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sabato 9 marzo 2024

Niceforo II Foca (963-969)

 Niceforo II Foca (963-969)

Nato intorno al 912 in una famiglia di antiche tradizioni militari – sia il padre Barda, sia il nonno Niceforo raggiunsero il grado di Domestikos delle Scholae - fu avviato giovanissimo alla carriera militare. Nel 945, durante il regno di Costantino VII, diviene strategos del thema degli Anatolici, carica che di solito preludeva alla nomina a comandante in capo dell'esercito. Nel 954, infatti, subentra al padre Barda – che era stato ripetutamente sconfitto dagli arabi - al comando dell'esercito di Bisanzio e passa all'offensiva contro gli arabi dell'emirato di Aleppo.


Niceforo II Foca
katholikon del Monastero della Gran Lavra, 1535, 
Monte Athos

Nel 959 l'imperatore Romano II sdoppia il comando supremo militare affiancando a Niceforo il giovane fratello Leone Foca come Domestikos delle Scholae occidentali.

L'anno successivo gli viene affidato il comando della spedizione contro l'emirato di Creta.
Il 6 marzo 961, dopo nove mesi di assedio entra a Candia (l'attuale Iraklion) e poco dopo, riportata l'intera isola sotto controllo imperiale, rientra a Costantinopoli dove gli viene tributato non il trionfo ma un'ovazione nell'Ippodromo.

Niceforo II Foca
da Codex Mutinensis, Gr.122, fol.209, 1425 c.ca
Biblioteca Estense, Modena

Niceforo si spostò quindi sul fronte orientale e nel dicembre 962 prese e mise a sacco Aleppo infliggendo un duro colpo al prestigio dell'emiro hamanide.
Molto popolare tra i suoi soldati e temuto dai nemici – era soprannominato la morte bianca dei Saraceni - il 15 marzo del 963, fu raggiunto dalla notizia dell'improvvisa morta di Romano II mentre si trovava nella roccaforte dei Foca a Cesarea di Cappadocia, fu raggiunto dalla notizia dell'improvvisa morta di Romano II. Mentre a Costantinopoli la vedova di Romano, Teofano, assumeva la reggenza per i suoi figli Basilio II e Costantino VIII, Niceforo fu proclamato imperatore dalle truppe. Il 14 agosto, il generale entrò in città e, grazie anche all'appoggio del patriarca Polieucte e di Basilio Lecapeno (1), sbaragliò la resistenza opposta dal parakoimomenos Giuseppe Bringas e due giorni dopo fu incoronato in Santa Sofia.
Basilio Lecapeno riottenne la carica di parakoimomenos che già aveva ricoperto sotto Costantino VII e fu insignito del titolo di proedros, dignità assimilabile a quella di presidente del Senato, ma di fatto puramente rappresentativa. Il fratello Leone Foca mantiene il comando delle Scholae occidentali mentre al comando di quelle orientali, Niceforo promuove uno dei suoi più fidati luogotenenti, lo stratego del thema degli Anatolici, Giovanni Zimisce. Il 20 dicembre, infine, in cambio della promessa di garantire la successione ai suoi figli, sposa nella Nea Ekklesia la vedova di Romano II, Teofano, legittimando ulteriormente la sua posizione.

Oltre ad essere un grande soldato, Niceforo era un asceta – da giovane voleva farsi monaco e dormiva in terra – e un fanatico religioso (chiese alle autorità religiose, senza ottenerlo, che tutti i suoi soldati morti combattendo contro i musulmani fossero proclamati martiri della fede) che sognava la riconquista delle perdute provincie dell'Asia minore. Zimisce fu inviato sul fronte orientale con l'incarico di prendere Adana che cadde e fu rasa al suolo prima della fine dell'anno. L'anno seguente Niceforo guidò la campagna in prima persona e prese Mopsuestia e Tarso completando la riconquista della Cilicia che era in mano agli Arabi dal VII secolo. Sempre nel 964, una spedizione guidata da uno dei suoi generali, Niceta Chalkoutzis, riportò anche l'isola di Cipro nell'orbita imperiale.

Dopo la conquista della Cilicia, l'imperatore, per ragioni non del tutto chiare, perse del tutto la fiducia in Giovanni Zimisce che rimosse da tutte le cariche e confinò nei suoi possedimenti lontano dalla capitale.

Nel 966 riprese l'offensiva in Asia minore. L'imperatore assediò senza successo Antiochia ma conquistò altre piazzeforti e impose a Tripoli e Damasco il pagamento di un tributo. Nel 968 assediò nuovamente Antiochia ma, giacchè i tempi dell'assedio si protraevano, rientrò a Costantinopoli lasciando a Michele Bourtzas e allo statopedarca Petrus (2) il compito di prendere la città per fame. Il 28 ottobre del 969 finalmente la città si arrese.

L'estensione dell'impero bizantino dopo le conquiste di Niceforo II e del suo successore Giovanni I Zimisce

Poche settimane dopo la caduta di Antiochia – nel dicembre del 969 – Niceforo venne assassinato nella sua camera da letto da una congiura guidata da Giovanni Zimisce ma a cui non furono estranei l'imperatrice Teofano e il parakoimomenos Basilio Lecapeno. Fu sepolto nella chiesa dei SS.Apostoli.

Oltre che per le conquiste territoriali Niceforo Foca è ricordato anche per le sue fondazioni ecclesiastiche. Tra queste anche quella della Gran Lavra, il più antico monastero athonita. Dopo la conquista di Creta, Niceforo destinò parte del bottino di guerra alla fondazione del monastero ad opera del monaco Atanasio – a cui in seguito fu dedicato il katholikon – di cui era stato allievo e che lo aveva accompagnato nell'impresa.


Note:

(1) Figlio illegittimo dell'imperatore Romano I Lecapeno e di una sua concubina (forse una schiava di origini bulgare), Basilio Lecapeno era nato tra il 910 e il 920 e fu probabilmente castrato per ragioni politiche già in età infantile. Legatissimo alla sorellastra Elena – moglie di Costantino VII – durante il colpo di stato dei suoi fratellastri (944) si schierò dalla parte del cognato ricevendone in cambio titoli e cariche, tra cui quella di megas baioulos, cioè responsabile dell’educazione dell’erede al trono (nella fattispecie, del giovane figlio di Costantino ed Elena, Romano). Nel 947 divenne parakoimomenos, che letteralmente indicava “l’incaricato di proteggere il sonno dell’imperatore”, ma che in realtà all'epoca, dato il rapporto di prossimità con l'imperatore che implicava, era assimilabile a quella di gran ciambellano. Sostituito nella carica con Giuseppe Bringas da Romano II, appoggiò il colpo di stato di Niceforo mettendogli a disposizione tremila uomini armati da lui assoldati.

(2) Petrus era un eunuco al servizio dei Foca che, adottato dal fratello dell'imperatore Leone Foca, intraprese la carriera militare. La carica di "Statopedarca" fu inventata ad hoc giacchè, in quanto eunuco, non poteva accedere a quella di Domestikos delle Scholae.


sabato 20 maggio 2023

Alessio Filantropeno Tarchaniote

 Alessio Filantropeno Tarchaniote


Nacque intorno al 1270, secondogenito di Michele Tarchaniotes (1) – che fu protovestiarius e mega domestikos sotto Michele VIII (1261-1282) - e della figlia (di cui non si conosce il nome) di Alessio Ducas Filantropeno, il mega doux che guidò la flotta imperiale contro i latini nella vittoriosa battaglia di Demetriade (1273).
Sposò Teodora Akropolitissa da cui ebbe un figlio di nome Michele.
Nel 1290 Andronico II (1282-1328) lo insignì del titolo di pinkernes (2) e poco dopo lo pose al comando del thema di Thrakesion, ovverosia della gran parte di ciò che rimaneva dei possedimenti dell'impero in Asia, eccezion fatta per le città della fascia costiera e per il thema di Bythinia (Nicea).
Nei due anni successivi al suo insediamento, nonostante i pochi mezzi a disposizione, ottenne prestigiose vittorie contro i turchi, riconquistando importanti città (Tralle, Priene, Nysa) e liberando Philadelphia dall'assedio. Avanzò quindi nel sud invadendo l'emirato di Menteshe e costringendo i turchi di Mileto a riconoscere l'autorità del basileus e versargli un tributo annuale. 

La situazione in Asia prima della campagna di Alessio Filantropeno

Fece molti prigionieri che, venduti come schiavi, gli permisero di mantenere l'esercito mentre molti turchi, spaventati dal pericolo mongolo, si arruolarono sotto le sue bandiere. Divenuto popolarissimo si vide offrire la corona imperiale dalle popolazioni locali, vessate dalla politica fiscale di Andronico, che in un primo tempo rifiutò, chiedendo all'imperatore di essere trasferito altrove. Per ragioni non del tutto chiare accettò invece nell'estate dell'anno successivo, facendosi incoronare nella chiesa di San Giovanni Prodromo a Filadelfia e dando il via alla ribellione. 

Gli imponenti resti della cattedrale di San Giovanni Prodromo a Filadelfia

Non ottenne però – come forse sperava – il controllo di tutte le provincie asiatiche perchè il governatore di Nicea, Libadario, che controllava le provincie settentrionali e quello di Efeso, Teodoro Paleologo, fratello di Andronico nonché genero di Libadario, rimasero fedeli alla corona. Iniziarono quindi i negoziati e Andronico offrì a Filantropeno il titolo di cesare probabilmente al solo scopo di farlo sentire sicuro e prendere tempo. Libadario nel frattempo riuscì a corrompere alcuni soldati cretesi dell'esercito di Alessio che con un colpo di mano catturarono il generale e glielo consegnarono. Alessio fu accecato (forse non completamente) e per trent'anni scompare del tutto dalle cronache.

