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giovedì 29 agosto 2013

La fine del Regno dei Goti (550-553)


La fine del Regno dei Goti (550-553)
Nell'inverno del 550 Giustiniano conferì al fidato Narsete (1) il comando delle operazioni in Italia assieme ad un'ampia disponibilità di denaro. Narsete raggiunse a Salona Giovanni – lo storico rivale di Belisario che sarà l'ispiratore della sua strategia militare – ed in pochi mesi misero insieme la considerevole forza di trentamila uomini.
Nella primavera del 552 Narsete mosse alla testa dell'esercito per raggiungere l'Italia via terra. Giunto ad Aquileia dovette però fronteggiare una difficoltà imprevista: i goti del presidio di Verona, comandati da Teia, avevano danneggiato la strada che vi conduceva ed erano pronti ad ostacolare con ogni mezzo il passaggio dell'esercito imperiale. Narsete decise di proseguire lungo la costa, facendosi seguire da alcune navi per utilizzarne le scialuppe per scavalcare i numerosi corsi d'acqua che avrebbe incontrato lungo il tragitto, e in giugno raggiunse Ravenna congiungendosi alle truppe di Valeriano che comandava il presidio.
A differenza di Belisario, che avanzava lentamente senza lasciarsi alle spalle piazzeforti in mani nemiche, Narsete e Giovanni puntarono decisamente allo scontro risolutivo con l'esercito goto senza curarsi di assediarle. Totila, ricevute in rinforzo le truppe condotte da Teia, mosse da Roma contro di loro e i due eserciti si scontrarono a Busta Gallorum, nei pressi di Gualdo Tadino.
Battaglia di Tagina (Gualdo Tadino, 30 giugno 552)
La piana di Gualdo Tadino

Fu combattuta tra l'esercito imperiale (circa 20-25.000 uomini) guidato da Narsete e quello goto (16-18.000) guidato da Totila.
Totila, valutando le forze dell'avversario, si rende conto che le sue forze sono nettamente inferiori di numero rispetto a quelle di Narsete ed intravede un'unica possibilità per ribaltare le sorti di quella che sembra una sconfitta annunciata: giocare d'astuzia.
Quando dichiara di volersi arrendere infatti, l'esercito bizantino si rilassa, abbassando un po' la guardia. E commette un grave errore.
Totila sferra a sorpresa un attacco fulmineo, e conquista una collina dove si arrocca con i suoi uomini, nell'attesa dei rinforzi. Sa che stanno per raggiungerlo 2.000 soldati a cavallo guidati da Teia, il suo più fidato luogotenente, e vuole ritardare lo scontro fino a quel momento.
Per questo propone al nemico una sfida al singolare, e fa uscire dalle file dei suoi soldati Cocca, il combattente più forte e spietato, un disertore bizantino che si è fatto una reputazione per la sua potenza e crudeltà nei duelli. Risponde alla sfida Anzala, una delle guardie del corpo armene di Narsete. I due uomini si fronteggiano a cavallo. Tutto intorno c'è un silenzio irreale. Cocca parte veloce alla carica, ma Anzala rimane fermo al suo posto. Obbedendo ai suoi ordini, il cavallo che monta scarta di lato solo all'ultimo momento, quando il disertore bizantino gli è quasi addosso. Solo in quel momento l'arma di Anzala scatta fulminea, pugnalando mortalmente al fianco il nemico.
Totila non si perde d'animo. In sella al suo enorme destriero, inscena davanti ai bizantini una danza di guerra. La sua armatura dorata scintilla al sole e il mantello color porpora sbatte agitato dal vento, mentre esegue un complicato esercizio equestre che ha lo scopo di provocare un crollo nel morale degli avversari. Quando infine Teia lo raggiunge con i rinforzi, Totila volge le spalle al nemico, rompe le formazioni e pranza indifferente con tutti i suoi uomini, dimostrando una sfacciata sicurezza sull'esito dell'imminente battaglia. In realtà si augura di spiazzare gli antagonisti con il suo comportamento sprezzante, e aspetta paziente che i tarli del dubbio e della paura si facciano strada nella mente dei bizantini, minando il loro rendimento al momento dello scontro.
Ma nei suoi calcoli non ha tenuto conto delle capacità di Narsete. Il generale bizantino è un uomo duro ed esperto, che non si lascia ingannare dalle tattiche psicologiche del nemico. Ha più di sessant'anni ormai, ed è cresciuto fra gli intrighi di corte del palazzo imperiale di Costantinopoli, dove si è guadagnato l'illimitata fiducia dell'Imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, portando a termine delicate missioni diplomatiche che hanno salvato più volte l'Impero Romano d'Oriente dalla disgregazione. Narsete è un eunuco, e forse il Totila lo ha sottovalutato per questo. Nonostante la superiorità numerica, Narsete schiera i suoi uomini in assetto fortemente difensivo, ammassando al centro una fitta falange di fanti longobardi ed eruli, e disponendo ai lati gli arcieri bizantini, con la cavalleria alle spalle ed un contingente di 1500 cavalieri disposto ad angolo con l'ala sinistra. Durante il pranzo dei nemici permette alle proprie truppe di rinfrescarsi, ma senza lasciare la propria posizione.


