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sabato 16 gennaio 2016

Il teatro romano di Lecce

Il teatro romano di Lecce


Seguendo la strada - via dell'Arte della cartapesta - che fiancheggia il lato sinistro della chiesa di Santa Chiara si giunge al teatro romano di età augustea riscoperto casualmente nel 1929 durante la risistemazione dei giardini dei palazzi Romano e d'Arpe.
La cavea, con un diametro interno di 19 metri ed uno esterno probabilmente di oltre 75 (la parte superstite corrisponderebbe infatti soltanto all'ima cavea), è ripartita in sei cunei da cinque scalette a raggiera, divisi in dodici gradoni che potevano contenere fino a cinquemila spettatori. Alla base della cavea – ricavata in un banco di roccia interamente rivestito in opus quadratum - si notano tre grandi gradoni in pietra su cui venivano collocati i seggi mobili riservati alle autorità cittadine.
All'orchestra, interamente pavimentata in pietra, si accedeva attraverso una stretta galleria coperta. Sul pavimento si notano inoltre numerosi fori su cui probabilmente sorgevano are in onore di Dioniso.
La scena è lunga 30 m. e larga 7,70 e sul suo pavimento spiccano i lunghi incassi trasversali che un tempo alloggiavano i sostegni della pedana lignea, mentre davanti al logeion (palcoscenico) si nota un canale destinato ad accogliere il sipario.

 
La parete di fondo della scena era riccamente decorata con colonnati e nicchie che ospitavano statue a tutto tondo, alcune delle quali sono giunte fino a noi e si possono attualmente ammirare nel Museo Sigismondo Castromediano.

Amazzone
Museo Castromediano, Lecce





sabato 9 gennaio 2016

Abbazia di Santa Maria di Cerrate

Abbazia di Santa Maria di Cerrate
Lungo la strada provinciale Casalabate- Squinzano (SP 100)


Secondo la leggenda l’Abbazia venne fondata in seguito a una visione da parte di Tancredi d’Altavilla – conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e ultimo re normanno di Sicilia (1189-1194) - a cui apparve l’immagine della Madonna, dopo aver inseguito una cerbiatta (cervata) in una grotta.

Molto più probabilmente, la fondazione del complesso, che sorge in prossimità del tracciato dell'antica via Traiana calabra, risale invece alla fine dell’XI secolo o agli inizi del XII secolo, quando Boemondo d’Altavilla (1058-1111), prozio di Tancredi, vi insediò un cenobio di monaci basiliani con uno scriptorium ed una biblioteca, la cui presenza è attestata fino alla metà del XII secolo.
Nel 1531 il complesso abbaziale – in cui oltre alla chiesa, si annoveravano stalle, alloggi per i contadini, un pozzo, un mulino e due frantoi sotterranei a testimonianza di una progressiva trasformazione in masseria – passa sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli che la terrà fino al 1877.

1. Chiesa
2. Portico
3. Casa monastica
4. Museo e Foresteria (al primo piano sono collocati gli affreschi staccati dalla chiesa)
5. Ex-stalle
6. Frantoi ipogei
7. Aia
8. Agrumeto
9. Pozzo
 
Nel 1711 l'abbazia viene però saccheggiata e gravemente danneggiata da un'incursione di pirati turchi e successivamente abbandonata al degrado fino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando cominciano i primi restauri.
La facciata, a doppio saliente e con rosone centrale, presenta una chiara impronta romanica ed è decorata da una serie di arcatelle cieche che proseguono anche lungo i fianchi.
Il portale, racchiuso in un protiro e riferibile a fine XII - inizi XII secolo, è sormontato da un’arcata con altorilievi di eccezionale qualità che raccontano il ciclo della nascita del Cristo.


A sinistra la Vergine annunciata, segue la scena della Visitazione, e quindi la processione dei Magi unita alla Natività nell’unica scena dell’Adorazione (sottolineata dalla presenza della stella in chiave all’arco), il bagno del Bambino a cui in basso assiste San Giuseppe e l’Arcangelo Gabriele annunciante (oggi privo di testa).
La porta d’ingresso vera e propria, al contrario, è semplicemente incorniciata da una decorazione minuta ed elegante mutuata dal repertorio vegetale.


