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sabato 30 aprile 2016

La reliquia di Costantinopoli di Paolo Malaguti

Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli, Neri Pozza Editore, 2015.

Ringrazio Nicoletta de Matthaeis e Reliquiosamente  per la cortese collaborazione.

Mentre la città è stretta d'assedio Gregorio Eparco, un mercante greco, ed il suo socio, un ebreo veneziano, Malachia Bessan, intraprendono una frenetica caccia alle reliquie della Passione di Cristo che sarebbero state occultate durante l'occupazione latina e sostituite con delle copie.


Nel 1200 c.ca lo skeuophylakion della chiesa palatina della Vergine del Faro, Nicola Mesarites, stila questo elenco delle dieci più importanti reliquie della Passione conservate nella chiesa:
1. La corona di spine.
2. Un chiodo della crocefissione.
3. Il sudario di Cristo (il Mandylion di Edessa?).
4. I sandali di Cristo.
5. Un frammento della pietra tombale.
6. La tovaglia di lino (Lention) usata dal Cristo per asciugare i piedi degli apostoli dopo la Lavanda.
7. La sacra lancia.
8. Il manto di porpora che i soldati romani fecero indossare a Gesù.
9. La canna che posero nella sua mano destra a mò di scettro.
10. I ceppi con cui fu incatenato.

Il romanzo ipotizza che nel 1204 queste reliquie siano state nascoste in vari luoghi della città per sottrarle al sacco dei crociati nelle cui mani sarebbero finite soltanto delle copie. I due soci ne intraprendono la ricerca per porle in salvo dal Turco sulla scorta delle indicazioni criptate celate in un manoscritto, la Summa de reliquiis costantinopolitanis, scritto da un monaco francese, Guglielmo di Beyssac, ritiratosi nel Monastero di Chora nella seconda metà del XIV secolo.
Le reliquie sono però ridotte a nove, giacchè l'autore accredita la versione secondo la quale la vera sindone/mandylion sarebbe già stata portata in Occidente dal cavaliere crociato Ottone de la Roche dopo il sacco del 1204 (1). I nascondigli delle reliquie sono indicati da altrettanti indovinelli a ciascuno dei quali è accoppiata, come ulteriore indicazione, una sephirot della Cabala ebraica.

1. Chiodi della croce: Sub columna custoditur, reversus vultus adpsicit, infera atqua servat (è custodita sotto la colonna, il volto rovesciato la guarda, l'acqua infernale la conserva).

Si tratta della Basilica Cisterna, nei pressi della colonna il cui basamento è una testa di Gorgone rovesciata.
 

Grazie ad un importante ritrovamento avvenuto nel 1968, sappiamo con esattezza come erano i chiodi utilizzati per la crocefissione. A nord di Gerusalemme, a Giv’at ha-Mivtar, in un antico sepolcro fu rinvenuto, insieme ad altri resti, un chiodo conficcato in un osso di un calcagno destro appartenente a un uomo di nome Yehohanan ben Ha’Galqol di circa 25 anni, crocifisso fra il 6 ed il 65 d.C.
Il chiodo ha la punta spezzata, una lunghezza di 11,5 cm che può essere riportata ad un totale di 16 cm. e una sezione quadrangolare con un diametro massimo di 0,9 cm. Dal reperto si deduce che i piedi, e più precisamente le caviglie (non i tarsi), erano stati fissati alla croce inchiodandoli lateralmente con l’aiuto di un pezzetto di legno interposto per mantenerli fermi.

tratto da: N. de Matthaeis, Dove sono i veri chiodi di Cristo?

Nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, nella Cappella delle reliquie, viene da tempi immemorabili venerato un santo chiodo che sempre è stato ritenuto uno di quelli portati a Roma dall’imperatrice Elena dal suo pellegrinaggio in Terrasanta (326).
Ha una lunghezza di 11,5 cm ed un diametro, nel punto più largo, di 0,9, con sezione quadrangolare. Ne manca la punta, quindi doveva aver avuto originariamente una lunghezza di circa 16 cm. La capocchia non è originale e fu rifatta in epoca successiva. Però presenta le stesse caratteristiche, sia morfologiche che di grandezza, di quello scoperto a Giv’at ha-Mivtar.