Nel 1324, dopo che i comandanti che erano succeduti ad Alessio in Asia avevano perso gran parte delle provincie, Andronico perdonò Alessio e lo rimandò in Asia con il compito di salvare l'esclave di Philadelphia (l'attuale Alaşehir) che ancora resisteva completamente circondata e assediata dai turchi. Le cronache raccontano che non gli fu affidato alcun esercito ma fu sufficiente la notizia che “il Belisario dell'età paleologa” stava arrivando al fronte per far desistere i turchi dall'assedio. Fu quindi nominato governatore della città dove rimase fino al 1326-1327. Nel 1336 lo ritroviamo a fianco di Andronico III (1328-1341), al comando della forza di sbarco che riconquista l'sola di Lesbo che era stata occupata l'anno prima da Domenico Cattaneo, signore di Focea. Ancora una volta diede prova delle sue capacità militari assediando ed espugnando Mitilene dove si erano asserragliati i genovesi. Rimase nell'isola come governatore e lì si spense probabilmente nel 1341.


Note:
(1) Michele Tarchaniotes era figlio di Niceforo Tarchaniotes e Maria Paleologina (poi monacatasi con il nome di Marta), sorella di MicheleVIII. Tramite la nonna paterna Alessio era dunque imparentato anche con la casa regnante dei Paleologi.
(2) designava il “coppiere dell'imperatore”, secondo il catalogo dello pseudo-Codino era al quindicesimo posto nella gerarchia dei titoli di corte.


Narrativa moderna e contemporanea 

Incentrato sulla figura del Filantropeno, il romanzo racconta la campagna di riconquista del generale ed il successivo tentativo di usurpazione. La ricostruzione storica è dettagliata ed aderente ai fatti, i personaggi di fantasia s'integrano a quelli realmente esistiti in un amalgama con cui una prosa scattante stende un vivido affresco delle vicende storiche che penetra appieno lo spirito del tempo. Molto godibile.



domenica 28 ottobre 2018

Salomone

Salomone

Nato probabilmente tra il 480 ed il 490 nei dintorni della città di frontiera di Dara, Salomone non divenne eunuco a causa di una castrazione ma per un incidente occorsogli durante l'infanzia.
Compare per la prima volta nelle fonti nella Cronaca dello Pseudo-Zaccaria (568-569) come notarius del dux Mesopotamiae Felicissimo che ricoprì questa carica dal 505 al 506. Servì quindi sotto Belisario quando questi a sua volta ricoprì la carica di dux Mesopotamiae (527-531) guadagnandosene la stima.


Nella campagna d'Africa condotta da Belisario contro i Vandali, che fruttò all'Impero la riconquista dell'Africa proconsolare, fu scelto dal generalissimo come suo domestikos (1) ed è indicato da Procopio come uno dei due comandanti dei foederati.
Salomone, al comando dei foederati, prese parte al decisivo scontro di Ad Decimum (13 settembre 533, vedi scheda La Campagna d'Africa). Istallatosi a Cartagine, Belisario lo inviò a Costantinopoli per riferire all'imperatore sull'andamento della campagna. Qui si trattenne fino alla primavera del 534, quando l'imperatore richiamò il generalissimo nella capitale ed inviò Salomone in Africa affidandogli il comando militare della provincia (magister militum Africae). In autunno, Salomone prese anche il comando dell'amministrazione civile sostituendo il vecchio Archelao nella carica di prefetto del pretorio della restaurata provincia africana.
Nel frattempo i berberi che, dopo aver appoggiato Belisario contro i Vandali, premevano adesso ai confini cercando di strappare territori ai Romani, avevano invaso la Byzacena (2) massacrando il presidio romano comandato da Gainas e Rufino.
Ricevuti i rinforzi da Costantinopoli, Salomone marciò sulla Byzacena alla testa di un esercito di 18.000 uomini e sconfisse i berberi accampati nei pressi di una località chiamata Mammes (3) infliggendogli gravi perdite.
Rientrato a Cartagine, venne raggiunto dalla notizia che i berberi si erano riorganizzati ed avevano nuovamente invaso la Byzacena trincerandosi sul Monte Bourgaun (4).
Salomone riportò quindi l'esercito nella Byzacena e pose l'assedio al campo berbero, che si trovava su una balza, attendendo che questi lasciassero le loro postazioni e lo attaccassero in campo aperto. Trascorsi alcuni giorni, si rese però conto che il nemico non aveva alcuna intenzione di abbandonare la posizione di vantaggio in cui si trovava e al contempo di non poter proseguire oltre un assedio in pieno deserto. Decise quindi di prendere l'iniziativa.
Notato che i berberi avevano tralasciato di fortificare la parte del campo verso la montagna, valutando che nessun attacco potesse giungere da quella direzione, Salomone ordinò a Teodoro, comandante degli excubitores, di aggirare nottetempo il nemico scalando il pendio con 1000 uomini e attaccare all'alba contemporaneamente al resto dell'esercito. Presi tra due fuochi i berberi, nel tentativo di sottrarsi all'accerchiamento, s'infilarono in una stretta gola dove furono massacrati dai romani. Procopio – forse con qualche esagerazione – parla di 50.000 morti e di nessun soldato romano ferito. I superstiti ripiegarono in Numidia, arroccandosi sul massiccio dell'Aures (nell'attuale Algeria).

Sul fronte interno, l'eccessiva solerzia nell'applicare le direttive di Giustiniano aveva però reso il governatore inviso alla popolazione locale e ai suoi stessi soldati. Aveva infatti impedito ai soldati che avevano sposato le vedove dei vandali di ereditarne i beni e, sempre seguendo le indicazioni dell'imperatore, aveva anche impedito ai circa mille ariani che militavano tra le sue truppe di praticare liberamente la propria fede.
Il malcontento che serpeggiava tra i soldati sfociò in aperta rivolta il giorno di Pasqua del 536. Salomone, inseguito dai rivoltosi (tra cui una buona metà della sua guardia personale), riuscì miracolosamente ad imbarcarsi e a raggiungere Belisario a Siracusa. Il generalissimo salpò immediatamente alla volta di Cartagine portandosi dietro soltanto cento dei suoi migliori soldati e lasciando la moglie Antonina al comando della Sicilia appena riconquistata. Nel frattempo i ribelli avevano in un primo tempo lasciato Cartagine dopo averne saccheggiato la periferia, con l'intento di raggiungere i berberi arroccati sul massiccio dell'Aures. In un secondo tempo, essendosi notevolmente ingrossate le loro fila, anche per l'apporto di un migliaio di sbandati vandali, fino a raggiungere il numero di 8.000, eletto al comando un ex soldato romano di nome Stotzas, erano tornati indietro e avevano cinto d'assedio la città. Belisario sbarcò quando la guarnigione, al comando di Teodoro, era sul punto di capitolare e la sola notizia del suo arrivo bastò per indurre i rivoltosi a ripiegare verso l'Aures. Il generalissimo non perse tempo e raccolta una forza di circa 2.000 uomini si lanciò all'inseguimento raggiungendo i ribelli nei pressi della città di Membresa (l'attuale cittadina di Majaz al Bab in Tunisia), circa 60 km. a sud ovest di Cartagine.

 
Il giorno della battaglia, si alzò un forte vento contrario ai ribelli, Stotzas, giudicando che le loro frecce avrebbero avuto una gittata molto minore di quelle degli imperiali, cercò di manovrare per mettersi il vento alle spalle. Belisario seppe cogliere al volo l'occasione propizia e lanciò la carica contro il punto dello schieramento nemico che giudicò più debole mentre questi rompevano i ranghi per manovrare.
Nonostante la sconfitta, i ribelli, che non avevano subito grosse perdite giacchè la maggior parte dei caduti si contò tra i vandali, continuarono la ritirata verso la Numidia dove si unirono a loro anche le truppe del locale presidio romano.

Dopo questa battaglia, Giustiniano ordinò a Belisario di tornare in Italia per continuare la guerra contro i Goti mentre Salomone fu richiamato a Costantinopoli. Al suo posto l'imperatore inviò in Africa suo cugino Germano con il titolo di magister militum Africae e il compito di sedare la rivolta.
Nella primavera del 537, Germano sconfisse definitivamente i ribelli nella battaglia di Scalas Veteres a soli 6 km. da Cartagine.

Sedata la rivolta e ristabilito il controllo sull'esercito, Germano fu richiamato a Costantinopoli e Salomone – che nel frattempo Giustiniano aveva elevato al rango di patrizio e nominato console onorario – fu nuovamente inviato in Africa come comandante civile e militare della provincia.
Salomone rafforzò il controllo sull'esercito facendo trasferire gli elementi meno affidabili, espellendo i vandali dalla provincia ed iniziando un massiccio programma di fortificazioni.

L' arco di Caracalla (211-214) inglobato nella nuova cinta muraria della città di Theveste fatta ricostruire da Salomone, come attestato da un'iscrizione un tempo presente sulla tamponatura del fornice settentrionale e oggi rimontata su un lato dell'arco.
 
