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venerdì 16 giugno 2023

Chiesa del Cristo Pephaneromenos

 Chiesa del Cristo Pephaneromenos



Circa 60 metri a nord dell' Incili Kosk (1), integrata nelle mura marittime che danno sul Mar di Marmara, spicca la facciata di un edificio che presenta un grande arco centrale, tamponato in un'epoca successiva lasciando aperti un ingresso e una finestra sovrastante entrambi coronati da un arco. L'arco centrale è fiancheggiato da due ingressi laterali. 

 a sn. i resti delle sostruzioni dell'Incili kiosk, a ds. la facciata dell'ipotetico edificio religioso inserita nelle mura marittime

La facciata si presenta movimentata da nicchie e decorazioni a mattone. All'interno lo spazio è suddiviso in una navata centrale separata dalle due laterali da due archi impostati su un pilastro centrale e due semipilastri addossati alle mura perimetrali.


L'edificio è stato a lungo identificato come parte del monastero di Cristo Filantropo, la ricerca attuale tende invece ad identificarlo con la chiesa del Cristo Soter Πεφανερωμένος (manifestato) (2) che compare nelle fonti solo molto tardi in età paleologa.

Le informazioni contenute nel typikon del monastero di Cristo Filantropo con l'annesso convento femminile dedicato alla Vergine Kecharitomene – fatti costruire rispettivamente da Alessio I Comneno (1081-1118) che vi si fece anche tumulare e dalla moglie Irene Dukaina – collocano infatti il complesso sulla costa del quinto colle, vicino alla cisterna di Aspar, ovverosia in una zona del tutto diversa (3).
I pellegrini russi – in particolare un anonimo del XIV secolo ed il diacono Zosimo che visitò Costantinopoli tra il 1419 ed il 1422 – descrivono invece una fonte miracolosa che si trovava al di sotto di una chiesa lungo la riva del Mar di Marmara, nei pressi della chiesa di San Giorgio ai Mangani.
Anche Marco Eugenico (1392-1444) in un inno racconta che l'imperatore Giovanni VIII per curare i suoi reumatismi si recò ad una fonte che si trovava in “una chiesa dedicata al Cristo Soter vicino al monastero di san Giorgio ai Mangani". La chiave di lettura definitiva per l'identificazione dell'edificio si trova in un breve trattato teologico di Gennadio Scolario – Sulla Divina predestinazione – dove è descritto un incontro tra Giovanni VIII e Marco Eugenico che ha luogo nella chiesa del Cristo Pephaneromenos, sita in vicinanza del monastero dei Mangani.

E' dibattuta anche la datazione dell'edificio. La presenza della muratura “a mattone arretrato”, in area costantinopolitana, secondo M.de Zulueta, dovrebbe indicare l'XI-XII secolo, mentre le variegate decorazioni a mattone somiglierebbero più a quelle della chiesa costantinopolitana del Cristo Pantepoptes (1096-1097) e della Nea Moni di Chios (1042-1055) - che fu comunque edificata quasi sicuramente da maestranze costantinopolitane - che non a quelle di età paleologa della chiesa meridionale di Costantino Lips (seconda metà del XIII sec.). Seguendo questa datazione l'autore, giunge ad ipotizzare che, originariamente, la struttura – anziché appartenere ad un edificio religioso - rappresentasse l'ingresso dal mare al palazzo dei Mangani, fatto aprire da Costantino IX Monomaco (1042-1055) e vistosamente ridotto di ampiezza in epoca paleologa per ragioni militari.


particolare della decorazione a mattoni

particolare della decorazione della chiesa del Cristo Pantepoptes


Note:

(1) L'Incili kosk (chiosco delle perle) fu fatto erigere dal Gran Visir Sinan Pasha tra il 1589 ed il 1591 come dono per il sultano Murad III. Demolito nel 1871 per far posto alla strada ferrata, ne rimangono visibili oggi solo le sottostrutture.



(2) L'epiteto "pephaneromenos" sarebbe dovuto al fatto che la chiesa fu eretta nel punto dove era miracolosamente apparsa un'immagine del Cristo (Stefano di Novgorod).

(3) E' stata anche ipotizzata l'esistenza di un secondo monastero dedicato al Cristo Filantropo, fondato da Irene Choumnaina nel 1307 - figlia di Niceforo Choumnas che fu per quindici anni mesazon di Andronico II - in cui identificare l'edificio inserito nelle mura del Mar di Marmara e in cui si sarebbe trovata la fonte miracolosa. Ma tutti i pellegrini russi che riferiscono di questo aghiasma lo collocano in prossimità di una chiesa dedicata al Cristo Salvatore e non aggiungono mai l'epiteto di “filantropo”, né parlano di un monastero. Oltracciò il typikon del monastero fondato da Irene Choumnaina – peraltro conservatosi in maniera frammentaria – presenta forti similitudini con quello del monastero di fondazione comnena, tali da far pensare che si tratti della stessa fondazione che fu restaurata e ristrutturata, anziché costruita ex novo, dalla figlia del mesazon di Andronico II.

 

Bibliografia:  

N. Melvani, The duplication of the double monastery of Christ Philanthropos in Constantinople, Revue des études byzantines, Année 2016, 74, pp. 361-384 

M.de Zulueta, A Grand Entrance or The Facade and Crypt of a Church in the Marmara Sea Walls at Istanbul?, Revue des études byzantines Année 2000, 58, pp. 253-267







venerdì 2 giugno 2023

L' usurpatore di Emanuele Rizzardi

 Emanuele Rizzardi, L'usurpatore, Byzantion, 2022
Il romanzo racconta le gesta di Alessio Filantropeno, il Belisario dei Paleologhi che nel 1293-1295, su mandato di Andronico II, con una fortunata campagna recuperò temporaneamente all'impero molte delle provincie asiatiche occupate dai turchi.

Il libro si può acquistare 

Personaggi storici che compaiono nel romanzo

Teodoro Paleologo: secondogenito di Michele VIII Paleologo e Teodora Dukaina Vatatzina e quindi fratello minore dell'imperatore Andronico II, ricoprì la carica di governatore di Ninfeo e successivamente di Efeso.

Libadario: protovestiario fedelissimo di Andronico che gli affidò il comando del thema di Bythinia, Nel romanzo è indicato semplicemente come governatore di Nicea.