Sul fianco sinistro della chiesa è addossato un porticato, edificato nel XIII secolo, sostenuto da ventiquattro colonne con capitelli raffiguranti elementi zoomorfi e figure mitologiche. In prossimità del portico un pozzo con vera rettangolare datato al 1585.

Capitello del Portico

All'interno la chiesa presenta una pianta basilicale a tre navate scandite da due file di colonne che sostengono archi a sesto acuto.
Sull'altare maggiore si alza un baldacchino che risale al 1269.


La decorazione pittorica, invece, si trova parte in situ e parte esposta – dal 1975, dopo essere stata staccata – nell'attiguo Museo recentemente costituito. Gli affreschi più antichi, di gusto bizantino, risalgono alla fine del XII secolo e si trovano nelle absidi e nei sottoarchi.
All’interno della chiesa sopravvivono cinque santi vescovi con in mano il vangelo che occupano la parte bassa dell’abside centrale mentre nel catino campeggia l’Ascensione. Nei sottoarchi sono invece dipinte sagome a figura intera di santi monaci. Lungo l'arco absidale e gli archi delle navate (come anche nella chiesa idruntina di San Pietro) si notano lettere bianche in caratteri pseudocufici intrecciate a tralci di vite dipinti in rosso.
Nel XV secolo si sovrappone a questa decorazione un secondo strato con Madonne e santi cavalieri di gusto cortese, come è possibile ammirare sulla parete della navata sinistra e in altri affreschi staccati e conservati all’interno dell’adiacente Museo.
Il lato sinistro era decorato da una raffigurazione di stile bizantino della Dormizione della Vergine deposta sul letto di morte e sovrastata dagli angeli (ora rimosso ed esposto nel succitato Museo).

L'affresco della Dormizione oggi nel Museo

Sotto di esso, gli affreschi antecedenti raffiguravano Santa Anna che tiene in braccio la Vergine e San Gioacchino, San Giorgio a cavallo affiancato (forse) da San Demetrio e da altre figure non ancora identificate.

L'affresco di Sant'Anna e San Gioacchino a destra

Alcune volte, come nel caso dell’altare barocco dedicato a Sant’Oronzo (1661), sulla parete destra, gli arredi aggiunti in epoca successiva hanno distrutto ciò che c’era sovrapponendosi agli affreschi. Altre volte, sempre sulla parete destra, vicende non del tutto chiare hanno portato ad una fantasiosa e caotica ricomposizione delle scene dipinte. Probabilmente i blocchi di pietra su cui era l’affresco vennero smontati e riutilizzati, per poi passarvi sopra un secondo strato di intonaco che faceva da base ad un nuovo affresco. Quello che oggi vediamo è un vero e proprio puzzle, da ricostruire con l’immaginazione perché ricompaia il santo cavaliere che sconfigge il drago per salvare la principessa.


Nel Museo è stato trasferito anche un grande pannello dove sono riportati gli affreschi di gusto cortese provenienti dalla navata destra e che raffigurano in sequenza una bella Annunciazione, una scena con San Giorgio che trafigge il drago, Sant’Eustachio e il Miracolo della cerva. Quest’ultima rappresentazione si collega alla leggenda della fondazione dell'abbazia, essendo il Santo un generale romano, convertitosi al cristianesimo per aver incontrato una cerva con una croce tra le corna, personificazione di Gesù. Qui, tra le corna della cerva, appare direttamente il volto del Cristo (anche se precedentemente vi era stato dipinto quello della Vergine). 


martedì 5 gennaio 2016

Il Tempietto di San Miserino

Il Tempietto di San Miserino
Lo si raggiunge uscendo dal paese di San Donaci in direzione di Mesagne; dopo circa 5 km, poco prima del segnale del km 9, a un incrocio si prende a sinistra la strada provinciale 51 in direzione di Oria; dopo aver percorso 2,2 km, in corrispondenza del segnale del km 17, si parcheggia l’auto all’inizio di una sterrata sulla sinistra, individuata da un filare di alberi. A piedi si segue la sterrata fino al primo incrocio; qui si piega a destra in direzione di un edificio rurale. Il tempietto di San Miserino è esattamente alle sue spalle.
Angolo NE

