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venerdì 17 gennaio 2014

L'icona della Vergine Hodighitria nel santuario della Madonna di San Luca a Bologna

L'icona della Vergine Hodighitria nel santuario della Madonna di San Luca a Bologna

Icona della Madonna di San Luca
cm. 65x57

L'origine leggendaria dell'icona della Vergine Hodeghitria, custodita nel Santuario della Madonna di San Luca sul colle bolognese della Guardia, è narrata per la prima volta nell'Historicus contextus (1459), opera di un notabile bolognese, Graziolo Accarisi, a cui si deve anche la prima processione in città della sacra immagine.
Secondo questo racconto, un eremita greco, visitando la chiesa costantinopolitana di Santa Sofia, notò questa icona e la scritta che l'accompagnava: Questa è opera fatta da San Luca cancelliere di Cristo, che deve essere portata alla Chiesa di San Luca sopra il Monte della Guardia costrutta, ed ivi sopra l’altare collocata. L'eremita – a cui in un testo più tardo viene dato il nome di Teocle Kmynia – ricevette l'icona in affidamento dai canonici della chiesa con l'incarico di trovare il luogo dove doveva essere collocata.
Giunto a Roma, Teocle incontrò l'ambasciatore di Bologna – Pascipovero de' Pascipoveri - che gli svelò dove si trovava il Monte della Guardia e dove l'icona fu portata in processione per essere riposta in una chiesetta dedicata a S.Luca.
Da un punto di vista storicamente accertabile, in un documento datato 30 luglio 1192 la nobildonna bolognese Angelica Bonfantini stabilì di prendere i voti e darsi alla vita eremitica sul Monte della Guardia, donando tutti i suoi beni per costruirvi un romitorio ed una chiesa. Con un documento che porta la data dell'anno successivo, papa Celestino III da' mandato a Gerardo di Gisla, vescovo di Bologna, di porre la prima pietra dell'edificio, benedetta dallo stesso pontefice come richiesto da Angelica. Con tutta probabilità, l'icona della Vergine Hodighitria faceva parte delle proprietà della famiglia della nobildonna.

Descrizione
La Vergine - del tipo detto della Hodighitria (che indica la Via), cioè il Bambino che è la via la verità la vita (Giovanni, XIV, 6) - tiene in braccio Gesù benedicente. La Vergine porta una veste di colore blu-verde, sotto la quale si intravede una sottoveste rossa. I tratti del viso sono allungati, le dita della mano affusolate. Il Bambino, dalla testa piccola rispetto al corpo, ha il braccio destro atteggiato nel gesto di benedizione, mentre la mano sinistra è chiusa a pugno. La tunica del Bambino è dello stesso colore rosso della sottoveste della Vergine. Sullo sfondo si notano filari di piccole foglie d'edera, inseriti l'uno nell'altro ed intervallati da piccole perle. Due fasce laterali di circa 4 cm. decorate con motivi floreali contornano la tavola, mentre la parte superiore appare tagliata.
L’ immagine oggi visibile non corrisponde in tutto a quella dipinta originariamente sulla tavola, risulta infatti dal rimaneggiamento di una analoga ad essa sottostante. Le indagini radiografiche e stratigrafiche eseguite nel 1991 hanno infatti accertato che al di sotto dell'immagine attuale ne esiste un'altra più antica che farebbe anticipare al IX-X secolo la datazione della tavola, ed i caratteri stilistici riscontrati ne avvallerebbero l'origine orientale.

Il volto della Vergine nell'immagine sottostante come appare nella radiografia

Il viso ha contorni più morbidi e plastici che sembrano bene accordarsi nell'accentuato arrotondamento del mento. Il naso allungato ha il setto sottile e la narice piccola e rialzata; la bocca ben equilibrata, con entrambe le labbra carnose, ed ha solo vagamente accennata la prosecuzione del labbro superiore. L'occhio è grande, moderatamente allungato ma equilibrato rispetto agli altri elementi del volto, ha la pupilla accentuata rispetto al globo e collocata in modo da dirigere lo sguardo verso l'osservatore. Il volto è innestato su un collo leggermente corto rispetto al viso, con una leggera zona d'ombra sotto il mento.

Un ulteriore elemento a sostegno di una provenienza orientale sarebbe inoltre l'uso dell'indaco, con cui è dipinto il manto della Vergine: pigmento molto utilizzato in Asia Minore ma poco diffuso in Italia, dove storicamente gli si preferivano l'oltremare e l'azzurrite.
La tavola potrebbe quindi essere stata dipinta in ambito bizantino, portata in Italia intorno al periodo di fondazione della prima chiesa sul Colle della Guardia (1192) forse da pellegrini o crociati bolognesi, ed in seguito ridipinta (XII-XII sec.) seguendo le linee del precedente modello, ma con caratteristiche più marcatamente occidentali che appaiono ancor più evidenti dopo il recente restauro che ha restituito all'icona colori più vivi e brillanti - nell'azzurro del marphorion e nel giallo-oro del fondo - nonchè alcuni dettagli, come il piede del Bambino, coperti da interventi precedenti .

