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sabato 7 febbraio 2026

Il Castello Ursino, Catania

Il castello Ursino, Catania


Il castello Ursino fu voluto da Federico II di Svevia e costruito non prima del 1239. L'imperatore aveva pensato il maniero all'interno di un più complesso sistema difensivo costiero della Sicilia orientale (fra gli altri anche il castello Maniace di Siracusa e quello di Augusta sono riconducibili allo stesso progetto) e come residenza imperiale in città. Il progetto e la direzione dei lavori furono affidati all'architetto militare Riccardo da Lentini. Una teoria vuole che il castello fosse originariamente costruito su un promontorio roccioso alto circa 8 metri che strapiombava sul mare da cui controllava e difendeva il porto. Da cui il nome di castrum sinus (castello del golfo) successivamente corrotto in "castello ursino". L'imponente colata lavica del 1669 avrebbe poi completamente circondato il castello allontanandolo dal mare di circa 500 metri. Secondo altra teoria invece il castello non sarebbe mai stato a picco sul mare e la denominazione di castello ursino sarebbe legata alla omonima famiglia castellana che nel corso del XIII secolo lo avrebbe occupato.




L’aspetto attuale dell’edificio, fortemente degradato dopo il Seicento, quando venne completamente a cessare la sua utilità militare, si deve ai restauri effettuati negli anni Trenta del Novecento, e a quelli successivamente attuati negli anni del secondo dopoguerra, che hanno consolidato quanto ancora rimaneva della costruzione federiciana, liberando il complesso dalle molte sovrastrutture che si erano incrostate nel corso del tempo.



Sul lato settentrionale del castello in cui si apre l'ingresso principale, al di sopra di questo e un po' a destra, all'interno di una nicchia trilobata è incassata la figura di un'aquila imperiale che stringe una lepre tra gli artigli, a simboleggiare la presa del potere imperiale sulla città.



Sul lato orientale della costruzione, nell'arco di una finestra, spicca invece una grande stella a cinque punte in pietra lavica, simbolo dell'Islam, a significare l'apporto dato da maestranze arabe.



1) Sala delle Armi 
Era adibita all'esposizione delle armi. E' composta da tre campate coperte da volte a crociera.

2) Sala angolare di Nord-Est 
E' l'unico ambiente di questo lato dove è tuttora visibile la volta a crociera ogivale tipica dei castelli federiciani e più in generale dell'architettura arabo-normanna. 

3-5) Sala centrale lato est
Un portale rinascimentale introduceva alla torre mediana del lato est, completamente distrutta dal terremoto del 1693. In questa sala la volta a crociera è stata sostituita da un solaio ligneo. 

6) Sala angolare Sud-Est
Rimaneggiata nel XVI secolo con la sostituzione della volta a crociera con un solaio di legno. 

7) Sala centrale sud e Cappella di San Giorgio.

Prospetto della Sala centrale meridionale
La scalinata laterale e le cinque finestre sono di epoca tardo rinascimentale 

Dalla sala centrale meridionale, attraverso un elegante portale gotico-catalano del XV secolo, si accedeva alla cappella di corte intitolata a San Giorgio che si trovava nella torre mediana del lato sud (Torre Salaria) oggi non più esistente. Anche in questa sala l'originaria volta a crociera è stata sostituita dal un solaio in legno.

Il portale della cappella di San Giorgio

 8) Sala angolare sud-ovest e Porta del soccorso.
Qui era ubicata la grande scala a rampe che conduceva al piano superiore. In essa, sul lato verso il mare, si apre inoltre la porta ogivale secondaria, anticamente detta "Porta del soccorso" in virtù della sua funzione sussidiaria in caso di assedio oggi chiusa da una cancellata in legno. 

Il lato meridionale con la Porta del Soccorso

 9) Grande aula centrale ovest.

Suddivisa in tre sezioni, questa grande aula è decorata da pilastrri su cui s'impostano le arcate ogivali che sostengono la volta che è alleggerita dal sistema delle anfore capovolte, le cui bocche la costellano con un'elegante simmetria. Forse un tempo era adibita a scuderia. 

10) Sala angolare nordovest.
Presenta una volta a crociera i cui costoloni poggiano su mensolette desinenti in pomo. 
 
Torre dei martirii: la torre NE ha una pianta ottagonale e presenta la caratteristica volta a ombrello. Sulla parete è stata praticata un'apertura che nel XVII secolo veniva utilizzata dalle artiglierie.

