Visualizzazioni totali

domenica 4 ottobre 2026

Ritratti di Bessarione


RITRATTI DI BESSARIONE

Pedro Burrugueta
cm. 116x56, tempera su tavola,
Museo del Louvre

Questo ritratto del cardinale fu probabilmente eseguito nel 1472 da Pedro Burrugueta su disegno di Giusto da Gand per lo studiolo di Federico da Montefeltro nel Palazzo ducale di Urbino. La tavola faceva parte di una serie di 28 ritratti di uomini illustri del passato e del presente che tappezzavano la parte alta dello studiolo. Nel 1631, alla morte dell'ultimo duca d'Urbino Francesco Maria II della Rovere, il territorio dell'ex ducato tornò allo Stato Pontificio come legazione. Il primo legato pontificio, cardinale Antonio Barberini, dispose il trasferimento dei ritratti nella collezione di famiglia conservata nel loro palazzo romano.
Nel 1812 quattordici quadri, incluso il ritratto di Bessarione, passarono ai Colonna e successivamente furono acquistati dal marchese Giampietro Campana. Nel 1863, infine, a seguito della bancarotta del marchese, furono rilevati da Napoleone III per il Louvre dove a tutt'oggi si trovano.
Il duca Federico ebbe uno stretto rapporto con il cardinale greco che nominò abate commendatario dell'abbazia di San Cristoforo a Casteldurante (l'attuale Urbania), carica che Bessarione detenne dal 1445 al 1472 (secondo altri al 1468).



Questi due frammenti marmorei si trovavano murati all' esterno di un palazzo di Ferrara sito in via Della Paglia a ricordo della presenza del cardinale al concilio ecumenico indetto a Ferrara nel 1438. Oggi sono murati in una parete della cattedrale di San Giorgio martire.
L'inscrizione in latino recita: BESSARIO CARDINALIS/ QUI IN PROXIMIS AEDIBUS/ S. MARIAE HYPAPANTES HABITAVIT/ QUO TEMPORE FERRARIAE/ CONCILIUM HABITUM


Cristofano dell'Altissimo, olio su tavola, cm. 60x45, 1556 
Galleria degli Uffizi

Paolo Giovio (1483-1552), vescovo ed umanista, aveva raccolto nella sua villa di Borgovico (Como) una serie di ritratti di uomini illustri di tutte le epoche. Alla sua morte, Cosimo I de Medici, che era stato suo buon amico, inviò colà il pittore Cristofano dell'Altissimo per realizzarne delle copie. Questi eseguì oltre 240 dipinti, che andarono a formare la cosiddetta Serie gioviana, oggi ospitata nei corridoi monumentali della Galleria degli Uffizi di Firenze, a cui appartiene anche questo ritratto di Bessarione. 


Giovanni Santi (?)
Stendardo di Giovanni Battista
cm.160x113, tempera su tela
Palazzo ducale di Urbino

Questo stendardo processionale a doppia faccia, oggi conservato nel Palazzo ducale di Urbino, fu realizzato intorno al 1475 per l'oratorio urbinate di San Giovanni Battista. 
Nella faccia qui considerata è rappresentata la predicazione del Battista. 


In primo piano, alla destra del Precursore, S.Bertolucci (2013) riconosce Federico da Montefeltro, duca di Urbino, identificato dall'anello ducale (che gli fu conferito nel 1474) e dalla chiavi della città; subito dopo di lui, starebbe Ottaviano Ubaldini della Carda, mecenate e uomo politico di spicco del ducato e a seguire, il capo velato fino al sottogola, l’abito di damasco nero sontuoso e decorato di perle, il cardinale Bessarione. Nonostante la mancanza di alcuni tratti caratteristici della ritrattistica del cardinale (come il saio nero dei monaci basiliani ed il cappello cardinalizio), l'identificazione appare sostenuta da altri elementi altrettanto caratteristici (la barba bipartita ed il naso pronunciato). Nella donna in abiti regali che porta un copricapo frigio riccamente ornato ed è sostenuta da un'ancella, andrebbe riconosciuta invece Zoe Paleologina, figlia del deposto Despota di Morea Tommaso, legittima erede al trono di Bisanzio nonché protetta del cardinale niceno. Nel personaggio che fa capolino sopra le teste di Bessarione e Zoe potrebbe infine essere ritratto Arcangelo di Anichino, già sindaco della Confraternita di San Giovanni Battista e probabile committente dello stendardo. Lo stendardo è generalmente attribuito alla mano di Giovanni Santi, il padre di Raffaello ma non c'è completo accordo della critica sul suo nome.

