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giovedì 29 agosto 2013

La fine del Regno dei Goti (550-553)


La fine del Regno dei Goti (550-553)

Nell'inverno del 550 Giustiniano conferì al fidato Narsete (1) il comando delle operazioni in Italia assieme ad un'ampia disponibilità di denaro. Narsete raggiunse a Salona Giovanni – lo storico rivale di Belisario che sarà l'ispiratore della sua strategia militare – ed in pochi mesi misero insieme la considerevole forza di trentamila uomini.
Nella primavera del 552 Narsete mosse alla testa dell'esercito per raggiungere l'Italia via terra. Giunto ad Aquileia dovette però fronteggiare una difficoltà imprevista: i goti del presidio di Verona, comandati da Teia, avevano danneggiato la strada che vi conduceva ed erano pronti ad ostacolare con ogni mezzo il passaggio dell'esercito imperiale. Narsete decise di proseguire lungo la costa, facendosi seguire da alcune navi per utilizzarne le scialuppe per scavalcare i numerosi corsi d'acqua che avrebbe incontrato lungo il tragitto, e in giugno raggiunse Ravenna congiungendosi alle truppe di Valeriano che comandava il presidio.
A differenza di Belisario, che avanzava lentamente senza lasciarsi alle spalle piazzeforti in mani nemiche, Narsete e Giovanni puntarono decisamente allo scontro risolutivo con l'esercito goto senza curarsi di assediarle. Totila, ricevute in rinforzo le truppe condotte da Teia, mosse da Roma contro di loro e i due eserciti si scontrarono a Busta Gallorum, nei pressi di Gualdo Tadino.

Battaglia di Tagina (Gualdo Tadino, 30 giugno 552)

La piana di Gualdo Tadino

La battaglia fu combattuta tra l'esercito imperiale (circa 20-25.000 uomini) guidato da Narsete e quello goto (16-18.000) guidato da Totila.
Totila, valutando le forze dell'avversario, si rende conto che le sue forze sono nettamente inferiori di numero rispetto a quelle di Narsete ed intravede un'unica possibilità per ribaltare le sorti di quella che sembra una sconfitta annunciata: giocare d'astuzia.
Quando dichiara di volersi arrendere infatti, l'esercito bizantino si rilassa, abbassando un po' la guardia. E commette un grave errore.
Totila sferra a sorpresa un attacco fulmineo, e conquista una collina dove si arrocca con i suoi uomini, nell'attesa dei rinforzi. Sa che stanno per raggiungerlo 2.000 soldati a cavallo guidati da Teia, il suo più fidato luogotenente, e vuole ritardare lo scontro fino a quel momento.
Per questo propone al nemico una sfida al singolare, e fa uscire dalle file dei suoi soldati Cocca, il combattente più forte e spietato, un disertore bizantino che si è fatto una reputazione per la sua potenza e crudeltà nei duelli. Risponde alla sfida Anzala, una delle guardie del corpo armene di Narsete. I due uomini si fronteggiano a cavallo. Tutto intorno c'è un silenzio irreale. Cocca parte veloce alla carica, ma Anzala rimane fermo al suo posto. Obbedendo ai suoi ordini, il cavallo che monta scarta di lato solo all'ultimo momento, quando il disertore bizantino gli è quasi addosso. Solo in quel momento l'arma di Anzala scatta fulminea, pugnalando mortalmente al fianco il nemico.
Totila non si perde d'animo. In sella al suo enorme destriero, inscena davanti ai bizantini una danza di guerra. La sua armatura dorata scintilla al sole e il mantello color porpora sbatte agitato dal vento, mentre esegue un complicato esercizio equestre che ha lo scopo di provocare un crollo nel morale degli avversari. Quando infine Teia lo raggiunge con i rinforzi, Totila volge le spalle al nemico, rompe le formazioni e pranza indifferente con tutti i suoi uomini, dimostrando una sfacciata sicurezza sull'esito dell'imminente battaglia. In realtà si augura di spiazzare gli antagonisti con il suo comportamento sprezzante, e aspetta paziente che i tarli del dubbio e della paura si facciano strada nella mente dei bizantini, minando il loro rendimento al momento dello scontro.
Ma nei suoi calcoli non ha tenuto conto delle capacità di Narsete. Il generale bizantino è un uomo duro ed esperto, che non si lascia ingannare dalle tattiche psicologiche del nemico. Ha più di sessant'anni ormai, ed è cresciuto fra gli intrighi di corte del palazzo imperiale di Costantinopoli, dove si è guadagnato l'illimitata fiducia dell'Imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, portando a termine delicate missioni diplomatiche che hanno salvato più volte l'Impero Romano d'Oriente dalla disgregazione. Narsete è un eunuco, e forse il Totila lo ha sottovalutato per questo. Nonostante la superiorità numerica, Narsete schiera i suoi uomini in assetto fortemente difensivo, ammassando al centro una fitta falange di fanti longobardi ed eruli, e disponendo ai lati gli arcieri bizantini, con la cavalleria alle spalle ed un contingente di 1500 cavalieri disposto ad angolo con l'ala sinistra. Durante il pranzo dei nemici permette alle proprie truppe di rinfrescarsi, ma senza lasciare la propria posizione.



Totila invece dispone in prima linea la cavalleria di Teia e dietro di essa la fanteria.
Quando sferra l'attacco, lo fa lanciando i suoi uomini in massa verso il centro della formazione bizantina. Spera in una battaglia veloce, che colpisca subito al cuore il nemico, per evitare le pesanti conseguenze dell'azione degli arcieri bizantini. Ma Narsete è preparato. Ordina agli arcieri di inclinare il loro tiro verso il centro, in modo da proteggere i fanti falciando la prima linea ostrogota. In questo modo, anche l'attacco della cavalleria di Teia si fa più esitante, e i barbari subiscono altissime perdite. Verso sera, Narsete sferra l'attacco finale. Lo schieramento nemico è ormai caotico, completamente disorganizzato. Le file ostrogote si rompono, e gli uomini si disperdono, pensando a salvarsi più che a combattere. Alla fine, 6.000 Ostrogoti rimarranno sul campo. Totila stesso è ferito gravemente. I suoi fedelissimi lo conducono nei boschi. Morirà poco lontano da Gualdo Tadino (2).

I resti dell'esercito ostrogoto, scampati al disastro di Gualdo Tadino, si radunarono a Pavia dove elessero Teia loro re. Narsete lasciò Vitaliano a vigilare sui loro movimenti e con il grosso dell'esercito marciò su Roma, espugnando le piazzeforti umbre in mano nemica che incontrava lungo la sua strada.

Dopo un breve assedio Roma, malamente difesa dai goti, fu presa d'assalto nell'autunno del 552.

