Visualizzazioni totali

domenica 4 marzo 2018

Le terme di Cellomaio e la chiesa di San Pietro apostolo, Albano

Le terme di Caracalla

Vennero fatte costruire sul lato occidentale dei castra albana da Caracalla (211-217), forse per ingraziarsi i legionari della II Parthica in subbuglio dopo l'assassinio del fratello e coimperatore Geta (dicembre 211). Sono note anche con il nome di terme di Cellomaio, probabile corruzione della locuzione Cella maior con cui venivano indicate per distinguerle da quelle più piccole, costruite all'interno dei castra.

 
L’impianto termale appare realizzato in opera cementizia a scaglie di peperino, ricoperta da una cortina laterizia di colore rossastro, e presenta una pianta quadrangolare, ai cui spigoli si ergono torri-contrafforti. L'alzato era articolato su tre piani, il primo con funzione di sostegno alla struttura era utilizzato come ambiente di servizio; mentre gli altri due, costituiti da stanze ampie ed ariose e da finestroni sormontati da arcate, erano decorati da mosaici ed adibiti alle attività delle terme, quali il frigidarium, il calidarium, la palestra ed altri servizi.

Inserti murari in opera saracinesca realizzati in epoca medioevale
 
L'unico ambiente rimasto integro è un'aula di 37 metri per 12 occupata fin dall'alto Medioevo dalla chiesa di San Pietro fondata durante il pontificato di Ormisda (514-523). Le rovine dell'imponente complesso termale costituirono quindi la base di un perimetro difensivo al cui interno si sviluppò il nuovo centro abitato, il castellum albanense di epoca medioevale.
 
Chiesa di San Pietro apostolo

La chiesa fu fondata molto probabilmente da papa Ormisda (514-523), o comunque sotto il suo pontificato, sfruttando – come già detto - un'aula del preesistente complesso termale. Sul lato verso Cellomaio sono ancora visibili i resti di due volte a botte che univano l'aula al complesso termale.
Nel X secolo prese il sopravvento, nel governo della Chiesa, la famiglia dei Conti di Tuscolo che succedono ai Crescenzi, ed iniziano una lunga dittatura della città di Roma e della Sede Pontificia, attraverso il cosiddetto “papato di famiglia”. Questa famiglia, originaria dei Colli Albani, estese il suo potere anche ad Albano e prese possesso anche della chiesa di San Pietro Apostolo, che passò direttamente alla sua dipendenza. L’ufficiatura venne affidata ai monaci benedettini.
 
Lato verso la via Appia
 
Nel sec. XII la chiesa subì un radicale restauro: lungo i muri perimetrali furono aperte due strette finestre con arco tondo ad oriente e cinque ad occidente. Lavori che furono rinvenuti in occasione dei restauri del 1931. In quello stesso anno i restauri scoprirono le fondazioni dell’abside, sotto i gradini dell’attuale ingresso principale, e sul muro ora di facciata si rinvennero internamente l’arcone a laterizi della stessa abside, ben riconoscibile anche all’esterno, insieme ad alcuni resti di pitture decorative risalenti al XII secolo.
Lato verso Cellomaio, su cui si nota l'impronta della volta a botte che collegava l'aula al complesso termale, e ingresso attuale della chiesa.
 
Il fronte della Chiesa “medioevale”, che si trova nell’opposta parete corta, ove è ora appoggiato l’altare maggiore, presentava esternamente, anche prima del restauro, un parametro di bolognini intercalati con filari di laterizi. Appariva coronata da un timpano con cornice a mensole di marmo e denti di sega in cotto, anch'esse scoperte nel 1931.
 
L'ingresso della chiesa mediovale
 
Nel 1440 i principi Antonio e Francesco Savelli, signori di Albano (1), acquistarono dai monaci benedettini la chiesa – di cui mantennero il patronato fino al 1697 - con l'intento di farne la chiesa palatina del vicino palazzo baronale (2). Alla fine si riservarono però soltanto la cappella dei Santi Rocco e Sebastiano dove vennero tumulati Antonello Savelli (1517) e la figlia Ersilia (1544) (3).
 
Tombe di Antonello ed Ersilia Savelli
 
Campanile:
eretto nel XII secolo e di stile romanico, presenta una pianta quadrata ed è articolato in quattro piani. Nei primi due piani si aprono finestre binate monofore ad arco tutto sesto, mentre quelle che si trovano negli altri piani sono bifore, divise invece che da colonnine, da un piedritto quadrangolare di marmo.
 
