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venerdì 25 luglio 2014

Lettera di Matteo da Capua al bailo Marcantonio Barbaro

Lettera del capitano Matteo da Capua a Marcantonio Barbaro, bailo di Venezia a Costantinopoli.
Inviata dalla prigione di Costantinopoli in data 28 ottobre 1571.
(Biblioteca Marciana, Mss. italiani, Cl.7, n.391).

Dio sa con quanto nostro dolore et passione di core si siam posti a scriver questa per andar rinnovando tanti travagli, fatiche et vigilie, et poi remunerati d'ingiurie et villanie usatene da inimici, pure sforzatone al più che habbiam possuto, si è rissolto a scriverli, prima per far riverenza a V. S. come nostro patrone et protettore, apresso poi per darle raguaglio al meglio che habbiam possuto della sventurata resa di Famagosta, a tal che sapendo lei noi esser stati i primi gionti in questo loco, ne incolpasse di negligenti et poco amorevoli al nostro Ser Principe et Signoria. Et prima l'ha da sapere che prima che ne cominciassero a battere la città, l' essercito turchesco n' intorniò con 9 bastioni dalla parte di Limissò fino al scoglio; nelli quali vi erano fra tutti 74 pezzi, cioè basilischi, canoni et colubrine. Et il batter loro è stato con tanta vehementia et furore, che non è stato nissun di che fra notte et giorno non habbiano tirrato al continuo 2000 tirri. Alla parte di Limissò era battuto con 52 pezzi da quattro bastioni; la mezzaluna che viene apresso della qual ne havea cura la buona memoria del nostro signore Ettore Baglione (1), era battuta da uno bastione con 8 pezzi. Battevano anco con altri tanti pezzi in un altro bastione la mezzaluna che veniva apresso, che ne havea cura la felice memoria del d. di Famagosta. Battevano anco 1' altra mezzaluna che viene apresso, che ne havea cura il capitano di bona memoria di Baffo (2). Da un altro bastione battevano anco la cortina clie viene apresso alla sopradetta mezzaluna con alcuni pezzi ch'erano posti a piano tra gabbioni. Ne battevano con tanto furore che quasi sino al fondo ne batterno più della metà della cortina, del qual loco ne havea cura il cavalier dalle Aste, il capitano Antonio del revellino, et io Matteo da Capua. Battevano anco la mezzaluna dell' arsenale dal scoglio et da un altro bastione con 12 pezzi, del qual loco havea cura la buona memoria del maestro di campo, che era il capitan David dalla Noce da Crema. Et la batteria incominciò dalli 19 di maggio al fare dell' alba con tanto fracasso, ruina et mortalità di noi altri, che non si ricorda da coloro che son più vecchi di noi, d' haver vista tal cosa in altre città assediate. Con tutto ciò noi cominciannno a farli contrabatteria da tutti i luoghi. Né anco loro potevano apena comparir né bombardero, né altra persona, che subito non fusse tolto di mira da nostri pezzi. Et credo certo che del tirrare pareggiavimo a loro, et quando Dio ne avesse concesso che quel loco fusse stato munitionato di polvere sicome ognun credeva et che anco il loco richiedeva, i nemici haveriano perso di tal modo la scrima che non harian saputo che farsi. Però essendosi noi accorti che havendo tirrati 1500 tirri fra notte et di in 8 giorni havevimo consumati 4000 barilli di polvere, s'incominciò andar un poco più posato, essendosi fatto il calcolo della polvere et quel che poteva bastare. Della qual cosa avistosi i nemici incominciorno avvicinarsi, et con più furor a batterne, che in termine di un mese et dieci giorni spianarono li sopra nominati lochi quanto potevano scoprirne, et la ruina di dette muraglie ad essi haver fatto si facile salita et dar l'assalto, che li carri et per dir meglio li cavalli con le some potevano montar su, ma le nostre retirrate fatte in tutti li sopradetti lochi davano a loro tanto terrore, che mai li bastò l'animo de montarvi; et certo molte volte ne sforzavimo uscire fuori per tuor via la ruina, che ne veniva fatta, ma con nostro grandissimo danno ne bisognava ritirrare per essersi tanto avvicinati alla fossa, che in brevi giorni vennero al muro di detta fossa, et sbusorno in più loco il muro di detta fossa fino al fondo, buttando sempre il terreno che de li cavavano dentro la fossa. Di tal sorte che il ruinazzo della muraglia et il terreno che buttavano, haveano fatto una altura in detta fossa, che non poteva nessuno comparir di dentro, che subito di frezza o d' archibusata non fusse ferito. Niente de meno mai in quatro assalti che in questo termine diedero fu visto virtù d'animo nelli nemici, ma come galline destese in giù venivano quelli loro stendardi, con tutto che da noi fussero chiamati che venissero inanti. Però come si avidero non poterne far altro pervia del batter, si posero a far mine nelli medesimi sopradetti lochi, et la prima la fecero alla mezzaluna dell'arsenale et havendovi dato fuoco, buttorno tutta la torre a terra, né per questo fu visto nissuno accostarsi; la seconda fu quella del capitano generale di Famagosta, la qual per esser contraminata da noi, fé poco effetto. Minorno anco la mezzaluna del capitano di Baffo, che essendo ritrovata da noi, li fu tolta la polvere che haveano posta, et mortovi dieci Turchi; la terza mina che derno fuoco fu quella del revellino, cosa che atterrì molto l'animo de Greci per esser spianato sino al fondo. Pur noi havevimo una mina nel medesimo loco, la qual era in posto per darli fuoco il medesimo giorno quando che la ruina non havesse impedita la scentella per darli fuoco; pur con gran nostra fatica fu trovata, et datovi fuoco fé poco effetto. La causa fu per esservi stata poca polvere. Ma con tutto ciò diede gran terrore alli nemici, dubitando che non fossero delle altre; pur essendo fuggiti di dentro alcuni Greci, li assicurorno che non vi era altro, talché si risolse di provare di poterlo acquistare, et al far della diana ne diedero un assalto generale da tutte le bande, ma più dal revellino, il quale essendovi pochi Italiani per esserne assai morti et pur assai Greci incominciorno a retirrarsi dando animo alli nemici. Né essi havendo perso tempo montorno sopra con loro bandiere, et ributtati i nostri s' impadronirno con gran nostra mortalità. Della qual cosa vistosi il ser Alvise Martinengo che di quel loco havea cargo diede fuoco alla mina che era fra la porta et revellino, non curando ch'erano di nostri da 150 rimasti fuori, i quali restorno tutti parte morti et altri feriti; et dubitando che non intrassero dentro per la porta la fece serrare. De la qual perdita tutti li Greci et anco Italiani si turbarono assai essendosi perso quel loco per poca cura de chi lo governava. Stando noi in questo modo serrati cercavimo defendersi al meglio che si poteva; li nemici accostatisi alla porta ferno tre mine in detta porta, una per fianco et l'altra ad una batteria del cavailiere di detta porta, et lavoravano fortemente. Non contenti di questo, ferno un' altra mina alla medesima mina che haveano fatto all'arsenale, et un' altra alla cortina dell' arsenale dove era la batteria et tutte queste cinque mine noi sapevimo che vi erano; però posero anche dui pezzi sul revellino che havevano guadagnato et tirravano alia nostra porta: la qual noi havevimo murata et piena di terra et gottone; et oltra al terrar de due pezzi posero fuoco con legne et altre misture a detta porta, durando tre giorni di continuo un fuoco tanto grande che abrusciava tutta la fabrica. Per la qual cosa li Greci si lassaro intender in publico et in secretto, et in alcuni ridotti che loro facevano, che era bene arendersi et che loro non volevano veder le loro mogli, figli e fratelli et sorelle in man de Turchi malmenate, ma che se si fussimo arresi se saria stato osservato quanto ne veniva promesso dal Bassa (3). Et se ciò non volevimo fare non erano per combatter più, perchè dicevano che noi havevimo ragione essendo persone che li non havevimo nessuno de nostri, ma la nostra vita sola; la qual cosa diede molto da pensare alli animi nostri et più alli signori che havevano a governare. Et come volse la nostra disgratia in questo mezzo scampò dalla città un soldato fiorentino, il qual diede raguaglio minutamente alli inimici della solevatione de Greci et della polvere che ne era mancata, si che cominciorno un' altra volta a dimandar parlamento, essendo che prima da noi non li fu dato orecchio, anzi con 1' artigliarla et archibusate scacciati senza alcun rasonamento. Et così si stete tre giorni, et alli 23 di luglio fu a tutte le cinque mine di sopra dette dato fuoco, et gettata tutta la porta giù con grandissime ruine. Con tutto questo facessimo delle altre reterrate al meglio che potevimo contra il volere delli terrazzani, non già del popolo, ma della nobiltà, la qual gettata ogni vergogna, a viso aperto andorno dal capitano generale e dallo ill.sig. Ettor, et dissero che non erano per più resistere, vedendo che non era più ordine a casi loro, prima per esser tutti i luoghi aperti da batterie, poi per esserne morti tanti Italiani et Greci: l'altro per non vi esser più polvere per difìendersi, et poi quello che più importava, dicevano, che essendo tanto fìdelissimi si vedevano abbandonati dalla Ill.sma Signoria che in tanto tempo non havea [mandato] altro che un poco di soccorso, senza mai avisar cosaniuna ne haver nova alcuna; sì che per le sopradette cose dicevano voler concorrere una medesima fortuna con Rodiotti, et che pensassero bene sopra tal cosa. Per le qual parole fra il capitano di Famagosta [Marcantonio Bragadin], il capitano di Baffo et lo ill.mo sig. Ettor fu concluso che se non si fussimo arresi haveriano havuti dui nemici, 1' uno alle spalle et l'altro dinanzi, contro la volontà certo di tutti gli Italiani che se ben non vi era altro che sei barilli di polvere et a terra ogni cosa, si era atti con le armi da fuoco, et sassi che terravano le donne, deffendendosi sino a settembre, che de li poi Dio haveria provisto; ma l'animo de terrazzani buttò a terra ogni disegno, sicché fu concluso fra essi signori che se fussero venuti per far più parlamento, che si fusse cercato attaccarsi a qualche partito honorato, et che de dui mali si fusse eletto il minore. Tal che non passorno dui giorni che venne un cameriero d'un Bassa di Nicosia per parlamento et pian piano si accostò, dubitando che non si fusse fatto come per il passato. Fu alzata la bandiera da noi et interrogato che domandava, disse che noi già vedevimo apertamente in che modo se ritrovava la città, però die pensassimo bene a casi nostri, perchè se si fusse entrato per forza non si haveria havuto rispetto a niuna sorta di persona; et che se noi si havessimo voluto arrender al Gran Signore ne li averia concesso tutto quello che havessimo saputo addimandare. Nè li avessimo havuto risguardo che noi eranio de diversa fede perchè era chiaro per tutto el mondo che di quanto è stato promesso dalli Gran Signori è stato osservato con inviolabil fede, tanto più che loro si offerivano che si fussero dati ostaggi da una parte et dall'altra; et che quando noi altramente havessimo fatto, li haveria dispiaciuto come cristiano che è, benché per forza si sia fatto turco. Così li fu risposto che quando si fusse stati certi che la fede fusse per mantenersi, che si sariamo arresi al Gran Signore sopra la parola del quale si sono arrese tante città et regni, ma sopratutto volevimo ostaggi. La qual cosa subito referita a Mustaffa Bassa dal sopradetto, subito ne mandò un foglio di carta bianca, attaccatovi sotto il bollo del Gran Signore dove vi era scolpita la sua testa d' oro fino, et che noi havessimo scritto su quello tutto il nostro volere, et che a con firmatione de capitoli lui haveria mandati dentro per ostaggi l'aga de giannizzeri et il suo chiecagià (4), et che noi havessimo mandato dui di nostri. Et cosi la mattina mandamo fuori il conte Hercole Martinengo et un altro cittadino famagostano Mattio di Colti (5), et di loro vennero dentro li sopradetti aga et chiecagià accompagnati da una bellissima cavalleria et molti pedoni, pur andorno a dismontar in casa dell' ill.ssimo sig. Ettor Baglione, dove continuamente fattali bonissima cena et donatoli di molti doni, incominciorno de passar li capitoli: Che essi ne davano il passaggio salvo et sicuro sino a Settia con caramussali a bastanza, salve le nostre arme, tamburi, insegne et cinque pezzi d'artigliarla; salve tutte le famiglie et le nostre facultà. Et di più havendo concesso al capitano di Baffo i sachi di gottone che erano suoi che li potesse levar via. Tra questo s'incominciò ad imbarcar la detta artigliaria con il gottone, stando però le banderuole di tregua intorno la muraglia.

