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giovedì 12 ottobre 2023

Gli ultimi anni dell'impero d'Occidente (455-476)

 Gli ultimi anni dell'impero d'Occidente (455-476)


Ricimero (405-472): Di padre svevo e madre visigota, nacque intorno al 405 e trascorse la sua giovinezza alla corte dell'imperatore romano d'Occidente Valentiniano III, dove si distinse combattendo assieme a Maggioriano – di cui divenne amico fraterno – agli ordini del magister militum Ezio. Fu il vero uomo forte dell'impero d'Occidente nell'ultimo ventennio della sua esistenza.

Dopo gli assassinii di Ezio (454) e di Valentiniano III (455), Petronio Massimo, membro di una delle più illustri famiglie dell'aristocrazia romana – la gens Anicia – che non era estraneo a nessuno dei due omicidi, forte dell'appoggio del Senato ed elargendo denaro agli alti funzionari di palazzo, riuscì a farsi proclamare imperatore, nonostante la vedova di Valentiniano, l'augusta Licinia Eudossia, gli preferisse Maggioriano che era subentrato ad Ezio al comando dell'esercito.

Petronio Massimo (17 marzo 455-31 maggio 455): per consolidare la sua posizione costrinse l'augusta a non rispettare il lutto ed a sposarlo. Elevò il figlio avuto dalla prima moglie, Palladio, al rango di cesare e gli diede in moglie Eudocia, una delle figlie dell'augusta. Licinia Eudossia pensò bene di appellarsi Genserico, il re dei Vandali, al cui figlio Unerico, Eudocia era stata promessa in sposa da Valentiniano. Organizzata la spedizione, Genserico salpò da Cartagine e sbarcò a Porto dove pose il suo campo. I militari in stanza nella capitale capirono che la città era persa e si ammutinarono. L’imperatore tentò la fuga ma rimase ucciso, probabilmente in una sommossa che coinvolse anche la popolazione locale. Così i Vandali poterono entrare in città senza incontrare resistenza. L'unica personalità che tentò di opporsi alla devastazione fu papa Leone Magno, che trattò con Genserico. Il papa lasciò ai Vandali la possibilità di spogliare la città dei suoi averi, ma in cambio non avrebbero dovuto infierire sulla popolazione inerme. Ma i Vandali rispettarono l'accordo solo in parte. Molti membri dell’aristocrazia senatoria vennero fatti prigionieri, per poi chiedere un riscatto. Inoltre, molti artigiani vennero condotti, in schiavitù, a Cartagine. Genserico, rientrando a Cartagine, si portò appresso anche l'augusta e le sue due figlie, Placidia e Eudocia.


Karl Pavlovich Briullov, Il sacco di Roma, 1833-1835
Tretyakov gallery, Mosca
Al centro della composizione si nota, con la testa coronata, l'imperatrice Licinia Eudossia che abbraccia la figlia Eudocia. Sulla destra, in piedi sul sagrato di una chiesa, papa Leone Magno

Marco Mecilio Avito (455-456): nato intorno al 395 ad Augustonemetum (l'attuale Clermont-Ferrant) era un esponente di spicco dell'aristocrazia gallo-romana. Dopo aver raggiunto posizioni di rilievo nella carriera civile, si era dedicato a quella militare servendo sotto il magister militum Flavio Ezio nelle campagne contro gli Iutungi e i Norici (430/431) e contro i Burgundi (436). Tornato in Alvernia – probabilmente con il grado di magister militum per Gallias – era poi stato nominato prefetto del pretorio delle Gallie nel 439 e si era ritirato a vita privata l'anno seguente. Durante il suo breve regno, Petronio Massimo lo aveva richiamato in servizio affidandogli il comando dell'esercito e lo aveva inviato in missione diplomatica presso il sovrano visigoto Teodorico II – che Avito conosceva bene – per confermare il loro status di foederati e garantirsene l'appoggio. Quando giunse la notizia della morte di Petronio Massimo, Avito si trovava a Tolosa presso la corte di Teodorico II. Il re goto non perse l'occasione e lo acclamò imperatore (9 luglio 455). Il 5 agosto giunse la ratifica del Senato romano e solo allora Avito mosse verso l'Italia alla testa di truppe gallo-romane rafforzate da un contingente goto. Si fermò a Ravenna, dove lasciò un distaccamento di goti al comando di un certo Remisto che nel frattempo aveva fatto patrizio e nominato magister militum praesentalis, e entrò a Roma il 21 di settembre. Il 1° gennaio 456 assunse come da tradizione il titolo di console, ma non fu riconosciuto dall'imperatore d'Oriente Marciano che per quell'anno nominò altri due consoli.
Avito si trovò a dover fronteggiare l'intraprendenza della flotta vandala che spadroneggiava nelle acque del Mediterraneo compiendo incursioni nei possedimenti romani e rendendo difficile l'afflusso di derrate nella capitale. Recimero riuscì a sconfiggere la flotta vandala al largo della Corsica e battè il loro esercito nei pressi di Agrigento. Nel frattempo la scarsità di viveri, aggravata dalla necessità di sfamare le truppe che 'imperatore si era portato dietro, e l'ampia distribuzione di cariche pubbliche e prebende a cittadini gallo-romani, aveva reso Avito alquanto impopolare nella capitale. Oltracciò, rimasto a corto di liquidità, era stato costretto a congedare il contingente goto. Forti della popolarità derivatagli dalle vittorie contro i Goti, Ricimero e Maggioriano, che comandava la guardia imperiale, insorsero e costrinsero Avito a fuggire verso il nord. Ricimero lo fece destituire dal Senato e fece assassinare a Ravenna il magister militum Remisto (17 settembre 456).
Nel frattempo Avito aveva raggiunto la città di Arelate (Arles) nelle Gallie, dove aveva raccolto delle truppe a lui fedeli. Nominato Messiano nuovo magister militum rientrò in Italia dove fu però sconfitto da Ricimero nella battaglia di Piacenza. Fatto prigioniero e obbligato a deporre le insegne imperiali, ebbe salva la vita e fu consacrato vescovo di Piacenza da Eusebio, allora metropolita di Milano (1).

Maggioriano (457-461): Nato in una famiglia di militari (il nonno fu magister equitum sotto Teodosio I) cominciò la carriera combattendo in Gallia agli ordini di Ezio. Ebbe come compagni d'armi due brillanti ufficiali di origine barbara, Ricimero e Egidio, legandosi al primo con una duratura amicizia.
  
Maggioriano
particolare del frontespizio di una copia del Breviario di Alarico, 803-814
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

Nel 450 l'imperatore Valentiniano III progettò di dargli in moglie la figlia Placidia allo scopo di assicurarsi una linea di successione. Il progetto fu ostacolato da Ezio, il quale aspirava a sua volta a imparentarsi con la famiglia imperiale, che congedò Maggoriano e lo costrinse a ritirarsi nella sua campagna. Dopo l'assassinio di Ezio (454), Valentiniano lo richiamò in servizio e, alla morte di questi, il nuovo imperatore, Petronio Massimo, lo nominò comes domesticorum (comandante della guardia imperiale), carica che mantenne anche sotto Avito. Spodestato Avito, Maggioriano non avanzò la sua candidatura e Leone I, l'imperatore d'Oriente a cui spettava nominare il successore, tardò a farlo forse con l'intento di riunire sotto il suo scettro le due metà dell'impero. Nel febbraio del 457 nominò comunque Maggioriano magister militum per Occidentem ed elevò Ricimero al rango di patrizio. Il primo di aprile, l'esercito, acquartierato nei pressi di Ravenna, proclamò augusto Maggioriano, anche se molto probabilmente il riconoscimento ufficiale da parte di Leone I non avvenne prima di dicembre. Nel discorso d'insediamento che tenne in Senato il 28 dicembre è manifesta la sua volontà di governare assieme a Ricimero che aveva posto al comando dell'esercito.
Maggioriano provvide quindi a rafforzare l'esercito, reclutando molti mercenari barbari, e la flotta per contrastare il dominio sul mare dei Vandali stanziati in Africa.
Volse quindi la sua attenzione alle Gallie dove i sostenitori di Avito avevano dato luogo ad una rivolta capeggiata da un certo Marcello. Inviò quindi Egidio, insignito del titolo di magister militum per Galliam, che liberò Lione e la regione circostante ed entrò ad Arelate dove fu assediato dai Visigoti. L'imperatore stesso, affiancato dal generale Nepoziano, il magister militum praesentalis, guidò l'esercito che ruppe l'assedio e sbaragliò i Visigoti ristabilendo il controllo imperiale sulla Gallia meridionale. Per la prima volta dopo più di mezzo secolo un imperatore occidentale si era fatto carico di organizzare un esercito e di condurlo personalmente in battaglia.
Maggioriano riuscì anche a convincere il potente governatore dell'Illirico, Marcellino, che, potendo contare su un forte esercito, si era reso di fatto semindipendente dal governo centrale a partire dalla morte di Ezio, a riconoscere nuovamente l'autorità imperiale e a collaborare alla difesa dei suoi territori.
L'imperatore mise quindi mano ai preparativi per la riconquista della provincia d'Africa. Nel 459 mosse con il grosso dell'esercito dalla Liguria e penetrò nella Spagna occupata dai Visigoti mentre Nepoziano e Sunierico sconfiggevano i Suebi a Lucus Augusti e conquistavano Scallabis in Lusitania.
Nel mese di maggio del 461 Maggioriano raggiunse la provincia Cartaginense, dove aveva allestito la flotta con cui intendeva riconquistare l'Africa. Tuttavia i Vandali, avvertiti da traditori dei preparativi dell'imperatore e dell'ubicazione della flotta romana, con un attacco repentino, riuscirono a catturare le navi romane, mandando a monte i piani dell'imperatore che fu costretto ad annullare la spedizione e a negoziare una pace onerosa.
Rientrato ad Arelate, Maggioriano congedò l'esercito che non poteva più stipendiare e prese la via dell'Italia accompagnato solo dalla sua guardia personale.
Nel frattempo Ricimero, che l'imperatore non aveva mai voluto a fianco nelle sue campagne militari, rimasto a Ravenna aveva coagulato attorno a sé l'opposizione. Le riforme introdotte da Maggioriano avevano infatti ridotto i privilegi del clero e favorito l'aristocrazia provinciale rispetto a quella italica e senatoriale. Ricimero lo raggiunse a Tortona, nei pressi di Piacenza, lo fece arrestare e deporre e, dopo averlo torturato per cinque giorni, lo fece decapitare (7 agosto 461).