 
Le facciate del campanile appaiono inoltre riccamente decorate da inserti ceramoplastici e di marmi policromi. In corrispondenza del secondo piano del lato prospiciente la via Appia si nota inoltre la presenza di un'edicola formata da due colonnine che sostengono arco a tutto sesto, che un tempo racchiudeva i resti pittorici (oggi completamente scomparsi) di una Vergine dalle forme bizantine.
Interno:
sotto il muro in cornu evangelii si trova un affresco detto Il Santaro, risalente al XIV secolo, diviso in due zone da una fascia ondulata a fondo rosso cupo. Nella parte superiore è dipinto Sant' Onofrio anacoreta, coperto da lunghi capelli stilizzati a cordelle e una santa indicata dalla didascalia ancora leggibile come Margherita, con il fuso nella mano destra e la rocca stretta al petto dalla sinistra; la figura è parzialmente inserita in un fondo con una sgargiante cornice a disegni geometrici. In basso a destra notiamo tre cagnolini bianchi sovrapposti, che corrono verso la santa (4). La ieraticità delle figure, l’assenza di naturalismo e gli squillanti accordi cromatici dell’insieme, permettono di confrontare questa parte superiore con gli affreschi più antichi dell'Abbazia di San Nilo a Grottaferrata (1272 c.ca).
 
Santa Margherita
 
Ben diverso l’artista che dipinse la fascia inferiore ove, a fianco del Cristo Flagellato e grondante di sangue per le ferite prodotte dai flagelli dei due fustigatori laterali e rappresentati in proporzioni ridotte, compaiono la Vergine dal dolcissimo volto, con le mani protese verso il Figlio quasi voglia presentarlo ai fedeli, e Maria Maddalena in profondo dolore. La gamma cromatica, la pennellata pastosa e volumetrica rimandano in questo caso ad un artista di ambito tutto italiano a cui non è estranea la lezione del Cavallini (1240-1330).
 
La Flagellazione
 
Da notare inoltre, sulla parete destra dell'attuale controfacciata, una piccola nicchia decorata da un affresco, dove è riprodotta l’immagine della Vergine orante con in petto il medaglione recante l’effigie del Bambino. L’impianto stilistico e iconografico è tipicamente bizantineggiante. Si tratta del tipo iconografico della Vergine blacherinitissa, la Vergine del Segno: Colei che, secondo la profezia di Isaia, presenta al mondo l’avvento dell’era della salvezza nell’Incarnazione del Verbo (Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, Isaia, VII,14). Portatrice privilegiata, anzi protagonista di questo “segno”, la Vergine orante è al tempo stesso colei che intercede per gli uomini e trasmette la grazia divina.
L’immagine, nonostante sia abbastanza rovinata, lascia intravedere una figura viva della Madonna che è assisa in trono e presenta, appunto, il medaglione con l’immagine di Gesù giovinetto benedicente.
 
 
Note:
 
(1) I Savelli furono infeudati ad Albano sotto il pontificato di Onorio III (1216-1227), al secolo Cencio Savelli.

(2) Il palazzo comunicava con la chiesa per mezzo di un arco che scavalcava la via Appia e che originariamente sosteneva il condotto che conduceva l'acqua al complesso termale dalle cisterne poste sotto palazzo Savelli. Questo arco fu demolito soltanto nel 1828.

(3) Nel 1946 per isolare il campanile fu deciso l’abbattimento della cappella e le tombe principesche, con i relativi epitaffi, vennero trasportati nel vano della Chiesa: oggi sono visibili accanto all'entrata laterale della chiesa.

(4) La leggenda vuole che Santa Margherita da Cortona, vissuta nel XIII secolo, venisse guidata da un cane alla scoperta del cadavere del compagno che era stato assassinato durante una partita di caccia. Morta nel 1297 ed onorata sin da subito come beata, santa Margherita da Cortona fu tuttavia canonizzata soltanto nel 1728. La santa raffigurata nell'affresco dovrebbe quindi essere molto più probabilmente Santa Margherita di Antiochia a cui l'anonimo frescante ha sovrapposto la leggenda legata invece alla omonima santa cortonese, non ancora venerata come tale all'epoca di esecuzione dell'affresco.
 


