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domenica 26 ottobre 2014

Epistula de urbis Costantinopoleos captivitate, parte I


Epistula de urbis Costantinopoleos captivitate, parte I
La lettera-relazione, indirizzata a papa Niccolò V, fu scritta dall'arcivescovo di Mitilene Leonardo di Chio (cfr. scheda biografica) una volta raggiunta l'isola natale e porta la data del 16 agosto 1453.

1. (…) Narrerò dunque tra le lacrime ed i lamenti l'ultima rovina di Costantinopoli, catastrofe a cui ho assistito poco tempo fa e che ho visto con questi miei occhi. Sono certo, santissimo Padre, che molti altri mi hanno preceduto nel riferire a vostra Santità come si sono svolti gli avvenimenti. E' utile infatti raccogliere in un tutto unico le relazioni date da molte persone. Ciò malgrado, poiché si suole esporre in modo assai più esatto ciò che si è visto che non ciò di cui si è sentito parlare, narrerò ciò che io so e darò testimonianza, quanto più fedelmente possibile, di ciò che ho visto.


2. Da quando, reverendissimo Padre, il signor cardinale di Santa Sabina (1), vostro delegato per sancire l'unione con i greci, mi invitò a Chio a far parte del suo seguito, con zelo estremo ho cercato in ogni modo di difendere, come era mio dovere, con forza e con tenacia, la fede della santa Chiesa di Roma. Tentavo così di comprendere le abitudini ed il carattere dei greci e mi sforzavo di capire, attraverso gli argomenti addotti dai santi teologi, quale fosse la loro propensione, quali le intenzioni, quali le ragioni, quali lo scopo che li tratteneva o li faceva ritrarre dalla vera comprensione della fede e dall'obbedienza dovuta. Compresi chiaramente che, al di fuori di Argiropulo (2), maestro nelle arti liberali, e di Teofilo Paleologo (3) oltre che di alcuni pochi ieromonaci e laici, quasi tutti i greci erano a tal punto succubi di un sentimento di vanità che nessuno di loro, condizionato da zelo religioso o da preoccupazione per la salvezza della propria anima, voleva apparire di essere il primo a non tenere quasi in alcun conto la sua opinione o la sua ostinazione.

Ad ammettere l'articolo conciliare sulla precessione dello Spirito Santo, da una parte li metteva in imbarazzo la loro coscienza, dall'altra invece li angustiava il loro orgoglio, la loro arroganza, non volendo essi che i latini pensassero di essere più capaci di penetrare a fondo la verità della fede. In realtà, poiché né la dottrina, né l'autorità, né le varie ragioni addotte da Scolario (4), da Isidoro e da Neofito (5) potevano essere contrapposte alla credenza autentica della Chiesa di Roma, si giunse, per l'impegno e l'onestà del suddetto signor cardinale a sanzionare l'unione santa – se non fu insincera – con l'assenso dell'imperatore e del senato, e a celebrarla solennemente il 12 dicembre nella festa di San Spiridione vescovo.

3. Subito dopo questi fatti scoppiò il flagello violento del Turco che investì Costantinopoli, Galata e le altre città vicine affinchè si avverasse la parola di Isaia: “[Misera,] sbattuta dalla tempesta e senza alcun conforto” (Isaia, LIV, 11). E da questo turbine venni anch'io squassato, fatto prigioniero e, a causa dei miei peccati, legato e percosso dau turchi, ma non fui ritenuto degno di esser trafitto con Cristo, mio Salvatore (...)


4. (...) Così l'unione, non fatta, ma finta, conduceva la città verso la sua distruzione fatale. E ci accorgemmo a qual punto era giunta l'ira divina, maturata proprio in questi giorni.


5. Dio dunque, adirato contro di noi, inviò Mehmed, potentissimo sovrano dei turchi, un giovane pieno di audacia, avido di gloria, inebriato di potere, nemico capitale dei cristiani. Costui, presentatosi davanti a Costantinopoli, pose, il 5 di aprile [1453], il suo accampamento e le sue tende con i suoi trecentomila guerrieri e più tutt'attorno alla città, dalla parte della terraferma. I soldati erano per lo più cavalieri, ma coloro che prendevano parte ai combattimenti erano tutti fanti. Tra questi ultimi quelli che erano destinati alla protezione del sovrano erano circa quindicimila, guerrieri coraggiosi, detti giannizzeri, come i mirmidoni presso il Macedone, che erano in origine dei cristiani o figli di cristiani convertiti in senso contrario, passati cioè all'islamismo. Due giorni dopo [7 aprile], presa posizione davanti alla città, avvicinò ai fossati un numero enorme di macchine da guerra e di ripari, fatti di frasche e vimini intrecciati, con cui i combattenti potessero proteggersi tutt'attorno al contrafforte e al fossato (…) Ma chi mai, di grazia, bloccò da ogni parte la città? Chi furono, se non dei cristiani traditori, coloro che hanno istruito i turchi? Posso testimoniare che greci, latini, tedeschi, ungheresi, boemi, provenienti da tutte le nazioni cristiane, confusi tra i turchi, appresero le loro tecniche di guerra insieme alla loro fede: e furono essi che, dimentichi in modo mostruoso della loro fede cristiana, davano l'assalto alla città. (…)


