Visualizzazioni totali

domenica 16 marzo 2014

Porta Salaria

Porta Salaria

 
La Porta consentiva alla via Salaria il passaggio attraverso le Mura Aureliane.
Sebbene in qualche fonte scritta ricorra il nome di Porta Sancti Silvestri, in quanto la via Salaria porta alle Catacombe di Santa Priscilla dove san Silvestro papa (314-335) era sepolto, a differenza di molte altre porte, Porta Salaria non ricevette un nome cristiano durante il Medioevo, probabilmente perché il traffico sulla via Salaria, importante arteria per il trasporto di sale, era ancora notevole, e questa caratteristica della via era ancora predominante su qualsiasi altra utilizzazione della stessa.
La porta era ad un solo fornice, con un arco in pietra sormontato da una cortina in mattoni, ed era affiancata da due torri semicircolari, l'occidentale delle quali (secondo J.A.Richmond) risaliva alla originaria cinta aureliana, come quella orientale di Porta Pinciana e quella occidentale di Porta Latina.
Il fatto che le due torri non fossero coeve sembra suffragato dalle loro diverse dimensioni: quella orientale aveva infatti un diametro di quasi 7,60 metri, mentre l’altra raggiungeva i 9,20. Non si può escludere che anche le altezze fossero diverse. Come per il resto delle Mura Aureliane, anche la Porta Salaria includeva costruzioni preesistenti, alcune tombe del Sepolcreto Salario (tra i più vasti e antichi cimiteri dei dintorni dell’Urbe) vennero infatti completamente inglobate nelle torri, con i rivestimenti in travertino spiccanti sullo sfondo della struttura in mattoni.
Durante il restauro voluto dall'imperatore Onorio (403), venne rinforzato l'arco, completandolo con parti in opus mixtum, e sopra di esso vennero aperti tre finestroni ad arco.
Il 24 agosto 410 da questa porta entrò il re visigoto Alarico, dando inizio al sacco della città. L’equivoco e dubbio atteggiamento tenuto, nella circostanza, da Onorio, non sembra privo di responsabilità nell’avvenimento, e il fatto che i battenti della porta fossero solo socchiusi, benché Alarico fosse accampato lì nei pressi, sembrerebbe accreditare i sospetti di una certa connivenza da parte dell’imperatore.
Nel 537 il tratto di mura tra la Porta Salaria e il Castro Pretorio fu teatro dell'inutile assedio dei goti di Vitige contro le truppe bizantine di Belisario asserragliate in città.
Il 20 settembre 1870 il tratto di mura tra Porta Pia e Porta Salaria (il più debole anche perché più esposto) fu lo scenario della fine del potere temporale dei papi.
Dopo cinque ore di cannoneggiamento fu possibile all'artiglieria del Regno d'Italia aprire una breccia nelle mura, la cosiddetta "Breccia di Porta Pia".
La Porta Salaria fu così danneggiata da questo attacco, che l'anno seguente venne demolita, per poi essere ricostruita nel 1873 su progetto di Virginio Vespignani.
 
Porta Salaria ricostruita dall'arch. Vespignani in una fotografia del 1890
 
Nel 1921 fu deciso di rimuoverla definitivamente, per facilitare la viabilità, e al suo posto si apre ora Piazza Fiume.
 
Piazza Fiume
 
Nell'immagine sottostante si nota parte del tracciato originario della porta disegnato dai sampietrini che furono disposti per evidenziarlo (ma successivamente alterato dai lavori per i sottopassaggi). Tra il marciapiede e il salvagente dell'autobus è ancora visibile un frammento dell'antico basolato. Alla destra dell'uomo aggetta verso la Salaria la sagoma della torre di destra della porta.
 
 
Il tratto di mura occidentale ospita esternamente, ottimamente conservata, l'unica latrina sospesa preservata delle 260 presenti nelle mura, costituita da una sporgenza semicilindrica poggiante su due mensole di travertino.
 
Latrina pensile
 
 
 
 

lunedì 3 marzo 2014

Costante II (641-668)


Costante II (641-668)

Costante II
dritto di un solido aureo coniato dalla zecca di Costantinopoli
651-654 
 
Alla morte di Eraclio (641) il trono fu diviso fra il figlio maggiore Costantino III, figlio della prima moglie Eudossia, ed Eracleona (diminutivo di Eraclio), il figlio avuto dalla seconda moglie (e nipote) Martina.
Costantino III governò solo tre mesi prima di morire di tubercolosi lasciando sul trono il fratellastro con la madre come reggente. Il figlio di Costantino III e della moglie Gregoria, di nome Costantino Eraclio ma da tutti chiamato con il diminutivo di Costante, fu escluso dal trono.
Il generale armeno Valentino Arsacido (Arsakuni) – che era stato nominato da Costantino III - appoggiò però la sua causa e costrinse Martina ed Eracleona ad accettare la nomina di Costante a co-imperatore.
Dopo 6 mesi il generale condusse le sue truppe nella capitale e depose Eracleona e la madre (1). In questo modo nel novembre del 641 Costante divenne unico imperatore all’età di 11 anni sotto la tutela del senato e del nuovo Patriarca Paolo II (641-653) fino al raggiungimento della maggiore età (648). Valentino Arsacido fu ricompensato con la carica di Comes excubitorum – comandante della guardia imperiale – ed assunse una posizione a corte molto influente, dando in moglie al giovane imperatore la propria figlia Fausta. Nel 644 cercò di rovesciare il genero ma il suo tentativo fu stroncato dalla ferma opposizione del Senato e del Patriarca e morì linciato dalla popolazione della capitale insieme ai suoi sostenitori.

