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sabato 11 ottobre 2025

Grotta del Crocefisso, colle Metapiccola, Carlentini

 Grotta del Crocefisso, colle Metapiccola, Carlentini



Le notizie documentarie sulla chiesa del Crocefisso sono scarsissime se si esclude il
graffito con data 1764 posto sulla porta d’ingresso alla grotta e dovuto ad una risistemazione della stessa ad opera di eremiti laici locali. Antecedentemente, probabilmente nel XVI secolo, il vano era stato adibito a sepolcreto, come risulterebbe dalla lettura del pavimento e del vano sottostante quest’ultimo, riconoscibile come ossario. A questo periodo, probabilmente, risalgono anche ingenti lavori di ristrutturazione dello spazio sacro, con l’apertura di due varchi tra i due vani principali del complesso e del listello di roccia che divide il vano dedicato al culto e, infine, con l’escavazione di un ambiente atto a rendere più profondo l’invaso principale. A seguito di questi lavori si attuò una sorta di ribaltamento dell’asse della chiesa con il posizionamento dell’altare di fronte all’ingresso, dedicato alla Vergine, come attesterebbe un affresco cinquecentesco ancora tardo gotico.


Attualmente la grotta risulta composta da almeno due ambienti quadrangolari simmetrici, comunicanti attraverso un varco. Il vano di destra appare leggermente più ampio dell’altro e, per la presenza di un’abside scavata immediatamente a destra dell’ingresso ad Est, si configura come la vera e propria chiesa. Il vano di sinistra, invece, che adesso ha un ingresso autonomo, probabilmente in origine una finestra, sembra frutto di una ricostruzione settecentesca che lo adibì al culto.


La presenza di un cenobio sopra la grotta conferma inoltre la rilevanza spirituale e culturale di questo sito nel tempo. 


All'interno si notano un nicchione ad arco con altare, due ossari (XV sec. circa), mentre, al di sotto di una grata sul pavimento, troviamo una cripta (putridarium) (1) con 16 sedili sepolcrali con purificatori (XVI-XVII sec.).


particolare del putridarium

Apparato iconografico

La chiesa del Crocifisso presenta il più complesso apparato iconografico della Sicilia rupestre. In essa, infatti, è testimoniata la continuità del culto del luogo con la presenza di almeno cinque fasi decorative che non possono essere definite semplici pitture votive ma, almeno per quanto riguarda i dipinti del secondo strato (nel catino absidale e lungo le pareti della chiesa, con la presentazione della teoria dei santi), fanno parte di un vero e proprio programma iconografico rinnovato in tempi diversi. La cattiva leggibilità degli affreschi non permette una sicura ipotesi circa la datazione degli stessi; essa può essere solo accennata su base archeologica e, solo dove i lacerti pittorici lo permettono, su analisi stilistiche.

Apparterrebbero ad una prima fase di frequentazione della grotta (XII sec) piccole tracce di affreschi posti lungo la parete meridionale del vano maggiore, coperti da pannelli di poco più recenti. Essi sono distribuiti in formelle disposte su almeno tre ordini e rappresenterebbero scene del Giudizio Universale riprendendo un tema iconografico molto comune nel mondo medioevale.
Al XIII secolo sono riferibili porzioni di affreschi organizzati per pannelli isolati; essi occupano la parete e la conca absidale ad est e rappresentano: la Crocifissione e il Cristo Pantocrator. La Crocifissione è, purtroppo, molto frammentaria tanto da permettere l’identificazione solo del Cristo con la testa reclinata e della Vergine. 




L'affresco raffigurante il Cristo Pantocrator recentemente restaurato (contrassegnato da una stella bianca nella pianta) si trova nel catino absidale al di sotto del quale era originariamente collocato l'altare. Il Cristo è racchiuso in una mandorla decorata con crocette bicrome rosse e nere, assiso in trono e affiancato da due coppie di angeli che sostengono la mandorla. La mano destra è alzata nell'atto della benedizione mentre la sinistra tiene il libro delle Scritture, i piedi nudi poggiano su un tappeto ornato di rosso. L’iconografia del Cristo affine a quella del Duomo di Cefalù e altri particolari, permettono di ravvisare forti analogie con la pittura bizantina dell’inizio del XIII secolo.

Polittico di San Leonardo

Cronologicamente vicini al Cristo Pantocrator sembrano i pannelli del cosiddetto “Polittico di San Leonardo”, che da sinistra a destra raffigurano rispettivamente: Santa Elisabetta, la Mater Domini, San Leonardo, San Giovanni Battista e un santo vescovo. La parte bassa dell'affresco è andata in gran parte perduta per realizzare l'apertura di comunicazione tra i due vani.


Dall'analisi dell'apparato iconografico si può dedurre che originariamente la grotta fosse dedicata alla Vergine (in tal modo si spiegherebbe l’affresco cinquecentesco posto sull’altare di fronte all’ingresso) e l’intera decorazione della parete nord, con pannelli legati al culto mariano. È possibile, inoltre, che in tale grotta fosse localizzato il culto di Santa Maria della Cava, cui era intitolata la prima cattedrale di Lentini. Riguardo la nuova denominazione di “grotta del Crocifisso” è possibile che essa fosse legata alla rappresentazione di un Crocifisso a sinistra dell’abside, probabilmente, di epoca secentesca.

