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domenica 12 aprile 2020

Il Principato di Salerno (839-1077)

Il Principato di Salerno (839-1077)


Estensione territoriale del Principato di Salerno nell'851


Siconolfo (839-851): alla morte del fratello Sicardo, principe di Benevento, che lo aveva esiliato a Taranto e costretto al sacerdozio, Siconolfo fu eletto principe di Salerno da coloro che si rifiutarono di riconoscere come legittimo principe Radelchi, l'assassino di Sicardo. La guerra civile durò tra alterne vicende oltre un decennio e terminò nell'851 con un accordo siglato dai due principi, sotto gli auspici del sovrano carolingio Ludovico II, con cui si spartivano i territori della cosiddetta Langobardia minor sancendo la nascita del principato salernitano. Morì nell'inverno dello stesso anno a seguito delle ferite riportate durante una battuta di caccia. Dalla moglie Itta (probabilmente una sorella del duca di Spoleto Guido) ebbe il figlio Sicone che gli successe alla sua morte.

Sicone II (851-853): ancora minorenne alla morte del padre, fu posto sotto la tutela del conte Pietro. Dopo appena due anni di reggenza, questi lo depose costringendolo a rifugiarsi presso la corte di Ludovico II. Secondo il Chronicon Salernitanum, egli raggiunse la maggiore età nell'855 e ritornò a Salerno a reclamare il trono, ma fu avvelenato a Capua da sicari di Ademaro, il figlio del conte Pietro che gli era succeduto illegalmente al trono.

Pietro (853-855): reggente per il minore Sicone II, nell'853 lo estromise del tutto dalla gestione del potere ottenendo il riconoscimento da parte dell'imperatore carolingio Ludovico II, accanto al quale nell'852 aveva partecipato al tentativo di strappare Bari ai musulmani. Morì nell'855, lasciando il trono al figlio Ademaro.

Ademaro (855-861): esercitò un governo fortemente impopolare soprattutto a causa della sua avarizia. Durante il suo principato tentò ripetutamente di ristabilire il controllo sulla città di Capua ma nell'859 le sue truppe, affiancate da quelle dei duchi di Napoli e Spoleto, furono definitivamente sconfitte dal conte di capua Landone II nella battaglia di Ponte Teodemondo. Nell'861 i capuani appoggiarono la rivolta popolare che lo rovesciò e portò al potere Guaiferio. Imprigionato e accecato, Ademaro trovò asilo presso il duca di Napoli.

Guaiferio (861-880): figlio di Dauferio il Muto, giunse al potere grazie all'appoggio della dinastia comitale capuana – aveva infatti sposato Landaleica, figlia del conte Landone I – e consolidò la sua posizione, oltre che con un'oculata distribuzione delle cariche pubbliche e dei beni fondiari, con una lungimirante gestione del patrimonio familiare in un ambito territoriale spazialmente più ristretto e controllabile, e attraverso un'attenta politica a favore della Chiesa.
Al momento della sua morte, il Principato aveva però perso la sovranità sulla contea di Capua nonchè Taranto e Matera, strappate al suo controllo da reiterate incursioni saracene.
Nell'871-872 nel corso di una di queste incursioni, 30.000 saraceni guidati dal generale Abdallah giunsero ad assediare la stessa Salerno. Il principe stesso guidò una fortunata sortita dalle mura in cui sbaragliò gli assedianti nei pressi del forte oggi detto “La Carnale” proprio in ricordo della carneficina che avvenne all'epoca.
Nell'880, malato, decise di ritirarsi nel monastero di Montecassino ma morì durante il viaggio e fu
sepolto nella chiesa del castrum di Teano. Dalla moglie Landaleica ebbe il figlio Guaimario che alla sua morte gli successe al trono.
Edilizia: Palazzo e chiesa di San Massimo (1), Torre di Guaiferio.

Torre di Guaiferio
Nell'871, il principe Guaiferio I fece rinforzare le mura della città con la realizzazione di quattro nuove torri dislocate strategicamente per contrastare le continue scorrerie dei saraceni. Oggi la torre - sita nel rione Municipio - si presenta solo parzialmente agli occhi dei passanti poiché nel corso dei secoli è stata progressivamente inglobata nelle nuove edificazioni. È però ben visibile l’accentuata curvatura della liscia e compatta muratura originaria a cui si è aggiunta una sopraelevazione relativamente recente, sempre circolare. 

Guaimario I (880-900): fu associato al trono dal padre già nell'877.
Nell'887 – sotto la pressione congiunta delle sempre più frequenti incursioni saracene e del duca-vescovo di Napoli Atanasio II (878-898) che mirava ad estendere i propri domini – si risolse a recarsi a Costantinopoli per rendere omaggio all'imperatore Leone VI. Il Basileus accettò di buon grado l'offerta di Guaimario e, rendendolo formalmente suo vassallo, gli concesse i titoli di patrikios e protospatarios insieme ad un contingente di mercenari (praesidium) con cui contrastare la minaccia saracena. In cambio dell'aiuto e degli onori offertogli, però, Guaimario si sarebbe dovuto impegnare a riconoscere all'impero bizantino il diritto di poter inviare dei propri funzionari nel principato di Salerno, affinché lo affiancassero nell'amministrazione e nella gestione politica del Principato (2).
Alla fine dell'895, spalleggiato dal cognato Guido IV di Spoleto - di cui aveva sposato la sorella Itta – cercò d'impossessarsi del principato benventano ma fu catturato con l'inganno assieme alla moglie dal gastaldo di Avellino, Adelferio, che lo fece accecare. Liberato dalle truppe del cognato potè fare ritorno a Salerno benchè menomato.
Morì nel 901, probabilmente rinchiuso - già dall'anno precedente, e non si sa se di sua volontà o se per volere del figlio Guaimario II associato al trono già nell'893 - in un monastero, forse proprio quello principesco di San Massimo.

Guaimario II (901-946): rimasto a regnare da solo nel 901, alla morte del padre, inaugurò un periodo di prosperità per il Principato. Fece restaurare il Palazzo di San Massimo ed innalzare il campanile della chiesa di San Pietro ancora oggi visibile. Inizialmente mantenne i buoni rapporti istaurati dal padre con l'imperatore bizantino da cui nel 903 ricevette a sua volta il titolo di patrikios. Nel 915, anche se in maniera piuttosto marginale, partecipò alla campagna indetta da papa Giovanni X contro lo stanziamento saraceno del Garigliano che nel corso dello stesso anno venne spazzato via. Ne 929 ruppe l'alleanza con i bizantini e li attaccò unendo le sue forze a quelle de Principe di Benevento Landolfo I. L'alleanza si rivelò però ben presto fallimentare e l'anno successivo, Guaimario tornò ad allearsi con i bizantini.
Sposò in seconde nozze Gaitelgrima, figlia di Atenolfo I di Capua, da cui ebbe Gisulfo che associò al trono nel 943 e che gli successe (3).

Gisulfo I (946-978): successe al padre appena sedicenne, inizialmente sotto la tutela della madre Gaitelgrima e del tesoriere Prisco. Nel 955 ricevette il titolo di patrikios dalla strategos di Bari Mariano Argyros. Tra l'estate del 973 e quella del 974 fu spodestato dallo zio materno Landolfo che risiedeva a Salerno e che guidò un moto di rivolta di carattere religioso. Gisulfo fu rimesso sul trono da Pandolfo Capodiferro, principe di Capua e Benevento, di cui adottò il figlio naturale (anch'egli di nome Pandolfo) e di cui divenne vassallo.
Sposatosi con Gemma, figlia del principe di Benevento Landolfo II, non ne ebbe figli e nel 974 – dopo il suo ritorno al potere - associò al trono la consorte ed il figlio adottivo.