venerdì 2 marzo 2018

I castra albana, Albano

I castra albana, Albano

La datazione ad oggi considerata più corretta per i castra albana li fa risalire a Settimio Severo (193-211) che, non appena divenuto imperatore dopo una violenta guerra civile, pensò di sciogliere temporaneamente la guardia pretoriana e di acquartierare vicino a Roma per la sua sicurezza personale e politica la Legio II Parthica (vedi scheda), unità da egli stesso creata nel 197 per la campagna contro i Parti del 195-198.
I castra si presentano come un grande rettangolo fortificato, dotato di quattro porte (praetoria, decumana, principalis sinixtra e principalis dextra), con gli angolo arrotondati e rinforzati da torrette circolari.
Il perimetro della cerchia muraria è di 1334 metri: il lato nord-ovest misura 434 metri, mentre il parallelo lato sud-est misura 437 metri, ed i lati corti misurano 224 metri quello a nord-est e 239 quello a sud-ovest. L'area complessiva si aggira di conseguenza sui 95.000 metri quadrati e si sviluppa su un terreno in forte pendenza (circa 40 metri di dislivello).


Lato NE: il tratto del muro romano meglio conservato – lungo circa 50 m. - è quello che attualmente funge da divisione tra le proprietà del seminario vescovile e dei Missionari del Preziosissimo Sangue che reggono la chiesa di San Paolo.
 
 
Appare particolarmente robusto perchè doveva contenere la spinta del terrapieno esterno. Non c'è traccia invece della Porta decumana che doveva aprirsi a metà di questo tratto.
Proseguendo verso sud, all'angolo con via Castro Partico, si nota l'angolo arrotondato del muro romano, ancora visibile, che non presenta segni della presenza di una torretta circolare, ma solo di una disposizione dei blocchi di peperino più accurata.

Lato SE: scendendo lungo la via Castro Partico, ad una sessantina di metri dall'angolo arrotondato, il muro ingloba una torretta di guardia rettangolare adibita attualmente ad uso colonico. Sporge di circa 40 cm. all'esterno del muro ed è alta 8 m. ma, non essendovi traccia di cresta o di una finestra si può supporre che in origine fosse più alta.

 
Circa duecento metri più a valle si trovano i resti della porta principalis sinixtra, l'unica delle due portae principales di cui ad oggi siano visibili resti.
 
Porta principalis sinixtra
 
Consta di un unico fornice dove i conci si riuniscono ad incastro con i blocchi orizzontali del muro: è larga 3.85 metri e non si trovano tracce di torrette di guardia ai suoi lati. A valle della porta non è più possibile riconoscere alcuna traccia del muro.

Lato SO: i resti più evidenti sono quelli relativi alla Porta Praetoria. Situata al centro del muro, la porta era inglobata in un edificio moderno fino a che il devastante bombardamento aereo anglo-americano del febbraio 1944 non permise la "liberazione" del monumento romano.
 
Porta Praetoria, lato esterno

La porta consta di tre fornici e due ambienti laterali a base quadrata, supposti essere altrettante torri di guardia.

Porta Praetoria, lato interno (fornice e torre di guardia di sinistra)
 
La Porta praetoria affacciava sulla via Appia, il cui tracciato correva sotto l'attuale corso Matteotti.
 
Porta Praetoria, planimetria attuale

Da via San Pancrazio si accede ai resti dell'unica torretta di guardia circolare ben conservata, situata 3.40 metri sotto l'attuale piano di calpestìo di via Alcide de Gasperi. In realtà l'edificio si presenta di problematica decifrazione: la volta dell'unica stanza è situata solo 1.60 metri sopra il piano dell'intervallum (la strada che girava attorno alle mura dall'interno), ed anche ammettendo che esistesse un secondo piano, la torre non avrebbe raggiunto un'altezza plausibile per essere una torre di guardia. La conclusione è pertanto che questa sia una costruzione speciale, simmetrica forse solo alla torre dell'angolo sud-est oggi perduta.

Lato NO: la maggior parte del muro di questo lato dopo la summenzionata torretta circolare è interrata sotto alla case moderne: si può intuire il sito della porta principalis dextra, situato in un cortile interno su via don Giovanni Minzoni.

I castra albana rimasero in uso come quartier generale della Legio II Parthica fino al suo scioglimento da parte di Costantino il grande dopo la battaglia di Ponte Milvio (ottobre 312).
Durante la guerra greco-gotica Albano viene indicata da Procopio (De bello gothico, I, 14; II, 4 e 7) come uno dei presidi della cerchia posta da Belisario a difesa di Roma nonchè al controllo della via Appia che costituiva la principale arteria di comunicazione con l'Italia meridionale. E' presumibile che a quest'epoca la popolazione risiedesse ancora all'interno dei castra mentre molti indizi suggeriscono che in epoca altomedievale questa si sia trasferita sul lato opposto della via Appia, abbandonando i castra e sfruttando le rovine delle terme di Cellomaio per costituire una nuova cinta difensiva.




