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venerdì 23 giugno 2017

Sichelgaita di Salerno

Sichelgaita di Salerno


Sichelgaita nacque a Salerno - probabilmente nel 1036 - da Guaimario IV, principe longobardo di Salerno, e Gemma, figlia del conte di Teano, Landolfo.
Grazie all'alleanza con i normanni, Guaimario IV era riuscito ad impossessarsi del principato di Capua, di Amalfi, Sorrento e Gaeta.
Nel settembre 1042, inoltre, Guaimario aveva approvato a Melfi l'elezione a conte di Puglia di Guglielmo d'Altavilla, detto Braccio di Ferro (1), ricevendone in cambio il vassallaggio e l'acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all'inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine (2).
L'alleanza tra Longobardi e Normanni fu quindi consolidata con il matrimonio di Guglielmo d'Altavilla con Guida, figlia del fratello di Guaimario, Guido, duca di Sorrento.
Alla morte di Guglielmo (1046), l'alleanza fu ulteriormente rinsaldata dal rapido riconoscimento da parte di Guaimario della successione del fratello di Guglielmo, Drogone, a cui diede in sposa la sorella Gaitelgrima (3).
Nel 1047 però l'imperatore Enrico III del Sacro Romano Impero giunse in Italia meridionale e pose fine al sogno di Guaimario di divenire signore assoluto di tutto il Mezzogiorno chiedendo l'atto di sottomissione a tutti i principi locali. L'imperatore restituì Capua a Pandolfo – che era stato spodestato da Guaimario - e pose sotto la sua diretta giurisdizione i domini di Aversa e di Melfi – dove Guaimario aveva infeudato i Normanni. Infine, privò Guaimario del titolo ducale di Puglia e Calabria, mettendo fine a quella singolare condizione di sovranità così scomoda per la corona imperiale.

Il 3 giugno 1052, Guaimario viene assassinato da una congiura capeggiata dai suoi cognati – probabilmente ispirata e sostenuta dagli amalfitani e dai bizantini - uno dei quali, Pandolfo, viene eletto principe al suo posto con il nome di Pandolfo III mentre Sichelgaita viene imprigionata insieme al fratello Gisulfo, alle sue sorelle e ad altri familiari di Guaimario nel castello di Arechi. Ma il fratello di Guaimario, Guido, miracolosamente scampato alla cattura, riuscì a raggiungere a Melfi la sorella Gaitelgrima, moglie del condottiero normanno, nonché all'epoca vassallo di Guaimario, Umfredo d'Altavilla.
Guido tornò quindi a Salerno alla testa dell'esercito normanno e la cinse d'assedio intavolando una trattativa con l'usurpatore che accettò di liberare i prigionieri in cambio della propria vita e di quella dei suoi congiunti.
Guido insedia quindi il nipote Gisulfo sul trono del Principato ma i Normanni, che non si ritengono vincolati ai patti siglati da Guido, trucidano Pandolfo e 36 dei suoi familiari, tanti quante erano state le pugnalate rinvenute sul corpo di Guaimario.

Per ragioni non del tutto chiare Gisulfo II entrò presto in conflitto con i Normanni e nel 1057 fu costretto ad inviare una ambasceria a Roberto il Guiscardo perchè ponesse fine alle scorrerie del fratello Guglielmo (4) che devastavano le sue terre. In cambio della sua protezione il Guiscardo chiese la mano di Sichelgaita. Gisulfo e suo zio Guido, contrari a queste nozze che avrebbero spianato al Guiscardo la strada per rivendicare le terre del Principato di Salerno, tentarono dapprima di ammorbidire Guglielmo dandogli in moglie una delle figlie di Guido, Maria, ma alla fine furono costretti a capitolare. Il matrimonio fu celebrato a Melfi probabilmente nel 1059.
Ma la conquista di Salerno rimase nelle mire del condottiero normanno.
Nello stesso anno l'abate di Montecassino Desiderio - il futuro papa Vittore III (1087) nonché cugino di Sichelgaita – fu elevato alla porpora cardinalizia e nominato legato pontificio per il Mezzogiono da papa Niccolò II. Sichelgaita ed il cugino Desiderio svolsero quindi un ruolo di primo piano nell'organizzazione del I Concilio di Melfi (agosto 1059) le cui conclusioni – precedute dal Trattato del 24 giugno e rese operative dal Concordato del 23 agosto – sancirono l'investitura papale del diritto dei Normanni a governare il Mezzogiorno d'Italia, in cambio il papa ricevette il patto di vassallaggio (5).