Pandolfo Capodiferro (978-981): principe di Capua e Benevento, alla morte di Gisulfo I rivendicò per se il principato di Salerno proclamandosi difensore dei diritti del figlio naturale Pandolfo, che dallo stesso Gisulfo I e dalla moglie era stato adottato. In realtà il suo gesto fu una vera e propria usurpazione ai danni del figlio, poiché questi non avrebbe avuto bisogno del suo patrocinio per occupare il trono di Salerno, essendo stato a questo associato dai suoi genitori adottivi fin dal 974, dopo l’usurpazione di Landolfo I e di Landolfo II. In realtà l'occupazione del trono salernitano coronava il progetto lungamente accarezzato da Pandolfo, come da altri, di riunire l'antico stato longobardo: infatti sotto il suo scettro venivano a ritrovarsi i territori capuani, beneventani, spoletini e salernitani, rendendolo il più potente signore del mezzogiorno d'Italia.

Pandolfo II (974-981): figlio naturale di Pandolfo Capodiferro, prima associato al trono dai genitori adottivi Gisulfo I e Gemma (974-977), si vide sottrarre il principato dal suo stesso padre naturale, al quale fu formalmente associato dal 978 al 981. Riuscì ad essere principe effettivo soltanto per alcuni mesi dopo la morte del padre, prima di essere spodestato dal duca di Amalfi, Mansone.

Mansone di Amalfi (981-983): duca di Amalfi, profittando della giovane età di Pandolfo, invase il principato e lo rovesciò dal trono, riuscendo a farsi riconoscere dall'imperatore Ottone II. La grave sconfitta subita dall'imperatore contro i musulmani in Calabria nel 982 e la sua successiva morte nel 983 privarono però Mansone ed il figlio Giovanni che nel fratempo aveva associato al trono, del loro più potente alleato. Giovanni di Lamberto, un longobardo di origini spoletine, che aveva già ricoperto la carica di conte di palazzo durante il principato di Pandolfo II, capeggiò la rivolta che scacciò gli amalfitani e venne eletto principe.

Giovanni II di Lamberto (983-999): durante il suo principato entrò in contrasto con le autorità ecclesiastiche nel tentativo – fallito - di mettere le mani sull'ingente patrimonio della chiesa di San Massimo. Sposatosi con Sichelgaita, figlia del conte beneventano Adalferio, da cui ebbe ben sei figli maschi, fondò quindi la chiesa di Santa Maria de Domno (4), che sottrasse alla giurisdizione del vescovo di Salerno (5). Una leggenda vuole che osservando un'eruzione del Vesuvio commentò che senza dubbio qualche ricco scellerato sarebbe morto in breve tempo e sarebbe finito all'inferno: la notte seguente, morì mentre si trovava con una prostituta.
Edilizia: chiesa di Santa Maria de Domno.

Guaimario III (999-1027 c.ca): fu associato al trono dal padre nel 989, dopo la morte del primogenito Guido. Si sposò due volte, la prima con una non meglio identificata Purpura, la seconda con Gaitelgrima, sorella di Pandolfo IV di Capua, da cui ebbe il figlio Guaimario che alla sua morte gli successe al trono. Nel 1009, quando nel Catepanato scoppiò la rivolta antibizantina guidata da Melo e dal cognato Datto, si schierò politicamente dalla loro parte, tanto che nell'ottobre 1011 il catepano Basilio Argiro Mesardonites entrò a Salerno per costringere il principe a piegarsi al volere di Bisanzio e per tentare di catturare l'esule Datto, rifugiatosi nel monastero di Montecassino.
Il suo regno vide anche l'arrivo delle prime milizie normanne, grazie al cui aiuto nel 1025 riuscì ad estendere il suo dominio sulla città di Capua.
Edilizia: patrocinò la fondazione del monastero della SS.Trinità di Cava de' Tirreni avviata dal nobile salernitano Alferio Pappacarbone (canonizzato come santo nel 1893 da papa Leone XIII), che prima di farsi monaco e ritirarsi a vita eremitica (1011) era stato suo ambasciatore e amico.

Guaimario IV (1027-1052): associato al trono probabilmente nel 1018, alla morte del padre, quando si trovò a regnare da solo, aveva all'incirca 14 anni. Associò quindi al trono per un breve periodo la madre Gaitelgrima.
Si sposò tre volte, prima con una donna di nome Gemma, poi con Porpora ed infine con un'altra Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Fin dall'inizio del suo regno si impegnò nell’estendere il proprio controllo sul meridione della penisola, obiettivo già perseguito dei suoi predecessori. Nel 1035 conquista Sorrento e ne affida il ducato al fratello Guido. Nel 1038 ottiene dall'imperatore Corrado II il principato di Capua, mentre al suo alleato, il normanno Rainulfo Drengot, viene attribuito il titolo di conte di Aversa con legame di vassallaggio verso Salerno. L'anno successivo ottiene la conferma della sovranità su Amalfi e nel 1040 su Gaeta. Nel 1042, a richiesta degli alleati normanni, approva l'elezione a conte di Puglia di Guglielmo Braccio di Ferro, ottenendo in cambio, l’anno successivo, l'acclamazione a duca di Puglia e Calabria, in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine su quei territori. Nel 1046 consolida ulteriormente i suoi legami con i Normanni dando in sposa la figlia Gaitelgrima a Drogone d'Altavilla, fratello del defunto Guglielmo Braccio di Ferro.
Nel 1047, però, quella che era stata per Guaimario l'impresa di una vita è completamente cancellata dalla discesa in Italia di Enrico III. L'imperatore giunto nel Meridione a chiedere atto di sottomissione ai principi locali, restituisce Capua a Pandolfo e pone sotto la propria giurisdizione i domini di Aversa e di Melfi; infine priva Guaimario del titolo ducale di Puglia e Calabria, mettendo fine a quella singolare condizione così scomoda per la sovranità dell’impero. La sorte di Drogone e Guimario è segnata: il primo cade assassinato il 10 agosto 1051, probabilmente ad opera di una congiura bizantina; stessa sorte tocca, il 3 giugno 1052, a Guaimario, che cade sotto i colpi dei suoi quattro cognati, che occupano la città con le armi, ed eleggono principe uno di loro, Pandolfo III, imprigionando il nipote Gisulfo, figlio di Guaimario e della loro sorella Gemma nonché legittimo erede al trono.

Pandolfo III (1052): mantenne il potere per pochi mesi. Fu infatti rovesciato da Guido, duca di Sorrento e zio paterno del legittimo erede, con l'aiuto dei normanni di Umfredo d'Altavilla (6), che liberò e rimise sul trono il nipote Gisulfo.