Il chiodo descritto nell'inventario compilato da Nicola Mesarites potrebbe essere invece quello attualmente custodito nell'ospedale senese di Santa Maria della Scala oggi riconvertito in museo.
Presenta caratteristiche simili a quello di Roma, ma è abbastanza più sottile (asportazione di scheggie?). E’ lungo 15 cm, senza testa e ha la punta spezzata.
Fu acquistato a Costantinopoli, insieme ad altre reliquie, nel 1357, da un mercante veneziano, Pietro di Giunta Torregiani, che trattò probabilmente con l'imperatrice Elena Cantacuzena (moglie di Giovanni V e figlia di Giovanni VI Cantacuzeno). Nel 1359 lo donò (la compravendita di reliquie era proibita) al rettore dell'ospedale senese Andrea de Grazia, che intendeva fare della città una meta di pellegrinaggio, dove ancora si trova.
 
2. Corona di spine: In aqua et in argento, vox clamantis in deserto (nell'acqua e nell'argento, la voce di uno che grida nel deserto).
Vox clamantis in deserto è definito il Battista nei Vangeli di Marco (I, 1-3) e Giovanni (I, 22-23). La sephirot legata a questo indizio – la quarta, la Chesed – rimanda a virtù tipicamente materne (carità e amore per i figli) e quindi alla Vergine, la madre per eccellenza. L'acqua indica inoltre la presenza di una fonte miracolosa. L'unica monastero costantinopolitano dedicata alla Vergine che ospiti anche una fonte miracolosa - ancora oggi visibile nel monastero armeno (Sulu Manastir) che ne ha preso il posto - e che sia legato anche al Battista (vi era custodita la reliquia del suo braccio destro) e all'argento, fu fondato dall'imperatore Romano III Argiro (Αργυρος=argento), è quello della Vergine Peribleptos.
 
La corona di spine
Cattedrale di Notre Dame, Parigi

Francois de Mély suggerisce che la Corona di spine non venne portata a Bisanzio sino al 1063.
Nel 1238, Baldovino II, imperatore latino di Costantinopoli, ansioso di procurarsi dei fondi per la difesa del proprio impero, offrì la corona di spine a Luigi IX, re di Francia. L'oggetto però si trovava all'epoca nelle mani dei veneziani che l'avevano ricevuta a pegno di un forte prestito concesso all'imperatore (13.134 pezzi d'oro), ma Luigi IX pagò il prezzo richiesto e riscattò la reliquia facendo costruire per essa la Sainte-Chapelle (completata nel 1248) per accoglierla degnamente in Francia.

Luigi IX seguito dal fratello e da alcuni cortigiani trasporta la sacra reliquia
proveniente dalla cattedrale di S. Gatien (Tours)
Cloisters Museum, New York

La reliquia rimase in questa sede sino alla Rivoluzione francese quando, dopo essere stata ospitata per qualche tempo alla Bibliothèque nationale, e sulla base poi del Concordato del 1801, la chiesa poté tornarne in legale possesso, deponendola presso la cattedrale di Notre-Dame. La reliquia ancora oggi visibile consiste in un cerchio di vetro al cui interno si trova una corona intrecciata con juncus balticus avente un reliquiario separato per alcune spine rimosse nel tempo dalla corona.
 
 
3. La sacra Lancia: In tertio dono regum, ubi primum fuit donum Dei (Nel terzo dono dei re, dove per primo vi fu il dono di Dio).
Il terzo dono dei Re Magi, nella consueta scansione, è la mirra, quindi la chiesa non può che essere quella del Myrelaion (il posto della mirra) e il primo dono di Dio la tomba di Teodora, la moglie di Romano I Lecapeno che fu la prima ad esservi tumulata (922).

La lancia usata durante la Crocefissione per trafiggere il costato del Cristo ed accertarne la morte (Giovanni, XIX, 33-34) compare per la prima volta come reliquia nell'Itinerarium Antoninii (570 c.ca), in cui il pellegrino scrive di averla vista a Gerusalemme nella basilica sul monte Sion.
Secondo il Chronicon Paschale (una cronaca bizantina redatta nel VII sec.) nel 615, mentre l' armata sasanide di Cosroe II si avvicinava alla città santa, la sacra reliquia fu portata a Costantinopoli e riposta nella chiesa di Santa Sofia. La lancia compare inoltre nel catalogo compilato da Nicola Mesarites (vedi sopra) e la sua parte astile nel 1244 sarebbe stata ceduta da Baldovino II, ultimo imperatore latino di Costantinopoli, a Luigi IX di Francia. Riposta nella Sainte Chapelle, insieme alle altre reliquie raccolte dal re francese, sarebbe andata dispersa durante la Rivoluzione francese.
Nel 1492 il sultano ottomano Bayezid II donò a papa Innocenzo VIII, che deteneva il suo fratello minore Cem - pretendente al trono – usando la minaccia della sua liberazione come deterrente alle mire aggressive del sultano nei Balcani, quella che potrebbe essere la parte offensiva della lancia donata a re Luigi e che sarebbe rimasta fino a quel momento a Costantinopoli. Gli esami effettuati su questa reliquia, attualmente custodita nella cappella della Veronica in San Pietro e non accessibile al pubblico, ne mostrano la compatibilità con le lance utilizzate dai romani nel I secolo.
Nel XVII secolo, inoltre, papa Benedetto XIV fece realizzare un modello dell'asta allora conservata nella Sainte Chapelle e potè constatare che si adattava perfettamente alla parte offensiva della lancia di Roma.
La larghezza massima della parte offensiva della lancia (4,5 cm.) appare inoltre compatibile con la ferita laterale del Cristo impressa sulla sindone che mostra la stessa larghezza.
 