Noi tutti Italiani e Albanesi, et alcuni pochi Greci s' imbarcammo nelli caramussali che ne haveano mandato dentro il porto. Vi erano venute ancorade 7 galee non dismontando però ninno di loro; il capitano di Famagosta et quello di Baffo con lo ill.mo signor Ettor et lo ill.mo sig. conte Alvise Martinengo con 200 archibusieri restarono dentro per consignar le chiave della fortezza et munitione al Bassa et farli riverentia. Et così la sera alle 21 hora si partirono fuori della città per la porta del Diamante, et andarono al campo; laonde li venne incontro una buona flotta di giannizzeri et spai. Giorni al padiglione del Bassa, dismontarno et intrato dentro prima il Capitano generale fé riverenza al detto Bassa; et ragionando con esso lui non più di dieci parole, senza altro dire alzò la mano, et gli diede un schiaffo: et havendoli fatto dar di mano comandò ad un suo buffone die gli tagliasse tutte due le orecchie; et gridò che fusse tagliata a pezzi tutta la compagnia ch' era venuta con lui, et subito venero correndo verso la città, et quanti Italiani trovavano che per sorte non erano imbarcati, tutti tagliorno a pezzi, et alli Greci diedero un sacco leggiero, usando con loro mogli et loro figliole in loro presentia; et la mattina venero nelli castelli dove noi erimo, et prima ne tolsero le mogli a chi le haveva, figli et fratelli, et li mandarno tutti entro uno serraglio, et poi caporno chi pareva meglio per remo. Et come si hebbero piene tutte le galere, ne mandorno nelle maone et nelle navi, havendone prima spogliati nudi come ne partorì nostre madri. Et stando noi cosi 11 giorni, alli 15 d'agosto un venerdì da mattina a bon hora la galera del capitano di Rodi piena di tutte le nostre insegne alla riserva partì dalli giardini et andò al porto, et fatto legare il Capitano generale sopra una cariega di veludo cremisino, fatto prima cicogno dell'antenna, lo fé tirrar su di là onde lo fé stare più di un hora, poi venuto il Bassa con una barchetta, facendolo calar et fattolo desmontar dal molo lo fece ligar con le mani da dietro, et condotto dentro la città, essendo battuto da diversi Turchi, lo menarono intorno le mura, et per ogni batteria lo fecero portar cinque coffe di terra ; poi lo menorno in piazza et ligatolo alla colonna della berlina, dui incominciorno con dui coltelli a scorticarlo dalla schiena, et stete vivo fino che gionsero al bellicolo, né mai da quel benedetto corpo si fu sentito mai lamentarsi pur una parola, ma come martire di Cristo sopportò il tutto. Questo fu l'infelice successo di noi altri poveri Italiani, li quali (sì come ho detto) essendo noi stati posti in diversi vasselli siamo gionti costì da 400 Italiani : vi sono 6 capitani soli, li quali sono il capitano Lorenzo Fornarino da Bologna, il capitano Angelo da Orbietto, il capitano Gian Battista Squarzone che hebbe la compagnia del capitano Francesco Bogone: vi è il capitano Hercole da Perosa che hebbe la compagnia del capitano David Nose, il capitano Tomaso Flessa, et cinque son io capitano Mattio da Capua ; il resto de capitani et altri soldati erano nelle altre maone et galee, che per un poco di burasca in Rodo si persero di vista da noi. Quello che vogliam ora pregare V. S. Ill.ma si è che ne habbia per raccomandati, né si voglia scordar di noi altri servitori, come nostro patrone che ci è, suplicandola che se possibil fusse far intender al Gran Signore il torto che ne è stato usato, che essendosi noi arresi alla testa del Gran Signore, non già di Mustaffà, che a lui non li hariamo mai creduto, ne dovesse usar tal torto. Et che si doverla reccordar ciò che usò sultan Soliman a Rodi, Strigonia et Napoli di Romania, né voglia per i 500 uomini che fussimo macchiar il nome di un tanto Gran Signore. Quando altramente gli paresse la voglia con suo lettere avisar lo ill.mo Senato che ne vogli haver per raccomandati, et procurar la nostra libertà per via di cambio o di riscatto, sicome è il solito, et come ha fatto quella Ecc.ma Republica, a tal che il mondo possa conoscere che non si scorda de chi la serve. Et perchè V. S. Ill.ma sappia, siamo in mano di Mehemet Bassa cinque capitani con 200 soldati italiani, il resto al bagno del Gran Signore et altri lochi. Et acciò che V. S. Ill.ma sappia la nostra necessità, siamo serrati nel bagno senza praticar con niuno, et con doi pani al giorno, sicome ogni altro povero schiavo. Et non habbiamo dove ricorrere se non a lei, perchè oltra che ogn' uno di noi habbia rimesso nella camera di Famagosta ogni sostantia che si è possuto per la incommoda moneta di rame che in quel regno correva, come appar per parte delle polizze di detta camera, che sono apresso di noi. Et perchè quello con che si potevamo soccorrer siamo stati svaliggiati et spogliati nudi, a tal che non havemo di che potersi riparare, la supplichiamo che ne vogli soccorrer per poter passare la misera vita sino che piacerà a Dio. Et oltra che faremo buono tutto quello che serà servito soccorrerne senza niuno interesse, in perpetuo saremo tenuti pregar el Santissimo Dio per la salute et felice prosperità di V. S. Ill.ma et vittoria di quella benigna Republica. Dal bagno di Mehemet Bassa alli 28 d'ottobre 1571. Di V. S. Ill.ma affettionatissimi servitori, suplicandola fare la risposta. Io capitano Mattio da Capua. Io capitano Camillo Squarzone vesentino. Io capitano Hercole Andriani da Perugia. Io Simon Bagnese da Firenze. Io capitano Tomaso Flessa capitano de Stradiotti.