Poiché la controversia sul Monotelismo era causa di disordini interni, nel 648 Costante II promulgò un editto (Typos) con cui vietava ai suoi sudditi di discutere ulteriormente sul monotelismo. L'imperatore chiese quindi a papa Martino I, eletto al soglio pontificio il 5 luglio 649, di sottoscrivere l'editto. Al rifiuto opposto dal pontefice, che considerava l'editto un rafforzamento di quello dell'Ekthesis promulgato da Eraclio I (638) a favore del Monotelismo, l'imperatore rispose rifiutandosi di ratificare la sua elezione. Martino I reagì convocando un sinodo in Laterano, che si svolse in cinque sedute tra il 5 e il 31 ottobre 649 e in seguito alla quale vescovi e monaci ortodossi (tra cui numerosi greci residenti a Roma) condannarono come eretici i patriarchi monoteliti Sergio, Pirro e Paolo di Costantinopoli e Ciro di Alessandria.

Nonostante il fatto che ad essere accusati di empietà ed eresia non fossero direttamente gli imperatori Eraclio e Costante II ma solo i patriarchi, la condanna inasprì le relazioni politiche tra Costantinopoli e Roma, anche perché le decisioni sinodali si opponevano fermamente agli editti imperiali dell’Ekthesis e del Typos.
Costante inviò in Italia il nuovo esarca di Ravenna, Olimpio, che vi giunse mentre il sinodo era ancora riunito, con l'ordine di far sottoscrivere il Typos da tutti i 105 vescovi presenti e arrestare papa Martino I.
Secondo il Liber pontificalis, l'esarca dopo inutili tentativi di insinuare divisioni nel fronte ecclesiastico, si decise ad assassinare il pontefice. Un suo spatario avrebbe dovuto colpire il papa nel momento in cui questi si accingeva a dare la comunione all'esarca durante la funzione nella chiesa di S.Maria ad Praesepem (l'attuale S.Maria Maggiore). L’intervento divino salvò il papa: lo spatario fu reso cieco proprio nel momento in cui il pontefice porgeva la comunione a Olimpio.
Dopo il fallito attentato, l'esarca, convintosi che il papa era protetto dalla mano di Dio, lo mise a parte degli ordini ricevuti e – probabilmente con il suo appoggio – diede inizio alla secessione da Bisanzio della provincia italica (650). Spostatosi con il grosso dell'esercito in Sicilia per ragioni non del tutto chiare e posto il suo quartier generale a Siracusa, vi morì (652-653) nel corso di una epidemia di peste.

***

Dopo la morte di Olimpio, il nuovo esarca d'Italia, Teodoro Calliopa, procedette senza indugio contro papa Martino I, accusato di alto tradimento per aver appoggiato la ribellione.
All'avvicinarsi dell'esarca e del suo esercito alla città, il papa, già infermo, si rifugiò nella basilica lateranense.

Simone Martini, Papa Martino I (identificato da Künstle)
Cappella di san Martino, Basilica inferiore di San Francesco, Assisi
1312-1317

Lunedì 17 giugno 653 una squadra armata irruppe nella basilica e consegnò ai presbiteri gli ordini dell'esarca: il papa era da considerarsi deposto e doveva essere condotto a Costantinopoli; sarebbe stata effettuata una nuova elezione. A condizione che il suo clero potesse accompagnarlo, Martino, per evitare spargimenti di sangue, si dichiarò pronto a presentarsi nel palazzo del governo sull’Aventino. Da lì, nella notte tra il 18 e il 19 giugno, venne condotto in segreto su una lettiga fino al Tevere e – senza bagaglio né seguito – accompagnato in barca a Porto dove fu caricato su una nave che doveva condurlo a Costantinopoli.
Il 17 settembre, dopo una lunga sosta nell'isola di Nasso, il papa raggiunse la città imperiale. Fino a sera il prigioniero, privato della sua dignità, venne lasciato sull’imbarcazione, e poi fu condotto dalle guardie in barella nel carcere di Prandearia, dove seguirono novantatré giorni di isolamento.
Il 20 dicembre finalmente fu avviato il procedimento davanti al sacellarius con la partecipazione di testimoni. Dall’interrogatorio si deduce che l’accusa era incentrata esclusivamente sull’alto tradimento e si evitò accuratamente di far riferimento a problemi teologici e a posizioni di fede.
L’interrogatorio si concluse frettolosamente, fu pronunciato il verdetto di condanna a morte, fecero il loro ingresso gli aiutanti del carnefice che spogliarono il pontefice dei suoi abiti ecclesiastici, gli misero la gogna e lo trascinarono attraverso la città fino al pretorio dove fu rinchiuso nella prigione di Diomede. Qui apprese che il patriarca Paolo II, ormai morente, era riuscito ad ottenere dall'imperatore la commutazione della pena.
Il 17 marzo 654 gli fu comunicata la sentenza definitiva: l’esilio a Cherson sul Mar Nero che raggiunse il 15 maggio.
Martino I morì a Cherson il 16 settembre 655, e alcuni suoi fedeli lo seppellirono davanti alle mura della città nel Monastero di S.Maria ad Blachernas.