Note:

(1) Il putridarium è una camera sepolcrale “provvisoria” in cui i cadaveri venivano adagiati su dei sedili in attesa che il processo di putrefazione liberasse le ossa che venivano poi lavate e riposte negli ossari. I sedili presentavano un foro centrale al di sotto del quale veniva posto un vaso che raccoglieva i liquidi corporei e i prodotti di disfacimento. Usati nel medioevo in particolare per monaci e monache, erano diffusi soprattutto nel meridione.







domenica 5 ottobre 2025

Il tempio di Atena (attuale cattedrale di Siracusa)

Il tempio di Atena (attuale cattedrale di Siracusa)


Planimetria dell'Athenaion

Il nucleo originario della cattedrale di Siracusa è rappresentato dall'Athenaion, il tempio in onore di Atena fatto erigere nel 480 a.C da Gelone, il primo tiranno di Siracusa (485-478), per celebrare la vittoria contro i Cartaginesi nella battaglia di Imera. Il tempio era un periptero esastilo con quattordici colonne di ordine dorico sul lato lungo e sei su quello corto che poggiavano su un imponente stilobate a tre gradini. La cella della divinità – probabilmente priva di tetto (ipetrale) – era preceduta da pronao e seguita da opistodomo, i cui ingressi erano entrambi definiti da due colonne.

Planimetria della chiesa bizantina

Dopo la conquista bizantina di Siracusa (535) il tempio fu convertito in chiesa cristiana. Furono murati gli intercolumnii (come ancora oggi è possibile notare), mentre nei muri più interni della antica cella furono aperti 8 archi per lato, in modo da realizzare un edificio a tre navate ciascuna conclusa da un'abside sul fondo. Furono anche eliminati i muri che dividevano il vano posteriore (opistodomo) dalla cella e questa dal pronao. Oltracciò venne rovesciato l'orientamento dell'edificio, sì che l'ingresso attuale corrisponde a quella che era la parte posteriore del tempio pagano.

Retrofacciata

Da notare le due colonne del tempio di Atena che introducevano all'opistodomo e che oggi fiancheggiano l'ingresso principale della chiesa.

Navata centrale. 

Si osservano le archeggiature aperte nelle pareti della cella per formare la pianta basilicale a tre navate della chiesa. Più in alto le finestre aperte in epoca normanna. Nel mezzo corre la scritta in lettere di bronzo:“ECCLESIA SYRACUSANA PRIMA DIVI PETRI FILIA ET PRIMA POST ANTIOCHENAM CHRISTO DICATA”, che ricorda il diploma del 1517 con cui il pontefice Leone X riconobbe la "chiesa siracusana prima figlia di Pietro e seconda ad essere dedicata al Cristo dopo quella di Antiochia".

Attualmente all'esterno, restano visibili, sul fianco sinistro della cattedrale che affaccia su via Minerva, alcune colonne originarie con lo stilobate sul quale esse poggiavano, mentre all'interno sono altresì ben visibili 9 colonne del lato destro del periptero e le due antistanti la cella visibili nel corpo della retrofacciata.

Il lato della cattedrale che prospetta su via Minerva

Nel 640 San Zosimo, allora vescovo di Siracusa, dedicò la chiesa alla Natività di Maria e vi trasferì la cattedrale dall’antica sede di S. Giovanni alle catacombe.
Dopo la conquista araba (878) la chiesa fu saccheggiata e convertita in moschea. Venne restituita al culto cristiano dopo l'avvento dei Normanni che intrapresero anche
consistenti lavori di restauro elevando i muri della navata centrale e aprendo una serie di finestre strambate nella muratura bizantina. Fu inoltre realizzata una nuova facciata e eretta la torre campanaria.
Il terremoto del 1693 danneggiò gravemente la chiesa determinando il crollo del campanile (che non fu più ricostruito) e quello della facciata che venne ricostruita in stile barocco su progetto dell'architetto Andrea Palma tra il 1728 ed il 1753.











domenica 28 settembre 2025

San Giovanni alle catacombe, Siracusa

San Giovanni alle catacombe, Siracusa


L'antica Basilica di San Giovanni venne edificata attorno al VI secolo nel luogo dove, secondo la tradizione, fu sepolto il primo vescovo di Siracusa, Marciano (1). E stata ritenuta per lungo tempo la prima Cattedrale di Siracusa.

Planimetria della cripta. Cerchiato in nero il sarcofago in muratura di San Marciano 

La cripta di San Marciano, con la basilica sovrastante, è ubicata in un sito, che ricevette una prima sistemazione in età greca classica con l'apertura di una cava di pietra, all'interno della quale, dopo il suo abbandono, si installò in epoca tardoellenistica un'officina di vasai con annessa area cultuale. Nel tardo impero il sito ebbe destinazione cimiteriale ed accolse piccoli ipogei, i cui resti sono ancora in parte visibili. Quest'area cimiteriale fu utilizzata almeno sino al 423, come documenta un'iscrizione consolare; le testimonianze epigrafiche e pittoriche suggeriscono inoltre che il sepolcreto era cristiano. Esso venne interamente manomesso nel VI sec. per far posto alla cripta, realizzata in parte con un approfondimento del taglio in roccia ed in parte con strutture murarie colmate all'esterno da terra di scarico trattenuta da muri di contenimento e rinforzo. 

