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domenica 30 aprile 2023

Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

 Giovanni il Cappadoce e la rivolta di Nika

Nato probabilmente a Cesarea di Cappadocia da una famiglia di basso ceto, entrò nella pubblica amministrazione bizantina come scrinarius (archivista). Secondo alcuni storici conobbe Giustiniano prima della sua ascesa al trono, quando questi ricopriva la carica di magister militum praesentialis (520) e Giovanni fu assegnato al suo servizio, facendosi notare dal futuro imperatore soprattutto per le sue capacità in materia di esazione fiscale. Nel 531 – nonostante il fatto che fosse alquanto illetterato e soprattutto non parlasse latino, il che lo rendeva culturalmente estraneo al progetto giustinianeo della renovatio imperii, fu dapprima elevato al rango di vir illustris e quindi posto dall'imperatore a capo della prefettura del pretorio d'Oriente. Da questa carica diresse per circa un decennio – salvo una breve interruzione a seguito della rivolta di Nika – l'amministrazione statale, reperendo i fondi necessari alle campagne militari e alle grandiose opere pubbliche volute dall'imperatore.


La rivolta di Nika
Le due fazioni superstiti di tifosi delle corse all'Ippodromo all'epoca di Giustiniano avevano assunto quasi la forma di partiti politici. I Verdi erano monofisiti e raccoglievano consensi soprattutto tra l'aristocrazia e i legittimisti raccolti attorno ai nipoti di Anastasio, mentre gli Azzurri, a cui andava il favore della coppia imperiale, erano invece di credo calcedoniano e di estrazione popolare. Il livello di scontro tra le due fazioni crebbe enormemente durante il regno di Giustiniano, gli estremisti di ambo le fazioni giravano armati e non di rado ci scappava il morto. Nel gennaio del 532, la settimana precedente l'inizio delle corse, era già stata funestata da diversi omicidi. L'eparca di Costantinopoli, Eudemone, fece arrestare i responsabili, due verdi e due azzurri, e li fece condannare a morte. Il patibolo fu eretto il 12 gennaio a Sycae sulla riva del Corno d'oro ma dopo le prime due esecuzioni crollò, permettendo la fuga degli altri due condannati (un verde e un azzurro) che trovarono rifugio nel convento di San Conone che venne immediatamente circondato dai soldati.
Il giorno successivo, all'Ippodromo, prima dell'inaugurazione delle corse, il capo dei Verdi e quello degli Azzurri fecero un appello congiunto all'imperatore perché risparmiasse la vita ai due condannati. Giustiniano ignorò l'appello e questo diede fuoco alla rivolta. Al grido di “Nika! (Vinci!)”, lo stesso usato per incitare gli aurighi, la folla sciama nella città abbandonandosi ad atti vandalici e di violenza.
Il 18 gennaio, seguendo l'esempio di Anastasio I (491-518), Giustiniano si presenta all'Ippodromo con i Vangeli in mano nel tentativo di placare la folla. Viene ricoperto d'insulti ed è costretto a rinchiudersi nel Sacro palazzo mentre i rivoltosi danno fuoco finanche alla cattedrale di Santa Sofia (1) e proclamano Ipazio, un nipote di Anastasio che accetta a malincuore (2), imperatore. Iniziata come un torbido sportivo, la rivolta assume un colore più politico e pretende le teste di Eudimone, l'eparca di Costantinopoli responsabile della repressione, di Giovanni il Cappadoce, responsabile dell'intollerabile pressione fiscale, accusato di avidità e di condurre una vita dissoluta e del giurista Triboniano che ricopriva la carica di Questor sacri palatii (in pratica il ministro di Giustizia di Giustiniano a cui è in gran parte dovuto il Corpus iuris civilis) accusato anche lui di avidità e corruzione. Giustiniano sostituisce il Cappadoce con Foca, un conservatore colto e illuminato, e Triboniano con Basilide, un aristocratico di alta cultura. Ma questo non basta a placare la folla.
Alcuni senatori rimasti a Costantinopoli passano dalla parte dei rivoltosi, tra questi Origene che suggerisce una tattica attendista, insediando il nuovo governo in un altro palazzo. Bramosi di agire e forse su ordine di Ipazio gli insorti confluiscono invece nuovamente nell'Ippodromo. Nel frattempo nel Sacro Palazzo Giustiniano e i suoi fedelissimi valutano l'ipotesi di lasciare la città e proseguire altrove la lotta. L'imperatrice interviene con un appassionato discorso che conclude con una frase passata alla storia: il trono è un magnifico sepolcro e la porpora uno splendido sudario. Giustiniano e i suoi decidono quindi di restare e combattere. Non essendo certa la fedeltà della guardia palatina, si decide di puntare tutto sulle milizie personali di Belisario e Mundo rimasti fedeli all'imperatore.
Ipazio aveva preso posto sul palco imperiale, Belisario e i suoi uomini entrarono nell'Ippodromo dai carceres mentre i miliziani di Mundo entrarono dalla Porta della morte che si trovava dalla parte opposta. Presa in mezzo la massa confusa e disordinata dei rivoltosi, i veterani dei due generali ne fecero strage (Procopio parla di circa trentamila morti). I nipoti di Giustiniano, Giusto e Boraide, catturarono Ipazio e il fratello Pompeo e li consegnarono all'imperatore che li mise a morte il giorno dopo.

