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mercoledì 11 marzo 2015

Panagia Kosmosoteira, Feres


Chiesa del Monastero della Panagia Kosmosoteira a Feres
 
 
La chiesa dedicata alla Panagia Kosmosoteira (Salvezza del mondo) fu fondata nel 1152, come katholikon dell'omonimo complesso monastico, da Isacco Comneno (1), il terzogenito di Alessio I, che vi fece molto probabilmente edificare anche la tomba in cui venne tumulato. Si ha infatti notizia che nel 1183 Andronico I, il figlio di Isacco, sostò nel monastero per visitare la tomba del padre.
Nel XIV secolo il monastero venne abbandonato dai monaci e trasformato in complesso fortificato e tra il 1371 ed il 1373 venne occupato dai turchi. Nel 1443 Bertrandon de la Broquiere osservò che la cittadina di Vera, sviluppatasi intorno all'originario insediamento monastico, aveva una popolazione mista di greci e turchi, le fortificazioni erano state parzialmente distrutte e la chiesa convertita in moschea.
 
La chiesa presenta una pianta quasi quadrata (15x20m.) del tipo a croce greca inscritta ed è sormontata da cinque cupole, di cui quella centrale dodecagonale. Le finestre della cupola centrale sono intervallate da pilastrini in mattoni (mentre quelle delle cupole laterali sono intervallate da colonnette sempre in mattoni), su sei dei quali compaiono lettere ornamentali composte in mattoni dall'incerto significato.

 
Esternamente la facciata orientale presenta le tre absidi aggettanti, di cui la centrale a 5 facce e le due laterali a 4. La muratura è del tipo a mattone arretrato (filari di mattoni disposti su piani sfalsati, mascherando i filari più arretrati con lisciature di malta) caratteristica dell'edilizia di età comnena (cfr. il monastero costantinopolitano del Pantokrator). In questo impianto, all'interno, emergono però delle anomalie, la più rimarchevole delle quali è lo sdoppiamento in due colonne dei sostegni occidentali della cupola (quasi ad alludere ad un impianto a tre navate) (2).
 
 
Originariamente la chiesa era avvolta da un deambulatorio, probabilmente di un materiale più leggero, di cui rimangono i segni sui lati nord, sud ed ovest. La parte occidentale del deambulatorio avrebbe costituito l'esonartece destinato, come scritto nel typikon redatto dallo stesso Isacco Comneno, ad ospitare le sepolture del suo segretario Michele e del suo domestico Leone Kastamonites.

In epoca ottomana, quando la chiesa fu convertita in moschea, furono apportate alcune modifiche, le principali delle quali sono:
1) Gli affreschi furono interamente ricoperti d'intonaco;
2) furono aperti due nuovi ingressi nelle facciate nord e sud;
3)  fu aperta una finestra sul lato occidentale.

Affreschi:
1) Nelle pareti N e S dei bracci della croce sono raffigurati: più in alto i busti di due gerarchi, poi due profeti a figura intera che reggono dei cartigli, tra i montanti che partiscono le tre finestre, più in basso i busti di due santi militari ed infine, sul registro più basso, la processione dei gerarchi concelebranti rivolta verso il santuario.
 
parete sud
 
2) Negli archi sopra le due coppie di colonne l'Annunciazione e la Presentazione al tempio. L'Annunciazione, solitamente collocata sui pilastri che introducono al bema, è qui invece collocata dalla parte opposta.
 
L'angelo dell'Annunciazione
 
3) Nella prothesis troviamo: sulla parete sud la Comunione degli Apostoli (solitamente rappresentata nelle pareti absidali), un arcangelo nella cupola ed una figura non identificata nella conca absidale.
 
La Comunione degli Apostoli
 
4) Nel diakonikon un altro arcangelo è raffigurato nella cupola con un serafino collocato in uno dei pinnacoli.
Non è chiaro come fosse decorata la cupola centrale (l'intonaco sovrapposto in epoca ottomana non è stato rimosso), mentre nelle altre due cupole sul lato occidentale sono raffigurati rispettivamente il Cristo (cupola SO) e la Vergine (cupola NO).
Cupola NO

I quattro santi militari raffigurati sulle pareti nord e sud spiccano per le notevoli dimensioni e la collocazione di primo piano in seno al programma iconografico della chiesa. Queste caratteristiche unite all'assenza di didascalie che li identifichino e all'accentuata caratterizzazione dei volti, ha fatto supporre (Ch. Bakirtzis, Warrior Saints or Portraits of Members of the Family of Alexios I Komnenos? in Mosaic. Festschrift for A. H. S. Megaw ,ed. J. Herrin et al., Atene 2001) che vi siano in realtà raffigurati i membri della famiglia imperiale: Alessio I ed i suoi tre figli Giovanni II, Andronico e lo stesso Isacco.
 
Alessio I Comneno (1081-1118)
 
Andronico Comneno
 
Giovanni II Comneno (1118-1143)
 
Isacco Comneno
 
La tomba di Isacco Comneno: nel typikon del monastero Isacco Comneno esprime chiaramente la volontà di essere sepolto nella nuova chiesa da lui fondata, disponendo anche il trasferimento di alcuni elementi di arredo dalla tomba che aveva in precedenza predisposto per sé nel monastero di Chora. La tomba, che doveva consistere in un sarcofago marmoreo di cui la lastra conservata attualmente presso il Museo ecclesiastico di Alessandropoli doveva costituire la pietra di copertura, non è però mai stata ritrovata. Seguendo le indicazioni contenute nel typikon la sua collocazione più probabile doveva però essere nell'angolo nordoccidentale della chiesa, isolata dal resto del naos da una cancellata bronzea di cui il fondatore richiede il trasferimento da Chora. Ad ulteriore conforto di questa ipotesi, su uno degli archi che sostengono la cupola che sovrasta questa zona, è raffigurata la scena funeraria delle Tre Marie al sepolcro in cui l'angelo seduto sulla tomba del Cristo sembra indicare in basso, dove doveva appunto trovarsi il sepolcro di Isacco Comneno.