L'icona dopo il recente restauro






sabato 4 gennaio 2014

San Michele al foro, Rimini

San Michele (San Michelino) al foro

Abside

Della chiesa di San Michele in foro - così detta perché, prima che fosse costruito l'isolato con la Torre dell'orologio (XVI sec), affacciava con il suo prospetto principale sul foro cittadino (l'odierna Piazza Tre Martiri) - è attualmente visibile solo l'esterno dell'abside poligonale, sulla quale si distingue il succedersi nel tempo di diversi interventi: vi si trovano, benché murate o parzialmente cancellate, quattro grandi finestre e gli archetti pensili che le sormontano. È evidente, nella parte bassa della struttura, il richiamo alle costruzioni ravennati del VI secolo nella tecnica, nella pianta dell'edificio e in alcuni elementi reimpiegati (sono visibili i tubi fittili impiegati nella costruzione delle volte degli edifici religiosi nel territorio ravennate). Più difficile valutare i diversi successivi interventi anche a causa degli sconvolgimenti della struttura interna e della mancanza di un intervento strutturale complessivo.
Ai lati dell'abside sono collocate delle iscrizioni frammentarie ritrovate nel sito e nelle sue vicinanze, evidente reimpiego dal vicino teatro romano.


Transetto

Nonostante la scarsità di fonti, l'edificio deve essere uno tra i più antichi edifici di culto riminese, posizionato a ridosso del foro della città. Esso è ubicato al centro di un'area particolarmente interessata dalla devozione locale: entro il X secolo infatti a pochi metri a nord e a sud sorsero altre chiese, rispettivamente S. Giorgio in Foro e S. Innocenza, abbattuta nel 1919 e il cui perimetro è stato evidenziato nei più recenti lavori di riqualificazione della zona.
La chiesa di S. Michele ebbe particolare fortuna tra XII e XIV secolo quando appartenne all'Ordine dei Templari prima e poi – dopo il 1312 – a quello giovannita. La chiesa rimase di proprietà dell'Ordine fino alla sua sconsacrazione nel 1809 quando fu ceduta a privati ed adibita a granaio e quindi a magazzino per il vino.
Agli inizi del XIX secolo l’edificio venne disegnato dal Cav. Seraux D’Agincourt e pubblicato nella sua "Histoire de l'art par les monuments", TAV. LXXIII, n.6 (1811), e datato al V secolo come uno dei primi esempi noti di chiesa a croce latina. Si nota in particolare come nel disegno del D’Agincourt, i bracci del transetto siano separati rispetto alla navata da pareti.


Le parti dell’edificio di San Michele in Foro distinguibili dall’omonimo vicolo sono state pressoché tutte completamente intonacate oltre che soggette a trasformazioni notevoli (come la recente brutale apertura di un garage in facciata); ciò che si può semplicemente rilevare è la pianta a croce dell’edificio.
Entrando invece in un cortile condominiale posto sul retro del vicolo è possibile osservare la zona absidale e la parte terminale del transetto.
L’abside, vagamente semicircolare, è tuttavia esternamente suddivisa in cinque settori da altrettante lesene.In parte i settori dell’abside sono ancora intonacati in rosso e in blu: l’intonaco pare essere piuttosto antico, forse non successivo al XVII secolo.
La finestre che attualmente si aprono a destra dell’abside sono certamente recenti, mentre tra esse si notano i resti di una più antica, piuttosto strombata, posta all’estremo margine dell’abside e quindi pressoché allineata alla navata, perciò da essa quasi invisibile.
Interessante appare la parte terminale del transetto sinistro che mostra un grande arco tamponato in antico ed una finestra a tutto sesto anch’essa tamponata.
Poiché si notano mattoni sbrecciati ai margini dell’apertura nonché fondazioni di muri sporgenti e curvi che partono dalla base dell’apertura stessa, Carlo Valdameri (I resti della chiesa di San Michelino in foro di Rimini, osservazioni, ipotesi) ha avanzato l' ipotesi che dai due bracci dei transetti originariamente sporgessero altrettante absidiole.


In questo caso non ci si troverebbe in presenza di un edificio impostato a croce latina, almeno nel senso che in generale si attribuisce a questa definizione. Ci si troverebbe altresì davanti ad una chiesa a navata unica, con ai lati due piccole cappelle (protesis e diakonikon) separate dalla navata - vedi la pianta disegnata da D’Agincourt. Questi potrebbe essere stato tratto in inganno da un allungamento della nave operato in epoca successiva su un originario impianto a croce greca simile a quello del mausoleo di Galla Placidia.

All'interno si nota la distruzione della cupola (forse impostata su pennacchi piani), avvenuta nel dopoguerra, nonché le numerose alterazioni delle strutture che sono state adattate ad uso civile.
All’ultimo quarto del XIII secolo va ricondotta (F.Zeri) anche l’unica decorazione parietale ancora conservata nella chiesa: una pittura murale raffigurante una santa dipinta nell’abside.


