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lunedì 5 settembre 2016

Monastero delle Blachernae, Killini

Monastero delle Blachernae, Killini

Lato meridionale

Si trova svoltando a sinistra della strada principale (bivio segnalato da un cartello) circa 2.5 km prima dell'abitato di Killini. Il monastero, di cui la chiesa era il katholikon e al cui interno si trova, ospita attualmente una residenza per malati psichiatrici.
Probabilmente la chiesa era già in costruzione all'epoca della conquista latina e fu soltanto ultimata con l'inserimento di elementi gotici come l'anteposizione del porticato sul lato occidentale.


Presenta una pianta basilicale a tre navate con nartece ed esonartece.
La parte occidentale, in particolare il piano superiore del nartece che appare tripartito, presenta finestre a sesto acuto, con sottili colonne poste agli angoli della costruzione, gocciolatoi e altri elementi gotici. Le mensole incassate nella parete ai lati degli ingressi nord e sud indicano inoltre come anch'essi fossero originariamente sopravanzati da portichetti a campata unica.

Il piano superiore del nartece visto dal lato meridionale. Agli angoli della costruzione si notano le sottili colonne ed in basso a sinistra l'inserimento della meridiana. Al di sopra ed al di sotto della bifora, l'inserimento di lastre marmoree di reimpiego.

Il porticato appare ricostruito nel XVIII secolo, così come le volte che ricoprono le navate laterali risalgono ad un epoca più tarda rispetto alla costruzione originale.

Il portico anteposto alla facciata occidentale

Secondo un'ipotesi avanzata da Demetrios Athanasoulis le maestranze che ultimarono la chiesa potrebbero essere le stesse che costruirono la chiesa di Merbaka, in base alla presenza dello stilobate su cui poggiano entrambi gli edifici e all'ampio utilizzo di frammenti marmorei di epoca mediobizantina.

Particolare di un gocciolatoio

Anche la meridiana incassata nella parete meridionale – già in sè piuttosto anomala nel contesto di una chiesa bizantina - appare collocata esattamente nella stessa posizione di quella della chiesa di Merbaka, nella parte occidentale della parete meridionale.
Molto particolare è anche la scalinata addossata al fianco settentrionale della chiesa che conduce al piano superiore del nartece.

Lato settentrionale

All'interno, la rappresentazione dell'Agnus Dei nell'abside ne attesta la dedicazione al rito latino.

Facciata absidale



domenica 4 settembre 2016

Panaghia Katholike, Gastouni

Panaghia Katholike, Gastouni

Lato sud

Datata da una iscrizione 1278-1279, fu fatta edificare dai fratelli Kalligoupolis, esponenti di una
nobile famiglia greca, integratasi al nuovo sistema feudale introdotto dai conquistatori crociati al punto che il fratello più grande aveva assunto il nome francese di Guillaume in omaggio al principe Guillaume II Villehardouin morto nello stesso anno di fondazione della chiesa.


La chiesa è del tipo a croce iscritta a due colonne, con una cupola centrale che poggia su tamburo ottagonale. Abside aggettante esagonale all'esterno.

Lato absidale

La muratura esterna del tipo a "cloisonnè" è arricchita da cornici a dente di sega e da inserti ceramoplastici (pratica quest'ultima importata dall'Italia e diffusasi con la dominazione latina).
L'arco acuto che sormonta l'ingresso settentrionale (oggi murato) mostra anch'esso l'influenza della cultura latina.
 
Lato nord

Caratteri architettonici che compaiono anche in altre chiese edificate nel Peloponneso durante la dominazione latina sono le finestre trilobate con lobi della stessa altezza e incorniciate da una decorazione a mattoni (cfr. la chiesa della Palaiopanagia a Manolada) e il modo in cui le cornici a dente di sega avvolgono le finestre per estendersi, alla base di queste, al resto dell'edificio (cfr. la chiesa di Merbaka).

La finestra trilobata sul lato sud
 
Da notare anche il motivo di corsi di mattoni concentrici che decora il timpano della finestra absidale.

