imperatrice reggente Jolanda di Fiandre (1219) fu scelto a sua volta dai baroni come reggente ma morì poco dopo.


Note:

(1) Anna Angelina aveva sposato in prime nozze (<1190) il sebastokrator Isacco Comneno, un pronipote di Manuele I (1143-1180). Nel 1196, inviato dal suocero a combattere contro i Bulgari, alla frontiera settentrionale dell'impero, Isacco era stato sconfitto e catturato in uno scontro nei pressi di Serre, morendo poco tempo dopo nella prigione di Tarnovo e lasciandola vedova. Da questa unione era nata una figlia, Teodora Angelina Comnena.

(2) Il Codice gr.122 conservato nella Biblioteca Estense di Modena è una copia manoscritta realizzata nel XV sec. della Epitome delle storie di Giovanni Zonara che abbraccia un periodo compreso tra la creazione del mondo e la morte di Alessio I Comneno (1118). In questa redazione del XV secolo è stata aggiunta una lista, accompagnata a margine dai relativi ritratti, degli imperatori e delle loro consorti saliti sul trono dopo Alessio I fino alla caduta dell'Impero.


giovedì 10 marzo 2016

Forte Giuliano e teatro romano, Pola

Forte Giuliano e teatro romano, Pola

Forte Giuliano

 
1. Ingresso principale al forte veneziano
2. Torre d'avvistamento
3. Cisterna
4. Teatro romano
 

Fu eretto dai veneziani sulle rovine del castello urbano medievale – sulla sommità di una collinetta all'interno della cinta muraria - tra il 1630 ed il 1633 su progetto dell'ingegnere militare francese Antoine De Ville che ne diresse anche i lavori di costruzione, nel cui ambito fece ampio uso di blocchi lapidei provenienti dal vicino teatro romano.
 
Disegno progettuale di A. De Ville
 
Il forte presenta una pianta quadrangolare rafforzata ai vertici da quattro bastioni di forma pentagonale che potevano ospitare complessivamente 24 cannoni. A ridosso delle cortine che racchiudono l'ampia corte centrale si dispongono gli alloggi per la guarnigione, l'armeria, il pozzo e gli appartamenti del provveditore. La fortezza era dotata di un fossato di protezione e di mezzelune sulla controscarpa.

Planimetria attuale
 
 
Durante il periodo asburgico (all'ingresso attuale si legge la data 1840) furono effettuati alcuni lavori di ammodernamento (tra l'altro furono incorporate due cisterne sotterranee) mentre la torre d'avvistamento dodecagonale e a tre piani risale al periodo italiano (1918-1943).

Porta d'accesso principale al forte veneziano (1)
 
Ingresso attuale, in secondo piano la torre d'avvistamento edificata negli anni Trenta (2)
 
Cisterna (3)
 
Stemma del Regno d'Italia
 
Piccolo teatro romano

In epoca romana la città di Pola aveva, oltre al celebre anfiteatro, ben due teatri. Il teatro grande era ubicato all' esterno delle mura cittadine sulle pendici del Monte Zaro. Purtroppo, non ne rimane quasi più nulla.
 
 
Il cosiddetto teatro piccolo era invece situato entro le mura cittadine sul declivio che conduce al castello e viene datato al primo secolo dopo Cristo. Era adagiato sulla pendice della collina, alla cui sommità si trova il forte, come i teatri greci. Del teatro minore restano conservate le fondamenta della scena e della cavea, sebbene in età romana occupasse un' area più grande rispetto a quanto risulta visibile oggi poiché gli scavi archeologici non sono stati ultimati. Si suppone che potesse accogliere tra i 4 e 5 mila spettatori vale a dire quasi tutta la popolazione di Pola dell'epoca. Attualmente, come in epoca romana, vi si accede attraverso una doppia entrata. Dinanzi al teatro si trova l' edificio del Museo archeologico dell' Istria nel quale una volta aveva sede il liceo tedesco.








domenica 21 febbraio 2016

Il sarcofago di Stilicone

Il sarcofago di Stilicone


Il cosiddetto Sarcofago di Stilicone si trova nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano ed oggi è inglobato in un ambone costruito in epoca medievale. Fu scolpito molto probabilmente nella seconda metà del IV secolo.
 