Totila invece dispone in prima linea la cavalleria di Teia e dietro di essa la fanteria.
Quando sferra l'attacco, lo fa lanciando i suoi uomini in massa verso il centro della formazione bizantina. Spera in una battaglia veloce, che colpisca subito al cuore il nemico, per evitare le pesanti conseguenze dell'azione degli arcieri bizantini. Ma Narsete è preparato. Ordina agli arcieri di inclinare il loro tiro verso il centro, in modo da proteggere i fanti falciando la prima linea ostrogota. In questo modo, anche l'attacco della cavalleria di Teia si fa più esitante, e i barbari subiscono altissime perdite. Verso sera, Narsete sferra l'attacco finale. Lo schieramento nemico è ormai caotico, completamente disorganizzato. Le file ostrogote si rompono, e gli uomini si disperdono, pensando a salvarsi più che a combattere. Alla fine, 6.000 Ostrogoti rimarranno sul campo. Totila stesso è ferito gravemente. I suoi fedelissimi lo conducono nei boschi. Morirà poco lontano da Gualdo Tadino (2).

I resti dell'esercito ostrogoto, scampati al disastro di Gualdo Tadino, si radunarono a Pavia dove elessero Teia loro re. Narsete lasciò Vitaliano a vigilare sui loro movimenti e con il grosso dell'esercito marciò su Roma, espugnando le piazzeforti umbre in mano nemica che incontrava lungo la sua strada.