Gisulfo II (1052-1077): nonostante dovesse il trono all'aiuto prestatogli dai normanni, il suo regno fu caratterizzato dalla necessità di contrastarne l'ascesa e contenerne l'espansione.
Già poco dopo il suo insediamento, infatti, Umfredo e Guglielmo d'Altavilla s'impardonirono di alcuni castelli e terre nella parte meridionale del principato, costituendovi una nuova contea.
Nel 1259 circa, Gisulfo diede in sposa la sorella Sichelgaita a Roberto il Guiscardo, nel tentativo di stabilire buone relazioni.
Alla ricerca di nuovi alleati per contrastare l'ascesa dei normanni, tra il 1061 e il 1062 si recò a Costantinopoli, dove prese accordi con l'imperatore Costantino X Ducas che prevedevano un sostanzioso impegno in denaro da parte di quest'ultimo. Tornato in Italia, quando i normanni attaccarono con decisione ciò che rimaneva del Meridione bizantino, non partecipò però in alcun modo al conflitto che terminò con la caduta di Bari (1071), l'ultimo caposaldo bizantino in Italia.
Nel 1075, papa Gregorio VII, che aveva recuperato l'alleanza con i Normanni per fronteggiare Enrico IV, e la sorella Sichelgaita cercarono infruttuosamente di farlo riappacificare col Guiscardo e nel maggio dell'hanno successivo, il condottiero normanno cinse d'assedio Salerno mentre le navi degli amalfitani – a cui il principe era stato sempre ostile sospettandone la mano dietro l'assassinio del padre – sbarravano l'accesso al porto. la città cadde la notte del 13 dicembre, ma non la rocca (l'antico castello di Arechi), dove Gisulfo restò asserragliato con pochi fidi per tutto l'inverno e parte della primavera del 1077. Negli ultimi giorni di maggio egli si arrese al Guiscardo, che lo lasciò andare in esilio presso la corte pontificia.
Si sposò con una donna di nome Maria, da cui con certezza si sa soltanto che ebbe una figlia di nome Gaitelgrima. Fu l'ultimo principe di stirpe longobarda a sedere sul trono di Salerno.


Note:

(1) La chiesa, oltre a non essere fruibile, è nascosta all’interno del palazzo che da essa prende il nome, nella via omonima. L’aula attuale nulla conserva, se non in parte il sito, della fondazione longobarda, anteriore al giugno 865, nonostante che comunemente con quella sia identificata, così come Palazzo San Massimo nulla conserva né della casa del principe fondatore né del complesso monastico che fu dei benedettini di Cava de' Tirreni. Fra il settembre 1085 e l’agosto 1094, attraverso una serie di donazioni da parte dei molti soggetti che nel corso del tempo avevano acquisito parti del suo patronato, l'intero complesso pervenne infatti in possesso della badia della SS.Trinità di Cava, che nel 1664 lo venderà a Bartolomeo de Mauro. Ampiamente ristrutturato e ampliato prima dai de Mauro, poi dai Parrillo, alla fine assumerà l’aspetto che attualmente vediamo.


(2) In un documento fatto redigere nell'899 da Guimario in favore del monastero salernitano di San Massimo - Codex diplomaticus Casinensis – è esplicitamente dichiarato che l'autorità e gli onori del princepe salernitano erano tali per concessione dell'Imperatore bizantino.

(3) Secondo alcuni storici, dal suo primo matrimonio con una donna di cui non si conosce il nome oltre ad una figlia di nome Rotilde, ebbe anche un figlio che associò al trono nel 916 con il nome di Guaimario III e che scompare del tutto nel 917. Questo costringerebbe ad una renumerazione dei principi di nome Guaimario che diventerebbero cinque (cfr. Vincenzo de Simone, I Guaimario principi di Salerno, Rassegna Storica Salernitana, 45, 2006, pp. 271-274)


(5) Salerno fu elevata a sede arcivescovile probabilmente nel 983.

(6) Alla morte del fratello Drogone, Umfredo ne aveva sposato la vedova, Gateilgrama di Salerno che era nipote del duca Guido e sorella di Gisulfo II.


domenica 5 aprile 2020

Forte La Carnale, Salerno

Forte La Carnale, Salerno



Nel secolo XVI i viceré spagnoli si trovarono a fronteggiare la potente flotta turca che, con le sue incursioni, portò anche allo spopolamento degli abitati costieri e ad un conseguente calo dei commerci. Per far fronte a questa situazione il viceré Don Pedro di Toledo ideò, nel 1522, un nuovo sistema di torri costiere collocate a distanza tale da consentire una comunicazione diretta l'una con l'altra per mezzo di segnali di fumo, di giorno, o sorgenti luminose, durante la notte (oltre al forte in oggetto, di questo sistema facevano parte anche la Crestarella di Vietri e Torre Angellara). La torre nota con il nome di Forte La Carnale, fu fatta costruire nel 1569 su uno sperone roccioso che domina la foce del fiume Irno dal facoltoso imprenditore di Coperchia, Andrea di Gaeta, per volere del vicerè Don Pedro de Ribera. La torre fu comunque costruita su una preesistente fortificazione risalente forse al periodo longobardo. Per la sua posizione strategica e per la presenza nelle murature di ferri, rinvenuti nel corso di recenti restauri, dovrebbe trattarsi di una torre cavallaria, dove oltre al presidio militare, erano stanziate staffette a cavallo che all'occorrenza partivano per avvisare le popolazioni di una attacco dal mare.


Presenta una pianta quadrangolare con muratura merlata e una torre centrale dove probabilmente alloggiavano i soldati di guarnigione.
L'origine del nome "La Carnale" non è del tutto chiara. Secondo alcuni andrebbe posto in relazione al massacro (carnaio) di corsari saraceni avvenuto in questa località nell'872 (1).
Nel 1647, Ippolito Pastina, alla guida di una rivolta antispagnola, riuscì ad impadronirsi di Salerno e pose qui il suo "comando popolare". Intorno al 1764 vi vennero raccolti i corpi delle vittime della terribile carestia che in quell'anno colpì il salernitano.
Nel 1828 i Borboni lo trasformarono in presidio a difesa della città e lo dotarono di batterie costiere ribattezzandolo Forte San Giuseppe. In questa occasione subì dei rimaneggiamenti di cui ancora esistono tracce nei terrazzamenti per le batterie. 


Successivamente perse la sua funzione difensiva e venne adibito a deposito di munizioni, funzione che continuò a svolgere anche sotto lo stato unitario, da cui il nome di Polveriera con cui è anche conosciuto. Durante la seconda guerra mondiale fu rinforzato come bunker e gravemente danneggiato durante lo sbarco alleato.
Appartiene attualmente al Comune di Salerno ed è stato completamente ristrutturato negli anni '80.