domenica 25 febbraio 2018

La Legio II Parthica

La Legio II Parthica

Questa legione, il cui simbolo era il centauro, deve il nome al fatto di essere stata costituita nel 197 da Settimio Severo – insieme ad altre due legioni la I e la III – nel corso della vittoriosa campagna contro i Parti (195-198).
Sotto il profilo etnico, il nerbo della legione era formato da un forte nucleo di soldati traci a cui si affiancavano italici, daci e pannoni e una più ridotta presenza di africani, egiziani e siriaci.
Al termine della campagna la legione venne trasferita in Italia e stanziata ad Albano, a pochi chilometri da Roma, dove nel 202 venne edificato il suo accampamento stabile - unico esempio di questo genere esistente in Italia - noto come castra albana. A differenza di tutte le altre legioni – che presidiavano le provincie dell'impero – la II Parthica assunse il ruolo di riserva da impiegare là dove ce ne fosse bisogno e, soprattutto, quello di garantire la sicurezza personale dell'imperatore.

Settimio Severo
busto in marmo realizzato per celebrare i Decennalia del 202
Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps, Roma

Tra il 208 ed il 211 la legione partecipò all'ultima campagna condotta da Settimio Severo in difesa dei confini della Britannia romana minacciata dalle tribù caledoni.
Nel 213 fu molto probabilmente schierata da Caracalla nella campagna contro gli Alemanni.
Venne sicuramente schierata contro i Parti tra il 214 ed il 218 perchè, quando l'imperatore venne assassinato (aprile 217) da una congiura che portò al potere il prefetto del pretorio Macrino, si ha notizia che la legione fosse stanziata ad Apamea in Siria.

Nell'inverno 217-218, Sesto Vario Avito Bassiano (meglio noto come Eliogabalo), nipote appena quattordicenne della potente Giulia Mesa, cognata di Settimio Severo, esiliato da Macrino assieme ai suoi familiari ad Emesa, città d'origine dei Bassiani, pretendendo di essere figlio illegittimo di Caracalla, si guadagnò il sostegno dei legionari della III Gallica di stanza a Raphana (l'attuale Abila o Quwaylibah in Giordania) e si fece proclamare imperatore (16 maggio 218). Macrino, che si trovava ad Antiochia di Siria, mandò contro i rivoltosi un contingente della II Legio Parthica al comando del prefetto del pretorio Ulpio Giuliano. Probabilmente blanditi dalle elargizioni e dalle promesse di Giulia Mesa, i legionari della Parthica, che Giuliano aveva disposto ad assediare Emesa, passarono con i rivoltosi trucidando Giuliano ed i suoi ufficiali. La legione prese quindi parte allo scontro decisivo tra le truppe di Macrino e quelle di Eliogabalo – guidate dall'eunuco Gannys - che ebbe luogo nei pressi di Antiochia e che sancì la sconfitta di Macrino (8 giugno 218). Dopo questi eventi la legione fu ricompensata con l'epiteto di Pia Fidelis Felix Aeterna.

 
Nel 218-219 la legione rientrò in Italia al seguito dell'imperatore.
Nel 231-232 fu nuovamente spostata sul fronte orientale per la campagna condotta da Alessandro Severo contro i sasanidi.
Nel 234 seguì l'imperatore in Illirico dove gli Alemanni, attraversato il limes germanico, stavano saccheggiando città e campagne ed era acquartierata a Mogontiacum (l'attuale Magonza in Germania)quando vi furono assassinati l'imperatore e la madre Giulia Mamea (18-19 marzo 235) nel corso della rivolta militare che portò al potere Massimino il Trace.
La II Parthica combattè quindi negli anni successivi sotto il nuovo imperatore a difesa del limes germanico.

Nel 238 scoppiò la rivolta nella provincia d'Africa che proclamò imperatore il governatore Gordiano I che accettò il titolo di Augusto insieme al figlio, Gordiano II. I due nuovi imperatori vennero riconosciuti dal Senato che dichiarò Massimino nemico pubblico. Il senatore Capeliano, governatore della Numidia rimasto fedele a Massimino, sconfisse e uccise Gordiano II nella battaglia di Cartagine mentre Gordiano I si suicidò non appena ricevuta la notizia della morte del figlio. Nel frattempo Massimino penetrò in Italia con tutto il suo esercito mettendo sotto assedio Aquileia. Qui, i legionari della II Parthica, nel timore che i loro familiari che risiedevano nei castra albana a pochi chilometri da Roma potessero subire ritorsioni da parte del Senato, si ribellarono e lo assassinarono.
La legione non rimase a lungo in Italia; nella necropoli di Albano non ci sono infatti tombe relative al regno di Gordiano III (238-244), mentre nell'epigrafe incisa sulla tomba di un aquilifero ad Apamea l'unità viene indicata come Legio II Parthica Gordiana a significare che venne schierata dall'imperatore contro i sasanidi nella campagna del 242-244.