Il Tempietto di San Miserino, è situato sul tracciato di un’antica strada che, discostandosi dalle due vie ufficiali - la Traiana calabra e l’Appia – nel tratto tra Lecce ed Oria, permetteva di raggiungere più rapidamente la via Appia in direzione di Roma partendo da Otranto.


In blu il tragitto della via Appia, in rosso quello della via Traiana calabra mentre la linea tratteggiata indica l'ipotetico tracciato del Limitone dei Greci.

Questa variante viaria – ricordata in documenti notarili del 1100 con il nome di via ad Lippium (Lecce) - ebbe un ruolo importante anche durante le guerre greco-gotiche e venne utilizzata come asse di scorrimento preferenziale per lo spostamento degli eserciti. Essa doveva avere lo stesso andamento del cosiddetto Limitone dei Greci - ossia di quella strada che secondo alcuni studiosi venne fortificata dai Bizantini quando, cessate le lotte con i Longobardi del Ducato di Benevento, restò assegnata a quest’ultimi la parte settentrionale del Salento - lungo un tracciato che da Torre Santo Stefano, presso Otranto, passando a nord di Lecce e attraverso i territori di San Pietro Vernotico, Mesagne ed Oria si ricongiungeva alla via Appia. Restavano dunque ai Longobardi Taranto, Oria e Brindisi; ai Bizantini Otranto, Lecce e Manduria.

L'edificio si articola in un ambiente a pianta ottagonale inscritto in un quadrato, coperto da una cupola a sesto ribassato impostata su una ghiera di conci di tufo, a cui si accede da un ingresso sul lato meridionale, dove s'innesta anche un avancorpo costituito da due ambienti voltati a botte.


Lato meridionale

L'ambiente centrale è caratterizzato da quattro nicchie semicircolari che si aprono lungo gli assi obliqui, fra le quali, lungo le pareti N e E, sono poste due nicchie a scarsella mentre ad O si trova un'apertura laterale.
Le nicchie absidali sono coperte da semicupole ed inquadrate da semipilastri. Un gradino girava intorno alle absidi e alle nicchie disegnando un ottagono.
Sul pavimento si notano i resti di una decorazione musiva a tessere bianche e nere (quelle bianche formavano una cornice che seguiva l'ottagono disegnato dalle absidi), databile al II secolo, quando l'edificio svolgeva probabilmente la funzione di ninfeo.

Resti del pavimento a mosaico

I capitelli dei semipilastri – di forma troncopiramidale, molto bassi e schiacciati - mostrano invece una decorazione a stucco, a foglie d'acanto spinoso alternate a boccioli.

Capitello

Si osservano inoltre lacerti di decorazione a fresco, soprattutto in corrispondenza delle absidi. La decorazione a bande rosse che ripartisce in più registri lo spazio pittorico appare successiva a quella a stucco dei capitelli giacchè si sovrappone ad essa.
Il lato occidentale dell'edificio si presenta più danneggiato: sono infatti crollati sia i pilastri che l'archeggiatura sovrastante.

Lato occidentale

L'arco meridionale – da cui si accedeva al vano centrale – è quello più ampio e la presenza di solchi lungo i pilastri d'imposta fa supporre la presenza di una porta.