Buona parte del tesoro di Totila era custodita nella fortezza di Cuma al cui comando si trovava lo stesso fratello del defunto re. Narsete cinse d'assedio la città e Teia fu costretto a muovere in suo soccorso. Con un tortuoso percorso Teia riuscì ad aggirare lo sbarramento predisposto da Narsete in Toscana e raggiunse la Campania (3). Narsete a sua volta vi fece confluire il grosso delle sue truppe ed i due eserciti si accamparono sulle opposte rive del Sarno (su quella sinistra i goti e sulla destra gli imperiali) dove si fronteggiarono per circa due mesi riforniti via mare dalle rispettive flotte. Quando però gli imperiali riuscirono ad impossessarsi dell'intero naviglio goto grazie al tradimento del loro comandante, l'esercito rimase privo di rifornimenti.
Dopo questo avvenimento la situazioni per i Goti divenne drammatica. Impossibilitati a mantenere lo stallo nella valle del Sarno per mancanza di rifornimenti Teia e i suoi uomini decisero di ritirarsi verso sud in una posizione più sicura, visto anche il pericolo di eventuali sbarchi lungo la costa del golfo di Napoli con il rischio di essere presi alle spalle. Subito a sud del fiume Sarno si trovano i monti Lattari che rappresentano un baluardo naturale di difficile accesso. Parve questo ai Goti il punto migliore dove difendersi da un nemico preponderante, invece finirono per mettersi in trappola a causa della totale mancanza di provviste nella zona da loro scelta.
Narsete passando il Sarno sulla sua riva sinistra, all'inseguimento dei nemici, pose il suo campo lungo la strada tra Stabia e Nocera a sud ovest di Angri, dove si trovava un terreno pianeggiante. Il generale bizantino non volle attaccare il nemico arroccato sui monti Lattari, malgrado la sua superiorità numerica, si limitò invece ad assediarlo in attesa che commettesse qualche errore. Probabilmente nel giro di una sola giornata i Goti si resero conto di non poter fare altro che attaccare e lo fecero con la forza della disperazione.

Battaglia dei Monti Lattari (marzo 553)

Teia aveva deciso di prendere il nemico di sorpresa con un'azione di fanteria. Così, la mattina di quel marzo fatale, prima che sorgesse il sole, le forze ostrogote discesero dalle loro posizioni sul monte, dirigendosi a nord-est verso Angri. Il campo bizantino si trovava nel punto più stretto del pianoro limitato dal lato meridionale dai monti e da quello settentrionale dal fiumicello La Marna e dalle paludi. Qui, al sorgere del sole, le truppe bizantine vennero colte di sorpresa dai Goti. I soldati imperiali reagirono prontamente alla minaccia, senza ordini, senza essere guidati da alcun comandante e senza badare al reparto d'appartenenza, si fecero incontro al nemico a casaccio ma con decisione. I Bizantini lasciarono alle proprie spalle i loro cavalli. Lo spazio disponibile, per un uso efficace della cavalleria, era limitato dai monti a sud e dal fiume e le paludi a nord. La battaglia fu quindi uno scontro essenzialmente tra fanterie.
A differenza della battaglia di Tagina però lo scontro tra le due fanterie non avvenne con la tecnica della falange ma in formazioni più aperte, in modo da permettere un ricambio continuo tra le prime file che combattevano e i soldati più riposati delle retrovie. Questa formazione più aperta permetteva ai contendenti l'uso di tutte le armi da getto e dava spazio ai guerrieri delle prime file di utilizzare l'umbone dello scudo come arma offensiva, un modo di combattere in uso in quel periodo.
Nel corso dei furiosi combattimenti Teia, che combatteva in prima fila, fu trafitto a morte da un giavellotto.
Dopo la morte di Teia una furiosa battaglia dovette ingaggiarsi intorno al suo corpo con i Bizantini che tentavano di impossessarsene e i Goti che cercavano di sottrarlo al vilipendio del nemico. Alla fine i Bizantini riuscirono vincitori, impadronendosi del corpo di Teia a cui mozzarono il capo. La testa del re venne posta su una picca e portata in giro come trofeo nel campo imperiale e attraverso la città di Angri lungo quella via che ancora oggi porta il nome di via dei Goti. Tutto questo nel tentativo di risollevare il morale dei soldati Bizantini, già duramente provato nel corso di quella dura giornata.
Malgrado la grave perdita i Goti non si lasciarono prendere dallo sconforto e dalla disperazione, contrariamente a quanto avvenne a Tagina con Totila, i guerrieri goti continuarono a combattere con ancora più determinazione di prima, impedendo al nemico di aprire delle brecce nel loro schieramento. La battaglia proseguì violentissima fino al tramonto e anche dopo a notte inoltrata, poi nel buio notturno i combattimenti andarono scemando e lentamente i superstiti fecero ritorno ai rispettivi accampamenti, consapevoli delle difficoltà che li attendevano il giorno dopo. I soldati di ambo le parti trascorsero la notte in assetto di combattimento, pronti a respingere eventuali attacchi di sorpresa.

L'alba del giorno dopo vide riaccendersi la battaglia negli stessi luoghi e nelle stesse modalità del giorno prima. Questa volta però i Bizantini non si fecero prendere di sorpresa, ma si disposero ordinatamente ognuno nel proprio reparto d'appartenenza. Lo scontro fu ancora una volta frontale senza alcun tentativo di manovra che peraltro il terreno non concedeva. I Goti cercarono di aprire delle brecce nelle schiere nemiche con l'impeto disperato di chi combatte l'ultima battaglia, ma il numero dei nemici, anch'essi molto agguerriti, impedì qualsiasi sfondamento. Ancora una volta la battaglia andò avanti per tutta la giornata fino alla successiva notte.
Verso sera i Goti mandarono alcuni parlamentari a Narsete per trattare una resa. I Goti ormai consci di non poter più resistere alla pressione nemica chiesero a Narsete di lasciarli andare dove potessero vivere secondo le loro leggi, in cambio avrebbero consegnato i tesori in loro possesso, oltre alla promessa di non prendere più le armi contro Giustiniano, di cui però si rifiutarono ancora di riconoscerne l'autorità.

Con la sconfitta dei Monti Lattari e la morte di Teia il regno dei Goti cessò di fatto di esistere, rimasero solo alcune sacche di resistenza che furono progressivamente eliminate (Verona cadde solo tra il 561 e il 562).

Nel 553 Narsete dovette però fronteggiare l'attacco del corpo di spedizione franco-alemanno al comando dei fratelli Leutari e Butilino, a cui infine re Teodobaldo aveva ufficiosamente consentito di intervenire a sostegno delle ultime roccaforti gote. Attraversato il Po nell'estate 553, i franco-alemanni occuparono Parma e sconfissero un esercito bizantino condotto dall'erulo Fulcari. Quindi i due fratelli avanzarono nell'Italia centromeridionale giungendo fino al Sannio dove decisero di dividere le proprie forze. Leutari discese la penisola e saccheggiò la Puglia, quindi decise di rientrare in patria con il bottino. Sulla via del ritorno le sue avanguardie si scontrarono però con l'esercito imperiale al comando del generale Artabane che inflisse loro una sonora sconfitta nei pressi di Fano in cui persero gran parte del bottino.
Butilino condusse invece l'altra colonna in Campania dove fu convinto dai goti, con la prospettiva di divenire loro re, ad affrontare Narsete in una battaglia campale.  

Battaglia del Volturno (ottobre 554)

Lo scontro avvenne nell'ottobre del 554 sul Volturno, nei pressi di Capua dove Butilino aveva acquartierato il suo esercito. Narsete dispose le sue truppe (circa 18.000 uomini) con la fanteria al centro e la cavalleria sulle ali, i franco-alemanni, ridotti a 20.000 unità dalla dissenteria, schierarono la fanteria in colonna e caricarono il centro nemico pensando di penetrarlo come un cuneo ma furono presi in mezzo dal tiro incrociato dei cavalieri di Narsete, tutti armati di arco. Pochissimi franchi scamparono al massacro e lo stesso Butilino cadde in battaglia.

Narsete rimase in Italia con i poteri straordinari di cui Giustiniano lo aveva investito per riorganizzare la riconquistata provincia. Fu rimosso soltanto nel 568 dal successore di Giustiniano, Giustino II, che lo sostituì con Flavio Longino che ebbe il titolo di prefetto del pretorio per l'Italia (4).
 


