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domenica 30 aprile 2023

Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

 Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

Nato probabilmente a Cesarea di Cappadocia da una famiglia di basso ceto, entrò nella pubblica amministrazione bizantina come scrinarius (archivista). Secondo alcuni storici conobbe Giustiniano prima della sua ascesa al trono, quando questi ricopriva la carica di magister militum praesentialis (520) e Giovanni fu assegnato al suo servizio, facendosi notare dal futuro imperatore soprattutto per le sue capacità in materia di esazione fiscale. Nel 531 – nonostante il fatto che fosse alquanto illetterato e soprattutto non parlasse latino, il che lo rendeva culturalmente estraneo al progetto giustinianeo della renovatio imperii, fu dapprima elevato al rango di vir illustris e quindi posto dall'imperatore a capo della prefettura del pretorio d'Oriente. Da questa carica diresse per circa un decennio – salvo una breve interruzione a seguito della rivolta di Nika – l'amministrazione statale, reperendo i fondi necessari alle campagne militari e alle grandiose opere pubbliche volute dall'imperatore.


La rivolta di Nika
Le due fazioni superstiti di tifosi delle corse all'Ippodromo all'epoca di Giustiniano avevano assunto quasi la forma di partiti politici. I Verdi erano monofisiti e raccoglievano consensi soprattutto tra l'aristocrazia e i legittimisti raccolti attorno ai nipoti di Anastasio, mentre gli Azzurri, a cui andava il favore della coppia imperiale, erano invece di credo calcedoniano e di estrazione popolare. Il livello di scontro tra le due fazioni crebbe enormemente durante il regno di Giustiniano, gli estremisti di ambo le fazioni giravano armati e non di rado ci scappava il morto. Nel gennaio del 532, la settimana precedente l'inizio delle corse, era già stata funestata da diversi omicidi. L'eparca di Costantinopoli, Eudemone, fece arrestare i responsabili, due verdi e due azzurri, e li fece condannare a morte. Il patibolo fu eretto il 12 gennaio a Sycae sulla riva del Corno d'oro ma dopo le prime due esecuzioni crollò, permettendo la fuga degli altri due condannati (un verde e un azzurro) che trovarono rifugio nel convento di San Conone che venne immediatamente circondato dai soldati.
Il giorno successivo, all'Ippodromo, prima dell'inaugurazione delle corse, il capo dei Verdi e quello degli Azzurri fecero un appello congiunto all'imperatore perché risparmiasse la vita ai due condannati. Giustiniano ignorò l'appello e questo diede fuoco alla rivolta. Al grido di “Nika! (Vinci!)”, lo stesso usato per incitare gli aurighi, la folla sciama nella città abbandonandosi ad atti vandalici e di violenza.
Il 18 gennaio, seguendo l'esempio di Anastasio I (491-518), Giustiniano si presenta all'Ippodromo con i Vangeli in mano nel tentativo di placare la folla. Viene ricoperto d'insulti ed è costretto a rinchiudersi nel Sacro palazzo mentre i rivoltosi danno fuoco finanche alla cattedrale di Santa Sofia (1) e proclamano Ipazio, un nipote di Anastasio che accetta a malincuore (2), imperatore. Iniziata come un torbido sportivo, la rivolta assume un colore più politico e pretende le teste di Eudimone, l'eparca di Costantinopoli responsabile della repressione, di Giovanni il Cappadoce, responsabile dell'intollerabile pressione fiscale, accusato di avidità e di condurre una vita dissoluta e del giurista Triboniano che ricopriva la carica di Questor sacri palatii (in pratica il ministro di Giustizia di Giustiniano a cui è in gran parte dovuto il Corpus iuris civilis) accusato anche lui di avidità e corruzione. Giustiniano sostituisce il Cappadoce con Foca, un conservatore colto e illuminato, e Triboniano con Basilide, un aristocratico di alta cultura. Ma questo non basta a placare la folla.
Alcuni senatori rimasti a Costantinopoli passano dalla parte dei rivoltosi, tra questi Origene che suggerisce una tattica attendista, insediando il nuovo governo in un altro palazzo. Bramosi di agire e forse su ordine di Ipazio gli insorti confluiscono invece nuovamente nell'Ippodromo. Nel frattempo nel Sacro Palazzo Giustiniano e i suoi fedelissimi valutano l'ipotesi di lasciare la città e proseguire altrove la lotta. L'imperatrice interviene con un appassionato discorso che conclude con una frase passata alla storia: il trono è un magnifico sepolcro e la porpora uno splendido sudario. Giustiniano e i suoi decidono quindi di restare e combattere. Non essendo certa la fedeltà della guardia palatina, si decide di puntare tutto sulle milizie personali di Belisario e Mundo rimasti fedeli all'imperatore.
Ipazio aveva preso posto sul palco imperiale, Belisario e i suoi uomini entrarono nell'Ippodromo dai carceres mentre i miliziani di Mundo entrarono dalla Porta della morte che si trovava dalla parte opposta. Presa in mezzo la massa confusa e disordinata dei rivoltosi, i veterani dei due generali ne fecero strage (Procopio parla di circa trentamila morti). I nipoti di Giustiniano, Giusto e Boraide, catturarono Ipazio e il fratello Pompeo e li consegnarono all'imperatore che li mise a morte il giorno dopo.

