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mercoledì 27 agosto 2014

Il castello di Lagopesole

Il castello di Lagopesole


Probabilmente si deve proprio ad un condottiero bizantino – la tradizione popolare riferisce di un certo Andronico Cevrites, che al comando di truppe saracene avrebbe costituito qui un presidio nell'VIII sec. - la costruzione a Lagopesole di un vero e proprio impianto difensivo fortificato (Castrum) tra il IX e l'XI secolo. In questo periodo infatti, come attestano le fondazioni di un muro nel cortile minore del castello e le numerose monete greche risalenti al X e XI secolo ritrovate nella discarica angioina sita nello stesso cortile, il castello di Lagopesole era stato inserito dai Bizantini nel complesso sistema di controllo territoriale regolato dalla città fortificata di Acerenza.
Dopo la conquista di Bari (1071) - l'ultimo presidio bizantino nell'Italia meridionale - i Normanni si dedicarono alla costruzione delle strutture necessarie allo sviluppo del proprio regno, da tale esigenza scaturì una prima radicale ricostruzione dell’oppidum di Lagopesole.

In epoca successiva l'imperatore Federico II, per affermare la presenza imperiale sul territorio, per garantire i propri spostamenti e praticare il suo sport preferito, la caccia, fece erigere o rimaneggiare un considerevole numero di castelli che raggiungeva accompagnato da un seguito di armigeri, falconieri e notabili della curia, da un folto stuolo di animali esotici (tra cui elefanti e dromedari), nonché da una cospicua parte della sua ricchissima biblioteca e dei gioielli di corte. Degli 11 castelli presenti nella regione del Vulture in epoca federiciana soltanto tre (Melfi, San Fele e Acerenza) mantennero una funzione esclusivamente difensiva, Lagopesole fu viceversa trasformata – i lavori iniziarono nel 1242 e si protrassero probabilmente fino al 1250 - in residenza imperiale (domus). L’assenza di elementi difensivi come saettiere, balestriere e caditoie e per contro l’abbondanza e la cura architettonica nella realizzazione delle aperture esterne ne sono la riprova.





1. Ingresso
2. Cortile maggiore
3. Cortile minore
4. Dongione
5. Cappella palatina

Il castello presenta attualmente una forma rettangolare allungata rinforzata agli angoli da quattro massicci torrioni, plausibilmente funzionale alla necessità di adattare la pianta dell'edificio alla conformazione del terreno che offre una scarsa superficie ed una forte pendenza su ogni lato. Il paramento murario esterno è caratterizzato dalla massiccia compattezza della superficie bugnata, interrotta soltanto dall’ingresso presente sul versante occidentale (ricavato presumibilmente in epoca angioina in corrispondenza della torre angolare nord-occidentale dell’impianto prefedericiano), e protetto da due avancorpi simmetrici.

Ingresso

L'impianto del castello mostra una sostanziale coerenza del circuito murario esterno attraversato uniformemente, poco al di sotto della metà dell’altezza totale, da una vistosa cesura che lo divide in una zona superiore relativamente bene apparecchiata in modulo costante medio-grande e leggermente bugnato, nella quale si inseriscono coerentemente le aperture, e una zona inferiore in muratura non apparecchiata, in materiale lapideo diverso e non omogeneo, con pietre molto più piccole e sommariamente sbozzate.
La funzione prettamente difensiva era invece assegnata al dongione, costruito nella parte sud orientale del recinto. In realtà, se la struttura generale del dongione fa immediatamente pensare ad una struttura tipicamente difensiva (ingresso principale posto a 4 metri dal piano campagna, presenza di feritoie, bugnato meno aggettante nella parte inferiore), la cura dei particolari architettonici del piccolo locale interno lascia supporre, anche per questa costruzione, una funzione residenziale.

Il dongione

Lo spazio agibile all’interno è corredato di accessori di servizio (un lavabo), mentre la presenza di importanti particolari architettonici sia all’interno (sagoma modanata dei costoloni, chiave di volta, taglio affilato e mordente della pietra nel profilo delle aperture) sia all’esterno, con l’inserimento di pregevoli pezzi scultorei (1), fanno della costruzione la parte che raggiunge la massima espressione architettonica di tutto il complesso e che trova possibili confronti solo con alcuni particolari della fabbrica di Castel del Monte.
È probabile che Federico II abbia pensato alla realizzazione di un piccolo appartamento reale, ben difeso, in cui ritirarsi per studi ed approfondimenti. La posizione disassata del dongione rispetto al resto della struttura, infatti, può essere spiegato sia da un punto di vista tecnico, considerando
la forma dello sperone roccioso sul quale è stato realizzato, sia in relazione ad un significato esoterico. Gli assi, infatti, sono esattamente posti in direzione nord-sud e est-ovest.
La parte prettamente residenziale del complesso federiciano è rappresentata dalle tre ali costruite sul lato nord, est e ovest del cortile maggiore. Di queste la parte imperiale, detta palatium, è quella a nord e doveva essere posta in un sistema spaziale aperto proprio di fronte al dongione che rappresentava la parte riservata dell’imperatore.
In epoca angioina il castello fu rimodernato sotto la direzione di Pierre d’Angicourt e Jean de Toul, restaurandone le coperture e dotandolo di un acquedotto, di scuderie e di un laghetto artificiale antistante (donde il nome di Lagopesole) nel quale vennero allevate anguille, pescate nei laghi di Versentino e Salpi.

Sul lato occidentale del castello si apre l'unico accesso, attraverso un portale a sesto acuto protetto da due torri binate si accede ad un ambiente voltato a botte (risalente all'epoca dei Doria, XVI sec) su cui si aprono due porte: quella a destra conduce alla zona più antica (normanna), denominata cortile minore, dove si trova il dongione a pianta quadrata precedentemente descritto; quella a sinistra permette di entrare, dopo aver percorso una scala, dentro il grande Salone dell'Imperatore sito al primo piano, con una serie di pregevoli mensole a capitello, che sostenevano le coperture originarie, con i loro motivi osservati quasi “in presa diretta” dal repertorio della natura (gelso e cerri, uva e fichi, uccelli svolazzanti, orsi e cinghiali), a riproporre un intento già manifestatosi nella compilazione del famoso De arte venandi cum avibus, il trattato di ornitologia e falconeria che è lo specchio fedele dei molti e variegati interessi dell’imperatore in materia di caccia e di fenomeni naturali. In prossimità della torre nord-ovest vi è una stanza chiamata la stanza segreta, perchè l'entrata era nascosta da una scala che la copriva. Essa ha pianta quadrata con volta a crociera e mantiene qualche decorazione sulle colonnine angolari.

Il cortile maggiore
Sullo sfondo la cortina muraria che lo separa da quello minore, sulla sinistra il portale d'accesso alla cappella palatina e a destra l'ingresso del corridoio voltato a botte che porta all'ingresso del castello.

Passando questo ambiente si giunge al Salone della Regina. Vi si accede anche dal cortile maggiore attraversando un portale con arco a sesto acuto e sormontato da una meridiana.

Il portale d'accesso al Salone della Regina

Il Salone degli Armigeri (ala est) riporta una piccola curiosità. In fondo alla sala vi è una porta che tramite una scala portava ad un'apertura nella fortezza. E' la cosiddetta "porta del soccorso" o "posterla", un piccolo ingresso nascosto sempre aperto per permettere ai messaggeri di giungere con notizie magari di attacchi imminenti molto velocemente.
Sul lato sud del cortile maggiore, in linea con la porta d'ingresso si trova una cortina muraria che lo separa da quello minore a cui si accede per mezzo di un portale architravato su cui campeggia un motivo decorativo geometrico di tipo cistercense.

Il cortile maggiore
 In primo piano la rampa d'accesso al Salone degli Armigeri. Le frecce indicano i sistemi di canalizzazione per la raccolta delle acque piovane.


