A differenza di Belisario, che avanzava lentamente senza lasciarsi alle spalle piazzeforti in mani nemiche, Narsete e Giovanni puntarono decisamente allo scontro risolutivo con l'esercito goto senza curarsi di assediarle. Totila, ricevute in rinforzo le truppe condotte da Teia, mosse da Roma contro di loro e i due eserciti si scontrarono a Busta Gallorum, nei pressi di Gualdo Tadino.
Battaglia di Tagina (Gualdo Tadino, 30 giugno 552)
Quando dichiara di volersi arrendere infatti, l'esercito bizantino si rilassa, abbassando un po' la guardia. E commette un grave errore.
Totila sferra a sorpresa un attacco fulmineo, e conquista una collina dove si arrocca con i suoi uomini, nell'attesa dei rinforzi. Sa che stanno per raggiungerlo 2.000 soldati a cavallo guidati da Teia, il suo più fidato luogotenente, e vuole ritardare lo scontro fino a quel momento.
Per questo propone al nemico una sfida al singolare, e fa uscire dalle file dei suoi soldati Cocca, il combattente più forte e spietato, un disertore bizantino che si è fatto una reputazione per la sua potenza e crudeltà nei duelli. Risponde alla sfida Anzala, una delle guardie del corpo armene di Narsete. I due uomini si fronteggiano a cavallo. Tutto intorno c'è un silenzio irreale. Cocca parte veloce alla carica, ma Anzala rimane fermo al suo posto. Obbedendo ai suoi ordini, il cavallo che monta scarta di lato solo all'ultimo momento, quando il disertore bizantino gli è quasi addosso. Solo in quel momento l'arma di Anzala scatta fulminea, pugnalando mortalmente al fianco il nemico.
Totila non si perde d'animo. In sella al suo enorme destriero, inscena davanti ai bizantini una danza di guerra. La sua armatura dorata scintilla al sole e il mantello color porpora sbatte agitato dal vento, mentre esegue un complicato esercizio equestre che ha lo scopo di provocare un crollo nel morale degli avversari. Quando infine Teia lo raggiunge con i rinforzi, Totila volge le spalle al nemico, rompe le formazioni e pranza indifferente con tutti i suoi uomini, dimostrando una sfacciata sicurezza sull'esito dell'imminente battaglia. In realtà si augura di spiazzare gli antagonisti con il suo comportamento sprezzante, e aspetta paziente che i tarli del dubbio e della paura si facciano strada nella mente dei bizantini, minando il loro rendimento al momento dello scontro.
Ma nei suoi calcoli non ha tenuto conto delle capacità di Narsete. Il generale bizantino è un uomo duro ed esperto, che non si lascia ingannare dalle tattiche psicologiche del nemico. Ha più di sessant'anni ormai, ed è cresciuto fra gli intrighi di corte del palazzo imperiale di Costantinopoli, dove si è guadagnato l'illimitata fiducia dell'Imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, portando a termine delicate missioni diplomatiche che hanno salvato più volte l'Impero Romano d'Oriente dalla disgregazione. Narsete è un eunuco, e forse il Totila lo ha sottovalutato per questo. Nonostante la superiorità numerica, Narsete schiera i suoi uomini in assetto fortemente difensivo, ammassando al centro una fitta falange di fanti longobardi ed eruli, e disponendo ai lati gli arcieri bizantini, con la cavalleria alle spalle ed un contingente di 1500 cavalieri disposto ad angolo con l'ala sinistra. Durante il pranzo dei nemici permette alle proprie truppe di rinfrescarsi, ma senza lasciare la propria posizione.
I resti dell'esercito ostrogoto, scampati al disastro di Gualdo Tadino, si radunarono a Pavia dove elessero Teia loro re. Narsete lasciò Vitaliano a vigilare sui loro movimenti e con il grosso dell'esercito marciò su Roma, espugnando le piazzeforti umbre in mano nemica che incontrava lungo la sua strada.
Dopo un breve assedio Roma, malamente difesa dai goti, fu presa d'assalto nell'autunno del 552.
Narsete passando il Sarno sulla sua riva sinistra, all'inseguimento dei nemici, pose il suo campo lungo la strada tra Stabia e Nocera a sud ovest di Angri, dove si trovava un terreno pianeggiante. Il generale bizantino non volle attaccare il nemico arroccato sui monti Lattari, malgrado la sua superiorità numerica, si limitò invece ad assediarlo in attesa che commettesse qualche errore. Probabilmente nel giro di una sola giornata i Goti si resero conto di non poter fare altro che attaccare e lo fecero con la forza della disperazione.
Nel corso dei furiosi combattimenti Teia, che combatteva in prima fila, fu trafitto a morte da un giavellotto.
Dopo la morte di Teia una furiosa battaglia dovette ingaggiarsi intorno al suo corpo con i Bizantini che tentavano di impossessarsene e i Goti che cercavano di sottrarlo al vilipendio del nemico. Alla fine i Bizantini riuscirono vincitori, impadronendosi del corpo di Teia a cui mozzarono il capo. La testa del re venne posta su una picca e portata in giro come trofeo nel campo imperiale e attraverso la città di Angri lungo quella via che ancora oggi porta il nome di via dei Goti. Tutto questo nel tentativo di risollevare il morale dei soldati Bizantini, già duramente provato nel corso di quella dura giornata.