Note:

(1) Nell'872 30.000 corsari saraceni sbarcarono nei pressi di Salerno e sottoposero la città ad un duro assedio. Quando i difensori erano ormai sul punto di capitolare, la morte improvvisa e accidentale di Abdila, capo degli assalitori, seminò lo scompiglio fra le loro fila. I Salernitani, con alla testa il principe Guaiferio I, ne approfittarono e, usciti dalle mura, attaccarono i nemici, trucidandone circa quindicimila. Gli altri, atterriti dalla disfatta e tornati alle loro navi, si dettero alla fuga; ma colpiti da una tempesta al largo della Calabria, perirono tutti.

martedì 31 marzo 2020

chiesa di S.Maria della Lama, Salerno

chiesa di S.Maria della Lama
(via della Lama 2. Orario di visita: sabato e domenica, ore 10-13)


La chiesa venne edificata agli inizi dell'XI secolo (compare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1055) sull'area di un preesistente edificio romano, come testimoniano le tracce di opus reticulatum e di opus listatum trovate in essa. Il toponimo Lama deriva dalla presenza, in antico, di rivoli che, durante le piene, scendevano verso il mare attraversando le platee.
La chiesa nasce come cappella nobiliare longobarda, ma subisce una vasta ristrutturazione già nel Duecento, quando viene creato un doppio livello: l’aula originaria è inglobata nella cripta e l’aula superiore è organizzata secondo una pianta basilicale munita originariamente di otto colonne marmoree di spoglio, probabilmente disposte in due file di quattro, atte a dividere l’ambiente in tre navate. 
Planimetria della chiesa superiore

Oggi le colonne conservatesi nella chiesa superiore sono ridotte a sei mentre gli stucchi che ne dovevano ornare le pareti fino al soffitto sono stati rimossi nel corso dei recenti lavori di restauro.
Due nicchie e due piccoli ambienti nella zona absidale rappresentano ciò che resta del deambulatorio. Lungo la parte alta della navata centrale si aprono quattro monofore che portano luce all’interno. Le prime colonne alla destra dell’ingresso recano gli affreschi della Maddalena e di Cristo con la Croce, di epoca tardo-quattrocentesca.


L’edificio sottostante, più antico, presentava in origine una pianta rettangolare divisa in due navate da tre colonne centrali e coperta da otto volte a crociera, realizzate probabilmente nel momento in cui alla chiesa preesistente si sovrappose l’ambiente superiore. 
Planimetria della chiesa inferiore

La navata di destra si concludeva in un’abside circolare ornata dall’affresco di S. Stefano, quella di sinistra in un’abside rettangolare con tracce di affreschi relative ad una lussuosa cornice a girali. Sulla parete nord, invece, un’apertura conduceva ad un vano curvo, identificabile con l’antica abside circolare della chiesa originaria.
Orientata lungo l'asse Nord-Sud, questa doveva essere interamente affrescata, come dimostrano i lacerti di pittura oggi ancora visibili.
Si conserva, poi, un pregevole ciclo di affreschi di fattura beneventana.

Le figure dipinte rinvenute decorano quello che rimane della parete est della chiesa originaria, nella quale successivamente, aprendo varchi nella muratura, furono realizzate le due absidiole attualmente visibili, con la conseguente perdita delle altre figure che completavano la teoria di santi ivi affrescata. Una situazione non del tutto diversa doveva presentare la corrispondente parete ovest,
della quale però manca ogni traccia.
La prima figura della parete est, l’unica ancora integra, non è identificabile dal momento che del nome rimangono soltanto le lettere “SCS”, abbreviazione per “SANCTUS”. Sulla stessa parete, dietro il pilastro sul quale è rappresentato il diacono Lorenzo, sono venute alla luce altre tre figure affiancate; nella prima è affrescato un Santo anche esso non identificabile che regge nelle mani un libro, nella seconda va riconosciuto S. Andrea grazie alle lettere “ANDREAS” che si leggono in
verticale al lato del santo, nella terza si potrebbe invece ravvisare l’immagine della Vergine in piedi. Inginocchiato in preghiera ai suoi piedi sta il committente che indossa abiti laici; in questo modo al centro della parete e della teoria di Santi si porrebbe la rappresentazione della Madonna forse in posizione di orante, giustificando così l’originaria dedicazione della cappella alla Vergine.

Tra le icone di santi rappresentate sono ben visibili San Bartolomeo e Sant’Andrea, mentre degli altri restano solo due metà ed una testa. Risalgono all'epoca di fondazione della chiesa e sono gli unici esempi di pittura longobarda presenti a Salerno.

San Bartolomeo (a sn.) e un santo anonimo (a ds.)

San Bartolomeo raffigurato in piedi è colto nel gesto benedicente della mano destra, con il pollice ed il mignolo piegati fino a toccarsi mentre nella sinistra, velata dal mantello, regge un volume chiuso e mirabilmente decorato sulla copertina da una croce gemmata. Il santo è vestito semplicemente con una tunica di colore chiaro ed un mantello scuro, entrambi caratterizzati da pesanti linee verticali, segnate con un tratto spesso e rigido che nega qualsiasi accenno di movimento al bordo della veste, chiusa da rette orizzontali. 

San Bartolomeo (particolare del busto)

Soltanto all’altezza del braccio destro, nella mano e poi in corrispondenza della gamba destra e del torace si notano timidi tentativi disegnativi di resa plastica del volume del corpo. L’ovale del viso è contornato da un caratteristica barba bianca terminante in due punte, identica nel disegno si presenta la capigliatura che si spinge con riccioli pieni fin sulle orecchie. La bocca chiusa si discerne per il labbro inferiore molto pronunciato rispetto a quello superiore mentre il naso, ben definito nei contorni, è delineato da un unico tratto che sale a disegnare le sopracciglia; gli occhi sono grandi e rotondi, dall’espressione fissa e ascetica con marcate ombreggiature chiare nella parte inferiore.
La fronte, infine, si presenta solcata da una doppia linea di rughe sottili che tra le arcate sopraccigliari prevedono una singolare ombra a ‘goccia’; l’aureola su cui si staglia la testa del santo è perfettamente ovale e si distingue dal fondo sul quale è dipinta la figura. Quest’ultimo, per la maggior parte scuro, si mantiene invariato fino all’altezza del bordo della veste di S. Bartolomeo dove cambia colore e risulta attraversato orizzontalmente da linee ondulate sulle quali poggiano i piedi del santo. La sensazione è quella che la figura si erga su delle acque con i piedi quasi nudi,
calzati da sandali infradito.

Il santo anonimo

Nel santo anonimo si distinguono la diversa raffigurazione della mano destra, ugualmente in posizione benedicente ma dipinta completamente aperta; la barba e la capigliatura che mostrano differenze di esecuzione: la prima risulta appena tracciata da una doppia serie di corte linee verticali che si legano senza stacchi alla seconda, costituita dai pochi capelli che disegnano la chierica sulla testa del santo. Il panneggio rivela una ricerca di movimento più marcata rispetto a quella manifestata dalle vesti di S. Bartolomeo, un insieme complesso di tratti geometrici, disposti in varie direzioni, propongono chiaramente un tentativo di resa della struttura fisica del corpo e del movimento delle vesti meno sintetico e più vicino alla realtà. A confermare il desiderio del frescante di uscire dai limiti angusti di una rappresentazione statica e costretta nello spazio di una cornice sta, inoltre, la posizione dei piedi del santo non compresi perfettamente nella superficie a disposizione. Si è in presenza di un’immagine che pare voglia tracimare dal riquadro assegnatole e che, dunque, non rispetta una certa proporzione nel rapporto tra cornice e figura ma sembra progressivamente allargarsi.

Sant'Andrea

S. Andrea è rappresentato barbuto, con la capigliatura scura folta e riccioluta, il quale oltre alla
solita mano destra benedicente regge nella sinistra una esile croce gemmata, suo principale attributo.