Sarcofago di San Marciano 

La sistemazione della cripta riecheggia quella delle trichorae con l'aggiunta di recessi laterali. In quello di destra è collocata una struttura muraria a guisa di sarcofago in cui si apre la fenestella confessionis e in cui furono deposti i resti di San Marciano.

Quattro colonne disposte a quadrato – di tre delle quali sono ancora visibili i basamenti - definivano il corpo centrale in cui si trovava l'altare e ne sostenevano la copertura. Nel XII secolo, probabilmente in seguito al crollo del corpo centrale, le colonne furono sostituite da possenti pilastri in muratura alla cui sommità furono posti altrettanti capitelli ciascuno dei quali riporta il simbolo di uno degli evangelisti.

Capitello con l'aquila simbolo di San Giovanni evangelista 

La cripta si estende attualmente sotto la parte settentrionale della navata centrale ed in particolare sotto la navata sinistra della sovrastante chiesa e l’attuale chiesetta dell’attiguo convento dei Frati Minori.



Sulle pareti si notano più strati di decorazione a fresco sovrapposti. La maggior parte di quelli ancora visibili risalgono alla ristrutturazione del XII secolo.
Sul muro perimetrale della cappella di destra si distinguono quattro figure: la prima a sinistra è un santo barbato con nimbo, la cui mano destra benedice con le dita distese, secondo il rito orientale, mentre la mano sinistra stringe una croce. La figura indossa una tunica rossa sotto ad un mantello nero.
La seconda figura è un santo più giovane, imberbe, dal naso lungo e affilato e i capelli ricci. La foggia della veste è orientale: tunica grigia dalle larghe maniche e un pallio rosso che avvolge il corpo: è San Giovanni evangelista.
Accanto vi è una Madonna che stringe al seno il bambino. Il suo capo è coperto da un velo turchino, mentre il bambino indossa una tunica celeste e un mantello rosso e stringe nella mano sinistra un piccolo rotolo.
L’ultima figura è poco visibile, dalle scritte sottostanti pare si tratti di S. Vito. 


Nella zona absidale sono presenti due affreschi, raffiguranti l'uno santa Lucia, Vergine e Martire siracusana, morta nel 304, l'altro non identificabile con certezza a causa della condizione piuttosto evanescente, era forse la rappresentazione di San Marciano.


La Chiesa sovrastante fu costruita nel VI secolo, in epoca bizantina, sopra le preesistenti catacombe, e fu edificata esattamente al di sopra della cripta di San Marciano, in modo che la sepoltura del Santo si trovasse in asse con l’altare, posto al centro della navata e limitato da una balaustra. Presentava una pianta basilicale a tre navate separate da due file di sei colonne doriche e l'abside rialzato da una gradinata.

Planimetria della chiesa originaria sovrapposta a quella della cripta 

Di questa chiesa rimangono oggi l'abside rialzata e alcune colonne sul lato meridionale della nave. 

 Abside
 
Abbandonata sotto la dominazione araba, la chiesa fu ristrutturata in età normanna. Vennero rifatte in toto le mura perimetrali, e prolungati con delle semicolonne i pilastri che fiancheggiano l'abside. Le colonne furono ridotte da 12 a 10. Alla ristrutturazione normanna si deve anche il rosone al culmine della facciata occidentale ed il portale d'ingresso – oggi murato – che sembrerebbe frutto del riassemblaggio di elementi decorativi dell'antica chiesa bizantina.

La facciata occidentale ricostruita in epoca normanna

Per ragioni non del tutto chiare la chiesa cadde nuovamente in disuso e tale rimase fino al 1636 quando fu concessa ai Carmelitani di Montesanto. Questi inserirono all'interno del vecchio edificio una nuova chiesa, orientata lungo l'asse nord-sud, che occupò lo spazio delle prime due campate di quella preesistente. 

Nel 1693 la chiesa venne gravemente danneggiata e ricostruita nei primi anni del XVIII secolo. A questa ristrutturazione si deve l'aspetto attuale della facciata meridionale della nuova chiesa che presenta un portale d'ingresso inquadrato da due pilastri ornato da bassorilievi. Sopra di questo una nicchia ed una finestra circolare mentre sul culmine della facciata è posta una statua del Battista tra quattro semiobelischi. 

Facciata meridionale della nuova chiesa

E' infine sopravanzata da un portico realizzato con materiali di spoglio quattrocenteschi di stile gotico-catalano. Durante

 
Durante l'assedio del 877-878 l'emiro Giafar Ibn Muhammed pose il suo campo nei pressi di questa chiesa. 


Note:

(1) Discepolo di San Pietro apostolo in Antiochia, fu da lui inviato nel 39 in Sicilia a predicare il Vangelo; qui si fermò a Siracusa dove operò molte conversioni, accompagnate da miracoli, finché non venne ucciso. E' considerato il primo vescovo di Siracusa (nonchè d'Occidente). Tuttavia le prime fonti scritte risalgono soltanto al VI-VII secolo e risentono della mancanza di certezze storiche appoggiandosi più che altro a tradizioni locali che lo vogliono martirizzato per lapidazione nel 68. La più antica raffigurazione di S. Marciano è databile all'VIII-IX secolo e si trova nell'oratorio delle catacombe siracusane diS. Lucia. 






sabato 24 settembre 2022

chiesa di San Nicolò Regale, Mazara del Vallo

 chiesa di San Nicolò Regale, Mazara del Vallo

Costruita nel 1124 sul molo orientale del porto-canale di Mazara per volontà di Ruggero II e affidata inizialmente a monaci di rito greco, entrò successivamente a far parte del complesso abbaziale benedettino di San Nicolò e Giovanni Prodromo oggi non più esistente.