Il solco lungo il pilastro d'imposta dell'ingresso sul lato meridionale

I due ambienti addossati sul lato meridionale sono voltati a botte e non comunicano tra loro, sembra inoltre improbabile che ne esistesse un terzo, come da più parti ipotizzato per attribuire all'edificio una pianta a tre navate, perchè la muratura non presenta alcuna connessione, anzi appare conclusa e realizzata con una cortina regolare di blocchetti.
Sul lato occidentale dell'edificio partono due setti murari perpendicolari pertinenti ad un ambiente coperto da una volta a crociera (nartece?) e caratterizzato dalla presenza di un arcosolio sul muro nord.
L'imposta residua dell'arcosolio

L'ipotesi più probabile è che l'edificio rappresenti un'entità architettonica compatta, progettata e costruita insieme in tutte le sue parti e rimaneggiata e rifunzionalizzata varie volte nel corso del tempo. La struttura originaria era connessa ad una grande villa romana di età imperiale e la sua prima destinazione dev'essere stata quella di ninfeo o di impianto termale. Sul lato est del prospetto, si nota infatti - oltre allo sfondamento della nicchia a scarsella operato in epoca più tarda - laddove si innesta l’ambiente a botte un'incavo, probabile alloggiamento per una fistula (tubo usato nell’antichità per la conduttura delle acque).


Lato est

La decorazione a stucco dei capitelli, databile all'VIII-IX secolo, va riferita invece alla fase in cui l'edificio era già stato trasformato in chiesa – con una probabile titolazione a San Martino successivamente corrotta in un inesistente San Miserino - la cui esistenza in loco è documentata dal 1233.
Nel 1671 la chiesa è diruta e abbandonata. Si sfonda l'abside SE ostruendo poi l'apertura con un grosso blocco di calcare, si chiude l'ingresso meridionale e si abbatte la nicchia a scarsella sul lato orientale.

Lo sfondamento dell'abside SE







lunedì 7 dicembre 2015

Le Voyage d'Outre-Mer di Bertrandon de la Broquière

Le Voyage d'Outre-Mer di Bertrandon de la Broquière

Bertrandon de la Broquière nacque presumibilmente alla fine del XIV secolo in un paesino alle falde dei Pirenei francesi – La Broquière – in una famiglia appartenente alla nobiltà locale.
Nel 1421 entrò al servizio del duca di Borgogna Filippo il Buono (1419-1467) con il titolo di écuyer tranchant (il nobile incaricato di tagliare la carne durante i banchetti ufficiali) divenendo due anni dopo premier écuyer tranchant.
Nel febbraio del 1432 partì da Gand, dove di trovava la corte del duca, per intraprendere un lungo viaggio in Oriente. Imbarcatosi l'8 maggio a Venezia, insieme ad un gruppo di pellegrini diretti in Terrasanta, raggiunse Jaffa dopo aver fatto scalo a Corfu, Creta, Rodi e Cipro.
Dopo aver visitato Gerusalemme ed altri luogi santi della Palestina, si recò a Damasco dove si aggregò ad una carovana diretta a Bursa, la prima capitale dell'impero ottomano, che raggiunse dopo aver attraversato tutta l'Asia Minore. Da qui si recò a Costantinopoli che lasciò nel gennaio del 1433 per tornare in patria via terra attraversando Bulgaria, Ungheria, Austria e Germania.

L'assedio di Costantinopoli
una delle sei miniature realizzate da Jean Le Tavernier per l'edizione di lusso del Voyage d'Outre-Mer donata al duca Filippo nel 1457.
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

Per tutta la durata del suo viaggio Bertrandon de la Broquière non viene mai accolto o accompagnato da personalità dell'amministrazione ottomana, né gli vengono mai tributati gli onori usualmente riservati agli ambasciatori ufficiali. Sembra comunque viaggiare su incarico del duca di Borgogna con compiti di intelligence al fine di raccogliere informazioni militari in vista di una ipotetica, quanto improbabile, crociata contro i Turchi (1).
A Costantinopoli incontra Bernard Carmer, un mercante catalano già conosciuto a Bruges , che lo ospita per tutta la durata del suo soggiorno.
A Pera incontra invece ed entra in rapporti confidenziali con Benedetto Folchi da Forlì, ambasciatore del duca di Milano Filippo Maria Visconti, accreditato sia presso l'imperatore bizantino che presso il sultano, ed incaricato di trattare la pace tra quest'ultimo ed il nuovo alleato del duca, l'imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo. Il gentiluomo borgonone si aggrega di fatto alla delegazione milanese che lascia Costantinopoli il 18 gennaio diretta ad Adrianopoli, dove Benedetto Folchi incontra il sultano Murad II senza conseguire i risultati sperati, e quindi attraverso la Bulgaria, la Serbia e l'Ungheria dove a Buda si separò dai suoi occasionali compagni di viaggio.
Il racconto del suo viaggio, Le Voyage d'Outre-Mer, redatto soltanto molti anni dopo il suo ritorno in patria (1455-1457) su richiesta del duca e sulla base degli appunti che gli aveva già consegnato, è quindi composto come una sorta di relazione al suo signore.
Bertrandon de la Broquière morì a Lille nel 1459.