All'interno, nella decorazione parietale si distinguono due strati di affreschi, il più recente dei quali risale al 1702 (Ioannikios Neiros, vescovo di Olena fece ridecorare completamente la chiesa). Dello strato più antico, coevo alla fondazione della chiesa, sono visibili solo dei frammenti.

Volta del braccio settenrionale, resti della decorazione originaria (XIII sec)
 
Agli inizi del XVIII secolo, alla facciata occidentale fu addossato un porticato che venne chiuso e trasformato in esonartece durante il secolo successivo.
Anche le attuali ampie aperture d'ingresso sono aggiunte successive alla fondazione della chiesa.


sabato 3 settembre 2016

L'arco di Traiano ed il ponte sull'Ofanto, Canosa

L'arco di Traiano, Canosa


Usciti da Canosa scendendo dal colle per la Via Cerignola, superato il passaggio a livello della ferrovia Barletta-Spinazzola, s'incontra sulla sinistra l'arco di Traiano. Si trova attualmente all'interno di un vivaio privato ma è sempre accessibile al pubblico.
L'arco sorgeva lungo l'antica via Traiana, una variante dell'Appia costruita tra il 108 ed il 110 su un preesistente tracciato di epoca repubblicana che collegava Benevento e Brindisi, e segnava l'accesso onorario alla città. Noto in ambito locale anche come Arco di Varrone, dal nome di Gaio Terenzio Varrone, uno dei consoli che furono sconfitti a Canne (216 a.C.) da Annibale, risale presumibilmente all'epoca in cui fu costruita la strada.

 
Si presenta come un arco a un solo fornice - come quello dedicato dal Senato all'imperatore nel 114 ed eretto a Benevento, città da cui partiva la via Traiana - costruito in laterizi e probabilmente in origine rivestito di marmo. Sui piloni si notano delle lesene disposte sugli spigoli esterni e al centro dei lati sulla fronte dell'arco, che dovevano sorreggere una trabeazione. E' alto circa 13 m (il basamento è parzialmente interrato), largo 12 e profondo 5 ed era sormontato da un attico oggi completamente scomparso.

Bassorilievo conservato nel Museo diocesano di Trani raffigurante un guerriero dace.

Sulla base di alcune convergenze iconografiche con il ciclo raffigurato nella Colonna Traiana e dell'assoluta mancanza in Puglia di altri rilievi di epoca romana che raffigurino episodi bellici, Luigi Todisco (1) ritiene che questi due frammenti, l'uno attualmente conservato nel Museo diocesano di Trani e proveniente dalla chiesa di S.Maria de Russis (attualmente ridedicata a San Giacomo) dove era stato reimpiegato come spolia e l'altro incassato in una delle pareti di castel del Monte, possano essere considerati coevi e provenienti da uno stesso monumento, di carattere pubblico, volto a celebrare le guerre daciche di Traiano conclusesi nel 106. Lo studioso ritiene inoltre che questo monumento possa essere identificato nell'arco canosino e che i due frammenti appartenessero alla decorazione dell'attico oggi scomparso. 
 
Bassorilievo incassato nel cortile di Castel del Monte raffigurante un corteo trionfale
 
  
Il ponte sull'Ofanto: Proseguendo lungo la strada per Cerignola, ad una distanza di circa 3 km dal centro di Canosa, s'incontra il ponte con cui l'antico tracciato della via Traiana scavalcava l'Ofanto e che per secoli ha consentito di collegare Canosa alla Daunia.
 

 
L'imponente schiena d'asino poggia su una struttura in legno di quercia ricoperta di calcestruzzo e fondata su grossi blocchi tufacei e si articola in cinque arcate a tutto sesto, sorrette da enormi pilastri terminanti a cuspide.

 
Coevo alla costruzione della strada romana (108-110), pur rimaneggiato nel corso del tempo da numerosi interventi di manutenzione e di restauro dell'elevato, conserva tuttora intatti i pilastri, le spalle e la platea di fondazione.
Nel letto del fiume, ai piedi del ponte, s'intravede ancora la passerella in cemento realizzata durante l'ultimo conflitto mondiale per consentire il passaggio dei mezzi pesanti americani.