Presenta una pianta a croce greca inscritta con tre absidi e una cupola, impostata su un tamburo ampio e basso di forma cubica, che la sormonta. Le mura perimetrali mostrano aperture ogivali decorate da archi rincassati. Una cornice leggermente aggettante – posta al di sopra dei doccioni di smaltimento delle acque piovane – separa la muratura originaria dal coronamento dei merli circolari aggiunto nel XIII secolo.


Nell'interno si trovano un piccolo altare, quattro colonne centrali che sostengono il tamburo e delle colonnine incassate negli spigoli delle tre absidi oltre a una pavimentazione con un disegno a colori d'ispirazione islamica.


L'insieme delle caratteristiche architettoniche della chiesa l'apparentano alla chiesa palermitana di San Cataldo e a quella della Santissima Trinità di Delia a Castelvetrano.
Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa subì una radicale trasformazione per adattarla ai nuovi canoni barocchi, divenendo a pianta ottagonale con copertura a falde.
Nel 1947 si tentò di riportare la chiesa alle sue forme originarie, ma bisognò attendere fino agli anni Ottanta affinché questo gioiello dell'arte arabo-normanna riacquistasse le sue originali sembianze di edificio medievale.

Di particolare interesse è il basamento sottostante, nel quale sono state rinvenute nel 1933 tracce di mosaici romani che che probabilmente pavimentavano una piscina o di una residenza signorile o di un impianto termale di tarda età imperiale (tra il III ed il V secolo), come lascia pensare un'antica tubazione rinvenuta in uno stipite. Tra i resti malconci ne spicca uno, che ha al centro un cervo in corsa tra decorazioni floreali. Attualmente è chiusa, non visitabile da almeno 10 anni.





domenica 4 settembre 2022

Chiesa della Madonna dell'Alto (Santa Maria delle giummare), Mazara del Vallo

 Chiesa della Madonna dell'Alto (Santa Maria delle giummare), Mazara del Vallo


Fu fatta erigere nel XII sec. da Giuditta d'Altavilla – figlia di Ruggero I di Sicilia e della sua seconda moglie Eremburga di Mortain – nel luogo dove sorgeva una torre di avvistamento saracena (1) e deve probabilmente il nome al tipo di palma nana, detta giummara, che cresce spontaneamente nella zona.
Subito dopo la sua fondazione venne affidata ad una comunità di monaci basiliani.
Nel 1444 i monaci basiliani vennero sostituiti dai benedettini e nel 1567 divenne commenda dell'Ordine giovannita e tale rimase fino al 1811 quando fu assegnata al demanio e successivamente (1873) alla diocesi di Mazara. Nel 1947 si ebbe il crollo del portale di epoca trecentesca (successivamente rimontato).


I resti della torre saracena – addossata alla parete orientale della chiesa - sono ancora identificabili per via di una incredibile quanto affascinante scala a chiocciola che conduce, dall’attuale sagrestia, alle terrazze dell’edificio.

Lato orientale con i resti della torre saracena inglobati nella costruzione

La chiesa, nonostante i rifacimenti subiti nei secoli, mantiene una forte impronta normanna. A navata unica, è preceduta da un protiro, con un arco a sesto acuto in facciata sormontato da una nicchia e lateralmente da due archi a tutto sesto, fortemente rimaneggiato nel XIV sec. Per rafforzare la struttura con pilastri su cui scaricare le spinte della volta a crociera.


Internamente la chiesa è scandita trasversalmente in tre campate da due archi acuti ed uno a tutto sesto in prossimità della zona presbiteriale a pianta rettangolare. Entrando a destra, si nota un robusto arco risalente al periodo detto “chiaramontano” (2) ora cieco ed in parte affogato nella muratura della prima arcata interna alla chiesa. Probabilmente immetteva in una cappella costruita successivamente, come capita in tutte le chiese occidentali per via del diverso rituale celebrativo; poteva condurre anche a locali sussidiari aggiunti all’edificio all’epoca del passaggio della chiesa alla commenda dei Cavalieri di Malta, ma lo stemma che sovrasta l’arco reca la data del 1301 e riporta la stilizzazione di una croce da etimasia, il che fa pensare piuttosto ad un intervento ad opera dei Basiliani che modificarono il loro cenobio.
Sull'altare maggiore, all'interno di una nicchia, si conserva una statua marmorea della Madonna col bambino, opera di Giacomo Castagnola del 1575 che fu commissionata allo scultore dal primo commendatore giovannita, fra Giovanni Giorgio Vercelli.