Il testo completo del Voyage d'Outre-Mer è consultabile qui.

Note:

(1) Anche la grande disponibilità di denaro di cui sembra poter costantemente usufuire e che traspare in vari passi del suo resoconto di viaggio, depone nel qualificarlo come una missione svolta su incarico del duca più che un pellegrinaggio privato.





mercoledì 21 ottobre 2015

Il mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto: la navata sinistra

Il mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto: la navata sinistra

Il mosaico pavimentale della cattedrale idruntina di Santa Maria dell'Annunziata si deve all'iniziativa di Gionata, arcivescovo di Otranto dal 1163 al 1195, e fu realizzato da Pantaleone (il cui nome appare nella parte inferiore del mosaico in corrispondenza dell'entrata principale della cattedrale), monaco pittore dell'abbazia di Casole, tra il 1165 ed il 1166.
Il mosaico originario ricopre interamente il pavimento della navata centrale e di quelle laterali in corrispondenza del transetto occupando complessivamente un'area di oltre 600 mq., le rimanenti parti risalgono invece al XIX secolo.
Viene qui descritta la superficie musiva che si trova nella navata sinistra, premettendo che alcune percettibili differenze di stile (le linee di contorno appaiono più rigide, piatte e incerte le figure, prive di quelle vibrazioni di colore che caratterizzano il mosaico della navata centrale) hanno fatto ipotizzare ad alcuni critici l'ntervento di una mano diversa da quella di Pantaleone se non addirittura una sua realizzazione in epoca successiva.

Il tema raffigurato è usualmente identificato come una rappresentazione del Giudizio Universale, che appare però priva della sua figura principale, quella del Cristo Giudice assiso in trono nella gloria dei cieli. Anche qui, come nella navata centrale, un tronco d'albero, le cui radici affondano nella groppa di un toro, partisce in due la superficie musiva per tutta la sua lunghezza: a destra dell'albero è raffigurato l'Inferno ed a sinistra il Paradiso.
Ad eccezione di un passo del Vangelo di Matteo (XII, 40) - in cui Gesù dice Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'Uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra - non c'è altra traccia nei sinottici della Discesa agli Inferi.
Nell'iconografia bizantina lo svolgimento di questo tema, detto dell'Anastasis, segue usualmente la descrizione dell'episodio tratta dal Vangelo di Nicodemo. Cristo, all'interno di una mandorla, solleva per i polsi i Progenitori per condurli in Paradiso. Ai suoi piedi le porte bronzee dell'Ade divelte si dispongono in croce. A volte compare la figura di Satana vinto e incatenato come nella narrazione del Vangelo di Nicodemo:

Ed ecco il Signore Gesù Cristo venire nello splendore di una luce eccelsa, mansueto, grande ed umile, portando in mano una catena: la avvinse al collo di Satana, gli legò le mani dietro la schiena, lo scaraventò all'indietro nel Tartaro e gli mise il suo santo piede sulla gola, dicendogli: "Per tutti i secoli hai fatto tanti mali, non ti sei arrestato in alcun modo. Oggi ti affido al fuoco eterno".
E chiamato immediatamente l'Inferno, gli ordinò: "Prendi questo pessimo e perverso soggetto e tienilo in custodia fino al giorno in cui te lo indicherò io". (Nicodemo, XXIV, 2-3)

Nel mosaico di Otranto all'ingresso dell'Inferno figurano, particolare del tutto inconsueto in ambito bizantino, entrambi i rappresentanti del Regno degli Inferi – indicati esplicitamente come Infernus e Satanas – con un'inversione rispetto al testo: Satana con la testa coronata (altra anomalia) siede su un trono di vipere mentre ad essere legato e incatenato è l'Inferno.
 