6. Messa in posizione una bombarda davvero terrificante, sebbene fosse più grande l'altra che saltò in aria, trascinata a fatica da centocinquanta paia di buoi, di fronte a quella parte delle mura detta Caligaria, che era sguarnita, cioè non difesa né dal fossato né dal contrafforte, con essa diroccavano le mura usando proiettili di pietra della circonferenza di undici palmi miei. Per fortuna la muraglia era in quel punto molto profonda e solida: eppure essa non resisteva ai colpi di un ordigno così terribile. In seguito, poiché lo scoppio della bombarda più grossa aveva angustiato l'animo del sultano, questi, per non sentirsi condizionato da un sentimento di tristezza in un così grande combattimento, comandò di fonderne subito un'altra di dimensioni maggiori della precedente. Ma questa bombarda, a quanto si dice, per intervento di Halil pasha (6), ministro del sultano, ma amico dei greci, non venne mai portata a termine dal fonditore. (…) Il nemico, in verità, credeva che i greci fossero pochi e che essi non fossero in grado di difendere la città, una volta che fossero stati prostrati e sfiniti da combattimenti senza tregua. Certo fu vergognoso che i turchi al primo scontro non trovassero ostacoli; ma i nostri, fattisi più esperti di giorno in giorno, riuscirono a schierare contro i nemici delle artiglierie, che venivano però concesse in misura molto limitata. La polvere da sparo era poca e scarsi i proiettili. Le bombarde, d'altra parte, quando c'erano, per la posizione sfavorevole in cui esse si trovavano, non erano in grado di recar danno ai nemici che si riparavano dietro le macerie e nelle buche del terreno. In effetti le nostre bombarde, quando erano di grosso calibro, dovevano tacere, perchè altrimenti sconquassavano le nostre stesse mura; ma quando potevano sparare contro le formazioni nemiche falciavano uomini e tende. (…)


7. Purtroppo, per nostra mala sorte, il genovese Giovanni Longo appartenente alla nobile famiglia dei Giustiniani, era giunto lì per caso durante le sue scorrerie sui mari con due grandi navi e con circa quattrocento armati e, assoldato dall'imperatore, era stato investito del comando militare, sembrando che egli fosse in grado di difendere con coraggio la città. Dirigeva nel modo più sollecito il riassetto delle mura che erano crollate, come si facesse beffe dell'orgoglio e della potenza del Turco. In effetti, quanto più i nemici abbattevano le mura con proiettili di pietra di enormi dimensioni, tanto più costui con coraggio indomito riusciva a ripararle ammassando fascine, terra e botti di vino. Perciò il Turco, sentitosi tradito nella sua aspettativa, pensò che, pur non desistendo dai bombardamenti con i cannoni, fosse possibile impadronirsi della città con l'astuzia, scavando delle mine sotterra. Così comandò che fossero fatti venire i maestri minatori che egli aveva condotto con sé da Novo Brodo . E questi, trasportato il legname e gli strumenti necessari con grande diligenza, come era stato ordinato, cercarono subito di giungere attraverso cunicoli a scavare sotto le fondamenta e di penetrare così da ogni parte passando sotto le mura della città. Ma quando già essi avevano compiuto uno scavo in gran silenzio fino in fondo sotto il fossato e sotto il contrafforte – cosa davvero mirabile – la loro impresa venne scoperta con grande sagacia ed intelligenza dal tedesco Giovanni Grant (8), soldato molto abile ed espertissimo di cose militari, che Giovanni Giustiniani s'era portato con sé come capitano: il fatto, confermato dalle staffette, fece grande impressione sugli animi di tutti. (…)