Tomba di Felsonius Verus, aquilifero della Legio II Parthica, 244 c.ca
Museo di Apamea, Siria
 
Rientrata in Italia nel 249, la legione combattè per l'imperatore Filippo l'Arabo nella battaglia di Verona dove questi venne sconfitto e ucciso dall'usurpatore Decio.
Nella seconda metà del III secolo la legione fu dislocata in varie regioni dell'impero, di certo rimase fedele a Gallieno (253-260) nel corso delle numerose rivolte e tentativi di usurpazione che questi dovette fronteggiare durante il suo regno, come testimoniato dalle monete che questi fece coniare in onore della legione e dei titoli di Pia Fidelis che le conferì a più riprese (V, VI e VII).

Antoniniano di biglione fatto coniare da Gallieno in onore della legione
 
Rientrata in Italia sul finire del III secolo, per quanto non se ne abbia notizia dalle fonti, la legione, schieratasi con Massenzio, fu molto probabilmente sciolta da Costantino il grande – così come la guardia pretoriana – dopo la battaglia di Ponte Milvio (ottobre 312).

La Legione II Parthica che nel 360 risulta impegnata nella difesa di Bezabde (l'attuale Cizre in Turchia) derivò probabilmente da una sottounità dell'antica legione divenuta indipendente. Nella Notitia dignitatum infine questa unità compare nel 420 stanziata lungo il corso del Tigri a Cepha (l'attuale Hasankeyf in Turchia) agli ordini del Dux Mesopotamiae.


lunedì 12 febbraio 2018

La Torre Secchi

La Torre Secchi


All'altezza dell'abitato di Santa Maria delle Mole il tracciato della via Appia Antica è tagliato dai binari della ferrovia Roma-Velletri e da Viale della Repubblica. Oltrepassato quest’ultimo, la strada inizia a salire in direzione dei Colli Albani, finché all’altezza di Frattocchie – pressappoco all'XI miglio dell'antico tracciato - si congiunge con la via Appia Nuova. Alcune centinaia di metri prima di questa convergenza, sulla sinistra si possono vedere i resti di alcuni recinti funerari e il cosiddetto “Sepolcro con torre”.
Il monumento, che non conserva più nulla del rivestimento originario, presenta un basso basamento quadrangolare in calcestruzzo di selce, al centro del quale si apre la camera sepolcrale anch’essa rivestita all’esterno in opera cementizia. Alla cella si accede da un breve corridoio, attualmente chiuso da un cancello, che si apre sul lato meridionale della tomba. La camera sepolcrale è a pianta quadrata con volta a botte in blocchi di tufo; su ciascuna delle pareti, eccetto quella di entrata, è ricavata una nicchia in cui trova posto l’urna per accogliere le ceneri del defunto. La presenza delle urne funerarie e alcune caratteristiche architettoniche (pianta della cella, uso dell’opera quadrata) fanno datare il sepolcro presumibilmente al I sec.


Sulla sommità del monumento si alza una piccola torre in laterizi e pietrame di tufo. Essa fu fatta realizzare – probabilmente sui resti di una torretta di avvistamento medioevale - nel 1855 dall’astronomo padre Angelo Secchi (1818-1878) nei pressi del caposaldo B della base geodetica utilizzata per le misurazioni trigonometriche. Tale base aveva come altro estremo il caposaldo A posto nei pressi del mausoleo di Cecilia Metella. All'interno della torretta si trova inoltre un pilastro anch'esso utilizzato per le misurazioni trigonometriche.
Nel 2013 è stato ritrovato nei pressi del sepolcro un blocco di marmo che copriva il caposaldo B posto da Secchi; quello che copriva il caposaldo di Cecilia Metella era stato rinvenuto già nel 1999.