Costantino Paleologo: terzogenito di Michele VIII Paleologo e Teodora Dukaina Vatatzina. Nato a Costantinopoli nel 1261 pochi mesi dopo la riconquista della città, era il primo figlio di Michele VIII nato nella Porphyra – la stanza del palazzo imperiale interamente rivestita di porfido purpureo destinata al parto delle imperatrici - e poteva a buon diritto fregiarsi del titolo di porfirogenito. Nel 1280 combattè contro i serbi in Macedonia e successivamente venne inviato in Asia minore dove ripulì la valle del Meandro dai pirati turchi che l'infestavano. Tra il 1285 ed il 1288 sposò Irene Rauleina da cui ebbe un unico figlio di nome Giovanni. Nel 1293, mentre regnava il fratello Andronico II (1282-1328), fu accusato di cospirare contro l'imperatore e arrestato nel suo quartier generale a Ninfeo. Processato e condannato fu condotto a Costantinopoli in catene. In seguito prese i voti monacali con il nome di Atanasio, morì a Costantinopoli nel 1306 e fu sepolto nel monastero di Costantino Lips. Il Palazzo del porfirogenito (Tekfur saray) che ancora si vede a Costantinopoli deve a lui questo nome e al suo patronato si deve anche il restauro del monastero di Studion.

Theoleptus: originario di Nicea, si fece monaco nel 1275 ritirandosi nella comunità del Monte Athos. Su posizioni mistiche, tanto che Gregorio Palamas lo considerò un precursore della dottrina esicasta, avversò fieramente l'unione delle chiese sancita dal Concilio di Lione (1274) e per questo fu fatto imprigionare da Michele VIII. Fu in seguito liberato da Andronico II che rovesciò la politica ecclesiastica del padre - nel 1285 convocò infatti il Concilio delle Blachernae che ripudiò l'unione delle chiese - e nominato metropolita di Filadelfia (1283), carica che ricoprì – prendendo sempre parte attiva alla vita cittadina come nel caso degli attacchi turchi - fino alla sua morte (1322). Fu a lungo consigliere spirituale di Irene Choumnaina, tanto che le sue posizioni teologiche sono oggi note soprattutto grazie alla loro corrispondenza epistolare.

Niceforo Choumnos: Nato tra il 1250 ed il 1255 in una famiglia che aveva già dato all'impero funzionari di alto rango, ricoprì la carica di mesazon sotto Andronico II dal 1294 al 1305.

Nel 1303 rafforzò i suoi legami con la casa regnante facendo sposare la figlia Irene col terzogenito di Andronico, il despota Giovanni Paleologo. Ciònonostante due anni dopo fu rimosso dalla carica di Mesazon e sostituito con Teodoro Metochite, suo acerrimo rivale. In undici anni di governo aveva comunque accumulato un'immensa fortuna, frutto di tangenti e della vendita delle cariche pubbliche.
Nel 1309-1310 fu governatore di Tessalonica poi uscì definitivamente dalla vita pubblica. Ritiratosi a vita monastica con il nome di Nataniele nel 1326, morì poco dopo nel monastero costantinopolitano di Cristo Filantropo.

Irene Choumnaina: Figlia di Niceforo nacque tra il 1290 e il 1291 e sposò giovanissima (1303) il terzogenito di Andronico II, Giovanni Paleologo, che morì dopo appena quattro anni di matrimonio. Rimasta vedova prese i voti monacali con il nome di Eulogia e restaurò a Costantinopoli il monastero di Cristo Filantropo (1308) che diresse fino alla sua morte (1360).  Nel romanzo, con una licenza forse un po' troppo ardita, è a capo dell'aristocrazia fondiaria che – vessata dalle tasse introdotte da Andronico II – fiancheggiò il tentativo di usurpazione (piuttosto improbabile per la figlia del primo ministro nonché nuora dell'imperatore, a parte l'incongruenza anagrafica).

Giorgio Pachimere: Nato a Nicea, dove il padre si era rifugiato dopo la conquista crociata di Costantinopoli, nel 1242. Rientrato a Costantinopoli dopo la riconquista intraprese la carriera ecclesiastica. Studiò legge e ricoprì l'importante carica di presidente della corte suprema. La sua opera storica si pone in continuazione di quella di Giorgio Akropolita e tratta gli eventi relativi ai regni di Michele VIII e Andronico II di cui costituisce una delle principali fonti primarie. Favorevole in linea di massima al Filantropeno di cui narra dettagliatamente le gesta fuorché nel caso della ribellione. Nel romanzo Andronico gli affida le negoziazioni con il Filantropeno.

Osman: è il capostipite della dinastia ottomana ma la sua figura storica ha contorni incerti, spesso avvolti nel mito dalla storiografia ottomana. Nato intorno alla metà del secolo, divenne bey della sua tribù attorno al 1280 grazie anche al matrimonio con la figlia di un capo religioso, Edebali. Dal sultano selgiuchide gli fu concessa la città di Sogut ed il territorio circostante a ridosso della frontiera con la provincia bizantina di Bithinia che prese a razziare con regolarità.

Il primo evento della sua biografia databile con certezza è la battaglia di Bafeo (1306), in cui sconfisse l'esercito comandato da Giorgio Muzalon che Andronico II gli aveva mandato contro.
Le sue fila furono ingrossate dai turchi che fuggivano davanti alle orde mongole che arrivavano da est ed egli cominciò a estendere i territori sotto il su controllo a scapito della Bithinia bizantina. Con l'intento d'indebolire a suo vantaggio il sultanato selgiuchide - come in effetti fu in realtà (nel 1299 dichiarò l'indipendenza del suo piccolo regno dal sultanato) - nel romanzo comanda gli ausiliari turchi che combattono a fianco del Filantropeno.

Orhan I: figlio primogenito di Osman, successe al padre alla sua morte (1326) portando a termine l'assedio di Bursa intrapreso dal padre ben nove anni prima. Nel 1327 occupò Nicea e nel 1329 sconfisse Andronico III e l'allora gran domestikos Giovanni Cantecuzeno a Pelekanon, mentre cercavano con un esercito di 4.000 uomini di liberare la città. Nicomedia cadde definitivamente nel 1337, ma a quel punto – annesso il beilicato di Karasi – Orhan era già padrone di tutta l'Anatolia nordoccidentale dove, in mano bizantina, restavano soltanto poche, isolate città costiere (come Amastris/Amasra). Nel romanzo è un giovinetto che il padre manda presso il Filantropeno per imparare l'arte della guerra.


La situazione in Asia prima della campagna di Alessio Filantropeno

L'itinerario seguito dal Filantropeno durante la campagna

Città descritte nel romanzo

Ninfeo (Kemalpasa): situata 30 km. ad est di Smirne, durante l'esilio niceno divenne la residenza invernale dell'imperatore e della corte. Il suo nome è legato al trattato qui firmato da Michele VIII Paleologo e la Repubblica di Genova il 13 marzo 1261, con cui l'imperatore faceva concessioni territoriali e garantiva agevolazioni commerciali ai genovesi in cambio dell'appoggio navale nella riconquista di Costantinopoli. Qui il Filantropeno stabilì il suo quartier generale. Fu definitivamente conquistata dai turchi nel 1315.