La cappella palatina


La parte posteriore della cappella palatina risale molto probabilmente al periodo normanno, giacchè è inserita nella cinta muraria originaria.
Il portale della cappella è attribuito all'epoca federiciana dal Cadei che ravvisa nella cornice a timpano che inquadra l’arcata acuta e nell’impiego di pietra rossa per la sua realizzazione, forti consonanze stilistiche con alcuni portali interni di Castel del Monte che ne ricordano l’elegante policromia. Secondo la maggior parte degli studiosi è invece da riferirsi all'epoca angioina.
La chiesa presenta una pianta a navata unica e resti di affreschi del XIII secolo nella parte absidale, in quello a sinistra del finestrone centrale si riconoscono una donna e un uomo: quest'ultimo ha una conchiglia appuntata. I due personaggi sono inginocchiati dinanzi a uno scudo con il fondo blu e una croce latina bianca sulla quale sono disegnate altre conchiglie che venivano rilasciate ai pellegrini che compivano il pellegrinaggio a Santiago di Compostela (2).


All'interno appare straordinariamente sviluppata in altezza per la necessità dell'imperatore e della consorte di assistere alla funzione da un balcone aggettante sulla parete sinistra, il primo, e da un matroneo sovrastante l'ingresso, la seconda. Entrambi gli ambienti comunicavano con i rispettivi appartamenti dei sovrani.
Interno
 al di sopra del portale d'ingresso, il matroneo da cui l'imperatrice assisteva alle funzioni

Le mensole che sostenevano il balcone destinato all'imperatore

Al piano terra si aprono tre porte:
1) Quella a sinistra conduce attraverso una scala ripida e stretta alla loggia sovrastante l'ingresso. Attraverso camminamenti interni alle mura la loggia comunica con il salone dell'Imperatore e con quello degli Armigeri;
2) Quella di destra conduce al piano terra dell'ala meridionale. Attraverso questi ambienti si raggiunge la torre di sud est in cui si trovano due piccole stanze che furono adibite a prigione;
3) La terza porta si apre nell'abside e conduce ad un piccolo ambiente illuminato da due feritoie.

Il castello di Lagopesole fu la residenza prediletta del figlio di Federico II, Manfredi, e della moglie Elena Angelina Comnena - figlia del despota d'Epiro Michele II e di Teodora Petraliphaina - che la preferirono a Palermo. Dopo la sconfitta e la morte di Manfredi nel corso della battaglia di Benevento (1266), Carlo I d'Angiò vi fece rinchiudere la regina Elena.
Dopo gli angioini il castello iniziò a decadere. Divenne feudo dei Caracciolo nel 1416 e poi, nel 1513, dei Doria Pamphili, che ne rimasero i legittimi proprietari fino al 1969. Durante il Brigantaggio filoborbonico, Lagopesole fu assediata dalle bande di Carmine Crocco che fecero del castello il loro quartier generale (1861-1863).


Note:
(1) Una leggenda vuole che le due teste ai lati dell'ingresso al dongione – che si trova a 4 metri d'altezza – rappresentino Federico I Barbarossa e la sua seconda moglie Beatrice di Borgogna. L'imperatore è raffigurato con il capo coronato, lunghi capelli e..orecchie d'asino. Queste orecchie esagerate dovrebbero simboleggiare il potere del Sovrano di ascoltare tutto e tutti. Questa coppia che più probabilmente raffigura un fauno e una fanciulla si ritrova comunque anche nella decorazione scultorea di Castel del Monte.



(2) Secondo la leggenda Teodosio e Attanasio, discepoli di S.Giacomo Maggiore (Santiago), portavano il corpo del santo in Galizia; passato lo stretto di Gibilterra, seguirono le coste atlantiche sino a giungere in un luogo chiamato Bouzas. Si stavano celebrando le nozze di una coppia quando il cavallo dello sposo inciampò e cadde in acqua sprofondando immediatamente. La gente già piangeva la loro morte quando sposo e cavallo emersero all'improvviso accanto alla barca che trasportava il corpo del santo. Cavallo e cavaliere uscirono con il corpo interamente tappezzato di conchiglie. I due discepoli fecero sapere alla gente che si trattava di un miracolo e che il corpo che trasportavano era quello di San Giacomo che aveva predicato il Vangelo nelle terre di Spagna. Riconoscendo nell'accaduto la benevolenza dell'apostolo si assunse la conchiglia come simbolo del pellegrinaggio. In seguito la conchiglia fu utilizzata stabilmente nell'iconografia religiosa come simbolo del pellegrinaggio a Santiago di Compostela e, più in generale, di ogni pellegrinaggio.











lunedì 18 agosto 2014

Il castello di Melfi

Il castello di Melfi


La prima fortificazione della città di Melfi fu opera del catapano bizantino Basilio Boiannes (1017-1027) che strappò la città al dominio longobardo. La cinta muraria bizantina, risalente al 1018, circondava il primo agglomerato urbano sorto intorno all’antica chiesa di San Lorenzo. Di essa si conserva un tratto munito di contrafforti, che dall’attuale castello scende fino alla Porta Calcinaia, la più antica porta cittadina (cfr. Mura e porte di Melfi).
Nel 1041, con l’arrivo dei Normanni, iniziò la costruzione sulla sommità della collina di un fortilizio sul modello delle motte et baileys tipiche dell’architettura militare normanna. La motta (dal francese motte) era una collinetta rialzata di terra, solitamente artificiale, sormontata da una struttura di legno o di pietra. La terra per elevare la collinetta veniva presa da una fossato, scavato intorno alla stessa motta. La superficie esterna era di solito rinforzata con supporti di legno. Il bailey era invece un cortile chiuso, circondato da una recinzione di legno.
Su questo primo provvisorio impianto venne poi costruito il primo manufatto in pietra, con funzione di palazzo ducale, su iniziativa di Roberto il Guiscardo. Il palazzo aveva pianta quadrata ed era munito di quattro torri negli angoli, tre delle quali tuttora riconoscibili anche se inglobate nel palazzo baronale dei Doria, con una costruzione posticcia che ospita oggi la biglietteria del museo e la sovrastante saletta.
Federico II, tra il 1223 ed il 1225, dotò il castello di una prima cinta muraria separata dal palazzo, che si chiudeva tra due torri esterne con funzione di carcere e di maschio o dongione, cioè di ultima roccaforte tipica dei castelli di cultura normanna. La prima torre si trova sul lato orientale ed è detta di Marcangione, riconoscibile dalla finestra a bifora. L’altra si trova sul lato settentrionale ed è detta dei Sette venti, successivamente collegata al corpo centrale da uno spalto che avrebbe ospitato gli appartamenti di re Carlo d’Angiò.
L'avvento degli Angioini comportò un ulteriore ampliamento del castello che, con il completamento della cinta esterna e del fossato, l’aggiunta delle tre torri pentagonali, di altre tre rettangolari e il completamento della maestosa cisterna assunse l’attuale fisionomia, progettata dall’architetto militare Pierre d’Agincourt tra il 1277 e il 1280.
L’appartamento del re, piuttosto modesto e oggi in parte crollato, fu realizzato in un angolo appartato lontano dal palazzo centrale, addossato alla Torre dei Sette venti che veniva usata come studium, dotato di una privata (servizi igienici) e collegato al corpo delle segrete, a sua volta sopraelevato con l’inserimento di contrafforti per edificare un vasto salone di rappresentanza oggi noto come “sala del trono”. Successive modifiche furono apportate da Giovanni II Caracciolo (1456-1460) e dai Doria (1549-1590). Da ciò deriva una mancanza di fisionomia unitaria e la difficoltà di individuare con sicurezza i corpi di fabbrica riferibili sia ai normanni sia a Federico II.