Non molto tempo dopo la conclusione della rivolta, nell'ottobre dello stesso anno, Giustiniano richiamò al governo sia Triboniano che il Cappadoce che riteneva indispensabili alla realizzazione del suo programma. Nonostante il fatto, ad esempio, che Giovanni fosse apertamente ostile alla campagna d'Africa – che giudicava eccessivamente dispendiosa - fino al punto di sabotare le derrate della spedizione. Il Cappadoce diresse l'amministrazione dell'impero fino al 541 quando cadde vittima di un tranello tesogli dall'imperatrice stessa per mano di Antonina, la moglie di Belisario. Profittando dell'ingenuità di Eufemia, l'unica figlia di Giovanni, Antonina lo attirò in un incontro riservato alle Rufinianae (2) in cui gli propose l'appoggio proprio e del marito in caso di rivolta contro Giustiniano. Giovanni accettò immediatamente mentre non visti Narsete e Marcello ascoltavano la conversazione. Non appena il Cappadoce dichiarò di aderire al progetto, i due generali ed i loro uomini si avventarono su di lui che fu però difeso dalle sue guardie private da cui – non fidandosi del tutto di Antonina – si era fatto scortare. Sottrattosi alla cattura, fu estromesso dal governo e costretto controvoglia a farsi sacerdote, prendendo il nome di Pietro. In un primo momento tutti i suoi beni furono sequestrati ma successivamente Giustiniano decise di restituirgliene una parte.
Non volendo in alcuna maniera esercitare le funzioni dell'ordine sacerdotale, onde non precludersi la possibilità di riottenere una carica civile importante, entrò in contrasto con il vescovo di Cizico – Eusebio -da cui dipendeva, sì che alla sua morte fu arrestato e processato per il suo assassinio. La sua colpevolezza non fu dimostrata ma l'imperatore lo esiliò in una località ancora più lontana, Antinoopolis in Egitto dove continuò ad essere perseguitato dall'odio di Teodora – che probabilmente temeva l'ascendente che il Cappadoce aveva sull'imperatore – e che cercò finanche di corrompere due falsi testimoni per farlo condannare per l'assassinio del vescovo. Giovanni, dal canto suo, non perse mai la speranza di poter rientrare nel gioco politico. Alla morte di Teodora (548) Giustiniano gli permise di tornare a Costantinopoli ma non di rinunciare all'abito talare né gli vennero affidati incarichi nella pubblica amministrazione. Morì in pace – come riporta lo storico Giovanni Malala – poco tempo dopo.


Note:

(1) Oltre alla chiesa di Santa Sofia, la furia dei rivoltosi ridusse in macerie anche la vicina Sant'Irene e la Magnaura (all'epoca sede del Senato). Fu anche gravemente danneggiata la Chalke e molte delle colonne dell'Augusteion vennero abbattute. 

(2) Pompeo e Ipazio erano figli di Cesaria, sorella dell'imperatore Anastasio I. Procopio riporta un accorato appello della moglie di Ipazio – Maria – che scongiura il marito di resistere alle pressioni della folla. L'incoronazione avvenne nel Foro di Costantino – l'unico che non era stato incendiato dagli insorti – e la corona venne sostituita da una catena d'oro spuntata fuori da chissà dove.

(2) Le Rufinianae erano un sobborgo di Costantinopoli – dava sul Mar di Marmara, poco a sud di Calcedonia - dove si trovava un palazzo residenziale di Belisario

(3) All'epoca dei fatti Marcello ricopriva la carica di comes excubitorum, comandava cioè la guardia palatina ed era un fedelissimo di Giustiniano.

sabato 11 marzo 2023

L' Hebdomon

L'Hebdomon

L'Hebdomon era un sobborgo di Costantinopoli che sorgeva lungo la via Egnatia, a circa 7 miglia (da cui il nome) ad ovest del Milion, nella località oggi nota come Bakirkoy. Era una sorta di “Versailles degli imperatori bizantini” (Thibaut) accanto a cui si trovava il campo di marte dove si svolgevano le manovre e si acquartieravano le truppe prima o dopo le campagne militari.



Palazzo imperiale
Il Palazzo imperiale di Hebdomon fu originariamente costruito dall'imperatore Valente (364-378). Successivamente fu completamente ricostruito da Giustiniano e prese il nome di Iokoundianai. L'imperatore vi soggiornava volentieri e da qui vennero emanate molte delle sue leggi. Il palazzo compare nelle fonti anche con il nome di Sekoundianai, nome che potrebbe coinvolgere nella sua costruzione Secundinus che nel 492 fu nominato eparca di Costantinopoli da Anastasio I con il compito di sedare la rivolta degli Isauri e ristrutturare gli edifici danneggiati nel corso della quale.  

Le fondamenta del palazzo imperiale (2015)

Colonna di Teodosio II 
In una piazza del paese rimane rovesciato un fusto monolitico di granito grigio bluastro levigato, lungo m 11,25, del diametro inferiore di m 1,50 e superiore di m 1,36, riferibile ad una colonna onoraria, a cui doveva appartenere l'iscrizione frammentaria su base di marmo bianco proconnesio, lunga m 2,30, larga m 1,94, alta m 0,75, oggi collocata nei giardini di Santa Sofia.