***

Nel 660 Costante condannò a morte il fratello Teodosio, che aveva costretto a farsi prete, con l’accusa di tradimento. I motivi reali del fratricidio non sono ancora ben chiari agli storici. Quel che è certo è che a causa dell’assassinio del fratello la sua popolarità calò di molto, al punto che il popolò iniziò a chiamarlo “caino”.
Nello stesso anno Costante organizzò una grande spedizione militare in Occidente.
Lasciato il figlio maggiore Costantino come co-imperatore a Costantinopoli, alla testa di contingenti dei temi Opsiciano e Anatolico e a bordo della flotta fornita dal tema dei Carabisiani, salpò per l’Italia.
Dopo un primo soggiorno a Tessalonica e uno più breve ad Atene, l’imperatore approdò all'inizio del 663 a Taranto, che fu scelta come base di appoggio per l’operazione.
La spedizione era stata preparata accuratamente ed era finalizzata a riprendere il controllo definitivo dell’Africa e riconquistare almeno l’Italia meridionale longobarda provvedendo poi alla distribuzione delle terre ai soldati come era stato fatto in Oriente.
Da Taranto mosse con l’esercito verso l’interno, seguendo un tracciato tortuoso: solo in parte seguì infatti la via Appia e la via Traiana.
Assediata invano Acerenza; riuscì invece a prendere e a distruggere Ortona, Ecana e Lucera, oltre probabilmente ad altri villaggi di cui ignoriamo il nome.
Giunto sotto le mura di Benevento (che in quel tempo era governata dal giovane duca Romualdo, essendo suo padre Grimoaldo divenuto re dei Longobardi a Pavia), Costante cinse d’assedio la città. Romualdo chiese di venire a patti, probabilmente nella speranza di guadagnare tempo fino all’arrivo del padre da nord con un esercito di rinforzo. Costante, dopo aver chiesto ed ottenuto in ostaggio Gisa, sorella del duca, tolse l’assedio e si diresse a Napoli.
Lungo il percorso subì l’azione di guerriglia del conte di Capua, Mitola, che sconfisse i bizantini in uno scontro al guado del fiume Calore a poca distanza da Benevento. Poco dopo, quando ormai Grimoaldo aveva raggiunto Benevento con i rinforzi, una vera e propria rottura della tregua culminò con uno scontro di proporzioni più ampie, la battaglia di Forino, dove i longobardi guidati da Romualdo sconfissero una parte del contingente bizantino guidata dall'armeno Saburro.
Partito da Napoli, il 5 luglio del 663 l’imperatore giunse a Roma, dove fu ricevuto dal pontefice Vitaliano, dal clero e dal popolo usciti ad incontrarlo fino al sesto miglio della via Appia; appena entrato in città si recò in pellegrinaggio a san Pietro.
Era il primo imperatore romano che metteva piede nella vecchia capitale dopo la caduta dell’impero di Occidente. Vi si fermò per 12 giorni. Il sovrano visitò le principali basiliche distribuendo benefici ed assistendo a numerose cerimonie religiose. Ma la sua finalità era anche quelle di raccogliere fondi per la riorganizzazione dei domini occidentali. Non si sa quale effetto fecero su di lui gli antichi monumenti della gloria passata di Roma (2). Il comportamento fu quello che tutti avevano nell’alto medioevo, usare gli antichi monumenti come riserva di materiale: rimosse le tegole di bronzo dorato che rivestivano il tetto del Pantheon (che dai tempi di Foca era diventato una chiesa dedicata alla Vergine) e le inviò per nave in Sicilia dove pensava di porre la capitale di un rinnovato impero d’Occidente.
Il 9 luglio, domenica, Costante partecipò ad una processione e ad una messa solenne in san Pietro; il 15 fece un bagno nel palazzo del Laterano e fu ospite alla mensa di Vitaliano.
Il 17 partì per Napoli, donde scese a Reggio Calabria.
Verso la fine del 663 attraversò lo stretto di Messina e giunse a Siracusa, dove cercò di organizzare un’efficace difesa contro gli Arabi, che già erano affacciati sulle coste mediterranee dell’ Africa.
Cominciò a distribuire terre ai soldati come aveva già fatto in Oriente. Furono creati depositi militari e le risorse furono trovate con un incremento del fiscalismo lamentato dalle fonti occidentali e della chiesa romana dell'epoca. Fece anche trasferire a Siracusa la corte e la zecca imperiale.
Il l0 marzo del 666 decretò l’autocefalia della chiesa di Ravenna da Roma.
Nel 667 le riforme erano forse già completate ma cominciarono i problemi con l’esercito giunto dall’Oriente al seguito dell’imperatore.
Ormai il progetto era chiaro: Costante mirava alla rinascita della carica di imperatore di Occidente e questo voleva dire che vi erano poche possibilità per un ritorno delle truppe in Oriente.
Nel 668 l’imperatore associò al trono anche i figli Eraclio e Tiberio (Costantino lo aveva già elevato al trono prima di partire per l’Italia). Poi li convocò tutti in Italia insieme alla moglie Fausta, molto probabilmente per sancire la spartizione dell’Impero fra i co-imperatori.
Non fecero in tempo a raggiungerlo: Il 15 luglio (o il 15 settembre) del 668 Costante fu ucciso da un complotto ordito da membri della corte e alti gradi dell'esercito stanziato in Sicilia. Un  cortigiano di nome Andrea - figlio di Troilo - gli versò sul capo acqua calda e sapone mentre egli si trovava in una vasca dei bagni di Dafne, e poi, approfittando della momentanea cecità, lo colpì sul capo con un vaso di bronzo. Il generale armeno Mesezio (Mzez Gnouni), conte (Comes) degli Opsiciani, fu proclamato imperatore dalle truppe stanziate a Siracusa.