Note:

(1) Astorre Baglioni, comandante militare della piazzaforte di Famagosta.
(2) Lorenzo Tiepolo, che aveva il grado di capitano di Paphos (Baffo).
(3) Pascià.
(4) L'aga dei giannizzeri ((yeničeri aghasï) è il loro comandante ed il chiecagià (kiāhyā) il suo luogotenente.
(5) Mathias Solphios, capo del Consiglio cittadino di Famagosta.


sabato 12 luglio 2014

La corona di Costantino IX Monomaco


La corona di Costantino IX Monomaco


La cosiddetta corona di Costantino IX Monomaco - attualmente conservata nel Museo Nazionale Ungherese di Budapest - ha sempre suscitato negli studiosi delle forti perplessità fino al punto di farla ritenere un falso realizzato in epoca moderna (cfr. N.Oikonomides, La couronne dite de Constantin Monomaque, Travaux et Mémories 12, 1994).
La corona è costituita da sette placche oblunghe a terminazione semicircolare nella parte superiore, sulle quali è ritratta la triade degli imperatori bizantini - Costantino IX Monomaco (1042-1055), la sua consorte Zoe e la sorella Teodora - con danzatrici e personificazioni di virtù; due apostoli sui medaglioni di smalto e un'incastonatura in vetro che però molto probabilmente non appartengono al manufatto originario. L'imperatore tiene con la destra il labaro imperiale e con la sinistra l'akakia (1).



Le sette placche della corona furono ritrovate nel 1860 da János Huszár, un nobile proprietario terriero di Nyitraivánka (oggi Ivánka pri Nitre, Slovacchia). Gli studiosi non si sono mai soffermati troppo sul luogo del ritrovamento, eppure nella stessa città nel 1914 fu rinvenuta una moneta di Costantino IX Monomaco e, a distanza di venti chilometri, a Tild (oggi Cifare-Telince, Slovacchia) ne furono trovate altre sette.
Sui bordi delle placche sono saldate sottili lamine di metallo che seguono perpendicolarmente l'andamento del contorno delle placche; tali lamine presentano fori posti lungo il sottile margine ripiegato delle placche e pertanto esse non potevano essere inserite in una cornice metallica, bensì dovevano essere cucite su qualche materiale più morbido, per esempio tessile, con alla base una fila di perle.
A giudicare dalle dimensioni, possiamo infine considerare completo il gruppo delle placche di smalto della corona, soltanto ai bordi si può pensare che potesse completarsi con altri pezzi.


Una danzatrice e la personificazione dell'Umiltà

Uno degli argomenti forti della tesi di Oikomenos che considera il manufatto un falso è il fatto che le incisioni sullo smalto delle placche presentano un gran numero di errori, in totale 13. Gli errori si dividono in due tipi: le vocali scritte in maniera errata e gli accenti messi in modo anch'esso non corretto. Per quanto possa apparire singolare che un maestro greco incorra in queste inesattezze, in particolare nei clamorosi errori nei nomi dell'imperatore Costantino e della moglie Zoe, tale fenomeno non è del tutto infrequente nell'età mediobizantina.
Ai lati delle tre placche raffiguranti la triade imperiale si dispongono le figure di due danzatrici e le personificazioni di due virtù l'Umiltà (Η ΤΑΠΙΝΟΣΙΣ) e la Verità (Η ΑΛΙΘΗΑ).

La presenza di figure femminili - tra cui danzatrici - in scene raffiguranti l'imperatore è un motivo trionfale originario dell'antichità. Nel periodo medio bizantino nella rappresentazione imperiale divenne invece centrale la raffigurazione della religiosità dell'imperatore, del suo essere prescelto da Dio. Per questo le figure della corona vengono in prevalenza collegate con la prefigurazione veterotestamentaria del dominio imperiale. Inoltre il ballo della sorella di Mosè, Miriam, e delle sue danzatrici dopo il passaggio del mar Rosso appare connesso alla celebrazione del trionfo come la danza delle virtù, dopo il superamento dell'attrazione per le passioni: Allora Miriam, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze (Esodo, XV, 20-21).
Altri elementi che suscitano perplessità sono la scarsa opulenza del manufatto (non vi sono incastonate gemme o perle) e la sua circonferenza (32 cm.) che appare troppo stretta anche per una testa femminile.
Una possibile spiegazione potrebbe essere che si tratti di una di quelle corone che venivano offerte al condottiero che tornava in città da una campagna vittoriosa al momento in cui veniva celebrato il trionfo. Costantino VII Porfirogenito, nel De cerimoniis, nel descrivere il protocollo dell'ingresso trionfale, dice che questa corona veniva presentata dall'Eparca di Costantinopoli e veniva infilata al braccio del condottiero. Si trattava quindi di una corona che doveva essere utilizzata una sola volta e per breve tempo.
Nell'arco di regno di Costantino IX, la Kiss individua inoltre nel trionfo decretato a Stefano Pergameno per la vittoria sul generale ribelle Giorgio Maniace (1043) il frangente più probabile (2). Pare infatti che l'imperatore decise di tributare il trionfo al condottiero eunuco solo all'ultimo momento, il che spiegherebbe ulteriormente con la fretta di realizzarlo la scarsa qualità del manufatto e le imprecisioni linguistiche presenti nelle didascalie. Nella sua descrizione del corteo trionfale, Michele Psello dice tra l'altro che l'imperatore vi assistette da un palco posto alla porta Chalke del palazzo imperiale, seduto su un trono tra le due imperatrici Zoe e Teodora, esattamente la stessa immagine riproposta nella corona.
In questa chiave, l'inserimento nel programma iconografico della corona della personificazione dell'Umiltà suonerebbe come un monito al condottiero vincitore a non ribellarsi a sua volta (3).


Nell'immagine trionfale di Basilio II, riprodotta sul frontespizio di un salterio databile al 1019 e conservato presso la Biblioteca marciana di Venezia, l'imperatore indossa all'avambraccio due bracciali, indipendenti dall'armatura, che potrebbero essere corone trionfali del tipo ipotizzato per la corona di Costantino IX.

Note:

(1) L'akakia era un sacchetto contenente una manciata di terra. Serviva a ricordare all'imperatore che anche lui era mortale.


(2) Cfr. Catepanato d'Italia, nota 2.

(3) Nonostante l'ipotetico avvertimento, poco dopo il suo trionfo, nel luglio del 1043, Stefano Pergameno fu coinvolto in una congiura per rovesciare l'imperatore. Privato di tutti i suoi beni, fu costretto a prendere l'abito monacale e successivamente accecato.













martedì 8 luglio 2014

Maria Scleraina

Maria Scleraina

Nel 1034 Costantino Monomaco fu esiliato a Lesbo da Michele IV (1034-1041) che lo sospettava d'intrattenere una relazione con l'imperatrice Zoe. Costantino ebbe modo di consolarsi dell’esilio ed anche della recente perdita della seconda moglie – Elena Scleraina - tra le braccia di Maria Scleraina (anche Sclerena o Skleraina), pronipote di Barda Sclero (1) e, pertanto, anche lei in disgrazia presso la corte imperiale, che lo seguì in esilio a Lesbo e lo sostenne finanziariamente. L’ipotesi di contrarre un terzo matrimonio (proibito dalla chiesa) gli sembrò probabilmente impraticabile, tanto più che Maria Scleraina era nipote di colei che l’aveva appena lasciato vedovo, ma tale situazione non fu affatto d'ostacolo ad una relazione amorosa che non s'interruppe neppure con la fine dell’esilio, il suo matrimonio con Zoe (11 giugno 1042) e la conseguente ascesa al trono.
L’Imperatore dapprima agì con cautela, convinse l'imperatrice Zoe - ormai troppo vecchia, aveva più di sessant'anni, per essere gelosa - a richiamare dall'esilio anche l’amante a Costantinopoli, dove andò ad abitare in una casa non appariscente nel quartiere di Kynegion.