Il sarcofago originale nella sua collocazione attuale all'interno dell'ambone (*)
 
Appare come una cassa di pietra massiccia, sufficientemente larga per contenere i resti di diverse persone, e sembra risultare dall'assemblaggio di due pezzi eterogenei, il coperchio ed il cassone. Il motivo è che la volta di Sant' Ambrogio cadde nel 1196 e l’opera che possiamo vedere oggi è stata composta cinque anni dopo utilizzando i migliori frammenti recuperabili.
E' generalmente attribuito a due diversi intagliatori di area milanese, al primo dei quali viene attribuito il coperchio, mentre al secondo i rilievi sui fianchi del sarcofago.
Stilicone può essere o non essere mai stato sepolto qui (il sarcofago cominciò ad essergli attribuito solo nel XVIII secolo, secondo altri conteneva invece i resti dell'imperatore Graziano), ma questo ingarbugliato palinsesto di scultura, metà pagano e metà cristiano, di incerta provenienza, difficile da decifrare, di caratteristiche nobili e in definitiva con qualcosa di strano all' apparenza, ne rappresenta abbastanza bene la figura storica.

Il suo orientamento, identico a quello dei resti tardoantichi del presbiterio, indica che si trova nella posizione attuale fin dal IV secolo, mentre l'ambone, costruito sopra successivamente, segue l'orientamento dell'edificio medioevale.
E' un sarcofago “a porte di città” con scena di Traditio Legis sul lato anteriore e con la raffigurazione del collegio apostolico sul lato posteriore. Si tratta di due temi allegorici, nati nella seconda metà del quarto secolo, che hanno spesso come sfondo mura e porte di città che, nella fattispecie, corrono lungo tutti e quattro i lati del cassone.

Lato A
 
La fronte (lato A) del sarcofago è divisa in due parti orizzontali. Al centro della parte superiore è Cristo, stante, con i cappelli lunghi e la barba; indossa tunica e pallio, ha la mano destra sollevata e stringe un rotolo con la mano sinistra. Alla sua sinistra si trova Pietro, che tiene una croce sulla spalla sinistra e riceve il rotolo con la destra; alla destra di Cristo sta invece Paolo, che compie il gesto dell’acclamatio. Queste tre persone formano la scena della Traditio Legis ai cui lati si dispongono gli altri apostoli. Inginocchiati ai piedi del Cristo, quelli che sono stati ritenuti Stilicone e Serena, soprattutto in virtù degli abiti di foggia militare indossati dall'uomo.
L’origine della scena si trova nell’arte imperiale; quando l’imperatore manda un suo funzionario in una provincia, gli consegna il rotolo chiuso, che il funzionario riceve con le mani coperte da un velo (cfr. il Missorio di Teodosio, 388-393); tale atto sancisce il passaggio del diritto dall’imperatore al funzionario. La sua diffusione a partire dalla seconda metà del IV secolo ed in particolare a Roma (cfr. scheda Il complesso di S.Costanza a Roma), sembra porla in relazione con la volontà di sottolineare il primato di Pietro – e quindi del Papa suo successore - all’interno della Chiesa.

Lato B, coperchio

Sul lato verso l'altare (lato B) del coperchio si trova una delle prime Natività conosciute, Gesù è raffigurato in fasce con il volto da adulto adagiato in un sarcofago che fa da culla, immagine che richiama il tema della vita e della morte ricorrente nell'iconografia cristiana, soprattutto nell'ambito battesimale; ai lati del Bambino vi sono un bue ed un asino che, secondo alcuni, sono immagine dei profeti Isaia e Osea, altri interpretano l'asino come simbolo di Israele e il bue dei Gentili; a fianco dei due animali sono poi rappresentati due uccelli che mangiano un grappolo d'uva, uno si nutre con convinzione, l'altro appare più dubbioso, anche in questo caso sembra che il primo sia immagine del popolo d'Israele, più pronto a credere e a "nutrirsi" della fede, mentre l'altro starebbe ad indicare le maggiori difficoltà dei Gentili nell'accogliere il nascente messaggio cristiano.


Lato B, cassone

Nella faccia del cassone sottostante alla Natività, Elia rapito dal carro di fuoco lascia il mantello ad Eliseo (2 Re, II, 1-12) ; alla sua destra, Mosè e Noè; in basso e più piccoli, Adamo ed Eva.