Mesezio
dritto di un solido aureo coniato dalla zecca di Siracusa durante l'usurpazione.
L'usurpatore indossa corazza ed elmo piumato mentre tiene nella destra il globo crucigero e uno scudo nella sinistra.
668-669
 
Prima ancora che la squadra navale inviata da Costantinopoli dal legittimo erede Costantino IV (668-685) giungesse nelle acque di Siracusa, l'usurpazione di Mesezio fu però stroncata dalle truppe inviate in Sicilia dall'esarca di Ravenna Gregorio. I resti di Costante furono traslati a Costantinopoli dove venne sepolto nella chiesa dei SS. Apostoli.

 
Note:

(1) Martina ed Eracleona vennero esiliati a Rodi dopo essere stati mutilati (a Martina venne tagliata la lingua e ad Eracleona il naso). E' questa la prima volta che la mutilazione del taglio del naso compare in ambito bizantino.

(2) A testimonianza del soggiorno di Costante II nella città eterna, rimangono due graffiti con il suo nome - incisi probabilmente da membri del suo seguito - uno all'interno della Colonna di Traiano e l'altro sul basamento dell'Arco di Giano Quadrifonte

(3) All'epoca di Costante II, il thema degli Opsiciani comprendeva la parte settentrionale dell'Asia Minore bizantina ed aveva per capoluogo Nicea. Era il quarto in ordine di importanza e forniva all'esercito imperiale molti picchieri, arcieri e cavalleria leggera. Traeva il nome (letteralmente, opsiciani=ossequienti) da quello di un antico corpo della guardia imperiale e, a differenza degli altri themata, era l'unico ad essere governato da un Comes (conte) anziché da uno Strategos.


Narrativa moderna e contemporanea:
 
Carlo Augusto Monteforte, Un basileus in Sicilia, Morrone Editore, 2011.
Il romanzo ricostruisce con accuratezza storica la parabola dell'imperatore Costante II, proponendo un suggestivo retroscena al contesto in cui maturò il suo assassinio.










venerdì 21 febbraio 2014

I bagni di Dafne, Siracusa

I bagni di Dafne, Siracusa

L'area archeologica dell' Arsenale greco

Nel 1934 (cfr. Cinegiornale Luce del 6 marzo 1935), nell'attuale via Arsenale a Siracusa, sono stati portati alla luce i resti di un piccolo edificio che si intravede oggi all'interno dell'area archeologica recintata – in cui è stato identificato il cosiddetto Arsenale greco (1) - di fronte allo Sbarcadero S. Lucia sul Porto Piccolo.
Un incerto passo di Teofane (Chronographia, I, 535) identifica in questo piccolo complesso termale, la cui denominazione era associata al mito di Dafne che probabilmente vi era raffigurata in un grande affresco, il luogo in cui fu assassinato l'imperatore bizantino Costante II (G.Cultrera, 1936).

Il 15 luglio (o il 15 settembre) del 668 Costante II fu ucciso da un cortigiano – un certo Andrea figlio di Troilo - che, mentre l'imperatore prendeva il bagno in una delle vasche di queste terme, gli versò sul capo acqua calda e sapone e poi, approfittando della sua momentanea cecità, lo colpì a morte con un vaso di bronzo. Poco dopo l'assassinio, il generale armeno Mesezio, conte (Comes) degli Opsiciani, fu proclamato imperatore dalle truppe stanziate a Siracusa. 
Tale ipotesi è corroborata dal ritrovamento nei pressi dell'impianto termale di un piccolo tesoretto tra cui figurava un anello nuziale che potrebbe essere appartenuto all'imperatore assassinato.

Planimetria dell'impianto termale

Le costruzioni mostrano di appartenere alla media età imperiale con successivi restauri del periodo bizantino. Appaiono quindi necessarie ulteriori indagini di scavo anche per identificare meglio la struttura delle terme che si trovano in parte al di sotto di un palazzo moderno. 


Bagni di Dafne
 
La parte visibile dell'edificio si sviluppa intorno ad un cortile lastricato avente pianta ad L, a nord del quale trovano altri ambienti: il Tepidarium con delle vasche anticamente rivestite di lastre marmoree, il Calidarium e piccoli ambienti annessi (probabilmente i praefurnia).

Ambiente indicato in pianta con la lettera "K" e interpretabile come vasca


Note:

(1) Si tratta di un complesso di lastroni di roccia calcarea che costituivano gli scali e gli scivoli, su cui si possono individuare i solchi, gli incassi e le basi di pilastri che dovevano servire di appoggio per le macchine da guerra - forse ideate da Archimede - per tirare in secco le navi.

(2) All'epoca di Costante II, Il thema degli Opsiciani comprendeva la parte settentrionale dell'Asia Minore bizantina ed aveva per capoluogo Nicea. Era il quarto in ordine di importanza e forniva all'esercito imperiale molti picchieri, arcieri e cavalleria leggera (c.ca 6.000 uomini nella metà del IX secolo). Traeva il nome (letteralmente, opsiciani=ossequienti) da quello di un antico corpo della guardia imperiale e, a differenza degli altri themata, era l'unico ad essere governato da un Komes (conte) anziché da uno Strategos.

mercoledì 19 febbraio 2014

L'icona dell'Incredulità di Tommaso nel Monastero della Trasfigurazione a Meteora

L'icona dell'Incredulità di Tommaso nel Monastero della Trasfigurazione a Meteora