Costantino IX Monomaco
chiesa di Santa Sofia, Costantinopoli, 1042
 
Per poterla andare a trovare senza dare nell'occhio, Costantino IX intraprese i lavori di rifondazione del Monastero di San Giorgio dei Mangani che si trovava vicino alla casa. In seguito perse ogni ritegno e, con la compiacenza della stessa imperatrice, la introdusse a Palazzo dove le fu assegnato un appartamento privato vicino a quello di Costantino, le diede onori regali e la insignì persino del titolo di Sebaste (l'equivalente greco del titolo latino di Augusta), che prima di allora era sempre stato una prerogativa della famiglia imperiale (2). Nelle processioni ufficiali, la Sebaste prendeva posto immediatamente dopo le due porfirogenite Zoe e Teodora.

Zoe Porfirogenita
smalto cloisonnè, particolare della corona di
Museo Nazionale Ungherese, Budapest

Non ancora soddisfatto convinse l'imperatrice Zoe a sottoscrivere un “contratto d'amicizia” con la Sebaste al cospetto del Senato, istituzionalizzando in questo modo il menage a trois.
Maria Scleraina esercitò la sua ascendenza sull'imperatore per favorire la carriera del fratello Romano, che ne divenne uno dei più ascoltati consiglieri e a cui Costantino IX concesse magistri et protostratoris honorem (Zonara). Fu poi probabilmente determinante nel causare la caduta in disgrazia del generalissimo Giorgio Maniace (1043), di cui il fratello era acerrimo nemico (3).
Non fu però molto amata dalla popolazione di Costantinopoli che vedeva in lei una minaccia per Zoe e Teodora, le ultime discendenti dell'amata dinastia macedone: il 9 marzo del 1044, in occasione della festività dei Quaranta martiri, fu oggetto di una vibrante protesta da parte della folla che accolse inferocita l'imperatore alla porta Chalke, mentre stava uscendo con il suo seguito per recarsi alla chiesa dei Quaranta martiri, costringendolo a tornare sui suoi passi e placandosi solo quando apparvero Teodora e Zoe.
La Scleraina non era particolarmente avvenente ma aveva una bellissima voce ed aveva una piacevolissima e colta conversazione. Un aneddoto, riportato da Michele Psello nella sua Cronografia, racconta che nel corso di una delle sue prime uscite pubbliche con la famiglia imperiale, la Sebaste ascoltò uno degli astanti sussurrare all'orecchio del vicino l'inizio di un passo dell'Iliade: ου νεμεσις...
Al termine della cerimonia ella approcciò l'uomo e, imitando il suo tono di voce, gli recitò il passo completo: ου νεμεσις Τρωας και ευκνημιδας Αχαιους/τοιήδ’ αμφι γυναικι πολυν χρονον αλγεα πασχειν./αινως αθανατησι θεης εις ωπα εοικεν (in vero non si possono biasimare i Teucri e i loricati Achei se per questa donna sopportano sì dure fatiche da sì lungo tempo. Davvero ella è simile alle dee immortali, Iliade, libro III, vv. 204-208), ricompensandolo lautamente per il complimento.
Cristoforo di Mitilene, nel suo epitaffio funebre scrisse che L'Eleganza, alla sua morte, abbandonò il mondo, rifiutandosi di sopravviverle.
La morte improvvisa – a causa di una fulminante malattia polmonare - della non ancora trentenne Scleraina, intorno al 1045, abbatté profondamente Costantino, che la fece seppellire in quel monastero di San Giorgio dei Mangani che stava rifondando e che le aveva dato in appannaggio. Alla sua morte (1055) il sovrano volle essere sepolto accanto a lei, anziché accanto alla legittima consorte.

Questo sigillo, conservato nella Dumbarton Oak collection, è stato attribuito da N. Oikonomides a Maria Scleraina. L'iscrizione presente sulle due facce del sigillo, nella sua traduzione recita: questo è il sigillo del sekreton di San Giorgio grande martire e portatore di vittoria, che è anche (il sekreton) la oikos (fondazione) della hyperperilampros e felicissima sebaste (4).

Costantino Monomaco, prima di accedere al trono, ebbe forse una figlia di nome Anastasia, non è però chiaro se dalla seconda moglie Elena Scleraina o dalla stessa Maria. Questa, nel 1046, per sancire l'armistizio con i Russi, andò in sposa al futuro principe di Kiev Vsevolod I. Il figlio che gli partorì – Vladimir II di Kiev – è noto infatti come Vladimir Monomakh (5).

Note:

(1) Generale dell'esercito che per ben due volte, nel 977 e nel 986, insorse contro Basilio II Bulgaroctono (976-1025) proclamandosi imperatore (cfr. scheda).

(2) Successivamente - probabilmente dopo la morte di Zoe (1050) - Costantino prese per amante una principessa alana – Goranduxt di Georgia – che fu a sua volta insignita del titolo di Sebaste.

(3) Romano Sclera possedeva in Anatolia della proprietà che confinavano con quelle di Maniace e mirava ad impossessarsene. Pare inoltre che, mentre il generalissimo era impegnato nella campagna di Sicilia (1038-1040), ne avesse insidiato la moglie e che Maniace fosse stato informato dell'accaduto.

(4) N. Oikonomides, St. George of Mangana,Maria Skleraina, and the "Malyj Sion" of Novgorod.

(5) Una figlia di Costantino IX Monomaco non compare in alcuna fonte greca e la fonte primaria russa che ne parla non è ben identificata. Ricorre anche con il nome di Maria o Irene. L'unico fatto certo è che il matronimico assunto dal figlio indica la sua appartenenza alla famiglia dell'imperatore. Secondo Bárányi Oberschall (The Crown of Costantine Monomachos, 1937), la cosiddetta corona di Costantino IX Monomaco potrebbe essere un dono nuziale dell'imperatore.



sabato 28 giugno 2014

L'epigrafe di Basilio Argiro Mesardonites

L'epigrafe di Basilio Argiro Mesardonites



L’iscrizione metrica del catepano Basilio Argiro Mesardonites (1010-1017), scoperta nel 1930 immurata capovolta sul davanzale d’una delle esafore della basilica di S. Nicola, è attualmente custodita nel museo della basilica. L’epigrafe è scolpita su una lastra di marmo bianco e a causa del reimpiego l’iscrizione risulta tagliata su tutti i lati ed il testo è mutilo nella parte destra e sinistra.

Con grande impegno e con lodevolissimo ingegno il molto valente Basilio Mesardonites, che si distingue per l’eccellenza, di stirpe imperiale (εξ ανακτων το γενοσ), ha innalzato il Pretorio con estrema perizia poiché ha provveduto a questo con mattoni duri come la pietra, ha costruito una nuova arca fortificata, ha edificato dalle fondamenta questo antemurale per la protezione degli alloggi delle truppe, per la gloria e il vanto del Palazzo. (Spinto) poi da un sincero anelito ha costruito in pietra la chiesa del glorioso Demetrio, che ha eretto come un faro affinché essa illumini chiaramente in (tutta) la sua gloria coloro che abitano qui e che (vi) abiteranno… 
(Traduzione Francesca Fiori)

L’epigrafe rientra nella tradizione delle iscrizioni celebrative di opere pubbliche ma – come osservato da Carile - il catepano Basilio Mesardonites non ottempera alla disposizione legale per cui il funzionario provinciale nella dedica dell’epigrafe commemorativa di lavori pubblici era tenuto a menzionare il nome dell’imperatore, nè allude al grado da lui ricoperto nell'amministrazione ma tramite l’allusione all’ascendenza imperiale (εξ ανακτων το γενοσ) si appella piuttosto all’orgoglio nobiliare della famiglia come principio di individuazione del proprio ruolo sociale.
Basilio Argiro Mesardonites apparteneva infatti alla potente famiglia degli Argiri, imparentata con i Lecapeni e quindi legata alla dinastia macedone. Secondo alcuni studiosi si tratterebbe del fratello del futuro imperatore Romano III Argiro (1028-1034).








giovedì 26 giugno 2014

Il Principato di Teodoro

Il Principato di Teodoro

Porta d'ingresso alla cittadella e facciata esterna del mastio, Teodoro (Mangup)