Timoteo Viti
Sacra Conversazione
cm. 255x175, affresco, seconda metà del XV sec. 
chiesa di Santa Chiara, Urbania

Questo affresco si trova lungo la parete sinistra dell’aula della chiesa di Santa Chiara di Urbania, dove venne rinvenuto nel 1977 da Mons. Leonardi al di sotto di un dipinto del Peruzzini raffigurante “l’Immacolata Concezione” (1631). La tela venne sovrapposta all'affresco probabilmente nell'ambito dei lavori di ristrutturazione dell'edificio, promossi nella prima metà del Seicento dal Duca di Urbino Francesco Maria II Della Rovere.

La sua attribuzione resta incerta, anche se il recente restauro sembra confermare la tradizione storica che lo ha a lungo attribuito a Timoteo Viti, pittore urbinate amico di Raffaello. 

Vi è rappresentata la Vergine in trono con il Bambino al centro dello spazio orizzontale, delimitato sullo sfondo da colonne e archi classici. A sinistra, in secondo piano, si distinguono le figure di Santa Chiara e San Francesco mentre a destra Sant'Orsola guida la schiera delle 11.000 vergini. 
Nella figura in abiti cardinalizi in primo piano sulla sinistra, precedentemente identificata con Sant'Ambrogio o San Bonaventura, si riconosce oggi il cardinale Bessarione. Questi fu abate dell'abbazia di San Cristoforo del Ponte a Casteldurante (l'antico nome di Urbania) dal 1445 alla sua morte (1472). Oltre alla caratteristica barba bipartita con i baffi che discendono sopra di essa e alle insegne cardinalizie, fa propendere per questa identificazione anche l'oggetto che tiene in mano, il modellino di una chiesa che ha probabilmente funzione di reliquiario, a testimonianza delle numerose donazioni di reliquie fatte dal cardinale.











sabato 7 febbraio 2026

Il Castello Ursino, Catania

Il castello Ursino, Catania


Il castello Ursino fu voluto da Federico II di Svevia e costruito non prima del 1239. L'imperatore aveva pensato il maniero all'interno di un più complesso sistema difensivo costiero della Sicilia orientale (fra gli altri anche il castello Maniace di Siracusa e quello di Augusta sono riconducibili allo stesso progetto) e come residenza imperiale in città. Il progetto e la direzione dei lavori furono affidati all'architetto militare Riccardo da Lentini. Una teoria vuole che il castello fosse originariamente costruito su un promontorio roccioso alto circa 8 metri che strapiombava sul mare da cui controllava e difendeva il porto. Da cui il nome di castrum sinus (castello del golfo) successivamente corrotto in "castello ursino". L'imponente colata lavica del 1669 avrebbe poi completamente circondato il castello allontanandolo dal mare di circa 500 metri. Secondo altra teoria invece il castello non sarebbe mai stato a picco sul mare e la denominazione di castello ursino sarebbe legata alla omonima famiglia castellana che nel corso del XIII secolo lo avrebbe occupato.




L’aspetto attuale dell’edificio, fortemente degradato dopo il Seicento, quando venne completamente a cessare la sua utilità militare, si deve ai restauri effettuati negli anni Trenta del Novecento, e a quelli successivamente attuati negli anni del secondo dopoguerra, che hanno consolidato quanto ancora rimaneva della costruzione federiciana, liberando il complesso dalle molte sovrastrutture che si erano incrostate nel corso del tempo.



Sul lato settentrionale del castello in cui si apre l'ingresso principale, al di sopra di questo e un po' a destra, all'interno di una nicchia trilobata è incassata la figura di un'aquila imperiale che stringe una lepre tra gli artigli, a simboleggiare la presa del potere imperiale sulla città.



Sul lato orientale della costruzione, nell'arco di una finestra, spicca invece una grande stella a cinque punte in pietra lavica, simbolo dell'Islam, a significare l'apporto dato da maestranze arabe.



1) Sala delle Armi 
Era adibita all'esposizione delle armi. E' composta da tre campate coperte da volte a crociera.