Le Tre Marie al Sepolcro.
La freccia rossa segnala il braccio destro dell'angelo che sembra indicare verso il basso.

All'esterno inoltre, in corrispondenza dell'angolo nordoccidentale, è inserita nella muratura un'aquila composta in mattoni come a sottolineare ulteriormente il luogo di sepoltura di un membro della famiglia imperiale.


Note:

(1) Quando il 15 agosto del 1118 il fratello Giovanni II divenne imperatore dei romei, succedendo al padre Alessio I, suo fratello Isacco fu nominato sebastokrator, una delle cariche più alte dell'impero bizantino. Egli profuse il suo impegno soprattutto in opere filantropiche, tra cui il restauro del monastero di Chora. Nel 1130 i rapporti tra Giovanni II e Isacco s'incrinarono: Isacco fu infatti costretto a lasciare Costantinopoli, rimanendone lontano per sei anni, perché accusato di far parte di un presunto complotto per rovesciare il fratello. Nel 1136 Isacco ritornò a Costantinopoli e si riconciliò pacificamente con l'imperatore. L'8 aprile 1143 morì Giovanni II, e Isacco dovette nuovamente andarsene da Costantinopoli, quindi si trasferì a Eraclea Pontica, e tra il 1145 e il 1146 tentò di usurpare il trono al nipote Manuele I Comneno, ma senza successo. Molto probabilmente nel 1152 Isacco fu costretto dall’imperatore Manuele I a ritirarsi a vita privata in una zona rurale in Tracia, vicino al monastero di Ainos, con un vitalizio consono al suo rango. Qui, nei pressi dell'attuale città di Feres, fondò il monastero dedicato alla Vergine Kosmosoteira.

(2) Questo sdoppiamento dei pilastri occidentali della cupola non ha precedenti nell'architettura costantinopolitana mentre compare nelle coeve chiese crociate, potrebbe quindi essere un riflesso dell'influenza che la cultura latina esercitò sulla corte comnena. Un'altra spiegazione potrebbe trovarsi anche nella necessità di aprire le campate occidentali per rendere visibile la tomba del fondatore.







mercoledì 25 febbraio 2015

La profezia dell'AIMA

La profezia dell'AIMA

Alessio I Comneno offre al Cristo benedicente una copia del manoscritto, 1100 c.ca
da un manoscritto miniato della Panoplia dogmatica di Eutimio Zigabeno commissionato dallo stesso imperatore.
Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vat. gr. 666, f. 2v.
 
La cosiddetta profezia del sangue (αίμα=sangue) si diffuse durante il regno di Manuele I Comneno (1143-1180) tra la fine dgli anni '50 e l'inizio dei '60. L'imperatore avrebbe chiesto ad un veggente quanto sarebbe durata la dinastia fondata da Alessio I Comneno (1081-1118) e questi avrebbe risposto con l'acrostico AIMA, le cui prime tre lettere costituivano le iniziali dei primi tre imperatori di stirpe Comnena che si erano succeduti sul trono - Alessio I, Giovanni (Ioannes) II e Manuele I – l'ultima quella di chi gli sarebbe succeduto.

Giovanni II Comneno, 1118
chiesa di Santa Sofia, Costantinopoli

Secondo Niceta Coniate, quando nel 1169 nacque il suo unico figlio maschio, Manuele I lo chiamò Alessio non tanto in omaggio al suo illustre antenato quanto per rispettare la profezia. Nel 1180, alla morte del padre, il figlio Alessio II, appena undicenne, gli successe sotto la tutela di un consiglio di reggenza dominato dalla madre, Maria di Antiochia e del suo amante, il protosebastos suo cugino Alessio Comneno. Tre anni dopo fu però rovesciato e fatto strangolare dallo zio Andronico I Comeneno (1183-1185), l'iniziale del cui nome confermava l'esattezza della profezia e di cui, per i numerosi omicidi perpetrati per mantenersi al potere, si può ben dire che regnò nel sangue.
Andronico ritenne quindi di aver dato inizio ad una nuova sequenza dell'AIMA e per lungo tempo ebbe il timore di essere rovesciato da Isacco Comneno, il governatore di Cipro che, dopo l'assassinio di Alessio II, di cui era cugino di I° grado, si era autoproclamato imperatore dell'isola e aveva rivendicato per sé il titolo di basileus (1184).
Nel 1185 Andronico fu invece spodestato da Isacco II Angelo e barbaramente trucidato dalla popolazione di Costantinopoli ponendo termine nel sangue alla dinastia comnena e alla sequenza dell'AIMA (1).

Note:

(1) Per la tragica fine di Andronico vedi scheda De Andronico Costantinopolitano Imperatore di Giovanni Boccaccio.

lunedì 9 febbraio 2015

La controversia esicasta

La controversia esicasta


Nel XIV secolo la controversia esicasta – che andò ad innestarsi in un conflitto dinastico e sociale rapidamente sfociato in guerra civile – fu l'ultima grande controversia religiosa che divise l'opinione pubblica bizantina prima della caduta dell'impero.
Il termine esicasmo designa in prima accezione un aspetto della vita monastica: l'ascesi condotta nella solitudine assoluta o all'interno di un gruppo ristretto. Rispetto all'eremitismo, il termine aggiunge una sfumatura di significato centrata sul silenzio, la solitudine (ἡσυχία), la tranquillità e la pace che caratterizzano l'atteggiamento interiore dell'asceta.