Dopo un breve assedio Roma, malamente difesa dai goti, fu presa d'assalto nell'autunno del 552.
Buona parte del tesoro di Totila era custodita nella fortezza di Cuma al cui comando si trovava lo stesso fratello del defunto re. Narsete cinse d'assedio la città e Teia fu costretto a muovere in suo soccorso. Con un tortuoso percorso Teia riuscì ad aggirare lo sbarramento predisposto da Narsete in Toscana e raggiunse la Campania (3). Narsete a sua volta vi fece confluire il grosso delle sue truppe ed i due eserciti si accamparono sulle opposte rive del Sarno (su quella sinistra i goti e sulla destra gli imperiali) dove si fronteggiarono per circa due mesi riforniti via mare dalle rispettive flotte. Quando però gli imperiali riuscirono ad impossessarsi dell'intero naviglio goto grazie al tradimento del loro comandante, l'esercito rimase privo di rifornimenti.
Dopo questo avvenimento la situazioni per i Goti divenne drammatica. Impossibilitati a mantenere lo stallo nella valle del Sarno per mancanza di rifornimenti Teia e i suoi uomini decisero di ritirarsi verso sud in una posizione più sicura, visto anche il pericolo di eventuali sbarchi lungo la costa del golfo di Napoli con il rischio di essere presi alle spalle. Subito a sud del fiume Sarno si trovano i monti Lattari che rappresentano un baluardo naturale di difficile accesso. Parve questo ai Goti il punto migliore dove difendersi da un nemico preponderante, invece finirono per mettersi in trappola a causa della totale mancanza di provviste nella zona da loro scelta.
Narsete passando il Sarno sulla sua riva sinistra, all'inseguimento dei nemici, pose il suo campo lungo la strada tra Stabia e Nocera a sud ovest di Angri, dove si trovava un terreno pianeggiante. Il generale bizantino non volle attaccare il nemico arroccato sui monti Lattari, malgrado la sua superiorità numerica, si limitò invece ad assediarlo in attesa che commettesse qualche errore. Probabilmente nel giro di una sola giornata i Goti si resero conto di non poter fare altro che attaccare e lo fecero con la forza della disperazione.
Battaglia dei Monti Lattari (marzo 553)
Teia aveva deciso di prendere il nemico di sorpresa con un'azione di fanteria. Così, la mattina di quel marzo fatale, prima che sorgesse il sole, le forze ostrogote discesero dalle loro posizioni sul monte, dirigendosi a nord-est verso Angri. Il campo bizantino si trovava nel punto più stretto del pianoro limitato dal lato meridionale dai monti e da quello settentrionale dal fiumicello La Marna e dalle paludi. Qui, al sorgere del sole, le truppe bizantine vennero colte di sorpresa dai Goti. I soldati imperiali reagirono prontamente alla minaccia, senza ordini, senza essere guidati da alcun comandante e senza badare al reparto d'appartenenza, si fecero incontro al nemico a casaccio ma con decisione. I Bizantini lasciarono alle proprie spalle i loro cavalli. Lo spazio disponibile, per un uso efficace della cavalleria, era limitato dai monti a sud e dal fiume e le paludi a nord. La battaglia fu quindi uno scontro essenzialmente tra fanterie.
A differenza della battaglia di Tagina però lo scontro tra le due fanterie non avvenne con la tecnica della falange ma in formazioni più aperte, in modo da permettere un ricambio continuo tra le prime file che combattevano e i soldati più riposati delle retrovie. Questa formazione più aperta permetteva ai contendenti l'uso di tutte le armi da getto e dava spazio ai guerrieri delle prime file di utilizzare l'umbone dello scudo come arma offensiva, un modo di combattere in uso in quel periodo.
Nel corso dei furiosi combattimenti Teia, che combatteva in prima fila, fu trafitto a morte da un giavellotto.
Dopo la morte di Teia una furiosa battaglia dovette ingaggiarsi intorno al suo corpo con i Bizantini che tentavano di impossessarsene e i Goti che cercavano di sottrarlo al vilipendio del nemico. Alla fine i Bizantini riuscirono vincitori, impadronendosi del corpo di Teia a cui mozzarono il capo. La testa del re venne posta su una picca e portata in giro come trofeo nel campo imperiale e attraverso la città di Angri lungo quella via che ancora oggi porta il nome di via dei Goti. Tutto questo nel tentativo di risollevare il morale dei soldati Bizantini, già duramente provato nel corso di quella dura giornata.
Malgrado la grave perdita i Goti non si lasciarono prendere dallo sconforto e dalla disperazione, contrariamente a quanto avvenne a Tagina con Totila, i guerrieri goti continuarono a combattere con ancora più determinazione di prima, impedendo al nemico di aprire delle brecce nel loro schieramento. La battaglia proseguì violentissima fino al tramonto e anche dopo a notte inoltrata, poi nel buio notturno i combattimenti andarono scemando e lentamente i superstiti fecero ritorno ai rispettivi accampamenti, consapevoli delle difficoltà che li attendevano il giorno dopo. I soldati di ambo le parti trascorsero la notte in assetto di combattimento, pronti a respingere eventuali attacchi di sorpresa.

L'alba del giorno dopo vide riaccendersi la battaglia negli stessi luoghi e nelle stesse modalità del giorno prima. Questa volta però i Bizantini non si fecero prendere di sorpresa, ma si disposero ordinatamente ognuno nel proprio reparto d'appartenenza. Lo scontro fu ancora una volta frontale senza alcun tentativo di manovra che peraltro il terreno non concedeva. I Goti cercarono di aprire delle brecce nelle schiere nemiche con l'impeto disperato di chi combatte l'ultima battaglia, ma il numero dei nemici, anch'essi molto agguerriti, impedì qualsiasi sfondamento. Ancora una volta la battaglia andò avanti per tutta la giornata fino alla successiva notte.
Verso sera i Goti mandarono alcuni parlamentari a Narsete per trattare una resa. I Goti ormai consci di non poter più resistere alla pressione nemica chiesero a Narsete di lasciarli andare dove potessero vivere secondo le loro leggi, in cambio avrebbero consegnato i tesori in loro possesso, oltre alla promessa di non prendere più le armi contro Giustiniano, di cui però si rifiutarono ancora di riconoscerne l'autorità.