2) Sala angolare di Nord-Est 
E' l'unico ambiente di questo lato dove è tuttora visibile la volta a crociera ogivale tipica dei castelli federiciani e più in generale dell'architettura arabo-normanna. 

3-5) Sala centrale lato est
Un portale rinascimentale introduceva alla torre mediana del lato est, completamente distrutta dal terremoto del 1693. In questa sala la volta a crociera è stata sostituita da un solaio ligneo. 

6) Sala angolare Sud-Est
Rimaneggiata nel XVI secolo con la sostituzione della volta a crociera con un solaio di legno. 

7) Sala centrale sud e Cappella di San Giorgio.

Prospetto della Sala centrale meridionale
La scalinata laterale e le cinque finestre sono di epoca tardo rinascimentale 

Dalla sala centrale meridionale, attraverso un elegante portale gotico-catalano del XV secolo, si accedeva alla cappella di corte intitolata a San Giorgio che si trovava nella torre mediana del lato sud (Torre Salaria) oggi non più esistente. Anche in questa sala l'originaria volta a crociera è stata sostituita dal un solaio in legno.

Il portale della cappella di San Giorgio

 8) Sala angolare sud-ovest e Porta del soccorso.
Qui era ubicata la grande scala a rampe che conduceva al piano superiore. In essa, sul lato verso il mare, si apre inoltre la porta ogivale secondaria, anticamente detta "Porta del soccorso" in virtù della sua funzione sussidiaria in caso di assedio oggi chiusa da una cancellata in legno. 

Il lato meridionale con la Porta del Soccorso

 9) Grande aula centrale ovest.

Suddivisa in tre sezioni, questa grande aula è decorata da pilastrri su cui s'impostano le arcate ogivali che sostengono la volta che è alleggerita dal sistema delle anfore capovolte, le cui bocche la costellano con un'elegante simmetria. Forse un tempo era adibita a scuderia. 

10) Sala angolare nordovest.
Presenta una volta a crociera i cui costoloni poggiano su mensolette desinenti in pomo. 
 
Torre dei martirii: la torre NE ha una pianta ottagonale e presenta la caratteristica volta a ombrello. Sulla parete è stata praticata un'apertura che nel XVII secolo veniva utilizzata dalle artiglierie.

Torre dei magazzini: la torre di SE, danneggiata dal terremoto del 1693, fu assottigliata al suo interno fino a toglierle la caratteristica forma ottagonale. 

Torre del sale: la torre SO prendeva il nome dalla contigua porta del sale che si apriva nelle mura poi sepolte dalla colata lavica del 1669.

Torre delle bandiere: la torre NO prendeva il nome dalle bandiere e dalle insegne regali o cavalleresche che usualmente vi sventolavano.
La struttura a pianta quadrata è costruita intorno a un cortile scoperto. Su tre lati del cortile si aprono tre grandi sale rettangolari, una per ciascun lato. Sul lato orientale vi sono tre sale centrali e due, alle estremità, di raccordo. Agli angoli del castello si ergono quattro torri cilindriche, mentre nei punti medi di ciascun lato si ergevano quattro torri semicilindriche più piccole, delle quali sono sopravvissute al terremoto del 1693 solo le due del lato nord e del lato ovest. Dalle sale rettangolari è possibile accedere alle torri mediane rimaste integre, mentre alle torri angolari si accede da quattro piccoli ambienti a pianta quadrata (2,6,8,10). Ne risulta un percorso continuo e dal ritmo regolare, incernierato attorno al cortile e costituito dal susseguirsi di otto ambienti. 
Le torri angolari, circolari all’esterno, risultano a pianta ottagonale all’interno, sormontate da volte a ombrello. Studioso della matematica e dell’astronomia, Federico II ha probabilmente voluto che la costruzione avesse un chiaro riferimento alla cabala. L’ottagono è infatti il risultato dell’intersezione di un cerchio, che rappresenta il potere divino, con un quadrato, che simboleggia il potere temporale. La figura ottagonale allude al potere divino sulla terra dell’imperatore.