Gregorio Palamas, il più importante teologo esicasta, nacque nel 1296 in una nobile famiglia dell'Asia minore (il padre Costantino era membro del Senato) trasferitasi a Costantinopoli.
Rimasto orfano di padre in tenerà età, fu avviato, con gli auspici dello stesso imperatore Andronico II, agli studi di retorica e filosofia dal mesazon Teodoro Metochite, con la prospettiva d'intraprendere una brillante carriera nell'amministrazione imperiale.
Nel 1316 Gregorio decise però d'interrompere la carriera ed abbracciò la vita monastica, convincendo la madre, i due fratelli, le due sorelle e tutta la servitù a fare altrettanto. Raggiunte le comunità monastiche del monte Athos, Gregorio entrò dapprima nel monastero di Vatopedi sotto la guida spirituale del monaco esicasta Nicodemo e quindi, dopo tre anni, si trasferì nella Grande Lavra di San Atanasio l'athonita. Trascorsi altri tre anni scelse la vita eremitica e si trasferì in una località chiamata Glossia, sempre alle dipendenze della Grande Lavra, dove fu iniziato alla pratica esicasta della preghiera del cuore.

Gregorio Palamas
Cappella dei santi Anargiri, Monte Athos, 1371

Nel 1326, essendo il monte Athos direttamente minacciato dai turchi, si trasferì a Tessalonica dove fu ordinato sacerdote. Fondò quindi un eremitaggio nella città di Beroia, dove per cinque anni praticò un'ascesi molto rigorosa, accettando di condividere con altri monaci tutti i sacramenti e le feste liturgiche. Nel 1331, sotto l'incalzare delle armate serbe, fu costretto a lasciare anche questo luogo e fece ritorno al monte Athos dove si stabilì nell'eremitaggio di san Saba (San Sava di Serbia).
Tra il 1335 ed il 1336 fu scelto come igoumeno del monastero athonita di Esfigmenu ma l'insofferenza dei quasi duecento monaci del cenobio per il suo zelo riformatore lo costrinse alle dimissioni.
Nel 1343, nel corso di un viaggio a Costantinopoli, viene fatto arrestare e imprigionare dal patriarca Giovanni XIV Caleca che lo accusa tra l'altro di essere colluso con l'antimperatore Giovanni VI Cantacuzeno.
Nel 1347 viene scarcerato e nominato arcivescovo di Tessalonica dal nuovo patriarca Isidoro Buchiras ma, impedito dagli zeloti a prendere possesso della cattedra vescovile, verrà insediato solo nel 1350, entrando in città il 3 febbraio al fianco dei due imperatori – Giovanni V Paleologo e Giovanni VI Cantacuzeno - provvisoriamente riconciliati (cfr. l'affresco nella chiesa di San Demetrio a Tessalonica).
Gregorio Palamas si spense a Tessalonica il 14 novembre del 1359 e fu canonizzato nel 1368 dal patriarca Filoteo Kokkinos che sancì così la definitiva vittoria della dottrina esicasta.

Barlaam di Calabria (al secolo Bernardo Massari) era nato a Seminara nel 1290 c.ca ed aveva trascorso la sua giovinezza nel monastero basiliano di S.Elia a Cupessino (l'attuale Cubasina, contrada di Galatro) dove aveva compiuto gli studi in teologia ed era stato ordinato sacerdote.
Nel 1326-1327, dopo aver soggiornato ad Arta e a Tessalonica, raggiunse Costantinopoli dove s'introdusse rapidamente nei circoli accademici ed ecclesiastici più vicini alla corte, conquistandosi i favori dello stesso Andronico III, che gli affidò una cattedra di Teologia all'università, e dell'imperatrice Anna di Savoia.
Nel 1334 fu scelto dal patriarca Giovanni Caleca (1334-1347) per rappresentare la chiesa ortodossa negli incontri con i legati papali – Francesco da Camerino, arcivescovo di Vosprum, e Riccardo, vescovo di Cherson – inviati a Costantinopoli per trattare l'unione delle chiese. Il principale ostacolo dottrinale all'unione era rappresentato come noto dalla cosiddetta “clausola del filioque”, se cioè lo Spirito santo proceda dal Padre e dal Figlio (qui ex Patre Filioque procedit) – come nella teologia latina – o soltanto dal Padre – come nella teologia ortodossa.
Nel tentativo di dirimere la controversia del filioque, Barlaam fece leva sull'argomento dell'inconoscibilità di Dio. Se la teologia non poteva razionalmente dimostrare nulla a proposito di Dio, anche la controversia del filioque non poteva essere risolta definitivamente né in un senso né nell'altro.
Lo sviluppo di questa argomentazione lo mise però in collisione con la dottrina esicasta. Questi infatti ritenevano che attraverso la pratica della cosiddetta preghiera del cuore - una tecnica psico-somatica in cui attraverso la respirazione, la concentrazione della mente (che doveva liberarsi di ogni immagine) e la ripetizione costante delle parole "Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me” (l'esichia era infatti fisica prima che spirituale) – il monaco potesse accedere alla visione della luce increata (manifestazione diretta dell'energia divina), la stessa che Pietro, Giovanni e Giacomo videro attorno al Cristo sul monte Tabor (e pertanto detta anche luce taborica) (1).