Nel 540 Salomone guidò l'esercito all'attacco delle roccaforti berbere dell'Aures. I berberi attaccarono il campo dell'avanguardia bizantina nei pressi di Bagai ma l'arrivo di Salomone con il grosso dell'esercito li costrinse a ripiegare su Babosis ai piedi del massiccio montuoso. Qui Salomone li attaccò a sua volta sconfiggendoli. Gran parte dei superstiti si ritirò verso sud mentre il loro capo, Iudas, si asserragliò dapprima nella fortezza di Zerboule a sud di Thamugadi (l'attuale Timgad in Algeria) e quindi in quella di Toumar. Lì una iniziale piccola schermaglia, per l'affluire di soldati di ambo le parti, si trasformò in una battaglia vera e propria da cui i bizantini uscirono vincitori. Questa vittoria diede a Salomone il controllo del massiccio dell'Aures rendendo sicure le provincie della Numidia e della Mauritania Sifitensis.

 
Sotto il governo di Salomone le provincie africane conobbero quindi un breve periodo di pace e prosperità che durò fino al 542-543 quando arrivò la grande peste che causò molte morti. Nel 544 inoltre, in segno di riconoscenza per il suo buon operato, Giustiniano nominò i suoi nipoti Sergio e Ciro governatori rispettivamente delle provincie di Tripolitania e Cirenaica. L'inutile assassinio di 80 delegati berberi ordinato da Sergio, determinò una riapertura delle ostilità con questa popolazione nonché la defezione della maggior parte delle tribù che appoggiavano Salomone tra cui quella dell'influente capo berbero Antalas. Sergiò uscì vincitore da un primo scontro con i rivoltosi nei pressi di Leptis Magna ma presto fu costretto a recarsi a Cartagine per richiedere l'intervento delle truppe di Salomone mentre la ribellione si estendeva dalla Tripolitania alla Byzacena. Affiancato dai suoi nipoti Salomone marciò contro il nemico che raggiunse nei pressi di Theveste. Fallito ogni tentativo di mediazione diplomatica, lo scontro ebbe luogo vicino a Cillium (l'attuale Kasserine in Tunisia) al confine tra la Numidia e la Byzacena.
 
 
I soldati di Salomone erano però molto riluttanti a battersi e l'improvviso abbandono della linea delle truppe di Guntharis, uno dei comandanti di Salomone, innescò una disordinata ritirata generale. Soltanto Salomone e la sua guardia personale continuarono a battersi con coraggio ma finirono anch'essi per dover ripiegare. Salomone fu disarcionato dal suo cavallo e, raggiunto dai berberi, trovò la morte.

Note:

(1) Nella fattispecie la carica corrispondeva a quella di capo di stato maggiore.
(2) Diocleziano aveva diviso l'Africa proconsolare in due provincie più piccole: la Zeugitana a nord e la Byzacena a sud di questa. Nel 395 - alla morte di Teodosio I - la Tripolitani si staccò dalla Byzacena andando a formare una terza provincia. La Byzacena corrispondeva grosso modo alla regione della moderna Tunisia nota come Sahel. Prima dell'invasione vandalica (430), inoltre, procedendo verso occidente si estendevano altre quattro provincie romane: Numidia, Mauretania Sitifensis, Mauretania Caesariensis e Mauretania Tingitana.
(3) Località dell'attuale Tunisia centrale, a sud del moderno abitato di Aïn Djeloula.
(4) Località non identificata con precisione, dovrebbe però trovarsi a poca distanza da quella precedente.

domenica 16 settembre 2018

Alessio Strategopulo

Alessio Strategopulo

La sua data di nascita, tra la fine del XII e gli inizi del XIII, non è nota. La sua famiglia doveva in qualche modo essere imparentata con i Comneni come appare in un sigillo che reca l'iscrizione “Alessio Strategopulo della famiglia dei Comneni”.
 
Verso del sigillo di Alessio Strategopulo
da G. Zacos, A. Veglery, Byzantine Lead Seals, Vol. 1, Basilea, 1972.
 

Compare per la prima volta nelle fonti (Giorgio Acropolita, Annales) nel 1250, dove figura, insieme a Michele Paleologo, Giovanni Macrenum e Gudelus Tyrannus, come membro della delegazione nicena incaricata dall'imperatore Giovanni III Vatatze di condurre i negoziati di pace con il despota epirota Michele II Ducas.
Nel 1252-1253, alla ripresa delle ostilità tra i due stati bizantini, lo troviamo a capo di un distaccamento che ha il compito di saccheggiare i territori del Despotato intorno al lago Ostrovo (l'attuale lago Vegoritida, in Grecia, 18 km ad ovest di Edessa).
Nel 1254 è ancora stanziato in Macedonia, a Serres, dove ha il suo quartier generale.
Alla morte di Giovanni III Vatatze (3 novembre 1254) i bulgari s'impadronirono di alcune fortezze che erano state occupate dai niceni del 1246. Nel 1255, il nuovo imperatore niceno Teodoro II Ducas Lascaris, lanciò una controffensiva per riprenderle e Strategopoulo ricevette l'ordine di marciare sulla fortezza di Tsepina sul versante occidentale del massiccio dei Rodopi (attualmente in territorio bulgaro) assieme al pinkernes Costantino Tornikes. La spedizione si risolse in un insuccesso costando ai niceni forti perdite in cavalli ed equipaggiamento, secondo Giorgio Acropolita soprattutto per la maldestra condotta dei due generali. L'imperatore, furioso per questa debacle, li rimosse entrambi dalle rispettive cariche e divenne ancora più diffidente nei confronti dell'aristocrazia militare a cui imputava i suoi occasionali insuccessi. Nel 1258, Teodoro II fece imprigionare Michele Paleologo, il leader indiscusso della nobiltà, e Alessio Strategopoulo, a questi molto legato, subì la stessa sorte (non è escluso che i due abbiano condiviso la stessa cella). L'unico figlio di Alessio, Costantino (1), accusato di cospirazione e tradimento, venne invece accecato.

Michele VIII Paleologo
da un'edizione miniata della Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum di Giorgio Pachimere, XIV sec.
cod. Monac. gr. 442
Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera

Alla morte di Teodoro (16 agosto 1258), i due generali vennero immediatamente scarcerati e, pochi giorni dopo (25 agosto), Michele Paleologo, con l'assassinio di Giorgio Muzalon, il reggente che Teodoro aveva nominato in limine vitae per il figlio giovane Giovanni IV, mise a segno il colpo di stato che lo portò sul trono.
Giunto al potere, il Paleologo non si dimenticò del vecchio compagno di prigionia e gli conferì la carica di megas domestikos.
In settembre Strategopoulo partecipò agli ordini del fratello di Michele Paleologo, il sebastokrator Giovanni, alla battaglia di Pelagonia (vedi scheda Morea, Introduzione), in cui fu sbaragliata l'alleanza antinicena formata dagli epiroti del Despotato, dai franchi del Principato d'Acaia, e dai normanni del Regno di Sicilia.
Dopo la clamorosa vittoria, Giovanni Paleologo divise le proprie forze affidando a Strategopulo il compito d'invadere il Despotato epirota mentre lui stesso marciava sulla Tessaglia. Strategopoulo penetrò facilmente nelle terre del despotato, espugnandone la capitale Arta e costringendo il despota Michele II Ducas a riparare a Cefalonia alla corte degli Orsini. Per questi successi, l'imperatore lo insignì del titolo di cesare. Nondimeno, dopo pochi mesi, il despota ed il figlio Niceforo sbarcarono in Epiro alla testa dei soldati inviati in loro aiuto dal genero Manfredi di Sicilia e riconquistarono rapidamente tutto il territorio perduto. Le forze di Alessio furono definitivamente sconfitte nella battaglia di Trikorfon nei pressi di Naupaktos (Lepanto) in cui il generale venne anche catturato dagli epiroti.
Rilasciato a seguito del trattato di pace firmato tra il Despotato e l'Impero niceno, Alessio rientrò a Nicea al più tardi agli inizi del 1261.

La riconquista di Costantinopoli
Nel luglio del 1261 Michele VIII lo inviò in Tracia al comando di un distaccamento di circa 800 uomini, quasi tutti mercenari cumani, con il compito di condurre piccole azioni di disturbo contro i latini e saggiare le difese di Costantinopoli. Il generale doveva anche recarsi sulla frontiera bulgara per dare una dimostrazione di forza nei confronti dello zar bulgaro Costantino Tich Asen (1257-1277) che era impegnato nel tentativo di impedire ai niceni la riconquista di Costantinopoli. Quando Alessio arrivò a Selimbria, venne a sapere dai contadini del luogo (thelematarioi), che l'intera guarnigione latina insieme alla flotta veneziana era partita per attaccare l'isola di Dafnusio che dominava l'accesso al Bosforo dal Mar Nero ed era sotto controllo niceno. I suoi informatori gli indicarono anche una posterla, attraverso la quale un manipolo di soldati poteva entrare facilmente in città senza essere notato. Inizialmente riluttante – temeva infatti che un rapido rientro in città della guarnigione avrebbe spazzato via il suo modesto contingente e che in caso d'insuccesso, avendo intrapreso un'azione non autorizzata, ne avrebbe pagato le conseguenze a caro prezzo – Strategopoulo decise alla fine di tentare il colpo che l'avrebbe consegnato alla Storia.