Santo Stefano

In occasione delle trasformazioni apportate all’ambiente ipogeo, viene realizzato in esso un nuovo ciclo pittorico. Santo Stefano è dipinto nell’abside a sud, individuato dalla scritta “SCS STEPHANUS” posta ai lati dell’aureola. Il santo, ritratto in trono, indossa un abito ricamato ed ornato con pietre ed orbicoli e regge con la mano sinistra un libro, il cui decoro si richiama al ricamo dell’abito. La mano destra è in atteggiamento di saluto. L’aureola e la fascia che campisce l’immagine sono decorate con perline. La volumetria del corpo non appare visibile, in quanto annullata dall’ abito indossato dal Santo che è caratterizzato da spesse linee orizzontali. I tratti fisionomici sono quelli di un giovane uomo, sbarbato e dai lineamenti delicati. I tratti del volto sono resi con pesanti ombreggiature di contorno che si ispessiscono nelle linee intorno agli occhi.
L’affresco è stato paragonato ad un immagine dell’Exultet della Cattedrale di Salerno, datato al XIII secolo.
L’abside rettangolare doveva contenere l’immagine di un Cristo Pantocratore, di cui attualmente è visibile solo un lacerto raffigurante un libro aperto ed una cornice con motivi a girali.
Il pilastro di raccordo tra le due absidi ospita la figura, stante, di San Lorenzo, individuata anch’essa da un’iscrizione. Lorenzo di origine spagnola, venne ordinato diacono da Sisto II e martirizzato a Roma nel 258.
L’immagine, molto lacunosa, non presenta nessuno degli attributi tipici del santo quali la graticola, strumento del suo martirio, la borsa con i denari, la palma o l’incensiere.
Tra i pilastri che corrono lungo la parete nord è raffigurata una Vergine in trono affiancata da due angeli. L’affresco, molto danneggiato, rientra nell’iconografia della Regina coeli, si notano difatti gli attributi tipici: l’asta e lo scettro.

S.Leonardo (?)

Sull’ultimo pilastro del muro sud si staglia la figura di un santo monaco, dal volto imberbe e con il capo coperto dalla cocolla, forse San Leonardo. Questa icona è stata a lungo identificata con Santa Radegonda (una regina merovingia vissuta nel VI secolo ma il cui culto è poco diffuso nell'Italia meridionale) per una errata interpretazione delle lettere superstiti della didascalia ...E...O.N...D...ma l'abito monacale sovrapposto a quello di un laico e l'attributo delle catene fanno propendere piuttosto per San Leonardo di Noblac. Vissuto nel VI secolo il santo eremita francese ricevette infatti dal re Clodoveo il privilegio di liberare i prigionieri che ritenesse innocenti, per questa ragione è spesso raffigurato con delle catene in mano.

Altri affreschi sono stati strappati e si conservano al Museo Diocesano.

Strappo di affresco proveniente dalla chiesa inferiore oggi conservato al Museo Diocesano




domenica 8 dicembre 2019

Chiesa del SS.Crocifisso, Salerno

Chiesa del SS.Crocifisso, Salerno

La data di fondazione della chiesa non è nota, ma è collocabile tra il X e il XII secolo. La sua prima notizia è del febbraio 1140, quando Romoaldo, figlio del conte Landone, ne dona all’arcivescovo parte del patronato (1). La chiesa, precedentemente dedicata a Santa Maria della Pietà – nota anche come Santa Maria de Portanova per la vicinanza all'originaria porta di questo nome oggi non più esistente - fu ridedicata al SS. Crocefisso soltanto nel 1879, quando vi fu trasferito il crocifisso detto del Barliario (2).
Il portale su via Mercanti

All’esterno, la parete su via Mercanti mostra alcune monofore appartenenti all'edificio originario, un portale in pietra e una finestra ogivale in stucco, che era in origine una bifora.

La bifora

La bifora è divisa in due scomparti da un architrave : nell'ordine superiore è presente un articolato motivo a traforo, arabeggiante, costituito dall'alternanza di croci e stelle ad otto punte, che la accomuna a decori analoghi presenti nel Duomo di Amalfi. Nell'ordine inferiore, due colonnine impostano l'ogiva, che è delimitata da una fascia su cui sono distribuiti sette scudi; purtroppo solo su uno di essi è riconoscibile l'insegna, a bande orizzontali, bianche e rosse, della famiglia Carafa (il primo a partire da sinistra).
A questa finestra corrisponde all’interno della chiesa un’apertura che presenta, addossato al davanzale, un gradone più basso che sembrerebbe un sedile.
Il portale era invece un antico accesso laterale della chiesa, probabilmente quello che agli inizi del secolo costituiva l’unico ingresso, dal momento che quello principale era stato inglobato all’interno di un androne e non veniva utilizzato.
La facciata della chiesa era stata infatti completamente coperta da costruzioni, che le si addossavano, poi demolite nel 1928, quando fu creata l’attuale piazza e realizzata una nuova facciata, preceduta da un porticato e poi sostituita, dopo l’alluvione del 1954, da quella attuale che ha inglobato al suo interno il porticato.

All'interno la pianta è basilicale, divisa in tre navate da colonne e capitelli tutti diversi tra loro, in quanto elementi di spoglio provenienti da edifici più antichi. Le colonne sono collegate da archi a tutto sesto; la navata maggiore, più alta, è illuminata da monofore e coperta da capriate lignee. Le navate laterali, invece, sono coperte da voltine a crociera.


La cripta della chiesa, forse un edificio religioso di età precedente, ripete la pianta basilicale a tre navate della chiesa soprastante, le navate sono separate da archi con volte a crociera e chiuse da absidi semicircolari. Sulla parete occidentale, di fronte all'abside centrale, si osserva il grande affresco raffigurante la Crocifissione, databile tra il XIII e XIV secolo.


Al centro il Cristo Patiens (il Cristo crocifisso è raffigurato con gli occhi chiusi, patiens, in un'epoca in cui, secondo la tradizione bizantina, si usava dipingerlo sulla croce vivo e con gli occhi aperti, nella tipologia del Cristo triumphans).
Sulla sinistra figura il gruppo delle pie donne, dove la Vergine accasciata, le mani protese verso il Figlio, è sorretta dalle due Marie, cupe ed accorate dal dolore; sulla destra, l’immagine di S.Giovanni – molto deteriorata – è affiancata dalle figure meste di due astanti, riconducibili, secondo il testo evangelico, a Giovanni d’Arimatea e Nicodemo, ma iconograficamente più simili ai Santi Pietro e Paolo, di cui recano anche gli attributi: il rotolo ed il libro. Ai lati della croce sono ritratti i soldati, di dimensioni più piccole rispetto agli altri personaggi, e gli angeli, due adoranti e due che raccolgono nelle coppe il sangue di Cristo che fuoriesce dalle mani e dal costato.


Nell’abside di destra un altro affresco di fattura simile, ma forse posteriore, propone un trittico di santi racchiusi in archi e separati da colonnine: San Sisto papa (115-125) al centro, san Lorenzo a sinistra, un altro santo pellegrino a destra. Nel dipinto si colgono notevoli assonanze con la Crocifissione, anche se la maggiore fluidità nella resa dei panneggi sembrerebbe indice di un adeguamento allo spirito cortese, di gusto già trecentesco.

La chiesa era annessa al convento femminile di donne nobili di S. Maria della Pietà, sorto presumibilmente tra il XII e il XIII secolo. Per quanto oggi completamente trasformato e illeggibile nelle sue strutture originarie - perché smembrato e parzialmente divenuto civile abitazione (palazzo Pernigotti) - esistono ancora degli elementi decorativi che collocano il monastero all’interno di quell’architettura, diffusa in Campania a partire dall’XI secolo, caratterizzata dall’utilizzazione di tarsie policrome giocate sull’utilizzo di fasce alternate di tufi grigi e gialli.
L’antico loggiato con archi incorniciati da larghe fasce policrome, che presumibilmente correva sui quattro lati dell’edificio, è oggi inglobato in un’abitazione ed è possibile soltanto vedere da lontano alcuni pezzi scultorei sul lato orientale del fabbricato. Pochissimi elementi, tra cui alcuni archi a sesto acuto tuttora esistenti nei locali dell’ex convento ne confermerebbero la datazione di origine al XIII secolo.