Palazzo dei Lascaridi, XIII sec.
Ninfeo

Vecchio Castello (Palaiokastron): era un'antica fortezza, eretta sulle rovine della città di Hadrianutherae, fondata da Adriano nel 124, a metà circa della strada che da Cizico conduceva a Pergamo. In epoca bizantina il vecchio castello, persa ogni importanza strategica, era stato usato come residenza per le battute di caccia all'orso ed infine, abbandonato del tutto, era progressivamente andato in rovina. Il nome attuale della cittadina sorta nelle sue vicinanze è infatti Balikesir, che in turco vuol dire letteralmente “castello in rovina”.

Tralle (Aydin): antica città nella valle del Meandro, fu quasi completamente distrutta da un violento terremoto nel 27 a.C. Ricostruita da Augusto e rinominata Caesarea (ma questo nome già nel I secolo era caduto in disuso). Conquistata una prima volta dai Turchi già nel 1071, fu ripresa da Alessio I Comneno sul finire del secolo. Semi abbandonata ed in rovina fu ricostruita da Andronico II nel 1278 con il nome di Andronikopolis e l'idea di farne un baluardo contro i turchi. E' famosa per
aver dato i natali ad Antemio, uno dei due progettisti della Santa Sofia giustinianea.

Resti del complesso terme/ginnasio, IV secolo.
Tralle

Nysa: sorgeva anch'essa nella valle del Meandro, a metà strada tra Tralle e Antiochia sul Meandro. Secondo la leggenda prenderebbe il nome da quello di una delle mogli di Antioco I Soter, il sovrano seleucide che la fondò nel III secolo a.C. Fu sede vescovile almeno fino alla fine del IX secolo. Alcuni tratti superstiti della cinta muraria sono di età bizantina e fanno pensare ad un tentativo di assicurarle protezione. Caduta in mano ai turchi sul finire del XIII secolo, fu definitamente abbandonata dopo il sacco di Tamerlano del 1402.

Biblioteca, II secolo.
Nysa

Philadelphia (Alasehir): fu fondata nel 189 a.C dal re di Pergamo Eumene II in onore del fratello – il futuro re Attalo II – che, per la sua lealtà, si era meritato il soprannome di “filadelfo”. Nel 129 a.C. passò ai Romani insieme a tutto il regno come da volontà testamentaria del suo ultimo re, Attalo III.

In epoca bizantina godette di grande prosperità tanto da meritarsi il titolo di “piccola Atene”. La fondazione della basilica di San Giovanni Evangelista, i cui resti imponenti sono ancora visibili, risale al VI secolo. Dall'XI secolo divenne la sede del comandante del thema di Thrakesion e fu l'ultima città bizantina dell'Asia minore ad essere conquistata dai turchi (1390).  


Resti delle mura 
Philadelphia





sabato 20 maggio 2023

Alessio Filantropeno Tarchaniote

 Alessio Filantropeno Tarchaniote


Nacque intorno al 1270, secondogenito di Michele Tarchaniotes (1) – che fu protovestiarius e mega domestikos sotto Michele VIII (1261-1282) - e della figlia (di cui non si conosce il nome) di Alessio Ducas Filantropeno, il mega doux che guidò la flotta imperiale contro i latini nella vittoriosa battaglia di Demetriade (1273).
Sposò Teodora Akropolitissa da cui ebbe un figlio di nome Michele.
Nel 1290 Andronico II (1282-1328) lo insignì del titolo di pinkernes (2) e poco dopo lo pose al comando del thema di Thrakesion, ovverosia della gran parte di ciò che rimaneva dei possedimenti dell'impero in Asia, eccezion fatta per le città della fascia costiera e per il thema di Bythinia (Nicea).
Nei due anni successivi al suo insediamento, nonostante i pochi mezzi a disposizione, ottenne prestigiose vittorie contro i turchi, riconquistando importanti città (Tralle, Priene, Nysa) e liberando Philadelphia dall'assedio. Avanzò quindi nel sud invadendo l'emirato di Menteshe e costringendo i turchi di Mileto a riconoscere l'autorità del basileus e versargli un tributo annuale. 

La situazione in Asia prima della campagna di Alessio Filantropeno

Fece molti prigionieri che, venduti come schiavi, gli permisero di mantenere l'esercito mentre molti turchi, spaventati dal pericolo mongolo, si arruolarono sotto le sue bandiere. Divenuto popolarissimo si vide offrire la corona imperiale dalle popolazioni locali, vessate dalla politica fiscale di Andronico, che in un primo tempo rifiutò, chiedendo all'imperatore di essere trasferito altrove. Per ragioni non del tutto chiare accettò invece nell'estate dell'anno successivo, facendosi incoronare nella chiesa di San Giovanni Prodromo a Filadelfia e dando il via alla ribellione. 

Gli imponenti resti della cattedrale di San Giovanni Prodromo a Filadelfia

Non ottenne però – come forse sperava – il controllo di tutte le provincie asiatiche perchè il governatore di Nicea, Libadario, che controllava le provincie settentrionali e quello di Efeso, Teodoro Paleologo, fratello di Andronico nonché genero di Libadario, rimasero fedeli alla corona. Iniziarono quindi i negoziati e Andronico offrì a Filantropeno il titolo di cesare probabilmente al solo scopo di farlo sentire sicuro e prendere tempo. Libadario nel frattempo riuscì a corrompere alcuni soldati cretesi dell'esercito di Alessio che con un colpo di mano catturarono il generale e glielo consegnarono. Alessio fu accecato (forse non completamente) e per trent'anni scompare del tutto dalle cronache.

Nel 1324, dopo che i comandanti che erano succeduti ad Alessio in Asia avevano perso gran parte delle provincie, Andronico perdonò Alessio e lo rimandò in Asia con il compito di salvare l'esclave di Philadelphia (l'attuale Alaşehir) che ancora resisteva completamente circondata e assediata dai turchi. Le cronache raccontano che non gli fu affidato alcun esercito ma fu sufficiente la notizia che “il Belisario dell'età paleologa” stava arrivando al fronte per far desistere i turchi dall'assedio. Fu quindi nominato governatore della città dove rimase fino al 1326-1327. Nel 1336 lo ritroviamo a fianco di Andronico III (1328-1341), al comando della forza di sbarco che riconquista l'sola di Lesbo che era stata occupata l'anno prima da Domenico Cattaneo, signore di Focea. Ancora una volta diede prova delle sue capacità militari assediando ed espugnando Mitilene dove si erano asserragliati i genovesi. Rimase nell'isola come governatore e lì si spense probabilmente nel 1341.