Papa Niccolò II incorona a Melfi Roberto il Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia
da una edizione miniata della Nova Cronica di Giovanni Villani (Codice Chigi), XIV sec.
Biblioteca Apostolica Vaticana
 
Nel 1061 Sichelgaita diede per la prima volta mostra delle sue capacità militari ponendosi a capo della guarnigione di Melfi e dirigendo la difesa durante l'assedio del contingente bizantino inviato da Costantino X (6) fino all'arrivo delle truppe del marito.
Nel maggio 1076, dopo che Gisulfo aveva respinto un estremo tentativo di mediazione di Sichelgaita che aveva proposto al fratello di cedere Amalfi al figlio primogenito da lei avuto dal Guiscardo, Ruggero Borsa (7), il normanno ruppe gli indugi e assediò Salerno. Dopo circa un anno di assedio i salernitani, stremati dalla fame, lasciarono entrare i normanni mentre Gisulfo, con i suoi fedelissimi si asserragliava nel castello di Arechi ma di lì a poco fu costretto a sua volta a capitolare. Grazie all'intercessione di Sichelgaita, il Guiscardo gli diede un appannaggio che gli consentì di vivere un decoroso esilio presso la corte papale.
Occupata Salerno, non fidandosi troppo della fedeltà dei salernitani, Roberto fece costruire una nuova residenza (Castel Terracena) in una posizione più elevata e nel quartiere occupato dall'aristocrazia normanna.

Lorenzo Ottoni, Roberto Guiscardo, prima metà del XVIII sec.
Abbazia di Montecassino

La guerra in Oriente
Dal 1076 una delle figlie di Roberto e Sichelgaita, Olimpia, era fidanzata con l'erede al trono di Bisanzio, il figlio di Michele VII Ducas, Costantino, e viveva a Costantinopoli, dove, secondo l'usanza bizantina, era stata ribattezzata con il nome di Elena. Nel 1078 il generale Niceforo Botaniate rovesciò Michele VII con un colpo di stato, il patto nuziale venne rotto e Olimpia/Elena venne rinchiusa in un convento.
Questo affronto diede a Roberto e Sichelgaita il pretesto per attaccare l'impero bizantino. Raccolto l'esercito ad Otranto, il Guiscardo s'imbarcò a Brindisi insieme a Sichelgaita ed al primogenito Boemondo nel maggio 1081 nonostante il fatto che nel frattempo a Costantinopoli ci fosse stato un nuovo cambio della guardia con l'ascesa al trono di Alessio I Comneno.
Occupata Corfù con una rapida azione militare, il corpo di spedizione normanno sbarcò nei pressi di Valona e cinse d'assedio Durazzo. La città era difesa da Giorgio Paleologo – uno dei migliori generali di Alessio Comneno – che, con l'appoggio della flotta veneziana, sostenne validamente l'assedio riuscendo anche con una sortita ad incendiare le macchine d'assedio normanne.
In ottobre l'esercito imperiale, guidato dallo stesso imperatore, giunse in soccorso degli assediati.

La battaglia di Durazzo, 18 ottobre 1081
Informato per tempo dell'arrivo di Alessio, il Guiscardo schierò prontamente a battaglia il suo esercito (forte di circa 30.000 uomini) nella piana di Durazzo. Prese lui stesso il comando del centro e affidò al figlio Boemondo l'ala sinistra e ad Amico di Giovinazzo quella destra.
Alessio – che poteva contare su una forza composita di circa 20.000 uomini - prese a sua volta il comando del centro, dinanzi a cui si trovava la Guardia Variaga comandata da Nampita e seguita da un contingente di arcieri, mentre affidò il comando dell'ala destra a Niceforo Melisseno e quello dell'ala sinistra al gran domestico Gregorio Pacuriano.