Il chiusino e un frammento di cornice che coprivano il caposaldo B
 
Mentre erano in corso le misurazioni della base geodetica, padre Angelo Secchi comprese che per l’utilizzo futuro del suo lavoro sarebbe stato più opportuno scegliere un caposaldo iniziale che avesse una migliore visuale dell’orizzonte poiché il caposaldo A, nei pressi del mausoleo di Cecilia Metella, si trovava circondato quasi completamente da manufatti sia a nord-est che a sud-ovest. Secchi scelse quindi come nuovo caposaldo A un sepolcro a torre (o a edicola) noto come torre di Capo Bove dal toponimo che indica la zona circostante e che si trova, procedendo verso sud lungo la via Appia, al IV miglio, sulla sinistra, circa 500 metri dopo il mausoleo di Cecilia Metella.
 
Torre di Capo Bove
Cerchiato in rosso il pilastrino di mattoncini per le misurazioni geodetiche
 
Con il punto sulla torre, ancora oggi identificabile dal pilastrino in mattoncini, si veniva a costituire con il caposaldo B, una nuova base leggermente più corta, ma meglio collegabile alla torre del Primo Meridiano d’Italia sita su Monte Mario e distante poco più di 10 km.
 
Su questa torre è incassata una lapide – frantumata nel 1880 dall'esplosione di una mina e successivamente ricomposta - che ricorda l'attività di padre Secchi.
 
Note:

(1) Padre Secchi, allora direttore del Nuovo Osservatorio Astronomico del Collegio Romano, raccolse l'invito dell'archeologo Luigi Canina di eseguire la livellazione della via Appia e misurare la distanza delle pietre miliarie ritrovate per poter ragguagliare il miglio romano al metro.
Il caposaldo B di Frattocchie peraltro, era già stato fissato nel 1751 dai gesuiti Boscovich e Maire, ma se ne erano perse le tracce. Padre Secchi colse l'occasione per verificare anche l'esattezza della misurazione da loro ottenuta che era stata posta in discussione dalla scuola francese.

domenica 21 gennaio 2018

Il sepolcro degli Orazi e dei Curiazi ad Albano

Il sepolcro degli Orazi e dei Curiazi ad Albano

Lato nord

Venendo da Roma, il cosiddetto sepolcro degli Orazi e dei Curiazi (1) si trova sulla destra della via Appia, all'altezza del XV miglio, appena superato l'abitato di Albano.

Lato NE
 
Su un parallelepipedo a pianta quadrata (m.15 di lato e 7.50 di altezza) svettavano ai quattro angoli altrettanti torrioni a forma di tronco di cono (ne rimangono in piedi solo due), a cui doveva aggiungersene un quinto (più alto) che si ergeva in posizione centrale su un ampio tamburo circolare. Il podio presenta in basso uno zoccolo modanato ed in alto una cornice a dentelli.
La muratura è in conglomerato cementizio (scaglie di peperino legate con malta) rivestito da blocchi squadrati di peperino.
La camera funeraria si trovava all'interno del torrione centrale, la cui entrata era sul lato sud dell'edificio (quindi non prospettava sull'Appia).

Particolari della modanatura dello zoccolo e della cornice a dentelli

L'attribuzione del sepolcro agli Orazi e Curiazi cominciò a circolare nel XVI secolo (2), tanto che i Savelli fecero apporre sul lato settentrionale dell'edificio una lapide che connotava il monumento in questo senso (3).
Nondimeno, le tecniche edilizie impiegate fanno escludere una datazione all'età arcaica collocandolo piuttosto versò la metà del I sec. a.C.
Secondo alcuni autori potrebbe trattarsi del mausoleo edificato in onore di Pompeo Magno, le cui ceneri furono fatte traslare ad Albano, dove la famiglia aveva ampi possedimenti, dalla vedova Cornelia.
Secondo altra ipotesi, si tratterebbe invece della ricostruzione della tomba del condottiero etrusco Arunte – il figlio del re Porsenna che cadde combattendo contro la Lega latina sotto le mura di Ariccia (507-506 a.C.) - fatta realizzare dalla famiglia aricina degli Azzii che riteneva di discenderne. Quest'ultima ipotesi trova conforto nelle similitudini che l'edificio presenta con la tomba di Porsenna a Chiusi come appare nella descrizione lasciataci da Plinio: Il re venne sepolto presso la città di Chiusi, in un luogo in cui ha lasciato un monumento di forma quadrata fatto di blocchi di pietra squadrati: ogni lato è lungo trecento piedi ed alto cinquanta (…). Al di sopra di questa base quadrata si elevano cinque piramidi, quattro agli angoli e una centrale, che sono larghe alla base settantacinque piedi ed alte centocinquanta; come coronamento hanno sulla punta un disco di bronzo e un unico baldacchino ricurvo che si sovrappone a tutte e cinque e a cui stanno appese, rette da catene, delle campanelle (Plinio, Storia naturale, XXXVI, 19).