Nelle due absidiole laterali - coerenti con la liturgia bizantina - sono presenti affreschi molto deteriorati che risalgono alla costruzione del nucleo originario della chiesa, rappresentanti San Giovanni Crisostomo e San Basilio. L’affresco che ritrae S.Basilio, identificato anche sulla base di alcune lettere greche recanti il nome del santo ormai scomparse, presenta i tradizionali canoni bizantini della sua iconografia. La nicchia di sinistra invece, in cui è ritratto S.Giovanni Crisostomo, presenta una cornice gialla con dentro tondi alternati, rossi e azzurri; l’aureola gialla del Santo, orlata di marrone; il libro con il dorso rosso.
Per consentire la costruzione di un altare sormontato da una immagine votiva si dovette smantellare la conca absidale, tompagnare l’arco absidale ancor’oggi visibile e costruire una cassa muraria che servisse da solida nicchia per la pesante statua mentre due squadrate aperture laterali sormontate da due oculi di chiara impronta cinquecentesca si frapposero tra le absidiole e l’altare. 
La copertura è a volta portante ed il pavimento in mattoni di cotto.


Note:

(1) Non si può escludere che si tratti invece del ripristino di un edificio di culto preesistente che i saraceni, dopo la conquista dell'isola nell'827, avrebbero trasformato in punto di avvistamento. I Normanni, in questo caso, non avrebbero fatto altro che modificare nuovamente l'edificio per riportarlo alla originaria funzione cultuale.

(2) Lo stile chiaramontano prende il nome dalla famiglia dei Chiaromonte che erano signori di Modica quando, nel XIV secolo, si sviluppò questa variante locale del gotico. Si caratterizza essenzialmente per l'uso di applicazioni in pietra con modanature a zig zag di matrice arabo-normanna, incastonate nelle ghiere merlettate di portali e bifore a sesto acuto.


lunedì 29 agosto 2022

Chiesa della Santissima Trinità (Cuba di Delia), Castelvetrano

Chiesa della Santissima Trinità (cuba di Delia)
Si trova nella campagna a ovest di Castelvetrano, a pochi chilometri dalla città (Via S.S. Trinità, 69, Castelvetrano).



Fu fondata tra il 1160 e il 1140 ed era il catholikon di un monastero basiliano. 
Si caratterizza all'esterno per tre absidi visibilmente pronunciate che si sviluppano sul lato orientale.
Al centro della struttura si slancia una cupola a sesto rialzato poggiata su un tamburo quadrato alleggerito da quattro finestre laterali e sostenuto a sua volta da arcate a sesto acuto che si innestano su quattro colonne di marmo cipollino e di granito rosso dotate di capitelli decorati con foglie d'acanto. I bracci della croce sono voltati a botte mentre gli incroci angolari sono chiusi da crociere. 


La struttura a croce greca si ripete anche nella cripta il cui accesso, mediante una scala esterna, si trova sul lato meridionale.



Sui lati ovest, nord e sud, si aprono altrettante porte ogivali mentre le finestre sono inserite in archi rincassati che movimentano la superficie.
Questo tipo di struttura con cupola si riscontra in numerose chiese di piccole dimensioni a Palermo, come S. Giovanni dei Lebbrosi e S. Giovanni degli Eremiti.
L’influsso islamico si osserva soprattutto nelle finestre, caratterizzate dalle mashrabiyya, griglie di piccoli pezzi di legno intarsiato, assemblati secondo un disegno geometrico. La riduzione della superficie prodotta dalla griglia accelera il passaggio del vento, che, accompagnato dal contatto con superfici umide, bacini o piatti riempiti d'acqua, contribuisce a diffondere il senso di freschezza all'interno dell’edificio.


La chiesa fu riscoperta e restaurata dall'architetto Giuseppe Patricolo nel 1880 per conto della famiglia Caime Saporito. E' tutt'oggi di proprietà della medesima famiglia – che l'acquistò nel Settecento dai monaci basiliani – e contiene le sepolture di diversi membri della casata castelvetranese. Al centro della nave è infatti collocato il sarcofago di Vincenzo Saporito (1849-1930, deputato del Regno d'Italia) che è la copia esatta di quello di Guglielmo I d'Altavilla nel duomo di Monreale.






sabato 26 febbraio 2022

Il Tempio della Concordia, Agrigento

 Il Tempio della Concordia, Agrigento


L’edificio deve il suo nome tradizionale a un’iscrizione latina della metà del I secolo con dedica alla “Concordia degli Agrigentini”, erroneamente messa in rapporto con il tempio dallo storico e teologo Tommaso Fazello intorno alla metà del ‘500 (1).
Il tempio di ordine dorico è del tipo periptero esastilo ed è databile intorno alla seconda metà del V secolo a.C., tra il 440 e il 430.
Presenta un basamento (krepidoma) di quattro gradini, su cui poggiano sei colonne sui lati brevi e tredici su quelli lunghi. Unico fra i templi agrigentini, conserva quasi interamente gli elementi della trabeazione e i due frontoni sui lati est e ovest.
Al suo interno il tempio è suddiviso in atrio di ingresso, cella e vano posteriore, il primo e l’ultimo con due colonne fra le ante. La porta della cella è fiancheggiata da due piloni entro cui è ricavata una scaletta di servizio che conduce al tetto.

La chiesa bizantina: secondo la tradizione il tempio fu trasformato in chiesa cristiana nel 596, quando Gregorio, vescovo di Agrigento, consacrò l’antico tempio ai Santi Apostoli Pietro e Paolo (2) dopo averne scacciato i demoni Eber e Raps.