Lato C
 
Sul lato lungo rivolto verso i fedeli (lato C) vediamo Gesù raffigurato come un giovane imberbe che manda i discepoli a proclamare il Vangelo (Missio apostolorum).
L’immagine principale è costituita, anche nel lato posteriore, dalla raffigurazione del collegio apostolico; al centro sta Cristo, senza barba e con capelli lunghi, seduto in trono; tiene un libro nella mano sinistra e con la mano destra fa il gesto della parola.
I discepoli hanno i piedi sovrapposti l'uno con l'altro come a formare una catena che indica simbolicamente la continuità del messaggio della Chiesa con il Cristo. Ai piedi del Cristo sarebbero inginocchiati Stilicone e la moglie Serena. Sopra, sul coperchio, in un clipeo sono scolpiti i volti dei due committenti e, di lato, a destra una Natività classica composta da Giuseppe e Maria ai lati del Bambino e i Re Magi a porgere omaggio, a sinistra del clipeo è raffigurata una scena che ha quale elemento principale l’immagine di una statua a mezzo busto poggiata sopra una colonna, a destra della quale stanno tre uomini con il berretto frigio e a sinistra altri due uomini; si tratta dell’episodio nel quale i tre giovani ebrei rifiutano di adorare la statua del re babilonese Nabucodonosor e vengono gettati nella fornace (Daniele, III, 1-56)
Lato D
 
L’estremità sinistra del lato destro del cassone (lato D) è definita da un pilastrino ornato di girali vegetali. Presso il pilastro è raffigurata la scena del sacrificio di Isacco; a destra di questa stanno quattro uomini stanti, uno dei quali tiene un rotolo chiuso e un altro un libro aperto. Non è chiaro chi siano questi personaggi, che sembrano procedere verso il collegio apostolico raffigurato sulla fronte del sarcofago.
 
(*) A causa della difficoltà di fotografare il sarcofago nella sua collocazione attuale, le immagini utilizzate nella scheda sono tratte dal suo calco in gesso attualmente conservato presso il Museo della civiltà romana a Roma.






sabato 16 gennaio 2016

Il teatro romano di Lecce

Il teatro romano di Lecce


Seguendo la strada - via dell'Arte della cartapesta - che fiancheggia il lato sinistro della chiesa di Santa Chiara si giunge al teatro romano di età augustea riscoperto casualmente nel 1929 durante la risistemazione dei giardini dei palazzi Romano e d'Arpe.
La cavea, con un diametro interno di 19 metri ed uno esterno probabilmente di oltre 75 (la parte superstite corrisponderebbe infatti soltanto all'ima cavea), è ripartita in sei cunei da cinque scalette a raggiera, divisi in dodici gradoni che potevano contenere fino a cinquemila spettatori. Alla base della cavea – ricavata in un banco di roccia interamente rivestito in opus quadratum - si notano tre grandi gradoni in pietra su cui venivano collocati i seggi mobili riservati alle autorità cittadine.
All'orchestra, interamente pavimentata in pietra, si accedeva attraverso una stretta galleria coperta. Sul pavimento si notano inoltre numerosi fori su cui probabilmente sorgevano are in onore di Dioniso.
La scena è lunga 30 m. e larga 7,70 e sul suo pavimento spiccano i lunghi incassi trasversali che un tempo alloggiavano i sostegni della pedana lignea, mentre davanti al logeion (palcoscenico) si nota un canale destinato ad accogliere il sipario.

 
La parete di fondo della scena era riccamente decorata con colonnati e nicchie che ospitavano statue a tutto tondo, alcune delle quali sono giunte fino a noi e si possono attualmente ammirare nel Museo Sigismondo Castromediano.

Amazzone
Museo Castromediano, Lecce





sabato 9 gennaio 2016

Abbazia di Santa Maria di Cerrate

Abbazia di Santa Maria di Cerrate
Lungo la strada provinciale Casalabate- Squinzano (SP 100)


Secondo la leggenda l’Abbazia venne fondata in seguito a una visione da parte di Tancredi d’Altavilla – conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e ultimo re normanno di Sicilia (1189-1194) - a cui apparve l’immagine della Madonna, dopo aver inseguito una cerbiatta (cervata) in una grotta.

Molto più probabilmente, la fondazione del complesso, che sorge in prossimità del tracciato dell'antica via Traiana calabra, risale invece alla fine dell’XI secolo o agli inizi del XII secolo, quando Boemondo d’Altavilla (1058-1111), prozio di Tancredi, vi insediò un cenobio di monaci basiliani con uno scriptorium ed una biblioteca, la cui presenza è attestata fino alla metà del XII secolo.
Nel 1531 il complesso abbaziale – in cui oltre alla chiesa, si annoveravano stalle, alloggi per i contadini, un pozzo, un mulino e due frantoi sotterranei a testimonianza di una progressiva trasformazione in masseria – passa sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli che la terrà fino al 1877.