Libio Severo (461-465): eliminato Maggioriano, Ricimero fece eleggere dal Senato Libio Severo, un senatore lucano nato intorno al 420 che godeva del favore dell'aristocrazia italica e che riteneva di poter manovrare a suo piacimento. Libio Severo non fu però riconosciuto dall'imperatore d'Oriente Leone I, né da Egidio, governatore delle Gallie, né da Marcellino, governatore dell'Illirico (che entrò così nella sfera d'influenza dell'impero d'Oriente). Il dominio di Severo si riduceva quindi alla sola Italia.
Per accattivarsi l'appoggio del clero, abrogò le leggi di Maggioriano che ne avevano limitato i privilegi e varò altri provvedimenti a favore dell'aristocrazia italica.
Severo nominò Agrippino – un uomo di Ricimero – magister militum per Gallias e per ottenere l'appoggio dei Visigoti concesse loro la città di Narbona (462), dandogli così accesso al Mediterraneo e separando i territori controllati da Egidio da quelli del resto dell'impero. Durante tutto il suo regno, Severo dovette fronteggiare anche le scorrerie dei Vandali in Sicilia e nel meridione, che Genserico intensificò in risposta alla mancata elezione al soglio imperiale del suo candidato Anicio Olibrio (2).
Libio Severo morì molto probabilmente di morte naturale nell'autunno del 465.

Procopio Antemio (467-472): alla morte di Severo, Genserico avanzò nuovamente la candidatura di Anicio Olibrio, lanciando le scorrerie dei suoi pirati anche contro l'impero d'Oriente sulle coste dell'Illirico e della Grecia per premere su Leone I. Nella primavera del 467, Leone I ruppe gli indugi e nominò imperatore d'Occidente Antemio Procopio, esponente di una illustre famiglia costantinopolitana. Il padre – Procopio - era stato magister militum per Orientem e poteva vantare una discendenza dalla dinastia di Costantino il grande, mentre il nonno materno – Antemio - fu prefetto del pretorio d'Oriente per un decennio (404-415), console nel 405, nonché reggente di fatto durante la minore età di Teodosio II dopo la morte di Arcadio nel 408 (3).
Nel 453 Procopio Antemio aveva sposato Elia Marcia Eufemia, figlia dell'imperatore Marciano (450-457), ed era stato elevato al rango di patrizio. Nel 454 ricoprì la carica di magister militum per Orientem (4) e l'anno successivo ottenne il consolato. Antemio mantenne la carica di magister militum anche sotto il successore del suocero, Leone I, e nel 460 ottenne un'importante vittoria in Illirico contro gli Ostrogoti. Nel 466 sconfisse gli unni di Hormidac che avevano attraversato la frontiera danubiana e invaso la Dacia.
Antemio raggiunse l'Italia e Roma nella primavera del 467, accompagnato da un esercito comandato dal magister militum per Illyricum Marcellino e fu proclamato imperatore in una località tra il terzo e l'ottavo miglio da Roma, il 12 aprile, primo imperatore greco dopo Giuliano. Stabilitosi a Roma, l'imperatore strinse con con Ricimero un'alleanza matrimoniale, dandogli in sposa la figlia Alipia. Nel 471, il matrimonio del figlio Flavio Marciano (5) con la figlia di Leone I - Leonzia – rafforzò inoltre i suoi legami con la casa regnante d'Oriente.
In accordo con Leone I, Antemio si accinse quindi ad affrontare il problema dell'eliminazione del regno vandalico che aveva sottratto all'impero le ricche provincie africane da cui partivano le scorrerie di pirati che martoriavano la Sicilia ed il sud d'Italia (6).
Nel 468 una flotta di oltre mille navi che trasportava una forza di sbarco di circa 100.000 uomini salpò da Costantinopoli alla volta di Cartagine al comando di Basilisco, cognato dell'imperatore. Nel frattempo Marcellino aveva attaccato la Sardegna e un terzo contingente, al comando del generale Eraclio di Edessa, era sbarcato sulle coste libiche.
La flotta imperiale, dopo alcune vittoriose scaramucce con la flotta vandala, gettò l'ancora davanti a Capo Bon, a circa 60 chilometri da Cartagine. Genserico chiese quindi cinque giorni di tempo per presentare le condizioni di pace. Nella notte fece invece lanciare moltissimi brulotti contro le navi imperiali prive di sorveglianza e dietro questi seguì l'attacco della flotta vandala. Gli imperiali persero gran parte delle navi e ripiegarono confusamente rinunciando allo sbarco. Dopo questo disastro Marcellino lasciò la Sardegna e passò in Sicilia, dove trovò la morte per mano di uno dei suoi capitani, forse istigato da Ricimero, mentre Eraclio si ritirò nella Tripolitania dove rimase attestato per due anni.
Persa la speranza di riconquistare le provincie africane, Antemio rivolse la sua attenzione alle Gallie.
L'impero controllava ormai soltanto le province meridionali mentre i visigoti di Eurico si erano incuneati separando da queste l'Alvernia, che era governata dal figlio di Avito, Ecdicio, e il cosiddetto Dominio di Siagro più a nord. Quest'ultimo dal 465 era governato appunto da Siagro, figlio di Egidio, uno dei luogotenenti di Maggioriano che non aveva riconosciuto Avito come imperatore.
Nel 471 l'imperatore inviò un esercito al comando del figlio Antemiolo non ancora ventenne, coadiuvato dai generali Torisario, Everdingo ed Ermiano in disaccordo fra loro e di scarsa affidabilità. Muovendo da Arelate Antemiolo passò il Rodano e fu sbaragliato da Eurico, trovando anche la morte in battaglia. Nel frattempo si era consumata la rottura definitiva con Ricimero. Nel 470, colpito da una grave malattia, Antemio era stato sul punto di morire.Tornato in salute, decise di colpire un personaggio vicino al gruppo di Ricimero, l’ex magister officiorum e patricius Romano. Costui fu considerato responsabile di trame volte all’eliminazione dell’imperatore; fu arrestato, condannato e giustiziato. La reazione di Ricimero fu molto dura. Lasciò Roma con il seguito di seimila soldati e con i suoi bucellarii, e si ritirò a Milano. L’Italia, in questo modo, si trovò divisa: sotto il controllo dell’imperatore legittimo le regioni del centro-sud; sotto il governo del magister militum barbarico il nord. Ricevuto l'aiuto dei Burgundi, il magister militum calò su Roma e la strinse d'assedio. La città e il Senato dell'urbe, per quanto divisi tra partigiani delle opposte fazioni, sostennero l'assedio per lunghi mesi.
Leone I inviò in Occidente Anicio Olibrio con la duplice missione di mettere pace tra Ricimero e Antemio e, poi, di trattare col re dei Vandali Genserico (il cui figlio aveva sposato la cognata di Olibrio, vedi sopra)); in realtà l'ambasciata era un modo di sbarazzarsi di Olibrio, che credeva in combutta coi Vandali, e di Ricimero: inviò infatti ad Antemio un secondo messaggero con l'ordine di uccidere Ricimero e Olibrio, ma il messaggio indirizzato all'imperatore d'Occidente cadde nelle mani del capo goto, che lo mostrò a Olibrio. Olibrio raggiunse il campo di Ricimero nell'aprile del 472 e fu proclamato imperatore. Nel frattempo le milizie di Ricimero avevano isolato Antemio e i suoi sostenitori nei palazzi imperiali del Palatino. Privi di rifornimenti, l'11 luglio questi tentarono una sortita disperata. L'imperatore cercò di trovare asilo nella basilica di San Crisogono ma fu raggiunto sul sagrato della chiesa e trucidato da Gundobaudo, figlio della sorella di Ricimero.