 
1) Torre dell'orologio.
2) Torre dei cipressi, a pianta pentagonale. Era anche detta Torre della Galleria o Baluardo dello Stendardo.
3) Torre della Segreteria o della Terrazza.
4) Baluardo del Leone (Torre ovest), a pianta pentagonale domina e difende quello che in epoca angioina era l'ingresso principale. In essa è presente un incavo dove si narra ci fosse il nido dell'Aquila reale di Federico II.
5) Torre dei Sette venti, a pianta quadrata, così denominata perchè, essendo la più avanzata verso la campagna era anche la più esposta ai venti. E' anche la torre più imponente e fu fatta costruire da Federico II.
6) Torre Parvula. Molto probabilmente da ricondurre anch'essa alla ristrutturazione federiciana.
7) Torre di Marcangione (Torre delle carceri), a pianta quadrangolare e di epoca federiciana. Prende il nome da un brigante che vi fu detenuto nel '600.
8) Torre della cappella gentilizia (torre della chiesa).
 
Da sinistra a destra: la torre dell'orologio, quella della cappella, quella di Marcangione (caratterizzata dalla finestra a bifora) e la torre detta parvula.
 
9-11) Palazzo baronale dei Doria. Insiste sul probabile primo nucleo normanno costituito da quattro torri quadrangolari che racchiudevano al piano terra due enormi locali a volta e su di essi altri due saloni, uno dei quali è il Salone delle Scodelle in cui furono proclamate nel 1231 le Costituzioni Melfitane.
12) Corpo di guardia (XVII sec.)
 
 
13) Cappella gentilizia dei Doria (XVI sec.). Il portale d'accesso è sormontato dalle armi dei Doria: l'aquila coronata ad ali spiegate.
 
 
14) Atrio con lo Scalone d'onore (XVI sec.)
15) Cortile della Cisterna o dell'Imperatore.
 

16) Corte principale
17) Sala del trono (epoca angioina)
18) Spalto.
19) Ponte.
 
 
20) Torre normanna inglobata nel palazzo baronale dei Doria.
21 ) Resti dell'antica cappella di epoca sveva.
22) Scuderie
 
Nella cinta muraria si aprono quattro ingressi, uno solo dei quali attualmente agibile:
a) Il primo, situato a nord est vicino alla Torre Parvula, era collegato direttamente con la campagna ed attualmente è murato;
b) il secondo, anch'esso murato e collocato nei pressi della Torre della Chiesa (8), si apre nello spalto;
c) il terzo a sud ovest, vicino al Baluardo del Leone (4), era l'ingresso principale nell'epoca angioina e permetteva di raggiungere il fossato e la città;
 
L'ingresso principale al castello in epoca angioina. A destra il baluardo del leone, con (in alto sullo spigolo esterno) il supposto nido dell'aquila di Federico II. Sullo sfondo la torre dei sette venti.
 
d) Il quarto, l'unico attivo, fu aperto dai Doria e funge da accesso al paese attraverso un ponte (19), in tempi remoti levatoio.

Ingresso principale attuale
 
Superato il ponte d’ingresso (19), si riconosce a destra la Torre dell’orologio (1), a pianta pentagonale, che costituisce il punto più avanzato della cerchia difensiva angioina.
Si entra nella cerchia di mura attraverso un portale rinascimentale sovrastato da un'epigrafe dedicatoria Ai prìncipi coniugi D Zenobia e Gianandrea Doria, grande pronotaio di questo regno e prefetto delle flotte di Filippo Cattolico Re della Spagna Melfi Fedele eresse. La Zenobia a cui fa riferimento l'epigrafe della lapide è Zenobia del Carretto che aveva sposato nel 1558 Gianandrea Doria che aveva ereditato da suo zio, il grande ammiraglio genovese Andrea Doria, il titolo di principe di Melfi concessogli nel 1531 da Carlo V d'Asburgo come ricompensa per i servigi prestati in suo favore.
La corte principale è chiusa sul fondo dal palazzo baronale dei Doria (9-11), che è costituito su tre ordini e nel cui prospetto sono visibili frammenti lapidei pertinenti alla rocca normanno-sveva. A destra della facciata si apre un’arcata, sotto la quale, ancora a destra, è l’accesso della cappella gentilizia (13). Superato un cortile, si è nell’atrio (14), da cui una scala a sinistra – detta scalone d'onore - porta al museo e un’altra scende al cortile della cisterna (15): il fabbricato sulla destra è la sala del trono (17).
 
Interno del palazzo baronale dei Doria
 
Tra il 1041 ed il 1042 nel castello di Melfi venne detenuto il catapano bizantino Exaugusto Boiannes, catturato dai normanni dopo la sconfitta di Montepeloso (3 settembre 1041).
Tra il 1059 e il 1137 vi si tennero cinque concili ecumenici, organizzati da cinque diversi Pontefici.
Nell'estate del 1059 Papa Niccolò II vi soggiornò facendolo diventare centro di importanti avvenimenti: in giugno stipulò il Trattato di Melfi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il I Concilio di Melfi ed infine con il Concordato di Melfi riconobbe il diritto dei Normanni sui territori dell'Italia meridionale strappati ai bizantini.
Nel 1089, nel corso del II Concilio di Melfi, il papa Urbano II indisse la Prima crociata in Terra Santa.
Il 5 novembre del 1130 l'antipapa Anacleto II - nell'ambito di un concilio da lui convocato che, in quanto non riconosciuto dalla Chiesa cattolica, non rientra nella numerazione ufficiale - istituì la corona del Regno di Sicilia di cui fu investito Ruggero II d'Altavilla.
Durante il periodo svevo fu dimora di Federico II che nel 1231 vi promulgò le famose Costituzioni di Melfi, codice legislativo del Regno di Sicilia.
Nel 1232, Federico II ospitò al castello il marchese di Monferrato e la nipote Bianca Lancia, che divenne sua moglie e da cui ebbe il figlio Manfredi.
Con la caduta degli svevi e l'arrivo dei nuovi dominatori angioini (battaglia di Benevento, 1266), il castello di Melfi subì massicci ampliamenti e restaurazioni, oltre ad essere eletto da Carlo II d'Angiò residenza ufficiale di sua moglie Maria d'Ungheria nel 1284.
Nel 1348 la regina Giovanna I d'Angiò concesse al mercante fiorentino Nicolò Acciaiuoli il titolo di Conte di Melfi a titolo di ricompensa per la valorosa difesa che il figlio Lorenzo fece della città contro gli attacchi del re Luigi di Ungheria. Alla sua morte nel 1365 gli successe il figlio Angelo (1365-1380).
Nel 1418 la regina Giovanna II di Napoli lo concesse in feudo al suo amante Sergianni Caracciolo.
Nel 1531 infine Carlo V d'Asburgo lo diede in feudo all'ammiraglio genovese Andrea Doria come ricompensa per i suoi servigi.
Nel 1851 e nel 1930 il castello subì due violenti terremoti ma, a differenza di altri monumenti di Melfi che furono gravemente danneggiati, ne uscì quasi indenne. Rimase di proprietà della famiglia Doria fino al 1950 quando fu donato allo Stato italiano. Attualmente ospita il Museo archeologico nazionale del Melfese, inaugurato nel 1976 .









 


mercoledì 13 agosto 2014

La colonia romana di Venusia, Venosa

La colonia romana di Venusia


Il complesso termale
 
 
In prossimità dell'ingresso attuale alle rovine dell'antica colonia romana di Venusia, fondata nel 291 a. C. dal console L.Postumio Megello, si trova un vasto complesso termale.
Il complesso è costituito da una serie di ambienti allineati lungo la strada basolata.
Dall'ingresso a SO (A) si accede ad un locale probabilmente adibito a spogliatoio e da qui al Frigidarium (B) decorato da un mosaico raffigurante animali marini e provvisto di una vasca semicircolare.