Porta di Pege

Nella notte del 25 luglio appostò il grosso del suo esercito nei pressi del monastero della Zoodochos di Pege a circa mezzo miglio dalla Porta di Pege (2). Quindi inviò un piccolo distaccamento a cui i thelematarioi di Selimbria mostrarono il passaggio segreto (secondo alcuni autori si trattava di un cunicolo sotterraneo) attraverso il quale oltrepassare le mura senza essere notati. Una volta entrati, i soldati di Alessio ebbero facilmente ragione delle guardie e aprirono la porta di Pege da cui il resto dell'esercito penetrò in città acclamando l'imperatore Michele VIII e travolgendo i pochi soldati latini presenti in città. La popolazione greca si unì alle acclamazioni mentre l'imperatore latino Baldovino II si asserragliò nel palazzo della Blachernae e inviò un messaggero alla guarnigione e alla flotta che stavano assediando Dafnusio ordinandogli di rientrare immediatamente. Verso la fine della giornata la flotta veneziana apparve all'imboccatura del Bosforo e Alessio Strategopulo diede l'ordine di incendiare il quartiere veneziano affinchè i veneziani più che a combattere si preoccupassero di porre in salvo la propria gente ed i propri beni, cosa che puntualmente avvenne. Lo stesso Baldovino II raggiunse il Gran palazzo e riuscì ad imbarcarsi sulle navi veneziane dirette verso l'isola di Eubea insieme ad altri 3.000 profughi.
Ormai padrone della città, Strategopulo inviò a Michele VIII le insegne abbandonate da Baldovino durante la fuga. Costantinopoli era nuovamente bizantina.

Michele VIII fece il suo ingresso in città il 15 agosto e decretò il trionfo per il generale che aveva riconquistato la città. Questa impresa rese famoso Strategopoulo in tutto l'impero e gli fruttò onori e gloria nonchè la fiducia incondizionata dell'imperatore.

Nel 1262 fu ancora inviato a combattere in Epiro dove fu nuovamente sconfitto da Niceforo Ducas e preso prigioniero. Consegnato dagli epiroti al loro alleato re Manfredi di Sicilia e trasferito a Palermo, tra il 1263 ed il 1265 fu scambiato con la sorella di Manfredi, Costanza (Anna) Hohenstaufen che, rimasta vedova di Giovanni III Vatatze (1254), era stata trattenuta dai bizantini come ostaggio.
Compare per l'ultima volta nelle fonti in un documento del 1270 relativo ad una sua donazione a favore del monastero della Makrinitissa nei pressi di Volos.
Morì probabilmente a Costantinopoli tra il 1271 e il 1275, sicuramente in età avanzata.

Note:
(1) Non è noto invece il nome della moglie di Alessio Strategopoulo.
(2) Vedi anche scheda L'Impero latino di Costantinopoli.


domenica 10 giugno 2018

Barda Sclero

Barda Sclero

Figlio di Panterio (Foteino) Sclero e Gregoria Mamikonian, fu il più insigne esponente di questa famiglia tra le più ricche e potenti dell'aristocrazia militare bizantina tra il IX e l'XI secolo.
Nato probabilmente intorno al 920, intraprese la carriera militare e, nel 956, figura come patrizio e stratego del piccolo thema di Kaloudia (1). I matrimoni del fratello Costantino con Sofia Focaina, nipote dell'imperatore Niceforo II Foca (963-969), e quello della sorella Maria Sclereina con il suo successore Giovanni I Zimisce (969-976) incrementarono l'influenza politica della famiglia e favorirono l'ascesa di Barda ai vertici della gerarchia militare (2).

La battaglia di Arcadiopolis (970): salito al trono a seguito dell'assassinio di Niceforo II Foca, il nuovo imperatore Giovanni I Zimisce, dovette fronteggiare la minaccia rappresentata dai Rus del principe Svjatoslav I di Kiev che, chiamati da Niceforo II Foca per contrastare le mire espansionistiche dei bulgari, li avevano conquistati in pochi mesi (969) e minacciavano a loro volta di marciare su Costantinopoli.
Impegnato a consolidare la propria posizione sul fronte interno, Giovanni Zimisce preferì delegare la condotta della guerra al cognato Barda Sclero a cui affiancò lo statopedarca Petros (3). I due generali si recarono in Tracia dove rapidamente misero insieme un esercito di 10-12.000 uomini. Avutane notizia, Svjatoslav gli inviò contro una forza di circa 30.000 uomini, composta da reparti Rus fiancheggiati da contingenti bulgari, peceneghi e magiari.
Barda Sclero e Petros si trincerano ad Arcadiopolis (l'attuale Lüleburgaz in Turchia, 80 km. ad ovest di Costantinopoli) dove li raggiunge l'armata Rus.

Resti delle mura bizantine di Arcadiopolis nel quartiere di Dere Mahallesi a Lüleburgaz

Nonostante le provocazioni, per diversi giorni Sclero rifiuta di dare battaglia in campo aperto mentre il nemico, accampatosi nelle vicinanze della città, mette a ferro e fuoco la campagna circostante e trascura la difesa del campo.
A questo punto Sclero divide le sue forze in tre raggruppamenti, due dei quali dispone ai lati della strada che conduce al campo nemico, mentre al comando di una forza di 2-3.000 uomini carica il contingente pecenego. Ingaggiata la battaglia comincia ad arretrare ordinatamente combattendo mentre i peceneghi, lanciati al suo inseguimento, si staccano dal grosso dell'esercito e vanno ad infilarsi nella trappola preparata dal generale bizantino (4). Circondati e tagliati fuori da ogni possibilità di soccorso, i peceneghi sbandano e ripiegano disordinatamente travolgendo il contingente bulgaro che li seguiva da presso e con ciò provocando la rotta generale.
I bizantini ebbero pochissime perdite (tra i 25 e i 50 uomini) mentre il nemico lasciò sul campo diverse migliaia di morti.

Barda Sclero fu però costretto ad interrompere la vittoriosa campagna per l'insorgere sul fronte interno della ribellione di Barda Foca. Profittando dell'impegno dell'esercito imperiale nei Balcani, Barda Foca aveva infatti lasciato il confino di Amaseia e, raggiunta Cesarea, storica roccaforte di famiglia, si era fatto proclamare imperatore dalle truppe colà stanziate (autunno 970).
Su ordine dell'imperatore, Barda Sclero mosse quindi con il grosso dell'esercito verso la Cappadocia che raggiunse sul finire dell'autunno. Conscio della sproporzione di forze, Barda Foca si arrese entro la fine dell'anno e fu esiliato a Chios.
Nella primavera del 971, Barda Sclero era già tornato nei Balcani e partecipò al seguito dell'imperatore alla presa di Preslav (14 aprile) e all'assedio di Dorostolon (l'attuale Silistra in Bulgaria), dove comandava le truppe schierate contro la porta occidentale, la cui caduta pose termine all'occupazione Rus della Bulgaria (5).

La caduta di Preslav
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Prima rivolta di Barda Sclero (976-979): alla morte di Giovanni I Zimisce (10 gennaio 976), ormai maggiorenne salì al trono il legittimo erede, il figlio primogenito di Romano II (959-963) Basilio II che sarà detto il bulgaroctono (6). Il potere reale rimase però nelle mani del potente paraikomomenos, l'eunuco Basilio Lecapeno, figlio illegittimo di Romano I Lecapeno (920-944). Questi, al fine di allontanare dalla capitale un pericoloso potenziale pretendente al trono, nominò Barda Sclero duca di Mesopotamia.
Barda lasciò quindi Costantinopoli e si recò nella regione assegnatagli. Stabilì il suo quartier generale nella roccaforte di Harput, ad est di Melitene, dove raccolse i proventi delle tasse che era autorizzato a riscuotere e, copertosi le spalle accordandosi con i governanti musulmani dei territori confinanti, in primavera si fece proclamare imperatore dalle sue truppe e diede inizio alla ribellione preparandosi a marciare sulla capitale.

Barda Sclero si fa proclamare imperatore
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Il paraikomomenos reagì ordinando allo statopedarca delle truppe orientali, il generale eunuco Petros, al duca di Antiochia, Michele Bourtzes, e allo strategos del thema del Tarso, Eustazio Maleinos, di convergere con le rispettive truppe su Cesarea di Cappadocia per intercettare l'esercito dei ribelli.
Un esercito ribelle, guidato dallo stratego del thema di Armenia passato dalla parte di Barda Sclero, Sackakios Brachamios, affrontò e sconfisse i lealisti nei pressi di Lapara (l'attuale Kizlar kalesi, nella Cappadocia orientale).
Questo successo provocò molte defezioni nel campo lealista, le più importanti delle quali furono quella di Michele Bourtzas e dei marinai del thema di Kibyrrhaioton che si ribellarono al proprio comandante e misero la flotta a disposizione dei ribelli nel porto di Attalia.
Alla fine del 976, Barda Sclero controllava interamente la parte meridionale dell'Asia Minore bizantina.
Preoccupato dall'avanzare dei ribelli, Basilio Lecapeno inviò in Asia Minore il protovestiario Leone ed il patrizio Giovanni con l'incarico di reclutare alla causa lealista offrendo doni e titoli a nome del legittimo imperatore.
I due messi imperiali raggiunsero il generale Petros a Kotyaion e il protovestiario lo convinse a portare l'esercito nel retroterra del nemico per guadagnare alla causa lealista coloro che avevano aderito alla ribellione sotto la minaccia delle armi. L'usurpatore gli mandò contro un esercito guidato da Michele Bourtzes e Romano Taronites che fu però sconfitto in una battaglia campale nell'area di Oxylithos (estate del 977). Nell'autunno dello stesso anno, Barda Sclero affrontò nuovamente l'esercito imperiale nei pressi di Regeai ottenendo una schiacciante vittoria. Petros e Giovanni caddero sul campo di battaglia mentre il protovestiario Leone fu preso prigioniero.
Sbaragliato l'esercito imperiale l'usurpatore riprese la marcia sulla capitale.
Basilio Lecapeno reagì inviando il patrizio Michele Erotikos a presidiare Nicea che, nonostante una eroica difesa, cadde agli inizi del 978. Miglior fortuna ebbe la flotta imperiale che, posta agli ordini di Teodoro Karantenos, sconfisse quella ribelle al largo di Focea, impedendo a Sclero di stringere la tenaglia su Costantinopoli da terra e da mare.
Il paraikomomenos pensò quindi di sfruttare la rivalità esistente tra le famiglie dei Foca e degli Sclero, richiamando il generale Barda Foca dall'esilio di Chios, dove era stato confinato a seguito del fallito tentativo di usurpazione contro Giovanni Zimisce del 969 – stroncato proprio da Barda Sclero – e assegnandogli il comando supremo dell'esercito d'Oriente (domestikos delle Scholai orientali).
Barda Foca si recò a Cesarea dove chiamò a raccolta tutte le forze lealiste – Michele Bourtzas ed Eustazio Maleinos abbandonarono Sclero e si unirono a Foca – che ingrossò reclutando nuovi soldati costringendo i ribelli a ripiegare.
Secondo la storiografia più moderna Barda Sclero sconfisse due volte i lealisti in campo aperto: la prima volta nei pressi di Pancalea a nordest di Amorium (19 giugno 978) e la seconda, nell'autunno dello stesso anno, nei pressi di Basilika Therma (l'attuale Sarikaya) nel thema di Charsianon.
Barda Foca riuscì ad avere ragione dell'avversario solo al terzo scontro, il 24 marzo 979, in una località imprecisata che alcuni autori ritengono di aver identificato con Aquae Saravenae (nei pressi dell'odierno abitato di Yalvac a nordovest di Cesarea). Nonostante il fatto che i lealisti fossero stati rinforzati da 12.000 cavalieri georgiani inviati dal re Davide III, amico personale di Barda Foca, al comando del generale monaco Giovanni Tornikios, per risolvere lo scontro a suo vantaggio Barda Foca dovette sfidare a singolar duello Barda Sclero che, nonostante fosse molto meno prestante del suo antagonista, accettò e fu battuto. Benchè ferito al volto, Barda Sclero riuscì a fuggire e a riparare insieme a 300 fedelissimi presso il califfo di Baghdad mentre il resto delle sue forze si disperdeva.