Note:
(1) Michele Tarchaniotes era figlio di Niceforo Tarchaniotes e Maria Paleologina (poi monacatasi con il nome di Marta), sorella di MicheleVIII. Tramite la nonna paterna Alessio era dunque imparentato anche con la casa regnante dei Paleologi.
(2) designava il “coppiere dell'imperatore”, secondo il catalogo dello pseudo-Codino era al quindicesimo posto nella gerarchia dei titoli di corte.


Narrativa moderna e contemporanea 

Incentrato sulla figura del Filantropeno, il romanzo racconta la campagna di riconquista del generale ed il successivo tentativo di usurpazione. La ricostruzione storica è dettagliata ed aderente ai fatti, i personaggi di fantasia s'integrano a quelli realmente esistiti in un amalgama con cui una prosa scattante stende un vivido affresco delle vicende storiche che penetra appieno lo spirito del tempo. Molto godibile.



domenica 30 aprile 2023

Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

 Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

Nato probabilmente a Cesarea di Cappadocia da una famiglia di basso ceto, entrò nella pubblica amministrazione bizantina come scrinarius (archivista). Secondo alcuni storici conobbe Giustiniano prima della sua ascesa al trono, quando questi ricopriva la carica di magister militum praesentialis (520) e Giovanni fu assegnato al suo servizio, facendosi notare dal futuro imperatore soprattutto per le sue capacità in materia di esazione fiscale. Nel 531 – nonostante il fatto che fosse alquanto illetterato e soprattutto non parlasse latino, il che lo rendeva culturalmente estraneo al progetto giustinianeo della renovatio imperii, fu dapprima elevato al rango di vir illustris e quindi posto dall'imperatore a capo della prefettura del pretorio d'Oriente. Da questa carica diresse per circa un decennio – salvo una breve interruzione a seguito della rivolta di Nika – l'amministrazione statale, reperendo i fondi necessari alle campagne militari e alle grandiose opere pubbliche volute dall'imperatore.


La rivolta di Nika
Le due fazioni superstiti di tifosi delle corse all'Ippodromo all'epoca di Giustiniano avevano assunto quasi la forma di partiti politici. I Verdi erano monofisiti e raccoglievano consensi soprattutto tra l'aristocrazia e i legittimisti raccolti attorno ai nipoti di Anastasio, mentre gli Azzurri, a cui andava il favore della coppia imperiale, erano invece di credo calcedoniano e di estrazione popolare. Il livello di scontro tra le due fazioni crebbe enormemente durante il regno di Giustiniano, gli estremisti di ambo le fazioni giravano armati e non di rado ci scappava il morto. Nel gennaio del 532, la settimana precedente l'inizio delle corse, era già stata funestata da diversi omicidi. L'eparca di Costantinopoli, Eudemone, fece arrestare i responsabili, due verdi e due azzurri, e li fece condannare a morte. Il patibolo fu eretto il 12 gennaio a Sycae sulla riva del Corno d'oro ma dopo le prime due esecuzioni crollò, permettendo la fuga degli altri due condannati (un verde e un azzurro) che trovarono rifugio nel convento di San Conone che venne immediatamente circondato dai soldati.
Il giorno successivo, all'Ippodromo, prima dell'inaugurazione delle corse, il capo dei Verdi e quello degli Azzurri fecero un appello congiunto all'imperatore perché risparmiasse la vita ai due condannati. Giustiniano ignorò l'appello e questo diede fuoco alla rivolta. Al grido di “Nika! (Vinci!)”, lo stesso usato per incitare gli aurighi, la folla sciama nella città abbandonandosi ad atti vandalici e di violenza.
Il 18 gennaio, seguendo l'esempio di Anastasio I (491-518), Giustiniano si presenta all'Ippodromo con i Vangeli in mano nel tentativo di placare la folla. Viene ricoperto d'insulti ed è costretto a rinchiudersi nel Sacro palazzo mentre i rivoltosi danno fuoco finanche alla cattedrale di Santa Sofia (1) e proclamano Ipazio, un nipote di Anastasio che accetta a malincuore (2), imperatore. Iniziata come un torbido sportivo, la rivolta assume un colore più politico e pretende le teste di Eudimone, l'eparca di Costantinopoli responsabile della repressione, di Giovanni il Cappadoce, responsabile dell'intollerabile pressione fiscale, accusato di avidità e di condurre una vita dissoluta e del giurista Triboniano che ricopriva la carica di Questor sacri palatii (in pratica il ministro di Giustizia di Giustiniano a cui è in gran parte dovuto il Corpus iuris civilis) accusato anche lui di avidità e corruzione. Giustiniano sostituisce il Cappadoce con Foca, un conservatore colto e illuminato, e Triboniano con Basilide, un aristocratico di alta cultura. Ma questo non basta a placare la folla.
Alcuni senatori rimasti a Costantinopoli passano dalla parte dei rivoltosi, tra questi Origene che suggerisce una tattica attendista, insediando il nuovo governo in un altro palazzo. Bramosi di agire e forse su ordine di Ipazio gli insorti confluiscono invece nuovamente nell'Ippodromo. Nel frattempo nel Sacro Palazzo Giustiniano e i suoi fedelissimi valutano l'ipotesi di lasciare la città e proseguire altrove la lotta. L'imperatrice interviene con un appassionato discorso che conclude con una frase passata alla storia: il trono è un magnifico sepolcro e la porpora uno splendido sudario. Giustiniano e i suoi decidono quindi di restare e combattere. Non essendo certa la fedeltà della guardia palatina, si decide di puntare tutto sulle milizie personali di Belisario e Mundo rimasti fedeli all'imperatore.
Ipazio aveva preso posto sul palco imperiale, Belisario e i suoi uomini entrarono nell'Ippodromo dai carceres mentre i miliziani di Mundo entrarono dalla Porta della morte che si trovava dalla parte opposta. Presa in mezzo la massa confusa e disordinata dei rivoltosi, i veterani dei due generali ne fecero strage (Procopio parla di circa trentamila morti). I nipoti di Giustiniano, Giusto e Boraide, catturarono Ipazio e il fratello Pompeo e li consegnarono all'imperatore che li mise a morte il giorno dopo.