Dopo la conquista crociata di Costantinopoli nel 1204, ciò che rimaneva dei possedimenti bizantini in Crimea – la parte occidentale dell'antico thema di Cherson (conosciuto anche come Klymata) - divenne di fatto indipendente. Alessio I Comneno, fondatore dell'Impero di Trebisonda, approdato nella penisola con un contingente militare, ne forzò il governatore Teodoro II Gabras a divenire suo vassallo formando la cosiddetta provincia d'oltremare (Perateia). I Gabras, la cui dinastia governò ininterrottamente il possedimento fino alla conquista ottomana (1475), fortificarono la città di Doros nell'entroterra montuoso sull'altopiano di Mangup e la rinominarono Teodoro, in onore del loro antenato San Teodoro Gabras vissuto nell'XI sec (1), che ne divenne il centro politico e amministrativo in luogo dell'antico capoluogo bizantino di Cherson (2) troppo esposto alle scorrerie dei Tartari dell'Orda d'Oro. La popolazione di questa enclave bizantina era di origine molto composita (greci, alani, bulgari e visigoti) per quanto accomunati dalla stessa fede ortodossa, la preponderanza della componente di origine gota le valse il nome di Gotia con cui il principato fu anche conosciuto.
Il controllo trapezuntino sulla provincia d'oltremare fu comunque sempre più formale che reale e scomparve del tutto con il crescere della pressione che l'Impero niceno e i turchi selgiuchidi esercitavano sull'Impero di Trebisonda.
Il primo principe di cui si ha notizia nelle fonti scritte è Demetrio Gabras che viene indicato dallo storico del XVI secolo Teodoro Spandounes come partecipante alla battaglia delle Acque blu (1362-1363) (3). Il Principato mantenne sempre buoni rapporti con il confinante khanato dell'Orda d'Oro, a cui pagava un tributo annuo, non altrettanto con i coloni genovesi che, a partire dalla seconda metà del XIII secolo (4) assunsero progressivamente il controllo della fascia costiera – che i greci chiamarono Parathalassia ed i genovesi Capitanato di Gotia - da Cembalo (l'attuale Balaklava) a Lusta (Alushta) privando il piccolo staterello dell'accesso al mare.

Alessio I Gabras (1411-1444): durante il suo regno il principato raggiunse l'acme della sua prosperità. Individuato il luogo adatto ad Avlita, nella baia dove sfociava il fiume Cernaia, ad ovest della fascia controllata dai genovesi, nel 1427 vi fece costruire un porto che protesse con una fortezza costruita a Kalamita (l'attuale Inkerman). Il porto iniziò subito a funzionare molto bene e dotò finalmente il principato di un accesso al mare consentendogli di ampliare i propri scambi commerciali ed intaccare il monopolio genovese. Nel 1433 le continue scaramucce con le colonie genovesi degenerarono in guerra aperta. Tra il 1433 e il 1434, con l'aiuto del khan Handj Ghirej, il principe assediò e conquistò Cembalo.
La risposta genovese non si fece però attendere.
Organizzata durante l'inverno, il 22 marzo del 1434, al comando di Carlo Lomellini salpò da Genova una spedizione militare forte di 10 navi grosse e altrettante galee su cui erano imbarcati 6000 uomini. La spedizione raggiunse rapidamente il Mar Nero e Lomellini riprese Cembalo e s'impadronì della fortezza di Kalamita quasi senza incontrare resistenza. Da qui Lomellini raggiunse il quartier generale di Caffa e, quindi, volendo castigare il khan per l'appoggio dato ai ribelli, verso la metà di giugno marciò su Solgat, ma la marcia d'avvicinamento, rallentata dai numerosi carriaggi che trasportavano le armi pesanti necessarie per l'assedio e dal gran caldo, non fu effettuata con le dovute misure protettive, così che all'alba del 22 giugno, a poche miglia da Solgat, la colonna genovese fu colta completamente di sorpresa dalla cavalleria tartara che in uno scontro in campo aperto le inflisse fortissime perdite (circa duemila uomini e tutti i carriaggi) costringendo Lomellini a ripiegare su Caffa.
Da una moglie di cui non si conosce il nome, Alessio ebbe tre figli: Maria, Giovanni e Olobei.
Nel 1429 Maria aveva sposato Davide II Comneno, l'ultimo imperatore di Trebisonda.

Olobei (1444-1471): Figlio di Alessio I Gabras. "Olobei" è un nome proprio tartaro (alcuni cristiani di Gothia avevano nomi tartari) e non come altrimenti asserito un titolo. Olobei non era però il primogenito di Alessio che sappiamo essersi chiamato Giovanni e che aveva sposato Maria Paleologina Asanina. Poco dopo la morte del padre si trova a Trebisonda assieme alla consorte come risulta dall'epitaffio redatto da Giovanni Eugenico per la prematura scomparsa del figlioletto Alessio. Dopo di che scompare completamente dalle fonti. Tra le varie ipotesi formulate c'è quella che abbia regnato brevemente e sia stato poi estromesso dal potere dal fratello con il sostegno del khan dei Tartari Handj Ghirej verso il quale Olubei proseguì la politica di alleanza che era già stata del padre Alessio.  Ebbe due figli maschi, Isacco e Alessandro, ed una femmina, Maria, che sposò il principe Stefano III di Moldavia.


L'estensione del Principato di Teodoro nel 1444



Maria di Mangup, seconda moglie di Stefano III di Moldavia
arazzo di copertura della tomba
Monastero di Putna (Romania), 1477

Isacco Gabras (1471-1474): Figlio di Giovanni Gabras. Dopo la caduta dell'Impero di Trebisonda (1461), Stefano III di Moldavia sentì direttamente minacciato dagli Ottomani il proprio territorio. Il principe si sforzò quindi di formare una lega antiottomana riunendo le forze del principato di Teodoro e quelle delle colonie genovesi. La politica filoturca di Isacco ostacolava però questo disegno e il principe moldavo, aiutato dai genovesi, ispirò e appoggiò – inviandogli a sostegno 300 soldati moldavi - il colpo di mano con cui il fratello minore Alessandro Gabras lo rovesciò.

Alessandro Gabras (1474-1475): non appena preso il potere, la flotta turca al comando del Gran Visir Ghedik Ahmed pascià sbarcò a Caffa (31 maggio 1474). Nonostante il contributo alla difesa del khan Mengli Ghirej – che fu preso prigioniero dai turchi - la città capitolò il 6 di giugno. Una dopo l'altra capitolarono tutte le piazzeforti genovesi del Capitanato di Gotia, l'ultima a cadere fu Cembalo, e i Teodoriti rimasero soli a difendere l'ultima enclave cristiana in Crimea. La capitale del principato, costruita sull'altopiano di Mangup, era protetta dalle pareti a strapiombo del massiccio roccioso su cui sorgeva e da una triplice cerchia difensiva, l'ultima delle quali era costituita dalla cittadella con il mastio al cui interno si trovava la residenza dei principi. L'armata ottomana la cinse d'assedio nel luglio del 1474 ma l'esigua guarnigione teodorita rinforzata da un contingente di soldati moldavi fu in grado di respingere ben cinque assalti infliggendo al nemico gravi perdite. La particolare conformazione del terreno non consentiva infatti agli ottomani di mettere in posizione le artiglierie pesanti e ne ostacolava l'avanzata. In dicembre i turchi sfondarono finalmente le difese ed il principe Alessandro si ritirò con gli ultimi superstiti nella cittadella dove continuarono a battersi strenuamente. Dopo la resa il principe e tutti i suoi parenti maschi, eccetto uno, furono passati per le armi, mentre le donne furono destinate all'harem del Sultano.

Note:

(1) Secondo alcuni autori il nome di Teodoro deriva semplicemente dalla corruzione dell'antico nome della città (τὸ Δόρος).

(2) Cherson, le cui rovine si trovano nei pressi dell'attuale Sebastopoli, fu devastata dai Tartari di Nogai Khan nel 1278. Fu definitivamente rasa al suolo sempre dai Tartari nel 1399.

(3) La cosiddetta battaglia delle Acque blu fu combattuta nell'autunno del 1362 o del 1363 sulle rive del fiume Synjucha nei pressi della città ucraina di Torhovytsia tra le forze del granduca di Lituania Algirdas e l'Orda d'Oro. La vittoria lituana consentì al granduca di espandere i propri possedimenti verso sud fino ad affacciarsi sul Mar Nero.

(4) L'insediamento dei coloni genovesi in Crimea iniziò nel 1266 con l'acquisto della città di Caffa dall'Orda d'oro.


giovedì 19 giugno 2014

Gli Ardaburi

Gli Ardaburi

Per quasi cinquant'anni nel corso del V secolo gli Ardaburi, una famiglia di militari di origine alana che servirono per tre generazioni nell'esercito orientale ricoprendone le cariche più alte, giocarono un ruolo chiave nella lotta per il potere in entrambe le metà dell'impero.