Torre dei magazzini: la torre di SE, danneggiata dal terremoto del 1693, fu assottigliata al suo interno fino a toglierle la caratteristica forma ottagonale. 

Torre del sale: la torre SO prendeva il nome dalla contigua porta del sale che si apriva nelle mura poi sepolte dalla colata lavica del 1669.

Torre delle bandiere: la torre NO prendeva il nome dalle bandiere e dalle insegne regali o cavalleresche che usualmente vi sventolavano.
La struttura a pianta quadrata è costruita intorno a un cortile scoperto. Su tre lati del cortile si aprono tre grandi sale rettangolari, una per ciascun lato. Sul lato orientale vi sono tre sale centrali e due, alle estremità, di raccordo. Agli angoli del castello si ergono quattro torri cilindriche, mentre nei punti medi di ciascun lato si ergevano quattro torri semicilindriche più piccole, delle quali sono sopravvissute al terremoto del 1693 solo le due del lato nord e del lato ovest. Dalle sale rettangolari è possibile accedere alle torri mediane rimaste integre, mentre alle torri angolari si accede da quattro piccoli ambienti a pianta quadrata (2,6,8,10). Ne risulta un percorso continuo e dal ritmo regolare, incernierato attorno al cortile e costituito dal susseguirsi di otto ambienti. 
Le torri angolari, circolari all’esterno, risultano a pianta ottagonale all’interno, sormontate da volte a ombrello. Studioso della matematica e dell’astronomia, Federico II ha probabilmente voluto che la costruzione avesse un chiaro riferimento alla cabala. L’ottagono è infatti il risultato dell’intersezione di un cerchio, che rappresenta il potere divino, con un quadrato, che simboleggia il potere temporale. La figura ottagonale allude al potere divino sulla terra dell’imperatore.

Durante la rivolta dei Vespri il castello divenne sede del parlamento di Sicilia (1282-1302) e successivamente residenza degli Aragonesi.
Nel 1347 all'interno del castello venne firmata la cosiddetta Pace di Catania fra Giovanni di Randazzo e Giovanna d'Angiò.
Nel Cinquecento, quando ancora controllava il porto etneo, il castello venne cinto da mura bastionate – il bastione di San Giorgio sul lato meridionale e quello di Santa Croce a nord est poi completamente inghiottiti dalla colata lavica del 1669 - e rimaneggiato. Parte del castello venne inoltre adibito a prigione, destinazione che portò a numerose trasformazioni dell’interno (le grandi sale del piano terra furono suddivise da nuovi muri e solai, che crearono ambienti minori, piccole celle dette dammusi) e che mantenne fino al 1838. Dal 1934 ospita il Museo civico di Catania.



sabato 11 ottobre 2025

Grotta del Crocefisso, colle Metapiccola, Carlentini

 Grotta del Crocefisso, colle Metapiccola, Carlentini



Le notizie documentarie sulla chiesa del Crocefisso sono scarsissime se si esclude il
graffito con data 1764 posto sulla porta d’ingresso alla grotta e dovuto ad una risistemazione della stessa ad opera di eremiti laici locali. Antecedentemente, probabilmente nel XVI secolo, il vano era stato adibito a sepolcreto, come risulterebbe dalla lettura del pavimento e del vano sottostante quest’ultimo, riconoscibile come ossario. A questo periodo, probabilmente, risalgono anche ingenti lavori di ristrutturazione dello spazio sacro, con l’apertura di due varchi tra i due vani principali del complesso e del listello di roccia che divide il vano dedicato al culto e, infine, con l’escavazione di un ambiente atto a rendere più profondo l’invaso principale. A seguito di questi lavori si attuò una sorta di ribaltamento dell’asse della chiesa con il posizionamento dell’altare di fronte all’ingresso, dedicato alla Vergine, come attesterebbe un affresco cinquecentesco ancora tardo gotico.


Attualmente la grotta risulta composta da almeno due ambienti quadrangolari simmetrici, comunicanti attraverso un varco. Il vano di destra appare leggermente più ampio dell’altro e, per la presenza di un’abside scavata immediatamente a destra dell’ingresso ad Est, si configura come la vera e propria chiesa. Il vano di sinistra, invece, che adesso ha un ingresso autonomo, probabilmente in origine una finestra, sembra frutto di una ricostruzione settecentesca che lo adibì al culto.


La presenza di un cenobio sopra la grotta conferma inoltre la rilevanza spirituale e culturale di questo sito nel tempo. 