Note:
 
(1) L. Todisco, Rilievi romani a Trani, Castel del Monte, Canosa in Mélanges de l'Ecole française de Rome. Antiquité, tome 105, n°2. 1993, pp. 873-894

venerdì 2 settembre 2016

Castello di Patrasso

Castello di Patrasso

La cittadella

Il castello fu fatto costruire da giustiniano, dopo il terremoto del 551, sull'acropoli della città, sulle prime balze del monte Panachaico, reimpiegando materiali provenienti dagli edifici distrutti (in alcuni tratti della muratura riconducibile a quest'epoca si notano ancora i fusti di colonna provenienti dagli antichi templi).

Resti di muratura giustinianea incorporati nel tratto settentrionale delle mura della cittadella 

La fortezza rimase da allora continuativamente in uso fino alla seconda guerra mondiale.
In epoca bizantina fu assediata senza successo da Slavi, Bulgari e Normanni.
Nel 1205 cadde in mano ai crociati e divenne il capoluogo di una delle più estese ed importanti delle 12 baronie in cui fu diviso originariamente il Principato d'Acaia e dove fu infeudato un cavaliere provenzale, Guillaume Aleman. Nel 1278 un suo discendente, Guillaume II Aleman, vendette i diritti sulla baronia all'Arcivescovado di Patrasso che – a parte un breve periodo in cui il vescovo Stefano Zaccaria, fratello dell'ultimo principe di Acaia, Centurione II, lo affidò ai veneziani (1408-1413) – ne rimase proprietario fino al 1430 quando la città, dopo quasi un anno di assedio, fu riconquistata da Costantino Dragaze e tornò in mani bizantine* .
Conquistata dai Turchi nel 1460, fu presa dai veneziani durante la guerra di Morea (1687) che la tennero fino al 1714 quando la città cadde nuovamente in mani ottomane, in cui rimase fino al 1828, quando fu conquistata dal corpo di spedizione francese inviato da Carlo X a sostegno dell'insurrezione greca ed al comando del generale Nicolas Joseph Maison e successivamente consegnato all'esercito di liberazione greco.
Pochi anni dopo,Triantaphyllos Lazaretos, comandante della piazzaforte, fece demolire tutti gli edifici che si trovavano all'interno del castello.

 
1. Fossato esterno
2. Ingresso principale
3. Fossato interno
4. Cittadella
5. Moschea
6. Bastione SE
7. Torre di Patrinella
8. Terrapieno sud
9. Casamatte
10. Torre sud
11. Ingresso meridionale
12. Torrione circolare (veneziano)
13. Opera di fortificazione esterna
14. Torrione circolare (ottomano)

nero: resti giustinianei (551)
verde: resti del periodo latino (1205-1278)
giallo: opere veneziane (1408-1413)
azzurro: ammodernamenti di epoca paleologa (1430-1460)
rosso: epoca ottomana

Il castello presenta un'ampia cinta esterna, rafforzata da torri e bastioni e a pianta triangolare, che racchiude un'area di circa 22.600 mq.

La cittadella (4). Nella parte nordorientale, su un rialzo naturale del terreno e preceduta da un fossato, si trova la cinta interna – rafforzata da sei torri (Hexapyrgion) - che racchiude la cittadella. La cittadella – come il resto della fortezza - è stata ampiamente rimaneggiata nel corso del tempo dai diversi proprietari.
 
Il ponte che da accesso alla cittadella e l'antemurale (falsabraga)
 
L'antemurale che precede l'alta cinta muraria è ad esempio un'aggiunta di epoca ottomana mentre, al suo interno, la massiccia torre quadrata a due piani, molto simile al dongione delle coeve fortezze occidentali, risale alla dominazione latina ed ospitava la residenza del feudatario.
 
Il dongione
 
Sempre all'interno, le otto arcate che sostengono il camminamento di ronda sul lato occidentale risalgono al periodo paleologo mentre la merlatura degli spalti risale a quello ottomano.
 
 
A quest'ultimo periodo risale anche l'inglobamento delle due torri quadrate, che si alzavano nei pressi dell'angolo settentrionale della cittadella, nella costruzione di un massiccio bastione poligonale.
 