Durante la rivolta dei Vespri il castello divenne sede del parlamento di Sicilia (1282-1302) e successivamente residenza degli Aragonesi.
Nel 1347 all'interno del castello venne firmata la cosiddetta Pace di Catania fra Giovanni di Randazzo e Giovanna d'Angiò.
Nel Cinquecento, quando ancora controllava il porto etneo, il castello venne cinto da mura bastionate – il bastione di San Giorgio sul lato meridionale e quello di Santa Croce a nord est poi completamente inghiottiti dalla colata lavica del 1669 - e rimaneggiato. Parte del castello venne inoltre adibito a prigione, destinazione che portò a numerose trasformazioni dell’interno (le grandi sale del piano terra furono suddivise da nuovi muri e solai, che crearono ambienti minori, piccole celle dette dammusi) e che mantenne fino al 1838. Dal 1934 ospita il Museo civico di Catania.



sabato 11 ottobre 2025

Grotta del Crocefisso, colle Metapiccola, Carlentini

 Grotta del Crocefisso, colle Metapiccola, Carlentini



Le notizie documentarie sulla chiesa del Crocefisso sono scarsissime se si esclude il
graffito con data 1764 posto sulla porta d’ingresso alla grotta e dovuto ad una risistemazione della stessa ad opera di eremiti laici locali. Antecedentemente, probabilmente nel XVI secolo, il vano era stato adibito a sepolcreto, come risulterebbe dalla lettura del pavimento e del vano sottostante quest’ultimo, riconoscibile come ossario. A questo periodo, probabilmente, risalgono anche ingenti lavori di ristrutturazione dello spazio sacro, con l’apertura di due varchi tra i due vani principali del complesso e del listello di roccia che divide il vano dedicato al culto e, infine, con l’escavazione di un ambiente atto a rendere più profondo l’invaso principale. A seguito di questi lavori si attuò una sorta di ribaltamento dell’asse della chiesa con il posizionamento dell’altare di fronte all’ingresso, dedicato alla Vergine, come attesterebbe un affresco cinquecentesco ancora tardo gotico.


Attualmente la grotta risulta composta da almeno due ambienti quadrangolari simmetrici, comunicanti attraverso un varco. Il vano di destra appare leggermente più ampio dell’altro e, per la presenza di un’abside scavata immediatamente a destra dell’ingresso ad Est, si configura come la vera e propria chiesa. Il vano di sinistra, invece, che adesso ha un ingresso autonomo, probabilmente in origine una finestra, sembra frutto di una ricostruzione settecentesca che lo adibì al culto.


La presenza di un cenobio sopra la grotta conferma inoltre la rilevanza spirituale e culturale di questo sito nel tempo. 


All'interno si notano un nicchione ad arco con altare, due ossari (XV sec. circa), mentre, al di sotto di una grata sul pavimento, troviamo una cripta (putridarium) (1) con 16 sedili sepolcrali con purificatori (XVI-XVII sec.).


particolare del putridarium

Apparato iconografico

La chiesa del Crocifisso presenta il più complesso apparato iconografico della Sicilia rupestre. In essa, infatti, è testimoniata la continuità del culto del luogo con la presenza di almeno cinque fasi decorative che non possono essere definite semplici pitture votive ma, almeno per quanto riguarda i dipinti del secondo strato (nel catino absidale e lungo le pareti della chiesa, con la presentazione della teoria dei santi), fanno parte di un vero e proprio programma iconografico rinnovato in tempi diversi. La cattiva leggibilità degli affreschi non permette una sicura ipotesi circa la datazione degli stessi; essa può essere solo accennata su base archeologica e, solo dove i lacerti pittorici lo permettono, su analisi stilistiche.

Apparterrebbero ad una prima fase di frequentazione della grotta (XII sec) piccole tracce di affreschi posti lungo la parete meridionale del vano maggiore, coperti da pannelli di poco più recenti. Essi sono distribuiti in formelle disposte su almeno tre ordini e rappresenterebbero scene del Giudizio Universale riprendendo un tema iconografico molto comune nel mondo medioevale.
Al XIII secolo sono riferibili porzioni di affreschi organizzati per pannelli isolati; essi occupano la parete e la conca absidale ad est e rappresentano: la Crocifissione e il Cristo Pantocrator. La Crocifissione è, purtroppo, molto frammentaria tanto da permettere l’identificazione solo del Cristo con la testa reclinata e della Vergine. 