Infernus e Satanas
 
Nella zona sottostante c'è una donna nuda morsa alla bocca da un serpente (una calunniatrice) affiancata dal ricco Epulone avvolto dalle fiamme che si porta la sinistra alla bocca chiedendo dell'acqua mentre con la sinistra indica Lazzaro seduto in Paradiso nel grembo di Abramo.

La calunniatrice ed il ricco Epulone
 
Giacobbe, Abramo (con in grembo l'anima di Lazzaro) ed Isacco
 
Più in basso stanno, uno accanto all'altro, tre dannati nudi che indossano strani cappucci adorni di nastri e vengono tormentati dai serpenti.


Ancora più in basso è raffigurata la pesa delle anime che, solitamente effettuata dall'arcangelo Michele, è qui invece affidata ad un diavolo alato.

La pesa delle anime

Più in basso, al margine inferiore dell'Inferno, nell'uomo nudo che guarda verso l'alto ed impugna un tridente con la sinistra dovrebbe identificarsi Caronte e, sotto di lui, nell'animale con testa e orecchie di cane e corpo di serpente, Cerbero.

Caronte e Cerbero

Nel Paradiso, in posizione speculare rispetto a quella occupata dalla coppia Satana-Inferno, si dispongono i tre Patriarchi, Abramo con in grembo l'anima di Lazzaro e Isacco e Giacobbe (quasi scomparso) con quelle degli altri beati.
Sopra di loro un cervo - identificato da un cartiglio - che volge la testa verso il fogliame della cima dell'albero, simbolo di salvazione (Come il cervo anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio, Salmo 41).


 


domenica 18 ottobre 2015

La chiesa di San Giovanni Battistà, Patù

La chiesa di San Giovanni Battistà, Patù


L'edificio, a pianta basilicale, è costruito, nella sua parte originale, con megaliti di pietra calcarenitica (tufo) ed è di difficile datazione (1).
La facciata doveva originariamente presentarsi con un basso tetto a spiovente a capriate lignee (come lasciano intuire i fori sotto le finestre per l’alloggio delle travi), l'attuale portale architravato (così risistemato nel 1523) sormontato da un arco di scarico e da un'ampia bifora, mentre la parte retrostante presentava solo l'attuale abside bassa e profonda. La struttura dell'edificio doveva perciò essere simile a quella della vicina chiesa di Sant'Eufemia a Specchia.


L'interno è a tre navate, divise da pilastri a sezione rettangolare che sostengono archi a tutto sesto. Sopra le arcate vi sono monofore che originariamente dovevano dar luce all'ambiente.


L'edificio è stato più volte rimaneggiato in epoca mediovale e integrato con una terminazione superiore a terrazze digradanti dei tetti (che si può ancora riconoscere dalle forme diverse dei laterizi utilizzati nelle parti superiori delle pareti), con una volte a botte lunettata al di sopra della navata centrale, con volte rampanti sulle navate laterali e con un grande occhio al di sopra dell'abside.

Facciata absidale

Nel corso dei restauri del 1905, commissionati dall'allora sindaco di Patù, tutte le pareti furono ricoperte di intonaco e la maggior parte degli  affreschi, che un tempo decoravano l’interno andarono in gran parte perduti (2).  L’unico ad essersi conservato meglio, sul pilastro di sinistra vicino l’altare,  rappresenta probabilmente proprio San Giovanni Battista e risale al XIII-XIV secolo.