Frigidarium (B)
 
 
Un passaggio (oggi non più visibile) metteva in comunicazione con i vani riscaldati, il primo dei quali, il Tepidarium (D), mostra ancora nello spessore della muratura i tubi di terracotta attraverso cui scorreva l'aria calda proveniente dai forni (E). Analogo sistema era utilizzato per il Laconicum (F), l'ambiente per la sauna, e per il Calidarium (G).
La prima realizzazione sicuramente termale del complesso è riconducibile al I secolo, le fasi successive ne conservano l'impostazione generale e la distribuzione funzionale degli ambienti, limitandosi ad interventi di consolidamento strutturale fino al suo abbandono nel IV secolo circa.


La basilica esterna

Tra il V ed il VI secolo d. C., la zona nord-orientale dell'area archeologica fu interessata dalla costruzione di un vasto complesso religioso. Nella parte meridionale di quest'area – oggi praticamente a ridosso dell' Incompiuta - venne costruito un primo edificio ecclesiastico, la cosiddetta basilica esterna, da identificare con un battistero, dalla planimetria ancora poco chiara a causa dei restauri eseguiti negli anni ’60, che hanno portato alla medesima quota sia le murature preesistenti d’età romana, sia quelle della costruzione paleocristiana.


L’edificio si compone di una struttura trilobata, la quale costituisce la terminazione di un supposto impianto basilicale mononave; la basilica era dotata di una pavimentazione musiva, e presentava, al centro della trichora, una vasca battesimale esagonale provvista di canaletta di deflusso, databile tra la fine del V e gli inizi del VI sec. e riconducibile al vescovado di Stefano (498-502).

La vasca battesimale esagonale
 
Questa prima sistemazione subisce una modifica nella planimetria nella seconda metà del VI sec.(fase II), in concomitanza con i lavori di costruzione della cosiddetta chiesa vecchia, i cui resti si trovano oggi al di sotto della chiesa della Trinità, con la realizzazione di un deambulatorio attorno alla trichora e di due navate laterali.
Un’ulteriore fase costruttiva (fase III), registra invece la posa in opera di nuovi pavimenti musivi e la costruzione di una seconda vasca battesimale cruciforme.
 
La vasca battesimale cruciforme
 
Connessi con l’edificio appaiono essere alcuni ambienti limitrofi: ad ovest sono leggibili due vani rettangolari, intercomunicanti, in uno dei quali si è conservata quasi completamente la decorazione musiva pavimentale, recante motivi geometrici e floreali.
 
Pavimento del vano ad ovest della basilica
 
La presenza della pavimentazione musiva farebbe pensare ad una funzione connessa con le attività liturgiche svolte nel battistero, ancora in uso quindi alla fine del VI secolo. A nord dell'edificio si trovano altri due ambienti rettangolari – il più settentrionale dei quali conserva una pavimentazione musiva con motivi analoghi a quelli del pavimento paleocristiano della chiesa vecchia – la cui relazione con la basilica esterna non è chiara.
 
Tra i vari frammenti provenienti dallo scavo della basilica esterna (oggi raccolti nella Foresteria della Trinità) di particolare interesse sono due lastre pluteali di marmo bianco con motivi decorativi del tutto simili a quelle riutilizzate nel portale del Magister Palmerius (1287).


domenica 10 agosto 2014

Lucania bizantina, Introduzione

Lucania bizantina, Introduzione


Il nome Basilicata è di chiara origine romea e deriva molto probabilmente da βασιλικός, termine non specifico designante genericamente un funzionario bizantino (allo stesso modo la Capitanata – regione che corrisponde all'antica Daunia e odierno Foggiano – deve il nome al κατεπάνω bizantino).
La denominazione di Basilicata compare però in età posteriore al dominio bizantino, durante il quale la parte della regione sottomessa ai Romei conservò l'antico nome di Λουκανία. Lo si rinviene per la prima volta nel Catalogo dei baroni normanni del 1154, ma solo da un documento angioino del 1276-77 si possono chiaramante rilevare i limiti del «Giustizierato della Basilicata», limiti grosso modo corrispondenti a quelli attuali, eccezion fatta per l'exclave materana staccata dalla Puglia nel XVII sec.
Il termine di Basilicata (il cui aggettivo – basilisco - non riuscì mai ad imporsi, sostituito da quello di lucano), per quanto risultasse impopolare agli abitanti della regione, doveva rimanere fino al 1932, salvo che durante le brevi parentesi rivoluzionarie del 1799 e del 1820. Nel 1932 veniva ufficialmente abolito e sostituito con quello di Lucania. Il cambiamento non fu duraturo giacchè con la costituzione repubblicana (1947) venne ripristinata la denominazione di Basilicata.
Il thema di Lucania – istituito forse nel 968 - comprendeva all'incirca tutto il territorio della Lucania romana, includendo la Calabria tirrenica settentrionale e parte dell'attuale provincia di Salerno. Era delimitato ad oriente dal golfo di Taranto, a nord dal monte Vulture e dalle montagne a sud di Potenza, a occidente si estendeva fino al Tanagro e al Vallo di Diano mentre a nord-est raggiungeva il Basento.
Secondo alcuni studiosi questa entità amministrativa avrebbe avuto come capoluogo Toursikon (l'attuale Tursi), secondo altri Cassano.
La presenza di un Eustazio Skepides, stratego di Lucania, è attestata dalla sua firma posta in calce ad un atto pubblico (sentenza a favore di Clemente Muletzi) che porta la data del 1042.
Il thema scomparve intorno al 1050, quando la regione fu occupata dai Normanni.

San Basilio

Tra l'VIII ed il X secolo la Basilicata si trovò al confine tra la zona d'influenza della cultura greca, rappresentata dal Catepanato bizantino e quella latina, rappresentata dai Principati longobardi legati al Papato. I monaci basiliani (1) per parte greca e quelli benedettini per parte latina costituirono i canali di divulgazione delle rispettive culture. La ricerca di sicurezza e protezione, nell'ambito di un territorio di confine soggetto a continui scontri armati tra Longobardi e Bizantini, nonché esposto lungo la fascia costiera alle incursioni saracene, spinse i monaci e la popolazione ad occupare le grotte naturali ed artificiali dell'interno, determinando lo sviluppo di insediamenti rupestri.
L'architettura religiosa rupestre lucana appare quindi caratterizzata, nell'impianto architettonico e nella decorazione, dalla commistione e sovrapposizione di tratti riconducibili ad entrambe le culture.
Le influenze della civiltà bizantina, ad ogni modo, non sedimentarono nel profondo delle coscienze al punto da trasformarle completamente, ma vennero assorbite nel sostrato preesistente, contribuendo a rendere più ricca di contenuto la civiltà del Mezzogiorno d’Italia latino, successivamente vivificata dai Normanni. Questi ultimi, istituzionalizzando i monasteri e adottando una politica di tolleranza, agirono, nell’XI secolo (2), da catalizzatore tra le due culture e si posero, al contempo, come i diretti e legittimi continuatori della civiltà occidentale.


Note:

(1) Una prima ondata di monaci basiliani raggiunse la regione per sottrarsi alle persecuzioni iconoclaste intraprese dall'imperatore Leone III a partire dal 730. Successivamente, tra il IX ed il X secolo, la loro presenza ebbe un ulteriore incremento a seguito della conquista araba della Sicilia.
 
(2) Il catepano Stefano Paterano consegna a Roberto il Guiscardo le chiavi di Bari, l'ultimo caposaldo bizantino in Italia, il 15 aprile del 1071.

venerdì 25 luglio 2014

Lettera di Matteo da Capua al bailo Marcantonio Barbaro

Lettera del capitano Matteo da Capua a Marcantonio Barbaro, bailo di Venezia a Costantinopoli.
Inviata dalla prigione di Costantinopoli in data 28 ottobre 1571.
(Biblioteca Marciana, Mss. italiani, Cl.7, n.391).