Anicio Olibrio (472): esponente di una prestigiosa famiglia senatoriale romana, si era trasferito a Costantinopoli dopo il sacco di Roma del 455. Grazie al matrimonio con Placidia (454), la figlia minore di Valentiniano III, era anche imparentato con la dinastia teodosiana. La sorella della moglie, inoltre, aveva sposato Unerico, il figlio di Genserico ed erede al trono dei Vandali. Nonostante le sue ascendenze non ebbe l'appoggio dell'aristocrazia romana – che si era in gran parte schierata con Antemio - né del popolo a causa del saccheggio compiuto dalle milizie di Ricimero alla cui testa Olibrio era entrato in città. Il mese successivo alla sua proclamazione, inoltre, morì Ricimero, il suo principale alleato, sostituito nel ruolo di magister militum dal nipote Gundobaudo che Olibrio elevò al rango di patrizio che era stato dello zio. Poco o niente è noto degli atti del suo governo che durò appena pochi mesi. Olibrio Anicio si ammalò infatti quasi subito di idropisia e morì tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre del 472. Dal matrimonio con Placidia ebbe una sola figlia femmina, Anicia Giuliana.


Glicerio (473-474): dopo la morte di Olibrio – che comunque non aveva riconosciuto – Leone I tardò a nominare il suo successore. Stanco di aspettare, Gundobaudo, il nuovo uomo forte d'Occidente, nel marzo del 473 proclamò a Ravenna imperatore Glicerio. Probabilmente dalmata di nascita, Glicerio non proveniva dalle fila dell'aristocrazia, comandava però la guardia palatina (comes domesticorum) durante il breve regno di Olibrio.
Durante il suo regno Glicerio respinse con le armi un tentativo d'invasione dell'Italia dei Visigoti di Eurico ma non riuscì ad impedire la caduta di Arelate e Marsiglia. Per via diplomatica riuscì invece a scongiurare la calata degli Ostrogoti del re Vidimero. Una sua legge contro la simonia, varata probabilmente per accattivarsi il favore del clero l'11 marzo 473, è anche l'ultima emanata da un imperatore d'Occidente di cui si abbia notizia.
La sua poco ortodossa proclamazione a imperatore e il sospetto che fosse poco più di una marionetta al servizio di Gundobaudo, convinsero Leone I a non riconoscerlo e a nominare imperatore d'Occidente il governatore della Dalmazia Giulio Nepote.
Giulio Nepote sbarcò ad Ostia nel giugno del 474 e assunse la porpora mentre Glicerio, abbandonato da Gundobaudo (7) al suo destino, si arrese senza combattere. Ebbe così salva la vita e fu nominato vescovo di Salona.


Giulio Nepote (474-475; de jure 478-480): figlio di Nepoziano, che fu magister militum praesentialis sotto Maggioriano, e della sorella del potente governatore (comes rei militaris) dell'Illirico Marcellino che, a partire dall'assassinio di Ezio (454), governò la regione – che formalmente rientrava nella sfera del trono d'Occidente - in maniera di fatto semindipendente, iniziò la carriera sostituendo lo zio materno, assassinato nel 468, nel governo dell'Illirico. S'imparentò con la famiglia di Leone I, sposando una nipote della moglie Verina.
Salito al trono, Nepote nominò magister militum ed elevò al patriziato, Ecdicio Avito, il figlio del defunto imperatore. Afranio Siagrio, il figlio di Egidio che governava una enclave romana nel nord della Gallia nota come “Dominio di Siagrio” ormai separata dal resto dell'impero, riconobbe l'autorità di Nepote e fu nominato magister militum per Gallias. L'imperatore negoziò quindi un accordo con i Visigoti di Eurico che cedettero la Provenza – occupata durante il regno di Glicerio - in cambio della città di Clermont-Ferrand e della regione dell'Alvernia. Minor fortuna ebbe con i Vandali con i quali – non potendo sostenere la guerra da solo giacchè l'impero d'Oriente aveva firmato una pace separata nel 468 – fu costretto a firmare un trattato di pace in cui riconosceva il loro dominio sulle provincie africane, la Sardegna e le Baleari. La cessione dell'Alvernia inoltre gli inimicò la locale aristocrazia gallo-romana a cui apparteneva anche Ecdicio. Probabilmente per questa ragione l'imperatore lo sostituì al comando dell'esercito con Flavio Oreste, un generale di origini barbare.
Il 28 agosto 475 Flavio Oreste si ribellò all'Imperatore e, alla testa di un esercito che doveva essere forse inviato contro i visigoti, prese il controllo di Ravenna e costrinse Nepote a fuggire a Salona in Dalmazia. Dopo un'attesa di un paio di mesi, Oreste proclamò imperatore il figlio Romolo appena quattordicenne.

Romolo Augustolo (475-476): Figlio di Flavio Oreste e Flavia Serena, una donna di stirpe romana figlia del comes del Norico Romolo, fu proclamato imperatore dal padre che, essendo di origini barbare, non poteva ascendere al trono in prima persona, il 31 ottobre del 475. Romolo Augustolo non fu però riconosciuto dal collega d'Oriente, Zenone (8). Il potere de facto, inoltre, fu esercitato dal padre.

Domenico Parodi, Romolo Augustolo, 1725
Palazzo reale, Genova

Nel 476 alcune truppe mercenarie composte da Eruli, Sciri e Turcilingi chiesero di ottenere delle terre in Italia, che Oreste però non concesse. Questi allora si rivoltarono sotto la guida del capo sciro Odoacre, eleggendolo re il 23 agosto. Oreste si rinchiuse Pavia, confidando nelle possenti fortificazioni della città, ma Odoacre prese la città e catturò Oreste che fece giustiziare a Piacenza. Dopo avere sconfitto e ucciso anche il fratello di Oreste, Paolo, entrò Ravenna e il 4 settembre 476 costrinse Romolo Augustolo ad abdicare (9).

L'Impero romano d'Occidente al momento 
della deposizione di Romolo Augustolo

Anzichè nominare un imperatore fantoccio, Odoacre inviò a Costantinopoli le insegne imperiali – a significare che non c'era più bisogno d'un imperatore d'Occidente – e chiese di poter governare l'Italia con il titolo di patrizio. Zenone riconobbe a Odoacre l'autorità legale per governare in Italia in qualità di magister militum negandogli però il titolo di patrizio (10) - che probabilmente gli fu invece concesso dal Senato romano - e suggerendogli di riaccogliere in Italia Giulio Nepote come imperatore d'Occidente, cosa che Odoacre non fece mai. Odoacre battè anche moneta con l'effigie di Nepote che rimase imperatore de jure – ma senza esercitare alcun potere effettivo – fino al suo assassinio nel 480 (11). Odoacre governò quindi la diocesi italiana come vicario di Zenone, secondo i dettami del diritto pubblico e privato romano, riconoscendo formalmente Giulio Nepote come augusto legittimo fino alla sua morte, sia nella monetazione che negli atti pubblici.

Note:

(1) dopo poco tempo, evidentemente temendo per la propria vita, Avito tentò di fuggire in direzione di Arelate, ma venne presto raggiunto da Maggioriano, che assediò il santuario in cui il sovrano deposto si era rifugiato e dove dopo alcuni giorni trovò la morte.

(2) Il figlio di Genserico, Unerico, aveva sposato la figlia maggiore di Valentiniano III, Eudocia, mentre Anicio Olibrio ne aveva sposato la sorella minore, Placidia. Il sovrano vandalo avrebbe quindi gradito sul trono d'occidente un imperatore a cui era comunque legato da vincoli di parentela.

(3) A Flavio Antemio si deve l'edificazione delle mura dette teodosiane che furono erette durante la sua prefettura. Come tale è ricordato in un'epigrafe incisa sull'architarve della Porta Pempton che recita: “con una forte architrave rafforzò le mura della porta Puseo, che non fu meno grande di Antemio”



(4) A quell'epoca nell'esercito d'Oriente esistevano due gruppi di armate centrali (praesentalis) e quindi due magister militum, l'altro era il potente generale di origine alana Ardaburio Aspar.

(5) Dal matrimonio con Elia Marcia Eufemia nacquero cinque figli: Antemiolo, Flavio Marciano, Procopio Antemio, Romolo e Alipia

(6) Per contribuire al finanziamento della spedizione che ammontò a 7.408.000 solidi aurei, Antemio impiegò per buona parte il suo patrimonio personale.

(7) Al momento dello sbarco di Nepote, Gundobaudo – che pure avrebbe avuto le forze necessarie per contrastarlo – si era allontanato da Roma e si trovava nelle Gallie. Probabilmente il magister militum giudicò inutile e controproducente difendere un imperatore che non godeva del sostegno del suo collega orientale né dell'aristocrazia senatoriale.

(8) Romolo Augustolo fu riconosciuto da Basilisco che usurpò il trono d'Oriente per un breve periodo (9 gennaio 475-agosto 476)

(9) Forse in considerazione della giovane età, Odoacre risparmiò la vita all'imperatore deposto, confinandolo nel castellum lucullianum, una splendida villa napoletana del II secolo, i cui resti si trovano in parte sotto Castel dell'Ovo, e concedendogli un cospicuo appannaggio.

(10) Zenone rispose alla richiesta di Odoacre sostenendo che la nomina a patrizio spettava all'imperatore d'Occidente ancora in carica.