Nato ad Agrigento nel 559, Gregorio avrebbe viaggiato molto compiendo opera di apostolato (Cartagine, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli). Nella capitale imperiale, Gregorio si ritira nel monastero dei Santi Sergio e Bacco, dove inizia a studiare le opere di san Giovanni Crisostomo. Conosciuta la sua saggezza, l'arcivescovo della città incarica il diacono Costantino e il filosofo Massimo di saggiare le sue conoscenze e la sua ortodossia; provata la sua fedeltà alla vera fede, viene ricevuto dall'arcivescovo. Alcune settimane più tardi, nella chiesa di Sant'Irene si celebra un concilio contro un'eresia sostenuta da Sergio, Ciro e Paolo; Gregorio, vi partecipa come supplente dell'arcivescovo di Sardica malato e la sua eloquenza riesce a sconfiggere gli eretici e a riportare molti all'ortodossia (3). Lo stesso imperatore Giustiniano lo riceve a palazzo. Qualche giorno dopo lascia Costantinopoli per Roma, dove si installa nel monastero di San Saba. Consacrato vescovo della chiesa agrigentina, dopo tredici anni di assenza fa ritorno nella sua città natale.

San Gregorio di Agrigento
diakonikon del Monastero di Dafni, XI sec.

Gli ex pretendenti al seggio episcopale, ordiscono però un complotto ai suoi danni accusandolo di aver insidiato una fanciulla. Gregorio viene destituito, incarcerato e tradotto a Roma. Dopo due anni venne prosciolto da ogni accusa e riabilitato. Tornato ad Agrigento fondò una nuova ecclesia in opposizione a quella governata dall'usurpatore Leucio e scelse come sede proprio il Tempio della Concordia da cui scacciò i demoni Eber e Raps con un vero e proprio esorcismo e dedicò l'edificio ai Santi Pietro e Paolo. Queste vicende sono riportate dal bios scritto da Leonzio che fu igoumeno del monastero di San Saba ai primi del IX secolo. A proposito della conversione del tempio l'agiografo aggiunge che Gregorio costruì anche delle utili celle, nelle quali si trovava a vivere da eremita egli stesso e quelli erano con lui». L'insediamento di una comunità monastica attorno alla chiesa sembra poi confermato dal privilegio di Ruggero II della fine dell'XI sec. in cui le viene riconosciuto il rango di chiesa abbaziale.

Nella conversione in chiesa il tempio fu orientato in senso opposto a quello originario per cui fu abbattuta la parete che separava l'opistòdomo dal naos, fondendo i due ambienti per creare la navata centrale. Gli spazi tra le colonne (intercolumnii) furono chiusi con un muro mentre nelle pareti del naos furono aperti sei archi a tutto sesto per lato (ancora oggi visibili) per mettere in comunicazione la nave con le navate laterali.


La navata centrale della chiesa bizantina come appare oggi

Il primo ordine di arcate venne murato e l'altare venne addossato al muro orientale, nel vano della
porta di accesso del tempio. Non sono del tutto chiari né la conformazione dell'abside, nè come si concludessero invece le due navate laterali se con absidiole o con una semplice parete rettilinea. Nelle due nicchie (ancora visibili) intagliate nei piloni che fiancheggiavano la cella – al cui interno si sviluppano le scale che conducono al tetto – inoltre, secondo Prado, erano state collocate le statue dei Santi Pietro e Paolo. 

Planimetria della chiesa bizantina proposta da Prado


Secondo l'architetto Luigi Trizzino - che diresse il restauro del tempio nella metà del secolo scorso - l’adattamento dell’edificio classico a luogo di culto cristiano in età bizantina interessò solo la parte orientale del tempio, utilizzando come sagrato della chiesa la rimanente parte del naos, ipotizzando un ampliamento della chiesa in epoca più tarda.

Planimetria della chiesa bizantina proposta da Trizzino

Appare però difficile che gli archi a tutto sesto che traforano la cella possano risalire ad un epoca successiva (in cui la chiesa sarebbe stata ampliata) a quella bizantina (tra il XII ed il XV sec. in Sicilia fu in uso essenzialmente l'arco gotico).

Sembra invece più probabile che in età rinascimentale, col declassamento della chiesa abbaziale a chiesa rurale in conseguenza delle pestilenze e della sua ubicazione extra moenia, si sia ridotta l'estensione della sua superficie per mezzo di un muro traverso la cui stuccatura ancora si vede in corrispondenza dell'inizio della seconda arcata ricavata nella cella.

a sn, all'altezza della seconda arcata, la linea d'inserzione del muro trasverso 
(in giallo nella planimetria di Zarbo) indicata dai resti della stuccatura in una fotografia del 1929.
Da notare anche le pareti erette a protezione delle arcate e la nicchia ricavata nel pilone. 


Planimetria della chiesa in epoca rinascimentale (Zarbo, 2010)

La chiesa fu definitivamente smantellata nel 1778 per ordine del principe di Torremuzza, regio custode delle antichità della valle di Mazara.