Con la sconfitta dei Monti Lattari e la morte di Teia il regno dei Goti cessò di fatto di esistere, rimasero solo alcune sacche di resistenza che furono progressivamente eliminate (Verona cadde solo tra il 561 e il 562). Narsete rimase in Italia con i poteri straordinari di cui Giustiniano lo aveva investito per riorganizzare la riconquistata provincia. Fu rimosso soltanto nel 568 dal successore di Giustiniano, Giustino II, che lo sostituì con Flavio Longino che ebbe il titolo di prefetto del pretorio per l'Italia (4).

Note:

(1) Nominare un eunuco al comando dell'esercito era un fatto senza precedenti. Narsete, dopo una brillante carriera nell'amministrazione imperiale, era stato nominato da Giustiniano generale all'età di sessant'anni e, nonostante i dissidi con Belisario, aveva dato una buona prova nella precedente campagna. Oltre alla sua provata fedeltà influirono sulla decisione di Giustiniano anche la considerazione che gli altri generali non si sarebbero messi di buon grado agli ordini di Giovanni che consideravano un loro pari e che, a causa della sua menomazione, Narsete non avrebbe comunque pouto proporsi come usurpatore. Procopio riferisce anche di una profezia nota all'epoca che diceva che un giorno un eunuco avrebbe sconfitto il signore di Roma (Procopio, Bellum Gothicum, libro IV, XXI).
(2) Così il testo di Procopio: Percorsi ottantaquattro stadi (circa 15 km. dal luogo della battaglia) giunsero a una località chiamata Capre (ad Capras); ivi posarono, e curarono la ferita di Totila, il quale poco dopo uscì di vita; ed il suo seguito, colà sotterratolo, sen partì. (…) Che Totila così fosse estinto, ignoraronlo i romani, finchè una donna gota lo disse loro, mostrandone anche il sepolcro. All'udir ciò, essi non credendo che la cosa fosse vera, recaronsi sul posto, e presto scavato il luogo della sepoltura, estrassero di là il cadavere di Totila, ed avendolo, come dicesi, riconosciuto e saziatisi di quello spettacolo, di nuovo lo sotterrarono, ed ogni cosa riferirono a Narsete.
Landolfo Sagace, che rielabora il testo dello storico longobardo dell'VIII secolo Paolo Diacono, aggiunge che il cadavere fu spogliato dell'armatura e della corona che furono inviate a Costantinopoli (Landolfo Sagace, Historia Romana, XVIII, 19)
Alle propaggini occidentali del comune di Gualdo Tadino, c'è una zona collinare lambita dal fiume Chiascio, caratterizzata da un antico nucleo abitato, che sorge nel punto più alto, e da numerose case sparse, disseminate lungo i pendii: il tutto è noto nella toponomastica come frazione di Caprara. In questa zona, in una località nota come Case Biagetti, una tradizione locale molto radicata identifica in un ipogeo che si trova al di sotto di un fabbricato rurale la tomba di Totila. 

Il fabbricato rurale al di sotto del quale si trova l'ipotetica tomba di Totila

Attraverso un arco si accede per mezzo di una scala ad un locale sotterraneo absidato e provvisto di colonne che potrebbe risalire al VI sec. Non vi è però alcuna prova che si tratti realmente della tomba del re goto.

La Tomba di Totila (?), interno

(3) La strada dell'esercito goto, lasciata la costiera adriatica, può forse identificarsi nel percorso tra Foggia e Avellino per poi raggiungere con successo Sarno a nord di Nocera. Qui il fiume Sarno o Drakon (dragone) scorre impetuoso lungo le pendici meridionali del Vesuvio.

(4) Il prefetto del pretorio era essenzialmente un funzionario civile, questo lascerebbe intuire il passaggio della provincia italica dall'amministrazione militare a quella civile. In alcuni casi ed in altre provincie il prefetto del pretorio aveva però assunto in precedenza anche il comando delle truppe e non si può escludere che questo sia avvenuto anche nel caso di Longino. Nel corso della guerra gotica, ad esempio, il senatore Massimino nominato da Giustiniano prefetto del pretorio per l'Italia tra il primo ed il secondo mandato di Belisario, aveva avuto anche il comando dell'esercito.


(precedente)

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