All'interno si notano un nicchione ad arco con altare, due ossari (XV sec. circa), mentre, al di sotto di una grata sul pavimento, troviamo una cripta (putridarium) (1) con 16 sedili sepolcrali con purificatori (XVI-XVII sec.).


particolare del putridarium

Apparato iconografico

La chiesa del Crocifisso presenta il più complesso apparato iconografico della Sicilia rupestre. In essa, infatti, è testimoniata la continuità del culto del luogo con la presenza di almeno cinque fasi decorative che non possono essere definite semplici pitture votive ma, almeno per quanto riguarda i dipinti del secondo strato (nel catino absidale e lungo le pareti della chiesa, con la presentazione della teoria dei santi), fanno parte di un vero e proprio programma iconografico rinnovato in tempi diversi. La cattiva leggibilità degli affreschi non permette una sicura ipotesi circa la datazione degli stessi; essa può essere solo accennata su base archeologica e, solo dove i lacerti pittorici lo permettono, su analisi stilistiche.

Apparterrebbero ad una prima fase di frequentazione della grotta (XII sec) piccole tracce di affreschi posti lungo la parete meridionale del vano maggiore, coperti da pannelli di poco più recenti. Essi sono distribuiti in formelle disposte su almeno tre ordini e rappresenterebbero scene del Giudizio Universale riprendendo un tema iconografico molto comune nel mondo medioevale.
Al XIII secolo sono riferibili porzioni di affreschi organizzati per pannelli isolati; essi occupano la parete e la conca absidale ad est e rappresentano: la Crocifissione e il Cristo Pantocrator. La Crocifissione è, purtroppo, molto frammentaria tanto da permettere l’identificazione solo del Cristo con la testa reclinata e della Vergine. 




L'affresco raffigurante il Cristo Pantocrator recentemente restaurato (contrassegnato da una stella bianca nella pianta) si trova nel catino absidale al di sotto del quale era originariamente collocato l'altare. Il Cristo è racchiuso in una mandorla decorata con crocette bicrome rosse e nere, assiso in trono e affiancato da due coppie di angeli che sostengono la mandorla. La mano destra è alzata nell'atto della benedizione mentre la sinistra tiene il libro delle Scritture, i piedi nudi poggiano su un tappeto ornato di rosso. L’iconografia del Cristo affine a quella del Duomo di Cefalù e altri particolari, permettono di ravvisare forti analogie con la pittura bizantina dell’inizio del XIII secolo.

Polittico di San Leonardo

Cronologicamente vicini al Cristo Pantocrator sembrano i pannelli del cosiddetto “Polittico di San Leonardo”, che da sinistra a destra raffigurano rispettivamente: Santa Elisabetta, la Mater Domini, San Leonardo, San Giovanni Battista e un santo vescovo. La parte bassa dell'affresco è andata in gran parte perduta per realizzare l'apertura di comunicazione tra i due vani.


Dall'analisi dell'apparato iconografico si può dedurre che originariamente la grotta fosse dedicata alla Vergine (in tal modo si spiegherebbe l’affresco cinquecentesco posto sull’altare di fronte all’ingresso) e l’intera decorazione della parete nord, con pannelli legati al culto mariano. È possibile, inoltre, che in tale grotta fosse localizzato il culto di Santa Maria della Cava, cui era intitolata la prima cattedrale di Lentini. Riguardo la nuova denominazione di “grotta del Crocifisso” è possibile che essa fosse legata alla rappresentazione di un Crocifisso a sinistra dell’abside, probabilmente, di epoca secentesca.

Note:

(1) Il putridarium è una camera sepolcrale “provvisoria” in cui i cadaveri venivano adagiati su dei sedili in attesa che il processo di putrefazione liberasse le ossa che venivano poi lavate e riposte negli ossari. I sedili presentavano un foro centrale al di sotto del quale veniva posto un vaso che raccoglieva i liquidi corporei e i prodotti di disfacimento. Usati nel medioevo in particolare per monaci e monache, erano diffusi soprattutto nel meridione.







domenica 5 ottobre 2025

Il tempio di Atena (attuale cattedrale di Siracusa)

Il tempio di Atena (attuale cattedrale di Siracusa)


Planimetria dell'Athenaion

Il nucleo originario della cattedrale di Siracusa è rappresentato dall'Athenaion, il tempio in onore di Atena fatto erigere nel 480 a.C da Gelone, il primo tiranno di Siracusa (485-478), per celebrare la vittoria contro i Cartaginesi nella battaglia di Imera. Il tempio era un periptero esastilo con quattordici colonne di ordine dorico sul lato lungo e sei su quello corto che poggiavano su un imponente stilobate a tre gradini. La cella della divinità – probabilmente priva di tetto (ipetrale) – era preceduta da pronao e seguita da opistodomo, i cui ingressi erano entrambi definiti da due colonne.