(11) Giulio Nepote fu assassinato nel palazzo fatto costruire da Diocleziano a Spalato (vicino Salona) dove risiedeva da due suoi alti ufficiali, i comes Ovida e Viatore, forse istigati dall'ex imperatore Glicerio che all'epoca era vescovo di Salona.


martedì 8 agosto 2023

Chiesa di San Giovanni Evangelista, Ravenna

 Chiesa di San Giovanni Evangelista, Ravenna

La chiesa venne costruita per volontà di Galla Placidia in seguito ad un voto fatto all'evangelista durante la perigliosa traversata che da Costantinopoli la ricondusse a Ravenna nel 424: viste le pessime condizioni atmosferiche, l'augusta promise che, se avesse toccato terra, avrebbe costruito una chiesa dedicata a Giovanni nel luogo dello sbarco. La costruzione iniziò nel 425 e terminò nel 434, si tratta quindi della più antica basilica ravennate.
Verso l’anno Mille venne costruito sulla destra della chiesa un monastero e la chiesa fu affidata ai monaci benedettini che vi si stabilirono.
planimetria della chiesa originaria

La chiesa originaria era a tre navate ed era preceduta da nartece, poi inglobato – tra VIII e X secolo - dalle navate. Traccie dell’antico nartece si troverebbero nei grandi archi tamponati visibili sulle pareti nord e sud in prossimità della facciata. Tramite essi si accedeva probabilmente ad ambienti laterali annessi al nartece stesso, forse deputati ad assolvere la funzione dei pastoforia, non presenti al tempo della prima edificazione ma realizzati successivamente, durante l'episcopato di Mariniano (595-618).
Nel 1316 – grazie ad un generoso lascito testamentario - vennero apportate modifiche alla chiesa e al monastero inserendo elementi gotici di cui resta il portale con la strombatura ogivale. Fu anche costruito un quadriportico antistante alla basilica distrutto durante i bombardamenti della II guerra mondiale.
Nel 1459 la basilica fu affidata ai Canonici Regolari di San Salvatore.
Nel 1568 l'abate Teseo Aldrovandi fece ristrutturare e abbellire la chiesa. Molto probabilmente le ultime tracce dei mosaici di epoca placidiana furono distrutte durante i lavori di ampliamento del presbiterio voluti dall'abate. A questo scopo venne inoltre murato un arco su ogni lato della navata e nelle lunette l'abate commissionò a Roberto Longhi due affreschi raffiguranti rispettivamente Galla Placidia nella tempesta e il miracolo del sandalo. 

L'affresco raffigurante Galla Placidia nella tempesta nella sua collocazione originaria

Lo stesso affresco come si può osservare oggi al Museo Nazionale di Ravenna

Nel corso delle trasformazioni settecentesche cui fu sottoposta la basilica, le lunette vennero scialbate e rimasero invisibili fino ai restauri novecenteschi, quando gli affreschi vennero strappati e le tamponature degli archi rimosse. Oggi i due affreschi sono conservati nel Museo Nazionale di Ravenna.
In occasione del VI centenario dantesco celebrato a Ravenna nel 1921, la basilica fu oggetto di un importante piano di recupero volto all'eliminazione di tutte le sovrapposizioni settecentesche.
Tra gli interventi principali – oltre alla già citata rimozione della tamponatura degli archi prossimi alll'abside - si annoverano: l’apertura della loggia al secondo livello dell’abside (prima tamponata), l'oscuramento della bifora rinascimentale di facciata, il rifacimento del soffitto, il recupero dei mosaici del piano pavimentale del 1213 (già scoperto parzialmente nel Settecento), il restauro degli affreschi della volta della cappella trecentesca (detta anche “giottesca”), la liberazione del corpo esterno della chiesa con l’abbattimento di alcuni fabbricati pertinenti l’ospedale insediato nell’Ottocento, il restauro del campanile.
planimetria della chiesa attuale

Il portale trecentesco è oggi addossato al muro occidentale dello spazio racchiuso che introduce alla basilica. E' riccamente decorato con statue e bassorilievi: nella lunetta, è raffigurata l'Apparizione di San Giovanni a Galla Placidia, affiancata da due gruppi di angeli; ai lati della strombatura, vi è l'Annunciazione; nel timpano, invece, al centro c'è il bassorilievo con San Giovanni e un imperatore (probabilmente Valentiniano III), alla sua sinistra San Barbaziano (1) con sacerdoti, alla sua destra Galla Placidia con soldati e, sopra, il Redentore.


La facciata della basilica è molto semplice, con un alto protiro ad arco medievale con pilastrini in mattoni. Sotto il protiro si trovano il portale d'ingresso e una monofora.

All'interno la chiesa presenta attualmente una pianta a tre navate con abside poligonale all'esterno e circolare all'interno, traforato da sette monofore intervallate da colonnine di marmo. 


Abside

Le navate sono scandite da due filari di 12 colonne di marmo proconnesio.


Nella navata sinistra, sono appesi alla parete i frammenti musivi che provengono dalla decorazione pavimentale ordinata dall’abate Guglielmo nel 1213, come emerge da una lacunosa iscrizione (2). Dieci di questi frammenti celebrano le gesta della quarta crociata e la nascita dell'impero latino di Costantinopoli. Il tema – del tutto inconsueto, anche perché i crociati furono inizialmente scomunicati da papa Innocenzo III per aver rivolto le armi contro altri cristiani – è svolto con estrema aderenza alla realtà storica (come nel pannello in cui si vedono i crociati addossare le scale alle mura marittime direttamente dalle navi come realmente avvenne), sì da originare un variegato ventaglio di ipotesi circa le ragioni che potrebbero aver spinto l'abate a questa rappresentazione apologetica (3).  


I crociati assaltano le mura marittime di Costantinopoli

La resa di Costantinopoli

Altri lacerti musivi rappresentano invece temi medievali classici, un frammento dei mesi, scene di caccia e soprattutto animali fantastici e favolistici.
All'incirca a metà della navata sinistra si apre poi una cappella di forma quadrata aperta nel XIV secolo. E' voltata a crociera e presenta affreschi di scuola giottesca che raffigurano Santi, Dottori della Chiesa (S.Girolamo, Sant'Ambrogio, Sant'Agostino e S.Gregorio), e gli Evangelisti con i loro simboli. Sull'altare un affresco della Maddalena che tende le braccia verso la croce.


Ricostruzione ipotetica dei mosaici absidali di epoca placidiana


L’ipotesi ricostruttiva della decorazione di epoca imperiale della zona absidale, si basa principalmente su quattro sermoni e su descrizioni lasciate da artisti e antiquari che ebbero modo di vederli e prevede la presenza della cattedra vescovile dietro la quale la parete era rivestita in marmo. Al di sopra si sviluppavano i mosaici in cinque fasce orizzontali.
Nella prima, in corrispondenza della cattedra, San Pietro Crisologo celebrante con l’angelo, sulla sinistra le figure di Arcadio e Eudossia, e sulla destra Teodosio II ed Eudocia.
Nella seconda fascia l’iscrizione:

CONFIRMA HOC DEVS QVOD OPERATVS ES IN NOBIS A TEMPLO SANCTO TVO, QVOD EST IN IERVSALEM. TIBI OFFERENT REGES MVNERA.

La terza fascia era interrotta da una loggetta centrale, composta da sette arcate, ai cui lati si presuppone la raffigurazione dei quattro evangelisti.
Nella quarta fascia l’iscrizione:

SANCTO AC BEATISSIMO APOSTOLO IOHANNI EVANGELISTAE GALLA PLACIDIA AVGVSTA CVM FILIO SVO PLACIDO VANTINIANO AVGVSTO EF FIALIA SUA IVSTA GRATA HONORIA AVGVSTA LIBERATIONIS PERICVCVM MARIS VOTVM SOLVENT. 

Nell’ultima fascia, corrispondente al catino absidale, era rappresentato il Salvatore con il Vangelo aperto nella mano sinistra. Alla sommità dell’arco di trionfo, al centro la figura del Redentore che consegna il libro a San Giovanni Evangelista e a destra e sinistra era ripetuta la scena di Galla Placidia con la prole guidati dal santo sulla barca in tempesta.
Dai peducci dell’arco partiva l’iscrizione:

AMORE CHRISTI NOBILIS ET FILIVS TORNITVI SANCTVS IOHANNES ARCANA VIDIT. GALLA PLACIDIA AVGVSTA PROSE ET HIS OMNIBVS HOC VOTVM SOLVIT

Sottostante la scritta le immagini, forse clipeate, di antenati e parenti di Galla Placidia. A sinistra Valentiniano I, Graziano – nonno e zio dell'augusta - il marito Costanzo e i fratelli, morti in tenera età, Graziano e Giovanni. A destra Costantino, il padre Teodosio I, i fratellastri Arcadio e Onorio e il figlio avuto da Ataulfo, Teodosio.
Con questo particolare programma iconografico, l'augusta, da poco insediatasi sul trono d'Occidente come reggente del figlio Valentiniano, sembra volerne ribadire la legittimità in forza della sua appartenenza a pieno titolo alla dinastia teodosiana regnante in Oriente.


Note:

(1) sacerdote di origini antiochene, si recò a Roma dove gli furono attribuiti diversi miracoli. Galla Placidia lo fece venire alla corte dio Ravenna dove divenne il suo padre spirituale.

(2) All’interno di un circolo un tempo visibile sul pavimento in mosaico della navata centrale, erano indicati sia il nome del committente che l’anno di esecuzione dell’intera opera: «Dnus Abbas Guilielmus hoc op [...] anno millesimo ducentesimo tertio decimo».  