In questa icona dove è rappresentato l'episodio dell'Incredulità di Tommaso – conservata nel Monastero della Trasfigurazione a Meteora – nel gruppo di apostoli radunati sulla sinistra, alle spalle di Tommaso è raffigurata la donatrice, la basilissa Maria Angelina Dukaina Paleologina – figlia di Simeone Uros (Dukas Paleologo) e Thamais Orsini (Comnena Angelina) - e quindi legittima erede del despotato d'Epiro.
Maria Angelina sposò in prime nozze, a Trikkala nel 1359, Tommaso Preljubovic che fu insediato nel 1367 come despota di Giannina dal suocero Simeone Uros e riconosciuto come tale dall'imperatore Manuele II nel 1382.
E' l'unica figura femminile presente sulla scena e porta una veste purpurea riccamente decorata da un loros dorato mentre una corona le cinge la testa. E' identificabile in base alla somiglianza con altre sue due raffigurazioni – accompagnate da didascalia - presenti una in un evangelario – il cosiddetto Dittico di Tommaso Preljubovic, attualmente conservato nel Tesoro della cattedrale di Cuenca in Spagna e l'altra in un'icona della Vergine Hodeghitria conservata nello stesso Monastero della Trasfigurazione. In entrambe – la prima è considerata una replica della seconda – la basilissa è raffigurata ai piedi della Vergine nell'atto della proskynesis.

Dittico di Tommaso Preljubovic
(tavola di sinistra)
Tesoro della cattedrale di Cuenca
Spagna

Secondo Xyngopoulos – che ha scoperto questa icona nel 1963 – nel personaggio la cui testa si trova compresa tra quelle di Tommaso e Maria Angelina dovrebbe identificarsi lo stesso despota Tommaso Preljubovic. Gli argomenti che lo studioso adduce a favore di questa ipotesi sono essenzialmente il fatto che il viso del personaggio è tratteggiato come un ritratto e che il suo sguardo è rivolto verso lo spettatore nonché l'osservazione che si tratterebbe del dodicesimo apostolo presente nella composizione mentre solitamente in quest'epoca nelle scene evangeliche ne vengono rappresentati undici.
Il fatto che Tommaso Preljubovic sia raffigurato privo di paramenti regali fa datare l'icona a Xyngopoulos tra il 1373, l'anno in cui il fratello di Maria si fece monaco nel monastero della Trasfigurazione con il nome di Joasaph, ed il 1382 quando a Tommaso Preljubovic venne riconosciuto il titolo di despota da Manuele II Paleologo.

Icona dell'incredulità di Tommaso
particolare dei volti di Maria Angelina e di Tommaso Preljubovic (?) 

La presenza della figura del donatore nel contesto della rappresentazione di una scena biblica non è molto consueta fino a questo periodo nell'iconografia dell'arte bizantina (1), ancor meno consueto è inoltre il fatto che questa interagisca attivamente con la scena: il braccio destro del Cristo scavalca infatti la testa dell'apostolo Tommaso con una posa innaturale per andare a toccare la corona posta sul capo di Maria in un gesto che ne legittima lo status regale (2).
In questa prospettiva, la Gargova (3) ipotizza la condensazione nella stessa rappresentazione di due diversi temi narrativi. San Tommaso, arrivato in ritardo alla morte della Vergine, non fu testimone come gli altri apostoli della sua Assunzione al Cielo e ne richiese una prova. La Vergine gli apparve in sogno e gli consegnò la cintura che si sfilò dai fianchi. La basilissa Maria Angelina presterebbe quindi i suoi tratti alla Madre di Dio e la figura del Cristo che la incorona Regina Coeli (Incoronazione di Maria) risponderebbe nella scena alla doppia incredulità di Tommaso chiudendo in questo modo il circolo narrativo (4).


Note:
 
(1) L'usanza di inserire le figure dei donatori come parte integrante dell'episodio biblico rappresentato sembra svilupparsi prima in ambito occidentale (cfr. ad esempio la presenza di re Janus di Cipro e della moglie Carlotta di Borbone nell'affresco della Crocefissione nella Cappella reale di Pyrga e quella del fratello del re, Ugo, arcivescovo di Nicosia, nella scena della Sepoltura del Cristo sempre nella stessa cappella).

(2) Il gesto ricorda l'imposizione della corona sul capo dei regnanti da parte del Cristo raffigurato in alcuni avori bizantini (cfr. ad esempio Cristo incorona Ottone II di Sassonia e la moglie Teofano imperatori del Sacro Romano Impero o l'avorio Romano).

(3) F.Gargova, The Meteora Icon of The Incredulity of Thomas Reconsidered, 2014.

(4) Un precedente a questo tipo di raffigurazione del donatore nei panni di un personaggio della storia sacra è quello di Costantino IX Monomaco raffigurato nelle vesti di Salomone nel mosaico dell'Anastasis nella Nea Moni di Chios (metà XI secolo).

sabato 8 febbraio 2014

L' Emirato di Amantea (846-886)

L' Emirato di Amantea (846-886)