 
4. La coppa dell'Ultima Cena: In crypta sed non in crypta, sub martyrio cornus (nella cripta, ma non nella cripta, sotto il martirio del corno).
Nel 726, secondo le fonti di parte iconodula, l'imperatore Leone iniziò a predicare contro la venerazione delle sacre immagini, decidendo di rimuovere un'icona religiosa raffigurante Cristo (probabilmente un mosaico) dalla porta bronzea (Chalkè) del palazzo imperiale, sostituendola con una croce, e scatenando la protesta di un gruppo di donne che culminò con l'uccisione del funzionario che era stato incaricato di rimuovere l'icona e con il martirio di Santa Teodosia che aveva guidato la sommossa popolare. Mentre le altre donne vennero decapitate, Teodosia fu infilzata con un corno d'ariete (il martirio del corno). La chiesa costantinopolitana ad essa dedicata ha inoltre la peculiarità di essere stata sopraelevata su un edificio preesistente che ne andò a costituire la cripta pur trovandosi a livello del piano stradale (nella cripta, ma non nella cripta).
L'unica fonte che colloca a Costantinopoli (da cui sarebbe stata trafugata dal vescovo di Troyes durante il saccheggio del 1204) la coppa (calice) utilizzata dal Cristo durante l'Ultima Cena per istituire l'Eucaristia - Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (Marco XIV, 23-24) – è però un romanzo tedesco del XIII secolo, lo Jüngere Titurel, completamento e continuazione del frammento del Titurel di Wolfram von Eschenbach, la cui prima edizione a stampa è del 1477.
 
5. La Vera Croce: Secunda quae prima fuit, maior quae minor fuit servat (conserva la seconda che fu la prima, la maggiore che fu la minore).
Una donna che, pur importante, lo fu meno di chi venne dopo di lei (probabilmente il figlio). Anche se la definizione potrebbe alludere alla stessa Vergine, si tratta dell'imperatrice Elena, madre di Costantino il grande, e la chiesa è quella dei SS.Apostoli, nel cui mausoleo funebre destinato agli imperatori Costantino ne aveva fatto traslare le spoglie.

La Vera Croce, ritrovata a Gerusalemme da Sant'Elena nel 326, andò definitivamente perduta nel disastro di Hattin (1187), quando l'esercito crociato che la portava in battaglia fu sbaragliato dal Saladino.
Al momento del suo rinvenimento nel 326, l'imperatrice madre ne aveva però prelevato alcuni frammenti che aveva fatto portare a Roma (dove sono ancora conservati nella basilica di S.Croce in Gerusalemme) e a Costantinopoli.
La stauroteca conservata nel Tesoro nella cattedrale di Limburg An Der Lahn in Germania proviene molto probabilmente dalla chiesa della Vergine del Faro e custodisce sette di questi frammenti.
La stauroteca di Limburg
 
Sul retro del reliquario più antico è presente un'incisione a sbalzo che lo riferiece agli imperatori Costantino e Romano. Identificati in Costantino VII Porfirogenito (912-959) e suo figlio Romano II (associato al trono nel 946).
Lungo i margini più esterni della teca realizzata successivamente per fornire al reliquario una ulteriore protezione, si trova un'altra iscrizione che nomina un altro personaggio altolocato, l'eunuco Basilio, figlio illegittimo di Romano I Lecapeno, a cui nell'epigrafe viene attribuito il titolo di proedros, carica che questi ricoprì dal 963 al 985.
Predata durante il sacco crociato e portata a Tessalonica (probabilmente al seguito di Bonifacio di Monferrato che aveva ottenuta in feudo la città), nel 1206 fu data al cavaliere tedesco Heinrich Von Ulmen come compenso dei servigi militari resi (2). Nel 1208, al suo ritorno in patria, il cavaliere donò il reliquiario al convento delle Agostiniane a Stuben. Nel 1778 il monastero fu soppresso e dopo vari spostamenti, nel 1827 il reliquiario entrò a far parte del Tesoro della cattedrale di Limburg dove è ancora custodito.