Nei due Trattati apodittici (1335-1336) Palamas attacca quindi il modo di procedere di Barlaam nei confronti della clausola del filioque.
Incuriosito da questo attacco, Barlaam si mise a studiare la teoria e la prassi degli esicasti (2) e nel 1337 li accusa apertamente di eresia, presentando al patriarca di Costantinopoli Giovanni XIV Caleca (1334-1347) il suo scritto Contro i Massaliani in cui la dottrina palamita viene assimilata a precedenti eresie e gli esicasti vengono chiamati omphalopsichoi (coloro che ritengono che l'anima risieda nell'ombelico), irridendo alla loro consuetudine di reclinare il mento e fissare lo sguardo sull'ombelico durante la preghiera del cuore (3) .
Palamas rispose dapprima con un'opera polemica, le Triadi in difesa dei santi esicasti, e quindi con una dichiarazione teologica da lui preparata e sottoscritta da tutti gli igoumeni del Monte Athos (nota come Tomo Aghioritico), con cui dimostrava come gli argomenti di Barlaam fossero sostanzialmente estranei alla fede ortodossa (4).
Il 10 giugno 1341, un concilio (5) tenutosi in santa Sofia e presieduto da Andronico III condanna formalmente le tesi di Barlaam ed il monaco è costretto a fare pubblica ammenda agli esicasti.
Il patriarca pubblica un'enciclica in cui condanna le tesi di Barlaam ed ordina la distruzione di tutti i suoi scritti.
Dopo la morte di Andronico III (15 giugno), che era anche il suo principale protettore, Barlaam si convince che la battaglia è ormai perduta e ritorna in Calabria, dove si converte al credo cattolico e viene nominato vescovo di Gerace (ottobre 1342).

Dopo la dipartita di Barlaam, la guida della lotta all'esicasmo fu assunta dal monaco Gregorio Acindino (6), ma un nuovo concilio (agosto 1341) indetto alla presenza del mega domestikos Giovanni Cantacuzeno condannò anche la sua posizione.
A questo punto alla controversia religiosa si sovrappose la guerra civile. Approfittando di una temporanea assenza dalla capitale di Giovanni Cantacuzeno, che era stato il miglior amico ed il principale sostenitore di Andronico III, la fazione a lui avversa lo estromise dalla reggenza dell'erede di Andronico – Giovanni V, all'epoca appena decenne -che fu affidata all'imperatrice madre, Anna di Savoia, ed al patriarca Giovanni Caleca. Alessio Apocauco, l'uomo forte della reggenza, ricoprì la carica di eparca di Costantinopoli. Cantacuzeno rispose alla sfida facendosi proclamare imperatore a Didimoteico con il nome di Giovanni VI nel mese di ottobre.
Cantacuzeno era il rappresentante dell'aristocrazia terriera che si schierò dalla sua parte, mentre Apocauco seppe mobilitare a favore della reggenza le masse popolari. Anche se in maniera meno netta e schematica, gli esicasti si schierarono dalla parte di Cantacuzeno, mentre i loro oppositori presero le parti della reggenza (7).
Ragioni politiche spinsero quindi il patriarca Giovanni Caleca ad appoggiare le tesi antipalamite di Acindino che tra il 1342 ed il 1344 pubblicò sette trattati per confutare la dottina esicasta. Nonostante la precedente condanna il patriarca lo ordinò inoltre sacerdote, procedendo anche all'ordinazione di molti vescovi antipalamiti e, all'apice del suo potere, fece dapprima imprigionare Palamas accusandolo di collusione con l'usurpatore Giovanni Cantacuzeno e quindi, con il concilio del 4 novembre 1344, lo fece scomunicare, ordinando la distruzione di tutti i suoi scritti successivi al 1341.
Nel 1346 l'imperatrice madre, Anna di Savoia, cominciò ad interessarsi attivamente alla controversia esicasta e a prendere le distanze dall'operato del patriarca che, soprattutto dopo l'ordinazione di Acindino, era divenuto inviso alla popolazione. Nel sinodo convocato il 1 febbraio del 1347, con Cantacuzeno ormai alle porte della città, nell'estremo tentativo di salvare la situazione, l'imperatrice fece deporre il patriarca, sostituendolo con Isidoro Buchiras, un discepolo di Palamas, che era stato anch'egli condannato per eresia nel concilio del 1344. Il nuovo patriarca fece immediatamente liberare Palamas e successivamente l'ordinò arcivescovo di Tessalonica, mentre Giovanni Caleca fu mandato in esilio a Didimoteico.
L'8 febbraio, lo stesso giorno in cui venne siglato l'accordo tra Cantacuzeno e la reggenza, i vescovi antipalamiti si riunirono in un sinodo in cui rifiutarono di riconoscere il nuovo patriarca e scomunicarono Palamas.

Giovanni VI Cantacuzeno presiede il concilio del 27 maggio 1351
da Raccolta delle opere teologiche di Giovanni Cantacuzeno
manoscritto miniato, 1370
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

Il concilio del 1351 (27 maggio-9 giugno), presieduto dallo stesso imperatore Giovanni VI Cantacuzeno nel palazzo delle Blachernae, e convocato dal nuovo patriarca Callisto I – un monaco athonita succeduto ad Isidoro morto nel giugno dell'anno precedente – pose fine alla controversia esicasta segnando il trionfo della teologia palamita, anche se l'opposizione, guidata adesso dal teologo Niceforo Gregoras, fu brutalmente intimidita dalle minaccie dello stesso imperatore. Il sinodo ribadì la scomunica per Barlaam e Acindino mentre i vescovi di Efeso e Ganos furono sconsacrati e arrestati, lo stesso Niceforo Gregoras fu posto agli arresti domiciliari nel suo monastero di Chora. La dottrina di Palamas veniva invece accettata come teologia ufficiale della chiesa ortodossa.

Note:

(1) Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola,Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Matteo, XVII, 1-5).

(2) Secondo alcuni dei suoi detrattori, Barlaam parlò soltanto con un esicasta e per giunta ignorante.