Note:

(1) Archivio Diocesano di Salerno, pergamena 45.

Il Crocifisso del Barliario

(2) Si tratta di mirabile esempio di arte lignea dell’ultimo quarto del XIII secolo - oggi conservato nel Museo diocesano - che riproduce la figura del Cristo Triumphans, come vuole la tradizione orientale bizantina. Benché notevolmente danneggiato da un incendio nell’Ottocento, presenta ancora un viso fortemente espressivo ed è completato da due tabelle laterali raffiguranti la Vergine e San Giovanni. Alla storia del crocifisso si lega la leggenda dell’alchimista salernitano Pietro Barliario; si narra, infatti, che il mago, dopo aver provocato la morte dei suoi nipoti nel suo laboratorio, si sia recato a chiedere perdono ai piedi del Crocifisso, il quale, si dice abbia chinato il capo in segno di accoglimento del pentimento e di perdono.

domenica 13 ottobre 2019

chiesa di S.Andrea di Lavina, Salerno

chiesa di S.Andrea di Lavina (o della Lama), Salerno

Per almeno tre secoli, a causa di un antico documento dell'866, questa chiesa fu confusa con un'altra omonima (oggi scomparsa) che risultava dislocata super porta Radeprandi constructa.
Un altro documento scoperto di recente ha rivelato che la "porta Radeprandi" (o Rateprandi) si trovava nella zona alta della città, all'incirca dove oggi si trova il Museo diocesano (probabilmente si trattava dell'antica Porta Rotese, detta in origine di Radeprandi dal nome proprio di qualche importante personaggio locale). A causa di tale equivoco, la strada davanti all'ingresso della chiesa si chiama ancora via Porta Radeprandi, ed un massiccio arco poco lontano è, da molto tempo, scambiato per la porta stessa.
La chiesa originaria dovrebbe risalire alla committenza del principe Guaimario III (989-1027). Con l’edificazione della basilica e la sua dedicazione all’apostolo Andrea – santo patrono di Amalfi - il principe intendeva probabilmente manifestare agli Amalfitani la sua protezione politica, già espressa in seguito al suo matrimonio con Porpora di Tabellaria. Ma questa chiesa potrebbe essere stata preceduta da un'altra edificata poco dopo la deportazione degli Amalfitani voluta dal duca di Benevento Sicardo dopo la conquista di Amalfi (838) (1).
La chiesa, inizialmente nota come Sant'Andrea della lama (2), sorse infatti nei pressi del quartiere amalfitano, delimitata a nord dalla zona del Plaium montis, a est dalla lama d’acqua, a sud dalla via Marina e ad ovest dal vico di santa Trofimena, dove l’omonima chiesa è attestata fin dal 940.

La chiesa sorge attualmente su un alto basamento prospiciente via della Lama alla quale è raccordato da una gradinata racchiusa da un cancello e si presenta attualmente nella veste conferitagli dalla ristrutturazione settecentesca.


In facciata, un ampio finestrone semicircolare sormonta l’ingresso principale ai cui lati paraste in stucco con capitelli ionici sorreggono un aggettante timpano con eco centrale. All’interno della cornice del portale un’epigrafe, fino a qualche anno fa sormontata dallo stemma della famiglia de Vicariis, di cui rimane la sola impronta, recita: templum hoc aetate vetustum rectore Hieronymo de Vicariis forma fuit elegantiori restauratum anno domini MDCCLXXXVIII.


Nonostante le alterazioni ed i rimaneggiamenti subiti nel corso del tempo è palese come il campanile, datato dal Kalby al XII secolo, con i suoi piani rientranti e il suo tamburo con copertura a calotta, rimandi a modelli architettonici di matrice islamica, ben attestati in costiera amalfitana tra XI e XIII secolo. Il primo ordine del campanile sul suo lato meridionale ha una monofora a tutto sesto, mentre gli ordini superiori presentano monofore a sesto acuto anche sul lato orientale. La cella campanaria, a forma di tamburo con copertura a calotta emisferica, mostra aperture ogivali distribuite a raggiera. il linguaggio decorativo è del tutto assente nelle partizioni architettoniche, mentre vi appare una compatta massa muraria, ricordo dei tozzi campanili altomedievali, come il poco noto campanile del S. Michele di Grottaminarda, in provincia di Avellino. È tuttavia possibile che tale robustezza sia dovuta al fatto che in fondazione vi erano precedenti strutture di edifici in rovina posti presso la lama d’acqua che dava nome alla zona. Secondo alcuni, proprio da questo campanile Ippolito di Pastena estese a Salerno la rivolta contro il governo del viceré spagnolo scatenata a Napoli da Masaniello (1648).

Al suo interno l’edificio, orientato est-ovest, si presenta con le vesti del rifacimento settecentesco con una pianta longitudinale tripartita in modo disomogeneo, terminante con abside centrale semicircolare.
Il muro di fondo dell’abside reca tracce della tamponatura di precedenti finestre che una per lato davano luce all’ambiente; queste risultano ancora aperte secondo una descrizione della chiesa che risale al 1692. La loro chiusura e l’assenza di ulteriori prese di luce deve aver determinato, sul finire del settecento, la inusuale sistemazione dell’ampio finestrone in facciata.


Il muro perimetrale settentrionale presenta due archi ciechi di altezza diversa, in origine separati da una colonnina di cui si è conservata solamente la base. Il primo mostra un subsellium in muratura, il secondo mantiene sulla parete di fondo un affresco settecentesco, dipinto come un finto tabernacolo con scene tratte dalla vita di San Nicola, al di sotto di questo strato il santo appare nuovamente in una ulteriore raffigurazione più antica: l’aureola raggiata a rilievo, mostrata anche dalla santa non riconoscibile che lo affianca sulla sinistra, rimanda a espressioni pittoriche di XIV secolo.


L'asimmetria della pianta (la navata sinistra, attualmente adibita a sacrestia, è molto più stretta di quella destra) fa ipotizzare che la chiesa originaria non avesse l'attuale orientamento est-ovest bensì un inconsueto orientamento nord-sud, con l'abside posta dove ora si trova l'affresco di San Nicola e l'ingresso nella sacrestia, dove attualmente si trova inglobato nella muratura un architrave di epoca imperiale; l'ambiente oggi adibito a sacrestia avrebbe svolto la funzione di nartece.

1.Architrave di recupero; 2.Abside attuale; 3.Parete con l'affresco di san Nicola; 4.Colonna della chiesa originaria successivamente inglobata in un pilastrino.