Alla fine del 985 o agli inizi del 986, con un colpo a sorpresa, Basilio II si svincolò dall'ingombrante tutela del prozio Basilio Lecapeno rimuovendolo dalla carica di parakoikomenos che aveva occupato quasi ininterrottamente per circa quarant'anni. Contemporaneamente, nel quadro di una serie di provvedimenti volti a ridurre l'influenza dell'aristocrazia militare sulla politica imperiale e a stabilire il suo controllo sull'esercito, sollevò dalla carica di comandante dell'esercito d'Oriente Barda Foca, declassandolo a duca di Antiochia.
Alla testa di un esercito forte di circa 30.000 uomini marciò quindi contro i bulgari in rivolta che, guidati da Samuele (7), avevano saccheggiato la Tessaglia e conquistato Larissa. L'imperatore cinse d'assedio Serdica (l'attuale Sofia in Bulgaria) ma dopo 20 giorni dovette desistere – principalmente a causa della mancanza di rifornimenti giacchè i bulgari avevano incendiato la campagna circostante - e ripiegare verso la Tracia.
Al passo detto delle Porte di Traiano (l'attuale Trayanovi vrata in Bulgaria) (8), mentre la ritirata procedeva in maniera non troppo ordinata, i bulgari attaccarono trasformando la ritirata bizantina in rotta. Soltanto le unità d'elite armene riuscirono a rompere l'accerchiamento combattendo e a portare in salvo l'imperatore mentre il resto dell'esercito veniva massacrato.

Rovine della fortezza fatta costruire da Traiano (98-117)
Trayanovi vrata, Bulgaria

Il duro colpo assestato da questa sconfitta al prestigio dell'imperatore e lo scontento dell'aristocrazia militare per la sua politica volta a ridurne l'influenza, convinsero Barda Sclero che i tempi erano maturi per un nuovo assalto al trono.

Seconda rivolta di Barda Sclero (987-989): accordatosi con il califfo di Baghdad Saraf ad-Daulam che gli garantì il suo appoggio, nel febbraio del 987, con al fianco il fratello Costantino ed il figlio Romano, entrò in territorio bizantino e s'impadronì di Melitene dove si autoproclamò imperatore.
Basilio II rispose richiamando al comando dell'esercito orientale Barda Foca (aprile-maggio 987) pensando di sfruttare la rivalità tra le due famiglie come nel pronunciamento di dieci anni prima.
Barda Foca si recò nel thema di Charsianon, dove si trovavano i possedimenti di famiglia, e raccolse rapidamente attorno a sé un buon numero di truppe ma, anziché affrontare Barda Sclero, durante l'estate intavolò delle trattative segrete con i ribelli per spartirsi l'impero e il 15 agosto si autoproclamò a sua volta imperatore.
Accettata la proposta di spartizione proposta da Barda Foca, ai primi di settembre Barda Sclero raggiunse la Cappadocia per unire le sue forze a quelle di Foca e marciare su Costantinopoli. Con una mossa a sorpresa Foca lo fece imprigionare e rinchiudere nella fortezza di Tyropoios.
Rimasto solo al comando della rivolta, Barda Foca divise le sue forze per poter attaccare la capitale da terra e da mare: il primo contingente si diresse su Crisopoli, il secondo su Abido, dove contava di attraversare lo stretto dei Dardanelli.
In osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino del 971 il principe Vladimir I di Kiev inviò a sostegno dell''imperatore un contingente di 6.000 guerrieri variaghi che costituiranno il primo nucleo della leggendaria Guardia variaga (9). Lo scontro decisivo ebbe luogo ad Abido il 13 aprile 989 e i Variaghi, guidati personalmente dall'imperatore, sbaragliarono l'esercito nemico e lo stesso Barda Foca trovò la morte in circostanze non del tutto chiare.
La vedova di Foca decise quindi di liberare Barda Sclero che cercò di raccogliere attorno a sé quanto rimaneva delle forze di Foca, parte delle quali erano riuscite a ripiegare su Tyropoios al comando del figlio di Barda Foca, Niceforo.
La morte del califfo di Baghdad Saraf ad Daulam (settembre 989) – che scatenò nel califfato una guerra civile per la successione – lo privò però del suo principale alleato. Ormai avanti negli anni e afflitto da malanni, finì per accettare la proposta di riconciliazione avanzata da Basilio II che, in cambio della sua sottomissione, gli offrì il titolo di kuropalates (ottobre 989). Trascorse quindi quanto gli restava da vivere come stimato consigliere dell'imperatore. Si spense a Didimoteicho il 6 marzo del 991.


Note:

(1) un piccolo thema di frontiera che si estendeva sulla riva occidentale dell'Eufrate a sud di Melitene.

(2) Non è invece noto il nome della moglie di Barda da cui si sa che ebbe un solo figlio di nome Romano.

(3) L'eunuco Petros fu il primo a ricoprire questa carica, nominato da Niceforo II Foca nel 967 e confermato da Giovanni I Zimisce fino a quando non cadde combattendo proprio nella campagna contro Barda Sclero (977). La carica, sostanzialmente equivalente a quella di domestikos delle Scholai, sembra essere stata creata ad hoc, giacchè in quanto eunuco non poteva ricoprire quella di domestikos.

(4) Secondo la cronaca di Giovanni Scilitze, Barda Skleros affidò invece il compito di attirare i Peceneghi nella trappola ad un piccolo distaccamento di cavalleria al comando di Giovanni Alakaseus, uno dei suoi più fidati luogotenenti.

(5) La città, importante porto fluviale fondato dai Romani nel 29 a.C. sulla riva meridionale del Danubio, cadde per fame il 21 luglio del 971, dopo 65 giorni di assedio durante i quali i bizantini respinsero tutti i tentativi dei Rus di rompere l'assedio.

(6) Il fratello minore di Basilio II fu incoronato coimperatore con il nome di Costantino VIII ma, a differenza del fratello, si disinteressò quasi completamente della cosa pubblica almeno fino alla morte di questi (1025).

(7) Samuele, che sarà proclamato zar del nuovo impero bulgaro nel 997, era l'ultimo superstite dei cosiddetti quattro cometopuli (letteralmente, figli del conte, giacchè erano figli del conte di Serdica ) che, dopo la caduta di Preslav e la conseguente detronizzazione dello zar Boris II ad opera dei bizantini, avevano guidato la rivolta antibizantina nelle provincie bulgare occidentali dopo la morte del padre.

(8) Il passo portava questo nome perchè qui Traiano aveva fatto costruire una fortezza che doveva segnare simbolicamente il confine tra la Tracia e la Macedonia.

(9) Per la Guardia Variaga vedi scheda Mosaico d'ombre.

domenica 25 marzo 2018

Niceforo Foca il vecchio

Niceforo Foca il vecchio*
*cosiddetto per distinguerlo dal nipote suo omonimo, l'imperatore Niceforo II Foca (963-969).


E' il primo membro noto della potente famiglia dei Foca, originari della Cappadocia ed esponenti di spicco dell'aristocrazia militare bizantina tra il IX e l'XI secolo.

Genealogia dei Foca
 
Nacque probabilmente intorno all'855 da un padre militare di carriera che fu nominato spatario e turmarca dall’imperatore Basilio I (867-886) nell’872 e in seguito divenuto probabilmente protospatario e stratego di Cherson, drungario dell’Egeo e infine stratego di Anatolia.