G.B. Piranesi, Sepolcro dei tre fratelli Curazj in Albano
da Antichità di Albano e di Castelgandolfo, Roma 1764
 
Nel 1812, Giuseppe Valadier, ricevette da Antonio Canova, in qualità di presidente dell'Accademia di San Luca, l'incarico di restaurare il monumento che versava in condizioni di degrado. I lavori iniziarono però soltanto nel 1828 e terminarono circa dieci anni dopo.

Il monumento (lato sud) come appariva in una fotografi del 1865,
poco dopo il restauro del Valadier


Note:
 
(1) Per la descrizione del duello degli Orazi e dei Curiazi vedi scheda La via Appia: i tumuli degli Orazi edei Curiazi.

(2) Il primo a parlarne è Leandro Alberti nel suo Descrittione di tutta Italia (1550)

(3) La lapide venne rimossa alla fine del XVIII secolo e trasferita nella vicina chiesa della Madonna della Stella.



domenica 14 gennaio 2018

La via Appia: i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi

La via Appia: i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi

Al V miglio della via Appia correva probabilmente l'antico confine tra il territorio di Roma e quello di Alba Longa, la città madre, dalla quale Roma era nata attraverso Romolo e Remo.
Durante il regno di Tullo Ostilio (673-641 a.C.), Roma entrò in conflitto con Alba Longa e i due eserciti si schierarono proprio qui, sulle Fossae Cluiliae che segnavano il confine tra i due Stati. Eppure il fatto che i Romani e gli Albani, due nazioni dello stesso sangue, si affrontassero e si massacrassero dovette sembrare empio, e per questo motivo il re di Roma e quello di Albalonga – Muzio Fufezio - decisero di allestire un duello fra 3 Romani e 3 Albani: i famosi fratelli Orazi e Curiazi.
 
Cavalier d'Arpino, Combattimento degli Orazi e dei Curiazi, 1612-1613
Sala degli Orazi, Musei capitolini, Roma
 
I sei si affrontano e i Curiazi uccidono due Orazi romani. I tre Curiazi pur vittoriosi erano feriti mentre l'Orazio superstite era ancora nel pieno del suo vigore, anche se non ce l'avrebbe fatta ad affrontare tre avversari contemporaneamente. Allora finge di fuggire verso Roma inseguito dai tre Curiazi che correndo si distanziano tra loro. L'Orazio superstite si ferma e affronta e uccide il Curiazo che lo insegue più da presso e quindi riprende a fuggire ripetendo la manovra fin quando non uccide gli altri due consegnando la vittoria ai Romani.

All’altezza del V miglio la strada interrompe il suo rettifilo, assumendo un percorso leggermente curvilineo verso sinistra, per rispettare l’area delle Fossae Cluiliae (1).
Subito prima di un diverticolo della via Appia, sulla destra della strada, si conserva un sepolcro a tumulo, con fondazione circolare in calcestruzzo, sormontato da una torretta cilindrica in blocchetti di tufo, detto Tumulo dei Curiazi.

Tumulo dei Curiazi
 
Questa tomba intanto non è arcaica ma tardo repubblicana, con lo zoccolo circolare che appena si riconosce, il nucleo in calcestruzzo (il calcestruzzo si diffonde nel II sec. a.C.), un gran tumulo di terra e la torretta in alto. Nonostante quello che si potrebbe pensare, la torretta non è medioevale ma antica, e conduce direttamente alla camera funeraria in basso. Evidentemente in origine il tamburo era più alto di come appare oggi e il cono arrivava a coprire interamente la torretta.

Circa 100 metri più avanti, sempre sulla destra, si trovano i cosiddetti Tumuli degli Orazi.
Sono due tombe caratterizzate da un cono basso di terra, simili ai tumuli etruschi che si trovano nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri; non sono particolarmente monumentali, e sicuramente non sono arcaiche perchè una ha la cornice di base in travertino e l'altra in peperino, pietre che si diffondono soltanto a partire dal II-III sec. a.C.

Tumulo degli Orazi A
 
Un tumulo è interamente di terra, l'altro ha invece lo scheletro a raggiera in calcestruzzo per contenere meglio la terra. Questi sepolcri a cono infatti, per contenere bene il terrapieno, avevano in genere una suddivisione interna fatta come gli spicchi di una arancia, a raggiera, in modo da ridurre la spinta sul tamburo.