Note:

(1) Il testo dell'epigrafe recita:  «CONCORDIAE AGRIGENTINORUM SACRUM, RESPUBLICA LILYBITANORVM, DEDICANTIBVS M. ATTERIO CANDIDO PRODOS. ET L. CORNELIO MARCELLO Q. PR»

(2) Successivamente la chiesa prese il nome di San Gregorio delle Rape. Il primo documento in cui la chiesa appare con la dedica al suo fondatore è della fine del XII secolo. Secondo alcuni, la denominazione «à Rapis» sarebbe riconducibile all’ubicazione della chiesa tra i campi, secondo altri, invece, la chiesa fu così denominata in quanto dal limitrofo orto si ricavavano degli ortaggi. L'Holm infine ritenne che tale dedicazione richiamasse la purificazione del tempio pagano dal demone Raps, ad opera del vescovo Gregorio (Holm, Geschictche Sicilien im Alterthum, III, Leipzig 1898, p.490)

(3) Qui l'agiografo inserisce un anacronismo. Il concilio in questione è infatti il III di Costantinopoli, indetto da Costantino IV nel 680, in cui fu definitivamente condannato il monotelismo. E' però evidente che il vescovo agrigentino non può avervi partecipato. Cosentino, che data il bios di Leonzio alla fine del VII secolo, avanza l'ipotesi che fu invece lo stesso agiografo a partecipare al concilio (S.Cosentino, Quando e perché fu scritta la Vita di Gregorio di Agrigento, 2018)


Sitografia

- F.ZARBO, Dal Paganesimo al Cristianesimo: l'adattamento degli edifici religiosi pagani in Sicilia in età medioevale, 2010







sabato 12 febbraio 2022

La cattedrale di Cefalù

 La cattedrale di Cefalù

La Cattedrale di Cefalù venne edificata per volere di Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, Puglia e Calabria, nell’anno del Signore 1131.

Vuole la tradizione che il re, in viaggio per nave da Salerno a Palermo, imbattutosi in una tempesta, fece voto al Signore di erigere una chiesa nel luogo in cui avesse preso terra sano e salvo insieme al suo equipaggio. Approdato a Cefalù, fece costruire qui il tempio promesso a gloria del SS. Salvatore e dei Santi Pietro e Paolo. I lavori ebbero inizio, con la posa della prima pietra, domenica 7 giugno, giorno di Pentecoste, dell’anno 1131, presente alla cerimonia lo stesso re.
L’edificio nacque nell’ambito dell’architettura romanica nordeuropea, importata in Sicilia dai normanni, ma fu terminato da maestranze locali secondo le istanze dell’architettura islamica e condizionato dalle esigenze liturgiche bizantine.
L’originale progetto ruggeriano prevedeva una costruzione molto complessa e talmente imponente che rimase in molte sue parti incompiuta, per questo l’edificio presenta sia all’interno che all’esterno diverse anomalie e discontinuità.
Nel 1145 il re normanno stabilì che la chiesa diventasse il mausoleo della famiglia reale. In tal senso predispose la sistemazione di due sarcofagi di porfido, con relativi baldacchini marmorei con intarsi a mosaico, alle estremità dei bracci del transetto. Uno che doveva accogliere le sue spoglie mortali, l’altro a gloria della famiglia Altavilla e destinato a rimanere vuoto. Ma alla sua morte improvvisa (28 febbraio 1154) venne sepolto provvisoriamente nella cripta della cattedrale palermitana in un sarcofago romano di spoglio. Nel 1215 Federico II fece trasportare i due sarcofagi porfirei con i relativi baldacchini esistenti a Cefalù, nella cattedrale di Palermo, destinandoli per sé e i suoi familiari. Riguardo le spoglie mortali di Ruggero II, furono, in data imprecisata, traslate in un semplice sarcofago a lastre di porfido dove tutt’ora riposano nella cattedrale palermitana.
Alla morte di Ruggero II, soltanto la zona presbiteriale dell’edificio era stata completata del tutto secondo il progetto originario. Con l'ascesa al trono del figlio Guglielmo, l'interesse si spostò sulla fabbrica del duomo di Monreale e il progetto ruggeriano venne conseguentemente abbandonato.
La basilica fu quindi ultimata alla meno peggio e con soluzioni di vero rattoppo a dare un completamento all’edificio, che vide una sua quasi definitiva ultimazione soltanto in età post-federiciana. Venne consacrata il 10 aprile 1267 dal Cardinale Rodolfo vescovo di Albano, pochi mesi prima della consacrazione del Duomo di Monreale.  


La costruzione guarda dall’alto di una scalinata costruita nel 1851 ed è preceduta da un ampio sagrato a terrazzo che un tempo ospitava un cimitero. Le due torri che serrano ai lati la facciata sono il suo segno distintivo: alleggerite da eleganti bifore e monofore, sono sormontate da cuspidi piramidali aggiunte nel Quattrocento, una a pianta quadrata e l’altra a pianta ottagonale. Nella parte superiore della facciata (completata nel 1240) la decorazione ad archetti ciechi e ad archi intrecciati è interrotta da una finestra centrale; in quella inferiore, è inserito il portale in marmo scolpito con motivi figurati e decorativi, preceduto da un portico a tre arcate coperto da volte a crociera costolonate, la cui costruzione venne iniziata intorno al 1471 dal magister lombardo Ambrogio da Como.  

L’interno della cattedrale presenta una pianta basilicale, triabsidata, con tre navate separate da una teoria di archi ad alti piedritti con doppia ghiera, di sagoma arabeggiante, sostenuti da 16 colonne monolitiche di spoglio: quattordici di granito rosa e due di cipollino, poste su basamenti e sovrastate da capitelli impreziositi di figurazioni e intagli. Sia le colonne, sia i capitelli, sia i basamenti marmorei di spoglio sono di epoca romana (probabilmente del II sec.).