San Giovanni Battista

Altri brani di affresco – riferibili a tre diverse campagne decorative - sono reperibili nella zona absidale. Allo strato più recente sono da attribuire i due santi vescovi a destra (XIV secolo), mentre spostandoci al centro compaiono i resti di un Cristo (identificato dal nimbo crucigero), databile al XII secolo, a sinistra del quale si scorgono tracce del ciclo decorativo più antico probabilmente databile alla seconda metà del X secolo.
A sinistra dell'ingresso, è conservato nella sua originaria posizione, un basamento di una statua di epoca romana (I-II sec), probabilmente proveniente dal sito dell'antica Vereto, eretta dai genitori a ricordo del figlio morto. Il basamento è costituito da un alto zoccolo e da un coronamento. Sul piano superiore si conservano gli incavi d'orma per i piedi della scultura. Sul basamento si legge la seguente epigrafe:

FADIO M.F. – VALERINO – POST MORTEM – M. FADIUS VALERIANO PATER – ET MINA VALERIANA MATER – L.D.D.D. (Locus datus decreto decurionum).
    A Marco Fadio - Valerino - dopo la morte - Marco Valeriano padre - e Mina Valeriana madre - posero -( Luogo concesso per decreto dei decurioni) (3)
Sull'architrave che sormonta il portale d'ingresso è invece incisa una lunga iscrizione (purtroppo gravemente danneggiata), riferibile ad i restauri operati nel 1523, che è stata così ricostruita:

Presidio divi hic Karolus rex agmine multo
Viribus afflixit Mauria bella duce
Tum struxit Templum ad sancti decus ipse Joannis
Sexcentis decimus septimus annus erat
Reliquias hic clausas dic cui scire licebat
Per longum tempus nullibi rumor erat
Vicarius Francisco Antonio praesule digno
Primum Antonius reperit ipse tamen

Guidato dalla protezione del Santo, qui re Carlo, con un esercito numeroso,
umiliò nella potenza le orde dei Mori.
Quindi, egli stesso fece costruire la chiesa in onore di San Giovanni.
Correva il seicentodiciassettesimo anno.
Annunzia, (o pietra), a chi pur doveva sapere, che le reliquie erano
nascoste qui; per lungo tempo era girata la voce che esse non si trovassero in nessun luogo.
Tuttavia lo stesso Vicario Antonio, al tempo del degno
Vescovo Francesco Antonio, le ha per primo ritrovate. (4)
 
Particolare dell'architrave con l'iscrizione
 
 
Note:
 
(1) La Falla Castelfranchi propone addirittura una datazione al VI secolo (M.Falla Castelfranchi, La Chiesa di San Giovanni Battista e le Cosiddette "Centopietre" a Patù in Puglia preromanica. Dal V secolo agli inizi dell'XI, 2004, pagg. 269-273), mentre secondo P. Arthur non si rilevano evidenze archeologiche antecedenti al XIII secolo.

(2) L'intonacatura venne successivamente rimossa nel corso di un nuovo intervento di restauro effettuato negli anni Cinquanta.

(3) Questa epigrafe è la prova più evidente della istituzione municipale in Vereto in epoca romana, con la particolarità dello statuto noto come decurionato. I tre personaggi dell’epigrafe (padre, madre e figlio) recano lo stesso cognome, Valerianus: evidentemente i genitori erano dei liberti che in onore del benefattore avevano assunto quel cognome all’atto dell’emancipazione, per poi imporlo anche al figlioletto.

(4) Secondo la leggenda, la fondazione della chiesa sarebbe da porsi in relazione con la vittoria riportata sugli arabi da Carlo il calvo il 24 giugno dell'877 (festa di san Giovanni Battista) in uno scontro nei pressi di patù, nella piana ancora oggi nota come Campo re.Vedi anche scheda Le Centopietre di Patù.





domenica 11 ottobre 2015

Il castello di Morciano di Leuca

Il castello di Morciano di Leuca (castello Valentini-Castromediano)


Fu fatto costruire da Gualtieri VI di Brienne (cfr. scheda La contea di Lecce e la casa dei Brienne) nel 1335 per difendere la parte meridionale dei suoi possedimenti dalle mire espansionistiche del conte di Caserta Filippo de la Rath (1).
Presentava originariamente una pianta quadrangolare rinforzata agli angoli da quattro massicci torrioni circolari.
La torre di NO fu fatta abbattere nel 1507 dall'allora proprietario, il barone Rodolfo Sanbiasi, per far posto al convento dei Carmelitani da lui fondato. Sempre in quel periodo, quella stessa parte del castello fu ulteriormente rimaneggiata al fine di consentire l’addossamento della chiesa del Carmine, anche questa appartenente, come il convento, ai Padri Carmelitani.
Altri due torrioni non sono più visibili perchè successivamente inglobati nella muratura.