Tumulo degli Orazi B
 
Gli archeologi dell'inizio del secolo scorso hanno esplorato questi mausolei per vedere se magari sotto c'era una tomba arcaica, visto che c'era la leggenda. Hanno però trovato solo un'urna vuota, quindi non sarebbero tombe vere e proprie ma cenotafi.
Secondo una recente ipotesi, i tumuli furono costruiti o restaurati in età augustea probabilmente come "memoria" di questa tradizione del V miglio - del confine dello Stato Romano con quello di Albalonga e del duello degli Orazi e Curiazi - coerentemente con la politica di Augusto di valorizzare le tradizioni, rivitalizzare gli antichi culti, restaurare gli antichi templi, per riaffermare la supremazia della romanità contro politiche esterofili del tipo di quella di Antonio, visto come il corruttore che introduce i culti e i costumi orientali.
Lo storico Tito Livio nel suo Ab Urbe condita (I,25) cita questi sepolcri come ancora esistenti, specificando che ogni combattente fu sepolto separatamente dagli altri e nel punto in cui cadde: Sepulcra existant quo quisque loco cecidit, duo Romana uno loco propius Albam, tria Albana Romam uersus sed distantia locis ut et pugnatum est. Dal testo sembrerebbe però che i tre tumuli del V miglio siano da attribuire tutti ai Curiazi mentre i due Orazi sarebbero sepolti nei pressi di Alba Longa.

Note:

(1) Questa trincea che correva dalla via Appia alla via Latina segnava il confine tra il territorio di Roma e quello di Alba Longa. Prendeva il nome da Gaio Cluilio, il re di Alba Longa che l'aveva fatta scavare verso la metà del VII sec. a.C.




sabato 6 gennaio 2018

Il Triopio di Erode Attico: la Torre valca e il colombario di Costantino

Il Triopio di Erode Attico: la Torre valca e il colombario di Costantino


La Torre Valca (8)

Proseguendo oltre il Ninfeo di Egeria, in direzione di via dell’Almone, si incontra una torre costruita in età medievale per il controllo di un ponte sul fiume Almone (attualmente si conserva un ponticello di legno).

La tecnica edilizia in blocchetti parallelepipedi di tufo e peperino consente di datarla al XII-XIII secolo, ma la struttura è stata interessata da numerose ristrutturazioni. La torre, che era difesa da un antemurale e fornita di ponte levatoio che conduceva direttamente al primo piano, in una fase successiva alla costruzione originaria fu probabilmente sede di una valca (dal longobardo walkan che significa “rotolare”, in riferimento ai rulli utilizzati per lavare la lana. La valca è infatti un mulino ad acqua adibito alla lavorazione e al lavaggio della lana).
In età medioevale il dispositivo difensivo della valle dell'Almone poteva contare su quattro torri di avvistamento, disposte a circa 2.5 km. una dall'altra e che potevano comunicare a gesti o a mezzo di segnali luminosi: la cosiddetta Torre Petro, eretta sopra il mausoleo di Priscilla, una torre che si alzava nei pressi del cenotafio di Annia Regilla, la torre oggi inglobata nel casale della Vaccareccia e quella in oggetto. Le ultime tre nel 1656 risultano già essere state convertite in valche, giacchè, nel corso della violenta epidemia di peste che colpì la città, vengono adibite al lavaggio e alla disinfestazione dei panni infetti.


Il Colombario di Costantino (7)

Il cosiddetto colombario erroneamente attribuito a Costantino è in realtà un sepolcro a tempietto che risale al II secolo, un sepolcro collettivo in cui venivano deposte, all’interno delle nicchie che si aprivano sulle pareti, le urne con le ceneri dei defunti.

 
Il monumento ha la forma di un tempio in antis, cioè con un protiro originariamente voltato a botte e sostenuto da due colonne posto davanti all’ingresso principale: anche se oggi le colonne sono scomparse, rimangono i due muri laterali sporgenti. Presenta una pianta rettangolare, su due piani, con portico anteriore, costruito in mattoni gialli per le parti strutturali e rossi per i particolari decorativi.
L'ingresso alla camera funeraria

 L’edificio è diviso in due piani: in quello inferiore era localizzata la camera funeraria, a cui si accedeva da una porta sul lato lungo a nord-est, in cui venivano deposti i sarcofagi, mentre al piano superiore, come di consueto, si svolgevano le cerimonie funebri e le feste in onore dei defunti.

L'interno del monumento con le nicchie per le sepolture

Durante il Medioevo l’edificio fu trasformato in mulino: un canale d’acqua regolato da una chiusa entrava nella costruzione facendo girare una macina orizzontale.

precedente                                                                                                       successivo