La decorazione settecentesca della conca absidale

Al di sotto del pavimento della navata centrale nel lato sud, ad una profondità di cinque metri e ottanta è stata rinvenuta un’aula rettangolare absidata di circa quattro metri per sei. Un gradino e una transenna, le cui tracce sono ben evidenti al di sotto del muro perimetrale sud, mentre appaiono residue su quello nord, delimitavano lo spazio liturgico. Il battuto pavimentale della piccola aula appare in pendenza verso ovest nella cui direzione è possibile vi sia stato l’ingresso, non più visibile, poiché l’area è stata completamente devastata dalle successive costruzioni.
Planimetria della chiesa sottostante
 
L’aula rettangolare mostra due fasi costruttive immediatamente susseguenti. All’abside primitiva ne fu addossata dall’interno una seconda che determinò la riduzione della sua ampiezza, mentre sul fronte e ai lati della nuova abside furono ricavate due piccole nicchie semicircolari.

Resti di affresco nell'abside della chiesa sottostante

Dell’affresco dell’abside che vede come colori impiegati l’ocra, il rosso, il blu e il nero, rimangono i due terzi inferiori, poiché la calotta, già distrutta prima del cantiere di XI secolo, fu ulteriormente ridotta per sistemare le nuove strutture di fondazione. Le parti residue delle figure sono attribuibili a quattro angeli alati (gli Arcangeli?), posti due per lato; al centro della composizione si può immaginare una figura stante con i piedi su di un cuscino. Tutte le figure sono sorrette da onde di linee ocra che potrebbero rappresentare le nubi del cielo o le onde del mare, mentre una tratto scuro delimita l’orizzonte terreno dal quale germogliano racemi e fiori. E' stata avanzata l'ipotesi che possa trattarsi di una scena del Paradiso, in quanto secondo l’iconografia medievale le ondine rappresenterebbero il prato e i papaveri che si trovano nell’Eden.
Negli spazi tra l’abside e le nicchie laterali una decorazione a scacchiera fu eseguita con i medesimi colori.
In base ai rapporti stratigrafici delle strutture murarie altomedievali e all’analisi tipologica degli affreschi è possibile datare le due fasi costruttive entrambe al IX secolo, in pieno consolidamento del Principato longobardo di Salerno. Nello specifico i racemi in nero che sollevano rosse corolle rimandano agli analoghi motivi decorativi di area beneventano-volturnense, attestati anche nel materano tra l'VIII e il IX secolo. Il motivo geometrico della decorazione a scacchiera, inoltre, trova stringente confronto con il particolare pittorico della scena dei Santi Cecilia, Urbano e Valeriano nella chiesa ipogea di Santa Maria Assunta di Pago del Vallo di Lauro, in provincia di Avellino, e con l’analogo pilastrino presente nell’episodio dei Santi Zosimo e Maria Egiziaca nella chiesa di S. Maria de Gradellis a Roma, entrambi assegnati al IX secolo.
Intorno al X secolo, forse in seguito a un'alluvione, questo primo edificio fu in parte demolito e adibito a sepolcreto, e su di esso fu costruita una chiesa più ampia, di cui rimangono ancora due delle tre navate, oltre a qualche moncone di affresco raffigurante due santi ed un'iscrizione in greco, che testimonia una possibile diversa frequentazione dell'ambiente.


La planimetria di questo nuovo edificio potrebbe infatti anche essere stata quella di un edificio a due navate (una per il rito latino e l'altra per quello greco-orodosso molto diffuso tra gli amalfitani), una maggiore terminante nella zona absidale e una minore posta a settentrione e alla quale si aveva accesso mediante i varchi precisati dai pilastri e dalle due colonne. L’accesso sul fronte occidentale doveva essere preceduto dall’atrio dove venivano rogati degli atti notarili.

Note:
(1) Sicardo – che fu l'ultimo a regnare prima della divisione del Principato longobardo nei principati di Benevento e di Salerno - deportò gli amalfitani a Salerno con l'intento di sfruttarne la perizia nella costruzione di navi al fine di dotare il ducato longobardo di una marineria mai avuta in precedenza. Gli amalfitani furono insediati in un nuovo quartiere che divenne noto come “Le Fornelle”. Il quartiere aveva una forma planimetrica pressoché quadrangolare ed era delimitato a nord dalla attuale via Torquato Tasso, a sud da via Porta Catena, a est da via Porta Rateprandi e ad ovest dal vicolo S. Trofimena. Inizialmente extra moenia venne successivamente incluso dall'estensione della cinta muraria.

(2) Il toponimo de lavina, con cui la chiesa compare per la prima volta in un documento del 1312, allude alla presenza di un canale di scolo (lavinario) che sfruttava la lama d'acqua che scorreva dinanzi all'edificio.

domenica 6 ottobre 2019

Il Palazzo di Arechi II, Salerno

Il Palazzo di Arechi II, Salerno

Facciata meridionale e campanile della Cappella Palatina

All’indomani della sconfitta di Desiderio, re dei Longobardi, a opera di Carlo Magno nel 774 alle Chiuse di Pavia, Arechi II, duca di Benevento – che aveva sposato Adelperga, una delle figlie del re - assunse il titolo di Princeps gentis langorbadorum, accogliendo nell’area salernitana i profughi della gens langobarda del nord. Nel quadro di un riassetto del ducato beneventano decise anche di spostare la capitale da Benevento a Salerno, che evidentemente giudicava più difendibile dalla minaccia franca.
Ne fece quindi rafforzare le difese e vi fece anche costruire un sontuoso palazzo residenziale che venne edificato in pieno centro cittadino, ribadendo le scelte già fatte dai Longobardi a Pavia e a Benevento.
L'area del Palazzo doveva estendersi dal rione dei Barbuti al Vicolo Pietra del Pesce ed era disposto in senso longitudinale secondo una direzione nord-sud; il lato nord era allineato con l'attuale parete settentrionale della chiesa di San Pietro a Corte; il lato sud doveva coincidere con il vicolo Pietra del Pesce; il lato est era probabilmente poco oltre l'attuale Largo Antica Corte; il lato ovest doveva coincidere con l'allineamento della facciata occidentale della cappella palatina con la via Pietra del Pesce. La parte meridionale era innestata, probabilmente con una torre, sulle mura che affacciavano sulla spiaggia – che all'epoca era molto più vicina al palazzo di quanto lo sia attualmente, dove una scalinata monumentale introduceva al palazzo.


Ciò che rimane del palazzo è ancora leggibile nell'edificio superstite che affianca la chiesa di S. Stefano e nelle arcate sorrette da colonne e capitelli che si affacciano su via della Dogana Vecchia.
Arcate del Palazzo di Arechi II inglobate in nuovi edifici in via della Dogana Vecchia
L'edificio superstite corrisponderebbe alla Cappella Palatina del palazzo di Arechi (1).
I pilastri di fondazione della Cappella Palatina (due centrali affiancati da una serie di semipilastri laterali) poggiano sul frigidarium di un complesso termale romano di età flavio-traianea. L’antico edificio aveva un’altezza di circa 13 metri ed era coperto da volte a botte e volte a crociera ed era illuminato da grandi finestroni. Abbandonato probabilmente a seguito di un alluvione, nei primi secoli dell’età cristiana venne riutilizzato come aula religiosa e area di sepoltura, come testimoniano alcune epigrafi rinvenutevi e databili dal V all’VIII secolo.
Quando Arechi decise di fare erigere il palazzo, rafforzò le strutture romane preesistenti che dovevano sostenere ora il peso di piani superiori e divise in due l'ambiente sottostante erigendo un setto murario. Sulle volte ormai crollate posizionò un solaio che divenne il pavimento della soprastante chiesa, che dedicò ai SS. Pietro e Paolo (oggi nota come San Pietro a corte), decorandolo con splendidi mosaici in tessere marmoree di spoglio, di cui si conservano numerosi frammenti.