Note:

(1) Nominare un eunuco al comando dell'esercito era un fatto senza precedenti. Narsete, dopo una brillante carriera nell'amministrazione imperiale, era stato nominato da Giustiniano generale all'età di sessant'anni e, nonostante i dissidi con Belisario, aveva dato una buona prova nella precedente campagna. Oltre alla sua provata fedeltà influirono sulla decisione di Giustiniano anche la considerazione che gli altri generali non si sarebbero messi di buon grado agli ordini di Giovanni che consideravano un loro pari e che, a causa della sua menomazione, Narsete non avrebbe comunque pouto proporsi come usurpatore. Procopio riferisce anche di una profezia nota all'epoca che diceva che un giorno un eunuco avrebbe sconfitto il signore di Roma (Procopio, Bellum Gothicum, libro IV, XXI).

(2) Così il testo di Procopio: Percorsi ottantaquattro stadi (circa 15 km. dal luogo della battaglia) giunsero a una località chiamata Capre (ad Capras); ivi posarono, e curarono la ferita di Totila, il quale poco dopo uscì di vita; ed il suo seguito, colà sotterratolo, sen partì. (…) Che Totila così fosse estinto, ignoraronlo i romani, finchè una donna gota lo disse loro, mostrandone anche il sepolcro. All'udir ciò, essi non credendo che la cosa fosse vera, recaronsi sul posto, e presto scavato il luogo della sepoltura, estrassero di là il cadavere di Totila, ed avendolo, come dicesi, riconosciuto e saziatisi di quello spettacolo, di nuovo lo sotterrarono, ed ogni cosa riferirono a Narsete.
Landolfo Sagace, che rielabora il testo dello storico longobardo dell'VIII secolo Paolo Diacono, aggiunge che il cadavere fu spogliato dell'armatura e della corona che furono inviate a Costantinopoli (Landolfo Sagace, Historia Romana, XVIII, 19)
Alle propaggini occidentali del comune di Gualdo Tadino, c'è una zona collinare lambita dal fiume Chiascio, caratterizzata da un antico nucleo abitato, che sorge nel punto più alto, e da numerose case sparse, disseminate lungo i pendii: il tutto è noto nella toponomastica come frazione di Caprara. In questa zona, in una località nota come Case Biagetti, una tradizione locale molto radicata identifica in un ipogeo che si trova al di sotto di un fabbricato rurale la tomba di Totila. 


Il fabbricato rurale al di sotto del quale si trova l'ipotetica tomba di Totila

Attraverso un arco si accede per mezzo di una scala ad un locale sotterraneo absidato e provvisto di colonne che potrebbe risalire al VI sec. Non vi è però alcuna prova che si tratti realmente della tomba del re goto.

La Tomba di Totila (?), interno

(3) La strada dell'esercito goto, lasciata la costiera adriatica, può forse identificarsi nel percorso tra Foggia e Avellino per poi raggiungere con successo Sarno a nord di Nocera. Qui il fiume Sarno o Drakon (dragone) scorre impetuoso lungo le pendici meridionali del Vesuvio.

(4) Il prefetto del pretorio era essenzialmente un funzionario civile, questo lascerebbe intuire il passaggio della provincia italica dall'amministrazione militare a quella civile. In alcuni casi ed in altre provincie il prefetto del pretorio aveva però assunto in precedenza anche il comando delle truppe e non si può escludere che questo sia avvenuto anche nel caso di Longino. Nel corso della guerra gotica, ad esempio, il senatore Massimino nominato da Giustiniano prefetto del pretorio per l'Italia tra il primo ed il secondo mandato di Belisario, aveva avuto anche il comando dell'esercito.


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La guerra greco-gotica: gli inizi (536-537)

La guerra greco-gotica: gli inizi (536-537)


Nel 534 alla morte del figlio Atalarico, Amalasunta diviene regina dei Goti a tutti gli effetti – precedentemente esercitava solo la reggenza per conto del figlio - e associa al trono il cugino Teodato, il quale però dopo poco la fa relegare nell’isola Martana (Lago di Bolsena) dove nell’aprile del 535 viene strangolata. Giustiniano, che pure aveva riconosciuto la legittimità del regno di Teodato, coglie questo assassinio come pretesto per dichiarare la guerra.
 
Teodato
raffigurato al dritto di un follis bronzeo da 40 nummi

Nell'estate del 535 Belisario sbarca presso Catania con circa diecimila uomini ed occupa la Sicilia praticamente senza incontrare resistenza, mentre Mundo al comando di un'armata che risale l'Illirico prende Salona.
La controffensiva gota in Illirico, guidata da Asinario e Grippa, infligge però gravi perdite ai bizantini che si ritirano da Salona. Lo stesso Mundo cade in combattimento.
Giustiniano invia Costanziano a Epidamno (l'attuale Durazzo) con l'ordine di raccogliere un esercito e riprendere Salona e contemporaneamente ordina a Belisario che sta svernando con l'esercito a Siracusa di attaccare i goti nell'Italia continentale.
La guarnigione di Reggio, comandata da Obrimuzio (Ebrimuth), genero di Teodato, si arrende senza combattere e Belisario risale fino a Napoli senza incontrare resistenza.

Nel giugno 536, Costanziano riprende Salona e i goti ripiegano su Ravenna.


In novembre Belisario con un colpo di mano (i suoi penetrano in città attraverso le condutture di un acquedotto) prende Napoli. La perdita della città costa il trono a Teodato che viene deposto e fatto uccidere da Vitige che per consolidare la propria posizione sposa Matasunta, la figlia di Amalasunta, legandosi alla dinastia di Teodorico il grande (cfr. La dinastia degli Amali).


Il 9 dicembre 536 Belisario entra a Roma senza combattere e subito mette mano al consolidamento delle mura; tra alterne vicende, vi rimarrà assediato per quasi un anno.
Contemporaneamente a questi preparativi, il generalissimo affidò a Costantino un contingente incaricandolo di conquistare Spoleto e Perugia. Vitige reagì mandando un esercito che marciò contro Costantino alla volta di Perugia, senza però riuscire a stringere d'assedio la città. Costantino attese l'arrivo delle truppe nemiche schierandosi nella pianura sottostante; sconfisse l'esercito goto in uno scontro in campo aperto e ne catturò i comandanti spedendoli in catene a Roma e rimettendoli al giudizio di Belisario.

Nel frattempo in Dalmazia Asinario e Uligisalo assediano Costanziano a Salona.


Vitige alla testa del grosso dell'esercito goto muove verso Roma. Belisario ordina a Costantino e Bessa di lasciare dei presidi a Spoleto, Perugia e Narni e di rientrare a Roma con il grosso dei loro contingenti.


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la guerra di guerriglia (540-549)

La guerra di guerriglia (540-549)
Nel giugno 540, dal momento che la caduta di Ravenna e la resa dei Goti avevano apparentemente posto fine alla guerra, in parte perchè cominciava a temere un suo pronunciamento ed in parte perchè aveva bisogno di lui contro i Persiani, Giustiniano richiamò Belisario a Costantinopoli dove il generalissimo giunse con al seguito come prigionieri Vitige e la moglie Matasunta nonché un nutrito gruppo di notabili goti e l'intero tesoro.
A differenza del suo ritorno dalla guerra d'Africa, l'imperatore non gli decretò alcun trionfo né riconoscimento pubblico.
Nel frattempo le cose nell'Italia riconquistata cominciavano a degenerare. I goti, sentendosi defraudati da Belisario, avevano eletto Ildibado loro re ed avevano cominciato a radunarsi intorno a lui a Pavia. Per sovrammercato, Giustiniano aveva inviato a Ravenna il logoteta Alessandro che, nel riordinare il sistema fiscale, aveva suscitato il malcontento delle popolazioni civili e dei soldati.
Nel giugno del 541 Ildibado viene assassinato da uno dei suoi ufficiali. Dopo il brevissimo regno di Erarico, eletto dai Rughi e assassinato dai Goti, nel novembre 541 Totila (Baduila), nipote di Ildibado e comandante della piazza di Treviso, viene eletto re.