Normanni: A (centro), B (Boemondo), C (Amico di Giovinazzo), D (Guiscardo, cavalleria pesante)
Bizantini: H (Nampeta, guardia variaga), F (Alessio), G (Melisseno), E (Pacuriano)

L'ala destra di Amico caricò la Guardia Variaga che tenne la posizione mentre l'intervento di Pacuriano lo costrinse a ripiegare disordinatamente. Nampita, senza curarsi di attendere l'arrivo del grosso dell'esercito, lanciò la Guardia all'inseguimento del nemico in rotta. A questo punto intervenne Sichelgaita (8) che indossando armi e corazza – pur colpita da una freccia ad una spalla - riuscì a rianimare gli sbandati riordinandone le fila. La Guardia Variaga, spintasi troppo avanti e sfiancata dall'inseguimento, fu travolta e decimata dalla controcarica di fanteria lanciata dal centro del Guiscardo. Asserragliatisi su una collinetta dove si trovava la cappella di San Michele, i Variaghi superstiti perirono tra le fiamme appiccate dai Normanni.
Entrambi gli schieramenti avevano così perso un'ala ma il Guiscardo poteva ancora contare sulla cavalleria pesante che aveva tenuto in riserva e che lanciò contro il centro avversario provocandone la rotta grazie anche alla diserzione dei mercenari turchi e bogomili.

Presa Durazzo, il Guiscardo marcia decisamente verso est alla volta di Costantinopoli. Nella primavera del 1082 si trova molto probabilmente nella regione di Castoria quando viene raggiunto dalla disperata richiesta di aiuto da parte di papa Gregorio VII.
Il sottile lavorio diplomatico di Alessio ha infatti dato i suoi frutti: l'imperatore tedesco Enrico IV, scomunicato dal papa e alleato di Alessio, è sceso in Italia e assedia in castel Sant'Angelo il papa che ha sostituito con un antipapa - Clemente III (9) - mentre molti vassalli di Roberto si stanno ribellando e passano dalla parte di Enrico IV.
Lasciato il comando delle operazioni in Oriente al figlio Boemondo, Roberto e Sichelgaita tornano in Italia tra l'aprile ed il maggio del 1082 ed il 24 maggio 1084 Roberto entra a Roma alla testa del suo esercito mentre le truppe di Enrico IV evitano lo scontro e si ritirano verso settentrione. Il Guiscardo tratta Roma come una città nemica e la lascia per 3 giorni al saccheggio dell'esercito, quindi ripiega su Salerno insieme a papa Gregorio per metterlo al sicuro da ogni minaccia germanica.

Merry Joseph Blondel, Boemondo d'Altavilla, 1843
Sala delle crociate, Castello di Versailles

La guerra in Oriente sotto il comando di Boemondo
Nel frattempo Boemondo - presa Giannina (aprile 1082) dove aveva istallato il proprio quartier generale rinforzando le difese della cittadella (10) – avanza rapidamente in Macedonia battendo ripetutamente gli imperiali. Conquista Bitola nella piana di Pelagonia, Tricala e Castoria e stringe d'assedio Larissa (ottobre-novembre 1082) difesa da Leone Cefala che resiste per sei mesi fino all'arrivo di Alessio alla testa dell'esercito imperiale (11) che costringe Boemondo a levare l'assedio e ripiegare su Castoria. A questo punto i comandanti normanni – subornati dalle promesse che l'imperatore faceva giungere loro – chiedono con insistenza a Boemondo il pagamento del soldo arretrato, cosa che alla fine costringe Boemondo a rientrare in patria per reperire i fondi necessari. Nel settembre dell'1083 Boemondo lascia quindi il comando dell'esercito a Briennio e Pietro d'Alifa e raggiunge Valona per poi imbarcarsi per l'Italia. In assenza di Boemondo, Alessio riconquista tutta la Tessaglia e nell'autunno del 1083 assedia e libera Castoria difesa da Briennio mentre molti comandanti normanni passano dalla sua parte.

Nel settembre del 1084, dopo aver inviato in avanscoperta i figli Ruggiero Borsa e Guido con alcuni squadroni di cavalleria che riconquistano Valona e Butrinto, il Guiscardo e Sichelgaita s'imbarcano ad Otranto con il grosso dell'esercito e si dirigono su Corfù che si era ribellata all'occupazione normanna. Riconquistata l'isola – difesa anche dalla flotta veneziana - a prezzo di sanguinosi combattimenti, Roberto raggiunge i figli a Butrinto. Il 17 luglio del 1085, mentre assediava Cefalonia, colto da una violenta febbre, Roberto il Guiscardo morì improvvisamente.
Alla morte di Roberto, Sichelgaita assunse la reggenza e dovette gestire la difficile successione. Il suo primo atto ufficiale fu quello di associare al potere il suo primogenito Ruggiero Borsa. L'idea era quella di assegnare a Boemondo i possedimenti balcanici e garantire a Ruggiero la successione al padre. La riconquista bizantina dei Balcani vanifica però questo progetto e provoca la ribellione di Boemondo che, spalleggiato dal cugino Giordano I principe di Capua, conquista Oria e mette a ferro e fuoco Taranto e Otranto.