L’immagine riaffiorata qualche anno fa mostra i segni della martellatura e dal punto di vista iconografico rappresenta un piccolo enigma. Infatti, la figura sembra stringere nella mano destra una pietra, un attributo che potrebbe suggerirne l’identificazione con Emerenziana, una delle compagne di Agnese che venne appunto lapidata. Altre identificazioni proposte sono quelle con S.Elisabetta d'Ungheria (C.Valdameri) e con una Madonna Annunciata (G.Rimondini e A.Peroni, secondo questa interpretazione la figura femminile avrebbe in mano non una pietra ma la matassa di filo con cui Maria tessette il velo del Tempio, Protovangelo di Giacomo X,2)*.
La pittura murale, al di là delle valutazioni di ordine qualitativo, si configura come una testimonianza di notevole importanza proprio per la rarità delle opere superstiti di sicura committenza templare.

* Cfr. Il mosaico dell'Annunciazione nella Basilica Eufrasiana di Parenzo.

Bibliografia:
- Carlo Valdameri, La chiesa di San Michelino in Foro a Rimini. L'Histoire de l'art per les monuments di J. B. Seroux D'Agincourt e la tradizione della pianta a croce latina in Parola e tempo, 13/2014, Annuale dell'Istituto Superiore Scienze Religiose A. Marvelli, Diocesi di Rimini, Pazzini Editore, pp. 325 - 343.





venerdì 3 gennaio 2014

Porta Montanara e Porta Galliana, Rimini

Porta Montanara

 
La costruzione della Porta Montanara - detta anche in epoca medioevale Porta di Sant'Andrea dal nome di una chiesa che sorgeva nelle sue vicinanze - risale al I secolo a.C. e si inserisce in un organico programma di riassetto del sistema difensivo cittadino, attribuito a Silla. La porta rientrerebbe nell’ambito delle ricostruzioni che seguirono alle rappresaglie nei confronti della città, schieratasi dalla parte dei populares di Mario nel corso delle guerre civili (87-82 a.C.)
Indagini archeologiche hanno appurato l’esistenza di un’ampia corte di guardia con una controporta interna, a conferma della complessità del sistema difensivo.

 
L’arco a tutto sesto attualmente visibile costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dai colli lungo la via aretina (da cui il nome di Porta Montanara), percorrendo la valle del Marecchia. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli, il percorso in uscita da Rimini, attraverso il cardo massimo, e quello in entrata.
Strutturalmente, la porta era costituita da blocchi di arenaria squadrati regolarmente di colorazione giallastra. Originariamente era formata da due fornici speculari costituiti da un doppio giro di cunei di 3,45 metri di larghezza e 5,90 di altezza. I piloni laterali raggiungevano una larghezza di 2,60 metri e quello centrale un metro in meno dei corpi più esterni. Il complesso monumentale aveva una profondità di 2,20 metri e raggiungeva una larghezza massima complessiva di 12 metri e mezzo.
Forse già sotto il regno di Antonino Pio (138-161), a causa dell’innalzarsi del piano stradale, il fornice di sinistra fu chiuso e l’arcata dell’altro fornice rialzata.
La porta, così ridimensionata ad un solo fornice e successivamente raccordata alle abitazioni limitrofe (il complesso fortificato delle Case Rosse dei Malatesta prima, poi Palazzo Graziani), continuò a segnare l’ingresso alla città fino alla seconda guerra mondiale nel corso della quale fu gravemente danneggiata.

 
Al termine del conflitto, nella convulsa fase ricostruttiva, il monumento fu distrutto nella parte rimasta in vista per tanti secoli, mentre fu recuperata la parte inglobata nelle murature delle case adiacenti.
L’arco venne inizialmente rimontato a fianco del Tempio Malatestiano, prima di essere ricomposto, nel 2004, circa 40 metri a sud della sua collocazione originaria.
 
 
Porta Galliana
 
 
La Porta Galliana (popolarmente nota come Arco di Francesca) fa parte della cinta muraria duecentesca, e deriva il suo nome dal fatto di sorgere in quella che al tempo era un proprietà della famiglia Galliani. Interrata per la gran parte, si riconosce la cuspide dell'arco a sesto acuto, in pietra, frutto di lavori di restauro e abbellimento voluti da Sigismondo Pandolfo Malatesta. Dal bassorilievo di Agostino di Duccio (databile tra il 1449 ed il 1455) nella cappella dei Pianeti nel Tempio Malatestiano possiamo desumere come si presentasse all'epoca la porta.
 
 
Presto tuttavia la struttura decadde a favore di altre porte oggi a loro volta scomparse, e subì un degrado che la ridusse all'interramento e, in seguito, ad ospitare all'interno del varco un condotto fognario risalente probabilmente al XVII secolo.




 

giovedì 2 gennaio 2014

L'Arco di Augusto, Rimini

L'Arco di Augusto

Fronte esterno
 
L’ Arco di Augusto segna l'ingresso alla città ed il termine della via Flaminia tracciata dal console Flaminio nel 220 a.C. per collegare Roma a Rimini.
Eretto nel 27 a.C. come porta onoraria, esprimeva la volontà del Senato di celebrare la figura di Ottaviano Augusto e la sua munificenza per aver restaurato a proprie spese la via Flaminia, così come manifestato dall'epigrafe in lettere dorate una volta posta sopra l'arcata (attualmente molto danneggiata).