Non molto tempo dopo la conclusione della rivolta, nell'ottobre dello stesso anno, Giustiniano richiamò al governo sia Triboniano che il Cappadoce che riteneva indispensabili alla realizzazione del suo programma. Nonostante il fatto, ad esempio, che Giovanni fosse apertamente ostile alla campagna d'Africa – che giudicava eccessivamente dispendiosa - fino al punto di sabotare le derrate della spedizione. Il Cappadoce diresse l'amministrazione dell'impero fino al 541 quando cadde vittima di un tranello tesogli dall'imperatrice stessa per mano di Antonina, la moglie di Belisario. Profittando dell'ingenuità di Eufemia, l'unica figlia di Giovanni, Antonina lo attirò in un incontro riservato alle Rufinianae (2) in cui gli propose l'appoggio proprio e del marito in caso di rivolta contro Giustiniano. Giovanni accettò immediatamente mentre non visti Narsete e Marcello ascoltavano la conversazione. Non appena il Cappadoce dichiarò di aderire al progetto, i due generali ed i loro uomini si avventarono su di lui che fu però difeso dalle sue guardie private da cui – non fidandosi del tutto di Antonina – si era fatto scortare. Sottrattosi alla cattura, fu estromesso dal governo e costretto controvoglia a farsi sacerdote, prendendo il nome di Pietro. In un primo momento tutti i suoi beni furono sequestrati ma successivamente Giustiniano decise di restituirgliene una parte.
Non volendo in alcuna maniera esercitare le funzioni dell'ordine sacerdotale, onde non precludersi la possibilità di riottenere una carica civile importante, entrò in contrasto con il vescovo di Cizico – Eusebio -da cui dipendeva, sì che alla sua morte fu arrestato e processato per il suo assassinio. La sua colpevolezza non fu dimostrata ma l'imperatore lo esiliò in una località ancora più lontana, Antinoopolis in Egitto dove continuò ad essere perseguitato dall'odio di Teodora – che probabilmente temeva l'ascendente che il Cappadoce aveva sull'imperatore – e che cercò finanche di corrompere due falsi testimoni per farlo condannare per l'assassinio del vescovo. Giovanni, dal canto suo, non perse mai la speranza di poter rientrare nel gioco politico. Alla morte di Teodora (548) Giustiniano gli permise di tornare a Costantinopoli ma non di rinunciare all'abito talare né gli vennero affidati incarichi nella pubblica amministrazione. Morì in pace – come riporta lo storico Giovanni Malala – poco tempo dopo.


Note:

(1) Oltre alla chiesa di Santa Sofia, la furia dei rivoltosi ridusse in macerie anche la vicina Sant'Irene e la Magnaura (all'epoca sede del Senato). Fu anche gravemente danneggiata la Chalke e molte delle colonne dell'Augusteion vennero abbattute. 

(2) Pompeo e Ipazio erano figli di Cesaria, sorella dell'imperatore Anastasio I. Procopio riporta un accorato appello della moglie di Ipazio – Maria – che scongiura il marito di resistere alle pressioni della folla. L'incoronazione avvenne nel Foro di Costantino – l'unico che non era stato incendiato dagli insorti – e la corona venne sostituita da una catena d'oro spuntata fuori da chissà dove.

(2) Le Rufinianae erano un sobborgo di Costantinopoli – dava sul Mar di Marmara, poco a sud di Calcedonia - dove si trovava un palazzo residenziale di Belisario

(3) All'epoca dei fatti Marcello ricopriva la carica di comes excubitorum, comandava cioè la guardia palatina ed era un fedelissimo di Giustiniano.

sabato 11 marzo 2023

L' Hebdomon

L'Hebdomon

L'Hebdomon era un sobborgo di Costantinopoli che sorgeva lungo la via Egnatia, a circa 7 miglia (da cui il nome) ad ovest del Milion, nella località oggi nota come Bakirkoy. Era una sorta di “Versailles degli imperatori bizantini” (Thibaut) accanto a cui si trovava il campo di marte dove si svolgevano le manovre e si acquartieravano le truppe prima o dopo le campagne militari.



Palazzo imperiale
Il Palazzo imperiale di Hebdomon fu originariamente costruito dall'imperatore Valente (364-378). Successivamente fu completamente ricostruito da Giustiniano e prese il nome di Iokoundianai. L'imperatore vi soggiornava volentieri e da qui vennero emanate molte delle sue leggi. Il palazzo compare nelle fonti anche con il nome di Sekoundianai, nome che potrebbe coinvolgere nella sua costruzione Secundinus che nel 492 fu nominato eparca di Costantinopoli da Anastasio I con il compito di sedare la rivolta degli Isauri e ristrutturare gli edifici danneggiati nel corso della quale.  

Le fondamenta del palazzo imperiale (2015)

Colonna di Teodosio II 
In una piazza del paese rimane rovesciato un fusto monolitico di granito grigio bluastro levigato, lungo m 11,25, del diametro inferiore di m 1,50 e superiore di m 1,36, riferibile ad una colonna onoraria, a cui doveva appartenere l'iscrizione frammentaria su base di marmo bianco proconnesio, lunga m 2,30, larga m 1,94, alta m 0,75, oggi collocata nei giardini di Santa Sofia.

L'iscrizione è stata integrata dal Demangel: 

D(ominus) N(oster) Theodo[sius pius felix August]us - imperator et [fortissimus triumfato]r - [gentium barbararum pere]nnis [et ubiqu]e - [victor pro]votis sororum pacato - [orbe Romjano celsus exultat.

La colonna risulta così dedicata a Teodosio II dalle sorelle Pulcheria, Arcadia e Marina, e la pace a cui si allude nell'iscrizione può essere o quella con i Persiani del 422, o, più probabilmente, il trattato con gli Unni del 449 giacché la colonna potrebbe essere stata fatta erigere da Pulcheria che in quell'anno venne riammessa a corte dopo essere stata esiliata proprio nel palazzo imperiale di Hebdomon. Sappiamo inoltre che questa colonna era vicina al palazzo imperiale e che cadde al suolo nel terremoto del 557. La base della colonna venne ritrovata nel cortile di un complesso residenziale oggi al civico 3 di Cevizliyalı Sokak, il palazzo imperiale doveva quindi sorgere nelle immediate vicinanze.

Palazzo Magnaura 

Un altro edificio residenziale era il palazzo di Magnaura che sorgeva praticamente in riva al mare su un promontorio che portava lo stesso nome. Probabilmente qui, originariamente, si radunavano i membri del Senato – come nell'omonimo palazzo cittadino (Magnaura deriva infatti dal latino magna aula) - per rendere omaggio all'imperatore che tornava da una campagna vittoriosa.