L'iscrizione è stata integrata dal Demangel: 

D(ominus) N(oster) Theodo[sius pius felix August]us - imperator et [fortissimus triumfato]r - [gentium barbararum pere]nnis [et ubiqu]e - [victor pro]votis sororum pacato - [orbe Romjano celsus exultat.

La colonna risulta così dedicata a Teodosio II dalle sorelle Pulcheria, Arcadia e Marina, e la pace a cui si allude nell'iscrizione può essere o quella con i Persiani del 422, o, più probabilmente, il trattato con gli Unni del 449 giacché la colonna potrebbe essere stata fatta erigere da Pulcheria che in quell'anno venne riammessa a corte dopo essere stata esiliata proprio nel palazzo imperiale di Hebdomon. Sappiamo inoltre che questa colonna era vicina al palazzo imperiale e che cadde al suolo nel terremoto del 557. La base della colonna venne ritrovata nel cortile di un complesso residenziale oggi al civico 3 di Cevizliyalı Sokak, il palazzo imperiale doveva quindi sorgere nelle immediate vicinanze.

Palazzo Magnaura 

Un altro edificio residenziale era il palazzo di Magnaura che sorgeva praticamente in riva al mare su un promontorio che portava lo stesso nome. Probabilmente qui, originariamente, si radunavano i membri del Senato – come nell'omonimo palazzo cittadino (Magnaura deriva infatti dal latino magna aula) - per rendere omaggio all'imperatore che tornava da una campagna vittoriosa.

Kampos
Nella spianata dove ora sorge l'ippodromo Veli Efendi si estendeva il campo di Marte dove si svolgevano le esercitazioni militari e si acquartieravano le truppe che giungevano nella capitale. 
Da qui partivano i cortei trionfali che entravano in città attraverso la Porta d'oro e percorrevano la Mese fino al palazzo imperiale e a santa Sofia. Per questa ragione, a partire da Valente, una decina di imperatori furono proclamati qui, a sottolineare l'importanza politica assunta dall'esercito in quel periodo. La proclamazione avveniva su una tribuna, fatta erigere da Valente, che si affacciava sul campo di Marte.



Resti del muro della tribuna

Chiesa di San Giovanni Battista

Fu fatta erigere da Teodosio I nel 391 per accogliere la reliquia della testa di San Giovanni Battista e poi completamente ricostruita da Giustiniano. Fu probabilmente restaurata nuovamente sotto Basilio I (867-886).

Durante gli scavi del 1921-1923 emersero i resti dell'abside. Sulla scorta della descrizione di Procopio sappiamo che la chiesa giustinianea aveva una pianta ottagonale - del tipo di quella di San Vitale di Ravenna o della chiesa costantinopolitana dei SS. Sergio e Bacco – tutto attorno al giro di colonne che racchiudeva lo spazio centrale correva un deambulatorio sovrastato dalle gallerie. Le poche evidenze architettoniche scomparvero nel 1965 con la costruzione dell'ospedale di Bakirkoy.


Chiesa di San Giovanni Evangelista
A pianta basilicale, risaliva originariamente probabilmente all'epoca di Costantino il grande. Andata distrutta nel VII secolo, fu ricostruita anch'essa da Basilio I. Nel corso degli scavi del 1921-1923, in prossimità della chiesa del Battista, emerse un pavimento decorato a mosaico che poteva appartenere ad un edificio di culto a pianta basilicale. E' comunque possibile che i lavori di ristrutturazione intrapresi sotto Basilio I abbiano realizzato la fusione tra le due chiese, questo spiegherebbe anche perché a partire da quest'epoca la chiesa dedicata al Battista scompare completamente dalle fonti.

L'Ipogeo



Il corridoio anulare

Nell'area dove sorge attualmente l'ospedale psichiatrico è stato ritrovato un sepolcro ipogeo. Si tratta di una costruzione a pianta circolare trasformata in croce dall'intersecarsi di due navate ortogonali e circondata da un corridoio anulare. I quattro grandi pilastri che risultano dall'intersecarsi delle due navate sostengono la volta a cupola.

Giacché nell'epitaffio di Basilio II (976-1025) - tramandatoci dalle fonti – è scritto che l'imperatore volle farsi seppellire all'Hebdomon, si era ritenuto che l'ipogeo fosse il luogo della sua sepoltura. Si tratta invece di un edificio del V secolo, epoca a cui appartengono anche i sei sarcofagi ritrovati al suo interno, ovvero in sei delle otto nicchie ricavate nella muratura.

Uno dei sarcofagi ritrovati all'interno dell'ipogeo
Museo Archeologico di Istanbul

Un sarcofago ritrovato in prossimità della chiesa del Battista (vedi sopra) e oggi disperso, venne attribuito all'imperatore, che probabilmente venne sepolto all'interno della chiesa. 