Frammento della pavimentazione della cappella palatina

La cappella, a navata unica, terminava originariamente con un abside rettangolare sostituito da uno semicircolare nel corso del rifacimento del 1576 quando venne realizzata anche l'attuale scala d'accesso. Un imponente Titulus dedicatorio – opera di Paolo Diacono - correva lungo i muri interni della chiesa magnificando l'opera del duca. L'iscrizione, di cui sono stati ritrovati alcuni frammenti, era incisa sul marmo su cui si applicavano le lettere di bronzo dorato.
Grazie alla tradizione manoscritta, del testo originario si conoscono i sette versi iniziali:

[Chri]ST[E SALUS UTRIUSQUE DECUS SPES UNICA MUNDI]
[DUC A] GE DUC C[LE]M[ENS ARICHIS PIA SUSCIPE VOTA
PERPETUUMQUE TIBI HAEC CONDAS HABITACULA TEMPLI.
REGNATORI TIBI SUMME DECUS TRINOMINIS ILLE
HEBREAE GENTIS SOLYMIS CONSTRUXIT ASYLUM
PONDERE QUOD FACTUM SIC CIRCUMSEPSIT OBRIZO
DUXIT OPUS NIMIUM VARIIS SCULPTUMQUE FIGURIS
BRAC(TEATIS)…]
(O Cristo, salvezza, Gloria ed unica speranza di entrambi i mondi orsù!,
Guida, indirizza benigno, e accogli i pii voti di Arechi
 e a tua gloria edificherai in eterno questo tempio. 
Per Te, sommo Sovrano, egli ha costruito 
una dimora degna della Gerusalemme ebrea dai tre nomi e,
 una volta portata a termine, l’ha ornata di purissimo oro
 accrescendole enormemente il valore con varie figure bratteate…)
Vi si accedeva originariamente soltanto dal Palazzo per mezzo di una galleria coperta che terminava con un ingresso (oggi murato) che si apriva lungo il lato meridionale della cappella.
La cappella era preceduta da un atrio di cui rimane soltanto il loggiato di cui sono visibili delle bifore con archi in mattoni che poggiano al centro su una colonna con capitello altomedievale e pulvino a stampella.

Il campanile romanico che sorge sul lato nord della chiesa sarebbe stato fatto erigere dal principe Guaimaro II intorno al 920, come testimonia il Chronicon Salernitanum, sebbene recenti scavi abbiano fatto ipotizzare che l’attuale campanile sia di epoca successiva al X secolo. L’altissimo prospetto della facciata occidentale contrasta con il campanile apparentemente sproporzionato, che deve la sua mole ridotta ad un cedimento delle fondazioni verificatosi in fase di costruzione.

La cripta, orientata come la chiesa superiore, in epoca normanna o sveva venne divisa in due ambienti distinti su livelli diversi chiudendo il vano di comunicazione esistente e rafforzando il setto murario arechiano; nell'ambiente più basso si trovano vasche per la preparazione di materiale edilizio, quello più elevato, che venne adibito ad oratorio, si conclude, all’estremità orientale, in un’abside rettangolare con presbiterio delimitato da muretti e fornito di un piccolo altare.
Tre pareti sono decorate da affreschi non riconducibili alla cultura longobarda.


Sul pilastro centrale – fatto erigere da Arechi per sostenere il solaio della cappella soprastante - è presente un affresco raffigurante a destra una Madonna in trono con Bambino e a sinistra Santa Caterina d’Alessandria. L’affresco è databile alla metà del XII secolo. Una semplice fascia bicroma bianca e rossa incornicia la rappresentazione. La Vergine è seduta su un trono composto da schienale, cuscino e suppedaneo decorato con perline bianche ed elementi geometrici. Maria regge nella mano destra una lunga croce astile mentre la sinistra è appoggiata sulla spalla del Figlio. Il Bambino ha nella mano sinistra un rotolo chiuso mentre la destra, mutila, doveva essere benedicente. A sinistra abbiamo Santa Caterina d’Alessandria identificabile dall’iscrizione E KATHER leggibili tra l’aureola e la spalla destra e dall’ampolla con il sangue del martirio. Nella vita di santa Caterina si narra come dopo il martirio per decapitazione della giovane egiziana sgorgasse dalle ossa senza sosta un olio in grado di sanare le malattie. Questa sua caratteristica taumaturgica legherebbe la sua raffigurazione in questa sede alla trasformazione in epoca medioevale di quest'ambiente in aula della Scuola medica salernitana.
Sul muro sud del vano orientale è presente una teoria di Santi databile all’inizio del XIII secolo. L’analisi degli affreschi mostra delle sensibili variazioni rispetto all’affresco sul pilastro; partendo da destra abbiamo la Vergine seduta su un trono con decorazioni che suggeriscono elementi di ricchezza e regalità; la Madonna ha in grembo Gesù che abbraccia la Madre accostando il suo volto a quello di Maria. Questo genere iconografico - caratterizzato dall'abbraccio tra la Vergine ed il Bambino - è definito Madonna Eleusa (misericordiosa). Immediatamente accanto è dipinto San Giacomo, identificabile dall’iscrizione "JAC" alla destra del suo capo. A seguire abbiamo San Pietro, Santa Caterina d’Alessandria e un santo vescovo non identificato.


Sul muro a destra, che separa i due ambienti, sono raffigurati San Giorgio e San Nicola di Myra datati al XIII-XIV secolo. I due Santi sono separati tra di loro da una riga appena leggibile. San Nicola, vestito in abiti vescovili, stringe il pastorale nella mano sinistra mentre la destra è benedicente. San Giorgio, in pessime condizioni di conservazione, è a cavallo con la mano destra sollevata nell’impugnare la lancia verso il basso contro il drago che è andato perso in seguito all’apertura dell’accesso di collegamento dei due ambienti.

Nel 1576 la chiesa superiore subì un considerevole restauro che ne modificò sostanzialmente l'aspetto interno, mentre nel Settecento fu realizzata l'imponente scala d'ingresso che conduce ad un protiro caratterizzato da con un timpano triangolare sostenuto da colonne.
Caduta successivamente in disuso, durante la prima guerra mondiale fu utilizzata come deposito militare finché, nel 1939 fu affidata in concessione alla confraternita di Santo Stefano dall'arcivescovado.


Secondo lo storico dell'arte Antonio Braca queste strutture lignee – oggi conservate nel Victoria and Albert Museum di Londra – che in origine probabilmente sostenevano un pulpito, potrebbero provenire dalla chiesa di San Pietro a Corte. Lo storico dell'arte sostiene, infatti, che le colonne furono acquistate nel 1886 a Napoli presso un certo Pepe. Nel 1914, il Tavenor-Perry, in un suo articolo storico, precisa, nel ritrarle, che le stesse provenivano dalla Cappella Palatina di Salerno.
Altri storici sostengono, tuttavia, la non appartenenza alla Cappella Palatina di Salerno, riconoscendovi, invece, origini siciliane (Negri Arnoldi, Williamson) (2).


Note:
(1) Secondo più recenti ipotesi interpretative, non confermate però da una storiografia certa, indicano l'ambiente di San Pietro a Corte non come Cappella Palatina ma come aula di rappresentanza della Reggia di Arechi II.