Le tre navate hanno una copertura lignea a capriate con travi dipinte di busti, animali fantastici e motivi decorativi, opera di maestranze arabe. L’arco trionfale, affiancato da colonne sormontate da capitelli figurati stavolta di stile arabo, dà l’accesso al transetto. Rispetto al ruggeriano progetto originario, è stato purtroppo riabbassato con un contro-arco, così che l’opera è stata ridotta a più modeste proporzioni. Il presbiterio si presenta marcatamente profondo e i pastoforia notevolmente sviluppati. Nel presbiterio erano collocati un tempo il trono regale a sinistra guardando il Pantocratore e il seggio episcopale a destra, posti l’uno di fronte all’altro. Di questi particolari seggi rimangono soltanto due lastre decorate con mosaico, con le scritte: sedes regia e sedes episcopalis.


E’ verosimile che nel progetto originario non fosse prevista una decorazione musiva. Lo fanno pensare sia l’impianto dell’edificio, sia le crociere del presbiterio e quelle laterali del transetto. Pertanto, i mosaici sarebbero frutto di un ripensamento avvenuto al tempo dello stesso re Ruggero morto nel 1154, come dimostra la data riferentesi ad essi, del 1148, posta in basso nell’emiciclo dell’abside. La data del 1148 si riferisce ai mosaici di una prima fase, ossia quelli dell’abside e della crociera; mentre quelli delle pareti, data la loro diversità di stile rispetto agli altri, sarebbero da ascrivere agli anni del figlio e successore di Ruggero, Guglielmo I (1154-1166).
Alla fase ruggeriana – alla cui realizzazione il re chiamò maestranze costantinopolitane - appartengono quindi il Cristo Pantocratore, la Vergine orante fiancheggiata da quattro arcangeli: Michele, Gabriele, Uriele, Raffaele nel registro inferiore, i santi Pietro e Paolo, gli evangelisti Marco, Matteo, Giovanni e Luca nella terza fascia e, infine, nella quarta gli apostoli Filippo, Giacomo, Andrea, Simone, Bartolomeo e Tommaso, simmetricamente disposti in gruppi di tre.  


Sulle pareti del bema, i mosaici di fattura successiva rappresentano le icone dei Santi e Profeti che dall’altezza della partitura delle figure absidali si dispongono su quattro registri. 
Sulla parete sinistra racchiuso in un tondo appare la figura di Melchisedek fiancheggiata dalle figure intere di Osea e Mosé. Nella fascia immediatamente inferiore stanno Gioele, Amos e Abdia.Più sotto i santi diaconi Pietro, Vincenzo, Lorenzo e Stefano. Più in basso sono infine rappresentati i Santi Gregorio, Agostino, Silvestro e Dionigi.


Parete sinistra

Sulla parete destra, nella fascia superiore, si trova la figura a mezzo busto di Abramo, racchiusa entro un tondo e fiancheggiata dalle figure intere di Davide e Salomone. Nella fascia sottostante sono raffigurati i Profeti Giona, Michea e Nahum, cui seguono i Santi guerrieri Teodoro, Giorgio, Demetrio e Nestore. Nella fascia inferiore, infine. Le figure dei Santi orientali Nicola, Basilio, Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno.

Parete destra

Nei mosaici delle vele della crociera sono rappresentati Cherubini, Serafini e altre figure angeliche. 


Nel Seicento si vollero arricchire le pareti laterali del presbiterio con stucchi quasi tutti di mediocre fattura.  

Elementi di reimpiego di fattura bizantina, riconducibili alla metà del VII secolo, sembrano essere - per la tecnica con cui è stato eseguito il rilievo, la stilizzazione degli elementi decorativi e i confronti stilistici che è possibile reperire a Costantinopoli, a Ravenna e a Siracusa - due stipiti di marmo decorati con un motivo a tralci, grappoli d’uva e melograni riutilizzati in uno dei portali del duomo.



Più interessante e sempre riconducibile al periodo di occupazione bizantina, è un lacerto di mosaico pavimentale policromo, scoperto nel saggio presso il prospetto del Duomo, insieme ad un troncone di muro, che va riferito con molta probabilità allo stesso edificio di appartenenza del mosaico, ed a tre sepolture. 
Alle figure di volatili ed agli elementi vegetali estremamente stilizzati si associano motivi geometrici impiegati in larghe bande che delimitano il campo. Spiccano una fila di semicerchi, che intersecandosi formano una fila di ogive e di squame adiacenti, in tricromia : rosso, bianco e nero ; e una fila di quadrati tangenti sulla diagonale, all’interno dei quali è iscritta una rosetta cruciforme, in bicromia : bianco e nero. Del motivo decorativo all’interno del campo rimangono la figura di un colombo nell’atto di abbeverarsi, all’estremità meridionale, i resti di almeno altri due volatili, nella parte centrale, due alberelli stilizzati ad Est, e, all’angolo nord-est, un fiore gigliato.

Sul fianco settentrionale della Cattedrale infine, si apre il chiostro del XII secolo. A pianta quadrata, è circondato per due lati da un portico con arcate ogivali su capitelli figurati e istoriati (i colonnati delle altre due corsie sono andati distrutti tra il XIX e il XX secolo), opera di maestranze scultoree romaniche della metà circa del XII secolo, sorretti da colonne binate.