Nel 424-425 Ardaburio Aspar ed il padre Ardaburio - che ricopriva la carica di magister militum - guidarono la spedizione che rovesciò dal trono d'Occidente l'usurpatore Giovanni Primicerio e v'insediò il giovane Valentiniano III sotto la reggenza della madre Galla Placidia. Nel 431 fu inviato in Africa, probabilmente con il grado di comes e magister militum, per sostenere il comes Bonifacio nella guerra contro i Vandali di Genserico. Nel 434, mentre si trovava ancora in Africa, in compenso per le vittorie riportate sui Vandali e per il ruolo svolto nel rimettere sul trono il ramo occidentale della dinastia teodosiana, nonostante fosse un generale dell'esercito d'Oriente, fu designato da Galla Placidia come console per la pars occidentis (1).
Nel 441, giudicando l'Africa proconsolare ormai perduta, Aspar fu inviato in Illirico – probabilmente come magister militum per Illyricum – dove cercò di opporsi senza successo all'avanzata di Attila. Nel 447 il figlio Ardaburio Iunior fu designato per il consolato per la pars orientis. Nel 450, alla morte di Teodosio II, Aspar giocò un ruolo decisivo nel favorire l'ascesa al trono di Marciano (450-457) che era stato un giovane ufficiale sotto il suo comando in Africa. Alla morte di Marciano nel 457, Aspar ricopriva la carica di magister militum praesentalis e favorì la successione di Leone I (457-474) che era un suo sottoposto e che riteneva di poter manovrare a suo piacimento. Nel 459 ottenne il consolato orientale Giulio Patrizio, il secondo figlio di Aspar. L'imperatore aveva promesso ad Aspar di dare in sposa a quest'ultimo la propria figlia maggiore Ariadne ma continuava a procrastinare la data delle nozze per un motivo o per l'altro. Nel 465 Ermenerico, il terzo figlio di Aspar, fu nominato console per la pars occidentis ma l'anno seguente il fratello Ardaburio Iunior, che occupava la carica di magister militum per orientem fu accusato di collusione con il re persiano. Un ufficiale isaurico della guardia imperiale, Tarasis, era venuto in possesso di lettere inviate da Ardaburio Iunior al sovrano sasanide Peroz I, con le quali lo sollecitava a prendere le armi e a invadere il territorio romano, promettendogli al contempo sostegno in questa impresa. Tarasis consegnò queste lettere all'imperatore che destituì Ardaburio Iunior dalla carica a cui elevò il cognato Basilisco, riducendo in questo modo l'influenza che il padre Aspar, che pure si dissociò apertamente dalla condotta del figlio, aveva a corte. Come premio per la sua lealtà, Tarasis ottenne la carica di comes domesticorum (comandante della guardia imperiale). Verso la metà del 466, sempre con l'intento di controbilanciare l'influenza di Aspar e della componente germanica dell'esercito, Leone I diede in sposa Ariadne a Tarasis che, probabilmente, cambiò in questa occasione il proprio nome in Zenone. Nel 467 Basilisco fu elevato alla carica di magister militum praesentialis, la più alta carica dell'esercito. In questa veste nel 468 guidò la disastrosa spedizione contro i Vandali, a seguito della quale venne punito dall'imperatore con l'esilio. Nel frattempo Aspar aveva tentato di far assassinare Zenone che, sfuggito ai sicari, riparò a Serdica. Con i suoi due principali antagonisti lontani dalla capitale, Aspar vide rafforzata la sua posizione e nel 470, sembra dopo aver rinunciato alla fede ariana e abbracciato il credo calcedoniano – precondizione necessaria per poter accedere al trono – suo figlio Giulio Patrizio sposò Leonzia, la figlia minore di Leone I, e fu nominato cesare. Aspar sembrava a un passo dal coronamento dei sogni imperiali che aveva nutrito per la sua dinastia (2). L'imperatore era però sempre più sospettoso nei confronti degli Ardaburi e nel 472 in una congiura ordita dall'imperatore stesso con l'appoggio di Zenone furono trucidati Aspar e Ardaburio Iunior seguiti poco dopo da Giulio Patrizio. Al solo Ermenerico, giudicato ininfluente, fu fatta salva la vita.

Il missorio di Ardaburio




Fuso in argento per un peso di 3600 gr ed un diametro di 42 cm, il missorio fu realizzato nel 434 per commemorare il consolato di Flavius Ardaburio Aspar.Venne rinvenuto nel 1769 in provincia di Grosseto ed è attualmente conservato nel Museo archeologico nazionale di Firenze (Inv. 2588).
Lungo il bordo esterno del piatto corre un'iscrizione che recita:
FL(avius) ARDABUR ASPAR VIR INLUSTRIS COM(es) ET MAG(ister) MILITUM
ET CONSUL ORDINARIUS
Al centro della composizione, su un trono con le gambe a forma di teste di leone, è seduto il console, accanto a lui, in piedi sta il figlio indicato dalla didascalia come ARDABUR IUNIOR PRETOR. Il console siede impugnando nella destra la mappula (una specie di fazzoletto da tasca usato dai nobili romani in certi costumi di gala) e nella sinistra uno scettro che termina in alto con i busti dei due imperatori d'Oriente e d'Occidente, Teodosio II e Valentiniano III. Il figlio con la destra saluta il padre mentre tiene la mappula nella sinistra.
Sopra di loro, entro due clipei, Ardaburio, padre del console e console a sua volta nel 427, e Plinta, un suo parente che fu console nel 419. Le due figure nei clipei impugnano lo stesso scettro del console e tra loro è tesa una cortina ad indicare che erano morti all'epoca della realizzazione del missorio.
Rispettivamente a destra e a sinistra del console stanno, nella funzione di littori, le personificazioni di Costantinopoli (3) e Roma. La seconda indossa un elmo a tre creste e un corto chitone mentre tiene nella sinistra un globo e nella destra il fascio littorio, la prima porta una corona di rose e foglie, impugna il fascio littorio con la destra e nella sinistra tiene un fiore ed una spiga di grano.

Lo schema compositivo del missorio riflette il tentativo da parte di Ardaburio Aspar di fondare una dinastia che si ponesse sullo stesso piano di quella regnante e ben esprime le ambizioni imperiali che questi nutriva per la sua famiglia (lui stesso non poteva accedere al soglio imperiale in quanto di fede ariana).

La cisterna di Aspar





Cisterna di Aspar, particolare del muro perimetrale a ridosso della moschea di Selim

Il nome degli Ardaburi è legato anche ad una delle più grandi cisterne a cielo aperto di Costantinopoli. Fatta costruire sul fianco del quinto colle da Aspar nel 459, presenta una pianta quasi quadrata con i lati lunghi di 152 metri e la muratura spessa 5 metri mentre la sua profondità superava i 10 metri. Conosciuta anche con il nome di Xerokipion, fu abbandonata dopo la conquista crociata.
Fino ai primi anni '80 ospitava al suo interno una sorta di piccolo insediamento agricolo con case di legno, orti e giardini in sostituzione del quale si trovano oggi impianti sportivi ed un centro commerciale.


fotografia del luglio 1982



Note:

(1) Nel tardo impero veniva nominato un console per la pars orientis ed uno per la pars occidentis dell'impero. Nei discorsi e nei documenti ufficiali della pars occidentis veniva nominato per primo il console occidentale, in quelli della pars orientis l'ordine veniva invertito.


(2) Leonzia era sì la figlia minore di Leone I ma, a differenza della sorella maggiore Ariadne, era porfirogenita, nata cioè dopo l'ascesa al trono del padre.