(3) Una esauriente disamina di queste ipotesi si trova in Gianantonio Tassinari, San Giovanni Evangelista e i mosaici della Quarta crociata. Considerazioni araldiche in Ravenna Studi e Ricerche, n. XXIV, 2018









venerdì 16 giugno 2023

Chiesa del Cristo Pephaneromenos

 Chiesa del Cristo Pephaneromenos



Circa 60 metri a nord dell' Incili Kosk (1), integrata nelle mura marittime che danno sul Mar di Marmara, spicca la facciata di un edificio che presenta un grande arco centrale, tamponato in un'epoca successiva lasciando aperti un ingresso e una finestra sovrastante entrambi coronati da un arco. L'arco centrale è fiancheggiato da due ingressi laterali. 

 a sn. i resti delle sostruzioni dell'Incili kiosk, a ds. la facciata dell'ipotetico edificio religioso inserita nelle mura marittime

La facciata si presenta movimentata da nicchie e decorazioni a mattone. All'interno lo spazio è suddiviso in una navata centrale separata dalle due laterali da due archi impostati su un pilastro centrale e due semipilastri addossati alle mura perimetrali.


L'edificio è stato a lungo identificato come parte del monastero di Cristo Filantropo, la ricerca attuale tende invece ad identificarlo con la chiesa del Cristo Soter Πεφανερωμένος (manifestato) (2) che compare nelle fonti solo molto tardi in età paleologa.

Le informazioni contenute nel typikon del monastero di Cristo Filantropo con l'annesso convento femminile dedicato alla Vergine Kecharitomene – fatti costruire rispettivamente da Alessio I Comneno (1081-1118) che vi si fece anche tumulare e dalla moglie Irene Dukaina – collocano infatti il complesso sulla costa del quinto colle, vicino alla cisterna di Aspar, ovverosia in una zona del tutto diversa (3).
I pellegrini russi – in particolare un anonimo del XIV secolo ed il diacono Zosimo che visitò Costantinopoli tra il 1419 ed il 1422 – descrivono invece una fonte miracolosa che si trovava al di sotto di una chiesa lungo la riva del Mar di Marmara, nei pressi della chiesa di San Giorgio ai Mangani.
Anche Marco Eugenico (1392-1444) in un inno racconta che l'imperatore Giovanni VIII per curare i suoi reumatismi si recò ad una fonte che si trovava in “una chiesa dedicata al Cristo Soter vicino al monastero di san Giorgio ai Mangani". La chiave di lettura definitiva per l'identificazione dell'edificio si trova in un breve trattato teologico di Gennadio Scolario – Sulla Divina predestinazione – dove è descritto un incontro tra Giovanni VIII e Marco Eugenico che ha luogo nella chiesa del Cristo Pephaneromenos, sita in vicinanza del monastero dei Mangani.

E' dibattuta anche la datazione dell'edificio. La presenza della muratura “a mattone arretrato”, in area costantinopolitana, secondo M.de Zulueta, dovrebbe indicare l'XI-XII secolo, mentre le variegate decorazioni a mattone somiglierebbero più a quelle della chiesa costantinopolitana del Cristo Pantepoptes (1096-1097) e della Nea Moni di Chios (1042-1055) - che fu comunque edificata quasi sicuramente da maestranze costantinopolitane - che non a quelle di età paleologa della chiesa meridionale di Costantino Lips (seconda metà del XIII sec.). Seguendo questa datazione l'autore, giunge ad ipotizzare che, originariamente, la struttura – anziché appartenere ad un edificio religioso - rappresentasse l'ingresso dal mare al palazzo dei Mangani, fatto aprire da Costantino IX Monomaco (1042-1055) e vistosamente ridotto di ampiezza in epoca paleologa per ragioni militari.


particolare della decorazione a mattoni

particolare della decorazione della chiesa del Cristo Pantepoptes


Note:

(1) L'Incili kosk (chiosco delle perle) fu fatto erigere dal Gran Visir Sinan Pasha tra il 1589 ed il 1591 come dono per il sultano Murad III. Demolito nel 1871 per far posto alla strada ferrata, ne rimangono visibili oggi solo le sottostrutture.



(2) L'epiteto "pephaneromenos" sarebbe dovuto al fatto che la chiesa fu eretta nel punto dove era miracolosamente apparsa un'immagine del Cristo (Stefano di Novgorod).

(3) E' stata anche ipotizzata l'esistenza di un secondo monastero dedicato al Cristo Filantropo, fondato da Irene Choumnaina nel 1307 - figlia di Niceforo Choumnas che fu per quindici anni mesazon di Andronico II - in cui identificare l'edificio inserito nelle mura del Mar di Marmara e in cui si sarebbe trovata la fonte miracolosa. Ma tutti i pellegrini russi che riferiscono di questo aghiasma lo collocano in prossimità di una chiesa dedicata al Cristo Salvatore e non aggiungono mai l'epiteto di “filantropo”, né parlano di un monastero. Oltracciò il typikon del monastero fondato da Irene Choumnaina – peraltro conservatosi in maniera frammentaria – presenta forti similitudini con quello del monastero di fondazione comnena, tali da far pensare che si tratti della stessa fondazione che fu restaurata e ristrutturata, anziché costruita ex novo, dalla figlia del mesazon di Andronico II.

 

Bibliografia:  

N. Melvani, The duplication of the double monastery of Christ Philanthropos in Constantinople, Revue des études byzantines, Année 2016, 74, pp. 361-384 

M.de Zulueta, A Grand Entrance or The Facade and Crypt of a Church in the Marmara Sea Walls at Istanbul?, Revue des études byzantines Année 2000, 58, pp. 253-267







venerdì 2 giugno 2023

L' usurpatore di Emanuele Rizzardi

 Emanuele Rizzardi, L'usurpatore, Byzantion, 2022
Il romanzo racconta le gesta di Alessio Filantropeno, il Belisario dei Paleologhi che nel 1293-1295, su mandato di Andronico II, con una fortunata campagna recuperò temporaneamente all'impero molte delle provincie asiatiche occupate dai turchi.

Il libro si può acquistare 

Personaggi storici che compaiono nel romanzo

Teodoro Paleologo: secondogenito di Michele VIII Paleologo e Teodora Dukaina Vatatzina e quindi fratello minore dell'imperatore Andronico II, ricoprì la carica di governatore di Ninfeo e successivamente di Efeso.

Libadario: protovestiario fedelissimo di Andronico che gli affidò il comando del thema di Bythinia, Nel romanzo è indicato semplicemente come governatore di Nicea.

Costantino Paleologo: terzogenito di Michele VIII Paleologo e Teodora Dukaina Vatatzina. Nato a Costantinopoli nel 1261 pochi mesi dopo la riconquista della città, era il primo figlio di Michele VIII nato nella Porphyra – la stanza del palazzo imperiale interamente rivestita di porfido purpureo destinata al parto delle imperatrici - e poteva a buon diritto fregiarsi del titolo di porfirogenito. Nel 1280 combattè contro i serbi in Macedonia e successivamente venne inviato in Asia minore dove ripulì la valle del Meandro dai pirati turchi che l'infestavano. Tra il 1285 ed il 1288 sposò Irene Rauleina da cui ebbe un unico figlio di nome Giovanni. Nel 1293, mentre regnava il fratello Andronico II (1282-1328), fu accusato di cospirare contro l'imperatore e arrestato nel suo quartier generale a Ninfeo. Processato e condannato fu condotto a Costantinopoli in catene. In seguito prese i voti monacali con il nome di Atanasio, morì a Costantinopoli nel 1306 e fu sepolto nel monastero di Costantino Lips. Il Palazzo del porfirogenito (Tekfur saray) che ancora si vede a Costantinopoli deve a lui questo nome e al suo patronato si deve anche il restauro del monastero di Studion.

Theoleptus: originario di Nicea, si fece monaco nel 1275 ritirandosi nella comunità del Monte Athos. Su posizioni mistiche, tanto che Gregorio Palamas lo considerò un precursore della dottrina esicasta, avversò fieramente l'unione delle chiese sancita dal Concilio di Lione (1274) e per questo fu fatto imprigionare da Michele VIII. Fu in seguito liberato da Andronico II che rovesciò la politica ecclesiastica del padre - nel 1285 convocò infatti il Concilio delle Blachernae che ripudiò l'unione delle chiese - e nominato metropolita di Filadelfia (1283), carica che ricoprì – prendendo sempre parte attiva alla vita cittadina come nel caso degli attacchi turchi - fino alla sua morte (1322). Fu a lungo consigliere spirituale di Irene Choumnaina, tanto che le sue posizioni teologiche sono oggi note soprattutto grazie alla loro corrispondenza epistolare.

Niceforo Choumnos: Nato tra il 1250 ed il 1255 in una famiglia che aveva già dato all'impero funzionari di alto rango, ricoprì la carica di mesazon sotto Andronico II dal 1294 al 1305.

Nel 1303 rafforzò i suoi legami con la casa regnante facendo sposare la figlia Irene col terzogenito di Andronico, il despota Giovanni Paleologo. Ciònonostante due anni dopo fu rimosso dalla carica di Mesazon e sostituito con Teodoro Metochite, suo acerrimo rivale. In undici anni di governo aveva comunque accumulato un'immensa fortuna, frutto di tangenti e della vendita delle cariche pubbliche.
Nel 1309-1310 fu governatore di Tessalonica poi uscì definitivamente dalla vita pubblica. Ritiratosi a vita monastica con il nome di Nataniele nel 1326, morì poco dopo nel monastero costantinopolitano di Cristo Filantropo.