8. Inoltre, quella famosa bombarda di dimensioni spropositate, poiché non riusciva ad ottenere gli effetti desiderati contro la muraglia della Caligaria, alla quale era stato posto riparo con prontezza, tolta di lì, venne trasportata in un altro punto durante il giorno per colpire la zona della torre Baccaturea (9) presso la Porta di san Romano con proiettili di peso, secondo la mia stima, di milleduecento libbre. La colpì e la scosse dalle fondamenta, la squassò e la distrusse. Le rovine di tale torre del contrafforte riempirono il fossato e lo livellarono, cosicchè i nemici si trovarono di fronte una strada spianata, seguendo la quale potevano irrompere in città; e se non si fosse proceduto immediatamente, come durante il martellamento della Caligaria, a fare riparazioni, non c'è alcun dubbio che sarebbero entrati d'impeto nella città. (…)
9. Frattanto gli abitanti di Galata, cioè di Pera, volendo impedire, anche se con qualche cautela, che il Turco costruisse sulla Propontide un forte (10), cercavano di rifornire di armi e di soldati la città in modo affannoso, ma di nascosto, perchè non trapelasse la notizia al nemico il quale faceva finta di essere in pace con loro (…). Così quella pace, sia pur simulata, diede respiro per un po' di tempo alla città. Io penso però che, a mio modo di vedere, se non erro, sarebbe stato molto meglio per gli stessi abitanti di Galata se essi avessero dichiarato guerra aperta fin dal primo momento, piuttosto che continuare a simulare la pace. Certo il Turco non sarebbe riuscito a costruire quel forte che fu poi la causa della loro rovina, né in seguito avrebbe potuto scatenare una guerra così micidiale. O genovesi, abituati ormai a vedere le cose soltanto in un certo modo! Ma taccio, non voglio parlare dei miei concittadini, su cui gli altri paesi portano un giudizio pieno di verità. (…)

10. Continuiamo piuttosto la nostra narrazione. I nostri intanto al limite delle loro forze non avevano più fiducia nella difesa. Ormai non si poteva più sperare di ricevere aiuti (salvo che da Dio solo) da Genova o da Venezia o da altro paese, da cui – sia detto senza offesa – avremmo dovuto ricevere ogni tipo di pronto soccorso. (…)


11. Mentre dunque continuava la situazione d'assedio della città, bloccata da ogni parte, giunse una flotta di duecentocinquanta fuste che, radunata dalle coste dell'Asia, della Tracia e del Ponto, si schierò contro la città. Di esse sedici erano triremi, settanta biremi, le rimanenti galere leggere ad un solo banco di remi; pure le navicelle e le barche si muovevano piene di arcieri per far bella mostra. Queste navi, non riuscendo ad entrare nel porto, sbarrato da una catena a cui erano collegate delle navi munite di rostri e ben armate, e cioè sette genovesi e tre cretesi, gettarono l'ancora non lontano presso la costa della Propontide (11) alla distanza di circa cento stadi dalla città. (…) Il Turco però, non sperando più di abbattere interamente con le bombarde le mura, benchè esse fossero state sconquassate in tre punti dai proiettili di pietra, per suggerimento di un cristiano traditore, giurò a sé stesso di trasportare dentro il golfo un certo numero di biremi passando dietro la collina. (…) Perciò , allo scopo di stringere ancor più in una morsa la città, diede ordine di spianare una zona impraticabile del terreno e di trascinare a forza di braccia per settanta stadi tali biremi attraverso la collina, dopo aver posto sotto di esse delle armature spalmate di grasso. Queste navi, trascinate su per la salita con grande sforzo, giunte al culmine della collina scendevano poi lungo il declivio verso la costa con grande rapidità fin dentro una delle insenature. Chi svelò questo stratagemma ai turchi aveva appreso, io credo, una tal novità dall'operazione attuata dai veneziani, a loro modo, sul Lago di Garda (12). Così noi, ancor più spaventati, pensavamo di distruggerle o col fuoco o a colpi di bombarda. Ma nemmeno questo ci riuscì, perchè quelle, protette da ogni parte dal fuoco di sbarramento delle bombarde, ci inflissero notevoli perdite. (...)


12. Non contento dunque di questo stratagemma, per spaventarci ancor di più, ne attuò un altro, e cioè fece costruire un ponte lungo circa 30 stadi che si stendeva dalla riva opposta alla città, così da tagliare in due l'insenatura del mare, ponte posato su botti da vino legate l'una all'altra a strutture di legno fissate sul fondo, in modo tale che l'esercito potesse passarvi sopra e giungere fino alle mura della città nei pressi della chiesa (13). (...)