Planimetria della chiesa bizantina

Dopo la conquista bizantina di Siracusa (535) il tempio fu convertito in chiesa cristiana. Furono murati gli intercolumnii (come ancora oggi è possibile notare), mentre nei muri più interni della antica cella furono aperti 8 archi per lato, in modo da realizzare un edificio a tre navate ciascuna conclusa da un'abside sul fondo. Furono anche eliminati i muri che dividevano il vano posteriore (opistodomo) dalla cella e questa dal pronao. Oltracciò venne rovesciato l'orientamento dell'edificio, sì che l'ingresso attuale corrisponde a quella che era la parte posteriore del tempio pagano.

Retrofacciata

Da notare le due colonne del tempio di Atena che introducevano all'opistodomo e che oggi fiancheggiano l'ingresso principale della chiesa.

Navata centrale. 

Si osservano le archeggiature aperte nelle pareti della cella per formare la pianta basilicale a tre navate della chiesa. Più in alto le finestre aperte in epoca normanna. Nel mezzo corre la scritta in lettere di bronzo:“ECCLESIA SYRACUSANA PRIMA DIVI PETRI FILIA ET PRIMA POST ANTIOCHENAM CHRISTO DICATA”, che ricorda il diploma del 1517 con cui il pontefice Leone X riconobbe la "chiesa siracusana prima figlia di Pietro e seconda ad essere dedicata al Cristo dopo quella di Antiochia".

Attualmente all'esterno, restano visibili, sul fianco sinistro della cattedrale che affaccia su via Minerva, alcune colonne originarie con lo stilobate sul quale esse poggiavano, mentre all'interno sono altresì ben visibili 9 colonne del lato destro del periptero e le due antistanti la cella visibili nel corpo della retrofacciata.

Il lato della cattedrale che prospetta su via Minerva

Nel 640 San Zosimo, allora vescovo di Siracusa, dedicò la chiesa alla Natività di Maria e vi trasferì la cattedrale dall’antica sede di S. Giovanni alle catacombe.
Dopo la conquista araba (878) la chiesa fu saccheggiata e convertita in moschea. Venne restituita al culto cristiano dopo l'avvento dei Normanni che intrapresero anche
consistenti lavori di restauro elevando i muri della navata centrale e aprendo una serie di finestre strambate nella muratura bizantina. Fu inoltre realizzata una nuova facciata e eretta la torre campanaria.
Il terremoto del 1693 danneggiò gravemente la chiesa determinando il crollo del campanile (che non fu più ricostruito) e quello della facciata che venne ricostruita in stile barocco su progetto dell'architetto Andrea Palma tra il 1728 ed il 1753.











domenica 28 settembre 2025

San Giovanni alle catacombe, Siracusa

San Giovanni alle catacombe, Siracusa


L'antica Basilica di San Giovanni venne edificata attorno al VI secolo nel luogo dove, secondo la tradizione, fu sepolto il primo vescovo di Siracusa, Marciano (1). E stata ritenuta per lungo tempo la prima Cattedrale di Siracusa.

Planimetria della cripta. Cerchiato in nero il sarcofago in muratura di San Marciano 

La cripta di San Marciano, con la basilica sovrastante, è ubicata in un sito, che ricevette una prima sistemazione in età greca classica con l'apertura di una cava di pietra, all'interno della quale, dopo il suo abbandono, si installò in epoca tardoellenistica un'officina di vasai con annessa area cultuale. Nel tardo impero il sito ebbe destinazione cimiteriale ed accolse piccoli ipogei, i cui resti sono ancora in parte visibili. Quest'area cimiteriale fu utilizzata almeno sino al 423, come documenta un'iscrizione consolare; le testimonianze epigrafiche e pittoriche suggeriscono inoltre che il sepolcreto era cristiano. Esso venne interamente manomesso nel VI sec. per far posto alla cripta, realizzata in parte con un approfondimento del taglio in roccia ed in parte con strutture murarie colmate all'esterno da terra di scarico trattenuta da muri di contenimento e rinforzo. 

Sarcofago di San Marciano 

La sistemazione della cripta riecheggia quella delle trichorae con l'aggiunta di recessi laterali. In quello di destra è collocata una struttura muraria a guisa di sarcofago in cui si apre la fenestella confessionis e in cui furono deposti i resti di San Marciano.