Il castello di Amantea

Nell’846, nonostante fosse difeso da un presidio militare bizantino, gli arabi espugnarono l'antico abitato di Nepetia sulla costa tirrenica – contemporaneamente vennero occupate anche Tropea e Santa Severina - costringendo gli abitanti a rifugiarsi sulle colline circostanti. Ribattezzata la città con il nome di Amantea (dall'arabo Al Manthiah= la rocca) vi stabilirono la capitale di un emirato indipendente che sopravvisse una quarantina d'anni.
Si conosce il nome di un solo emiro As-Sinsim – Cincimo, nella sua forma latinizzata – che nell'871 cercò di estendere i suoi domini verso Cosenza.
Nell'871 l'emiro di Bari, Sawdan, assediato dai Franchi dell'imperatore Ludovico II, chiese aiuto a Cincimo che, intravista la possibilità di costituire un'unità territoriale islamica congiungendo i possedimenti dei due emirati, marciò sulla valle del Crati alla testa delle sue truppe.
Venuto a conoscenza dei piani dell'emiro, l'imperatore gli inviò contro un contingente di cavalleria pesante al comando del conte Ottone di Bergamo. Rinforzato da truppe di fanteria locale reclutate dai vescovi Osco e Gheriardo, il conte si trincerò tra le rovine dell'antica Pandosia (l'attuale Castrolibero* nei pressi di Cosenza) da cui controllava il valico del Potame che dava accesso alla valle del Crati. Cincimo forzò i tempi ed il suo esercito apparve in vista delle milizie cristiane prima del previsto. Il conte, alla vista del nemico, decise di impedirgli di attaccare Cosenza e scese dalle alture per affrontarlo in campo aperto. La battaglia si svolse in un luogo imprecisato tra Castrolibero e Mendicino e si risolse con la disfatta dell'emiro che, salvata a stento la vita, fu costretto a riparare ad Amantea.
Un primo tentativo di riconquista bizantina viene compiuto nell'882-83 quando Basilio I il Macedone (867-886) invia un corpo di spedizione al comando dello stratego Stefano Massenzio, ma questi, dopo essere stato costretto a togliere l'assedio ad Amantea viene sconfitto rovinosamente sotto le mura di Santa Severina e, costretto a sospendere la campagna, viene richiamato in patria dall'imperatore, che lo sostituisce nell'885 con Niceforo Foca il vecchio.
Niceforo organizza le forze a sua disposizione, rinforzate da contingenti di truppe scelte provenienti dall'Oriente, in tre colonne che lancia all'assalto di Amantea, Tropea e Santa Severina, guidando personalmente l'assedio di quest'ultima. Le tre città cadono una dopo l'altra e nell' 886 gli arabi vengono completamente estromessi dalla Calabria.


La presa di Amantea
 da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
 Biblioteca Nacional de España, Madrid

Tra i pochissimi ritrovamenti archeologici in qualche modo riconducibili al periodo dell'Emirato** va ricordato il frammento di stele funebre rinvenuto nel Palazzo delle clarisse (dove era stato molto probabilmente reimpiegato nella muratura). 


La stele funeraria di Palazzo delle clarisse

Si tratta di un frammento appartenente ad una pietra tombale islamica del tipo orizzontale su cui sono intagliate due iscrizioni coraniche effettuate in epoche diverse (la più tarda sembra inoltre eseguita da un incisore che aveva poca dimestichezza con la lingua araba). Il frammento originale è tuttora ivi conservato mentre un calco in gesso si trova nel Museo di Reggio Calabria.

Note:

* Fino al 1865 – quando lo Stato unitario decise di cancellare dai toponimi le parole che ricordavano una passata dominazione straniera – la cittadina portò il nome di Castrofranco in ricordo dei suoi fondatori.
** Sull'argomento vedi C.Tonghini, Gli Arabi ad Amantea: elementi di documentazione materiale, 1997.


sabato 1 febbraio 2014

La prigione di Anemas

La prigione di Anemas


 

A. Muro di Manuele I Comneno (1143-1180).
B. Muro di Leone V (813-820).
C. Muro di Eraclio (627).
  1. Porta Caligaria (l'attuale Egri kapi=Porta obliqua), così detta per la sua vicinanza al quartiere  dei  fabbricanti di calzature (caligae).
  2. Porta Gyrolimnes (Porta del lago d'argento) delle Blachernae (murata).
  3. Torri di Isacco II Angelo e di Anemas.
  4. Prigione di Anemas (?).
  5. Chiesa della Theotokos delle Blachernae (distrutta nel 1453).
  6. Torre con l'iscrizione dedicatoria a Isacco II Angelo.
 
La cosiddetta Prigione di Anemas era riservata a detenuti politici di alto lignaggio e si trovava addossata alle mura all'interno del complesso delle Blachernae, nel punto in cui le mura fatte costruire da Manuele I Comneno (1143-1180) si congiungevano al tratto fatto costruire da Eraclio nel 627, il muro interno (C), e da Leone V (813-820), quello esterno (B).


La facciata esterna della Prigione appare in parte formata da due torri quadrangolari affiancate ma costruite in epoche ed in murature diverse. Quella meridionale presenta una muratura molto irregolare - in cui si trovano inseriti diversi fusti di colonna (1) - proveniente probabilmente dalla demolizione di una chiesa. Il piano superiore, in cui si aprono ampie finestre, ha l'aspetto di una loggia coperta e probabilmente comunicava direttamente con il palazzo delle Blachernae. E' identificata con la torre fatta costruire da Isacco II Angelo nel 1188 (2) a rafforzamento delle difese del palazzo e utilizzata dall'imperatore come residenza privata.