(3) Tra le altre deviazioni dottrinali, l'eresia messaliana (dall'aramaico metzalin=orante) – diffusasi soprattutto in Mesopotamia tra il IV e V secolo e condannata dal Concilio di Efeso (431) - rivendicava per l'uomo di Dio, che avesse potenziato con la preghiera continua le proprie facoltà spirituali, la possibilità di vedere materialmente l'essenza divina inabitante in sé.

(4) All'argomento barlaamita dell'inconoscibilità di Dio, Palamas contrappose la distinzione tra essenza e energia divina. La prima rimaneva inconoscibile alla ragione, mentre la seconda, in alcune sue manifestazioni come la luce taborica, poteva essere fisicamente percepita dall'asceta.

(5) Secondo alcuni autori ortodossi i sei concili patriarcali che si tennero a Costantinopoli dal 1341 al 1351 per dirimere la controversia esicasta - conosciuti anche come Concili palamiti - formerebbero nell'insieme il V Concilio di Costantinopoli.

(6) Nato nel 1300 c.ca ed originario della città di Prilapos nell'odierna Macedonia, Gregorio Acindino (è ignoto il suo nome secolare. Gregorio infatti è il suo nome monastico, mentre Acindino=irreprensibile è un soprannome da lui adottato) compì i suoi studi di retorica, filosofia antica e letteratura cristiana a Tessalonica. Nel 1320 conobbe Palamas che visitò nel 1331 sul monte Athos chiedendogli di iniziarlo alla sua pratica spirituale. L'anno successivo tornò a Tessalonica dove conobbe Barlaam e a partire dal 1333 soggiornò prevalentemente nella capitale. Fino al 1341 sostenne la dottrina palamita, scrivendo un'opera in cinque libri in cui attaccava le critiche all'esicasmo avanzate da Barlaam, dall'altro canto cercò anche d'intraprendere una mediazione tra le due posizioni. Dopo il ritorno di Barlaam in occidente, si avvicinò al patriarca Giovanni Caleca e cambiò radicalmente fronte, divenendo il più determinato antagonista di Palamas. Per questa giravolta, Palamas lo definisce nei suoi scritti un "camaleonte". Il concilio del febbraio 1347 condannò definitivamente le sue tesi ed Acindino venne esiliato. Morì l'anno successivo probabilmente nel corso dell'epidemia di peste prima che il sinodo del 28 maggio 1351 lo scomunicasse formalmente.
 
(7) Sul piano pratico le posizioni esicaste sostenevano quelle della classe dominante contro i ceti più deboli. L'esicasmo era infatti una forma di autoestraniazione dal consesso sociale sostenuta però da un forte potere economico quale era diventato il monachesimo istituzionalizzato (le rendite dei conventi sfuggivano alla tassazione e tutti quelli che lavoravano sulle loro terre erano esentati dal servizio militare).










domenica 25 gennaio 2015

San Niceta il Patrizio

San Niceta il Patrizio

San Niceta il Patrizio
Monastero di Gracanica, Kossovo, XIV secolo

San Niceta il Patrizio – noto anche come S.Niceta di Costantinopoli o S.Niceta di Paflagonia - nacque in Paflagonia nel 761-762 e fu castrato in giovane età. Ricevette una buona educazione ed all'età di diciassette anni (778 c.ca) fu mandato a Costantinopoli dove prese servizio a corte. Il suo operato fu notato dall'imperatrice madre – Irene l'ateniese – che nel 780 assunse la reggenza per conto del figlio Costantino VI. L'imperatrice, con cui secondo alcune fonti era anche imparentato, ne promosse la carriera. Elevato al rango di patrizio, Niceta fu quindi nominato strategos del tema di Sicilia nel 796-797, carica che ricoprì fino al 799. Poco o nulla si sa delle sue attività nel decennio successivo alla deposizione di Irene (802). L'agiografia riporta soltanto che, manifestato il desiderio di ritirarsi a vita monastica, ne fu impedito dal nuovo imperatore Niceforo I (802-811). Con l'avvento di Michele I Rangabe (811-813) potè prendere i voti monacali e l'imperatore gli affidò il monastero di Chrysonike (1) situato nei pressi della Porta Aurea. Niceta rimase igoumeno del monastero fino all'815 quando, nell'infuriare delle persecuzioni iconoclaste durante il regno di Leone V (813-820) preferì lasciare la capitale e trasferirsi in uno dei suoi suburbi. Accusato di nascondere un'icona, fu quindi posto agli arresti domiciliari.
Con la nuova recrudescenza delle persecuzioni iconoclaste sotto l'imperatore Teofilo (813-842) gli fu ordinato di scegliere tra accettare la comunione con il patriarca iconoclasta Antonio I Kassymatas (821-837) o prendere la via dell'esilio. Niceta scelse l'esilio e, recatosi in Bitinia seguito da un pugno di monaci, prese a vagare lungo le coste del Mar di Marmara per sottrarsi alle molestie dei funzionari iconoclasti. Si stabilì infine nel villaggio di Katesia dove fondò il monastero di Asomaton dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Morì l'8 ottobre dell'836.

Le fonti principali per la sua vita sono la sua agiografia e il Sinassario. L'agiografia fu originariamente scritta da un anonimo monaco del monastero da lui fondato, sulla base degli appunti lasciati dal nipote e discepolo di Niceta che portava il suo stesso nome e che alla sua morte gli successe nella carica di igoumeno.

Spesso San Niceta è identificato con il patrizio Niceta Monomachos che nel 796 prelevò una mano di santa Eufemia dall'omonima chiesa costantinopolitana dove riposavano i suoi resti e la portò in Sicilia dove a Siracusa eresse una chiesa a lei dedicata. Si tratterebbe in questo caso del primo antenato noto del futuro imperatore Costantino IX Monomachos (1042-1055). A volte è identificato anche con l'ammiraglio che nell'806-807 guidò la flotta bizantina alla riconquista della Dalmazia e di Venezia.
In Italia, dove nel Meridione si diffuse un culto devozionale del santo, il suo nome ricorre spesso corrotto nella forma di San Niceto o Aniceto.