Intrapresa a sua volta la carriera militare, probabilmente partecipò in Asia Minore alla campagna condotta da Basilio I contro i pauliciani (872) e fu insignito del titolo di manglavite (1).
Nell’873 accompagnò l’imperatore nella spedizione contro gli arabi nella regione dell’Eufrate, che riconquistò le città di Zapetra e Samosata. Distintosi per le sue capacità militari fu elevato al rango di protostrator e ottenne un palazzo a Costantinopoli che si trovava nei pressi della chiesa di Santa Tecla. Successivamente ricoprì la carica di stratego dell'importante thema di Charsianon.
Versò la metà dell'885, a seguito della rovinosa sconfitta subita da parte degli arabi dell'Emirato di Amantea sotto le mura di Santa Severina, l'imperatore decise di richiamare il comandante in capo delle truppe bizantine in Italia, Stefano Massenzio, e di sostituirlo con Niceforo a cui affidò cospicui rinforzi, tra cui un contingente di pauliciani che si erano arruolati nell''esercito bizantino dopo la dissoluzione dello stato pauliciano (2).

Giunto in Italia Niceforo riorganizzò le forze a sua disposizione in tre colonne che lanciò contemporaneamente all'assalto delle roccaforti di Amantea, Tropea e Santa Severina, guidando personalmente l'assedio di quest'ultima ed espugnandole una dopo l'altra.
Eliminata l'enclave araba, Niceforo Foca portò a termine la campagna strappando ai Longobardi dei Principati di Salerno e di Benevento – che sottopose a vassallaggio - la valle del Crati e i territori della Lucania orientale, ristabilendo così la sovranità imperiale su quasi tutto il Mezzogiorno.
Nei confronti delle popolazioni locali, Niceforo tenne un atteggiamento estremamente rispettoso, evitando che i suoi soldati le vessassero in alcun modo e stabilendo presidi militari a difesa del territorio (3), cose che gli valsero la loro riconoscenza a cui non sembra estranea la diffusione nel Meridione del culto del santo suo omonimo. Nello stesso tempo incoraggiò l'insediamento dei suoi veterani nelle terre riconquistate favorendo il ripopolamento della regione.

Nell’886 il nuovo imperatore Leone VI (886-912), subentrato al padre Basilio I, richiamò Niceforo Foca a Costantinopoli e gli conferì il titolo di patrizio e la carica di domestikos delle scholai, ossia di comandante supremo dell’esercito. Il generale fu quindi inviato a combattere gli arabi in Asia Minore dove rimase alcuni anni.
Nell'894 Leone VI – su pressione del logoteta del dromo Stiliano Zautse - spostò la sede del mercato delle merci bulgare da Costantinopoli a Tessalonica, dove i mercanti erano sottoposti a pesanti dazi (4). Viste ignorate le proteste inoltrate per via diplomatica, nell'autunno dell'894 lo zar bulgaro Simeone invase il thema di Macedonia incontrando scarsa resistenza. L'imperatore gli mandò contro un esercito formato dalla sua guardia e dalle unità stanziate nella capitale che fu però rovinosamente sconfitto.
Firmata una tregua con gli arabi, Niceforo Foca assunse il comando del fronte occidentale e attaccò la Bulgaria da sud. Contemporaneamente la diplomazia bizantina convinse gli Ungari ad attaccare i bulgari da nord appoggiati dalla flotta imperiale, al comando di Eustazio, che riuscì a traghettarli oltre il Danubio nonostante le contromisure disposte dalla zar bulgaro. Simeone si diresse quindi verso nord per contrastare gli ungari che lo sconfissero in due scontri in campo aperto, lasciando dietro di sé alcune unità per fronteggiare l'esercito di Niceforo Foca con cui però probabilmente non vennero a contatto. Nell'estate dell'895, lo zar bulgaro addivenne momentaneamente a più miti consigli e firmò una tregua.

La storiografia non è del tutto concorde sulla data di morte di Niceforo. Molto probabilmente morì nell'895-896. Secondo la cronaca di Teofane continuato invece – scritta su commissione di Costantino VII Porfirogenito (912-959) – subito dopo l'armistizio con i bulgari, Niceforo, divenuto inviso all'influente logoteta del dromo, Stiliano Zautse, per aver rifiutato di sposare una sua figlia sarebbe stato rimosso dalla carica di domestikos delle scholai e sostituito con Leone Katakalon. Dopo un periodo di inattività sarebbe stato nominato strategos del thema di Tracia dove avrebbe trascorso i suoi ultimi anni morendo intorno al 900 (5).
Da una moglie di cui non si conosce il nome Niceforo ebbe due figli, Leone, che ricoprirà a sua volta la carica di domestikos delle scholai, e Barda, padre del futuro imperatore Niceforo II Foca (963-969).

Note:

(1) In origine i manglavites erano un'unità speciale della guardia imperiale, i cui membri avevano il compito di aprire davanti all'imperatore alcune porte del sacro palazzo e di precederlo nelle processioni facendogli largo tra la folla maneggiando una sorta di clava (il manglavion, la cui etimologia deriva probabilmente dalla fusione delle parole latine manus e clava). Successivamente, come per molti altri titoli di corte, divenne un titolo onorifico che veniva conferito a persone che non avevano nulla a che fare con questo ufficio.

(2) Secondo alcune fonti al comando del contingente pauliciano era un certo Diaconitze, un luogotenente del condottiero pauliciano Chrisocheir, che si era trovato al suo fianco quando questi fu catturato e decapitato dai bizantini dopo la disfatta del passo di Bathys Ryax (872).

(3) Su un alto colle che sovrasta il lago di Angitola in Calabria, si trovano le rovine di una città, abbandonata nel corso del XVIII secolo, oggi nota come Rocca Angitola. Fino al 1420 ricorre però nelle fonti con il nome di Rocca Niceforo. Si tratta infatti di uno dei presidi fortificati fatti costruire dal generale bizantino (probabilmente sulle rovine dell'antica Crissa). Rasa al suolo dagli Arabi nel 950 fu ricostruita dai Normanni e raggiunse la sua massima espansione nel XV secolo.

Rovine di Rocca Niceforo
 
(4) Asceso al trono alla morte del padre Basilio I (29 agosto 886), Leone VI confermò Stiliano Zautse nella carica di logoteta del dromo (equivalente a quella di primo ministro) che ricopriva già sotto suo padre. Secondo molti storici Zautse – che era anche il padre dell'amante di Leone VI Zoe Zautsina - esercitò il potere de facto. Nell'891-893 l'imperatore creò per lui il titolo di basiliopator che, per quanto enigmatico, sembra implicare una sorta di tutela. Rimasto vedovo della prima moglie Teofano, nell'898 l'imperatore sposò finalmente Zoe Zautsina che gli diede una figlia (Anna) ma morì l'anno seguente insieme al padre Stiliano. Sembra che Stiliano abbia spinto per il trasferimento a Tessalonica del mercato delle merci bulgare per favorire due suoi protetti che colà incassavano i forti dazi imposti.

(5) E' però del tutto inusuale che un ex comandante supremo dell'esercito venga successivamente destinato a ricoprire la carica di strategos. La figlia di Stiliano Zautse di cui Niceforo avrebbe rifiutato la mano compare inoltre solo in questo testo. Queste considerazioni portano a ritenere poco probabile la versione riportata dalla cronaca di Teofane Continuato.






domenica 7 maggio 2017

Giovanni Paleologo

Giovanni Paleologo


Quarto figlio del megas domestikos niceno Andronico Paleologo e di Teodora Paleologina e quindi fratello minore di Michele VIII (1259-1282), nacque probabilmente dopo il 1225 e prima del 1230.
Compare per la prima volta nelle fonti nel 1256, quando viene inviato a Rodi ma non è chiaro se per ricoprire una carica militare o amministrativa oppure vi fu esiliato.
Il 25 agosto del 1258 è comunque al fianco del fratello Michele durante il colpo di stato in cui fu assassinato il protovestiario Giorgio Muzalon, a cui era stata affidata la reggenza del giovane Giovanni IV Ducas Laskaris, e che spianò a Michele la strada verso il trono imperiale.
Assunta la reggenza, Michele nominò il fratello megas domestikos e, dopo l'incoronazione (1259), lo elevò al rango di sebastokrator e lo inviò in Macedonia al comando dell'esercito niceno. Al corpo di spedizione, in posizione subordinata rispetto a Giovanni, erano aggregati anche i generali Alessio Strategopoulos e Giovanni Raul Petraliphas.
Ai primi di gennaio Michele diede quindi l'ordine di attaccare il Despotato di Epiro.
L'esercito niceno avanzò così velocemente da cogliere completamente impreparato quello epirota accampato nei pressi di Castoria e costringendolo ad una disordinata ritirata (1). Giovanni occupò quindi dopo brevi assedi alcune fortezze – tra cui Deabolis (Devol) e Ocride – ponendo sotto controllo niceno la piana di Pelagonia.
Nel frattempo il despota epirota Michele II aveva riorganizzato le sue truppe che, rafforzate da 400 cavalieri inviati dal genero Manfredi di Sicilia, si erano congiunte a quelle messe insieme dall'alleato Guglielmo II Villeardhouin, principe d'Acaia.