Quattro colonne disposte a quadrato – di tre delle quali sono ancora visibili i basamenti - definivano il corpo centrale in cui si trovava l'altare e ne sostenevano la copertura. Nel XII secolo, probabilmente in seguito al crollo del corpo centrale, le colonne furono sostituite da possenti pilastri in muratura alla cui sommità furono posti altrettanti capitelli ciascuno dei quali riporta il simbolo di uno degli evangelisti.

Capitello con l'aquila simbolo di San Giovanni evangelista 

La cripta si estende attualmente sotto la parte settentrionale della navata centrale ed in particolare sotto la navata sinistra della sovrastante chiesa e l’attuale chiesetta dell’attiguo convento dei Frati Minori.



Sulle pareti si notano più strati di decorazione a fresco sovrapposti. La maggior parte di quelli ancora visibili risalgono alla ristrutturazione del XII secolo.
Sul muro perimetrale della cappella di destra si distinguono quattro figure: la prima a sinistra è un santo barbato con nimbo, la cui mano destra benedice con le dita distese, secondo il rito orientale, mentre la mano sinistra stringe una croce. La figura indossa una tunica rossa sotto ad un mantello nero.
La seconda figura è un santo più giovane, imberbe, dal naso lungo e affilato e i capelli ricci. La foggia della veste è orientale: tunica grigia dalle larghe maniche e un pallio rosso che avvolge il corpo: è San Giovanni evangelista.
Accanto vi è una Madonna che stringe al seno il bambino. Il suo capo è coperto da un velo turchino, mentre il bambino indossa una tunica celeste e un mantello rosso e stringe nella mano sinistra un piccolo rotolo.
L’ultima figura è poco visibile, dalle scritte sottostanti pare si tratti di S. Vito. 


Nella zona absidale sono presenti due affreschi, raffiguranti l'uno santa Lucia, Vergine e Martire siracusana, morta nel 304, l'altro non identificabile con certezza a causa della condizione piuttosto evanescente, era forse la rappresentazione di San Marciano.


La Chiesa sovrastante fu costruita nel VI secolo, in epoca bizantina, sopra le preesistenti catacombe, e fu edificata esattamente al di sopra della cripta di San Marciano, in modo che la sepoltura del Santo si trovasse in asse con l’altare, posto al centro della navata e limitato da una balaustra. Presentava una pianta basilicale a tre navate separate da due file di sei colonne doriche e l'abside rialzato da una gradinata.

Planimetria della chiesa originaria sovrapposta a quella della cripta 

Di questa chiesa rimangono oggi l'abside rialzata e alcune colonne sul lato meridionale della nave. 

 Abside
 
Abbandonata sotto la dominazione araba, la chiesa fu ristrutturata in età normanna. Vennero rifatte in toto le mura perimetrali, e prolungati con delle semicolonne i pilastri che fiancheggiano l'abside. Le colonne furono ridotte da 12 a 10. Alla ristrutturazione normanna si deve anche il rosone al culmine della facciata occidentale ed il portale d'ingresso – oggi murato – che sembrerebbe frutto del riassemblaggio di elementi decorativi dell'antica chiesa bizantina.

La facciata occidentale ricostruita in epoca normanna

Per ragioni non del tutto chiare la chiesa cadde nuovamente in disuso e tale rimase fino al 1636 quando fu concessa ai Carmelitani di Montesanto. Questi inserirono all'interno del vecchio edificio una nuova chiesa, orientata lungo l'asse nord-sud, che occupò lo spazio delle prime due campate di quella preesistente. 

Nel 1693 la chiesa venne gravemente danneggiata e ricostruita nei primi anni del XVIII secolo. A questa ristrutturazione si deve l'aspetto attuale della facciata meridionale della nuova chiesa che presenta un portale d'ingresso inquadrato da due pilastri ornato da bassorilievi. Sopra di questo una nicchia ed una finestra circolare mentre sul culmine della facciata è posta una statua del Battista tra quattro semiobelischi. 

Facciata meridionale della nuova chiesa

E' infine sopravanzata da un portico realizzato con materiali di spoglio quattrocenteschi di stile gotico-catalano. Durante

 
Durante l'assedio del 877-878 l'emiro Giafar Ibn Muhammed pose il suo campo nei pressi di questa chiesa. 