L'affresco raffigurante il Cristo Pantocrator recentemente restaurato (contrassegnato da una stella bianca nella pianta) si trova nel catino absidale al di sotto del quale era originariamente collocato l'altare. Il Cristo è racchiuso in una mandorla decorata con crocette bicrome rosse e nere, assiso in trono e affiancato da due coppie di angeli che sostengono la mandorla. La mano destra è alzata nell'atto della benedizione mentre la sinistra tiene il libro delle Scritture, i piedi nudi poggiano su un tappeto ornato di rosso. L’iconografia del Cristo affine a quella del Duomo di Cefalù e altri particolari, permettono di ravvisare forti analogie con la pittura bizantina dell’inizio del XIII secolo.

Polittico di San Leonardo

Cronologicamente vicini al Cristo Pantocrator sembrano i pannelli del cosiddetto “Polittico di San Leonardo”, che da sinistra a destra raffigurano rispettivamente: Santa Elisabetta, la Mater Domini, San Leonardo, San Giovanni Battista e un santo vescovo. La parte bassa dell'affresco è andata in gran parte perduta per realizzare l'apertura di comunicazione tra i due vani.


Dall'analisi dell'apparato iconografico si può dedurre che originariamente la grotta fosse dedicata alla Vergine (in tal modo si spiegherebbe l’affresco cinquecentesco posto sull’altare di fronte all’ingresso) e l’intera decorazione della parete nord, con pannelli legati al culto mariano. È possibile, inoltre, che in tale grotta fosse localizzato il culto di Santa Maria della Cava, cui era intitolata la prima cattedrale di Lentini. Riguardo la nuova denominazione di “grotta del Crocifisso” è possibile che essa fosse legata alla rappresentazione di un Crocifisso a sinistra dell’abside, probabilmente, di epoca secentesca.

Note:

(1) Il putridarium è una camera sepolcrale “provvisoria” in cui i cadaveri venivano adagiati su dei sedili in attesa che il processo di putrefazione liberasse le ossa che venivano poi lavate e riposte negli ossari. I sedili presentavano un foro centrale al di sotto del quale veniva posto un vaso che raccoglieva i liquidi corporei e i prodotti di disfacimento. Usati nel medioevo in particolare per monaci e monache, erano diffusi soprattutto nel meridione.







domenica 5 ottobre 2025

Il tempio di Atena (attuale cattedrale di Siracusa)

Il tempio di Atena (attuale cattedrale di Siracusa)


Planimetria dell'Athenaion

Il nucleo originario della cattedrale di Siracusa è rappresentato dall'Athenaion, il tempio in onore di Atena fatto erigere nel 480 a.C da Gelone, il primo tiranno di Siracusa (485-478), per celebrare la vittoria contro i Cartaginesi nella battaglia di Imera. Il tempio era un periptero esastilo con quattordici colonne di ordine dorico sul lato lungo e sei su quello corto che poggiavano su un imponente stilobate a tre gradini. La cella della divinità – probabilmente priva di tetto (ipetrale) – era preceduta da pronao e seguita da opistodomo, i cui ingressi erano entrambi definiti da due colonne.

Planimetria della chiesa bizantina

Dopo la conquista bizantina di Siracusa (535) il tempio fu convertito in chiesa cristiana. Furono murati gli intercolumnii (come ancora oggi è possibile notare), mentre nei muri più interni della antica cella furono aperti 8 archi per lato, in modo da realizzare un edificio a tre navate ciascuna conclusa da un'abside sul fondo. Furono anche eliminati i muri che dividevano il vano posteriore (opistodomo) dalla cella e questa dal pronao. Oltracciò venne rovesciato l'orientamento dell'edificio, sì che l'ingresso attuale corrisponde a quella che era la parte posteriore del tempio pagano.

Retrofacciata. 

Da notare le due colonne del tempio di Atena che introducevano all'opistodomo e che oggi fiancheggiano l'ingresso principale della chiesa.

Navata centrale. 

Si osservano le archeggiature aperte nelle pareti della cella per formare la pianta basilicale a tre navate della chiesa. Più in alto le finestre aperte in epoca normanna. Nel mezzo corre la scritta in lettere di bronzo:“ECCLESIA SYRACUSANA PRIMA DIVI PETRI FILIA ET PRIMA POST ANTIOCHENAM CHRISTO DICATA”, che ricorda il diploma del 1517 con cui il pontefice Leone X riconobbe la "chiesa siracusana prima figlia di Pietro e seconda ad essere dedicata al Cristo dopo quella di Antiochia".

