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mercoledì 30 ottobre 2013

La cappella dei SS. Primo e Feliciano

La cappella dei SS. Primo e Feliciano

Pianta della chiesa di S.Stefano Rotondo

Nel VII secolo papa Teodoro I (642-649) fece traslare nella chiesa di Santo Stefano Rotondo (1) sull'Aventino i resti dei santi martiri Primo e Feliciano, che precedentemente riposavano in una catacomba al XV miglio della via Nomentana, ritenuta non più sicura dopo le ripetute scorrerie dei Longobardi.
Sul nuovo sepolcro dei martiri, collocato nel braccio nord-orientale della chiesa, venne eretto un altare, alle spalle del quale il muro esterno venne demolito per realizzarvi una piccola abside, configurando in questo modo una cappella radiale.
Il catino absidale venne decorato da un mosaico a fondo d’oro.


Su un'irregolare striscia verde simboleggiante il terreno, si stagliano, al di sotto di un menisco in cui la dextera dei offre a Primo e Feliciano la corona del martirio, una croce gemmata sormontata da un clipeo contenente il busto di Cristo, ed ai lati, i due santi titolari della cappella.
Anche se il busto di Cristo è palesemente frutto di un rimaneggiamento successivo, il clipeo sembra essere originale (Matthieu), e ciò lascia pensare che, come per la base della croce (anch'essa fortemente rimaneggiata), i restauratori abbiano rispettato l'impianto originale.
Gran parte della critica, speculando sui natali gerosolimitani di papa Teodoro I, ha considerato l'intero impianto una sorta di "commosso omaggio" alla Gerusalemme da poco caduta in mano agli arabi (637), con la croce gemmata a simboleggiare dunque la stauroteca presente sul Golgota.
La croce gemmata, coronata dal busto clipeato del Cristo, potrebbe anche riflettere, sotto il profilo iconografico, le immagini venerate nei santuari di Terrasanta. Perduti gli originali, ne resta memoria nelle repliche realizzate su alcuni oggetti devozionali riportati dai pellegrini come questa ampollina della seconda metà del VI secolo che mostra appunto una croce sormontata dal busto clipeato di Cristo.

Ampolla devozionale
Tesoro del Duomo di Monza (2)

Secondo una passio piuttosto tarda (VI sec.), Primo e Feliciano erano due fratelli ottantenni che furono decapitati nei pressi di Mentana nel 303 circa per essersi rifiutati di fare sacrifici agli dei pagani. Nel mosaico Feliciano è invece rappresentato in età giovanile.
Entrambi sono vestiti come dignitari bizantini, con in mano il rotulo avvolto e legato che sostengono con un gesto manieratamente elegante, particolare anche questo bizantineggiante come l'acconciatura.
Secondo Matthiae, la cultura pittorica dell'autore del mosaico appare imbevuta dell'arte bizantina ma non al punto di farne del tutto un bizantino. Caratteristiche prettamente autoctone affiorerebbero infatti in una certa rigidità del contorno, nei valori più decisamente lineari delle pieghe, nell'allungamento delle figure, nell'incarnato più rossiccio e sanguigno delle carni o nel modo più crudo e realistico di rendere l'aggrottata e severa fissità dello sguardo.
Ciònonostante, nel contesto della produzione romana, questo mosaico rappresenta comunque uno dei momenti di maggiore aderenza ai canoni dell'arte di Bisanzio.

Nell’XI secolo la cappella fu ristretta con tramezzi per ospitare una sacrestia e un coro secondario e nel 1586 le pareti furono affrescate da Antonio Tempesta con le storie del martirio dei due santi. L’attuale altare risale al 1736 ed è opera di Filippo Barigoni.

 
 
Note:
 
 
(1) Santo Stefano Rotondo è la più antica chiesa romana a pianta circolare. Iniziata negli ultimi anni del pontificato di Leone I (440-461) fu terminata ed inaugurata da papa Simplicio (468-483). La chiesa fu costruita sul modello della Rotonda (chiesa della Resurrezione) della basilica costantiniana del Santo Sepolcro a Gerusalemme (335).

(2) Era consuetudine dei pellegrini riportare nei propri luoghi d'origine delle piccole ampolle di forma lenticolare in stagno (ma anche di ceramica o di vetro), contenenti piccole quantità dell'olio che ardeva nelle lampade poste vicino a sepolcri di santi o anche olio "santificato" dal loro contatto. Nel Tesoro del Duomo di Monza se ne conservano 16 esemplari, raccolti da Teodolinda, regina dei Longobardi, tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo.



 

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