6. sconosciuta: Sub altis ex aere plumis aeterne custoditur et custodiit (sotto le alte piume di bronzo, in eterno è custodita e custodisce).
Si tratta della statua bronzea di Giustiniano, posta sulla sommità di una colonna alta quasi 100 m. eretta al centro dell'Augusteon. Il capo dell'imperatore era infatti cinto dalla toupha, la corona piumata che gli imperatori indossavano in occasione dei trionfi.
Stante la difficoltà di scalare senza essere visti una colonna così alta e sprovvista di scala elicoidale all'interno, i due cercatori di reliquie rinunciano anche perchè la statua dell'imperatore si era abbattuta al suolo nel 1317 ed il restauro a cui era stata sottoposta prima di rialzarla aveva molto probabilmente svelato il nascondiglio della reliquia.

7. sconosciuta: Leo audivit nuntium, postea dedir caeco, inde imperium habuit (il leone udì l'annuncio, poi diede al cieco, infine ebbe il comando).
Una leggenda vuole che il futuro imperatore Leone I detto il Trace (457-474), quando era ancora un semplice soldato, si trovasse poco fuori la Porta Aurea quando udì i lamenti di un cieco che aveva perso l'orientamento. Mentre cercava dell'acqua per dissetarlo udì una voce: - Leone, perchè cerchi l'acqua? E' qui accanto a te! Leone si accorse quindi che una fonte d'acqua limpida sgorgava lì nei pressi, ne riempì l'elmo e diede da bere al cieco. La voce parlò ancora e disse: - Leone, imperatore, se costruirai in questo luogo una chiesa in onore della Vergine, il tuo regno sarà lungo e fortunato!
Un mese dopo, Leone divenne imperatore, si ricordò della profezia e fece erigere sul posto la chiesa dedicata alla Vergine Zoodochos Pege (fonte che dona la vita).
La chiesa esistente all'epoca (fu completamente distrutta dai giannizzeri nel 1821) si trovava però poche centinaia di metri fuori della cinta muraria, in una località che prendeva il nome dalla fonte (Pege) e che corrisponde all'attuale quartiere stanbulino di Bailikli. Era quindi irraggiungibile per i due cercatori di reliquie rinchiusi nella città assediata.
 
 
8. sconosciuta: Apud regnum sub matris velo, ubi fluit fons vitae (vicino al regno sotto il velo della madre, dove scorre la fonte della vita).
Si tratta della chiesa di Santa Maria delle Blachernae. La chiesa, fatta costruire da Pulcheria – sorella di Teodosio II e moglie di Marciano – tra il 450 ed il 453, custodiva infatti, in un'apposita cappella (paraekklesion) denominata Hagia Soros, il maphorion, il velo indossato dalla Vergine (matris velo). La chiesa era inoltre apud regnum giacchè sorgeva nel quartiere delle Blachernae, nei pressi del palazzo imperiale. Alla chiesa era annesso l'Hagion Lousma dove si trovava un bacino che raccoglieva le acque di una fonte miracolosa (fons vitae).
La chiesa era però andata completmente distrutta nel 1434 in un incendio appiccato incidentalmente da alcuni ragazzi che cacciavano i piccioni sul tetto della chiesa.
 
 
9. La Tunica di Cristo: Certe non dormitur, sed ibi dormiis primus idolorum defensor (di sicuro non si dorme, ma lì dorme il primo difensore degli idoli).
Si tratta del Monastero di San Giovanni in Studion. I suoi monaci erano infatti detti akometoi (i non dormienti) e dal'844 vi erano stati traslati i resti di San Teodoro Studita, il più tenace antagonosta della politica iconoclasta (primus idolorum defensor).
 