Il sarcofago (oggi disperso) attribuito a Basilio II

Ad ogni modo, Giorgio Pachimere nella sua Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum, scritta all'epoca di Michele VIII Paleologo, racconta che nel 1260, mentre il Paleologo assediava le fortificazioni di Galata, alcuni suoi parenti si recarono nella chiesa del Battista al'Hebdomon ormani in rovina e s'imbatterono nelle ossa di un uomo il cui epitaffio diceva essere stato l'imperatore Basilio II. Secondo il cronista, Michele fece recuperare i resti del suo predecessore per farli seppellire nel katholikon del monastero del Salvatore a Selymbria (mai identificato). Le spoglie del Paleologo sarebbero state ivi traslate pochi anni dopo la sua morte e tumulate accanto a quelle del suo illustre predecessore.

Cisterna di Hebdomon (Fildami Sarnici)


E' una cisterna a cielo aperto e misura 127x76 metri. Può contenere fino a 125.000 metri cubi d'acqua. La sua costruzione risale al V-VI secolo. 


In prossimità dell'angolo sudovest, si trova una torre piezometrica di epoca successiva mediante la quale era possibile misurare la pressione dell'acqua all'interno della cisterna. 


Il toponimo turco (Fildami sarnici, letteralmente "cisterna degli elefanti") è dovuto al fatto che per un periodo in epoca ottomana vi vennero sistemate le stalle degli elefanti del sultano. Originariamente la cisterna doveva provvedere al fabbisogno delle truppe acquartierate nel Kampos (campo di marte) dell'Hebdomon.


la torre piezometrica




venerdì 20 gennaio 2023

Anna Notaras

 Anna Notaras

Figlia di Luca Notaras, - probabilmente la maggiore - il ricchissimo proprietario terriero della Morea bizantina, che ricoprì le cariche di mesazon e megadux, sotto Giovanni VIII e Costantino XI. Fieramente antiunionista Notaras partecipò comunque attivamente alla difesa di Costantinopoli durante l'assedio. Fatto prigioniero insieme alla moglie (probabilmente un'esponente della casa regnante), fu fatto giustiziare dal sultano pochi giorni dopo la caduta della città.

Questa è la versione della fine di Luca Notaras accreditata da S. Runciman in Gli ultimi giorni di Costantinopoli (Piemme Edizioni, 1997) che corrisponde grosso modo a quella riportata dallo storico bizantino Ducas (Historia turco-bizantina 1341-1462) che però non si trovava a Costantinopoli nei giorni dell'assedio.

Il 3 giugno del 1453, Mehmet II diede un banchetto nel corso del quale, quando il livello del vino bevuto era già alto, qualcuno gli bisbigliò all'orecchio che il figlio quattordicenne di Notaras era un ragazzo dalla bellezza eccezionale. Il sultano immediatamente ordinò a un eunuco di andare alla casa del megadux per richiedere che suo figlio andasse da lui per il suo piacere. Notaras, a cui i figli più anziani erano stati uccisi in combattimento, rifiutò di sacrificare suo figlio ad un tal destino. La polizia ottomana allora andò a prenderlo con suo figlio Isacco e il genero Teodoro Cantacuzeno - figlio del megas domestikos Andronico Cantacuzeno aveva sposato Maria, una delle figlie di Notaras - e li portò alla presenza del sultano. Quando Notaras sfidò il sultano, la risposta di questi fu sanguinosa: ordinò che lui ed i due ragazzi fossero decapitati sul posto. Notaras chiese solamente che i due ragazzi fossero uccisi prima di lui, affinché non avessero visto la sua morte. Quando entrambi furono uccisi, offrì il suo collo al boia (1).
Contrariamente a quanto riportato, il figlio minore di Notaras, Isacco (Iacobo, secondo le fonti occidentali), oggetto della concupiscenza del sultano, fu invece sicuramente risparmiato e avviato insieme alla madre, che morì durante il tragitto, al serraglio di Adrianopoli da cui riuscì a evadere nel 1460 e a raggiungere la sorella Anna in Italia.

Luca Notaras aveva fatto partire per tempo la figlia Anna da Costantinopoli (secondo alcuni al momento della caduta della città si trovava a Pera, secondo altri era invece già in Italia dove il padre poteva contare su molte relazioni influenti) giacché gran parte del cospicuo patrimonio di famiglia era stato depositato nelle banche di Genova e Venezia già dal padre Nicola.

Waltari (Gli amanti di Bisanzio) ipotizza che Anna lasciò Costantinopoli la notte del 26 febbraio 1453, quando la galera veneziana di Pietro Davanzo ed altre sei navi cretesi, rompendo il giuramento prestato all'imperatore, lasciarono il porto.
Molto probabilmente Anna si stabilì inizialmente a Roma.
Anna Paligina de Costantinopoli, olim sponsa imperatoris Romaniae graecorum et Costantinopolis et olim filia illustris principis Magni ducis Romaniae. Questa definizione di Anna contenuta in una deliberazione del Comune di Siena del 21 luglio del 1472 – e ripetuta in un analogo documento del luglio 1474 – ha fatto ipotizzare alcuni storici che Anna fosse stata se non sposata almeno promessa sposa di Costantino XI.
Anna Notaras però non usò mai nei documenti ufficiali e nella sua corrispondenza altra formula che quella di figlia dell'ultimo e famoso megaduca, né si trova traccia di una ipotetica trattativa matrimoniale che la riguardi nelle memorie di Giorgio Sfranze, l'amico e consigliere dell' ultimo imperatore, che pure descrive dettagliatamente tutte quelle intraprese dopo la morte della seconda moglie di Costantino XI. Secondo alcuni il cognome di Paleologina potrebbe derivarle dalla madre, ma può anche essere che Anna lo abbia aggiunto a quello di Notaras in virtù di parentele più late o semplicemente per il suo valore simbolico.