(3) Mentre l'identificazione della Tyche di Roma è evidente, quella di Costantinopoli appare più incerta. Il fiore e la spiga non sono infatti attributi usuali di questa personificazione. Meglio si adatterebbero invece a quella di Cartagine – la capitale del granaio dell'impero – la città dove Aspar fu nominato console.










lunedì 2 giugno 2014

Il complesso dei SS.Quattro Coronati

Il complesso dei SS.Quattro Coronati


I santi Quattro Coronati erano quattro soldati romani (Severo, Severino, Carpoforo e Vittoriano) che per ordine di Diocleziano furono battuti a morte a Roma, con flagelli terminanti in pallottole di piombo, per essersi rifiutati di adorare gli idoli pagani. Per molto tempo i loro nomi restarono sconosciuti, ma furono poi rivelati dal Signore, nel 310 papa Melchiade diede loro l'appellativo di Quatuor Coronati e la loro festa fu fissata insieme a quella di cinque altri martiri Claudio, Nicostrato, Simproniano, Castorio e Simplicio che subirono il martirio due anni dopo. (Jacopo da Varagine, Legenda aurea)
Questi ultimi erano scalpellini cristiani – forse fratelli - che lavoravano nelle grandi cave di marmo e di porfido a nord di Sirmium (l'attuale Sremska Mitrovica in Serbia).
I cinque tagliapietre erano i migliori artigiani tra i molti che lavoravano nelle cave della Pannonia. Tanto bravi, che i compagni, nella loro ignoranza, li credevano aiutati dalla magia. Formule magiche sarebbero stati i segni di croce che essi tracciavano prima di intraprendere il lavoro; formule magiche le preghiere e i cantici ripetuti insieme durante l'opera.
Diocleziano – che nel 305 si era ritirato a vita privata nel palazzo di Spalato dei cui abbellimenti si occupava personalmente - visitava spesso le cave della Pannonia. Sceglieva i blocchi di materiali e commissionava volta per volta il lavoro desiderato. Pertanto conosceva benissimo i cinque scalpellini e ne apprezzava l'opera. Ragione per la quale nessuno, tra i compagni di lavoro e tra i superiori, osava denunziare come cristiani gli ottimi tagliapietre.
Fin quando Diocleziano non commissionò loro genietti e vittorie, amorini e figure mitologiche. Tra queste, un simulacro di Esculapio. Per il giorno fissato, genietti e amorini furono pronti, ma non la statua di Esculapio. Diocleziano pazientò, ordinando ancora aquile e leoni, che furono presto realizzati. Non fu fatto, però, il simulacro di Esculapio giacchè i cinque scalpellini si rifiutavano di scolpire un simulacro pagano.
Venne imbastito il processo, e la macchina della legge, messa in moto quasi contro la volontà imperiale, travolse gli artefici cristiani, che vennero gettati nel Danubio, chiusi entro botti di piombo.
Poco dopo, le loro reliquie furono portate a Roma, e i nove martiri furono sepolti insieme.

La basilica


Nel 310 papa Melchiade fece erigere il nucleo originario della basilica ad essi dedicata (1), del quale sopravvive ancora l'abside ed alcuni resti situati al di sotto della basilica attuale; nel VII secolo papa Onorio I ricostruì ed ampliò la chiesa che poi nel IX secolo Leone IV sottopose a radicale restauro. Distrutta dai Normanni di Roberto il Guiscardo nel 1084, la chiesa fu ricostruita in forme ridotte da Pasquale II (1099-1118) all'inizio del XII secolo: in questa occasione la parte anteriore fu trasformata in cortile, la navata centrale originaria divisa in tre navate tramite due file di colonne e le navate laterali originarie trasformate in chiostro l'una (quella di sn.) ed in refettorio l'altra (quella di ds.). 

Ingresso

L'ingresso al complesso avviene attraverso un portale ad arco sovrastato dalla massiccia torre campanaria del IX secolo (fortemente rimaneggiata nel XVII sec.), la più antica superstite di Roma: molto semplice e tozza, è costruita in cortina e presenta un loggiato con quadrifore sovrastato da una semplice cornice costituita da mensolette in marmo prive di decorazione.

Oltrepassato il portale si accede ad un primo cortile, con arcate tardocinquecentesche, corrispondente all'antico atrio della basilica leonina: sopra l'arco d'ingresso da notare un'iscrizione metrica in caratteri gotici relativa al restauro effettuato dal cardinale Alfonso de Carillo nel XV secolo.  

Il primo cortile con la facciata posteriore della torre campanaria e lo stemma del cardinale de Carrillo incassato sopra l'arco d'ingresso

Il primo cortile con il porticato che introduce all'ingresso del secondo

Attraverso un architrave si passa quindi in un altro cortile a cielo aperto, corrispondente alla parte anteriore dell'antica basilica, trasformata appunto in cortile nella ricostruzione di Pasquale II: da qui, attraverso un portico costituito da colonne con capitelli ionici e corinzi, si giunge all'ingresso della chiesa.

Il secondo cortile con il porticato che precede l'ingresso alla chiesa

L'interno della basilica - il cui impianto attuale risale alla ricostruzione di Pasquale II - si presenta attualmente a tre navate divise da quattro colonne per lato con capitelli corinzi che sostengono le arcate. Due grandi pilastri rettangolari raccolgono le ultime arcate e sostengono l'arco trionfale che immette nel transetto. Sopra le navatelle corrono due gallerie aperte verso la navata centrale da due trifore per lato con colonne ioniche e parapetti di marmo. L'abside è ancora quella dell'aula tardoantica, ricostruita parzialmente da Leone IV, e questo spiega le sue ampie proporzioni inadeguate al resto dell'interno. 

Veduta esterna dell'abside

La basilica è arricchita da un pavimento precosmatesco nel quale sono state riutilizzate molte iscrizioni provenienti da un antico cimitero cristiano. Lungo le pareti laterali si notano - incassate nella muratura – alcune delle colonne che separavano la nave della basilica originaria dalle navate laterali.

Il soffitto ligneo presenta lo stemma del donatore, il cardinale Enrico di Portogallo (1580) – figlio cadetto di Manuele I del Portogallo, regnò a sua volta per un breve periodo, dal 1578 al 1580, anno della sua morte. Fu anche detto il cardinale re.  


1. Ingresso
2. Torre campanaria
3. Primo cortile (atrio della basilica leoniana)
4. Oratorio di S.Silvestro
5. Secondo cortile (parte anteriore della basilica leoniana)
6. Navata laterale ds. della basilica leoniana, successivamente trasformata in refettorio
7. Navata laterale sn.della basilica leoniana, successivamente incorporata nel chiostro.
8. Chiostro (edificato nel 1220)
9. Transetto della basilica attuale
10. Nave della basilica attuale

11. Navate laterali della basilica attuale

Dalla navata di sinistra si accede al chiostro del monastero fondato da Pasquale II costruito intorno al 1220, nell'area precedentemente occupata dalla navata. A pianta rettangolare, presenta reperti paleocristiani e romani alle pareti e quattro gallerie divise in due campate da pilastrini sui quali sono scolpite paraste scanalate e rudentate. Le campate sono formate da una serie di otto archetti nei lati lunghi e di sei nei corti. Tutti gli archetti hanno la doppia ghiera e sono sostenuti da colonnine binate, con capitelli a nenufari e basi con foglie protezionali d'angolo, che poggiano sullo stilobate. La parte medioevale termina con una trabeazione in laterizio, composta da corsi di mattoni lisci ed a denti di sega alternati, intramezzati da una zona di marmo dove compare una decorazione a mosaico, formata da rombi che inscrivono stelle, croci e quadrati. Il cortile interno, tenuto a giardino, presenta al centro un "cantharus", ovvero un vaso per le abluzioni, del tempo di Pasquale II.

Il Palazzo cardinalizio

Forse già all'epoca di Leone IV al lato destro della basilica fu addossato un edificio destinato al clero e in particolare al cardinale titolare. Fu comunque notevolmente ampliato ed arricchito dal cardinale Stefano Conti (2), titolare di S. Maria in Trastevere, nel XIII secolo. Egli fece costruire un' imponente struttura fortificata sul lato nord della basilica, che al piano terra contiene l'Oratorio di S. Silvestro. 

La struttura fortificata fatta costruire dal cardinale Conti vista dall'esterno

Al primo piano della cosiddetta Torre Maggiore si trova invece l’ambiente più vasto e prestigioso del palazzo cardinalizio, detto Aula gotica dalla forma a sesto acuto delle volte che lo ricoprono. Qui si svolgevano banchetti, ricevimenti e si amministrava la giustizia.

L'Oratorio di S.Silvestro

Si presenta come una piccola stanza rettangolare con volta a botte, mentre sul lato opposto all’entrata è stato ricavato nel XVI secolo un piccolo presbiterio. Venne consacrato nel 1247 dal cardinale Stefano Conti e ornato da pregevoli affreschi, opera di maestri bizantini.
Il ciclo di affreschi illustra in undici scene, che partendo da quelle poste sopra l’entrata, proseguono sulla destra e si concludono sulla parete di sinistra, la leggenda del battesimo di Costantino e della cosiddetta Donazione di Costantino (3) come narrati negli Acta Silvestri.
Partendo dalla parete d’ingresso, abbiamo i primi tre riquadri:

1) Costantino colpito dalla lebbra.
Secondo gli Acta Costantino contrasse la lebbra nel corso di un'epidemia che imperversava sulla città di Roma. I sacerdoti di corte (Capitolii Pontifices), raccolti attorno al suo capezzale, sentenziarono che l'imperatore si sarebbe salvato bagnandosi nel sangue caldo di 300 fanciulli. I soldati cominciano a sequestrare i fanciulli ma, dinanzi al pianto delle madri, l'imperatore si commuove e da ordine di rilasciarli.