Non molto tempo dopo la conclusione della rivolta, nell'ottobre dello stesso anno, Giustiniano richiamò al governo sia Triboniano che il Cappadoce che riteneva indispensabili alla realizzazione del suo programma. Nonostante il fatto, ad esempio, che Giovanni fosse apertamente ostile alla campagna d'Africa – che giudicava eccessivamente dispendiosa - fino al punto di sabotare le derrate della spedizione. Il Cappadoce diresse l'amministrazione dell'impero fino al 541 quando cadde vittima di un tranello tesogli dall'imperatrice stessa per mano di Antonina, la moglie di Belisario. Profittando dell'ingenuità di Eufemia, l'unica figlia di Giovanni, Antonina lo attirò in un incontro riservato alle Rufinianae (2) in cui gli propose l'appoggio proprio e del marito in caso di rivolta contro Giustiniano. Giovanni accettò immediatamente mentre non visti Narsete e Marcello ascoltavano la conversazione. Non appena il Cappadoce dichiarò di aderire al progetto, i due generali ed i loro uomini si avventarono su di lui che fu però difeso dalle sue guardie private da cui – non fidandosi del tutto di Antonina – si era fatto scortare. Sottrattosi alla cattura, fu estromesso dal governo e costretto controvoglia a farsi sacerdote, prendendo il nome di Pietro. In un primo momento tutti i suoi beni furono sequestrati ma successivamente Giustiniano decise di restituirgliene una parte.
Non volendo in alcuna maniera esercitare le funzioni dell'ordine sacerdotale, onde non precludersi la possibilità di riottenere una carica civile importante, entrò in contrasto con il vescovo di Cizico – Eusebio -da cui dipendeva, sì che alla sua morte fu arrestato e processato per il suo assassinio. La sua colpevolezza non fu dimostrata ma l'imperatore lo esiliò in una località ancora più lontana, Antinoopolis in Egitto dove continuò ad essere perseguitato dall'odio di Teodora – che probabilmente temeva l'ascendente che il Cappadoce aveva sull'imperatore – e che cercò finanche di corrompere due falsi testimoni per farlo condannare per l'assassinio del vescovo. Giovanni, dal canto suo, non perse mai la speranza di poter rientrare nel gioco politico. Alla morte di Teodora (548) Giustiniano gli permise di tornare a Costantinopoli ma non di rinunciare all'abito talare né gli vennero affidati incarichi nella pubblica amministrazione. Morì in pace – come riporta lo storico Giovanni Malala – poco tempo dopo.


Note:

(1) Oltre alla chiesa di Santa Sofia, la furia dei rivoltosi ridusse in macerie anche la vicina Sant'Irene e la Magnaura (all'epoca sede del Senato). Fu anche gravemente danneggiata la Chalke e molte delle colonne dell'Augusteion vennero abbattute. 

(2) Pompeo e Ipazio erano figli di Cesaria, sorella dell'imperatore Anastasio I. Procopio riporta un accorato appello della moglie di Ipazio – Maria – che scongiura il marito di resistere alle pressioni della folla. L'incoronazione avvenne nel Foro di Costantino – l'unico che non era stato incendiato dagli insorti – e la corona venne sostituita da una catena d'oro spuntata fuori da chissà dove.

(2) Le Rufinianae erano un sobborgo di Costantinopoli – dava sul Mar di Marmara, poco a sud di Calcedonia - dove si trovava un palazzo residenziale di Belisario

(3) All'epoca dei fatti Marcello ricopriva la carica di comes excubitorum, comandava cioè la guardia palatina ed era un fedelissimo di Giustiniano.