A destra il dongione e a sinistra e in secondo piano il bastione poligonale

La sezione settentrionale della cinta muraria esterna conserva ampi tratti della muratura giustinianea, nel cui spessore si osserva l'inserimento di spolia provenienti dagli edifici dell'antica acropoli.
Al breve periodo (1408-1413) in cui la fortezza fu affidata ai veneziani risale invece l'ampio torrione circolare (12) posto all'angolo occidentale del perimetro difensivo ed atto ad ospitare le artiglierie, come quelli successivamente costruiti dagli ottomani a metà delle mura settentrionali (14) e sull'angolo SE (6).

Ingresso al torrione veneziano (12)

Interno del Bastione SE (6)

La torre di Patrinella (7). Si alza all'incirca a metà della sezione meridionale della cinta esterna e deve il suo aspetto attuale ai restauri intrapresi dai Paleologi.
 
 
Secondo la tradizione locale Patrinella, donna di umili origini e dedita alla prostituzione, uccise il figlio avuto dal suo amante dopo che questi l'aveva lasciata piegandosi alla morale pubblica che disapprovava l'unione. Il crimine scioccò la società dell'epoca e Patrinella fu rinchiusa in questa torre da dove continuò a maledire i suoi concittadini e la sua città fino al giorno della sua morte. Dopo la sua morte si trasformò nella cultura popolare in un fantasma evocato dai genitori per spaventare i bambini disobbedienti ma c'è chi ancora giura di averla sentita trascinare le sue catene lungo le mura del castello.

Note:

* Pandolfo Malatesta, nominato arcivescovo di Patrasso da papa Martino V nel 1424, fu l'ultimo ad esercitare sulla diocesi anche il potere temporale.










mercoledì 31 agosto 2016

Castello di Chlemoutsi (Clermont)

Castello di Chlemoutsi (Clermont)

Apertura: 8.000-15.00, chiuso il lunedì


Fu fatto edificare da Goffredo I di Villehardouin tra il 1220 ed il 1223 a conclusione di un contenzioso che lo aveva contrapposto al clero. Il clero era proprietario di circa un terzo delle terre del Principato d'Acaia ma era esentato dal servizio militare, quindi il principe chiese loro di aumentare le donazioni a favore delle spese per la difesa. Al rifiuto del clero, il principe rispose confiscando i beni della chiesa e con questi fondi diede inizio alla costruzione della fortezza.
Il nome di Clermont deriva probabilmente dalla corruzione del locale Chlemoutsi mentre nelle fonti italiane, a partire dal XV secolo compare come Castel Tornese, probabilmente confondendo la collocazione della zecca del principato che si trovava invece nella vicina Clarentza.
Il castello fu eretto sulla collina di Chelonata in una posizione strategica da cui controllava sia la città di Clarentza, il principale porto commerciale del Principato, che quella di Andravida, sede del potere amministrativo.
A dispetto del ruolo strategico della sua posizione e della sua imponenza non fu mai oggetto di importanti operazioni militari e svolse prevalentemente la funzione di prigione per detenuti di alto lignaggio come il generale bizantino Alessio Philes che, catturato dopo la battaglia di Makryplagi (1263), vi morì poco dopo esservi stato rinchiuso.
Alla morte di Guglielmo II Villehardouin (1278), in forza del trattato siglato a Viterbo nel 1267 tra l'imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II e Carlo d'Angiò, il Principato passò sotto il controllo angioino ma il castello di Clermont rimase come lascito ereditario, insieme alla baronia di Kalamata, alla vedova Anna (Agnese) Angelina Comnena d'Epiro, terza moglie di Guglielmo II e figlia del despota epirota Michele II.
Nel 1280 Anna si risposò con il barone Nicola II di Saint Homer, signore della metà di Tebe, e l'anno successivo fu raggiunto un accordo con gli angioni in base al quale il castello passò sotto il loro controllo. Negli anni '90 vi fu detenuto come ostaggio il futuro despota d'Epiro Tommaso I Ducas Comneno.
Nel 1314 vi fu imprigionata Margherita di Villehardouin, figlia di Guglielmo II Villehardouin e Anna Angelina Comnena, che rivendicava i suoi diritti sul principato e che vi morì l'anno seguente. Nel giugno del 1315 il castello fu conquistato da suo genero Ferdinando di Majorca prima di essere sconfitto e ucciso nella battaglia di Manolada (5 luglio 1316) da Luigi di Borgogna, secondo marito di Matilde d'Hainault - figlia di Florent d'Hainault e della figlia maggiore di Guglielmo II Villehardouin, Isabella - che reclamava anch'egli il diritto alla successione.
Nel 1418 il castello passò sotto il controllo del despota epirota Carlo I Tocco e nel 1428 fu ceduto all'allora despota di Morea Costantino Dragaze come parte della dote nuziale di Maddalena Tocco.
Nel 1446 Tommaso Paleologo vi fece rinchiudere il figlio illegittimo di Centurione II – Giovanni Asen Zaccaria – che reclamava il titolo del padre e che riuscì a evadere nel 1453 ponendosi a capo di una rivolta.
Con la conquista ottomana (1460) il castello perse la sua importanza strategica.
Rimasto in mano ai veneziani al termine della guerra di Morea (1699), nel 1701 il provveditore generale di Morea, Francesco Grimani, ne propose lo smantellamento perchè troppo lontano dal mare.
Nel 1825 parte delle mura furono bombardate dalle artiglierie di Ibrahim Pascià per impedire agli insorti greci di utilizzarlo.
Rispetto alla conformazione originale, nel corso del tempo, le uniche trasformazioni furono realizzate dagli ottomani, principalmente per adeguare le difese al fuoco d'artiglieria.