2) Pietro e Paolo appaiono in sogno a Costantino malato e lo esortano ad affidarsi a papa Silvestro.

3) I messi imperiali si dirigono al monte Soratte per incontrare Silvestro.

Al di sopra di questi 3 riquadri è raffigurato il Giudizio Universale, con al centro il Cristo in trono affiancato dalla Vergine e dal Battista. Ai loro lati, quasi protesi, con le mani e gli sguardi verso Cristo, ci sono gli apostoli divisi in due gruppi guidati rispettivamente da Pietro e Paolo. Più in alto due angeli, uno raffigurato nell'atto di arrotolare la volta celeste - E il cielo si ritirò come un volume che si arrotola (Apocalisse, VI,14) - e l'altro mentre suona la tromba del giudizio - Il primo suonò la tromba, e grandine e fuoco mescolati a sangue scrosciarono sulla terra (Apocalisse, VIII,7).


Passando alla parete di destra (quella senza finestre), abbiamo:

4) I messi di Costantino salgono sul monte Soratte.
I messi sono tre come i Re Magi e rappresentati in una posizione di supplica verso Silvestro, così come questi venivano rappresentati al cospetto di Gesù bambino. Anche la stella dipinta al centro della chioma dell'albero a sinistra richiama la cometa che guidò i Magi.

5) Silvestro rientra a Roma e mostra a Costantino un icona con i volti di Pietro e Paolo.

6) Costantino riceve da Silvestro il battesimo.
Molto particolare è il taglio prospettico dato alla scena: Mentre le figure del clero, incluso S.Silvestro, e dei dignitari sono disposte su un piano frontale, Costantino è inquadrato come visto dall'alto.

7) Costantino, curato dalla lebbra, consegna la tiara a Silvestro seduto in trono.
Costantino che con una mano consegna la tiara (simbolo della dignità pontificia) ed il sinichio (4) a San Silvestro e con l’altra tiene le redini del suo cavallo. Il tutto lo esegue senza indossare la sua corona, in segno di rispetto e come si fa di fronte ad una autorità superiore. Allo stesso tempo Papa Silvestro, tiene anche lui con una mano la tiara e con l’altra benedice Costantino e il suo gesto di umiltà ed ubbidienza.

8) Silvestro a cavallo, in corteo, è accompagnato da Costantino.
L'imperatore, a piedi, tiene le redini del cavallo di Papa Silvestro e lo conduce in città. Conducendo il cavallo come fa un paggio, un servitore, Costantino riconosce la superiorità dell’autorità morale su quella temporale. Si può notare come Costantino sia disarmato, la sua spada è tenuta da un servo che è posto all’inizio del corteo. Ma non è tenuta per l’impugnatura ma per la lama. E’ alzata in alto facendola assomigliare più ad una croce. E per ultimo, la croce quella vera rispetto alla spada, entra prima in città, a ribadire ulteriormente il primato religioso e temporale del papa rispetto all'imperatore.


Il ciclo si conclude nella parete sinistra con:

9) Silvestro risuscita il toro ucciso dal sacerdote ebreo.
E' raffigurato l'episodio della disputa tra Papa Silvestro e 12 rabbini per stabilire la supremazia di una religione sull'altra. Un rabbino sussurra in un orecchio di un toro la parola “Jahvè” e lo uccide sul colpo. Silvestro gli sussurra la parola “Cristo” e lo resuscita.

10) Elena, madre di Costantino, ritrova la vera Croce (5).

11) Silvestro libera il popolo romano da un drago.
Gli Acta narrano di un drago che si era rintanato in una grotta nei pressi della Rupe Tarpea. Con il suo alito pestilenziale, il drago uccideva chiunque si trovava a passare nelle vicinanze. Papa Silvestro si recò presso la tana del mostro in compagnia di due diaconi e discese i 365 gradini che lo separavano dal drago completamente disarmato, brandendo il solo Crocifisso. Alla vista del sacro simbolo, mentre Silvestro invocava l’aiuto del Cristo e della Vergine, il drago divenne immediatamente mansueto, al punto che il Papa lo poté legare con un filo della sua veste e portare al guinzaglio al cospetto della folla che lo attendeva in superficie e da cui il mostro fu ucciso.

Nel 1570 l'oratorio fu acquistato dalla Confraternita dei Marmorari (6) che aveva come patroni i santi Quattro, il presbiterio fu trasformato nella forma attuale e affrescato probabilmente da Raffaellino da Reggio; i membri della Confraternita commissionarono anche gli affreschi adiacenti all'ingresso laterale dell'oratorio, sotto il portico ovest del primo cortile, raffiguranti la Visitazione di Maria e la Natività con la data del 1588 nonchè quello posto al di sopra della porta di ingresso che raffigura i santi Quattro.


Nel XIV secolo il palazzo cardinalizio fu in parte abbandonato a causa del trasferimento della Curia ad Avignone. Al ritorno a Roma di Martino V il cardinale Alfonso Carillo (1423-1434) fece importanti lavori di restauro, ma il trasferimento della sede pontificia dal Laterano al Vaticano influí negativamente sull'importanza del complesso. Così nel 1564 Pio IV affidó la chiesa e tutti gli edifici annessi all'Arciconfraternita di S. Maria della Visitazione degli orfani perché li trasformasse in un monastero destinato ad accogliere le fanciulle romane orfane, vigilate da monache agostiniane.
L'Arciconfraternita tra il XVI e il XVII secolo provvide ad adattare le strutture alla nuova funzione.
Le modifiche furono però più esteriori che sostanziali e i muri medievali costituiscono ancor oggi gran parte dell'ossatura muraria. Tra gli interventi va ricordato l'ammodernamento dei due cortili. Nel primo nel 1632 sui lati nord e ovest furono realizzati due porticati a volte su pilastri cruciformi sormontati da un altro piano. Tutti gli ambienti che affacciano sul cortile furono trasformati in dormitori per le orfane. Nel secondo cortile davanti all'ingresso della basilica fu costruito un profondo porticato, che probabilmente riutilizza strutture del tempo di Pasquale II, al di sopra del quale fu realizzato il coro per la monache.
L'orfanotrofio fu soppresso alla fine dell'800 e il complesso fu diviso in due parti, assegnate a diversi ordini religiosi femminili.La zona ovest rimase sempre affidata alle Monache agostiniane, mentre quella est dopo vari passaggi è attualmente occupata dalle Piccole Sorelle dell'Agnello.

Note:

(1) Con l'andar del tempo i cinque scalpellini vennero dimenticati mentre i Quatuor Coronati divennero i protettori dell’arte del costruire in sostituzione degli altri cinque la cui professione venne unita al nome dei quattro.

(2) Stefano Conti, nipote di Innocenzo III da cui fu elevato alla porpora cardinalizia, fu Vicarius Urbis mentre papa Innocenzo IV si trovava a Lione per il Concilio nel quale fu deposto Federico II (1245). Alto funzionario della corte e del tribunale curiale, fu una figura di grande mediatore, tanto che quando divenne vicario della città di Roma, Federico II ne fu contento. In realtà fu uno strenuo difensore del primato della chiesa romana.

(3) Si tratta di un documento apocrifo, la  Constitutum Constantini - fabbricato probabilmente nel periodo 750-850 a Roma o a S. Denis come dimostrato dall'umanista Lorenzo Valla nel XV secolo - che pretende di essere l'atto con il quale l'imperatore Costantino avrebbe donato nel 314 al papa Silvestro I la giurisdizione civile su Roma, sull'Italia e sull'intero Occidente; e avrebbe onorato la Chiesa romana attribuendole i poteri e le dignità dell'Impero sì che il pontefice potesse portare insegne imperiali. La Constitutum Constantini venne utilizzata dalla Chiesa medioevale per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare le proprie mire di carattere temporale e universalistico.
Dante Alighieri, che pure riteneva autentico il documento, così lo stigmatizza nella Divina Commedia: Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre! (Inferno, Canto XIX, 115-117).

(4) Il sinichio o ombrellino rituale è il peculiare gonfalone o bandiera che, se aperto, segnala la presenza del papa.

(5) L'episodio è raffigurato anche nel ciclo della Leggenda della vera croce realizzato da Piero della Francesca nella basilica francescana di Arezzo (vedi qui)

(6) Questa confraternita, il cui motto era esporre segretamente e dimostrare silenziosamente, viene considerata un antecedente della Massoneria. Significativamente uno dei Santi Quattro raffigurati nell'affresco sembra infatti impugnare un compasso.