Irene Choumnaina: Figlia di Niceforo nacque tra il 1290 e il 1291 e sposò giovanissima (1303) il terzogenito di Andronico II, Giovanni Paleologo, che morì dopo appena quattro anni di matrimonio. Rimasta vedova prese i voti monacali con il nome di Eulogia e restaurò a Costantinopoli il monastero di Cristo Filantropo (1308) che diresse fino alla sua morte (1360).  Nel romanzo, con una licenza forse un po' troppo ardita, è a capo dell'aristocrazia fondiaria che – vessata dalle tasse introdotte da Andronico II – fiancheggiò il tentativo di usurpazione (piuttosto improbabile per la figlia del primo ministro nonché nuora dell'imperatore, a parte l'incongruenza anagrafica).

Giorgio Pachimere: Nato a Nicea, dove il padre si era rifugiato dopo la conquista crociata di Costantinopoli, nel 1242. Rientrato a Costantinopoli dopo la riconquista intraprese la carriera ecclesiastica. Studiò legge e ricoprì l'importante carica di presidente della corte suprema. La sua opera storica si pone in continuazione di quella di Giorgio Akropolita e tratta gli eventi relativi ai regni di Michele VIII e Andronico II di cui costituisce una delle principali fonti primarie. Favorevole in linea di massima al Filantropeno di cui narra dettagliatamente le gesta fuorché nel caso della ribellione. Nel romanzo Andronico gli affida le negoziazioni con il Filantropeno.

Osman: è il capostipite della dinastia ottomana ma la sua figura storica ha contorni incerti, spesso avvolti nel mito dalla storiografia ottomana. Nato intorno alla metà del secolo, divenne bey della sua tribù attorno al 1280 grazie anche al matrimonio con la figlia di un capo religioso, Edebali. Dal sultano selgiuchide gli fu concessa la città di Sogut ed il territorio circostante a ridosso della frontiera con la provincia bizantina di Bithinia che prese a razziare con regolarità.

Il primo evento della sua biografia databile con certezza è la battaglia di Bafeo (1306), in cui sconfisse l'esercito comandato da Giorgio Muzalon che Andronico II gli aveva mandato contro.
Le sue fila furono ingrossate dai turchi che fuggivano davanti alle orde mongole che arrivavano da est ed egli cominciò a estendere i territori sotto il su controllo a scapito della Bithinia bizantina. Con l'intento d'indebolire a suo vantaggio il sultanato selgiuchide - come in effetti fu in realtà (nel 1299 dichiarò l'indipendenza del suo piccolo regno dal sultanato) - nel romanzo comanda gli ausiliari turchi che combattono a fianco del Filantropeno.

Orhan I: figlio primogenito di Osman, successe al padre alla sua morte (1326) portando a termine l'assedio di Bursa intrapreso dal padre ben nove anni prima. Nel 1327 occupò Nicea e nel 1329 sconfisse Andronico III e l'allora gran domestikos Giovanni Cantecuzeno a Pelekanon, mentre cercavano con un esercito di 4.000 uomini di liberare la città. Nicomedia cadde definitivamente nel 1337, ma a quel punto – annesso il beilicato di Karasi – Orhan era già padrone di tutta l'Anatolia nordoccidentale dove, in mano bizantina, restavano soltanto poche, isolate città costiere (come Amastris/Amasra). Nel romanzo è un giovinetto che il padre manda presso il Filantropeno per imparare l'arte della guerra.


La situazione in Asia prima della campagna di Alessio Filantropeno

L'itinerario seguito dal Filantropeno durante la campagna

Città descritte nel romanzo

Ninfeo (Kemalpasa): situata 30 km. ad est di Smirne, durante l'esilio niceno divenne la residenza invernale dell'imperatore e della corte. Il suo nome è legato al trattato qui firmato da Michele VIII Paleologo e la Repubblica di Genova il 13 marzo 1261, con cui l'imperatore faceva concessioni territoriali e garantiva agevolazioni commerciali ai genovesi in cambio dell'appoggio navale nella riconquista di Costantinopoli. Qui il Filantropeno stabilì il suo quartier generale. Fu definitivamente conquistata dai turchi nel 1315.

Palazzo dei Lascaridi, XIII sec.
Ninfeo

Vecchio Castello (Palaiokastron): era un'antica fortezza, eretta sulle rovine della città di Hadrianutherae, fondata da Adriano nel 124, a metà circa della strada che da Cizico conduceva a Pergamo. In epoca bizantina il vecchio castello, persa ogni importanza strategica, era stato usato come residenza per le battute di caccia all'orso ed infine, abbandonato del tutto, era progressivamente andato in rovina. Il nome attuale della cittadina sorta nelle sue vicinanze è infatti Balikesir, che in turco vuol dire letteralmente “castello in rovina”.

Tralle (Aydin): antica città nella valle del Meandro, fu quasi completamente distrutta da un violento terremoto nel 27 a.C. Ricostruita da Augusto e rinominata Caesarea (ma questo nome già nel I secolo era caduto in disuso). Conquistata una prima volta dai Turchi già nel 1071, fu ripresa da Alessio I Comneno sul finire del secolo. Semi abbandonata ed in rovina fu ricostruita da Andronico II nel 1278 con il nome di Andronikopolis e l'idea di farne un baluardo contro i turchi. E' famosa per
aver dato i natali ad Antemio, uno dei due progettisti della Santa Sofia giustinianea.

Resti del complesso terme/ginnasio, IV secolo.
Tralle

Nysa: sorgeva anch'essa nella valle del Meandro, a metà strada tra Tralle e Antiochia sul Meandro. Secondo la leggenda prenderebbe il nome da quello di una delle mogli di Antioco I Soter, il sovrano seleucide che la fondò nel III secolo a.C. Fu sede vescovile almeno fino alla fine del IX secolo. Alcuni tratti superstiti della cinta muraria sono di età bizantina e fanno pensare ad un tentativo di assicurarle protezione. Caduta in mano ai turchi sul finire del XIII secolo, fu definitamente abbandonata dopo il sacco di Tamerlano del 1402.

Biblioteca, II secolo.
Nysa

Philadelphia (Alasehir): fu fondata nel 189 a.C dal re di Pergamo Eumene II in onore del fratello – il futuro re Attalo II – che, per la sua lealtà, si era meritato il soprannome di “filadelfo”. Nel 129 a.C. passò ai Romani insieme a tutto il regno come da volontà testamentaria del suo ultimo re, Attalo III.

In epoca bizantina godette di grande prosperità tanto da meritarsi il titolo di “piccola Atene”. La fondazione della basilica di San Giovanni Evangelista, i cui resti imponenti sono ancora visibili, risale al VI secolo. Dall'XI secolo divenne la sede del comandante del thema di Thrakesion e fu l'ultima città bizantina dell'Asia minore ad essere conquistata dai turchi (1390).  


Resti delle mura 
Philadelphia





sabato 20 maggio 2023

Alessio Filantropeno Tarchaniote

 Alessio Filantropeno Tarchaniote


Nacque intorno al 1270, secondogenito di Michele Tarchaniotes (1) – che fu protovestiarius e mega domestikos sotto Michele VIII (1261-1282) - e della figlia (di cui non si conosce il nome) di Alessio Ducas Filantropeno, il mega doux che guidò la flotta imperiale contro i latini nella vittoriosa battaglia di Demetriade (1273).
Sposò Teodora Akropolitissa da cui ebbe un figlio di nome Michele.
Nel 1290 Andronico II (1282-1328) lo insignì del titolo di pinkernes (2) e poco dopo lo pose al comando del thema di Thrakesion, ovverosia della gran parte di ciò che rimaneva dei possedimenti dell'impero in Asia, eccezion fatta per le città della fascia costiera e per il thema di Bythinia (Nicea).
Nei due anni successivi al suo insediamento, nonostante i pochi mezzi a disposizione, ottenne prestigiose vittorie contro i turchi, riconquistando importanti città (Tralle, Priene, Nysa) e liberando Philadelphia dall'assedio. Avanzò quindi nel sud invadendo l'emirato di Menteshe e costringendo i turchi di Mileto a riconoscere l'autorità del basileus e versargli un tributo annuale. 

La situazione in Asia prima della campagna di Alessio Filantropeno

Fece molti prigionieri che, venduti come schiavi, gli permisero di mantenere l'esercito mentre molti turchi, spaventati dal pericolo mongolo, si arruolarono sotto le sue bandiere. Divenuto popolarissimo si vide offrire la corona imperiale dalle popolazioni locali, vessate dalla politica fiscale di Andronico, che in un primo tempo rifiutò, chiedendo all'imperatore di essere trasferito altrove. Per ragioni non del tutto chiare accettò invece nell'estate dell'anno successivo, facendosi incoronare nella chiesa di San Giovanni Prodromo a Filadelfia e dando il via alla ribellione. 

Gli imponenti resti della cattedrale di San Giovanni Prodromo a Filadelfia

Non ottenne però – come forse sperava – il controllo di tutte le provincie asiatiche perchè il governatore di Nicea, Libadario, che controllava le provincie settentrionali e quello di Efeso, Teodoro Paleologo, fratello di Andronico nonché genero di Libadario, rimasero fedeli alla corona. Iniziarono quindi i negoziati e Andronico offrì a Filantropeno il titolo di cesare probabilmente al solo scopo di farlo sentire sicuro e prendere tempo. Libadario nel frattempo riuscì a corrompere alcuni soldati cretesi dell'esercito di Alessio che con un colpo di mano catturarono il generale e glielo consegnarono. Alessio fu accecato (forse non completamente) e per trent'anni scompare del tutto dalle cronache.