Dio sa con quanto nostro dolore et passione di core si siam posti a scriver questa per andar rinnovando tanti travagli, fatiche et vigilie, et poi remunerati d'ingiurie et villanie usatene da inimici, pure sforzatone al più che habbiam possuto, si è rissolto a scriverli, prima per far riverenza a V. S. come nostro patrone et protettore, apresso poi per darle raguaglio al meglio che habbiam possuto della sventurata resa di Famagosta, a tal che sapendo lei noi esser stati i primi gionti in questo loco, ne incolpasse di negligenti et poco amorevoli al nostro Ser Principe et Signoria. Et prima l'ha da sapere che prima che ne cominciassero a battere la città, l' essercito turchesco n' intorniò con 9 bastioni dalla parte di Limissò fino al scoglio; nelli quali vi erano fra tutti 74 pezzi, cioè basilischi, canoni et colubrine. Et il batter loro è stato con tanta vehementia et furore, che non è stato nissun di che fra notte et giorno non habbiano tirrato al continuo 2000 tirri. Alla parte di Limissò era battuto con 52 pezzi da quattro bastioni; la mezzaluna che viene apresso della qual ne havea cura la buona memoria del nostro signore Ettore Baglione (1), era battuta da uno bastione con 8 pezzi. Battevano anco con altri tanti pezzi in un altro bastione la mezzaluna che veniva apresso, che ne havea cura la felice memoria del d. di Famagosta. Battevano anco 1' altra mezzaluna che viene apresso, che ne havea cura il capitano di bona memoria di Baffo (2). Da un altro bastione battevano anco la cortina clie viene apresso alla sopradetta mezzaluna con alcuni pezzi ch'erano posti a piano tra gabbioni. Ne battevano con tanto furore che quasi sino al fondo ne batterno più della metà della cortina, del qual loco ne havea cura il cavalier dalle Aste, il capitano Antonio del revellino, et io Matteo da Capua. Battevano anco la mezzaluna dell' arsenale dal scoglio et da un altro bastione con 12 pezzi, del qual loco havea cura la buona memoria del maestro di campo, che era il capitan David dalla Noce da Crema. Et la batteria incominciò dalli 19 di maggio al fare dell' alba con tanto fracasso, ruina et mortalità di noi altri, che non si ricorda da coloro che son più vecchi di noi, d' haver vista tal cosa in altre città assediate. Con tutto ciò noi cominciannno a farli contrabatteria da tutti i luoghi. Né anco loro potevano apena comparir né bombardero, né altra persona, che subito non fusse tolto di mira da nostri pezzi. Et credo certo che del tirrare pareggiavimo a loro, et quando Dio ne avesse concesso che quel loco fusse stato munitionato di polvere sicome ognun credeva et che anco il loco richiedeva, i nemici haveriano perso di tal modo la scrima che non harian saputo che farsi. Però essendosi noi accorti che havendo tirrati 1500 tirri fra notte et di in 8 giorni havevimo consumati 4000 barilli di polvere, s'incominciò andar un poco più posato, essendosi fatto il calcolo della polvere et quel che poteva bastare. Della qual cosa avistosi i nemici incominciorno avvicinarsi, et con più furor a batterne, che in termine di un mese et dieci giorni spianarono li sopra nominati lochi quanto potevano scoprirne, et la ruina di dette muraglie ad essi haver fatto si facile salita et dar l'assalto, che li carri et per dir meglio li cavalli con le some potevano montar su, ma le nostre retirrate fatte in tutti li sopradetti lochi davano a loro tanto terrore, che mai li bastò l'animo de montarvi; et certo molte volte ne sforzavimo uscire fuori per tuor via la ruina, che ne veniva fatta, ma con nostro grandissimo danno ne bisognava ritirrare per essersi tanto avvicinati alla fossa, che in brevi giorni vennero al muro di detta fossa, et sbusorno in più loco il muro di detta fossa fino al fondo, buttando sempre il terreno che de li cavavano dentro la fossa. Di tal sorte che il ruinazzo della muraglia et il terreno che buttavano, haveano fatto una altura in detta fossa, che non poteva nessuno comparir di dentro, che subito di frezza o d' archibusata non fusse ferito. Niente de meno mai in quatro assalti che in questo termine diedero fu visto virtù d'animo nelli nemici, ma come galline destese in giù venivano quelli loro stendardi, con tutto che da noi fussero chiamati che venissero inanti. Però come si avidero non poterne far altro pervia del batter, si posero a far mine nelli medesimi sopradetti lochi, et la prima la fecero alla mezzaluna dell'arsenale et havendovi dato fuoco, buttorno tutta la torre a terra, né per questo fu visto nissuno accostarsi; la seconda fu quella del capitano generale di Famagosta, la qual per esser contraminata da noi, fé poco effetto. Minorno anco la mezzaluna del capitano di Baffo, che essendo ritrovata da noi, li fu tolta la polvere che haveano posta, et mortovi dieci Turchi; la terza mina che derno fuoco fu quella del revellino, cosa che atterrì molto l'animo de Greci per esser spianato sino al fondo. Pur noi havevimo una mina nel medesimo loco, la qual era in posto per darli fuoco il medesimo giorno quando che la ruina non havesse impedita la scentella per darli fuoco; pur con gran nostra fatica fu trovata, et datovi fuoco fé poco effetto. La causa fu per esservi stata poca polvere. Ma con tutto ciò diede gran terrore alli nemici, dubitando che non fossero delle altre; pur essendo fuggiti di dentro alcuni Greci, li assicurorno che non vi era altro, talché si risolse di provare di poterlo acquistare, et al far della diana ne diedero un assalto generale da tutte le bande, ma più dal revellino, il quale essendovi pochi Italiani per esserne assai morti et pur assai Greci incominciorno a retirrarsi dando animo alli nemici. Né essi havendo perso tempo montorno sopra con loro bandiere, et ributtati i nostri s' impadronirno con gran nostra mortalità. Della qual cosa vistosi il ser Alvise Martinengo che di quel loco havea cargo diede fuoco alla mina che era fra la porta et revellino, non curando ch'erano di nostri da 150 rimasti fuori, i quali restorno tutti parte morti et altri feriti; et dubitando che non intrassero dentro per la porta la fece serrare. De la qual perdita tutti li Greci et anco Italiani si turbarono assai essendosi perso quel loco per poca cura de chi lo governava. Stando noi in questo modo serrati cercavimo defendersi al meglio che si poteva; li nemici accostatisi alla porta ferno tre mine in detta porta, una per fianco et l'altra ad una batteria del cavailiere di detta porta, et lavoravano fortemente. Non contenti di questo, ferno un' altra mina alla medesima mina che haveano fatto all'arsenale, et un' altra alla cortina dell' arsenale dove era la batteria et tutte queste cinque mine noi sapevimo che vi erano; però posero anche dui pezzi sul revellino che havevano guadagnato et tirravano alia nostra porta: la qual noi havevimo murata et piena di terra et gottone; et oltra al terrar de due pezzi posero fuoco con legne et altre misture a detta porta, durando tre giorni di continuo un fuoco tanto grande che abrusciava tutta la fabrica. Per la qual cosa li Greci si lassaro intender in publico et in secretto, et in alcuni ridotti che loro facevano, che era bene arendersi et che loro non volevano veder le loro mogli, figli e fratelli et sorelle in man de Turchi malmenate, ma che se si fussimo arresi se saria stato osservato quanto ne veniva promesso dal Bassa (3). Et se ciò non volevimo fare non erano per combatter più, perchè dicevano che noi havevimo ragione essendo persone che li non havevimo nessuno de nostri, ma la nostra vita sola; la qual cosa diede molto da pensare alli animi nostri et più alli signori che havevano a governare. Et come volse la nostra disgratia in questo mezzo scampò dalla città un soldato fiorentino, il qual diede raguaglio minutamente alli inimici della solevatione de Greci et della polvere che ne era mancata, si che cominciorno un' altra volta a dimandar parlamento, essendo che prima da noi non li fu dato orecchio, anzi con 1' artigliarla et archibusate scacciati senza alcun rasonamento. Et così si stete tre giorni, et alli 23 di luglio fu a tutte le cinque mine di sopra dette dato fuoco, et gettata tutta la porta giù con grandissime ruine. Con tutto questo facessimo delle altre reterrate al meglio che potevimo contra il volere delli terrazzani, non già del popolo, ma della nobiltà, la qual gettata ogni vergogna, a viso aperto andorno dal capitano generale e dallo ill.sig. Ettor, et dissero che non erano per più resistere, vedendo che non era più ordine a casi loro, prima per esser tutti i luoghi aperti da batterie, poi per esserne morti tanti Italiani et Greci: l'altro per non vi esser più polvere per difìendersi, et poi quello che più importava, dicevano, che essendo tanto fìdelissimi si vedevano abbandonati dalla Ill.sma Signoria che in tanto tempo non havea [mandato] altro che un poco di soccorso, senza mai avisar cosaniuna ne haver nova alcuna; sì che per le sopradette cose dicevano voler concorrere una medesima fortuna con Rodiotti, et che pensassero bene sopra tal cosa. Per le qual parole fra il capitano di Famagosta [Marcantonio Bragadin], il capitano di Baffo et lo ill.mo sig. Ettor fu concluso che se non si fussimo arresi haveriano havuti dui nemici, 1' uno alle spalle et l'altro dinanzi, contro la volontà certo di tutti gli Italiani che se ben non vi era altro che sei barilli di polvere et a terra ogni cosa, si era atti con le armi da fuoco, et sassi che terravano le donne, deffendendosi sino a settembre, che de li poi Dio haveria provisto; ma l'animo de terrazzani buttò a terra ogni disegno, sicché fu concluso fra essi signori che se fussero venuti per far più parlamento, che si fusse cercato attaccarsi a qualche partito honorato, et che de dui mali si fusse eletto il minore. Tal che non passorno dui giorni che venne un cameriero d'un Bassa di Nicosia per parlamento et pian piano si accostò, dubitando che non si fusse fatto come per il passato. Fu alzata la bandiera da noi et interrogato che domandava, disse che noi già vedevimo apertamente in che modo se ritrovava la città, però die pensassimo bene a casi nostri, perchè se si fusse entrato per forza non si haveria havuto rispetto a niuna sorta di persona; et che se noi si havessimo voluto arrender al Gran Signore ne li averia concesso tutto quello che havessimo saputo addimandare. Nè li avessimo havuto risguardo che noi eranio de diversa fede perchè era chiaro per tutto el mondo che di quanto è stato promesso dalli Gran Signori è stato osservato con inviolabil fede, tanto più che loro si offerivano che si fussero dati ostaggi da una parte et dall'altra; et che quando noi altramente havessimo fatto, li haveria dispiaciuto come cristiano che è, benché per forza si sia fatto turco. Così li fu risposto che quando si fusse stati certi che la fede fusse per mantenersi, che si sariamo arresi al Gran Signore sopra la parola del quale si sono arrese tante città et regni, ma sopratutto volevimo ostaggi. La qual cosa subito referita a Mustaffa Bassa dal sopradetto, subito ne mandò un foglio di carta bianca, attaccatovi sotto il bollo del Gran Signore dove vi era scolpita la sua testa d' oro fino, et che noi havessimo scritto su quello tutto il nostro volere, et che a con firmatione de capitoli lui haveria mandati dentro per ostaggi l'aga de giannizzeri et il suo chiecagià (4), et che noi havessimo mandato dui di nostri. Et cosi la mattina mandamo fuori il conte Hercole Martinengo et un altro cittadino famagostano Mattio di Colti (5), et di loro vennero dentro li sopradetti aga et chiecagià accompagnati da una bellissima cavalleria et molti pedoni, pur andorno a dismontar in casa dell' ill.ssimo sig. Ettor Baglione, dove continuamente fattali bonissima cena et donatoli di molti doni, incominciorno de passar li capitoli: Che essi ne davano il passaggio salvo et sicuro sino a Settia con caramussali a bastanza, salve le nostre arme, tamburi, insegne et cinque pezzi d'artigliarla; salve tutte le famiglie et le nostre facultà. Et di più havendo concesso al capitano di Baffo i sachi di gottone che erano suoi che li potesse levar via. Tra questo s'incominciò ad imbarcar la detta artigliaria con il gottone, stando però le banderuole di tregua intorno la muraglia.