Resti dell'epigrafe sul fronte esterno

Il monumento si inseriva nella cinta muraria più antica - della quale, ai suoi lati, sono visibili i resti, in blocchi di pietra locale – sostituendo la Porta Romana di età repubblicana che venne demolita, spianata e ricoperta da una colata di 3 metri di calcestruzzo .

 
L'arco si presenta oggi isolato, a seguito dell'intervento di demolizione dei corpi adiacenti eseguito nel 1937. La costruzione originaria - in muratura a sacco rivestita da pietra d’Istria - era invece inglobata tra due torri poligonali di cui rimangono poche tracce e sormontata da un attico che doveva completarsi con una statua marmorea dell'imperatore alla guida di una quadriga (1). Il netto sviluppo verticale dell'arco (17,50 m. di altezza contro c.ca 15 di larghezza e 4 di profondità) è spiegabile con la necessità di inserirlo all'interno di una struttura (mura e torri) preesistente.
L'arco è inquadrato da coppie di colonne corinzie sormontate da un frontone triangolare: la sommità, forse crollata per i terremoti, venne orlata da una merlatura in epoca medioevale (X sec) a formare un camminamento di ronda.

Fronte interno
 
L'architettura è esaltata da un ricco apparato decorativo carico di significati politici e propagandistici: un'apertura talmente ampia da non poter essere chiusa da porte, ricordava la pace raggiunta dopo un lungo periodo di guerre civili (2); Le divinità rappresentate nei 4 clipei ai lati dell'arco esaltavano la grandezza di Roma e la potenza di Augusto: nel lato esterno Giove, con il fascio di folgori, espressione del potere imperiale, e Apollo, protettore di Augusto e della sua famiglia, con la cetra e il corvo, simboli del suo legame con la musica e della sua facoltà di parlare attraverso gli oracoli; verso la città Nettuno, con il tridente e il delfino, e Roma, con la spada e il trofeo, immagini del dominio sui mari e sulla terra. Mentre la testa di bue scolpita nel cuneo di chiave dell'arco interno simboleggia lo status di colonia romana della città di Rimini.
 
Nettuno

Note:

(1) Nella collezione Anguissola di Piacenza si trova la testa di un cavallo che si pensa facesse parte della quadriga, la cui presenza è attestata da uno scritto di Cassio Dione.

(2) Quando, in epoca successiva, si rese necessario chiudere l'arco per ragioni difensive, furono erette due porte di fortuna all’interno delle due fronti.











 

mercoledì 1 gennaio 2014

Il ponte di Tiberio, Rimini

Il ponte di Tiberio

 

Costruito interamente in pietra d'Istria, il Ponte di Tiberio scavalca con cinque arcate a tutto sesto e con una leggera incurvatura a schiena d'asino il Marecchia, l'antico Ariminus, il fiume che alla città ha dato il nome e il porto, costituendone per secoli il limite settentrionale.
Il ponte viene detto di Tiberio ma in realtà è stato iniziato nel 14 d.C. per decreto dell’imperatore Ottaviano Augusto e terminato nel 21 d.C. dal suo successore, il figlio adottivo Tiberio, come attestato dall'iscrizione scolpita al centro delle due fronti interne dei parapetti:
 

IMP. CA(E)SAR DIVI F(ILIUS) AUGUSTUS, PONTIFEX MAXIM(US), CO(N)S(UL) XIII, IMP(ERATOR) XX, TRIBUNIC(IA), POTEST(ATE), XXXVII, P(ATER) P(ATRIE); TI (BERIUS) CAESAR DIVI AUGUSTI F(ILIUS),DIVI JULI N(EPOS), AUGUSST(US), PONTIF(EX) MAXIM(US), CO(N)S(UL) III, IMP(ERATOR) VIII, TRIB(UNUCIA) POTEST(ATE) XXII DEDERE

La straordinaria solidità del ponte e la sua resistenza alle piene del fiume, molto frequenti e violente, sono dovute all’ottima tecnica impiegata dai suoi costruttori ed ai sottili accorgimenti a cui hanno fatto ricorso i suoi progettisti (secondo alcuni studiosi il disegno del ponte sarebbe da attribuirsi a Vitruvio).
I sei piloni di sostegno sono obliqui rispetto all’asse del ponte, per assecondare la corrente del fiume. Dalle basi di tali piloni sporgono per 2 metri speroni lapidei che servivano come frangiflutti. Le fondamenta dei singoli piloni formano inoltre un'unica fondazione, tale da assicurare la stabilità più completa.
Il ponte misura in lunghezza m. 62,60 senza contare le testate, in parte interrate.
La larghezza del ponte è di 8,65 m. La sede stradale è larga 4,91m.
Le arcate non sono tutte delle stesse dimensioni, quella centrale ha luce di 10,50 e le altre variano dai 8,70 m. ai 8.80 m.
Sul fronte mare i pilastri appaiono decorati da edicole che probabilmente alloggiavano originariamente delle statue. Alcuni emblemi in onore di Augusto si notano inoltre scolpiti in alcune chiavi di volta delle arcate.
Il ponte costituiva infine il punto di origine – da cui venivano calcolate le milia segnate sui miliari – della via Emilia e della via Popilia.