Kampos
Nella spianata dove ora sorge l'ippodromo Veli Efendi si estendeva il campo di Marte dove si svolgevano le esercitazioni militari e si acquartieravano le truppe che giungevano nella capitale. 
Da qui partivano i cortei trionfali che entravano in città attraverso la Porta d'oro e percorrevano la Mese fino al palazzo imperiale e a santa Sofia. Per questa ragione, a partire da Valente, una decina di imperatori furono proclamati qui, a sottolineare l'importanza politica assunta dall'esercito in quel periodo. La proclamazione avveniva su una tribuna, fatta erigere da Valente, che si affacciava sul campo di Marte.



Resti del muro della tribuna

Chiesa di San Giovanni Battista

Fu fatta erigere da Teodosio I nel 391 per accogliere la reliquia della testa di San Giovanni Battista e poi completamente ricostruita da Giustiniano. Fu probabilmente restaurata nuovamente sotto Basilio I (867-886).

Durante gli scavi del 1921-1923 emersero i resti dell'abside. Sulla scorta della descrizione di Procopio sappiamo che la chiesa giustinianea aveva una pianta ottagonale - del tipo di quella di San Vitale di Ravenna o della chiesa costantinopolitana dei SS. Sergio e Bacco – tutto attorno al giro di colonne che racchiudeva lo spazio centrale correva un deambulatorio sovrastato dalle gallerie. Le poche evidenze architettoniche scomparvero nel 1965 con la costruzione dell'ospedale di Bakirkoy.


Chiesa di San Giovanni Evangelista
A pianta basilicale, risaliva originariamente probabilmente all'epoca di Costantino il grande. Andata distrutta nel VII secolo, fu ricostruita anch'essa da Basilio I. Nel corso degli scavi del 1921-1923, in prossimità della chiesa del Battista, emerse un pavimento decorato a mosaico che poteva appartenere ad un edificio di culto a pianta basilicale. E' comunque possibile che i lavori di ristrutturazione intrapresi sotto Basilio I abbiano realizzato la fusione tra le due chiese, questo spiegherebbe anche perché a partire da quest'epoca la chiesa dedicata al Battista scompare completamente dalle fonti.

L'Ipogeo



Il corridoio anulare

Nell'area dove sorge attualmente l'ospedale psichiatrico è stato ritrovato un sepolcro ipogeo. Si tratta di una costruzione a pianta circolare trasformata in croce dall'intersecarsi di due navate ortogonali e circondata da un corridoio anulare. I quattro grandi pilastri che risultano dall'intersecarsi delle due navate sostengono la volta a cupola.

Giacché nell'epitaffio di Basilio II (976-1025) - tramandatoci dalle fonti – è scritto che l'imperatore volle farsi seppellire all'Hebdomon, si era ritenuto che l'ipogeo fosse il luogo della sua sepoltura. Si tratta invece di un edificio del V secolo, epoca a cui appartengono anche i sei sarcofagi ritrovati al suo interno, ovvero in sei delle otto nicchie ricavate nella muratura.

Uno dei sarcofagi ritrovati all'interno dell'ipogeo
Museo Archeologico di Istanbul

Un sarcofago ritrovato in prossimità della chiesa del Battista (vedi sopra) e oggi disperso, venne attribuito all'imperatore, che probabilmente venne sepolto all'interno della chiesa. 

Il sarcofago (oggi disperso) attribuito a Basilio II

Ad ogni modo, Giorgio Pachimere nella sua Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum, scritta all'epoca di Michele VIII Paleologo, racconta che nel 1260, mentre il Paleologo assediava le fortificazioni di Galata, alcuni suoi parenti si recarono nella chiesa del Battista al'Hebdomon ormani in rovina e s'imbatterono nelle ossa di un uomo il cui epitaffio diceva essere stato l'imperatore Basilio II. Secondo il cronista, Michele fece recuperare i resti del suo predecessore per farli seppellire nel katholikon del monastero del Salvatore a Selymbria (mai identificato). Le spoglie del Paleologo sarebbero state ivi traslate pochi anni dopo la sua morte e tumulate accanto a quelle del suo illustre predecessore.

Cisterna di Hebdomon (Fildami Sarnici)


E' una cisterna a cielo aperto e misura 127x76 metri. Può contenere fino a 125.000 metri cubi d'acqua. La sua costruzione risale al V-VI secolo. 


In prossimità dell'angolo sudovest, si trova una torre piezometrica di epoca successiva mediante la quale era possibile misurare la pressione dell'acqua all'interno della cisterna. 


Il toponimo turco (Fildami sarnici, letteralmente "cisterna degli elefanti") è dovuto al fatto che per un periodo in epoca ottomana vi vennero sistemate le stalle degli elefanti del sultano. Originariamente la cisterna doveva provvedere al fabbisogno delle truppe acquartierate nel Kampos (campo di marte) dell'Hebdomon.


la torre piezometrica




venerdì 20 gennaio 2023

Anna Notaras

 Anna Notaras

Figlia di Luca Notaras, - probabilmente la maggiore - il ricchissimo proprietario terriero della Morea bizantina, che ricoprì le cariche di mesazon e megadux, sotto Giovanni VIII e Costantino XI. Fieramente antiunionista Notaras partecipò comunque attivamente alla difesa di Costantinopoli durante l'assedio. Fatto prigioniero insieme alla moglie (probabilmente un'esponente della casa regnante), fu fatto giustiziare dal sultano pochi giorni dopo la caduta della città.

Questa è la versione della fine di Luca Notaras accreditata da S. Runciman in Gli ultimi giorni di Costantinopoli (Piemme Edizioni, 1997) che corrisponde grosso modo a quella riportata dallo storico bizantino Ducas (Historia turco-bizantina 1341-1462) che però non si trovava a Costantinopoli nei giorni dell'assedio.

Il 3 giugno del 1453, Mehmet II diede un banchetto nel corso del quale, quando il livello del vino bevuto era già alto, qualcuno gli bisbigliò all'orecchio che il figlio quattordicenne di Notaras era un ragazzo dalla bellezza eccezionale. Il sultano immediatamente ordinò a un eunuco di andare alla casa del megadux per richiedere che suo figlio andasse da lui per il suo piacere. Notaras, a cui i figli più anziani erano stati uccisi in combattimento, rifiutò di sacrificare suo figlio ad un tal destino. La polizia ottomana allora andò a prenderlo con suo figlio Isacco e il genero Teodoro Cantacuzeno - figlio del megas domestikos Andronico Cantacuzeno aveva sposato Maria, una delle figlie di Notaras - e li portò alla presenza del sultano. Quando Notaras sfidò il sultano, la risposta di questi fu sanguinosa: ordinò che lui ed i due ragazzi fossero decapitati sul posto. Notaras chiese solamente che i due ragazzi fossero uccisi prima di lui, affinché non avessero visto la sua morte. Quando entrambi furono uccisi, offrì il suo collo al boia (1).
Contrariamente a quanto riportato, il figlio minore di Notaras, Isacco (Iacobo, secondo le fonti occidentali), oggetto della concupiscenza del sultano, fu invece sicuramente risparmiato e avviato insieme alla madre, che morì durante il tragitto, al serraglio di Adrianopoli da cui riuscì a evadere nel 1460 e a raggiungere la sorella Anna in Italia.