Il cuore del castello presenta la forma di un esagono irregolare a cui si addossa sul lato occidentale, dove il pendio è meno scosceso, un'opera poligonale, le cui mura abbracciano un'ampia corte centrale.
L'ingresso principale alla cinta esterna si trovava originariamente al termine di un recesso del muro di NO sbarrato da una saracinesca. Il recesso fu riempito dagli ottomani per ripristinare la continuità della muratura. Furono anche aggiunti dei contrafforti dove le nuove mura si congiungevano alle vecchie mentre fu lasciato a cielo aperto lo spazio tra la nuova porta e quella originaria.

L'ingresso principale come si presenta attualmente

Sul lato interno, sono addossati alle mura una serie di edifici, quello meglio conservato si trova in prossimità della porta, che erano adibiti a caserme e stallaggi o magazzini e che risalgono alla fondazione del castello. Il parapetto merlato con cui culminano le mura risale invece ad epoca ottomana.

L'ingresso principale visto dall'interno
 
Le mura del lato a sinistra dell'ingresso, nel punto dove si congiungono con quelle della fortezza interna, presentano una posterla ed all'interno, quasi in corrispondenza ad essa una scalinata di pietra che conduce al cammino di ronda. Sul lato opposto, presentano invece un'unica torre semicircolare, molto probabilmente un'aggiunta ottomana, così come il terrapieno costruito all'interno delle mura in corrispondenza dell'angolo SO e destinato ad accogliere una batteria di artiglieria.
 
La torre circolare di epoca ottomana
 
Dietro l'edificio in primo piano, la piazzola per l'artiglieria costruita in epoca ottomana
 
Il tratto meridionale delle mura presenta una rientranza di 5 m all'incirca a metà del suo decorso, dove si apre un'altra posterla. Questo tratto di mura presenta inoltre evidenti tracce di riparazioni (con frammenti di tegole e corsi di pietra) di epoca ottocentesca perchè nel 1825 furono cannoneggiate da Ibrahim Pascià.
La fortezza interna ha una cinta a pianta esagonale, rafforzata sul lato occidentale da due torri circolari (ma con la base a pianta quadrata).