Note:

(1) Discepolo di San Pietro apostolo in Antiochia, fu da lui inviato nel 39 in Sicilia a predicare il Vangelo; qui si fermò a Siracusa dove operò molte conversioni, accompagnate da miracoli, finché non venne ucciso. E' considerato il primo vescovo di Siracusa (nonchè d'Occidente). Tuttavia le prime fonti scritte risalgono soltanto al VI-VII secolo e risentono della mancanza di certezze storiche appoggiandosi più che altro a tradizioni locali che lo vogliono martirizzato per lapidazione nel 68. La più antica raffigurazione di S. Marciano è databile all'VIII-IX secolo e si trova nell'oratorio delle catacombe siracusane diS. Lucia. 






venerdì 29 agosto 2025

Il Tempio di Apollo di Siracusa

 Il Tempio di Apollo di Siracusa


Piazza Emanuele Pancali, veduta aerea

L'edificio sacro originario era un tempio periptero esastilo, delle dimensioni di mt. 58,10 x 24,50, con 17 colonne nei lati maggiori e sei sui lati minori. All'interno, e più precisamente tra il pronao e le colonne del lato minore rivolto ad oriente, sono altre sei colonne disposte parallelamente alle colonne del fronte d'ingresso. La cella era tripartita da due filari di colonne con doppio ordine. Nel versante occidentale del tempio era presente l'adyton.
L’attribuzione del tempio al culto di Apollo è stata possibile grazie ad una iscrizione che si trova sulla faccia verticale di un gradino del crepidoma sul versante orientale in corrispondenza delle prime tre colonne di sinistra della facciata. L'epigrafe è formata da lettere alte circa 20 cm. e si estende per una lunghezza di 8 metri. Essa recita: Kleomenes (o Kleomedes), figlio di Knidieidas, fece ad Apollo ed Epikles i colonnati, opere belle“.
Risale alla metà del VII sec a.C. ed è pertanto il tempio dorico in pietra più antico dell'isola.


Fu convertito in chiesa cristiana dopo la riconquista bizantina della Sicilia (VI sec.). La trasformazione non coinvolse però l'intero tempio, che evidentemente non versava in buone condizioni, ma ne utilizzò il solo naos che, di per sé, con la sua partizione in tre navi, era del tutto idoneo a essere trasformato in chiesa. II riadattamento era stato ottenuto con la parziale occlusione dell'intercolumnio, utilizzando il materiale apprestato dalla rovina stessa del tempio... il coronamento era dato da un semplice architrave monolitico... il breve spazio fra gli stipiti e le colonne era ricolmato con muratura a pezzate” ( L. Bernabò Brea, 1971).
Già in epoca bizantina l'innalzamento del piano stradale non faceva più corrispondere il piano della chiesa cristiana con quello del tempio pagano, e si dovette procedere a una rozza sopraelevazione, utilizzando materiale proveniente dallo stesso tempio.
Si provvide, in quella occasione, a munire di un altro gradino il crepidoma, rimasto troppo in basso. Altri lavori riguardarono una sorta di vasca battesimale ricavata dai tre gradini inferiori dello stilobate [che]... rotti con un profondo taglio rettangolare... [vennero rivestiti all'interno] da un grande lastrone calcare monolitico, con il lembo superiore riccamente sagomato (P. Orsi).


Sul lato occidentale, al di fuori della riadattata parte del tempio si nota un massiccio basamento (m 9,10 x 8) che probabilmente apparteneva ad un torrione di epoca bizantina assieme ai resti della contigua cortina muraria, il cui materiale da costruzione fu in parte ricavato dalle pietre squadrate tolte al tempio classico in quelle parti rimaste non utilizzate dalla chiesa bizantina.
E' incerta la destinazione che ebbe l'edificio durante la dominazione araba, anche se un'iscrizione in lingua araba presente sul lato interno dell'unico muro superstite sembra attestare la sua conversione in moschea. Alla dominazione araba risale anche il taglio delle colonne del peristilio.


Basamento di un torrione bizantino

Sotto i Normanni l'edificio fu comunque nuovamente convertito in chiesa cristiana. La chiesa normanna - posta a quasi 2 metri di altezza dall'originario basamento del tempio e notevolmente più piccola di quella bizantina - fu però orientata sull'asse nord-sud e doveva avere l'abside sul lato settentrionale contrapposta al vano d'ingresso costituito dall'arco ogivale, ancor oggi visibile, praticato nel muro meridionale – l'unico ancora in piedi - della cella del tempio. 