Noi tutti Italiani e Albanesi, et alcuni pochi Greci s' imbarcammo nelli caramussali che ne haveano mandato dentro il porto. Vi erano venute ancorade 7 galee non dismontando però ninno di loro; il capitano di Famagosta et quello di Baffo con lo ill.mo signor Ettor et lo ill.mo sig. conte Alvise Martinengo con 200 archibusieri restarono dentro per consignar le chiave della fortezza et munitione al Bassa et farli riverentia. Et così la sera alle 21 hora si partirono fuori della città per la porta del Diamante, et andarono al campo; laonde li venne incontro una buona flotta di giannizzeri et spai. Giorni al padiglione del Bassa, dismontarno et intrato dentro prima il Capitano generale fé riverenza al detto Bassa; et ragionando con esso lui non più di dieci parole, senza altro dire alzò la mano, et gli diede un schiaffo: et havendoli fatto dar di mano comandò ad un suo buffone die gli tagliasse tutte due le orecchie; et gridò che fusse tagliata a pezzi tutta la compagnia ch' era venuta con lui, et subito venero correndo verso la città, et quanti Italiani trovavano che per sorte non erano imbarcati, tutti tagliorno a pezzi, et alli Greci diedero un sacco leggiero, usando con loro mogli et loro figliole in loro presentia; et la mattina venero nelli castelli dove noi erimo, et prima ne tolsero le mogli a chi le haveva, figli et fratelli, et li mandarno tutti entro uno serraglio, et poi caporno chi pareva meglio per remo. Et come si hebbero piene tutte le galere, ne mandorno nelle maone et nelle navi, havendone prima spogliati nudi come ne partorì nostre madri. Et stando noi cosi 11 giorni, alli 15 d'agosto un venerdì da mattina a bon hora la galera del capitano di Rodi piena di tutte le nostre insegne alla riserva partì dalli giardini et andò al porto, et fatto legare il Capitano generale sopra una cariega di veludo cremisino, fatto prima cicogno dell'antenna, lo fé tirrar su di là onde lo fé stare più di un hora, poi venuto il Bassa con una barchetta, facendolo calar et fattolo desmontar dal molo lo fece ligar con le mani da dietro, et condotto dentro la città, essendo battuto da diversi Turchi, lo menarono intorno le mura, et per ogni batteria lo fecero portar cinque coffe di terra ; poi lo menorno in piazza et ligatolo alla colonna della berlina, dui incominciorno con dui coltelli a scorticarlo dalla schiena, et stete vivo fino che gionsero al bellicolo, né mai da quel benedetto corpo si fu sentito mai lamentarsi pur una parola, ma come martire di Cristo sopportò il tutto. Questo fu l'infelice successo di noi altri poveri Italiani, li quali (sì come ho detto) essendo noi stati posti in diversi vasselli siamo gionti costì da 400 Italiani : vi sono 6 capitani soli, li quali sono il capitano Lorenzo Fornarino da Bologna, il capitano Angelo da Orbietto, il capitano Gian Battista Squarzone che hebbe la compagnia del capitano Francesco Bogone: vi è il capitano Hercole da Perosa che hebbe la compagnia del capitano David Nose, il capitano Tomaso Flessa, et cinque son io capitano Mattio da Capua ; il resto de capitani et altri soldati erano nelle altre maone et galee, che per un poco di burasca in Rodo si persero di vista da noi. Quello che vogliam ora pregare V. S. Ill.ma si è che ne habbia per raccomandati, né si voglia scordar di noi altri servitori, come nostro patrone che ci è, suplicandola che se possibil fusse far intender al Gran Signore il torto che ne è stato usato, che essendosi noi arresi alla testa del Gran Signore, non già di Mustaffà, che a lui non li hariamo mai creduto, ne dovesse usar tal torto. Et che si doverla reccordar ciò che usò sultan Soliman a Rodi, Strigonia et Napoli di Romania, né voglia per i 500 uomini che fussimo macchiar il nome di un tanto Gran Signore. Quando altramente gli paresse la voglia con suo lettere avisar lo ill.mo Senato che ne vogli haver per raccomandati, et procurar la nostra libertà per via di cambio o di riscatto, sicome è il solito, et come ha fatto quella Ecc.ma Republica, a tal che il mondo possa conoscere che non si scorda de chi la serve. Et perchè V. S. Ill.ma sappia, siamo in mano di Mehemet Bassa cinque capitani con 200 soldati italiani, il resto al bagno del Gran Signore et altri lochi. Et acciò che V. S. Ill.ma sappia la nostra necessità, siamo serrati nel bagno senza praticar con niuno, et con doi pani al giorno, sicome ogni altro povero schiavo. Et non habbiamo dove ricorrere se non a lei, perchè oltra che ogn' uno di noi habbia rimesso nella camera di Famagosta ogni sostantia che si è possuto per la incommoda moneta di rame che in quel regno correva, come appar per parte delle polizze di detta camera, che sono apresso di noi. Et perchè quello con che si potevamo soccorrer siamo stati svaliggiati et spogliati nudi, a tal che non havemo di che potersi riparare, la supplichiamo che ne vogli soccorrer per poter passare la misera vita sino che piacerà a Dio. Et oltra che faremo buono tutto quello che serà servito soccorrerne senza niuno interesse, in perpetuo saremo tenuti pregar el Santissimo Dio per la salute et felice prosperità di V. S. Ill.ma et vittoria di quella benigna Republica. Dal bagno di Mehemet Bassa alli 28 d'ottobre 1571. Di V. S. Ill.ma affettionatissimi servitori, suplicandola fare la risposta. Io capitano Mattio da Capua. Io capitano Camillo Squarzone vesentino. Io capitano Hercole Andriani da Perugia. Io Simon Bagnese da Firenze. Io capitano Tomaso Flessa capitano de Stradiotti.