L'unico torrione superstite nella sua struttura originaria, si presenta suddiviso in tre piani: tra il piano terra e il primo piano si nota un cordone orizzontale che ne delimita all’esterno le rispettive altezze; mentre il primo piano è suddiviso dal secondo da una serie di beccatelli (mensolette che accanto ad una finalità decorativa avevano anche una funzione architettonico-militare di sostegno ad alcune bertesche, cioé a delle postazioni lignee indispensabili alla difesa e al contrattacco con armi quali archi, balestre, lance, acqua e olio bollente). In alto il torrione termina con un altro cordone cilindrico e un tamburo rientrante. Le pareti verticali e l'assenza di scarpatura rendono evidente che fu costruito prima dell'avvento delle armi da fuoco.
Elementi caratterizzanti del castello sono i merli della cortina di coronamento la cui forma è quella del giglio di Francia (che fu aggiunto allo stemma dei Brienne dopo il matrimonio di Gualtieri VI con Beatrice di Taranto, nipote di Roberto d'Angiò, nel 1321).

La particolare merlatura vista dalla corte
 
L'adeguamento della fortificazione all'introduzione delle armi da fuoco – operato soprattutto dai feudatari ch tennero il castello tra il XVI ed il XVII secolo (de Nantolio, Capece e Castromediano) (2) – ha riguardato essenzialmente il rifacimento delle cortine esterne e delle piazze d'armi delle torri, lasciando quasi intatto l'alloggio baronale interno che mostra ancora la particolare merlatura originale.
Portale d'ingresso
 
Il portale d'ingresso, difeso da un machicolio, è sormontato da stemmi gentilizi che fungono da ornamento. Attraverso il portone si accede ad un ampio cortile interno intorno al quale si distribuiscono grandi stanzoni adibiti a fienili, scuderie, legnaia, cucine, officine, botteghe artigianali, forno e deposito d'armi. Sul lato destro è addossato uno scalone che conduce ai piani superiori occupati dagli alloggi degli ospiti e dalle stanze del feudatario.

Nel XVI secolo, quando il pericolo da fronteggiare non erano più le mire espansionistiche dei de la Rath ma le incursioni dei pirati arabi, immediatamente nei pressi del castello si sviluppò il cosiddetto Rione delle Torri, formato da abitazioni-fortilizio edificate dai cittadini più abbienti che riproducevano in scala minore la struttura architettonica del castello (portone d’ingresso, cortiletto centrale, magazzino e stalla, scala scoperta per l’accesso al primo piano con un modesto alloggio e una torre quadrata munita di feritoie e scalatoie). Questi minuscoli fortilizi, strettamente addossati gli uni agli altri a ridosso del castello, formavano una linea difensiva capace di resistere agli scorridori arabi.


Note:


(1) Nel 1335 Filippo de la Rath, conte di Caserta, sposando Caterina d'Auney, era venuto in possesso della ricca contea di Alessano e mirava ad espandere i propri possedimenti nel Capo di Leuca a scapito di Gualtieri VI di Brienne.

(2) I Valentini acquistarono nel 1848 il castello dai Castromediano, duchi di Morciano, con i quali si imparentarono grazie al matrimonio tra Valentino Valentini e Adelaide Castromediano, sorella del famoso duca Sigismondo. Da tale matrimonio nacque solo una figlia, Teresa, che sposò il cugino Vito Valentini, i cui figli assunsero il doppio cognome Valentini Castromediano ed i cui eredi sono ancora proprietari del castello