Attualmente all'esterno, restano visibili, sul fianco sinistro della cattedrale che affaccia su via Minerva, alcune colonne originarie con lo stilobate sul quale esse poggiavano, mentre all'interno sono altresì ben visibili 9 colonne del lato destro del periptero e le due antistanti la cella visibili nel corpo della retrofacciata.

Il lato della cattedrale che prospetta su via Minerva

Nel 640 San Zosimo, allora vescovo di Siracusa, dedicò la chiesa alla Natività di Maria e vi trasferì la cattedrale dall’antica sede di S. Giovanni alle catacombe.
Dopo la conquista araba (878) la chiesa fu saccheggiata e convertita in moschea. Venne restituita al culto cristiano dopo l'avvento dei Normanni che intrapresero anche
consistenti lavori di restauro elevando i muri della navata centrale e aprendo una serie di finestre strambate nella muratura bizantina. Fu inoltre realizzata una nuova facciata e eretta la torre campanaria.
Il terremoto del 1693 danneggiò gravemente la chiesa determinando il crollo del campanile (che non fu più ricostruito) e quello della facciata che venne ricostruita in stile barocco su progetto dell'architetto Andrea Palma tra il 1728 ed il 1753.











domenica 28 settembre 2025

San Giovanni alle catacombe, Siracusa

San Giovanni alle catacombe, Siracusa


L'antica Basilica di San Giovanni venne edificata attorno al VI secolo nel luogo dove, secondo la tradizione, fu sepolto il primo vescovo di Siracusa, Marciano (1). E stata ritenuta per lungo tempo la prima Cattedrale di Siracusa.

Planimetria della cripta. Cerchiato in nero il sarcofago in muratura di San Marciano 

La cripta di San Marciano, con la basilica sovrastante, è ubicata in un sito, che ricevette una prima sistemazione in età greca classica con l'apertura di una cava di pietra, all'interno della quale, dopo il suo abbandono, si installò in epoca tardoellenistica un'officina di vasai con annessa area cultuale. Nel tardo impero il sito ebbe destinazione cimiteriale ed accolse piccoli ipogei, i cui resti sono ancora in parte visibili. Quest'area cimiteriale fu utilizzata almeno sino al 423, come documenta un'iscrizione consolare; le testimonianze epigrafiche e pittoriche suggeriscono inoltre che il sepolcreto era cristiano. Esso venne interamente manomesso nel VI sec. per far posto alla cripta, realizzata in parte con un approfondimento del taglio in roccia ed in parte con strutture murarie colmate all'esterno da terra di scarico trattenuta da muri di contenimento e rinforzo. 

Sarcofago di San Marciano 

La sistemazione della cripta riecheggia quella delle trichorae con l'aggiunta di recessi laterali. In quello di destra è collocata una struttura muraria a guisa di sarcofago in cui si apre la fenestella confessionis e in cui furono deposti i resti di San Marciano.

Quattro colonne disposte a quadrato – di tre delle quali sono ancora visibili i basamenti - definivano il corpo centrale in cui si trovava l'altare e ne sostenevano la copertura. Nel XII secolo, probabilmente in seguito al crollo del corpo centrale, le colonne furono sostituite da possenti pilastri in muratura alla cui sommità furono posti altrettanti capitelli ciascuno dei quali riporta il simbolo di uno degli evangelisti.

Capitello con l'aquila simbolo di San Giovanni evangelista 

La cripta si estende attualmente sotto la parte settentrionale della navata centrale ed in particolare sotto la navata sinistra della sovrastante chiesa e l’attuale chiesetta dell’attiguo convento dei Frati Minori.