Torre di Isacco II Angelo
 
La torre di Isacco II Angelo vista dall'interno delle mura
 
La torre settentrionale appare invece costruita in una muratura molto più classica – a corsi alterni di mattoni e conci di pietra – e regolare e risale chiaramente ad un'epoca precedente. E' solitamente identificata con la Torre di Anemas propriamente detta, dal nome di Michele Anemas, il generale che fu il primo detenuto di alto lignaggio ad esservi rinchiuso per ordine di Alessio I Comneno per aver partecipato ad una congiura volta a rovesciarlo (1106).
Sul fianco settentrionale di questa torre si apre una posterla (3) che introduce ad un corridoio che sbuca in un vestibolo all'interno della Torre di Anemas.
Nella parte inferiore le due torri sono infine sopravanzate da un ampio contrafforte.

da Van Millingen (1899)

Nello spessore del muro alle spalle delle due torri e a nord di esse si trova una costruzione a tre piani, ciascuno dei quali suddiviso in dodici compartimenti da possenti muri perpendicolari, aperti al centro da una triplice serie di arcate sovrapposte.


I compartimenti hanno una larghezza di 8 m ed una lunghezza tra gli 8 e i 12 m. (le mura perimetrali dell'edificio non corrono parallele ma convergono verso sud, producendo una progressiva riduzione della lunghezza degli ambienti).
Il muro AA indicato nella piantina di van Millingen è il primo ad essere stato costruito - forse durante il regno di Anastasio I (491-518) a cui risale il primo nucleo della residenza imperiale delle Blachernae - ed era munito di feritoie sul lato esterno per bersagliare il nemico con proiettili.
Nel X sec., al fine di contenere il terrapieno su cui veniva estendendosi il palazzo delle Blachernae (il livello del suolo, all'interno della città, raggiunge infatti in questo punto quasi l'altezza del camminamento di guardia delle mura), vennero addossati sul versante esterno di questo muro dei contrafforti – che andarono a chiudere alcune delle feritoie – e costruito un altro muro (muro BB) contraffortato su entrambi i lati.
Nello spazio compreso tra i due muri si formò quindi un ambiente di tre piani, ciascuno dei quali suddiviso in 12 compartimenti dai contrafforti.  
Il fatto che le due torri – di Anemas e di Isacco – chiudano le finestre sul versante esterno di 4 di questi ambienti conferma che esse risalgono ad un periodo successivo all'edificazione del muro BB.
L'assenza di finestre negli ambienti del piano inferiore dell'edificio compreso tra i muri AA e BB – mentre quelli dei piani superiori sono traforati da alte e strette feritoie – ha fatto ritenere ad alcuni studiosi che vi fossero localizzate le celle della prigione (A.G. Paspates).

Tra i numerosi dignitari bizantini che furono rinchiusi nella Prigione di Anemas si ricordano:
- Gregorio Taronites, governatore del tema di Chaldia (Trebisonda), ribellatosi all'autorità centrale e proclamata l'indipendenza, fu sconfitto in battaglia e ivi incarcerato nel 1107 (4).
- Andronico I Comneno, deposto da Isacco II Angelo vi fu rinchiuso prima di essere giustiziato nell'Ippodromo (1185).
- Giovanni Bekkos, nel 1273 Michele VIII Paleologo vi fece imprigionare il futuro patriarca per la sua opposizione all'unione delle Chiese. In carcere il religioso mutò radicalmente opinione e appoggiò l'unione sancita dal Concilio di Lione (1274), scarcerato, fu quindi elevato al soglio patriarcale nel 1275 al posto di Giuseppe I Galasiotes, strenuo oppositore dell'unione.
- Nel 1373 Giovanni V vi fece rinchiudere il figlio Andronico (il futuro Andronico IV) che si era ribellato manu militari, insieme alla moglie Maria di Bulgaria ed al figlio Giovanni (il futuro Giovanni VII).
Alleatosi al principe ottomano Saudzi Celebi, figlio del sultano Murad I (1362-1389), Andronico alzò lo stendardo della rivolta in una strana ribellione dei figli contro i padri. Il sultano represse rapidamente la ribellione e fece accecare il figlio pretendendo che Giovanni V facesse altrettanto. L'imperatore fece incarcerare il figlio ed il nipote ma la mutilazione fu eseguita in maniera così blanda che Andronico riuscì a recuperare l'uso di un occhio mentre il figlio Giovanni (che aveva solo cinque anni) rimase soltanto strabico.
Liberatosi dalla prigionia con l'aiuto dei genovesi, Andronico prese nuovamente le armi contro il padre ed il 12 agosto 1376 entrò in Costantinopoli spodestandolo e facendolo a sua volta rinchiudere insieme al figlio Manuele (il futuro Manuele II) nella Prigione di Anemas.


Note:

(1)  I fusti allineati all'altezza del piano superiore – alcuni dei quali sono ancora in situ - servivano molto probabilmente da sostegno ad una balconata.

(2) Un'iscrizione dedicatoria all'imperatore Isacco Angelo - con la data del 1888 - è attualmente incassata nella muratura di una torre (contrassegnata dal n.6 nella pianta ed indicata dalla freccia rossa nell'immagine sottostante) che si trova immediatamente a sud di questa.

 
Questo tratto delle mura è stato però ripetutamente restaurato e rimaneggiato in età paleologa. L'ipotesi più accreditata è pertanto quella che la lapide sia stata spostata dalla sua collocazione originaria nel corso di uno di questi restauri. La torre in questione non presenta infatti nessuna delle caratteristiche della Torre di Isacco Angelo (il belvedere, l'utilizzo di elementi di reimpiego provenienti dalla demolizione di una chiesa, etc.) elencate da Niceta Coniate nella sua dettagliata descrizione.
 