La piana di Pelagonia è un'area pianeggiante lunga 70 km. e larga 15 circondata da rilievi montuosi. La città di Pelagonia (Bitola) si trova nella parte meridionale, quella di Prilep in quella settentrionale. Probabilmente l'esercito della lega antinicena entrò nella piana da sud nel settembre del 1259.
Giovanni Paleologo – le cui forze erano molto inferiori di numero - dispose in prima linea i mercenari tedeschi, i suoi migliori soldati, dietro questi dispose i soldati serbi e ungheresi e in una terza linea, se stesso e tutti i Greci, mentre gli arcieri cumani e ungheresi occupavano i fianchi dello schieramento.
Dal momento che Giovanni Paleologo aveva schierato in prima linea i mercenari tedeschi che servivano nel suo esercito, Villeardhouin fece lo stesso con i suoi cavalieri tedeschi e ne affidò il comando al barone di Karytaina mentre egli stesso prese il comando della seconda linea di cavalleria, dietro cui ne schierò una terza e infine due linee di fanteria.
La battaglia ebbe inizio quando le due prime linee vennero a contatto, il barone di Karytaina disarcionò e uccise il comandante nemico e la prima linea bizantina fu subito in grossa difficoltà. L'intervento degli arcieri a cavallo cumani e ungheresi – che pur inutili contro le pesanti armature dei cavalieri tedeschi ne falcidiarono le cavalcature rendendoli facile preda della fanteria – rovesciò le sorti dello scontro e la seconda linea di cavalleria al comando dello stesso Villeardhouin intervenuta a sostegno subì la stessa sorte della prima (2).

Dopo aver rafforzato le sue posizioni nella Tessaglia meridionale, Giovanni fu richiamato a Lampsaco dove incontrò il fratello che in virtù dei suoi successi militari gli conferì il titolo di despota e, poco dopo, gli concesse in pronoia le isole di Rodi e Lesbo (3).
Nel 1261, a causa dei rovesci subiti da Alessio Strategopoulos nella guerra in Epiro - culminati con la sconfitta nella battaglia di Trikorfon nei pressi di Naupaktos (Lepanto), in cui lo stesso generale bizantino era stato preso prigioniero – Giovanni fu inviato nuovamente in quel teatro di operazioni. Il despota ottenne qualche successo ma soltanto nel 1264, l'arrivo di un esercito guidato dallo stesso imperatore costrinse il despota Michele II a sottomettersi formalmente a Michele VIII.
Pacificato il confine con l'Epiro, Giovanni fu inviato in Asia Minore dove i vicini turchi cominciavano a diventare un pericolo. Vi si trattenne fino al 1267, rafforzando le difese e rendendo sicuro il territorio attorno alla valle del Meandro.
Nei tardi anni '60 ci sono evidenze della sua presenza in Macedonia e Tessaglia dove gli erano state assegnate delle proprietà nei territori riconquistati all'impero.
Nel 1273, al comando di una forte forza d'invasione e coadiuvato dal generale Alessio Kaballerios, fu incaricato di attaccare la Tessaglia governata da Giovanni I Ducas (4), secondo i piani di Michele VIII volti a ripristinare i confini dell'impero come erano prima del 1204.
Giovanni Paleologo penetrò rapidamente e profondamente in territorio nemico e pose sotto assedio la capitale Neopatras. Giovanni Ducas riuscì ad allontanarsi dalla città assediata e, ottenuti 300 cavalieri dal duca di Atene Giovanni I de la Roche, lanciò un attacco a sorpresa che costrinse i bizantini a ripiegare. Mentre si ritirava, informato dell'attacco alla flotta bizantina all'ancora nel porto di Demetriade, riuscì con una marcia notturna di 40 miglia ad intervenire nella battaglia rovesciandone le sorti (5). Ciononostante, per l'onta subita con la sconfitta di Neopatras, rinunciò al titolo di despota e morì poco dopo.

Nel 1259, aveva sposato la figlia del gran primicerio Costantino Tornikes da cui probabilmente ebbe due figlie.


Note:

(1) L'attacco niceno fu sferrato in pieno inverno – probabilmente nel mese di gennaio – in un periodo dell'anno del tutto inusuale per iniziare una campagna militare.
(2) Per antefatti e conseguenze della battaglia di Pelagonia vedi scheda Morea, Introduzione.

(3) L'affidamento in pronoia di terreni a cittadini meritevoli per i servigi resi allo Stato, istituito da Alessio I Comneno, è l'equivalente bizantino dell'infeudamento occidentale. La differenza sostanziale è che le terre rimanevano di proprietà dello Stato a cui ritornavano, almeno inizialmente, alla morte dell'usufruttuario.

(4) Si tratta del figlio illegittimo del despota d'Epiro Michele II.

(5) Ulteriori dettagli sulla battaglia di Demetriade in scheda Alessio Dukas Philantropenos.

lunedì 1 maggio 2017

Alessio Ducas Filantropeno

Alessio Ducas Filantropeno


Alessio Ducas Filantropeno è' il primo membro noto della famiglia dei Filantropeni. Compare per la prima volta nelle fonti nel 1255 come comandante del thema di Ocrida (l'attuale Ohrid in Macedonia) durante le guerre intraprese dall'imperatore niceno Teodoro II Laskaris contro i Bulgari.
Agli inizi degli anni '60 fu nominato protostrator (1) ma, giacchè il mega doux (il comandante in capo della flotta), Michele Laskaris (2), era avanti negli anni e infermo, Filantropeno esercitava il comando de facto e fu nominato a sua volta mega doux dopo la morte di Michele Laskaris (3).
Dopo la riconquista di Costantinopoli, a capo della ricostituita flotta imperiale, viene inviato in Egeo e incaricato di compiere raid e incursioni contro i possedimenti latini da cui partivano le incursioni piratesche. In particolare occupò la città di Oreas (Rio), capitale del terziere settentrionale dell'isola di Eubea (4) dove si trovavano le basi dei corsari latini.
Nel 1270 fu probabilmente al comando del corpo di spedizione che Michele VIII inviò a presidiare l'area di Monemvasia e successivamente appoggiò l'azione del rinnegato latino Licario, fattosi vassallo dell'imperatore, volta alla conquista dell'intera isola di Eubea.

 
Battaglia di Demetriade: agli inizi del 1273, la squadra navale bizantina al comando di Filantropeno si trovava all'ancora nel porto di Demetriade, nei pressi dell'attuale città di Volos, per appoggiare le operazioni dirette dal fratello di Michele VIII Paleologo, il despota Giovanni, contro il signore della Tessaglia, il figlio illegittimo del despota d'Epiro Michele II, Giovanni I Ducas.
Sulla terraferma Giovanni Paleologo venne sonoramente sconfitto a Neopatras dalle forze combinate di Giovanni Ducas e del duca di Atene Giovanni I de la Roche, così i vassalli veneziani delle isole dell'Egeo (5) misero insieme una flotta, rafforzata da vascelli lombardi e cretesi, e postala agli ordini dell'ammiraglio veneziano Filippo Sanudo e del triarca di Negroponte (6) Giberto II da Verona, attaccarono la flotta bizantina nel porto di Demetriade.
Nonostante l'inferiorità numerica, i latini stavano per avere il sopravvento quando arrivarono sul teatro dello scontro le truppe di Giovanni Paleologo che, informato dell'imminente attacco alla flotta mentre si stava ritirando da Neopatras, con una marcia forzata aveva coperto nella notte una distanza di 40 miglia.
I soldati furono traghettati a bordo delle navi con piccole imbarcazioni e rovesciarono le sorti della battaglia. Al calar della sera tutte le navi nemiche eccetto due erano state catturate o messe fuori combattimento ed i latini avevano subito forti perdite umane. L'ammiraglio Filippo Sanudo fu preso prigioniero insieme a molti altri esponenti della nobiltà locale. Lo stesso Alessio Filantropeno fu comunque gravemente ferito durante la battaglia.

Da una moglie di cui non si conosce il nome ebbe una figlia che sposò il megas domestikos Michele Tarchaniote. Morì probabilmente nel 1275.

Note:
(1) Questo titolo compare per la prima volta nel 712 e significa letteralmente "primo degli stratores (stallieri)". Il Klētorologion (899) lo colloca al 48° posto, tra i 60 titoli ufficiali di palazzo. Successivamente acquisì una maggiore importanza e Niceta Coniata (1200) lo equipara al titolo occidentale di maresciallo. Nel De officialibus palatii Costantinopolitani et de officiis magnae ecclesiae di Pseudo-Codino (XV secolo) è collocato all'8° posto dei titoli di palazzo e poteva esssere conferito a più persone. Il titolo rimase in uso fino alla fine dell'impero e fu spesso conferito a comandanti militari.
(2) Si tratta di uno dei sei fratelli di Teodoro I Laskaris, il primo imperatore niceno.
(3) Non è ben chiara la data di morte di Michele Laskaris. Da un documento appare ancora vivo – e qundi in carica come mega doux – nel 1263.
(4) Per la suddivisione in terzieri dell'isola di Eubea vedi scheda Il Ducato dell'Arcipelago nota 1
(5) La madrepatria, viceversa, almeno in apparenza, si mantenne neutrale.
(6) Vedi nota 3.