Note:
(1) Il monastero di Chrysonike (della Vittoria d'oro) è menzionato solo nel Sinassario in relazione a San Niceta. Probabilmente doveva trovarsi nei pressi della Porta Aurea, all'interno delle mura.

sabato 17 gennaio 2015

Chiesa di Santa Sofia, Andravida

Chiesa di Santa Sofia, Andravida

 
Situata nella regione dell'Elide, la parte nordoccidentale del Peloponneso, a 7 km dalla costa ionica, la città di Andravida (Andreville per i Franchi) fu conquistata nel 1205 da Guglielmo di Champlitte. In virtù della sua particolare ubicazione – nella fertile pianura dell'Elide, vicina all'importante porto di Clarentza ma non sulla costa, sì da non essere esposta a incursioni navali, e lontana dalle montagne del Peloponneso centrale dove si annidava la resistenza greca – divenne la residenza dei Principi d'Acaia e la capitale de facto del Principato. Qui, nella non più esistente chiesa di san Giacomo, venivano anche tumulati i regnanti. Con l'andar del tempo, Andravida perse però progressivamente il ruolo di capitale amministrativa del Principato a favore della città portuale di Clarentza che la soppiantò definitivamente durante il regno di Matilde de Hainault (1314-1318). La città rimase in mani latine fino al 1420 quando fu riconquistata dai bizantini ed annessa al despotato di Morea.
 
 
La chiesa di santa Sofia fu costruita dopo il 1263 molto probabilmente come chiesa abbaziale domenicana, utilizzata anche come cattedrale nonché come sala delle udienze, dal principe d'Acaia Guglielmo II Villehardouin (1245-1278). E' l'unico edificio di Andravida costruito dai Latini di cui siano ancora visibili i resti.
La chiesa è chiaramente improntata ai dettami dello stile gotico occidentale e presenta una pianta basilicale a tre navate priva di transetto.

lato absidale

Le volte a crociera, innervate da costoloni in pietra, sembra che siano state utilizzate solo nel capocroce, per il santuario e le due cappelle che lo fiancheggiano lateralmente e che richiamano i pastoforia dell'architettura ecclesiastica bizantina.

Interno del santuario

Le navate erano invece molto probabilmente coperte da un tetto di legno.
 
 
Una mensola parzialmente abrasa, lungo la parete meridionale del santuario, è decorata con una testa maschile coronata. E' l'unica figura presente nella chiesa e potrebbe rappresentare simbolicamente il principe in sua assenza.
 
 
Su questo capitello - attualmente conservato nel museo del castello di Chlemoutsi - sono invece scolpite le armi di Isabella Villehardouin e Florent Hainault (1289-1297).
 
 
Nella chiesa è stata rinvenuta questa pietra tombale scolpita in marmo – oggi conservata nel museo del castello di Chlemoutsi - che copriva il sarcofago di Anna (Agnese) Angelina Comnena d'Epiro, terza moglie di Guglielmo II Villehardouin che sposò nel 1258 e figlia del despota epirota Michele II (cfr. scheda Despotato d'Epiro, Introduzione). L'iscrizione che corre lungo il bordo esterno della lastra, in francese ed in caratteri gotici (l'unica in questa lingua che sia stata ritrovata nel Principato), recita infatti: "ICI GIST MADAME AGNES IADIS FILLE DOU DESPOT KIUR MIKAILLE ET […] MCCLXXXVI AS IIII IOURS DE IANVIER.
Quattro pavoni – simbolo d'immortalità – sono scolpiti agli angoli della lastra, mentre nei quattro riquadri centrali sono raffigurate altrettante salamandre (dal significato simbolico più incerto). Sia i puntini sul dorso delle salamandre che gli occhi dei pavoni sono resi da fori riempiti di piombo.
L'esame della parte posteriore della pietra, che mostra una lavorazione ed una iconografia riconducibili al periodo tardoantico, rivela infine che si tratta di un materiale di reimpiego.








 
 
 
 
 
 