Francesco Salviati, Totila, 1549 c.ca
Pinacoteca di Palazzo Volpi, Como

Rimproverati da Giustiniano per la loro inazione, i comandanti bizantini in Italia tengono un consiglio di guerra a Ravenna e decidono di muovere su Verona. Dodicimila uomini, al comando di ben undici generali, muovono sulla città veneta che non viene presa per i contrasti sorti tra i comandanti riguardo la futura spartizione del bottino. L'armata imperiale ripiega quindi su Faenza dove Totila, pur disponendo di forze molto inferiori di numero, la mette in rotta (primavera 542). In conseguenza della sconfitta i generali bizantini si ritirano alla spicciolata verso le loro piazzeforti.
L'esercito bizantino, guidato dai generali Bessa, Giovanni e Cipriano, viene quindi nuovamente sconfitto da Totila nella battaglia del Mugello e da questo momento i comandanti bizantini si chiuderanno nelle piazzeforti loro assegnate senza più affrontare il nemico in campo aperto.
Totila scavalca l'Appennino e porta la guerra nel Meridione che riconquista completamente lasciando agli imperiali la sola piazza di Otranto.
Nella primavera del 543, stremata dall'assedio si arrende Napoli.

Nel 544 Giustiniano inviò nuovamente Belisario in Italia in qualità di comandante in capo ma, dubitando della sua fedeltà, gli affidò pochissimi mezzi (il generalissimo dovette praticamente reclutare le truppe in Tracia e in Illirico a proprie spese). Verso la fine dell'anno Belisario arrivò comunque a Ravenna con la flotta. L'esiguità delle forze a sua disposizione non gli consentirà di affrontare il nemico in campo aperto e, per tutta la durata del suo secondo mandato, il generalissimo si limiterà a condurre una guerra di guerriglia spostandosi continuamente con la flotta là dove è più necessario intervenire.

Sul finire del 545, forte del possesso di Napoli da cui la flotta gota può intercettare i convogli inviati a rifornire la città, Totila assedia Roma. La guarnigione imperiale (circa 3.000 uomini) è al comando di Bessa, che si dimostrerà più occupato a lucrare denaro con la borsa nera rivendendo ai cittadini affamati le derrate alimentari accantonate per l'esercito che a difendere la città.
Quando una parte dei Goti si era già accostata alle mura, contro il volere di Bessa, Artasire e Barbacione – due bucellarii di Belisario che erano rimasti a Roma - uscirono dalle mura per combatterli: dopo averne uccisi molti, le truppe bizantine si misero all'inseguimento dei fuggitivi, ma caddero in un'imboscata subendo molte perdite, con i due comandanti che a stento riuscirono a salvarsi insieme a pochi altri. Da quel momento Bessa proibì tassativamente di effettuare altre sortite.
Nella primavera del 546, Belisario invia a rinforzare il presidio di Porto un piccolo contingente che tenta due sortite contro gli assedianti, entrambe fallite per la mancata collaborazione di Bessa.
La notte del 17 dicembre 546, approfittando del tradimento di quattro soldati isauri di guardia alla Porta Asinaria, l'esercito goto irrompe nella città eterna. La guarnigione bizantina, incluso il suo comandante, riesce comunque a trarsi in salvo per la gran parte abbandonando la città da un'altra porta.

Benedetto Bonfigli, La presa di Perugia da parte di Totila e sepoltura di Sant'Ercolano (1)
 Palazzo dei Priori, Perugia, 1461-1466.

Nell' aprile del 547, dopo che Totila si era spostato in Lucania con il grosso dell'esercito per contrastare l'azione di Giovanni, Belisario con un colpo di mano riprende Roma e vi si trincera con tutte le sue forze ricostruendo alla meglio le fortificazioni danneggiate dai goti (Procopio scrive che le mura erano state danneggiate per un terzo circa del perimetro e tutte le porte distrutte).
Raggiunto dalla notizia della caduta di Roma, Totila tornò precipitosamente indietro e tentò furiosamente di riprendere d'assalto la città venendo sempre respinto dai difensori e subendo gravi perdite. I goti ripiegano quindi verso la rocca di Tivoli tagliando tutti i ponti sul Tevere (eccetto ponte Milvio) per non essere inseguiti.
La guerra continuò senza azioni decisive per tutto l'anno successivo. Belisario inviò a Costantinopoli la moglie Antonina perchè attraverso la sua amicizia con l'imperatrice sollecitasse Giustiniano ad inviargli un congruo numero di rinforzi ma ella vi giunse quando l'imperatrice era già morta e riuscì solo ad ottenere che l'imperatore richiamasse il marito agli inizi del 549.

Mentre Giustiniano stentava a nominare un nuovo comandante in capo per l'Italia, nell'estate del 549 Totila cinse nuovamente d'assedio Roma.

Belisario vi aveva lasciato una guarnigione di 3.000 uomini al comando del suo bucellario Diogene. La città era ben preparata a resistere – Diogene aveva anche fatto seminare il grano all'interno delle mura per non soffrire la carestia – e per mesi gli assalti dei goti s'infransero contro le mura. La notte del 16 gennaio 550, la città fu nuovamente consegnata al nemico da traditori isauri che gli aprirono la Porta Ostiense e stavolta la guarnigione rimase intrappolata. Pochi riuscirono a trarsi in salvo e tra questi anche Diogene per quanto ferito. Paolo, il comandante della cavalleria, si asserragliò con 400 cavalieri nella Mole Adriana dove resistettero per i due giorni successivi. Poi Totila offrì loro di passare nell'esercito goto e tutti accettarono eccetto il comandante ed un soldato che furono lasciati liberi di andarsene dopo aver consegnato le armi e i cavalli.

Note:

(1) Dopo un lunghissimo assedio Totila conquista la rocca di Perugia probabilmente nel 548. Il vescovo Ercolano, che era stato il principale animatore della resistenza fu scorticato vivo, decapitato ed il suo corpo gettato fuori le mura. I suoi resti furono sepolti dai fedeli insieme a quelli di un fanciullo trovato morto nello stesso posto.

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La continuazione della guerra e la resa di Vitige (538-540)

La continuazione della guerra e la resa di Vitige (538-540)

Nel giugno del 538 Belisario mosse da Roma con il grosso dell'esercito e cominciò a risalire molto lentamente verso settentrione, fermandosi ad espugnare le piazzeforti nemiche che non voleva lasciarsi alle spalle. Quasi contemporaneamente sbarcò nel Piceno un contingente di 7000 uomini al comando dell'eunuco Narsete, fedelissimo di Giustiniano, nonché amico personale di Giovanni che, contro l'ordine del generalissimo di ritirarsi, aveva continuato a tenere Rimini finendo assediato dai Goti.

Secondo la Andreescu-Treadgold (1994) nelle fattezze di questo personaggio raffigurato alle spalle di Giustiniano nel mosaico della basilica di San Vitale (547) sarebbe ritratto Giovanni, il generale bizantino rivale di Belisario.
 