Malgrado la grave perdita i Goti non si lasciarono prendere dallo sconforto e dalla disperazione, contrariamente a quanto avvenne a Tagina con Totila, i guerrieri goti continuarono a combattere con ancora più determinazione di prima, impedendo al nemico di aprire delle brecce nel loro schieramento. La battaglia proseguì violentissima fino al tramonto e anche dopo a notte inoltrata, poi nel buio notturno i combattimenti andarono scemando e lentamente i superstiti fecero ritorno ai rispettivi accampamenti, consapevoli delle difficoltà che li attendevano il giorno dopo. I soldati di ambo le parti trascorsero la notte in assetto di combattimento, pronti a respingere eventuali attacchi di sorpresa.
L'alba del giorno dopo vide riaccendersi la battaglia negli stessi luoghi e nelle stesse modalità del giorno prima. Questa volta però i Bizantini non si fecero prendere di sorpresa, ma si disposero ordinatamente ognuno nel proprio reparto d'appartenenza. Lo scontro fu ancora una volta frontale senza alcun tentativo di manovra che peraltro il terreno non concedeva. I Goti cercarono di aprire delle brecce nelle schiere nemiche con l'impeto disperato di chi combatte l'ultima battaglia, ma il numero dei nemici, anch'essi molto agguerriti, impedì qualsiasi sfondamento. Ancora una volta la battaglia andò avanti per tutta la giornata fino alla successiva notte.
Verso sera i Goti mandarono alcuni parlamentari a Narsete per trattare una resa. I Goti ormai consci di non poter più resistere alla pressione nemica chiesero a Narsete di lasciarli andare dove potessero vivere secondo le loro leggi, in cambio avrebbero consegnato i tesori in loro possesso, oltre alla promessa di non prendere più le armi contro Giustiniano, di cui però si rifiutarono ancora di riconoscerne l'autorità.
Con la sconfitta dei Monti Lattari e la morte di Teia il regno dei Goti cessò di fatto di esistere, rimasero solo alcune sacche di resistenza che furono progressivamente eliminate (Verona cadde solo tra il 561 e il 562).
Nel 553 Narsete dovette però fronteggiare l'attacco del corpo di spedizione franco-alemanno al comando dei fratelli Leutari e Butilino, a cui infine re Teodobaldo aveva ufficiosamente consentito di intervenire a sostegno delle ultime roccaforti gote. Attraversato il Po nell'estate 553, i franco-alemanni occuparono Parma e sconfissero un esercito bizantino condotto dall'erulo Fulcari. Quindi i due fratelli avanzarono nell'Italia centromeridionale giungendo fino al Sannio dove decisero di dividere le proprie forze. Leutari discese la penisola e saccheggiò la Puglia, quindi decise di rientrare in patria con il bottino. Sulla via del ritorno le sue avanguardie si scontrarono però con l'esercito imperiale al comando del generale Artabane che inflisse loro una sonora sconfitta nei pressi di Fano in cui persero gran parte del bottino.
Butilino condusse invece l'altra colonna in Campania dove fu convinto dai goti, con la prospettiva di divenire loro re, ad affrontare Narsete in una battaglia campale.
Battaglia del Volturno (ottobre 554)
(1) Nominare un eunuco al comando dell'esercito era un fatto senza precedenti. Narsete, dopo una brillante carriera nell'amministrazione imperiale, era stato nominato da Giustiniano generale all'età di sessant'anni e, nonostante i dissidi con Belisario, aveva dato una buona prova nella precedente campagna. Oltre alla sua provata fedeltà influirono sulla decisione di Giustiniano anche la considerazione che gli altri generali non si sarebbero messi di buon grado agli ordini di Giovanni che consideravano un loro pari e che, a causa della sua menomazione, Narsete non avrebbe comunque pouto proporsi come usurpatore. Procopio riferisce anche di una profezia nota all'epoca che diceva che un giorno un eunuco avrebbe sconfitto il signore di Roma (Procopio, Bellum Gothicum, libro IV, XXI).
Attraverso un arco si accede per mezzo di una scala ad un locale sotterraneo absidato e provvisto di colonne che potrebbe risalire al VI sec. Non vi è però alcuna prova che si tratti realmente della tomba del re goto.
(4) Il prefetto del pretorio era essenzialmente un funzionario civile, questo lascerebbe intuire il passaggio della provincia italica dall'amministrazione militare a quella civile. In alcuni casi ed in altre provincie il prefetto del pretorio aveva però assunto in precedenza anche il comando delle truppe e non si può escludere che questo sia avvenuto anche nel caso di Longino. Nel corso della guerra gotica, ad esempio, il senatore Massimino nominato da Giustiniano prefetto del pretorio per l'Italia tra il primo ed il secondo mandato di Belisario, aveva avuto anche il comando dell'esercito.
(precedente)

