1. Chiesa
2. Portico
3. Casa monastica
4. Museo e Foresteria (al primo piano sono collocati gli affreschi staccati dalla chiesa)
5. Ex-stalle
6. Frantoi ipogei
7. Aia
8. Agrumeto
9. Pozzo
 
Nel 1711 l'abbazia viene però saccheggiata e gravemente danneggiata da un'incursione di pirati turchi e successivamente abbandonata al degrado fino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando cominciano i primi restauri.
La facciata, a doppio saliente e con rosone centrale, presenta una chiara impronta romanica ed è decorata da una serie di arcatelle cieche che proseguono anche lungo i fianchi.
Il portale, racchiuso in un protiro e riferibile a fine XII - inizi XII secolo, è sormontato da un’arcata con altorilievi di eccezionale qualità che raccontano il ciclo della nascita del Cristo.


A sinistra la Vergine annunciata, segue la scena della Visitazione, e quindi la processione dei Magi unita alla Natività nell’unica scena dell’Adorazione (sottolineata dalla presenza della stella in chiave all’arco), il bagno del Bambino a cui in basso assiste San Giuseppe e l’Arcangelo Gabriele annunciante (oggi privo di testa).
La porta d’ingresso vera e propria, al contrario, è semplicemente incorniciata da una decorazione minuta ed elegante mutuata dal repertorio vegetale.


Sul fianco sinistro della chiesa è addossato un porticato, edificato nel XIII secolo, sostenuto da ventiquattro colonne con capitelli raffiguranti elementi zoomorfi e figure mitologiche. In prossimità del portico un pozzo con vera rettangolare datato al 1585.

Capitello del Portico

All'interno la chiesa presenta una pianta basilicale a tre navate scandite da due file di colonne che sostengono archi a sesto acuto.
Sull'altare maggiore si alza un baldacchino che risale al 1269.


La decorazione pittorica, invece, si trova parte in situ e parte esposta – dal 1975, dopo essere stata staccata – nell'attiguo Museo recentemente costituito. Gli affreschi più antichi, di gusto bizantino, risalgono alla fine del XII secolo e si trovano nelle absidi e nei sottoarchi.
All’interno della chiesa sopravvivono cinque santi vescovi con in mano il vangelo che occupano la parte bassa dell’abside centrale mentre nel catino campeggia l’Ascensione. Nei sottoarchi sono invece dipinte sagome a figura intera di santi monaci. Lungo l'arco absidale e gli archi delle navate (come anche nella chiesa idruntina di San Pietro) si notano lettere bianche in caratteri pseudocufici intrecciate a tralci di vite dipinti in rosso.
Nel XV secolo si sovrappone a questa decorazione un secondo strato con Madonne e santi cavalieri di gusto cortese, come è possibile ammirare sulla parete della navata sinistra e in altri affreschi staccati e conservati all’interno dell’adiacente Museo.
Il lato sinistro era decorato da una raffigurazione di stile bizantino della Dormizione della Vergine deposta sul letto di morte e sovrastata dagli angeli (ora rimosso ed esposto nel succitato Museo).

L'affresco della Dormizione oggi nel Museo

Sotto di esso, gli affreschi antecedenti raffiguravano Santa Anna che tiene in braccio la Vergine e San Gioacchino, San Giorgio a cavallo affiancato (forse) da San Demetrio e da altre figure non ancora identificate.

L'affresco di Sant'Anna e San Gioacchino a destra

Alcune volte, come nel caso dell’altare barocco dedicato a Sant’Oronzo (1661), sulla parete destra, gli arredi aggiunti in epoca successiva hanno distrutto ciò che c’era sovrapponendosi agli affreschi. Altre volte, sempre sulla parete destra, vicende non del tutto chiare hanno portato ad una fantasiosa e caotica ricomposizione delle scene dipinte. Probabilmente i blocchi di pietra su cui era l’affresco vennero smontati e riutilizzati, per poi passarvi sopra un secondo strato di intonaco che faceva da base ad un nuovo affresco. Quello che oggi vediamo è un vero e proprio puzzle, da ricostruire con l’immaginazione perché ricompaia il santo cavaliere che sconfigge il drago per salvare la principessa.


Nel Museo è stato trasferito anche un grande pannello dove sono riportati gli affreschi di gusto cortese provenienti dalla navata destra e che raffigurano in sequenza una bella Annunciazione, una scena con San Giorgio che trafigge il drago, Sant’Eustachio e il Miracolo della cerva. Quest’ultima rappresentazione si collega alla leggenda della fondazione dell'abbazia, essendo il Santo un generale romano, convertitosi al cristianesimo per aver incontrato una cerva con una croce tra le corna, personificazione di Gesù. Qui, tra le corna della cerva, appare direttamente il volto del Cristo (anche se precedentemente vi era stato dipinto quello della Vergine).