I contrasti di vedute tra Belisario ed i suoi generali determinarono un rallentamento delle operazioni che, nel marzo 539, causò la caduta e la distruzione di Milano (1) che non fu raggiunta in tempo dai rinforzi inviati da Belisario. Questo disastro convinse Giustiniano a richiamare Narsete a Costantinopoli riconfermando a Belisario il comando assoluto nella condotta della guerra.
Sul finire del 539, stabilito in qualche modo il controllo delle regioni cispadane, Belisario cinse d'assedio Ravenna, dove si era asserragliato Vitige.
Mentre era in corso l'assedio, giunsero da Costantinopoli i legati di Giustiniano, Domnico e Massimino, con la seguente offerta di pace: Vitige avrebbe potuto conservare la metà del tesoro reale e le regioni a nord del Po, lasciando all'imperatore quelle a sud di esso.
Belisario si rifiutò di sottoscrivere questa proposta ed i Goti rifiutarono di aderire ad un accordo che non fosse controfirmato dal generalissimo. Si avviò quindi una trattativa segreta in cui i Goti, stremati dalla carestia, offrirono a Belisario il trono d'Occidente. Belisario finse di accettare e nel maggio 540 gli furono aperte le porte della città.

Note:

(1) Nell'inverno del 537, mentre era ancora assediato a Roma ma vigeva la tregua di tre mesi firmata con Vitige, Belisario, in risposta ad un invito del vescovo di Milano Dazio, aveva fatto partire da Porto un contingente di un migliaio di uomini che, sbarcati in Liguria, si era impadronito di quasi tutta la regione transpadana, Milano compresa, pressochè senza incontrare resistenza. Vitige reagì assediando Milano, difesa da una guarnigione al comando di Mundila, con l'aiuto di 10.000 burgundi segretamente inviati dal re franco Teodeberto formalmente alleato di Giustiniano.
Stremata dalla fame Milano si arrese nel marzo del 539, la guarnigione imperiale fu risparmiata ma i milanesi maschi furono in gran parte trucidati, le donne cedute ai burgundi come schiave in cambio dell'aiuto prestato e la città rasa al suolo.

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martedì 13 agosto 2013

L'assedio di Siracusa (877-878)

L'assedio di Siracusa (877-878)


Nell'estate dell'877 gli Arabi, al comando dell'emiro Giafar Ibn Muhammed, cinsero d'assedio Siracusa.
La città fortificata dell'Ortigia (1), in cui si erano rifugiati gli abitanti dei quartieri situati sulla terra ferma, delle campagne e dei paesi vicini, si preparò a resistere. Gli Arabi posero i loro campi nella basilica di S.Giovanni fuori le mura e nelle latomie che circondavano la città e posero l'assedio alla città strenuamente difesa dall'intera popolazione che vegliava dall'alto delle mura.

L'Ortigia

La flotta inviata in soccorso da Costantinopoli fu sbaragliata da quella musulmana e l'emiro prese il controllo dei due porti tagliando alla città ogni via di rifornimento.
La città veniva battuta incessantemente dal tiro delle macchine da lancio, giganteschi mangani scaraventavano enormi macigni contro ed oltre le mura.

Bloccata la città per mare e per terra, l'emiro se ne tornò a Palermo, convinto che fosse ormai prossima a cadere.
La popolazione riuscì a resistere per mesi mangiando le erbe che crescevano sulle mura, le pelli degli animali morti, le ossa spolpate, rosicchiando il cuoio e cibandosi perfino dei cadaveri dei caduti in battaglia.
In primavera, visto che la città ancora resisteva, arrivò a dirigere l'assedio Abu Isa insieme a truppe fresche.
Sotto il suo comando l'assedio prese nuovo vigore.
Verso la fine di aprile crollò un lato della torre del porto grande, seguita pochi giorni dopo da quello di un tratto di mura adiacente (grosso modo nei pressi dell'attuale Porta Marina): la breccia era aperta. Per venti giorni greci e siracusani, per quanto stremati dalle privazioni, respinsero gli assalti degli arabi alla breccia sotto il comando del governatore bizantino (2).
Nella notte tra il 20 ed il 21 di maggio sembrò che gli arabi avessero deciso di dare tregua agli assediati ed il governatore insieme a gran parte dei difensori si concessero un po' di riposo lasciando a guardia della breccia un esiguo numero di soldati al comando del capitano Giovanni Patriano.
Alle sei del mattino tutti i mangani degli arabi entrarono in azione e gli assedianti irruppero attraverso la breccia travolgendo lo sparuto manipolo di difensori e dilagando per la città. Il tentativo dei difensori di formare una linea di fronte alla chiesa del Salvatore (3) viene rapidamente soverchiato, a questo punto il governatore si asserraglia insieme a 70 nobili siracusani in una torre dove resisterà fino al giorno successivo.

Il bottino fu fra i più ricchi che gli arabi avessero mai conquistato in Sicilia. L'eccidio che seguì al saccheggio fu degno della fama che gli arabi da secoli si erano guadagnata; il governatore ed i settanta nobili furono messi a morte, le mura furono abbattute, le case, le chiese ed i monasteri dati alle fiamme. Migliaia di cittadini furono trucidati, migliaia incarcerati e molti altri deportati in Africa come schiavi.
 
Note:
 
(1) Dopo l'assedio dell'emiro Ased Ibn Forât dell'827 i governatori bizantini avevano capito che era molto più agevole difendere soltanto la penisola dell'Ortigia abbandonando i sobborghi di terraferma.

(2) Conosciamo la cronaca dell'assedio sopprattutto per mezzo di una lunga lettera indirizzata dal monaco Teodosio, che ne fu testimone oculare, dal carcere palermitano dove era stato tradotto all'arcidiacono Leone. L'epistola ci è pervenuta nella traduzione latina - Epistola de expugnatione Siracusarum – realizzata da un monaco basiliano di nome Giosafà su un manoscritto del Monastero del SS.Salvatore di Messina oggi perduto. Stranamente, pur descrivendone l'abnegazione e l'eroismo, Teodosio tace il nome del governatore della città “per esser noto – egli dice - a chiunque”.
 
(3) Era la chiesa cristiana edificata all'interno del tempio di Apollo (indicato come Tempio di Diana nella cartina). La trasformazione non coinvolse però l'intero tempio, che evidentemente non versava in buone condizioni, ma ne utilizzò il solo naos che, di per sé, con la sua partizione in tre navi, era del tutto idoneo a essere trasformato in chiesa cristiana.
Si osservano ancora, fra le colonne dell'antico pronaos, due monconi di stipiti che facevano parte dell'ingresso del tempio cristiano. II riadattamento era stato ottenuto con la parziale occlusione dell'intercolumnio, utilizzando il materiale apprestato dalla rovina stessa del tempio... il coronamento era dato da un semplice architrave monolitico... il breve spazio fra gli stipiti e le colonne era ricolmato con muratura a pezzate ( L. Bernabò Brea, 1971).
Già in epoca bizantina l'innalzamento del piano stradale non faceva più corrispondere il piano della chiesa cristiana con quello del tempio pagano, e si dovette procedere a una rozza sopraelevazione, utilizzando materiale proveniente dallo stesso tempio.
Si provvide, in quella occasione, a munire di un altro gradino il crepidoma, rimasto troppo in basso. Altri lavori riguardarono una sorta di vasca battesimale ricavata dai tre gradini inferiori dello stilobate [che]... rotti con un profondo taglio rettangolare... [vennero rivestiti all'interno] da un grande lastrone calcare monolitico, con il lembo superiore riccamente sagomato (P. Orsi).
Sul lato occidentale, al di fuori della riadattata parte del tempio si nota un massiccio basamento (m 9,10 x 8) che probabilmente appartiene ad un torrione di epoca bizantina assieme ai resti della contigua cortina muraria, il cui materiale da costruzione fu in parte ricavato dalle pietre squadrate tolte al tempio classico in quelle parti rimaste non utilizzate dalla chiesa bizantina.
 