Il portale normanno

Al secolo XIV si fanno invece risalire le «crocierine gotiche, di perfetta fattura, che investono e soverchiano, con arditissimo slancio, il portale normanno. [Esse] Sono manifestamente gli avanzi delle crociere di un edificio probabilmente religioso orientato nello stesso senso del tempio normanno» e che dovevano innestarsi nella volta centrale orientata in senso est-ovest, a copertura della navata centrale. Il portale esternamente è sormontato da una doppia ghiera in conci di pietra mentre all'interno al di sopra di esso si notano tre archi rincassati. Della chiesa normanna è nota la dedica al Salvatore. 


Nel 1562 il vicerè spagnolo fece costruire una grande caserma che inglobò la chiesa e ciò che restava del tempio. Soltanto l'intervento diretto dall'archeologo Paolo Orsi tra il 1938 ed il 1942 liberò il tempio dalla fabbrica della caserma spagnola riportandolo alla luce.












giovedì 7 agosto 2025

Anello nuziale detto di Costante II

 Anello nuziale detto di Costante II

Conservato nel museo archeologico di Palermo, questo anello nuziale risale al VII secolo ed è di straordinaria fattura.
Fu ritrovato a Siracusa nei pressi dei Bagni di Dafne in un tesoro formato da gioielli e monete d’oro rinvenuto casualmente nel 1872.



E’ in oro massiccio, col lato esterno sfaccettato a ottagono, a replicare la forma della corona imperiale. Su sette facce sono raffigurate scene cristologiche (Annunciazione, Visitazione, Natività, Adorazione dei Magi, Battesimo di Cristo, Crocifissione, Marie al Sepolcro,) sull’ottava faccia è saldato il castone rotondo con un’iscrizione - Della tua benevolenza, come uno scudo ci hai incoronato (cfr. Salmi V, 13) - che circonda una scena figurata: Cristo, al centro, abbraccia due figure coronate, un uomo e una donna. Le figure, alte al massimo 5 mm., sono rese a niello (una lega metallica di colore nero che include zolfo, rame, argento e spesso anche piombo, usata come intarsio nell'incisione di metalli) e agemina (incastro di piccole parti di uno o più metalli di vario colore con lo scopo di ottenere una colorazione policroma).

Le scene sono molto articolate, alcune sono piene di figure minuscole e costellate di dettagli microscopici. Per esempio nell’Annunciazione c’è un’ancella, la Vergine e l’angelo e tra loro un cesto e una grande matassa di porpora; nella Crocifissione ci sono Cristo, i due ladroni e due soldati piccoli piccoli, ai piedi della Croce.
E' databile al VII secolo, probabilmente opera di una bottega costantinopolitana. Il luogo del ritrovamento – nei pressi delle terme dove fu assassinato Costante II – ha fatto pensare che appartenesse ad un membro di alto rango della corte che lo nascose spaventato dai tumulti che seguirono la morte dell'imperatore. Meno probabile, come da altri sostenuto, che sia appartenuto allo stesso imperatore.

sabato 26 ottobre 2024

La chiesa di "Santa Passera", Roma

La chiesa di “Santa Passera”, Roma


La chiesa, di cui si ha notizia già nell'VIII secolo, deriva dalla trasformazione di un sepolcro a tempietto di epoca romana (II-III secolo) che si può ancora intuire negli ampi lacerti di muro in laterizi ancora visibili e nelle due finestrelle decorate con cornici fittili ai lati della porta d'ingresso. Ampliato nel XIII secolo con l'aggiunta di un timpano e l'inserimento di una finestra chiusa da una grata di marmo traforato al di sopra della porta d'ingresso, nella facciata anteriore, e di un abside semicircolare al cui centro si apriva una bifora in quella posteriore,  l'edificio appare oggi caratterizzato da tre unità architettoniche sovrapposte:



1. La chiesa superiore (C nella pianta), a navata unica e pianta quadrangolare che, nella sua forma attuale, risale al XIII secolo;
2. La chiesa inferiore (B), già trasformata in oratorio nel V secolo;
3. La cripta ipogea.

In basso, lungo il lato settentrionale si notano ancora, inoltre, i resti delle arcate del portico - successivamente tamponate per creare la sagrestia- che era stato addossato alla chiesa.


Purtroppo la decorazione parietale, presente in tutti e tre i livelli, è molto malridotta a causa dell'incuria e delle piene del fiume che, nel corso dei secoli, l'hanno gravemente danneggiata.
La chiesa affaccia infatti sul Tevere e ha, come detto, una facciata in laterizi sopravanzata da una piccola terrazza rettangolare a cui si accede per mezzo di una doppia rampa di scale simmetriche.