Sulle pareti si notano più strati di decorazione a fresco sovrapposti. La maggior parte di quelli ancora visibili risalgono alla ristrutturazione del XII secolo.
Sul muro perimetrale della cappella di destra si distinguono quattro figure: la prima a sinistra è un santo barbato con nimbo, la cui mano destra benedice con le dita distese, secondo il rito orientale, mentre la mano sinistra stringe una croce. La figura indossa una tunica rossa sotto ad un mantello nero.
La seconda figura è un santo più giovane, imberbe, dal naso lungo e affilato e i capelli ricci. La foggia della veste è orientale: tunica grigia dalle larghe maniche e un pallio rosso che avvolge il corpo: è San Giovanni evangelista.
Accanto vi è una Madonna che stringe al seno il bambino. Il suo capo è coperto da un velo turchino, mentre il bambino indossa una tunica celeste e un mantello rosso e stringe nella mano sinistra un piccolo rotolo.
L’ultima figura è poco visibile, dalle scritte sottostanti pare si tratti di S. Vito. 


Nella zona absidale sono presenti due affreschi, raffiguranti l'uno santa Lucia, Vergine e Martire siracusana, morta nel 304, l'altro non identificabile con certezza a causa della condizione piuttosto evanescente, era forse la rappresentazione di San Marciano.


La Chiesa sovrastante fu costruita nel VI secolo, in epoca bizantina, sopra le preesistenti catacombe, e fu edificata esattamente al di sopra della cripta di San Marciano, in modo che la sepoltura del Santo si trovasse in asse con l’altare, posto al centro della navata e limitato da una balaustra. Presentava una pianta basilicale a tre navate separate da due file di sei colonne doriche e l'abside rialzato da una gradinata.

Planimetria della chiesa originaria sovrapposta a quella della cripta 

Di questa chiesa rimangono oggi l'abside rialzata e alcune colonne sul lato meridionale della nave. 

 Abside
 
Abbandonata sotto la dominazione araba, la chiesa fu ristrutturata in età normanna. Vennero rifatte in toto le mura perimetrali, e prolungati con delle semicolonne i pilastri che fiancheggiano l'abside. Le colonne furono ridotte da 12 a 10. Alla ristrutturazione normanna si deve anche il rosone al culmine della facciata occidentale ed il portale d'ingresso – oggi murato – che sembrerebbe frutto del riassemblaggio di elementi decorativi dell'antica chiesa bizantina.

La facciata occidentale ricostruita in epoca normanna

Per ragioni non del tutto chiare la chiesa cadde nuovamente in disuso e tale rimase fino al 1636 quando fu concessa ai Carmelitani di Montesanto. Questi inserirono all'interno del vecchio edificio una nuova chiesa, orientata lungo l'asse nord-sud, che occupò lo spazio delle prime due campate di quella preesistente. 

Nel 1693 la chiesa venne gravemente danneggiata e ricostruita nei primi anni del XVIII secolo. A questa ristrutturazione si deve l'aspetto attuale della facciata meridionale della nuova chiesa che presenta un portale d'ingresso inquadrato da due pilastri ornato da bassorilievi. Sopra di questo una nicchia ed una finestra circolare mentre sul culmine della facciata è posta una statua del Battista tra quattro semiobelischi. 

Facciata meridionale della nuova chiesa

E' infine sopravanzata da un portico realizzato con materiali di spoglio quattrocenteschi di stile gotico-catalano. Durante

 
Durante l'assedio del 877-878 l'emiro Giafar Ibn Muhammed pose il suo campo nei pressi di questa chiesa. 


Note:

(1) Discepolo di San Pietro apostolo in Antiochia, fu da lui inviato nel 39 in Sicilia a predicare il Vangelo; qui si fermò a Siracusa dove operò molte conversioni, accompagnate da miracoli, finché non venne ucciso. E' considerato il primo vescovo di Siracusa (nonchè d'Occidente). Tuttavia le prime fonti scritte risalgono soltanto al VI-VII secolo e risentono della mancanza di certezze storiche appoggiandosi più che altro a tradizioni locali che lo vogliono martirizzato per lapidazione nel 68. La più antica raffigurazione di S. Marciano è databile all'VIII-IX secolo e si trova nell'oratorio delle catacombe siracusane diS. Lucia. 