mercoledì 19 novembre 2014

Alessio Apocauco

Alessio Apocauco

Ritratto di Alessio Apocauco
da un'edizione miniata delle Opere di Ippocrate da lui commissionata, 1340 c.ca
(cod gr. 2144)
Bibliothèque Nationale de France, Parigi
Alessio Apocauco nacque in Bitinia nel tardo XIII secolo in una famiglia di umili origini (1). Iniziò la sua carriera nell'amministrazione statale come esattore delle imposte, nel 1320 fu nominato sovrintendente delle saline e quindi domestikos per i thema d'occidente. Nel 1321 ottenne il titolo di parakoimomenos (gran ciambellano). Da questa influente posizione si schierò al fianco di Giovanni Cantacuzeno, Teodoro Synadenos, Sirgianni Paleologo ed altri esponenti dell'aristocrazia nell'appoggiare la ribellione di Andronico III contro il nonno Andronico II e quando, nel 1328, questi divenne imperatore unico ricevette il titolo di mesazon e l'incarico di sovrintendere alla segreteria ed al tesoro imperiale. Questo incarico gli consentì di accumulare una considerevole fortuna personale, parte della quale egli impiegò per costruirsi una roccaforte ad Epibatai, nei pressi di Selimbria sul Mar di Marmara. Nel 1341, poco prima di morire, Andronico III lo nominò megadux ponendolo a capo della flotta imperiale che egli provvide a rafforzare a sue spese.
Alla morte di Andronico III (11 giugno 1341), il suo legittimo erede, il figlio Giovanni V, aveva solo nove anni. Il megas domestikos Giovanni Cantacuzeno, che era stato anche il miglior amico e sostenitore di Andronico III, chiese la reggenza ma, approfittando di un suo allontanamento dalla capitale, il partito a lui avverso, capeggiato dall'imperatrice madre Anna di Savoia, dal patriarca Giovanni Caleca e dallo stesso Apocauco, lo estromise dal potere con un colpo di stato. La reggenza fu affidata all'imperatrice ed al patriarca, mentre Apocauco fu nominato eparca di Costantinopoli e Giovanni Gabalas gran logoteta. Cantacuzeno rispose facendosi proclamare imperatore con il nome di Giovanni VI a Didimoteico il 26 ottobre (2). Il conflitto tra la reggenza costantinopolitana e Giovanni Cantacuzeno assunse rapidamente i toni del conflitto sociale, l'aristocrazia ed i grandi proprietari terrieri si schierarono infatti, come già negli anni '20, a fianco del Cantacuzeno mentre Apocauco riuscì a mobilitare contro di loro le masse popolari urbane. Al conflitto sociale si sovrappose inoltre la controversia religiosa che contrapponeva gli esicasti ad i loro oppositori, i primi godevano infatti dell'appoggio dell'aristocrazia mentre i secondi erano sostenuti dal Patriarca di Costantinopoli e dalla reggenza.
Gli inizi della guerra civile furono favorevoli alla reggenza di cui Alessio Apocauco era indiscutibilmente l'uomo forte. La Tracia e la Macedonia, roccaforti dell'aristocrazia e del grande latifondo che sostenevano Cantacuzeno, furono sconvolte dalle rivolte popolari che rovesciarono i governatori schierati dalla sua parte inalberando il vessillo legittimista. Apocauco riuscì ad insediare come governatori i figli Manuele, ad Adrianopoli, e Giovanni a Tessalonica mentre Cantacuzeno fu costretto a ripiegare verso la frontiera serba con duemila uomini e a chiedere l'aiuto del re serbo Stefano Dusan (luglio 1342).
Agli inizi de 1343, la partita sembrava definitivamente chiusa a favore della reggenza: dopo aver inutilmente assediato Serre, Cantacuzeno, abbandonato dall'alleato serbo era rimasto con un seguito di appena 500 uomini mentre sua moglie Irene era assediata a Didimoteico dalle forze della reggenza. Ma a metà dell'anno il vento cambiò: la Tessaglia si schierò dalla sua parte mentre i turchi dell'emiro di Aydin, Umur – che già aveva combattuto al suo fianco all'epoca di Andronico III – liberarono Didimoiteico dall'assedio. Nei due anni successivi le città della Tracia caddero una dopo l'altra e sul finire del 1344 si registrarono diverse importanti defezioni dal campo della reggenza. Il generale Giovanni Vatatzes, la cui figlia aveva sposato il figlio di Apocauco, Giovanni, e lo stesso Manuele Apocauco, il secondogenito dell'eparca, con la città di Adrianopoli di cui era governatore, passarono infatti dalla parte del Cantacuzeno come anche il Patriarca di Gerusalemme Lazzaro (1334-1368).
L'11 giugno del 1345, mentre sovrintendeva ai lavori di ristrutturazione del carcere dove aveva fatto rinchiudere i parenti – tra cui la stessa madre Teodora - ed i sostenitori del Cantacuzeno, Alessio Apocauco fu assalito e linciato dai prigionieri (3).

Alessio Apocauco si sposò due volte, la prima con la figlia di un canonico di S.Sofia di nome Disipato da cui ebbe due figli – Giovanni e Manuele – e una figlia e la seconda volta (1341) con la cugina del mega stratopedarca Giorgio Choumnos da cui ebbe due figlie di cui non si conosce il nome.
Purtroppo le uniche fonti primarie che ci hanno lasciato un resoconto degli eventi della guerra civile, la Storia romana di Niceforo Gregora e la Storia, opera memorialistica dello stesso Giovanni Cantacuzeno, sono opera di autori dichiaratamente di parte. In entrambe Alessio Apocauco è descritto come il parvenu, dedito all'intrallazzo e assurto ai vertici dell'amministrazione statale grazie all'appoggio di Giovanni Cantacuzeno, che alla prima occasione utile si affrettò a tradire il suo protettore per bramosia di potere. Proiettato verso il mondo degli affari e del commercio, Apocauco fu più probabilmente il leader espresso da un ceto mercantile emergente che chiedeva rappresentanza ed agibilità politica in un sistema dominato dall'aristocrazia terriera.
Tracce dell'attività filantropica di Apocauco sono state individuate in alcuni capitelli, attualmente conservati presso il Museo archeologico di Istanbul e provenienti dalla non più esistente chiesa di Selimbria dedicata a S.Giovanni, che recano inciso il suo monogramma accompagnato dal titolo di parakoimomenos – carica che ricoprì dal 1321 al 1328 – e da quello di κτητωρ (fondatore) della chiesa. Dello stesso tenore è l'edizione miniata delle opere di Ippocrate da lui commissionata nel 1340 da cui è tratto il suo ritratto di cui sopra.
 