Luca Notaras aveva fatto partire per tempo la figlia Anna da Costantinopoli (secondo alcuni al momento della caduta della città si trovava a Pera, secondo altri era invece già in Italia dove il padre poteva contare su molte relazioni influenti) giacché gran parte del cospicuo patrimonio di famiglia era stato depositato nelle banche di Genova e Venezia già dal padre Nicola.

Waltari (Gli amanti di Bisanzio) ipotizza che Anna lasciò Costantinopoli la notte del 26 febbraio 1453, quando la galera veneziana di Pietro Davanzo ed altre sei navi cretesi, rompendo il giuramento prestato all'imperatore, lasciarono il porto.
Molto probabilmente Anna si stabilì inizialmente a Roma.
Anna Paligina de Costantinopoli, olim sponsa imperatoris Romaniae graecorum et Costantinopolis et olim filia illustris principis Magni ducis Romaniae. Questa definizione di Anna contenuta in una deliberazione del Comune di Siena del 21 luglio del 1472 – e ripetuta in un analogo documento del luglio 1474 – ha fatto ipotizzare alcuni storici che Anna fosse stata se non sposata almeno promessa sposa di Costantino XI.
Anna Notaras però non usò mai nei documenti ufficiali e nella sua corrispondenza altra formula che quella di figlia dell'ultimo e famoso megaduca, né si trova traccia di una ipotetica trattativa matrimoniale che la riguardi nelle memorie di Giorgio Sfranze, l'amico e consigliere dell' ultimo imperatore, che pure descrive dettagliatamente tutte quelle intraprese dopo la morte della seconda moglie di Costantino XI. Secondo alcuni il cognome di Paleologina potrebbe derivarle dalla madre, ma può anche essere che Anna lo abbia aggiunto a quello di Notaras in virtù di parentele più late o semplicemente per il suo valore simbolico.

Nel 1475 si trasferì a Venezia, dove si trovava sua nipote Eudocia Cantacuzena con il secondo marito Matteo Spandounes ed i figli Teodoro e Alessandro. Qui, tramite il suo amministratore e factotum Nicola Vlastos, finanziò la tipografia di Zaccaria Kalliergis, un cretese trasferitosi a Venezia, che si occupava esclusivamente della stampa di opere greche. E a Venezia dovette raggiungerla il fratello Jacobo, finalmente evaso dal serraglio di Adrianopoli.

Nel 1494, grazie alla sua mediazione, alla comunità di greci residenti a Venezia (circa cinquemila), fu permesso di fondare una società filantropica e religiosa – una Confraternita – con un comitato destinato a rappresentare gli interessi della comunità. Per opera di questa Confraternita nel 1539 – dopo estenuanti trattative con le autorità veneziane - lungo il rio dei Greci sarà costruita la chiesa di san Giorgio interamente consacrata al culto ortodosso.

San Giorgio dei Greci, Venezia

Morì nubile a Venezia l'8 luglio del 1507. Secondo Marino Sanudo, che annota la data della sua morte nel suo Diario, aveva più di cento anni ed era ancora illibata.
Nel suo testamento lasciò la somma di 500 ducati per la costruzione della succitata chiesa e destinò tutto il resto al pagamento di un riscatto ai Turchi di un prigioniero greco, secondo le ultime volontà della sorella Elena (Eufrosine) (2), e all'erezione di un monumento a lei e a tutta la sua famiglia martire del sultano. Non sono invece menzionate tre magnifiche icone (una delle quali qui riprodotta) che portò con sé da Costantinopoli, che ancora sono conservate nel Museo ellenico annesso alla chiesa di San Giorgio e che per suo tramite pervennero alla comunità greca di Venezia.

Cristo in gloria con i 12 Apostoli 
icona del XIV secolo proveniente da Costantinopoli e donata da Anna Notaras alla comunità greca di Venezia.
Museo ellenico, Venezia

Note:

(1) Cfr. L'assedio di Costantinopoli

(2) Elena Notaraina aveva sposato Giorgio Gattilusio, il primogenito di Palamede, Signore di Ainos che durante l'assedio di Costantinopoli si era mantenuto sostanzialmente neutrale. Eufrosine - nome con cui compare nel testamento di Anna - dovrebbe essere il suo nome monacale (evidentemente concluse la sua vita in monastero). Data l'usanza bizantina di conservare l'iniziale del nome secolare nella scelta di quello monacale - chiamandosi le altre due sorelle Maria e Teodora - Elena è l'unica che può essere identificata con Eufrosine.


giovedì 8 dicembre 2022

L'Esarcato d'Africa (591-711)

 L'Esarcato d'Africa (591-711)

Fu istituito probabilmente sotto l'imperatore Maurizio (582-602) nel quadro di una militarizzazione dell'apparato amministrativo volta a rendere le provincie d'Africa meno dipendenti dalla capitale per la propria difesa. Era formato dall'Africa settentrionale – eccetto la Tripolitania che fu accorpata alla diocesi d'Egitto – dalla Sardegna, dalla Corsica, dalle Baleari e dalla Spagna meridionale in mano ai bizantini. Capitale dell'esarcato divenne Cartagine.

L'antico porto di Cartagine come appare oggi

Il primo esarca di cui si ha notizia è Gennadio, a cui si rivolge con questo titolo papa Gregorio I in una lettera del 591. Già nel 578 ricopriva però la carica di Magister militum per Africam. Durante il suo mandato dovette fronteggiare la rivolta dei Mauri (598). Morì o fu rimosso dalla carica poco dopo.

Eraclio il vecchio (598-611): militare di carriera fu nominato dall'imperatore Maurizio (582-602). Nel 608, coadiuvato dal fratello Gregorio, si ribellò all'imperatore Foca, probabilmente a seguito del regime di terrore da lui instaurato. Il figlio Eraclio – detto il giovane – al comando della flotta fu mandato alla conquista di Costantinopoli mentre il nipote Niceta con l'esercito di terra invase la provincia egiziana. Nell'ottobre del 610 Eraclio il giovane sbarcò a Costantinopoli e rovesciò l'imperatore, che fu abbandonato anche dalla sua guardia personale, insediandosi al suo posto. Eraclio il vecchio morì poco dopo aver ricevuto la notizia dell'incoronazione del figlio.