Nel 1475 si trasferì a Venezia, dove si trovava sua nipote Eudocia Cantacuzena con il secondo marito Matteo Spandounes ed i figli Teodoro e Alessandro. Qui, tramite il suo amministratore e factotum Nicola Vlastos, finanziò la tipografia di Zaccaria Kalliergis, un cretese trasferitosi a Venezia, che si occupava esclusivamente della stampa di opere greche. E a Venezia dovette raggiungerla il fratello Jacobo, finalmente evaso dal serraglio di Adrianopoli.

Nel 1494, grazie alla sua mediazione, alla comunità di greci residenti a Venezia (circa cinquemila), fu permesso di fondare una società filantropica e religiosa – una Confraternita – con un comitato destinato a rappresentare gli interessi della comunità. Per opera di questa Confraternita nel 1539 – dopo estenuanti trattative con le autorità veneziane - lungo il rio dei Greci sarà costruita la chiesa di san Giorgio interamente consacrata al culto ortodosso.

San Giorgio dei Greci, Venezia

Morì nubile a Venezia l'8 luglio del 1507. Secondo Marino Sanudo, che annota la data della sua morte nel suo Diario, aveva più di cento anni ed era ancora illibata.
Nel suo testamento lasciò la somma di 500 ducati per la costruzione della succitata chiesa e destinò tutto il resto al pagamento di un riscatto ai Turchi di un prigioniero greco, secondo le ultime volontà della sorella Elena (Eufrosine) (2), e all'erezione di un monumento a lei e a tutta la sua famiglia martire del sultano. Non sono invece menzionate tre magnifiche icone (una delle quali qui riprodotta) che portò con sé da Costantinopoli, che ancora sono conservate nel Museo ellenico annesso alla chiesa di San Giorgio e che per suo tramite pervennero alla comunità greca di Venezia.

Cristo in gloria con i 12 Apostoli 
icona del XIV secolo proveniente da Costantinopoli e donata da Anna Notaras alla comunità greca di Venezia.
Museo ellenico, Venezia

Note:

(1) Cfr. L'assedio di Costantinopoli

(2) Elena Notaraina aveva sposato Giorgio Gattilusio, il primogenito di Palamede, Signore di Ainos che durante l'assedio di Costantinopoli si era mantenuto sostanzialmente neutrale. Eufrosine - nome con cui compare nel testamento di Anna - dovrebbe essere il suo nome monacale (evidentemente concluse la sua vita in monastero). Data l'usanza bizantina di conservare l'iniziale del nome secolare nella scelta di quello monacale - chiamandosi le altre due sorelle Maria e Teodora - Elena è l'unica che può essere identificata con Eufrosine.


giovedì 8 dicembre 2022

L'Esarcato d'Africa (591-711)

 L'Esarcato d'Africa (591-711)

Fu istituito probabilmente sotto l'imperatore Maurizio (582-602) nel quadro di una militarizzazione dell'apparato amministrativo volta a rendere le provincie d'Africa meno dipendenti dalla capitale per la propria difesa. Era formato dall'Africa settentrionale – eccetto la Tripolitania che fu accorpata alla diocesi d'Egitto – dalla Sardegna, dalla Corsica, dalle Baleari e dalla Spagna meridionale in mano ai bizantini. Capitale dell'esarcato divenne Cartagine.

L'antico porto di Cartagine come appare oggi

Il primo esarca di cui si ha notizia è Gennadio, a cui si rivolge con questo titolo papa Gregorio I in una lettera del 591. Già nel 578 ricopriva però la carica di Magister militum per Africam. Durante il suo mandato dovette fronteggiare la rivolta dei Mauri (598). Morì o fu rimosso dalla carica poco dopo.

Eraclio il vecchio (598-611): militare di carriera fu nominato dall'imperatore Maurizio (582-602). Nel 608, coadiuvato dal fratello Gregorio, si ribellò all'imperatore Foca, probabilmente a seguito del regime di terrore da lui instaurato. Il figlio Eraclio – detto il giovane – al comando della flotta fu mandato alla conquista di Costantinopoli mentre il nipote Niceta con l'esercito di terra invase la provincia egiziana. Nell'ottobre del 610 Eraclio il giovane sbarcò a Costantinopoli e rovesciò l'imperatore, che fu abbandonato anche dalla sua guardia personale, insediandosi al suo posto. Eraclio il vecchio morì poco dopo aver ricevuto la notizia dell'incoronazione del figlio.