(3)  La posterla ed il corridoio a cui introduce appaiono attualmente per la gran parte interrati. Questa ostruzione parziale dell'accesso esterno fu realizzata probabilmente in un momento di particolare pericolo per la città al fine di impedire l'accesso al nemico mantenendone la funzione di condotto di areazione.

Ingresso esterno della posterla
 
(4) L'episodio è narrato da Anna Comnena nell'Alessiade (XII, 6-7). La principessa intervenne infatti personalmente presso il padre per risparmiare al prigioniero la punizione dell'accecamento.

 








venerdì 17 gennaio 2014

L'icona della Vergine Hodighitria nel santuario della Madonna di San Luca a Bologna

L'icona della Vergine Hodighitria nel santuario della Madonna di San Luca a Bologna

Icona della Madonna di San Luca
cm. 65x57

L'origine leggendaria dell'icona della Vergine Hodeghitria, custodita nel Santuario della Madonna di San Luca sul colle bolognese della Guardia, è narrata per la prima volta nell'Historicus contextus (1459), opera di un notabile bolognese, Graziolo Accarisi, a cui si deve anche la prima processione in città della sacra immagine.
Secondo questo racconto, un eremita greco, visitando la chiesa costantinopolitana di Santa Sofia, notò questa icona e la scritta che l'accompagnava: Questa è opera fatta da San Luca cancelliere di Cristo, che deve essere portata alla Chiesa di San Luca sopra il Monte della Guardia costrutta, ed ivi sopra l’altare collocata. L'eremita – a cui in un testo più tardo viene dato il nome di Teocle Kmynia – ricevette l'icona in affidamento dai canonici della chiesa con l'incarico di trovare il luogo dove doveva essere collocata.
Giunto a Roma, Teocle incontrò l'ambasciatore di Bologna – Pascipovero de' Pascipoveri - che gli svelò dove si trovava il Monte della Guardia e dove l'icona fu portata in processione per essere riposta in una chiesetta dedicata a S.Luca.
Da un punto di vista storicamente accertabile, in un documento datato 30 luglio 1192 la nobildonna bolognese Angelica Bonfantini stabilì di prendere i voti e darsi alla vita eremitica sul Monte della Guardia, donando tutti i suoi beni per costruirvi un romitorio ed una chiesa. Con un documento che porta la data dell'anno successivo, papa Celestino III da' mandato a Gerardo di Gisla, vescovo di Bologna, di porre la prima pietra dell'edificio, benedetta dallo stesso pontefice come richiesto da Angelica. Con tutta probabilità, l'icona della Vergine Hodighitria faceva parte delle proprietà della famiglia della nobildonna.

Descrizione
La Vergine - del tipo detto della Hodighitria (che indica la Via), cioè il Bambino che è la via la verità la vita (Giovanni, XIV, 6) - tiene in braccio Gesù benedicente. La Vergine porta una veste di colore blu-verde, sotto la quale si intravede una sottoveste rossa. I tratti del viso sono allungati, le dita della mano affusolate. Il Bambino, dalla testa piccola rispetto al corpo, ha il braccio destro atteggiato nel gesto di benedizione, mentre la mano sinistra è chiusa a pugno. La tunica del Bambino è dello stesso colore rosso della sottoveste della Vergine. Sullo sfondo si notano filari di piccole foglie d'edera, inseriti l'uno nell'altro ed intervallati da piccole perle. Due fasce laterali di circa 4 cm. decorate con motivi floreali contornano la tavola, mentre la parte superiore appare tagliata.
L’ immagine oggi visibile non corrisponde in tutto a quella dipinta originariamente sulla tavola, risulta infatti dal rimaneggiamento di una analoga ad essa sottostante. Le indagini radiografiche e stratigrafiche eseguite nel 1991 hanno infatti accertato che al di sotto dell'immagine attuale ne esiste un'altra più antica che farebbe anticipare al IX-X secolo la datazione della tavola, ed i caratteri stilistici riscontrati ne avvallerebbero l'origine orientale.

Il volto della Vergine nell'immagine sottostante come appare nella radiografia

Il viso ha contorni più morbidi e plastici che sembrano bene accordarsi nell'accentuato arrotondamento del mento. Il naso allungato ha il setto sottile e la narice piccola e rialzata; la bocca ben equilibrata, con entrambe le labbra carnose, ed ha solo vagamente accennata la prosecuzione del labbro superiore. L'occhio è grande, moderatamente allungato ma equilibrato rispetto agli altri elementi del volto, ha la pupilla accentuata rispetto al globo e collocata in modo da dirigere lo sguardo verso l'osservatore. Il volto è innestato su un collo leggermente corto rispetto al viso, con una leggera zona d'ombra sotto il mento.

Un ulteriore elemento a sostegno di una provenienza orientale sarebbe inoltre l'uso dell'indaco, con cui è dipinto il manto della Vergine: pigmento molto utilizzato in Asia Minore ma poco diffuso in Italia, dove storicamente gli si preferivano l'oltremare e l'azzurrite.
La tavola potrebbe quindi essere stata dipinta in ambito bizantino, portata in Italia intorno al periodo di fondazione della prima chiesa sul Colle della Guardia (1192) forse da pellegrini o crociati bolognesi, ed in seguito ridipinta (XII-XII sec.) seguendo le linee del precedente modello, ma con caratteristiche più marcatamente occidentali che appaiono ancor più evidenti dopo il recente restauro che ha restituito all'icona colori più vivi e brillanti - nell'azzurro del marphorion e nel giallo-oro del fondo - nonchè alcuni dettagli, come il piede del Bambino, coperti da interventi precedenti .

L'icona dopo il recente restauro