Le due torri circolari che rafforzano il tratto occidentale delle mura della fortezza interna
 
L'ingresso si trova in un avancorpo sul lato settentrionale ed è formato da un passaggio a volta che attraverso una doppia porta introduce alla corte interna.
L'ingresso alla fortezza interna. Sulla sinistra s'intravedono la posterla aperta nelle mura della fortezza esterna e la scalinata che conduceva al camminamento di ronda
 
A sinistra della prima porta e a livello del piano superiore si nota una piccola abside che apparteneva alla cappella che era dedicata a Santa Sofia. La cappella era un tempo interamente affrescata ed era illuminata da quattro ampie finestre ad arco acuto che si aprivano sulla corte.

L'abside della cappella
 
All'interno, attorno alla corte centrale, si dispone una serie continua di edifici a due piani, separati da un solaio di legno, oggi in gran parte crollato, un tempo sostenuto da archi traversi impostati su pilastri laterali addossati alle pareti e su una serie di pilastri centrali. Il piano superiore era costituito da una serie di gallerie coperte da una volta a ogiva, interrotte ogni 7-10 m. da muri traversi, mentre ampie finestre si aprivano verso la corte interna.

La corte della fortezza interna
 
Nell'ala a destra dell'ingresso (circa 300 mq.), si svolgevano le funzioni pubbliche (le udienze del principe, la sua proclamazione, i banchetti, etc.). L'accesso al piano superiore di quest'ala – che aveva un'estensione continua, priva cioè dei muri traversi di separazione che si trovano in corrispondenza dei piani superiori degli altri settori - avveniva per mezzo di una scalinata di pietra che terminava con un'ampia balconata che dominava la corte.

Resti della scalinata che conduceva alla sala delle udienze
 
La fortezza interna è stata assai meno rimaneggiata di quella esterna in epoca ottomana e rappresenta tuttora un esempio abbastanza tipico dell'architettura militare occidentale del XII sec. trapiantata in Grecia. Mancando però gli elementi caratteristici del gotico, la si direbbe più che altro una forma di transizione dal romanico.
 
Nel museo: in alcune sale del castello è allestita una mostra permanente che raccoglie interessanti reperti provenienti dagli edifici di matrice latina della regione dell'Elide. Tra questi segnaliamo:
- la pietra tombale di Anna Angelina Comnena ritrovata nella chiesa di S.Sofia di Andravida (cfr. scheda);
- un capitello proveniente dalla stessa chiesa in cui sono scolpite le armi dei Villerhardouin (è forse l'unico esempio ritrovato di queste armi);
- due cornici di finestre gotiche ed un affresco raffigurante un santo militare a cavallo provenienti dalla chiesa di San Francesco a Clarentza;
- un capitello proveniente dal monastero di Isova.


Il Ritratto di cavaliere (Marco Gabriel) di Vittore Carpaccio


Il Ritratto di cavaliere (Marco Gabriel) di Vittore Carpaccio

Vittore Carpaccio, Ritratto di cavaliere, 1510 (?), Collezione Thyssen-Bornemisza, Madrid
 
Una recente interpretazione ha identificato nel personaggio ritratto da Vittore Carpaccio in questo dipinto il patrizio veneziano Marco Gabriel, rettore di Modone all'epoca della conquista turca (9 agosto 1500). Secondo lo studioso Augusto Gentili, la data sul cartiglio (1510), molto pasticciata, sarebbe errata ed il dipinto sarebbe invece coevo alla serie di teleri commissionati da Paolo Vallaresso, per la chiesa di San Giorgio degli Schiavoni tra il 1499 ed il 1502. Lo stesso Paolo Vallaresso, all'epoca rettore di Corone che cadde poco dopo Modone, avrebbe suggerito alla famiglia Gabriel di commissionare il dipinto al Carpaccio al fine di riscattare l'onore del loro congiunto. Come traspare anche dai Diari di Marin Sanudo, il patrizio fu infatti sospettato all'epoca di codardia e collusione con il nemico, nonostante il fatto che, catturato dai turchi, fosse stato giustiziato circa un anno dopo la caduta di Modone (1).
Il motto iscritto nel cartiglio, Malo mori quam foedari (meglio morire che macchiarmi), sarebbe una chiave esplicita in questo senso. Secondo Gentili il nobile veneziano sarebbe inoltre rappresentato due volte: la prima nelle vesti dell'uomo in armatura in primo piano che rinfodera la spada e la seconda in quelle dell'uomo a cavallo fino ad ora interpretato come scudiero del primo. Marco Gabriel sarebbe identificato dai colori giallo e nero dello stemma di famiglia che ricorrono sia nel fodero della spada del personaggio in primo piano che nelle vesti di quello a cavallo.