Niceta (611-629): cugino di Eraclio, lo aiutò nella conquista del potere ricevendone in cambio il governo della provincia egiziana. Nel 612 fu messo al comando della guardia imperiale e fu a fianco dell'imperatore nella sfortunata campagna contro i persiani del 613 culminata con la sconfitta nella battaglia di Antiochia che determinò la perdita dell'intera Siria. I persiani conquistarono quindi anche la Palestina e l'Egitto, la cui capitale, Alessandria, cadde nel 619. E' quindi probabile che Niceta abbia effettivamente ricoperto la carica di esarca d'Africa a partire da questa data. Da una moglie di cui non si conosce il nome ebbe un figlio (Gregorio) e due figlie, la maggiore delle quali (Gregoria) fu moglie dell'imperatore Costantino III (641) (1) e madre di Costante II (641-668).

Gregorio il Patrizio (629-647): era molto probabilmente il figlio di Niceta. Di fiero credo calcedoniano entrò in contrasto con l'imperatore Costante II (641-668) a causa del suo appoggio al monotelismo. Nel 646, di fronte all'incapacità dell'impero di contrastare l'avanzata araba, decretò la secessione dell'esarcato e si autoproclamò imperatore. 


Quando gli arabi invasero la Byzacena (l'attuale Tunisia meridionale) li affrontò sotto le mura di Sufetula (647) - dove aveva spostato la capitale dell'esarcato - venendo rovinosamente sconfitto e perdendo la vita nel corso della battaglia.


Arco dei Tetrarchi, Sufetula, fine III secolo

Gennadio (648-665): militare di carriera, assunse la carica di esarca dopo la morte di Gregorio. Pagando un forte tributo riuscì ad ottenere il ritiro degli arabi dalla regione, che tornò, almeno formalmente, all'impero. Pur non essendo stato nominato da Costante II ne riconobbe infatti l'autorità e riprese ad inviare alla capitale l'eccedenza degli introiti annuali dell'esarcato. Nel 663, quando l'imperatore trasferì la corte a Siracusa e chiese un aumento del tributo annuale, rifiutò ed espulse il rappresentante dell'imperatore. La rivolta delle guarnigioni bizantine appoggiate dalla popolazione locale lo costrinse a riparare presso il califfo di Damasco a cui chiese truppe per riconquistare Cartagine. Morì ad Alessandria prima di poter tentare l'impresa.

Eleuterio il giovane (665-): guidò la rivolta contro Gennadio e s'insediò al suo posto. Nel 669 gli arabi invasero nuovamente la Byzacena e costruirono il primo nucleo della città di Kairouan - 50 km a sudovest di Hadrumetum (l'attuale Susa) - che divenne la capitale della provincia islamica dell'Ifrīqiya. Nel 683, il capo berbero Koceila (Caecilius), appoggiato da alcuni contingenti bizantini, sconfisse a Tahouda (l'attuale Sidi Okba) gli arabi guidati dal generale omayyade Oqba ibn Nafi e conquistò Kairouan riportando l'intera Byzacena sotto controllo dell'impero. Nel 688, l'armata berbero-bizantina guidata da Koceila si scontra con l'esercito del califfato nella piana di Memmes. L'esito della battaglia rimane a lungo incerto, ma alla fine prevalgono gli arabi e lo stesso Koceila rimane ucciso. Gli arabi saccheggiano la regione, riprendono Kairouan ma poi si ritirano nuovamente lasciando nella città un piccolo presidio che viene colto di sorpresa da un corpo di spedizione bizantino sbarcato a Barca.

Nel 695, pacificato il suo fronte interno, il califfato omayyade riprende l'offensiva con un esercito forte di 40.000 uomini al comando del generale Ḥassān ibn al-Nuʿmān, che risale la costa quasi senza incontrare resistenza fino a Cartagine che prende d'assalto.

Giovanni il Patrizio (695-698): Quando la notizia della caduta di Cartagine giunse a Costantinopoli suscitò una forte emozione e l'imperatore Leonzio (695-698) armò tutte le navi disponibili e inviò un corpo di spedizione al comando del patrizio Giovanni e del drongario Tiberio Apsimarus. Giovanni forza l'ingresso del porto a riprende la capitale dell'esarcato. Nel frattempo la regina berbera Khaina raccoglie sotto le sue insegne tutte le tribù locali di fede cristiana ed ebraica (2) e sconfigge Ḥassān ibn al-Nuʿmān in una sanguinosa battaglia nei pressi di Kenchela costringendolo ad abbandonare la Byzacena e ripiegare in Tripolitania.


 Ali Boukhalfa, Statua della Khaina, Baghai (Algeria), 2003

Nel 698 il generale musulmano invade nuovamente la Byzacena e attacca Cartagine da terra e da mare, costringendo Giovanni e Tiberio ad abbandonare la città con ciò che resta della flotta e della guarnigione. Cartagine viene rasa al suolo per la seconda volta e la popolazione si disperde nei territori ancora sotto controllo imperiale.