Nel 1324, dopo che i comandanti che erano succeduti ad Alessio in Asia avevano perso gran parte delle provincie, Andronico perdonò Alessio e lo rimandò in Asia con il compito di salvare l'esclave di Philadelphia (l'attuale Alaşehir) che ancora resisteva completamente circondata e assediata dai turchi. Le cronache raccontano che non gli fu affidato alcun esercito ma fu sufficiente la notizia che “il Belisario dell'età paleologa” stava arrivando al fronte per far desistere i turchi dall'assedio. Fu quindi nominato governatore della città dove rimase fino al 1326-1327. Nel 1336 lo ritroviamo a fianco di Andronico III (1328-1341), al comando della forza di sbarco che riconquista l'sola di Lesbo che era stata occupata l'anno prima da Domenico Cattaneo, signore di Focea. Ancora una volta diede prova delle sue capacità militari assediando ed espugnando Mitilene dove si erano asserragliati i genovesi. Rimase nell'isola come governatore e lì si spense probabilmente nel 1341.


Note:
(1) Michele Tarchaniotes era figlio di Niceforo Tarchaniotes e Maria Paleologina (poi monacatasi con il nome di Marta), sorella di MicheleVIII. Tramite la nonna paterna Alessio era dunque imparentato anche con la casa regnante dei Paleologi.
(2) designava il “coppiere dell'imperatore”, secondo il catalogo dello pseudo-Codino era al quindicesimo posto nella gerarchia dei titoli di corte.


Narrativa moderna e contemporanea 

Incentrato sulla figura del Filantropeno, il romanzo racconta la campagna di riconquista del generale ed il successivo tentativo di usurpazione. La ricostruzione storica è dettagliata ed aderente ai fatti, i personaggi di fantasia s'integrano a quelli realmente esistiti in un amalgama con cui una prosa scattante stende un vivido affresco delle vicende storiche che penetra appieno lo spirito del tempo. Molto godibile.



domenica 30 aprile 2023

Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

 Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

Nato probabilmente a Cesarea di Cappadocia da una famiglia di basso ceto, entrò nella pubblica amministrazione bizantina come scrinarius (archivista). Secondo alcuni storici conobbe Giustiniano prima della sua ascesa al trono, quando questi ricopriva la carica di magister militum praesentialis (520) e Giovanni fu assegnato al suo servizio, facendosi notare dal futuro imperatore soprattutto per le sue capacità in materia di esazione fiscale. Nel 531 – nonostante il fatto che fosse alquanto illetterato e soprattutto non parlasse latino, il che lo rendeva culturalmente estraneo al progetto giustinianeo della renovatio imperii, fu dapprima elevato al rango di vir illustris e quindi posto dall'imperatore a capo della prefettura del pretorio d'Oriente. Da questa carica diresse per circa un decennio – salvo una breve interruzione a seguito della rivolta di Nika – l'amministrazione statale, reperendo i fondi necessari alle campagne militari e alle grandiose opere pubbliche volute dall'imperatore.


La rivolta di Nika
Le due fazioni superstiti di tifosi delle corse all'Ippodromo all'epoca di Giustiniano avevano assunto quasi la forma di partiti politici. I Verdi erano monofisiti e raccoglievano consensi soprattutto tra l'aristocrazia e i legittimisti raccolti attorno ai nipoti di Anastasio, mentre gli Azzurri, a cui andava il favore della coppia imperiale, erano invece di credo calcedoniano e di estrazione popolare. Il livello di scontro tra le due fazioni crebbe enormemente durante il regno di Giustiniano, gli estremisti di ambo le fazioni giravano armati e non di rado ci scappava il morto. Nel gennaio del 532, la settimana precedente l'inizio delle corse, era già stata funestata da diversi omicidi. L'eparca di Costantinopoli, Eudemone, fece arrestare i responsabili, due verdi e due azzurri, e li fece condannare a morte. Il patibolo fu eretto il 12 gennaio a Sycae sulla riva del Corno d'oro ma dopo le prime due esecuzioni crollò, permettendo la fuga degli altri due condannati (un verde e un azzurro) che trovarono rifugio nel convento di San Conone che venne immediatamente circondato dai soldati.
Il giorno successivo, all'Ippodromo, prima dell'inaugurazione delle corse, il capo dei Verdi e quello degli Azzurri fecero un appello congiunto all'imperatore perché risparmiasse la vita ai due condannati. Giustiniano ignorò l'appello e questo diede fuoco alla rivolta. Al grido di “Nika! (Vinci!)”, lo stesso usato per incitare gli aurighi, la folla sciama nella città abbandonandosi ad atti vandalici e di violenza.
Il 18 gennaio, seguendo l'esempio di Anastasio I (491-518), Giustiniano si presenta all'Ippodromo con i Vangeli in mano nel tentativo di placare la folla. Viene ricoperto d'insulti ed è costretto a rinchiudersi nel Sacro palazzo mentre i rivoltosi danno fuoco finanche alla cattedrale di Santa Sofia (1) e proclamano Ipazio, un nipote di Anastasio che accetta a malincuore (2), imperatore. Iniziata come un torbido sportivo, la rivolta assume un colore più politico e pretende le teste di Eudimone, l'eparca di Costantinopoli responsabile della repressione, di Giovanni il Cappadoce, responsabile dell'intollerabile pressione fiscale, accusato di avidità e di condurre una vita dissoluta e del giurista Triboniano che ricopriva la carica di Questor sacri palatii (in pratica il ministro di Giustizia di Giustiniano a cui è in gran parte dovuto il Corpus iuris civilis) accusato anche lui di avidità e corruzione. Giustiniano sostituisce il Cappadoce con Foca, un conservatore colto e illuminato, e Triboniano con Basilide, un aristocratico di alta cultura. Ma questo non basta a placare la folla.
Alcuni senatori rimasti a Costantinopoli passano dalla parte dei rivoltosi, tra questi Origene che suggerisce una tattica attendista, insediando il nuovo governo in un altro palazzo. Bramosi di agire e forse su ordine di Ipazio gli insorti confluiscono invece nuovamente nell'Ippodromo. Nel frattempo nel Sacro Palazzo Giustiniano e i suoi fedelissimi valutano l'ipotesi di lasciare la città e proseguire altrove la lotta. L'imperatrice interviene con un appassionato discorso che conclude con una frase passata alla storia: il trono è un magnifico sepolcro e la porpora uno splendido sudario. Giustiniano e i suoi decidono quindi di restare e combattere. Non essendo certa la fedeltà della guardia palatina, si decide di puntare tutto sulle milizie personali di Belisario e Mundo rimasti fedeli all'imperatore.
Ipazio aveva preso posto sul palco imperiale, Belisario e i suoi uomini entrarono nell'Ippodromo dai carceres mentre i miliziani di Mundo entrarono dalla Porta della morte che si trovava dalla parte opposta. Presa in mezzo la massa confusa e disordinata dei rivoltosi, i veterani dei due generali ne fecero strage (Procopio parla di circa trentamila morti). I nipoti di Giustiniano, Giusto e Boraide, catturarono Ipazio e il fratello Pompeo e li consegnarono all'imperatore che li mise a morte il giorno dopo.

Non molto tempo dopo la conclusione della rivolta, nell'ottobre dello stesso anno, Giustiniano richiamò al governo sia Triboniano che il Cappadoce che riteneva indispensabili alla realizzazione del suo programma. Nonostante il fatto, ad esempio, che Giovanni fosse apertamente ostile alla campagna d'Africa – che giudicava eccessivamente dispendiosa - fino al punto di sabotare le derrate della spedizione. Il Cappadoce diresse l'amministrazione dell'impero fino al 541 quando cadde vittima di un tranello tesogli dall'imperatrice stessa per mano di Antonina, la moglie di Belisario. Profittando dell'ingenuità di Eufemia, l'unica figlia di Giovanni, Antonina lo attirò in un incontro riservato alle Rufinianae (2) in cui gli propose l'appoggio proprio e del marito in caso di rivolta contro Giustiniano. Giovanni accettò immediatamente mentre non visti Narsete e Marcello ascoltavano la conversazione. Non appena il Cappadoce dichiarò di aderire al progetto, i due generali ed i loro uomini si avventarono su di lui che fu però difeso dalle sue guardie private da cui – non fidandosi del tutto di Antonina – si era fatto scortare. Sottrattosi alla cattura, fu estromesso dal governo e costretto controvoglia a farsi sacerdote, prendendo il nome di Pietro. In un primo momento tutti i suoi beni furono sequestrati ma successivamente Giustiniano decise di restituirgliene una parte.
Non volendo in alcuna maniera esercitare le funzioni dell'ordine sacerdotale, onde non precludersi la possibilità di riottenere una carica civile importante, entrò in contrasto con il vescovo di Cizico – Eusebio -da cui dipendeva, sì che alla sua morte fu arrestato e processato per il suo assassinio. La sua colpevolezza non fu dimostrata ma l'imperatore lo esiliò in una località ancora più lontana, Antinoopolis in Egitto dove continuò ad essere perseguitato dall'odio di Teodora – che probabilmente temeva l'ascendente che il Cappadoce aveva sull'imperatore – e che cercò finanche di corrompere due falsi testimoni per farlo condannare per l'assassinio del vescovo. Giovanni, dal canto suo, non perse mai la speranza di poter rientrare nel gioco politico. Alla morte di Teodora (548) Giustiniano gli permise di tornare a Costantinopoli ma non di rinunciare all'abito talare né gli vennero affidati incarichi nella pubblica amministrazione. Morì in pace – come riporta lo storico Giovanni Malala – poco tempo dopo.