Nel 552, durante la guerra greco-gotica, il comandante del presidio goto Usdrila, nel tentativo di sbarrare la strada verso Roma alle truppe di Narsete, fece tagliare l'arcata settentrionale verso borgo S.Giuliano che appare infatti tutt'oggi diversa dalle altre.
In epoca medioevale la testa del ponte verso la città venne rinforzata da una torre, fortificazione della porta e barriera daziaria, ricordata dalle fonti prima della sua distruzione durante il XVIII secolo.







lunedì 16 dicembre 2013

Il quartiere veneziano di Costantinopoli

Il quartiere veneziano di Costantinopoli


L'esistenza di un insediamento veneziano in seno alla città di Costantinopoli è attestata con certezza dalle fonti ufficiali per la prima volta nelle concessioni accordate alla Repubblica da Alessio I Comneno con la crisobolla del 1082.
In epoca comnena il quartiere veneziano si estendeva sulla sponda meridionale del Corno d'oro tra la Porta di Perama, detta anche Porta degli Ebrei (l'attuale Balikpazari kapisi) e la Porta del Drongario (l'attuale Odun kapisi) per una lunghezza corrispondente a circa un terzo di miglio.
La Porta del Drongario era così detta perchè costituiva l'accesso riservato al δρουγγαριος τησ βιγλασ, il funzionario responsabile dei servizi di polizia (Vigla) che avevano la sede centrale proprio nei pressi della porta.
La Porta di Perama (letteralmente Porta del Passaggio) doveva invece il nome al fatto che qui si trovava il molo da cui partivano i collegamenti marittimi con la sponda settentrionale del Corno d'oro (Galata). Durante l'occupazione latina viene rinominata Porta degli Ebrei perchè in questa area – dove adesso sorge la moschea Yeni Cami – si era stabilita una comunità di ebrei caraiti. Nella mappa di Cristoforo Buondelmonti (1422) appare inoltre indicata come Porta Piscaria, probabilmente per via del mercato del pesce che usualmente si teneva nelle sue vicinanze, denominazione che rimane nel nome turco della porta attuale (Balikpazari kapisi=Porta del mercato del pesce).

Balikpazari kapisi

Alcune fonti menzionano nella stessa area la Porta San Marci (1) che era in realtà una posterla realizzata in prossimità della chiesa latina dedicata a S. Marco.
Sul litorale, esternamente alle mura marittime, dalla Porta del Drongario a quella di Perama, correva la strada del Drongario, sui cui si affacciavano due filari di abitazioni. All'incirca a metà del tratto di mura compreso tra le due porte, se ne apriva un'altra – la Porta di S.Giovanni de cornibus (l'attuale Zindan kapisi), dal nome di una chiesa che sorgeva nelle vicinanze – che dava accesso al molo detto Scalo del Drongario.

Porta di S.Giovanni in cornibus (Zindan kapisi)

Da questa porta partiva un'importante strada commerciale – il Makros Embolos, corrispondente all'attuale Uzun Çarşı Caddesi – che tagliava perpendicolarmente il quartiere e lo connetteva al centro della città.
Le mura marittime dividevano quindi il quartiere veneziano in una parte extra moenia ed in una intra moenia, il cui limite meridionale era segnato dal muro del sebastokrator, così nominato in un documento del 1206, e di cui non rimane più nulla. Se ne trova però una reminiscenza nel nome attuale del quartiere: Takhti Kale (letteralmente “sopra la fortezza del muro”).
Nel 1189, il quartiere veneziano si espanse verso est a scapito del confinante quartiere genovese, includendo il Palazzo di Botaniate o dei Kalamanos che divenne la sede ufficiale degli uffici amministrativi della colonia. Dopo la caduta dell'Impero latino (1261), i genovesi ottennero da Michele VIII Paleologo l'autorizzazione a demolire la residenza, alcune spoglie della quale furono reimpiegate nella costruzione del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova (2).

Una delle tre teste leonine murate nel portico del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova e provenienti dal Palazzo di Botaniate

All'interno del quartiere veneziano si trovavano quattro chiese adibite al culto latino: S. Acindino, S.Marco de Embolo (“al mercato”) (3), S.Maria de Embolo e S.Nicola de Venetorum.
S.Acindino era la prima chiesa ad essere stata ottenuta dai veneziani, come indica la sua dedicazione ad un santo martire persiano che lascia supporre la sua origine legata al culto greco-ortodosso. Esiste infatti un documento in cui il doge Vitale Falier (1084-1096) la dona nel 1090 al Monastero veneziano di S.Giorgio Maggiore. Al suo interno erano conservati i pesi e le misure utilizzate nelle transazioni commerciali della colonia e vi venivano stipulati gli atti ufficiali giacché il suo sacerdote titolare svolgeva le funzioni di notaio (a partire dal XIII secolo verrà sostituito in questa funzione dal titolare della chiesa di S.Marco).
S.Maria de Embolo: era anche detta chiesa di Sancta Maria in capite Viglae, doveva quindi trovarsi nei pressi della Porta del Drongario.
S.Marco de Embolo: appare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1150, era probabilmente costruita per buona parte in legno e si trovava anch'essa nei pressi della Porta del Drongario.
In questa chiesa, la notte del 14 dicembre 1452, il bailo Girolamo Minotto convocò il Consiglio dei Dodici (4) che a somiglianza del Consiglio dei Dieci della madrepatria, lo affiancava nel governo della colonia, in cui fu presa la decisione di trattenere in porto le navi veneziane e partecipare attivamente alla difesa della città.