Sulla destra dell'immagine si notano il massiccio basamento del torrione bizantino ed i resti della cortina muraria che era stata addossata al tempio

Con l'avvento dei normanni, al tempio venne ridata una destinazione, anche se non è certo che venne riutilizzato come chiesa.
Ciò che rimane delle opere normanne sono un arco (che costituiva l'ingresso della chiesa se di chiesa si può parlare) dalla caratteristica struttura ogivale, aperto nel settore più orientale del superstite muro della cella, resti della volta ed una leggera sopraelevazione, posta direttamente sopra le opere murarie greche ed ottenuta con l'apposizione di vari filari di piccoli conci calcarei.
La chiesa ottenuta, orientata diversamente dalla greca verso sud-nord, era di proporzioni assai più ridotte che non l'originale.
 
L'ingresso della chiesa di epoca normanna ricavato nella parete del naos




domenica 21 luglio 2013

Tor Fiscale

Tor Fiscale


Tra il terzo e quarto miglio della via Latina, gli antichi acquedotti della Claudia e della Marcia s'incrociavano due volte in 300 metri, formando uno spazioso trapezio di oltre due ettari. Questo terreno si prestava bene a essere trasformato in una sorta di castello fortificato dal quale si potevano controllare la via Latina e la via Appia, cosa che fecero i goti di Vitige durante l'assedio (537-538) chiudendo le arcate degli acquedotti con muri di pietra e fango. Vitige fece inoltre tagliare gli acquedotti per interrompere il rifornimento idrico della città e vi stanziò un presidio di 7.000 uomini (Procopio, Bellum Gothicum).

La linea marrone corrisponde all'Acqua Felice, quella tratteggiata al tragitto dell'Aqua Marcia

In seguito all'occupazione dei goti, il luogo assunse il toponimo di Campus Barbaricus: con tale denominazione è ricordato in una epigrafe del 687 del papa Sergio I (687-701) e dal regesto di papa Gregorio II (715-731).

Oggi purtroppo non è facile immaginare che aspetto avesse questo campo fortificato; infatti, da una parte, l’acquedotto Marcio è stato demolito per far posto all'acquedotto Felice (1585-1587), dall’altra, l'acquedotto Claudio è stato quasi completamente smantellato nel corso dei secoli al fine di poterne riutilizzare i materiali in nuove costruzioni.



Sull'angolo nord-est de Campo Barbarico sorge la cosiddetta Torre del Fiscale.
La torre è una delle più ragguardevoli costruzioni del genere esistenti nella Campagna Romana ed è visibile anche da molto lontano, percorrendo la via Appia Nuova.
Robustissima e piuttosto ben conservata, la torre si eleva per circa 30 metri al di sopra di uno degli incroci degli acquedotti della Claudia e della Marcia. È quadrata ed è rivestita in tufelli inframmezzati da alcuni filari di mattoni. Ha piccole finestre rettangolari, alcune delle quali conservano ancora stipiti marmorei (due per lato sovrapposte), feritoie, fori delle travature in tredici ordini e, sulla sommità, canali di scolo in marmo.
Nell'interno si scorgono le tracce di tre piani coperti con volte ora precipitate, mentre si conserva l’intera volta sulla sommità, in cui si apre un foro circolare sul lato ovest.
Sempre sul lato ovest, è da notare in basso un piccolo arco a sesto ribassato, costruito forse per far scaricare il peso dello parete sovrastante sulle fondazioni degli acquedotti antichi. Resti dell'arco con cui l' Aqua Claudia scavalcava la Marcia sono invece inseriti nella parte orientale della muratura.


La torre era circondata da un antemurale, in blocchetti di tufo e mattoni; sino alla metà del XX secolo se ne potevano scorgere alcuni tratti lungo il lato nord.
Un tratto di muro in tufelli, con un ordine di fori per le travature, è invece ancora visibile davanti alla torre sul lato ovest, dall’altra parte della strada; difficile a dirsi se si tratti di un resto dell’antemurale o di un edificio annesso alla fortificazione.



La costruzione della torre, in base alla tecnica costruttiva, dovrebbe risalire al XIII secolo. In questo senso, i dati architettonici sono coerenti con le fonti archivistiche; infatti, il primo ricordo della torre cade nell'anno 1277, quando Riccardo Annibaldi cedette a Giovanni del Giudice la Tenuta chiamata Arcus Tiburtinus, con torre e renclaustro.
La denominazione di
Fiscale, attribuita al fondo e quindi alla torre, non compare invece prima del secolo XVII. Tale denominazione deriva dal fatto che la tenuta appartenne al Fiscale, o tesoriere pontificio: da fonti d'archivio sappiamo infatti che intorno al 1650, il monsignor fiscale Filippo Foppi chiese al Capitolo Lateranense una derivazione dell'acqua della Marana per la sua vigna si trovava in questo fondo.

Mausoleo del Campo Barbarico


Noto anche come "la Casaccia" è un edificio funerario in laterizi del II sec. che si trova al III miglio della Via Latina, all’incrocio tra l'attuale via del Campo Barbarico (che si sovrappone in questo tratto al tracciato dell'antica via Latina) e via Monte d’Onorio (quadrato rosso sulla mappa).
E' un sepolcro del tipo “a tempietto” impostato su due piani, ha la facciata completamente rifatta, mentre gli altri lati sono originali.
 

La tomba era probabilmente preceduta da una gradinata giacché il basolato dell'antico piano stradale è stato ritrovato a circa due metri e mezzo di profondità rispetto a a quello della soglia d'ingresso.

La camera sepolcrale presenta nella parete di fronte una grande nicchia rettangolare coperta da un arco tra due nicchie più piccole mentre sugli altri due lati si trovano - in numero di tre per lato – degli stalli rettangolari pavimentati a mosaico e destinati ad accogliere i sarcofagi.


Al piano superiore, dove si svolgevano le cerimonie funebri, si osserva una grande nicchia centrale absidata con lacerti di decorazione a stucco, sormontata da doppio timpano e inquadrata da due nicchie a scarsella con incorniciature architettoniche in laterizio.


Il livello superiore della parete frontale

Tra la camera sepolcrale e quella superiore a cui si accedeva per mezzo di scale lignee si trovava una sorta di ballatoio anch'esso in legno. La ricostruzione dell'interno è stata possibile grazie a due disegni molto dettagliati fatti da un viaggiatore del XVI secolo, probabilmente portoghese, oggi conservati nella Royal Library di Windsor.


Come altri monumenti funerari del suburbio, anche questa tomba, demolito il ballatoio, venne in epoca moderna utilizzata come fienile.  