Note:

(1) Isidoro di Kiev.
(2) Umanista bizantino, aveva fatto parte della delegazione greca al Concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439) schierandosi con gli unionisti.
(3) E' nominato anche più avanti, nell'elenco dei comandanti della difesa (paragrafo 23). Probabilmente si tratta di un cugino dell'imperatore.
(4) Giorgio Scolario. Fece anche lui parte della delegazione greca al Concilio di Ferrara-Firenze, in qualità di consigliere teologico dell'imperatore schierandosi, anche se non troppo vigorosamente, sul versante unionista. Rientrato in patria mutò radicalmente opinione e nel 1444, alla morte di Marco Eugenico (Marco di Efeso), assunse la guida del movimento antiunionista. Ritiratosi a vita monastica con il nome di Gennadio nel monastero del Pantokrator dopo la morte di Giovanni VIII (1448), fu chiamato a ricoprire la carica di Patriarca dopo la caduta di Costantinopoli e nominato da Maometto II capo della comunità dei greci proprio per la sua ostilità nei confronti dei latini. Ricoprì la carica di Patriarca con il nome di Gennadio II in tre diversi periodi (1454-1456, 1453 e 1464-1465).
(5) Si tratta molto probabilmente di due monaci o vescovi autorevoli che sottoscrissero verso la metà del novembre 1452 una lettera all'imperatore per protestare contro l'unione.
(6) Çandarlı Halil Pasha - detto “il giovane” per distinguerlo dal padre che aveva lo stesso nome e che ricoprì prima di lui la stessa carica – fu Gran Visir dell'impero ottomano durante il regno di Murad II e nei primi anni di quello di Maometto II. Fu fatto giustiziare dal sultano pochi giorni dopo la caduta della città (1 giugno 1453) per l'opposizione al progetto di conquista di Costantinopoli che aveva sempre apertamente manifestato.
(7) La cittadina kosovara di Novo Brdo.
(8) Nel testo latino Johannis Grande Alemani. Compare anche nei resoconti degli altri cronisti dell'assedio. Ufficiale tedesco esperto di mine al seguito di Giustiniani Longo, comandava assieme a Teofilo Paleologo ed al veneziano Zaccaria Grioni la difesa del tratto di mura comprese tra la Porta Caligaria e la Xyloporta (poco oltre la congiunzione delle mura di terraferma con quelle marittime) dove controminò le mine – sette in tutto - scavate dai minatori serbi al servizio del sultano.
(9) La torre Baccaturea sorgeva nei pressi della Porta di S.Romano (l'attuale Topkapi) mentre il tratto di mura in direzione della Porta di Charisio prendeva il nome di muro Baccatureo. Dovevano il nome ad un soldato selgiuchide, Bahadur, fedelissimo dell'imperatore Andronico II Paleologo (1282-1328) a noi noto anche per un'elegia a lui dedicata dal poeta Emanuele Philès. Una naturale depressione del terreno che poneva questo tratto delle mura ad una quota più bassa di quella della collina prospicente da cui le artiglierie nemiche potevano batterle ne faceva il tratto più vulnerabile dell'intera cerchia difensiva contro cui si concentrò il fuoco delle artiglierie ottomane di grosso calibro.
(10) Qui o Leonardo di Chio ricorda male o cerca di mettere in buona luce i genovesi di Galata. Si tratta infatti del castello di Rumeli hisari fatto costruire da Maometto II sulla riva europea del Bosforo, di rimpetto a quello già costruito sulla sponda anatolica (Anadolu hisari), con l'intento di impedire che la città fosse rifornita da convogli provenienti dal Mar Nero. Il castello fu però costruito circa un anno prima rispetto agli eventi narrati e senza che gli abitanti di Galata facessero alcunchè per impedirlo.
(11) La flotta ottomana si dispose lungo il litorale della costa europea del Bosforo, nel tratto detto delle Due Colonne (Diplokionion) – per la presenza di due colonne probabilmente resti di un tempio di età romana che crollarono definitivamente nel 509 – che corrisponde al litorale dell'attuale quartiere di Besiktas.
(12) Leonardo allude qui all'operazione realizzata nel 1439 dai veneziani nell'ambito della guerra con il ducato di Milano e nota come Galeas per montes. Per soccorrere la città di Brescia, rimasta isolata e sotto assedio, su proposta dell'ingegnere militare Biaso de Arboribus e del marinaio greco Nicolò Sorbolo, 25 navi grosse, 2 galee e 6 fregate furono trasportate via terra dal villaggio di Mori, nei pressi di Rovereto, dove erano giunte risalendo l'Adige, fino al porto di Torbole sulla riva settentrionale del lago di Garda, coprendo un tragitto di circa 20 km. L'operazione, coordinata sul campo da Niccolò Carcavilla, richiese l'impiego di 2000 buoi e centinaia di uomini e destò grande scalpore tra i contemporanei.
(13) Il ponte venne teso tra la località oggi conosciuta come Haskoy, sulla riva settentrionale del Corno d'oro, e la Porta di San Giovanni Battista, vicinissima a quella del Kinegos, nei cui pressi sorgeva la chiesa omonima.

La probabile dislocazione del ponte su botti fatto allestire dal sultano 



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