Durante l'occupazione latina, il quartiere veneziano era governato da un Podestà che era anche il massimo rappresentante della Serenissima per tutta la Romània. Dal 1277 – quando Michele VIII Paleologo, pur riducendone l'estensione, concesse ai veneziani di rientrare in possesso del quartiere di cui erano stati privati dopo la riconquista bizantina (1261) - al governo della colonia fu invece nominato un Bailo con durata biennale della carica.
Girolamo Minotto, nominato bailo di Venezia a Costantinopoli il 15 marzo 1450, potè raggiungere la città è prendere effettivo possesso della sua carica soltanto il 21 aprile 1451. Durante l'assedio organizzò e diresse il contributo dei veneziani presenti alla difesa della città. Catturato dalle truppe di Zaganos pasha fu giustiziato per ordine del sultano il 30 maggio insieme ad uno dei suoi figli.
La caduta della città segnò la fine del quartiere veneziano sul Corno d'oro ma già nel 1497, in base ad un accordo siglato con la Sublime Porta, i veneziani ebbero un ambasciatore permanente a Costantinopoli che mantenne il titolo di bailo e risiedette a Pera, nella cosidetta Casa baliaggia – l'attuale Palazzo Venezia, residenza stanbulina dell'ambasciatore italiano e sede del consolato - fino alla caduta della Serenissima (è considerata la prima sede di rappresentanza diplomatica permanente della storia).

Palazzo Venezia a Pera. L'aspetto attuale è frutto di un rimaneggiamento settecentesco.
 
Balkapani han
In questo han (centro commerciale) realizzato in epoca ottomana, ma le cui sostruzioni sono sicuramente precedenti al 1453, alcuni studiosi hanno identificato il sito su cui precedentemente sorgeva un fondaco veneziano.

Balkapani han

Note:

(1) Secondo altri autori la Porta di San Marci era invece il nome dato dai latini alla Porta di Perama.

(2) Un palazzo detto dei Botaniate o dei Kalamanos (domum Calamani et Votaniatae nel testo latino) compare in un inventario delle proprietà concesse in uso ai genovesi da Isacco II Angelo redatto nel 1192 ed in un altro del 1202, in cui viene collocato a metà della collina che dal Corno d'oro si estende fino al Foro di Costantino. Dovrebbe trattarsi del palazzo fatto costruire da Michele Botaniate, padre dell'imperatore Niceforo III (1078-1081), che soggiornò frequentemente nella capitale (cfr. Michele Attaliate, Storia. Opera che abbraccia un periodo che va dal 1034 al 1079 di cui l'autore fu testimone diretto e che è esplicitamente dedicata a Niceforo III). Il palazzo sarebbe stato successivamente occupato, nella seconda metà del XII secolo, dal generale di origine ungherese Costantino Kalamanos – nominato nel 1167 governatore della Cilicia da Manuele I Comneno – e dai suoi discendenti fino al 1192 quando fu donato ai genovesi che v'istallarono gli uffici amministrativi della loro colonia.
L'inventario del 1192 contiene anche una descrizione del palazzo da cui risulta che all'interno del muro che lo circondava, si trovavano due chiese.
Alcune rovine nell'area oggi occupata dagli edifici che ospitano la Istanbul Erkek Lisesi (una delle più rinomate scuole superiori della Turchia) e che risalgono per la gran parte al 1883, sono state identificate da alcuni studiosi come resti del palazzo.

La facciata esterna di una cisterna che prospetta sulla Cemal Nadir Sokak
(l'ingresso si trova al civico 23)
 
Interno della cisterna
 
Ipotetica facciata occidentale di una delle due chiese del Palazzo lungo la Hoca Hani Sokak
 
(3) Il termine embolo è sostanzialmente un equivalente del termine fondaco ed indicava un complesso di edifici in cui i mercanti stranieri, per concessione delle autorità locali, potevano risiedere, immagazzinare le loro merci e trattare i loro affari (exchange house). A Costantinopoli la parola estese il suo significato originario ad indicare l'intero quartiere veneziano. In alcune fonti veneziane, il quartiere costantinopolitano è indicato anche come contrà de San Marco Evangelista.

(4) Il Consiglio dei Dodici - così come a Venezia il Consiglio dei Dieci - non era quasi mai formato esattamente da dodici membri. Il numero dei partecipanti poteva variare infatti a seconda di quanti fossero in quel momento presenti nella colonia. Un esame dei verbali risalenti alla fine del Cinquecento ha permesso di contare da un minimo di otto a un massimo di una ventina persone compreso il bailo che lo presiedeva, ma non è detto che vi potessero essere anche maggiori variazioni.