Aqua Marcia, Aqua Claudia e Acqua Felice

L'acquedotto dell'Aqua Marcia fu fatto edificare nel 144 a.C. dal pretore Quinto Marcio Re al quale, per la realizzazione dell'opera, fu anche prorogata la naturale scadenza della magistratura. Raccoglieva l'acqua dall'alto bacino dell'Aniene attingendola direttamente da una delle sorgenti.
Era lungo circa 90 km. ed aveva un percorso in gran parte sotterraneo, per 11 km. scorreva invece su grandi arcate monumentali.
Entrava a Roma nella località dove si trovavano gli Horti spei veteris, nei pressi di Porta Maggiore, dove giungevano anche altri acquedotti.
Nel 1585, appena eletto al soglio pontificio, papa Sisto V (al secolo Felice Peretti da cui il nome di Acqua Felice) diede ordine a Matteo Bartolani di costruire un nuovo acquedotto che avrebbe dovuto insistere sull'antico tragitto dell'Aqua Marcia integrandone i resti, al fine di servire la sua vasta propietà sull'Esquilino (Villa Montalto). L'architetto sbagliò però il calcolo della pendenza ed ad un certo punto del tragitto, l'acqua cominciava a rifluire verso le sorgenti. Fu quindi chiamato l'architetto Giovanni Fontana a correggere gli errori del collega.
L'Acqua Felice entrava a Roma presso la Porta Tiburtina passando sopra l'Arco di Sisto V e terminava con la Fontana del Mosè, nell'attuale piazza San Bernardo.

L'Acquedotto Felice nei pressi della Torre del Fiscale

La costruzione dell’Aqua Claudia fu iniziata nel 38 dall’imperatore Caligola e fu terminata sotto il principato di Claudio nel 52; pare tuttavia che l’acquedotto fosse già attivo nel 47, cinque anni prima della sua ultimazione.
Captava l’acqua dai piccoli laghi formati da due sorgenti, situate nell’alta valle dell’Aniene, a poca distanza da quelle che davano origine all’Acqua Marcia.
Era lungo quasi 70 km, dei quali circa 16 in viadotto di superficie, di cui circa 11 su arcuazioni e 5 su ponti.
Dalla località “Arco di Travertino” l’acquedotto risulta variamente danneggiato a causa della costruzione dell’Acquedotto Felice. Venne distrutto l’arco origine del toponimo che consentiva all’acquedotto l’attraversamento della via Latina; più oltre, lungo il vicolo del Mandrione, che corre tra i condotti dell’Aqua Claudia e dell’Aqua Marcia, i pilastri sono forati per il passaggio del nuovo acquedotto, che corre più in basso; un altro tratto è completamente perduto (sempre per la realizzazione dell’Acquedotto Felice) fino alle ultime 40 arcate circa prima di giungere a Porta Maggiore, oggi inglobate nelle Mura aureliane.

Arcate dell'Aqua Claudia nei pressi della Torre del Fiscale

A sinistra si nota una doppia arcata dell'originaria struttura claudia in blocchi di tufo e peperino al di sopra dei quali sono visibii resti dello speco dell'Anio Novus (un acquedotto costruito praticamente nello stesso periodo e che in questo tratto si appoggiava alle strutture dell'Aqua Claudia).
La seconda arcata mostra i segni di un intervento di restauro che probabilmente risale ai lavori fatti eseguire da papa Adriano I nel 776. Una muratura in laterizi di reimpiego con ricorsi di blocchetti di travertino rifodera completamente i piloni originari occludendo quasi del tutto lo spazio libero sotto l'arco.
Nelle due arcate ancora più a destra nell'immagine, sono visibili le impronte lasciate sulla malta dai blocchi di tufo asportati dai pilastri e reimpiegati nella costruzione dell'Acquedotto Felice.




sabato 6 luglio 2013

I Santi innografi

I santi innografi

Nei pinnacoli della cupola del paraekklesion della chiesa costantinopolitana del Salvatore in chora – dove usualmente vengono rappresentati i quattro evangelisti – sono invece raffigurati quattro dei principali santi innografi.


San Giovanni Damasceno


Giovanni Damasceno nacque a Damasco nel 676 c.ca in una facoltosa famiglia araba di fede cristiana. Figlio di Sarjūn ibn Manṣūr (conosciuto anche come Sergio) e nipote di Manṣūr, il primo della famiglia ad assumere alte responsabilità amministrative sotto il governo omayyade del califfo Mu‘āwiya b. Abī Sufyān e dei suoi due primi successori.
L'incarico del padre di Giovanni alla corte del califfo comprendeva il controllo delle rendite e a volte è descritto infatti come esattore o tesoriere, ma il termine arabo di “gran visir” è forse più appropriato. Sembra inoltre che la carica fosse ereditaria, poiché Giovanni la ricoprì a sua volta.
Giovanni fu battezzato e ricevette un’istruzione cristiana classica. Il suo tutore era un monaco chiamato Cosma, che gli arabi avevano portato dalla Sicilia come prigioniero e che insegnò a Giovanni tutte le scienze, eccellendo nell’insegnamento della teologia.
Dopo aver ricoperto per qualche anno la carica che era stata del padre, la sua posizione alla corte damascena si fece insostenibile. Un nuovo califfo, Abdul Malek, era ostile ai cristani, a cui fu richiesto di tenere i conti in arabo ed imposte nuove restrizioni.
Giovanni si dimise nel 700 circa, distribuendo i suoi beni tra i parenti, la Chiesa e i poveri, ed entrò nella grande laura di S. Saba, vicino a Gerusalemme.
Il compagno più intimo di Giovanni divenne un poeta e cantore che aveva lo stesso nome del suo tutore, Cosma (in alcune fonti il giovane è descritto come suo fratello adottivo). Entrambi furono certamente monaci insieme a San Saba, dove impiegavano il tempo scrivendo libri e componendo inni. Il loro lavoro fu apprezzato dal patriarca di Gerusalemme, Giovanni V, che ritenne che dovessero lasciare la laura. Nominò Cosma vescovo di Majuma e ordinò sacerdote Giovanni, trasferendolo a Gerusalemme come predicatore titolare della Basilica del Santo Sepolcro.

Sul piano teologico, quando ancora ricopriva l'incarico di Gran Visir presso il califfo di Damasco, fu molto attivo nel contrastare la politica iconoclasta dell'imperatore Leone III Isaurico (717-741) con i suoi Discorsi apologetici contro coloro che calunniano le sante immagini.
L'imperatore, non potendo colpirlo direttamente giacchè il Santo si trovava fuori della giurisdizione imperiale, fece pervenire al califfo una lettera, scritta imitando la scrittura di Giovanni, in cui appariva come il Gran Visir fosse pronto a consegnare a tradimento la città di Damasco all'Imperatore. Furioso per il supposto tradimento del suo Gran Visir ed amico, il Califfo applicò nei suoi confronti la cosiddetta " legge del taglione ". Ordinò cioè che la mano destra del Santo fosse amputata. Ma l'arto innocente venne miracolosamente sanato, nella notte, per intervento della Vergine. A lei, infatti, Giovanni Damasceno aveva promesso di dedicare, se risanato, l'opera della sua mano di scrittore cristiano.
Secondo la leggenda Giovanni avrebbe offerto la mano tagliata ad un'immagine della Madonna. Dall'icona sarebbe uscita una mano della Vergine, che avrebbe riattaccato l'arto amputato; Giovanni, in segno di ringraziamento, avrebbe fatto applicare all'icona una mano votiva d'argento, da cui deriverebbe l'iconografia della Vergine Tricherousa (“con tre mani”).

La sua produzione poetica e musicale conta più di sessanta Canoni composti per le maggiori festività della Chiesa, che sono un'antologia melodica dei Discorsi Panegirici di San Gregorio il Teologo. E' inoltre considerato l'autore per eccellenza del Paracletico (il libro liturgico contenente le officiature dei giorni feriali del periodo che va dalla domenica di Pentecoste all'inizio del Triodion).