venerdì 29 agosto 2025

Il Tempio di Apollo di Siracusa

 Il Tempio di Apollo di Siracusa


Piazza Emanuele Pancali, veduta aerea

L'edificio sacro originario era un tempio periptero esastilo, delle dimensioni di mt. 58,10 x 24,50, con 17 colonne nei lati maggiori e sei sui lati minori. All'interno, e più precisamente tra il pronao e le colonne del lato minore rivolto ad oriente, sono altre sei colonne disposte parallelamente alle colonne del fronte d'ingresso. La cella era tripartita da due filari di colonne con doppio ordine. Nel versante occidentale del tempio era presente l'adyton.
L’attribuzione del tempio al culto di Apollo è stata possibile grazie ad una iscrizione che si trova sulla faccia verticale di un gradino del crepidoma sul versante orientale in corrispondenza delle prime tre colonne di sinistra della facciata. L'epigrafe è formata da lettere alte circa 20 cm. e si estende per una lunghezza di 8 metri. Essa recita: Kleomenes (o Kleomedes), figlio di Knidieidas, fece ad Apollo ed Epikles i colonnati, opere belle“.
Risale alla metà del VII sec a.C. ed è pertanto il tempio dorico in pietra più antico dell'isola.


Fu convertito in chiesa cristiana dopo la riconquista bizantina della Sicilia (VI sec.). La trasformazione non coinvolse però l'intero tempio, che evidentemente non versava in buone condizioni, ma ne utilizzò il solo naos che, di per sé, con la sua partizione in tre navi, era del tutto idoneo a essere trasformato in chiesa. “II riadattamento era stato ottenuto con la parziale occlusione dell'intercolumnio, utilizzando il materiale apprestato dalla rovina stessa del tempio... il coronamento era dato da un semplice architrave monolitico... il breve spazio fra gli stipiti e le colonne era ricolmato con muratura a pezzate” ( L. Bernabò Brea, 1971).
Già in epoca bizantina l'innalzamento del piano stradale non faceva più corrispondere il piano della chiesa cristiana con quello del tempio pagano, e si dovette procedere a una rozza sopraelevazione, utilizzando materiale proveniente dallo stesso tempio.
Si provvide, in quella occasione, a munire di un altro gradino il crepidoma, rimasto troppo in basso. Altri lavori riguardarono una sorta di vasca battesimale ricavata dai tre gradini inferiori dello stilobate [che]... rotti con un profondo taglio rettangolare... [vennero rivestiti all'interno] da un grande lastrone calcare monolitico, con il lembo superiore riccamente sagomato (P. Orsi).


Sul lato occidentale, al di fuori della riadattata parte del tempio si nota un massiccio basamento (m 9,10 x 8) che probabilmente apparteneva ad un torrione di epoca bizantina assieme ai resti della contigua cortina muraria, il cui materiale da costruzione fu in parte ricavato dalle pietre squadrate tolte al tempio classico in quelle parti rimaste non utilizzate dalla chiesa bizantina.
E' incerta la destinazione che ebbe l'edificio durante la dominazione araba, anche se un'iscrizione in lingua araba presente sul lato interno dell'unico muro superstite sembra attestare la sua conversione in moschea. Alla dominazione araba risale anche il taglio delle colonne del peristilio.


Basamento di un torrione bizantino

Sotto i Normanni l'edificio fu comunque nuovamente convertito in chiesa cristiana. La chiesa normanna - posta a quasi 2 metri di altezza dall'originario basamento del tempio e notevolmente più piccola di quella bizantina - fu però orientata sull'asse nord-sud e doveva avere l'abside sul lato settentrionale contrapposta al vano d'ingresso costituito dall'arco ogivale, ancor oggi visibile, praticato nel muro meridionale – l'unico ancora in piedi - della cella del tempio. 

Il portale normanno

Al secolo XIV si fanno invece risalire le «crocierine gotiche, di perfetta fattura, che investono e soverchiano, con arditissimo slancio, il portale normanno. [Esse] Sono manifestamente gli avanzi delle crociere di un edificio probabilmente religioso orientato nello stesso senso del tempio normanno» e che dovevano innestarsi nella volta centrale orientata in senso est-ovest, a copertura della navata centrale. Il portale esternamente è sormontato da una doppia ghiera in conci di pietra mentre all'interno al di sopra di esso si notano tre archi rincassati. Della chiesa normanna è nota la dedica al Salvatore. 


Nel 1562 il vicerè spagnolo fece costruire una grande caserma che inglobò la chiesa e ciò che restava del tempio. Soltanto l'intervento diretto dall'archeologo Paolo Orsi tra il 1938 ed il 1942 liberò il tempio dalla fabbrica della caserma spagnola riportandolo alla luce.