Narrativa moderna e contemporanea

Alan Gordon, Morte nel quartiere veneziano, Hobby & Work, 2003.
Il giullare detective Theophilos indaga su una morte sospetta nel quartiere veneziano negli ultimi giorni del regno di Alessio II Angelo.

 




martedì 10 dicembre 2013

L'Oratorio di S.Maria in via Lata


L'Oratorio di S.Maria in via Lata
(Oratorio di S. Paolo apostolo, di Luca Evangelista e di Marziale martire)


L’antica Diaconia di Santa Maria in via Lata è composta da sette vani (oggi sotterranei) le cui pareti furono innalzate tra i pilastri di un portico su colonne (ipostilo) che correva parallelamente all’antica via Flaminia costruito intorno al I sec. Le stanze infatti conservano un aspetto ed una forma simmetrica in cui si possono ancora vedere alcuni dei pilastri in travertino posizionati agli angoli dei vani.

 In una successiva fase edilizia risalente al III-IV sec. il sito fu trasformato ad uso commerciale ricavando dei magazzini (horrea). A questo periodo farebbe riferimento anche la costruzione di un soppalco o di un piano rialzato al suo interno e di un tetto a volta.
L’intero complesso (porticato e magazzini) doveva essere di un altezza pari a circa 8 metri dal suolo.
Le attività di distribuzione dei beni di prima necessità, come la frumentatio, ovvero la distribuzione gratuita del pane al popolo, avvenivano in spazi come questo predisposti dalla Cura Annonae.
A partire dal VII sec., all’interno di molti di questi centri di distribuzione la Chiesa istituì le Diaconie che erano dedite alla carità e all’assistenza dei poveri favorendo l’unità del tessuto sociale cittadino con un’azione improntata all’amore verso il prossimo.

Una volta caduti in disuso, gli horrea situati lungo l’antica via Lata subirono delle trasformazioni; i muri in laterizio che dividevano le celle furono abbattuti per ottenere degli ambienti allungati a galleria nei quali furono poi istituiti la diaconia e l'oratorio di S.Maria in via Lata. Le fonti ecclesiastiche fanno risalire la consacrazione di questa diaconia – che fu probabilmente affidata a monaci orientali - al pontificato di Sergio I (687-701) anche se la datazione è ancora incerta (alcuni autori propongono di spostarla alla metà del VII secolo, durante il pontificato di Martino I, cfr. l'affresco dei Sette Dormienti - che risale alla fase decorativa più antica - con quello dei Maccabei in S.Maria Antiqua). La frequentazione dell’oratorio è, invece, documentata almeno fino al XII secolo.

L’edificazione della Basilica medievale sui resti della diaconia risalirebbe all’anno 1049 sotto il pontificato di Leone IX. L’edificio venne realizzato con la facciata rivolta verso l’odierna piazza del Collegio Romano e l’abside addossata all’Arcus Novus.
Nel 1491, durante il pontificato di Innocenzo VIII Cybo (il cui stemma è murato sulla facciata laterale della chiesa che da sulla via Lata), a causa delle cattive condizioni della basilica medievale, si decise l’edificazione di una nuova chiesa facendo ruotare la facciata di 180 gradi su via del Corso - come la vediamo oggi - il che comportò anche una parziale trasformazione degli ambienti sotterranei, di cui soltanto una parte fu utilizzata come cripta della chiesa superiore. Vi si accedeva attraverso una porta arcuata che si apriva nel vano I.
Una volta entrati nel sotterraneo, solo i primi due vani erano accessibili. La vecchia abside fu murata con mattoni e cemento per consolidare la facciata.
I lavori si conclusero nel 1506 ma continuarono interventi correttivi e di aggiustamento fino a che verso la fine del XVI secolo la chiesa quattrocentesca venne demolita e ricostruita come oggi la vediamo.
Nel 1594 per ripristinare l’antico oratorio fu dato incarico al muratore Agostino Gasoli di sopraelevare di circa 1 metro il pavimento della Diaconia e l’imbocco di un pozzo che si trova nel sotterraneo. Furono ripristinati gli ambienti V e VI dove furono sistemati rispettivamente l’altare col bassorilievo marmoreo opera di Cosimo Farcelli e l’altare cosmatesco e aggiunta un’ulteriore scala di accesso al sotterraneo. 

Il pozzo nell'ambiente I

La cripta della chiesa di Santa Maria in via Lata fu inaugurata nel 1661, un anno prima del completamento della facciata ad opera di Pietro da Cortona.

Entrando nei sotterranei dall’ingresso situato a via del Corso 306 si accede al vano I. All'entrata si legge: Oratorio di S. Paolo apostolo, di Luca Evangelista e di Marziale martire, ove si trovava l'immagine ritrovata della beata Maria Vergine, una delle sette dipinte dal beato Luca.

1. Colonna di S.Paolo
2. Pozzo
3. Affresco con 3 strati di pittura
4. Altare
5. Tamponatura dell'antica abside
6. Affresco dei Sette Dormienti
7. Altare cosmatesco

Addossata al muro si trova un’antica colonna in granito con capitello corinzio, sormontata da un vaso marmoreo, forse un’antica urna funeraria con il cristogramma costantiniano.
Sulla colonna sono incise in senso diagonale le parole latine “Verbum Dei non est alligatum” (La parola di Dio non è incatenata), sono inoltre visibili le tracce ferruginose degli anelli della catena che un tempo era avvolta intorno ad essa.