Desiderio di Montecassino (papa Vittore III)
Abbazia di Sant'Angelo in formis, 1072-1087

Grazie alla mediazione del nuovo papa, l'abate di Montecassino Desiderio, parente e alleato di Sichelgaita, che ascende al soglio pontificio il 24 maggio del 1086 con il nome di Vittore III, si perviene ad un primo accordo: Boemondo ottiene la Puglia sudoccidentale, da Coversano fino a Gallipoli, insieme al titolo di principe di Taranto, in cambio della rinuncia agli altri possedimenti in Italia e alla successione.
La morte del pontefice (16 settembre 1087) riapre le ostilità tra i due fratellastri e Boemondo e i suoi alleati conquistano Cosenza e Maida.
Nel 1089 il nuovo pontefice, Urbano II, conferma a Boemondo il Principato di Taranto (formato dalla contea di Conversano e da tutto il Salento, eccetto Lecce e Ostuni, e le città di Cosenza e Maida che Boemondo cederà al fratello in cambio di Bari) e investe ufficialmente Ruggiero del titolo di duca di Puglia e Calabria.
Sichelgaita muore il 27 marzo del 1090. Verrà tumulata nell'abbazia di Montecassino.

Note:
(1) Per l'origine di queso soprannome vedi scheda La sicilia bizantina, nota 1.

(2) Il patto feudale non aveva però alcun fondamento giuridico: Guaimario era infatti divenuto duca di Calabria e di Puglia solo sulla base di un'acclamazione popolare, per giunta da parte di uomini che egli stesso aveva infeudato come suoi vassalli a Melfi in virtù dell'autorità di quello stesso titolo ducale.

(3) Alla morte di Drogone (1051), Gaitelgrima ne sposò in seconde nozze il fratello e successore Umfredo.

(4) Si tratta di un altro dei numerosi figli cadetti di Tancredi d'Altavilla, frutto come il Guiscardo del suo secondo matrimonio con Fredesenda e omonimo del fratellastro detto Braccio di ferro (deceduto nel 1046).

(5) Riccardo Drengot fu nominato dal papa Principe di Capua mentre Roberto il Guiscardo fu riconosciuto duca di Puglia, Calabria – sancendo in questo modo il diritto dei normanni sulle città di queste regioni ancora in mano ai bizantini - e Sicilia (ancora interamente in mano agli Arabi)

(6) Le truppe bizantine – sbarcate pochi mesi prima nei pressi di Taranto mentre il Guiscardo era impegnato in Sicilia contro gli Arabi - avevano rapidamente riconquistato Taranto, Brindisi ed Oria giungendo ad assediare la capitale normanna. Secondo il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum, una cronaca dell'XI sec. attribuita a Lupo Protospatario, il contingente bizantino era comandato da “Miriarca”.

(7) Dal suo matrimonio con Roberto il Guiscardo, Sichelgaita ebbe ben 11 figli. Ruggero, il primogenito, era detto Borsa per la sua mania di contare e ricontare il denaro.

(8) Sia Anna Comnena (Alessiade) – che la paragona ad Atena Pallade - che Guglielmo di Puglia (Gesta Roberta Wiscardi) concordano nel riconoscere a Sichelgaita un ruolo decisivo nel rovesciamento delle sorti della battaglia.

(9) L'arcivescovo di Ravenna, Guiberto Giberti, uno dei maggiori oppositori alle riforme di papa Gregorio VII, era stato eletto papa con il nome di Clemente III da un sinodo, a cui erano intervenuti prevalentemente vescovi schierati sul fronte imperiale, convocato da Enrico IV a Bressanone nel 1080. Venne insediato in San Giovanni in Laterano poco dopo l'ingresso delle truppe di Enrico IV in città (24 marzo 1084) mentre Gregorio si era rinchiuso in Castel Sant'Angelo.

(10) Per le opere di difesa fatte realizzare da Boemondo nella cittadella di Giannina vedi scheda Giannina.

(11) Gli effettivi di Alessio, nel frattempo, erano stati rafforzati dall'arrivo di 7.000 turchi inviati dal sultano di Rum.





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