martedì 11 aprile 2017

Demetrio Laskaris Leontari

Demetrio Laskaris Leontari

Amico fidato di Manuele II, compare per la prima volta nelle fonti nel 1403, quando riceve dall'imperatore l'incarico di coadiuvare il nipote Giovanni VII nell'amministrazione di Tessalonica, di cui quest'ultimo era stato nominato despota e di cui Demetrio Laskaris Leontari divenne comandante militare. Della sua vita precedente si sa soltanto che si era distinto come ufficiale dell'esercito prestando servizio in Morea e Tessaglia.
Nel 1408, alla morte di Giovanni VII, Manuele nominò il giovane figlio Andronico despota di Tessalonica, Demetrio Laskaris rimase al governo della città assumendone la reggenza fino al raggiungimento della maggiore età di Andronico (1415-1416), quando arrivarono a Tessalonica chiedendo asilo il fratellastro di Maometto I, Mustafa, ed il governatore di Aydin, Junayd, che, insorti contro il sultano, erano stati sconfitti. Alla richiesta del sultano di consegnargli i ribelli, seguì una trattativa che terminò con un accordo in base al quale, i due ribelli sarebber rimasti in esilio sotto custodia dell'imperatore dietro il pagamento di un congruo appannaggio annuo da parte del sultano. Demetrio Laskaris scortò personalmente i due prigionieri a Costantinopoli.
Rientrato a Costantinopoli, nel maggio del 1421 lo ritroviamo a capo di una importante missione diplomatica presso la corte di Maometto I ad Adrianopoli che fu interrotta dalla morte del sultano (26 maggio 1421).
Dopo la morte di Maometto I, a Costantinopoli prese il sopravvento il partito antiottomano guidato dal coimperatore Giovanni VIII a cui Manuele II rassegnò il potere di fatto. Su ordine di Giovanni, Demetrio rilasciò quindi Mustafa, assicurandogli sostegno nella lotta contro il nuovo sultano Murad II in cambio della città di Gallipoli. Mustafa prese Gallipoli ma si rifiutò di consegnarla ai bizantini; abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori, fu comunque sconfitto e catturato poco dopo da Murad. Fu giustiziato nel 1422.
Nel 1427 – mentre Giovanni VIII assediava Clarentza che era stata occupata dai Tocco – Demetrio guidò la marina bizantina nello scontro con la flotta epirota guidata dal figlio illegittimo del despota Carlo I Tocco, Turno, noto come battaglia delle Isole Echinadi a largo delle quali fu combattuta (1). Il condottiero bizantino riportò una vittoria schiacciante affondando una buona metà del naviglio nemico e catturando molti prigionieri. La battaglia è ricordata come l'ultima vittoria riportata dalla marina imperiale.

Arcipelago delle Echinadi
 
Ritiratosi a vita monastica con il nome di Daniele, morì molto probabilmente nel 1431 e fu tumulato nel monastero costantinopolitano di San Giovanni in Petra (2).
Sposatosi con una donna di cui non si conosce il nome, si ha notizia di un suo figlio di nome Giovanni che morì nel 1437 e fu sepolto nello stesso monastero.

Note:
(1) Vedi anche scheda Despotato d'Epiro, Introduzione.
(2) Vedi scheda la chiesa di San Nicola al Bogdan saray, nota 2.




domenica 12 marzo 2017

Barda Foca il giovane

Barda Foca

Figlio del kuropalates Leone Foca e nipote dell'imperatore Niceforo II (cfr. scheda Alberi genealogici), seguendo la tradizione di famiglia, fu avviato giovanissimo alla carriera militare di cui salì rapidamente i gradini. Nel 968-969 risulta infatti ricoprire la carica di stratego dei themi di Chaldia (Trebisonda) e Colonea ed insignito del titolo di patrizio.
Dopo la morte dello zio (11 dicembre 969) per mano della congiura che portò al potere Giovanni Zimisce, Barda fu privato del titolo, rimosso dalla carica e confinato ad Amaseia mentre il padre Leone ed il fratello Niceforo furono esiliati a Methymne nell'isola di Lesbo.
Agli inizi dell'autunno del 970 - approfittando della circostanza che le migliori truppe dell'esercito orientale si trovavano nei Balcani al comando di Barda Sclero, il cognato di Zimisce (1), per fronteggiare l'attacco del principe di Kiev Sviatoslav I – Barda Foca fuggì da Amaseia e raggiunse la roccaforte di famiglia, Cesarea di Cappadocia, dove diede inizio alla ribellione facendosi proclamare imperatore dalle truppe colà stanziate.
Barda Foca tentò infruttuosamente di estendere la rivolta alla Tracia e alla Macedonia per mezzo del padre e del fratello che, catturati, furono accecati e rinchiusi in un monastero nell'isola di Proti. Nel frattempo, Zimisce ordinò al cognato di rientrare in Asia Minore e sedare la rivolta.
Abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori, Barda Foca si arrese a Barda Sclero e fu esiliato nell'isola di Chios dove rimase per i successivi sette anni.
Nel 978 – dopo la morte di Zimisce e l'ascesa al trono di Basilio II - fu del tutto inaspettatamente richiamato a Costantinopoli dal parakoikomenos Basilio Lecapeno e posto al comando delle Scholai orientali con il compito di riorganizzarle per contrastare la rivolta di Barda Sclero che aveva ripetutamente sconfitto l'esercito imperiale e ormai minacciava direttamente la capitale.
Barda Foca raggiunse Cesarea dove reclutò parecchi uomini per rafforzare le sue truppe costringendo Sclero a ripiegare.
C'è un certo disaccordo tra gli studiosi sulla sequenza degli eventi bellici - e sulla loro dislocazione geografica – che condussero alla sconfitta di Sclero.
Secondo la storiografia più moderna Barda Sclero sconfisse due volte i lealisti in campo aperto: la prima volta nei pressi di Pancalea a nordest di Amorium (19 giugno 978) e la seconda, nell'autunno dello stesso anno, nei pressi di Basilika Therma (l'attuale Sarikaya) nel thema di Charsianon.



I luoghi degli scontri tra le truppe lealiste e i ribelli

 
Barda Foca riuscì ad avere ragione dell'avversario solo al terzo scontro, il 24 marzo 979, in una località imprecisata che alcuni autori ritengono di aver identificato con Aquae Saravenae (nei pressi dell'odierno abitato di Yalvac a nordovest di Cesarea). Nonostante il fatto che i lealisti fossero stati rinforzati da 12.000 cavalieri georgiani inviati dal re Davide III, amico personale di Barda Foca, al comando del generale monaco Tornikios, per risolvere lo scontro a suo vantaggio Barda Foca dovette sfidare a singolar duello Barda Sclero che, nonostante fosse molto meno prestante del suo antagonista, accettò e fu battuto. Benchè ferito al volto, Barda Sclero riuscì a fuggire e a riparare presso il califfo di Baghdad mentre le sue forze si disperdevano.
 


Scontro tra le truppe di Barda Foca e quelle di Barda Sclero
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

 

Dopo questa vittoria, Barda Foca vide crescere il suo peso politico a corte e ricoprì la carica di domestikos delle Scholai orientali fino al 986 combattendo con successo contro gli arabi lungo i confini orientali.
Alla fine del 985 o agli inizi del 986, con un colpo a sorpresa, Basilio II si svincolò dall'ingombrante tutela del prozio Basilio Lecapeno rimuovendolo dalla carica di parakoikomenos che aveva occupato quasi ininterrottamente per circa quarant'anni (2). Nel quadro di una serie di provvedimenti volti a ridurre l'influenza dell'aristocrazia militare sulla politica imperiale e a stabilire il suo controllo sull'esercito, sollevò inoltre dalla carica di comandante dell'esercito d'Oriente Barda Foca, che comunque era stato molto legato al parakoikomenos, declassandolo a duca di Antiochia.
La sonora sconfitta inflitta dai Bulgari all'esercito imperiale guidato personalmente da Basilio II, fece intravedere a Barda Sclero l'opportunità di una nuova ribellione e, armato e finanziato dal califfo abbaside, nel febbraio del 987 invase il territorio bizantino occupando Melitene e autoproclamandosi imperatore.
Basilio II rispose richiamando al comando dell'esercito orientale Barda Foca pensando di sfruttare la rivalità tra le due famiglie come nel pronunciamento di dieci anni prima. Ma stavolta Barda Foca non stette al gioco e il 15 agosto del 987 si fece proclamare a sua volta imperatore dalle sue truppe e strinse un accordo con Barda Sclero per combattere insieme contro Basilio II e qundi spartirsi l'impero. Dopo un breve periodo di collaborazione, Barda Foca tradì il patto e fece arrestare e rinchiudere nella fortezza di Tyropoios lo scomodo alleato.
Rimasto solo al comando della rivolta divise le sue forze per poter attaccare la capitale da terra e da mare: il primo contingente si diresse su Crisopoli, il secondo su Abido, dove contava di attraversare lo stretto dei Dardanelli.
In osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino del 971 il principe Vladimir I di Kiev inviò a sostegno dell''imperatore un contingente di 6.000 guerrieri variaghi che costituiranno il primo nucleo della leggendaria Guardia variaga. Lo scontro decisivo ebbe luogo ad Abido il 13 aprile 989 e i Variaghi, guidati personalmente dall'imperatore, sbaragliarono l'esercito nemico e lo stesso Barda Foca trovò la morte in circostanze non del tutto chiare (3).
Sposato con una donna di cui non si conosce il nome, ebbe un solo figlio di nome Niceforo e detto Βαρυτράχηλος (dal collo forte).


Note:

(1) Giovanni Zimisce aveva sposato in prime nozze Maria Sclereina, sorella di Barda Sclero.

(2) Potentissimo funzionario eunuco figlio illegittimo di Romano I Lecapeno, era stato elevato al rango di parakoikomenos dal padre nel 947, sostituito da Giovanni Bringas durante il regno di Romano II Lecapeno, era stato rimesso al suo posto da Niceforo II Foca (963) e aveva conservato la carica sotto Giovanni Zimisce e durante i primi anni di regno di Basilio II.

(3) Secondo alcuni autori mentre cavalcava verso Basilio II per sfidarlo a duello ebbe un collasso e morì cadendo da cavallo. Secondo altri fu avvelenato da uno dei suoi servi per ordine dell'imperatore.