Niceta (611-629): cugino di Eraclio, lo aiutò nella conquista del potere ricevendone in cambio il governo della provincia egiziana. Nel 612 fu messo al comando della guardia imperiale e fu a fianco dell'imperatore nella sfortunata campagna contro i persiani del 613 culminata con la sconfitta nella battaglia di Antiochia che determinò la perdita dell'intera Siria. I persiani conquistarono quindi anche la Palestina e l'Egitto, la cui capitale, Alessandria, cadde nel 619. E' quindi probabile che Niceta abbia effettivamente ricoperto la carica di esarca d'Africa a partire da questa data. Da una moglie di cui non si conosce il nome ebbe un figlio (Gregorio) e due figlie, la maggiore delle quali (Gregoria) fu moglie dell'imperatore Costantino III (641) (1) e madre di Costante II (641-668).

Gregorio il Patrizio (629-647): era molto probabilmente il figlio di Niceta. Di fiero credo calcedoniano entrò in contrasto con l'imperatore Costante II (641-668) a causa del suo appoggio al monotelismo. Nel 646, di fronte all'incapacità dell'impero di contrastare l'avanzata araba, decretò la secessione dell'esarcato e si autoproclamò imperatore. 


Quando gli arabi invasero la Byzacena (l'attuale Tunisia meridionale) li affrontò sotto le mura di Sufetula (647) - dove aveva spostato la capitale dell'esarcato - venendo rovinosamente sconfitto e perdendo la vita nel corso della battaglia.


Arco dei Tetrarchi, Sufetula, fine III secolo

Gennadio (648-665): militare di carriera, assunse la carica di esarca dopo la morte di Gregorio. Pagando un forte tributo riuscì ad ottenere il ritiro degli arabi dalla regione, che tornò, almeno formalmente, all'impero. Pur non essendo stato nominato da Costante II ne riconobbe infatti l'autorità e riprese ad inviare alla capitale l'eccedenza degli introiti annuali dell'esarcato. Nel 663, quando l'imperatore trasferì la corte a Siracusa e chiese un aumento del tributo annuale, rifiutò ed espulse il rappresentante dell'imperatore. La rivolta delle guarnigioni bizantine appoggiate dalla popolazione locale lo costrinse a riparare presso il califfo di Damasco a cui chiese truppe per riconquistare Cartagine. Morì ad Alessandria prima di poter tentare l'impresa.

Eleuterio il giovane (665-): guidò la rivolta contro Gennadio e s'insediò al suo posto. Nel 669 gli arabi invasero nuovamente la Byzacena e costruirono il primo nucleo della città di Kairouan - 50 km a sudovest di Hadrumetum (l'attuale Susa) - che divenne la capitale della provincia islamica dell'Ifrīqiya. Nel 683, il capo berbero Koceila (Caecilius), appoggiato da alcuni contingenti bizantini, sconfisse a Tahouda (l'attuale Sidi Okba) gli arabi guidati dal generale omayyade Oqba ibn Nafi e conquistò Kairouan riportando l'intera Byzacena sotto controllo dell'impero. Nel 688, l'armata berbero-bizantina guidata da Koceila si scontra con l'esercito del califfato nella piana di Memmes. L'esito della battaglia rimane a lungo incerto, ma alla fine prevalgono gli arabi e lo stesso Koceila rimane ucciso. Gli arabi saccheggiano la regione, riprendono Kairouan ma poi si ritirano nuovamente lasciando nella città un piccolo presidio che viene colto di sorpresa da un corpo di spedizione bizantino sbarcato a Barca.

Nel 695, pacificato il suo fronte interno, il califfato omayyade riprende l'offensiva con un esercito forte di 40.000 uomini al comando del generale Ḥassān ibn al-Nuʿmān, che risale la costa quasi senza incontrare resistenza fino a Cartagine che prende d'assalto.

Giovanni il Patrizio (695-698): Quando la notizia della caduta di Cartagine giunse a Costantinopoli suscitò una forte emozione e l'imperatore Leonzio (695-698) armò tutte le navi disponibili e inviò un corpo di spedizione al comando del patrizio Giovanni e del drongario Tiberio Apsimarus. Giovanni forza l'ingresso del porto a riprende la capitale dell'esarcato. Nel frattempo la regina berbera Khaina raccoglie sotto le sue insegne tutte le tribù locali di fede cristiana ed ebraica (2) e sconfigge Ḥassān ibn al-Nuʿmān in una sanguinosa battaglia nei pressi di Kenchela costringendolo ad abbandonare la Byzacena e ripiegare in Tripolitania.


 Ali Boukhalfa, Statua della Khaina, Baghai (Algeria), 2003

Nel 698 il generale musulmano invade nuovamente la Byzacena e attacca Cartagine da terra e da mare, costringendo Giovanni e Tiberio ad abbandonare la città con ciò che resta della flotta e della guarnigione. Cartagine viene rasa al suolo per la seconda volta e la popolazione si disperde nei territori ancora sotto controllo imperiale.

Giuliano (?): dopo la caduta di Cartagine in Africa rimanevano in mani bizantine la piazzaforte di Septem (l'attuale Ceuta) (3) e alcune fortezze nella Mauritania Tingitana che, assieme alla Sardegna e alle isole Baleari potevano ancora figurare come “esarcato d'Africa” sulla lista ufficiale dei possedimenti dell'impero. Il governatore di Septem, Giuliano, potrebbe quindi aver ricevuto il titolo di esarca. Si tratta di una figura controversa e in parte leggendaria. Non è ad esempio chiaro se fosse un funzionario bizantino o semplicemente un capo berbero riconosciuto obtorto collo dal governo centrale come governatore della piazzaforte. Sicuramente pagava un tributo ai Visigoti di Spagna (che erano comunque la popolazione cristiana a lui più vicina) e riuscì a mantenere la città in mani cristiane fino al 711 pur disponendo soltanto di una piccola guarnigione. Secondo fonti arabe tuttavia, nel 708, con l'esercito musulmano alle porte, rovesciò l'alleanza e fornì loro supporto logistico per l'invasione della Spagna. Dopo la sua morte cadde l'ultimo avamposto cristiano in Africa.


Note:

(1) Figlio di Eraclio I e della prima moglie Fabia Eudocia. Prima di morire di tubercolosi, Costantino III regnò per soli tre mesi nel 641 assieme al fratellastro Eracleona che morì poco dopo di lui nel corso dello stesso anno. Gregoria resse il trono per il figlio Costante II fino al 650.

(2) La stessa tribù berbera d'origine della Kahina – i Gerawa - era di religione ebraica.

(3) Il nome completo della città era Septem fratres, dai sette colli su cui era stata costruita. A tutt'oggi è un'enclave spagnola in Africa.