Note:

(1) Oltre alla chiesa di Santa Sofia, la furia dei rivoltosi ridusse in macerie anche la vicina Sant'Irene e la Magnaura (all'epoca sede del Senato). Fu anche gravemente danneggiata la Chalke e molte delle colonne dell'Augusteion vennero abbattute. 

(2) Pompeo e Ipazio erano figli di Cesaria, sorella dell'imperatore Anastasio I. Procopio riporta un accorato appello della moglie di Ipazio – Maria – che scongiura il marito di resistere alle pressioni della folla. L'incoronazione avvenne nel Foro di Costantino – l'unico che non era stato incendiato dagli insorti – e la corona venne sostituita da una catena d'oro spuntata fuori da chissà dove.

(2) Le Rufinianae erano un sobborgo di Costantinopoli – dava sul Mar di Marmara, poco a sud di Calcedonia - dove si trovava un palazzo residenziale di Belisario

(3) All'epoca dei fatti Marcello ricopriva la carica di comes excubitorum, comandava cioè la guardia palatina ed era un fedelissimo di Giustiniano.

sabato 11 marzo 2023

L' Hebdomon

L'Hebdomon

L'Hebdomon era un sobborgo di Costantinopoli che sorgeva lungo la via Egnatia, a circa 7 miglia (da cui il nome) ad ovest del Milion, nella località oggi nota come Bakirkoy. Era una sorta di “Versailles degli imperatori bizantini” (Thibaut) accanto a cui si trovava il campo di marte dove si svolgevano le manovre e si acquartieravano le truppe prima o dopo le campagne militari.



Palazzo imperiale
Il Palazzo imperiale di Hebdomon fu originariamente costruito dall'imperatore Valente (364-378). Successivamente fu completamente ricostruito da Giustiniano e prese il nome di Iokoundianai. L'imperatore vi soggiornava volentieri e da qui vennero emanate molte delle sue leggi. Il palazzo compare nelle fonti anche con il nome di Sekoundianai, nome che potrebbe coinvolgere nella sua costruzione Secundinus che nel 492 fu nominato eparca di Costantinopoli da Anastasio I con il compito di sedare la rivolta degli Isauri e ristrutturare gli edifici danneggiati nel corso della quale.  

Le fondamenta del palazzo imperiale (2015)

Colonna di Teodosio II 
In una piazza del paese rimane rovesciato un fusto monolitico di granito grigio bluastro levigato, lungo m 11,25, del diametro inferiore di m 1,50 e superiore di m 1,36, riferibile ad una colonna onoraria, a cui doveva appartenere l'iscrizione frammentaria su base di marmo bianco proconnesio, lunga m 2,30, larga m 1,94, alta m 0,75, oggi collocata nei giardini di Santa Sofia.

L'iscrizione è stata integrata dal Demangel: 

D(ominus) N(oster) Theodo[sius pius felix August]us - imperator et [fortissimus triumfato]r - [gentium barbararum pere]nnis [et ubiqu]e - [victor pro]votis sororum pacato - [orbe Romjano celsus exultat.

La colonna risulta così dedicata a Teodosio II dalle sorelle Pulcheria, Arcadia e Marina, e la pace a cui si allude nell'iscrizione può essere o quella con i Persiani del 422, o, più probabilmente, il trattato con gli Unni del 449 giacché la colonna potrebbe essere stata fatta erigere da Pulcheria che in quell'anno venne riammessa a corte dopo essere stata esiliata proprio nel palazzo imperiale di Hebdomon. Sappiamo inoltre che questa colonna era vicina al palazzo imperiale e che cadde al suolo nel terremoto del 557. La base della colonna venne ritrovata nel cortile di un complesso residenziale oggi al civico 3 di Cevizliyalı Sokak, il palazzo imperiale doveva quindi sorgere nelle immediate vicinanze.

Palazzo Magnaura 

Un altro edificio residenziale era il palazzo di Magnaura che sorgeva praticamente in riva al mare su un promontorio che portava lo stesso nome. Probabilmente qui, originariamente, si radunavano i membri del Senato – come nell'omonimo palazzo cittadino (Magnaura deriva infatti dal latino magna aula) - per rendere omaggio all'imperatore che tornava da una campagna vittoriosa.

Kampos
Nella spianata dove ora sorge l'ippodromo Veli Efendi si estendeva il campo di Marte dove si svolgevano le esercitazioni militari e si acquartieravano le truppe che giungevano nella capitale. 
Da qui partivano i cortei trionfali che entravano in città attraverso la Porta d'oro e percorrevano la Mese fino al palazzo imperiale e a santa Sofia. Per questa ragione, a partire da Valente, una decina di imperatori furono proclamati qui, a sottolineare l'importanza politica assunta dall'esercito in quel periodo. La proclamazione avveniva su una tribuna, fatta erigere da Valente, che si affacciava sul campo di Marte.



Resti del muro della tribuna

Chiesa di San Giovanni Battista

Fu fatta erigere da Teodosio I nel 391 per accogliere la reliquia della testa di San Giovanni Battista e poi completamente ricostruita da Giustiniano. Fu probabilmente restaurata nuovamente sotto Basilio I (867-886).

Durante gli scavi del 1921-1923 emersero i resti dell'abside. Sulla scorta della descrizione di Procopio sappiamo che la chiesa giustinianea aveva una pianta ottagonale - del tipo di quella di San Vitale di Ravenna o della chiesa costantinopolitana dei SS. Sergio e Bacco – tutto attorno al giro di colonne che racchiudeva lo spazio centrale correva un deambulatorio sovrastato dalle gallerie. Le poche evidenze architettoniche scomparvero nel 1965 con la costruzione dell'ospedale di Bakirkoy.


Chiesa di San Giovanni Evangelista
A pianta basilicale, risaliva originariamente probabilmente all'epoca di Costantino il grande. Andata distrutta nel VII secolo, fu ricostruita anch'essa da Basilio I. Nel corso degli scavi del 1921-1923, in prossimità della chiesa del Battista, emerse un pavimento decorato a mosaico che poteva appartenere ad un edificio di culto a pianta basilicale. E' comunque possibile che i lavori di ristrutturazione intrapresi sotto Basilio I abbiano realizzato la fusione tra le due chiese, questo spiegherebbe anche perché a partire da quest'epoca la chiesa dedicata al Battista scompare completamente dalle fonti.

L'Ipogeo



Il corridoio anulare

Nell'area dove sorge attualmente l'ospedale psichiatrico è stato ritrovato un sepolcro ipogeo. Si tratta di una costruzione a pianta circolare trasformata in croce dall'intersecarsi di due navate ortogonali e circondata da un corridoio anulare. I quattro grandi pilastri che risultano dall'intersecarsi delle due navate sostengono la volta a cupola.

Giacché nell'epitaffio di Basilio II (976-1025) - tramandatoci dalle fonti – è scritto che l'imperatore volle farsi seppellire all'Hebdomon, si era ritenuto che l'ipogeo fosse il luogo della sua sepoltura. Si tratta invece di un edificio del V secolo, epoca a cui appartengono anche i sei sarcofagi ritrovati al suo interno, ovvero in sei delle otto nicchie ricavate nella muratura.

Uno dei sarcofagi ritrovati all'interno dell'ipogeo
Museo Archeologico di Istanbul

Un sarcofago ritrovato in prossimità della chiesa del Battista (vedi sopra) e oggi disperso, venne attribuito all'imperatore, che probabilmente venne sepolto all'interno della chiesa. 

Il sarcofago (oggi disperso) attribuito a Basilio II

Ad ogni modo, Giorgio Pachimere nella sua Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum, scritta all'epoca di Michele VIII Paleologo, racconta che nel 1260, mentre il Paleologo assediava le fortificazioni di Galata, alcuni suoi parenti si recarono nella chiesa del Battista al'Hebdomon ormani in rovina e s'imbatterono nelle ossa di un uomo il cui epitaffio diceva essere stato l'imperatore Basilio II. Secondo il cronista, Michele fece recuperare i resti del suo predecessore per farli seppellire nel katholikon del monastero del Salvatore a Selymbria (mai identificato). Le spoglie del Paleologo sarebbero state ivi traslate pochi anni dopo la sua morte e tumulate accanto a quelle del suo illustre predecessore.

Cisterna di Hebdomon (Fildami Sarnici)


E' una cisterna a cielo aperto e misura 127x76 metri. Può contenere fino a 125.000 metri cubi d'acqua. La sua costruzione risale al V-VI secolo. 


In prossimità dell'angolo sudovest, si trova una torre piezometrica di epoca successiva mediante la quale era possibile misurare la pressione dell'acqua all'interno della cisterna. 


Il toponimo turco (Fildami sarnici, letteralmente "cisterna degli elefanti") è dovuto al fatto che per un periodo in epoca ottomana vi vennero sistemate le stalle degli elefanti del sultano. Originariamente la cisterna doveva provvedere al fabbisogno delle truppe acquartierate nel Kampos (campo di marte) dell'Hebdomon.


la torre piezometrica