Nella chiesa superiore, nel catino absidale, è raffigurato il Cristo benedicente contornato dai santi Paolo, Pietro, Giovanni Evangelista e Giovanni Battista;


nel registro inferiore abbiamo invece a destra un affresco con Cristo tra i santi Ciro e Giovanni ed a sinistra un pannello con la Vergine ed il Bambino affiancati dall'Arcangelo Michele da un lato, e dall'altro da San Giacomo (identificato dalla conchiglia) e San Francesco che pongono la mano in segno di protezione sulla testa di due figure più piccole inginocchiate che raffigurano i patroni della chiesa.
È stato ipotizzato che nella figura femminile ai piedi del poverello di Assisi si possa identificare Jacopa de Settesoli, vedova di Graziano Frangipane, che, nel 1213 ospitò proprio San Francesco all’interno della Torre della Moletta al Circo Massimo e nella figura maschile, il figlio Giacomo, protetto appunto dall’omonimo santo. Probabilmente la chiesa doveva un tempo essere connessa alle proprietà dei Frangipane e la nobildonna volle farsi effigiare assieme al figlio sotto la protezione dei santi a cui erano fortemente devoti.

    Santa Pudenziana

L'arco trionfale presenta al centro l'agnus dei affiancato da ciò che resta dei simboli dei quattro evangelisti mentre nei piedritti – in delle false nicchie – sono raffigurate le sante Prassede e Pudenziana.
Nella parete sinistra sono infine visibili due pannelli: uno raffigura una teoria di santi orientali e l'altro figure devozionali.


La "chiesa inferiore", cui si accede da una porta esterna oggi sotto elevata rispetto al terreno, sorge su un oratorio fatto realizzare dalla matrona Teodora nel V secolo, è costituita da un'aula quadrangolare (i cui affreschi rappresentano tre vescovi, i cui nomi sono evocati da un'epigrafe). La porta esterna introduce ad un vano che fu costruito davanti alla chiesa per arginare le piene del fiume.
Sull'architrave della porta (subito dietro la porta di ferro che oggi chiude la chiesa inferiore) è ancora leggibile l'iscrizione:

«CORPORA SANCTI CYRI RENITENT HIC ATQVEE IOANNIS QVOÆ QUONDAM ROMÆ DEDIT ALEXANDRIA MAGNA. »
(Qui risplendono i santi corpi di Ciro e Giovanni che un giorno la grande Alessandria dette a Roma)

Da una stanzetta rettangolare più piccola si accede alla "cripta ipogea" tramite una stretta scala.

Il caratteristico nome di "Santa Passera" preso nel corso del tempo dalla chiesa, originariamente dedicata ai santi Ciro e Giovanni, due martiri uccisi in Egitto durante la persecuzione di Diocleziano, sembra derivare dalla storpiatura dalle parole "Abba Cyrus" (Padre Ciro), deformate poi in "Abbacìro" - "Appacìro" - "Appacèro" - "Pacèro" - "Pàcera" - "Passera".
La tradizione vuole infatti che i corpi dei due martiri(un medico di Alessandria ed un soldato, suo discepolo) siano stati sepolti nella la cripta ipogea dopo essere stati decapitati in Egitto nel 303. In particolare i due corpi sembra fossero stati fatti traslare da San Cirillo, Patriarca di Alessandria, in un primo tempo a Menouthis, dove sorse un importante santuario loro dedicato; in seguito, nel 407, due monaci (Grimoaldo e Arnolfo), spinti da un sogno premonitore, per paura di un'imminente invasione araba trasportarono i due corpi a Roma e, sotto indicazione di una ricca vedova, Teodora, li seppellirono in un fondo di suo possesso, lungo le rive del Tevere, fondo in cui aveva fatto edificare un piccolo oratorio dedicato a Santa Prassede.

                             Facciata posteriore della chiesa con l'abside aggettante
                                          

Una stretta scalinata conduce dalla chiesa inferiore alla cripta ipogea dove, su un fondo d'intonaco chiaro delimitato da fascioni, si intravedono partiture semicircolari e quadranti rossi, con soggetti di repertorio funerario riferibili al III secolo. Nella parete settentrionale sono rappresentati una figura femminile – probabilmente la dea della Giustizia (Dike) – che tiene in mano una stadera, un uccello e un pugile. La volta presenta grandi stelle a 6 e 8 punte e motivi decorativi. Sulla controparete alla fine XIII sec. fu dipinta una Vergine con Bambino, poi rubata nel 1968.

L'ipogeo, interrato dopo il 1706, è stato riscoperto solo nel 1904.