Giuliano (?): dopo la caduta di Cartagine in Africa rimanevano in mani bizantine la piazzaforte di Septem (l'attuale Ceuta) (3) e alcune fortezze nella Mauritania Tingitana che, assieme alla Sardegna e alle isole Baleari potevano ancora figurare come “esarcato d'Africa” sulla lista ufficiale dei possedimenti dell'impero. Il governatore di Septem, Giuliano, potrebbe quindi aver ricevuto il titolo di esarca. Si tratta di una figura controversa e in parte leggendaria. Non è ad esempio chiaro se fosse un funzionario bizantino o semplicemente un capo berbero riconosciuto obtorto collo dal governo centrale come governatore della piazzaforte. Sicuramente pagava un tributo ai Visigoti di Spagna (che erano comunque la popolazione cristiana a lui più vicina) e riuscì a mantenere la città in mani cristiane fino al 711 pur disponendo soltanto di una piccola guarnigione. Secondo fonti arabe tuttavia, nel 708, con l'esercito musulmano alle porte, rovesciò l'alleanza e fornì loro supporto logistico per l'invasione della Spagna. Dopo la sua morte cadde l'ultimo avamposto cristiano in Africa.


Note:

(1) Figlio di Eraclio I e della prima moglie Fabia Eudocia. Prima di morire di tubercolosi, Costantino III regnò per soli tre mesi nel 641 assieme al fratellastro Eracleona che morì poco dopo di lui nel corso dello stesso anno. Gregoria resse il trono per il figlio Costante II fino al 650.

(2) La stessa tribù berbera d'origine della Kahina – i Gerawa - era di religione ebraica.

(3) Il nome completo della città era Septem fratres, dai sette colli su cui era stata costruita. A tutt'oggi è un'enclave spagnola in Africa.

sabato 24 settembre 2022

chiesa di San Nicolò Regale, Mazara del Vallo

 chiesa di San Nicolò Regale, Mazara del Vallo

Costruita nel 1124 sul molo orientale del porto-canale di Mazara per volontà di Ruggero II e affidata inizialmente a monaci di rito greco, entrò successivamente a far parte del complesso abbaziale benedettino di San Nicolò e Giovanni Prodromo oggi non più esistente.



Presenta una pianta a croce greca inscritta con tre absidi e una cupola, impostata su un tamburo ampio e basso di forma cubica, che la sormonta. Le mura perimetrali mostrano aperture ogivali decorate da archi rincassati. Una cornice leggermente aggettante – posta al di sopra dei doccioni di smaltimento delle acque piovane – separa la muratura originaria dal coronamento dei merli circolari aggiunto nel XIII secolo.


Nell'interno si trovano un piccolo altare, quattro colonne centrali che sostengono il tamburo e delle colonnine incassate negli spigoli delle tre absidi oltre a una pavimentazione con un disegno a colori d'ispirazione islamica.


L'insieme delle caratteristiche architettoniche della chiesa l'apparentano alla chiesa palermitana di San Cataldo e a quella della Santissima Trinità di Delia a Castelvetrano.
Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa subì una radicale trasformazione per adattarla ai nuovi canoni barocchi, divenendo a pianta ottagonale con copertura a falde.
Nel 1947 si tentò di riportare la chiesa alle sue forme originarie, ma bisognò attendere fino agli anni Ottanta affinché questo gioiello dell'arte arabo-normanna riacquistasse le sue originali sembianze di edificio medievale.

Di particolare interesse è il basamento sottostante, nel quale sono state rinvenute nel 1933 tracce di mosaici romani che che probabilmente pavimentavano una piscina o di una residenza signorile o di un impianto termale di tarda età imperiale (tra il III ed il V secolo), come lascia pensare un'antica tubazione rinvenuta in uno stipite. Tra i resti malconci ne spicca uno, che ha al centro un cervo in corsa tra decorazioni floreali. Attualmente è chiusa, non visitabile da almeno 10 anni.





domenica 4 settembre 2022

Chiesa della Madonna dell'Alto (Santa Maria delle giummare), Mazara del Vallo

 Chiesa della Madonna dell'Alto (Santa Maria delle giummare), Mazara del Vallo


Fu fatta erigere nel XII sec. da Giuditta d'Altavilla – figlia di Ruggero I di Sicilia e della sua seconda moglie Eremburga di Mortain – nel luogo dove sorgeva una torre di avvistamento saracena (1) e deve probabilmente il nome al tipo di palma nana, detta giummara, che cresce spontaneamente nella zona.
Subito dopo la sua fondazione venne affidata ad una comunità di monaci basiliani.
Nel 1444 i monaci basiliani vennero sostituiti dai benedettini e nel 1567 divenne commenda dell'Ordine giovannita e tale rimase fino al 1811 quando fu assegnata al demanio e successivamente (1873) alla diocesi di Mazara. Nel 1947 si ebbe il crollo del portale di epoca trecentesca (successivamente rimontato).


I resti della torre saracena – addossata alla parete orientale della chiesa - sono ancora identificabili per via di una incredibile quanto affascinante scala a chiocciola che conduce, dall’attuale sagrestia, alle terrazze dell’edificio.

Lato orientale con i resti della torre saracena inglobati nella costruzione

La chiesa, nonostante i rifacimenti subiti nei secoli, mantiene una forte impronta normanna. A navata unica, è preceduta da un protiro, con un arco a sesto acuto in facciata sormontato da una nicchia e lateralmente da due archi a tutto sesto, fortemente rimaneggiato nel XIV sec. Per rafforzare la struttura con pilastri su cui scaricare le spinte della volta a crociera.