Note:

(1) Astorre Baglioni, comandante militare della piazzaforte di Famagosta.
(2) Lorenzo Tiepolo, che aveva il grado di capitano di Paphos (Baffo).
(3) Pascià.
(4) L'aga dei giannizzeri ((yeničeri aghasï) è il loro comandante ed il chiecagià (kiāhyā) il suo luogotenente.
(5) Mathias Solphios, capo del Consiglio cittadino di Famagosta.


sabato 12 luglio 2014

La corona di Costantino IX Monomaco


La corona di Costantino IX Monomaco


La cosiddetta corona di Costantino IX Monomaco - attualmente conservata nel Museo Nazionale Ungherese di Budapest - ha sempre suscitato negli studiosi delle forti perplessità fino al punto di farla ritenere un falso realizzato in epoca moderna (cfr. N.Oikonomides, La couronne dite de Constantin Monomaque, Travaux et Mémories 12, 1994).
La corona è costituita da sette placche oblunghe a terminazione semicircolare nella parte superiore, sulle quali è ritratta la triade degli imperatori bizantini - Costantino IX Monomaco (1042-1055), la sua consorte Zoe e la sorella Teodora - con danzatrici e personificazioni di virtù; due apostoli sui medaglioni di smalto e un'incastonatura in vetro che però molto probabilmente non appartengono al manufatto originario. L'imperatore tiene con la destra il labaro imperiale e con la sinistra l'akakia (1).



Le sette placche della corona furono ritrovate nel 1860 da János Huszár, un nobile proprietario terriero di Nyitraivánka (oggi Ivánka pri Nitre, Slovacchia). Gli studiosi non si sono mai soffermati troppo sul luogo del ritrovamento, eppure nella stessa città nel 1914 fu rinvenuta una moneta di Costantino IX Monomaco e, a distanza di venti chilometri, a Tild (oggi Cifare-Telince, Slovacchia) ne furono trovate altre sette.
Sui bordi delle placche sono saldate sottili lamine di metallo che seguono perpendicolarmente l'andamento del contorno delle placche; tali lamine presentano fori posti lungo il sottile margine ripiegato delle placche e pertanto esse non potevano essere inserite in una cornice metallica, bensì dovevano essere cucite su qualche materiale più morbido, per esempio tessile, con alla base una fila di perle.
A giudicare dalle dimensioni, possiamo infine considerare completo il gruppo delle placche di smalto della corona, soltanto ai bordi si può pensare che potesse completarsi con altri pezzi.


Una danzatrice e la personificazione dell'Umiltà

Uno degli argomenti forti della tesi di Oikomenos che considera il manufatto un falso è il fatto che le incisioni sullo smalto delle placche presentano un gran numero di errori, in totale 13. Gli errori si dividono in due tipi: le vocali scritte in maniera errata e gli accenti messi in modo anch'esso non corretto. Per quanto possa apparire singolare che un maestro greco incorra in queste inesattezze, in particolare nei clamorosi errori nei nomi dell'imperatore Costantino e della moglie Zoe, tale fenomeno non è del tutto infrequente nell'età mediobizantina.
Ai lati delle tre placche raffiguranti la triade imperiale si dispongono le figure di due danzatrici e le personificazioni di due virtù l'Umiltà (Η ΤΑΠΙΝΟΣΙΣ) e la Verità (Η ΑΛΙΘΗΑ).

La presenza di figure femminili - tra cui danzatrici - in scene raffiguranti l'imperatore è un motivo trionfale originario dell'antichità. Nel periodo medio bizantino nella rappresentazione imperiale divenne invece centrale la raffigurazione della religiosità dell'imperatore, del suo essere prescelto da Dio. Per questo le figure della corona vengono in prevalenza collegate con la prefigurazione veterotestamentaria del dominio imperiale. Inoltre il ballo della sorella di Mosè, Miriam, e delle sue danzatrici dopo il passaggio del mar Rosso appare connesso alla celebrazione del trionfo come la danza delle virtù, dopo il superamento dell'attrazione per le passioni: Allora Miriam, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze (Esodo, XV, 20-21).
Altri elementi che suscitano perplessità sono la scarsa opulenza del manufatto (non vi sono incastonate gemme o perle) e la sua circonferenza (32 cm.) che appare troppo stretta anche per una testa femminile.
Una possibile spiegazione potrebbe essere che si tratti di una di quelle corone che venivano offerte al condottiero che tornava in città da una campagna vittoriosa al momento in cui veniva celebrato il trionfo. Costantino VII Porfirogenito, nel De cerimoniis, nel descrivere il protocollo dell'ingresso trionfale, dice che questa corona veniva presentata dall'Eparca di Costantinopoli e veniva infilata al braccio del condottiero. Si trattava quindi di una corona che doveva essere utilizzata una sola volta e per breve tempo.
Nell'arco di regno di Costantino IX, la Kiss individua inoltre nel trionfo decretato a Stefano Pergameno per la vittoria sul generale ribelle Giorgio Maniace (1043) il frangente più probabile (2). Pare infatti che l'imperatore decise di tributare il trionfo al condottiero eunuco solo all'ultimo momento, il che spiegherebbe ulteriormente con la fretta di realizzarlo la scarsa qualità del manufatto e le imprecisioni linguistiche presenti nelle didascalie. Nella sua descrizione del corteo trionfale, Michele Psello dice tra l'altro che l'imperatore vi assistette da un palco posto alla porta Chalke del palazzo imperiale, seduto su un trono tra le due imperatrici Zoe e Teodora, esattamente la stessa immagine riproposta nella corona.
In questa chiave, l'inserimento nel programma iconografico della corona della personificazione dell'Umiltà suonerebbe come un monito al condottiero vincitore a non ribellarsi a sua volta (3).