Secondo la tradizione, San Giovanni Damasceno morì nel 749.


San Cosma di Majuma


San Cosma di Majuma detto il melode nacque molto probabilmente a Damasco nel VII sec. Rimasto orfano in giovane età fu adottato dal padre di Giovanni Damasceno e ricevette la sua stessa istruzione. Accomunato al fratello adottivo dalla stessa passione per la vita monastica lo seguì nella laura di S.Saba dove si dedicò soprattutto alla composizione degli inni. Lasciò la laura nel 743 quando fu nominato vescovo di Majuma (il porto dell'antica Gaza). 

San Cosma di Majuma
chiesa della Teotokos Peribleptos (San Clemente), Ocrida, Macedonia, 1295
Cosma è detto anche "il melode" perchè non si limitò a scrivere il testo degli inni ma ne scrisse anche la musica. Fu uno dei primi ad introdurre i “canoni” (un tipo di composizione cantata costituita di solito da 9 odi, ciascuna di 3, 4 o 6 tropari, di uguale struttura ritmica). Tra i suoi Canoni più famosi ci sono quello per la Dormizione della Vergine, quello per San Gregorio il Teologo e quelli per la Settimana santa. Morì intorno al 750.

 
San Giuseppe Innografo


San Giuseppe Innografo nacque in Sicilia nell’816 e al tempo dell’invasione araba dell’827, riparò con la sua famiglia nel Peloponneso. Nell'831, 
all'età di quindici anni, si recò a Tessalonica prendendo l’abito religioso nel monastero di Latomou. Consacrato ieromonaco, ebbe come maestro spirituale San Gregorio il Decapolita che, visitando Tessalonica nel 840, rimase così colpito dal suo ascetismo e dalla sua umiltà da condurlo con sé a Costantinopoli, nel monastero di Studion.
L’anno successivo Giuseppe fu inviato a Roma dal papa Gregorio IV (828-844), per chiedere il suo aiuto nella lotta contro l’iconoclastia. 
La nave su cui era imbarcato, cadde però nelle mani dei pirati arabi che lo condussero a Creta; venne riscattato e liberato da persone caritatevoli e nell’843 tornò a Costantinopoli dove trovò il suo maestro Gregorio il Decapolita morto o moribondo. 
Negli anni successivi restò nella chiesa di S. Giovanni Crisostomo e nell’850 fondò un monastero ad essa correlato, diventandone l' igoumeno, dove depose le reliquie di Gregorio, del suo discepolo Giovanni e quelle di S.Bartolomeo, ottenute a Tessalonica, a cui il monastero fu dedicato. 
In seguito, essendo molto legato al patriarca Ignazio (847-858 e 867-877), venne coinvolto nella vicenda della sua deposizione (23 novembre 858) ed esiliato dal potente cesare Bardas a Cherson in Crimea, dove rimase probabilmente fino alla reintegrazione di Ignazio nella carica di patriarca nell’867. 
L’imperatore Basilio I il Macedone (867-886) gli affidò la custodia di S. Sofia a Costantinopoli (lo nominò infatti “skeuophylax”), in questa funzione ricevette gli inviati del papa Adriano II al Concilio di Costantinopoli, il 25 settembre 869. 
Dopo una interruzione, ricoprì la carica di nuovo fino all’886, anno in cui morì il 3 aprile.
Giuseppe, meritandosi l'appellativo di “dolce voce d'usignolo della Chiesa" per la bellezza e profondità delle sue composizioni, fu un grande cantore di Maria. Non solo compose infatti diversi canoni per celebrarne le feste, ma tutti i suoi canoni si concludono sempre con un theotokion dedicato alla Madre di Dio.



San Teofane Graptos


Teofane nacque in Palestina nel 778 ed assieme al fratello Teodoro entrò nella laura di San Saba nell'800 circa, dove entrambi furono posti sotto la direzione spirituale di Michele Sincello (il segretario particolare del patriarca di Gerusalemme Tommaso I).
Nell'813 Michele Sincello fu inviato a Costantinopoli dal patriarca di Gerusalemme e si fece accompagnare da Teodoro e Teofane. Preso alloggio nel monastero di S.Salvatore in chora – dove venivano accolti i profughi provenienti dalla Palestina - secondo le fonti l'ambasceria si presentò all'imperatore Leone V Armeno e gli consegnò una lettera in cui il patriarca lo invitava a desistere dalle persecuzioni iconoclaste. Per tutta risposta l'imperatore li fece incarcerare.*
Teofane e Teodoro furono quindi deportati in una fortezza presso lo sbocco del Bosforo nel Mar Nero dove rimasero fino all'assassinio di Leone V (25 dicembre 820).
Il nuovo imperatore Michele II (820-829) ordinò il rilascio di tutti gli iconoduli detenuti e i due fratelli poterono far ritorno a Costantinopoli.
Con l'ascesa al trono di Teofilo (829) ci fu però una recrudescenza delle persecuzioni iconoclaste e i due fratelli furono esiliati nell'isola di Aphousia (l'attuale Avşa) nel Mar di Marmara. Nel luglio del 836 furono richiamati a Costantinopoli ed interrogati per tutta una giornata in presenza dell'imperatore. Dinanzi al loro ostinato rifiuto di comunicarsi insieme agli iconoclasti, l'imperatore fece incidere sulle loro fronti con il ferro rovente dodici versi giambici in lode dell'iconoclastia scritti da un certo Christodoulos, da cui derivò ai due fratelli l'appellativo di “graptoi” (marchiati).

L'imperatore Teofilo interroga Teofane e Teodoro nel crisotriclinio
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze
(Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de España, Madrid
 
Teofane e Teodoro furono quindi mandati ad Apamea in Bitinia dove Teodoro morì nell'841.
Con il ripristino del culto delle immagini (843), Teofane fu trattato da eroe e nominato dal nuovo patriarca Metodio vescovo di Nicea, dove si spense nell'845. I suoi resti furono inumati nel monastero costantinopolitano del Salvatore in chora, dove era stato monaco, e successivamente trafugati dai latini per finire non si sa dove.
Teofane compose circa duecento inni liturgici, tra i quali vanno ricordati i canoni per l'Esaltazione della Croce, per la Domenica dell'Ortodossia e per il Sabato di Lazzaro.

* La cronologia riportata dalle fonti appare poco chiara: secondo la Vita di Teodoro di Simeone Metafrasto i tre raggiunsero Costantinopoli "prima dell'avvento al potere di Leone V" quindi prima dell' 11 luglio 813; soltanto nel maggio del 814 invece secondo l'anonimo della Vita di Michele Sincello. Leone V diede comunque corso alle persecuzioni degli iconoduli non prima dell'815, anno in cui si può più plausibilmente datare il suo incontro con i tre. Non è chiaro cosa abbiano fatto i tre monaci nel frattempo e perché non abbiano proseguito per Roma che doveva essere la tappa successiva della loro missione.

 
Questo affresco, che si trova nella parete nord del braccio settentrionale della croce nella chiesa comnena di San Panteleimon a Nerezi (nell'attuale Repubblica di Macedonia) e che risale all'epoca della sua fondazione (1164), è uno dei primi esempi in cui i santi innografi vengono raffigurati insieme come appartenenti ad una categoria specifica.
Da sinistra a destra si riconoscono: S.Giuseppe innografo, S.Teofane graptos, S.Teodoro studita, S.Giovanni damasceno e S.Cosma di Majuma. Ogni santo ha nelle mani un cartiglio su cui sono scritti versi che si riferiscono alle scene della Passione raffigurate nella fascia sovrastante.