Internamente la chiesa è scandita trasversalmente in tre campate da due archi acuti ed uno a tutto sesto in prossimità della zona presbiteriale a pianta rettangolare. Entrando a destra, si nota un robusto arco risalente al periodo detto “chiaramontano” (2) ora cieco ed in parte affogato nella muratura della prima arcata interna alla chiesa. Probabilmente immetteva in una cappella costruita successivamente, come capita in tutte le chiese occidentali per via del diverso rituale celebrativo; poteva condurre anche a locali sussidiari aggiunti all’edificio all’epoca del passaggio della chiesa alla commenda dei Cavalieri di Malta, ma lo stemma che sovrasta l’arco reca la data del 1301 e riporta la stilizzazione di una croce da etimasia, il che fa pensare piuttosto ad un intervento ad opera dei Basiliani che modificarono il loro cenobio.
Sull'altare maggiore, all'interno di una nicchia, si conserva una statua marmorea della Madonna col bambino, opera di Giacomo Castagnola del 1575 che fu commissionata allo scultore dal primo commendatore giovannita, fra Giovanni Giorgio Vercelli.



Nelle due absidiole laterali - coerenti con la liturgia bizantina - sono presenti affreschi molto deteriorati che risalgono alla costruzione del nucleo originario della chiesa, rappresentanti San Giovanni Crisostomo e San Basilio. L’affresco che ritrae S.Basilio, identificato anche sulla base di alcune lettere greche recanti il nome del santo ormai scomparse, presenta i tradizionali canoni bizantini della sua iconografia. La nicchia di sinistra invece, in cui è ritratto S.Giovanni Crisostomo, presenta una cornice gialla con dentro tondi alternati, rossi e azzurri; l’aureola gialla del Santo, orlata di marrone; il libro con il dorso rosso.
Per consentire la costruzione di un altare sormontato da una immagine votiva si dovette smantellare la conca absidale, tompagnare l’arco absidale ancor’oggi visibile e costruire una cassa muraria che servisse da solida nicchia per la pesante statua mentre due squadrate aperture laterali sormontate da due oculi di chiara impronta cinquecentesca si frapposero tra le absidiole e l’altare. 
La copertura è a volta portante ed il pavimento in mattoni di cotto.


Note:

(1) Non si può escludere che si tratti invece del ripristino di un edificio di culto preesistente che i saraceni, dopo la conquista dell'isola nell'827, avrebbero trasformato in punto di avvistamento. I Normanni, in questo caso, non avrebbero fatto altro che modificare nuovamente l'edificio per riportarlo alla originaria funzione cultuale.

(2) Lo stile chiaramontano prende il nome dalla famiglia dei Chiaromonte che erano signori di Modica quando, nel XIV secolo, si sviluppò questa variante locale del gotico. Si caratterizza essenzialmente per l'uso di applicazioni in pietra con modanature a zig zag di matrice arabo-normanna, incastonate nelle ghiere merlettate di portali e bifore a sesto acuto.


lunedì 29 agosto 2022

Chiesa della Santissima Trinità (Cuba di Delia), Castelvetrano

Chiesa della Santissima Trinità (cuba di Delia)
Si trova nella campagna a ovest di Castelvetrano, a pochi chilometri dalla città (Via S.S. Trinità, 69, Castelvetrano).



Fu fondata tra il 1160 e il 1140 ed era il catholikon di un monastero basiliano. 
Si caratterizza all'esterno per tre absidi visibilmente pronunciate che si sviluppano sul lato orientale.
Al centro della struttura si slancia una cupola a sesto rialzato poggiata su un tamburo quadrato alleggerito da quattro finestre laterali e sostenuto a sua volta da arcate a sesto acuto che si innestano su quattro colonne di marmo cipollino e di granito rosso dotate di capitelli decorati con foglie d'acanto. I bracci della croce sono voltati a botte mentre gli incroci angolari sono chiusi da crociere. 


La struttura a croce greca si ripete anche nella cripta il cui accesso, mediante una scala esterna, si trova sul lato meridionale.



Sui lati ovest, nord e sud, si aprono altrettante porte ogivali mentre le finestre sono inserite in archi rincassati che movimentano la superficie.
Questo tipo di struttura con cupola si riscontra in numerose chiese di piccole dimensioni a Palermo, come S. Giovanni dei Lebbrosi e S. Giovanni degli Eremiti.
L’influsso islamico si osserva soprattutto nelle finestre, caratterizzate dalle mashrabiyya, griglie di piccoli pezzi di legno intarsiato, assemblati secondo un disegno geometrico. La riduzione della superficie prodotta dalla griglia accelera il passaggio del vento, che, accompagnato dal contatto con superfici umide, bacini o piatti riempiti d'acqua, contribuisce a diffondere il senso di freschezza all'interno dell’edificio.


La chiesa fu riscoperta e restaurata dall'architetto Giuseppe Patricolo nel 1880 per conto della famiglia Caime Saporito. E' tutt'oggi di proprietà della medesima famiglia – che l'acquistò nel Settecento dai monaci basiliani – e contiene le sepolture di diversi membri della casata castelvetranese. Al centro della nave è infatti collocato il sarcofago di Vincenzo Saporito (1849-1930, deputato del Regno d'Italia) che è la copia esatta di quello di Guglielmo I d'Altavilla nel duomo di Monreale.