Lo stemma dei Gabriel sormontato dall'arcangelo Gabriele
Hotel Gabrielli, Venezia
(courtesy venicewiki.org)

Le lettere che spuntano dalla bisaccia alla cintola del personaggio in armatura sarebbero quelle scritte al Senato dalla città assediata e l'unica scritta durante la prigionia. L'allegoria sarebbe completata dalla presenza nel dipinto di altri elementi simbolici: l'ermellino, simbolo di purezza, alluderebbe alla condotta senza macchia del rettore di Modone; in alto, l'airone che soccombe al falco, rappresenterebbe l'integrità che soccombe alla violenza;
 
 
il cane ringhioso che minaccia il personaggio in primo piano rappresenterebbe il Gran Turco (assimilato al Gran Khan) secondo una simbologia già utilizzata da Pisanello (2).
 
 
Sullo sfondo del dipinto sarebbe infine raffigurata la città di Modone.
 


Note:

(1) La guarnigione di Modone, forte di 7.000 uomini, sostenne in realtà per oltre un mese l'assedio delle truppe ottomane guidate personalmente dal sultano Bayezid II, che schierò 100.000 uomini e 500 bocche da fuoco, mentre la flotta nemica bloccava il porto. Il 9 agosto la flotta inviata dalla Serenissima al comando di Melchiorre Trevisan tentò di forzare il blocco e portare rinforzi e rifornimenti alla città assediata. Improvvidamente i difensori abbandonarono le mura per precipitarsi al porto e rimuovere la catena che ne ostruiva l'accesso onde permettere l'ingresso alle navi di Trevisan. I Turchi penetrarono in città dal lato settentrionale mentre i difensori si asserragliarono nel Bourtzi dove furono massacrati.

(2) Cfr. l'affresco di Pisanello di San Giorgio e la principessa nella chiesa di S.Anastasia a Verona, realizzato nella prima metà del XV sec. Anche in questo caso il cane ringhioso è contrapposto ad uno mansueto (nel dipinto di Carpaccio il cane mansueto fa capolino a fianco del cavaliere in secondo piano).   





Chiesa dei SS.Apostoli, Kalamata

Chiesa dei SS.Apostoli, Kalamata

lato meridionale

La chiesa riveste una particolare importanza storica perchè il 23 marzo 1821 vi fu celebrata la prima messa in territorio greco libero dopo quasi quattrocento anni di dominazione turca - Kalamata fu infatti la prima città ad essre liberata dagli insorti - e nel piazzale antistante fu proclamata la guerra d'indipendenza da Teodoro Kolokotronis e dagli altri capi dell'insurrezione.
Nell'edificio attuale si possono distinguere due fasi costruttive principali: la chiesa più antica – che risale al XII sec. - corrisponde al santuario di quella attuale. Aveva una pianta a croce libera con cupola centrale e presenta un'accurata muratura a castone.

lato orientale, formato dall'antica chisa bizantina
 
Durante il secondo periodo di dominazione veneziana (1685-1715) alla chiesa originaria fu aggiunto ad ovest uno spazioso ambiente, coperto da cupola impostata su un tamburo esagonale, che andò a formare il naos della nuova chiesa.

facciata occidentale

Venne anche eretto il campanile in corrispondenza dell'angolo NE. L'edificio aggiunto, costruito in pietra porosa, presenta caratteristiche tipiche della coeva architettura occidentale come la finestra circolare che si apre al centro della facciata occidentale o la rifinitura delle cornici in pietra delle porte e delle finestre.

ingresso sul lato settentrionale

All'interno, la chiesa originaria conserva affreschi postbizantini che risalgono a fine XVI-inizio XVII sec.
Fortemente danneggiata dal terremoto del 1986 – che determinò anche il crollo della cupola centrale - è stata recentemente riaperta al pubblico dopo un lungo intervento di restauro.