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca (Giovanni XIX, 23-24).
Secondo Gregorio di Tours (VI sec.) la tunica, ricomprata da alcuni fedeli, sarebbe stata inizialmente trasportata a Galata, in Asia minore, e consevata in una basilica. Da qui sarebbe poi stata trasferita a Jaffa per sottrarla alle incursioni persiane. Da qui nel 594 sarebbe stata solennemente trasferita a Gerusalemme. Predata da Cosroe II insieme alla Vera Croce nel 614, venne recuperata dall'imperatore Eraclio nel 627 e portata a Costantinopoli.
Una tradizione vuole che successivamente la tunica sia stata donata a Carlo Magno dall'imperatrice Irene (797-802) nell'ambito di una trattativa matrimoniale avviata poco prima della sua detronizzazione. Nell'806, quando la figlia dell'imperatore, Teodrada, entrò come badessa nel monastero di Argenteuil, la tunica avrebbe fatto parte della sua dote e, dopo varie traversie sarebbe attualmente custodita nella chiesa di St.Denis.
Durante la Rivoluzione francese, il parroco della chiesa di St.Denis dove si trovava la tunica, la tagliò in quattro parti, nella speranza che almeno una potesse salvarsi dal furore iconoclasta dei rivoluzionari. In seguito ne furono ritrovati soltanto tre che nel 1892 furono ricomposti e cuciti su un’altra tunica di satin bianco.
Secondo una descrizione che precede la sua divisione la tunica è di lana, la parte inferiore ha una specie di orlo, ossia un bordo più resistente ed è tessuta a maglia dall’alto verso il basso, senza cuciture. La veste poteva arrivare fino a sotto le ginocchia, con maniche a mezzo braccio, e le sue misure erano 1,45 m di altezza e 1,15 di larghezza.
La tunica presenta inoltre grosse macchie di sangue che corrispondono a quelle rinvenute nella Sindone (le ferite della flagellazione), tenendo presente che non si sparge allo stesso modo il sangue in un corpo fermo (come nella sindone) e in un corpo in movimento e con un carico sulle spalle. Coincidono anche il gruppo sanguigno (AB) ed il DNA (formula cromosomica di un uomo semita arabo).
In accordo con questa tradizione la tunica inconsutile non figura nell'elenco compilato da Mesarites, ma Antonio di Novgorod nel suo Libro del pellegrino scrive di averla vista insieme ad altre reliquie nel Palazzo imperiale (3) durante il suo pellegrinaggio a Costantinopoli compiuto nel 1200, pressapoco nello stesso periodo in cui Mesarites compila il decalogo. Se la tunica non appare in questo inventario, vi compare però il “manto di porpora”, quello che i soldati romani posero per scherno sulle spalle del Cristo: Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo (Marco XV, 16-17).
Se le parole dell'evangelista intendessero che al Cristo venne fatta indossare sopra la tunica una sopravveste di porpora più che un mantello come l'intendiamo oggi, questa sopravveste potrebbe essere quella mostrata ad Antonio di Novgorod (4).

Nel romanzo ad ogni modo la reliquia è conservata in forma ufficiale (cioè pubblicamente esposta alla venerazione dei fedeli) nel monastero di Studion – dove in realtà non è mai stata - ed i due protagonisti convengono sull'impossibilità di venirne in possesso in quanto troppo sorvegliata.
 
Note:
 
(2) Dopo la conquista di Costantinopoli, tra l'altro, Bonifacio aveva occupato proprio il palazzo Bucoleone che sorgeva sul litorale del Mar di Marmara accanto allo stesso faro da cui prendeva il nome la cappella delle reliquie.
(3) Nel 1200 il vecchio Palazzo imperiale (Gran Palazzo) era già stato abbandonato dagli imperatori come residenza in favore di quello delle Blachernae, continuava però ad essere utilizzato con funzioni di rappresentanza. Antonio di Novgorod fu ammesso molto probabilmente proprio alla cappella della Vergine del Faro dove gli furono mostrate le reliquie.
(4) Il "manto di porpora" che sarebbe stato posto per scherno sulle spalle del Cristo compare in tutti e quattro i Vangeli canonici ma per definirlo gli evangelisti usano quattro parole diverse: Marco usa solo la parola πορφυρα, senza ulteriori specifiche; Luca (XXIII, 11) usa semplicemente il termine di εσθησ (veste) accompagnata da un aggettivo che la definisce "splendida"; Matteo (XXVII, 27-29) lo chiama χλαμΰς (la clamide, che consisteva in un pezzo di stoffa, più o meno ampio, a forma di rettangolo, che finiva in uno dei lati corti con taglio a semicerchio e si fermava con una fibula sulla spalla); Giovanni (XIX, 2) parla di ἱμάτιον (un panno di forma rettangolare che si avvolgeva attorno al corpo) e ἱμάτιον è anche il termine impiegato da Mesarites nel suo decalogo. Secondo alcune analisi condotte in tempi relativamente recenti (Lucotte, 2004) inoltre, la tunica d'Argenteuil sarebbe stata originariamente tinta di rosso. Una tunica ed un manto tipo la clamide o l'himation, entrambi di colore rosso e conservati ripiegati in quattro, avrebbero quindi potuto essere scambiati l'uno per l'altro.

 




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