Nell'immagine trionfale di Basilio II, riprodotta sul frontespizio di un salterio databile al 1019 e conservato presso la Biblioteca marciana di Venezia, l'imperatore indossa all'avambraccio due bracciali, indipendenti dall'armatura, che potrebbero essere corone trionfali del tipo ipotizzato per la corona di Costantino IX.

Note:

(1) L'akakia era un sacchetto contenente una manciata di terra. Serviva a ricordare all'imperatore che anche lui era mortale.


(2) Cfr. Catepanato d'Italia, nota 2.

(3) Nonostante l'ipotetico avvertimento, poco dopo il suo trionfo, nel luglio del 1043, Stefano Pergameno fu coinvolto in una congiura per rovesciare l'imperatore. Privato di tutti i suoi beni, fu costretto a prendere l'abito monacale e successivamente accecato.













martedì 8 luglio 2014

Maria Scleraina

Maria Scleraina

Nel 1034 Costantino Monomaco fu esiliato a Lesbo da Michele IV (1034-1041) che lo sospettava d'intrattenere una relazione con l'imperatrice Zoe. Costantino ebbe modo di consolarsi dell’esilio ed anche della recente perdita della seconda moglie – Elena Scleraina - tra le braccia di Maria Scleraina (anche Sclerena o Skleraina), pronipote di Barda Sclero (1) e, pertanto, anche lei in disgrazia presso la corte imperiale, che lo seguì in esilio a Lesbo e lo sostenne finanziariamente. L’ipotesi di contrarre un terzo matrimonio (proibito dalla chiesa) gli sembrò probabilmente impraticabile, tanto più che Maria Scleraina era nipote di colei che l’aveva appena lasciato vedovo, ma tale situazione non fu affatto d'ostacolo ad una relazione amorosa che non s'interruppe neppure con la fine dell’esilio, il suo matrimonio con Zoe (11 giugno 1042) e la conseguente ascesa al trono.
L’Imperatore dapprima agì con cautela, convinse l'imperatrice Zoe - ormai troppo vecchia, aveva più di sessant'anni, per essere gelosa - a richiamare dall'esilio anche l’amante a Costantinopoli, dove andò ad abitare in una casa non appariscente nel quartiere di Kynegion.

Costantino IX Monomaco
chiesa di Santa Sofia, Costantinopoli, 1042
 
Per poterla andare a trovare senza dare nell'occhio, Costantino IX intraprese i lavori di rifondazione del Monastero di San Giorgio dei Mangani che si trovava vicino alla casa. In seguito perse ogni ritegno e, con la compiacenza della stessa imperatrice, la introdusse a Palazzo dove le fu assegnato un appartamento privato vicino a quello di Costantino, le diede onori regali e la insignì persino del titolo di Sebaste (l'equivalente greco del titolo latino di Augusta), che prima di allora era sempre stato una prerogativa della famiglia imperiale (2). Nelle processioni ufficiali, la Sebaste prendeva posto immediatamente dopo le due porfirogenite Zoe e Teodora.

Zoe Porfirogenita
smalto cloisonnè, particolare della corona di
Museo Nazionale Ungherese, Budapest

Non ancora soddisfatto convinse l'imperatrice Zoe a sottoscrivere un “contratto d'amicizia” con la Sebaste al cospetto del Senato, istituzionalizzando in questo modo il menage a trois.
Maria Scleraina esercitò la sua ascendenza sull'imperatore per favorire la carriera del fratello Romano, che ne divenne uno dei più ascoltati consiglieri e a cui Costantino IX concesse magistri et protostratoris honorem (Zonara). Fu poi probabilmente determinante nel causare la caduta in disgrazia del generalissimo Giorgio Maniace (1043), di cui il fratello era acerrimo nemico (3).
Non fu però molto amata dalla popolazione di Costantinopoli che vedeva in lei una minaccia per Zoe e Teodora, le ultime discendenti dell'amata dinastia macedone: il 9 marzo del 1044, in occasione della festività dei Quaranta martiri, fu oggetto di una vibrante protesta da parte della folla che accolse inferocita l'imperatore alla porta Chalke, mentre stava uscendo con il suo seguito per recarsi alla chiesa dei Quaranta martiri, costringendolo a tornare sui suoi passi e placandosi solo quando apparvero Teodora e Zoe.
La Scleraina non era particolarmente avvenente ma aveva una bellissima voce ed aveva una piacevolissima e colta conversazione. Un aneddoto, riportato da Michele Psello nella sua Cronografia, racconta che nel corso di una delle sue prime uscite pubbliche con la famiglia imperiale, la Sebaste ascoltò uno degli astanti sussurrare all'orecchio del vicino l'inizio di un passo dell'Iliade: ου νεμεσις...
Al termine della cerimonia ella approcciò l'uomo e, imitando il suo tono di voce, gli recitò il passo completo: ου νεμεσις Τρωας και ευκνημιδας Αχαιους/τοιήδ’ αμφι γυναικι πολυν χρονον αλγεα πασχειν./αινως αθανατησι θεης εις ωπα εοικεν (in vero non si possono biasimare i Teucri e i loricati Achei se per questa donna sopportano sì dure fatiche da sì lungo tempo. Davvero ella è simile alle dee immortali, Iliade, libro III, vv. 204-208), ricompensandolo lautamente per il complimento.
Cristoforo di Mitilene, nel suo epitaffio funebre scrisse che L'Eleganza, alla sua morte, abbandonò il mondo, rifiutandosi di sopravviverle.
La morte improvvisa – a causa di una fulminante malattia polmonare - della non ancora trentenne Scleraina, intorno al 1045, abbatté profondamente Costantino, che la fece seppellire in quel monastero di San Giorgio dei Mangani che stava rifondando e che le aveva dato in appannaggio. Alla sua morte (1055) il sovrano volle essere sepolto accanto a lei, anziché accanto alla legittima consorte.

Questo sigillo, conservato nella Dumbarton Oak collection, è stato attribuito da N. Oikonomides a Maria Scleraina. L'iscrizione presente sulle due facce del sigillo, nella sua traduzione recita: questo è il sigillo del sekreton di San Giorgio grande martire e portatore di vittoria, che è anche (il sekreton) la oikos (fondazione) della hyperperilampros e felicissima sebaste (4).

Costantino Monomaco, prima di accedere al trono, ebbe forse una figlia di nome Anastasia, non è però chiaro se dalla seconda moglie Elena Scleraina o dalla stessa Maria. Questa, nel 1046, per sancire l'armistizio con i Russi, andò in sposa al futuro principe di Kiev Vsevolod I. Il figlio che gli partorì – Vladimir II di Kiev – è noto infatti come Vladimir Monomakh (5).

Note:

(1) Generale dell'esercito che per ben due volte, nel 977 e nel 986, insorse contro Basilio II Bulgaroctono (976-1025) proclamandosi imperatore (cfr. scheda).

(2) Successivamente - probabilmente dopo la morte di Zoe (1050) - Costantino prese per amante una principessa alana – Goranduxt di Georgia – che fu a sua volta insignita del titolo di Sebaste.

(3) Romano Sclera possedeva in Anatolia della proprietà che confinavano con quelle di Maniace e mirava ad impossessarsene. Pare inoltre che, mentre il generalissimo era impegnato nella campagna di Sicilia (1038-1040), ne avesse insidiato la moglie e che Maniace fosse stato informato dell'accaduto.

(4) N. Oikonomides, St. George of Mangana,Maria Skleraina, and the "Malyj Sion" of Novgorod.

(5) Una figlia di Costantino IX Monomaco non compare in alcuna fonte greca e la fonte primaria russa che ne parla non è ben identificata. Ricorre anche con il nome di Maria o Irene. L'unico fatto certo è che il matronimico assunto dal figlio indica la sua appartenenza alla famiglia dell'imperatore. Secondo Bárányi Oberschall (The Crown of Costantine Monomachos, 1937), la cosiddetta corona di Costantino IX Monomaco potrebbe essere un dono nuziale dell'imperatore.