Note:

(1) Secondo K.P. Matschke (Fortschritt und Reaction in Byzance im 14. Jahrhundert: Konstantinopel in der Bürgerkriegsperiode von 1341 bis 1354, Berlino 1971) la famiglia di origine di Apocauco apparteneva invece all'aristocrazia provinciale, non imparentata con le dinastie imperiali come le grandi famiglie che sostenevano Cantacuzeno, ma comunque dotata di rendite fondiarie. Le umili origini che gli vengono solitamente attribuite sarebbero soltanto frutto della propaganda del Cantacuzeno.
(2) A sottolineare che il suo pronunciamento non era rivolto contro la famiglia imperiale, Cantacuzeno impose che nelle acclamazioni ufficiali il suo nome fosse preceduto da quelli dell'imperatrice madre e di Giovanni V.
(3) Apocauco fu inizialmente aggredito con un arnese di ferro e quindi, con un'ascia da carpentiere, gli venne tagliata la testa che fu esposta su una picca. K.P. Matschke indica in Alessio Raoul Gabalas, un parente e sostenitore di Cantacuzeno, il suo uccisore materiale, non del tutto chiare appaiono però le circostanze della sua morte: il megadux, che solitamente non si recava da nessuna parte senza scorta armata, si trovò infatti stranemente da solo in mezzo a prigionieri politici che lo odiavano altrettanto stranamente non sorvegliati nè rinchiusi.

sabato 1 novembre 2014

Il Convicinio di Sant'Antonio, Matera







Il Convicinio di Sant'Antonio, Matera


Al termine di una leggera salita nel Sasso caveoso, un elegante portale, sormontato da un arco a sesto acuto, introduce in un cortile rettangolare sul quale si affacciano quattro chiese rupestri: il cosiddetto Convicinio di S.Antonio.


1. La prima chiesa, subito dopo l’arco di ingresso, è conosciuta con la denominazione popolare di Tempe cadute, un nome dato all’intero rione soggetto a continue cadute di massi (le tempe), ma era conosciuta in passato come cripta di San Primo.
La cripta si articola in due cappelle divergenti divise da un pilastro che si rastrema in corrispondenza delle arcate. La volta è a vela con nervatura centrale, le lunette absidali presentano una croce equilatera a rilievo.

2. Attraverso un varco, sulla sinistra, si accede alla contigua chiesa di Sant’Eligio, anche denominata dell’Annunziata.
La cripta è dedicata a Sant'Eligio che è considerato il protettore degli animali domestici, un santo particolarmente venerato in passato, all'interno di una comunità come quella materana, a forte componente contadina e pastorale. Fu abbandonata e trasformata in cantina nel XVIII secolo, quando, in una piazzetta che ancora porta il suo nome, venne edificata nel rione del Piano una chiesetta a lui dedicata dinanzi alla quale venne eretta una colonna sormontata dalla sua statua. In questa piazzetta il primo dicembre, in occasione della festività del Santo, i contadini, i pastori ed i mandriani, portavano sin dalle prime ore del mattino i muli, i cavalli ed i buoi, per implorarne la protezione, facendoli girare intorno alla colonna.
La cripta pur dissestata e modificata, dopo la trasformazione in cantina, è ancora leggibile nella planimetria: un'ampia aula per i fedeli seguita dal presbiterio, delineata sul fondo da tre archi che delimitano altrettante absidi.
Nell’abside di sinistra in un’ampia lunetta decorata con una serie di riquadri, è raffigurata una deesis,  con al centro il Cristo con la mano destra benedicente ed il Vangelo aperto nella mano sinistra, affiancato da S.Giovanni e dalla Vergine (XIV secolo circa).


Le calotte absidale sono decorate da una croce. Numerose tracce di affresco rivelano la ricchezza con cui erano un tempo decorate le pareti della cripta.

3. La Cripta di San Donato presenta una pianta quadrangolare con due soli pilastri centrali che scompongono il piano delle absidi appena abbozzate. Le volte a tenda evidenziano gli spazi liturgici, a partire dall'ingresso si susseguono: il vestibolo, poi l’aula destinata ai fedeli ed infine il presbiterio per il sacerdote. La volta del presbiterio di sinistra si differenzia per l’elemento a crociera e quella centrale per un’ampia cupola con inscritta una croce gigliata a rilievo.


Di buona fattura gli affreschi: sull’arco che collega il pilastro di destra al muro esterno è visibile il volto di S.Donato con la mitra che copre il capo nimbato del Santo Vescovo. Sul pilastro di destra, addossato all’abside, l’immagine di San Leonardo in abito monacale, benedicente alla latina e reggente, con la sinistra il libro ed i ferri del martirio, elemento iconografico caratteristico di questo santo. In basso, genuflessa, la piccola figura del committente.
Sull’intradosso dell’arco absidale, a destra, nella parte alta, si nota un affresco, molto rovinato, di Santa Dorotea, giovanetta di Cesarea di Cappadocia che subì il martirio intorno al 311, la santa protettrice dei giardinieri.
Sulla parete di fondo dell’abside due scene seicentesche: a sinistra un Vescovo a cavallo che trafigge un drago, a destra il miracolo di un Santo Vescovo alla presenza di monaci e devoti.

4. L’ultimo ambiente è la cripta di S.Antonio che presenta tre navate absidate, con quella centrale voltata a schiena d’asino e innervata da un costolone. Nella zona absidale le volte a crocera recano croci gigliate scolpite. Lungo le tre navate è possibile vedere i palmenti per la produzione del vino, scavati quando la chiesa venne abbandonata e riutilizzata come cantina (XVIII secolo); tutti gli ambienti che si aprono sulla destra delle navate sono stati creati infatti durante questa fase di utilizzo della cripta, si può ancora notare il taglio dei gradini arrotondato per l’usura derivante dalla consuetudine di far rotolare le botti per le scale per posizionarle negli ambienti più profondi e freschi.
La decorazione parietale presenta, entrando a destra, sul primo pilastro, S.Antonio Abate (XV secolo), sul pilastro successivo San Sebastiano (XV secolo), mentre nella zona absidale della navata sinistra c’è una scena devozionale risalente al XVIII secolo, probabilmente relativa al culto della Madonna di Picciano.