Colonna di San Paolo (1)

Una leggenda narra che in questo sito, poi trasformato in diaconia, dimorarono i SS. Luca Evangelista e Paolo e che la colonna venne usata per incatenare San Paolo durante la sua presunta prigionia in attesa del processo (1).
Si narra, inoltre, che San Luca Evangelista abbia qui dipinto un'icona raffigurante la Vergine Maria di cui, quella attualmente situata sull'altare della Basilica superiore sarebbe una copia eseguita nel XII secolo.


Gli ambienti II e V corrispondono alla navata centrale dell’antica diaconia che aveva un orientamento diametralmente opposto rispetto alla Basilica attuale. Nel vano II, sul muro a ovest si trova l’abside affrescata tamponata da una muratura eseguita durante la costruzione della facciata superiore. Sia l’abside che le pareti laterali presentano resti di affreschi databili al X sec. circa. Addossato al muro settentrionale del vano II si trova un antico altare paleocristiano in muratura con intonaci affrescati. Al di sopra dell’altare i resti di un affresco raffigurante il Cristo Crocifisso.
Tra i vani e IV e V, durante gli scavi del 1905, fu scoperto un antico passaggio a volta sui cui stipiti furono rinvenuti i ritratti dei martiri Giovanni e Paolo celimontani venerati nella Basilica loro intitolata al Celio, databili alla fine dell’VIII sec (2). I due santi sono identificati come ostiarii (i guardiani della chiesa) dalla bacchetta che entrambi portano in mano.

I SS. Giovanni (a ds) e Paolo (a sn.) celimontani

Sulla parete nord del vano IV fu scoperto un palinsesto di affreschi disposti uno sull’altro. Sullo strato inferiore, più antico, sono dipinte delle scene tratte dall’episodio dei Sette dormienti di Efeso mentre nel superiore (che copriva parzialmente il primo) ci sono episodi del martirio di S. Erasmo.


Il vescovo di Efeso ed il proconsole Antipatro giungono alla grotta dei Sette Dormienti (6)
Nella parte superiore si notano i resti di un'iscrizione in greco

S.Erasmo al cospetto di Diocleziano e Flagellazione del santo (6)
Questo affresco ricopriva in parte il precedente

Le datazioni di questi affreschi devono collocarsi secondo gli studiosi, per il ciclo più antico al VII sec., quello più recente all’VIII.
Su una parete del vano II è stato scoperto un altro palinsesto: nello strato più antico, in basso, resta la parte inferiore di una figura con tunica e mantello, in quello intermedio (al centro), i piedi di due figure ed in quello più recente (in alto) si riconosce la scena della Moltiplicazione dei pani e dei pesci dalla figura di un discepolo che offre due pesci al Cristo.

(3)

In un arcosolio all’interno del vano III fu rinvenuto l’affresco che ritrae L’orazione di Gesù nell’orto del Getsemani, coevo ai dipinti più antichi ed oggi comprensibile solo attraverso la documentazione fotografica eseguita al momento della scoperta (1904-1905) da Wilpert.

Negli anni '60 del secolo scorso, a causa del degrado degli affreschi, il Consiglio Superiore delle Antichità e delle Belle Arti ne dispose la rimozione. Gli affreschi originali, restaurati, sono oggi conservati nella sede del Museo Nazionale Romano della Crypta Balbi, sostituiti in loco da riproduzioni fotografiche. 

Note:

(1) Tra il 60 e il 62 San Paolo avrebbe trascorso due anni a Roma agli arresti domiciliari (secondo la formula della custodia militaris, che permetteva al prigioniero di poter scegliere una propria residenza ma lo vincolava alla sorveglianza di un soldato che lo accompagnava tenendolo legato con la catena al polso destro ogni volta che doveva uscire) in attesa di essere processato, godendo comunque di una certa libertà: A Roma fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia (AdA XXVIII, 16); Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento (AdA XXVIII, 30-31).
Secondo un'altra tradizione, la dimora romana dove soggiornò l'apostolo durante la custodia militaris si trovava invece a Trastevere, dove oggi sorge la chiesa di S.Paolo alla Regola.

(2) Secondo una passio praticamente coeva alle loro vite, Giovanni e Paolo sarebbero stati due fratelli cristiani ricchi e particolarmente caritatevoli, appartenenti ad una famiglia romana molto in vista, che Giuliano l'Apostata (360-363) avrebbe condannato ad essere decapitati e sepolti in una fossa sotto la loro abitazione sul Clivio di Scaurio al Celio. Sopra il sepolcro (vedi Il martyrion dei SS. Giovanni e Paolo celimontani) sarebbe poi sorta la basilica ad essi dedicata. Si tratterebbe però degli unici martiri romani accertati durante la restaurazione pagana di Giuliano, per questo alcuni storici tendono a spostare il racconto della passio - confermato dal rinvenimento dei resti di una villa romana al di sotto della basilica - all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano (303-305).