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venerdì 2 giugno 2017

Ducato di Benevento (570-839)

Ducato di Benevento (570-839)

Il ducato di Benevento fu fondato intorno al 570 dal longobardo Zottone che strappò ai bizantini la città di Benevento e ne fece la capitale dei territori della Campania, dell'Apulia, della Lucania e del Bruzio che riuscì ad occupare, organizzandoli in ducato e cercando sempre di mantenerli indipendenti dal regno longobardo, dai bizantini e dalla Chiesa.
Anche il suo successore Arechi (591-641), pur essendo stato nominato dal re Agilulfo, non si piegò mai alle direttive regie e creò un solido organismo territoriale che si estendeva dalla valle del fiume Sangro (al confine con il ducato di Spoleto) e del fiume Garigliano (al confine con il territorio bizantino del ducato di Roma) fino allo Ionio.
Nel 758 gli attriti fra i presidi meridionali (Longobardia Minor) e quelli settentrionali (Longobardia Maior) del dominio longobardo si acuirono. Le città di Spoleto e Benevento furono occupate per breve tempo da re Desiderio, ma con la sconfitta di quest'ultimo e la conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno (774), il trono longobardo rimase vacante. Il duca Arechi II (758-774) pensò di approfittare della situazione e tentare un colpo di mano per impossessarsi della corona. Ma l'impresa si rivelò ben presto impraticabile, soprattutto perché in questo modo Arechi avrebbe attirato su di sé l'attenzione dei Franchi, esponendosi a facili pericoli. Il duca non perse comunque l'occasione per innalzare la propria dignità e si fregiò del titolo di Principe, elevando il suo dominio a Principato. La sua ascesa dovette però interrompersi: nel 787 l'assedio di Salerno da parte di Carlo Magno lo costrinse a sottomettersi alla signoria dei Franchi.
Nell'851, dopo più di dieci anni di guerra civile tra Radelchi, che era stato elevato alla carica di Principe dai maggiorenti beneventani dopo l'assassinio di Sicardo, e Siconolfo, fratello del principe assassinato, il conflitto fu ricomposto con l'istituzione del Principato di Salerno, sancito dall'imperatore carolingio Ludovico II e assegnato a Siconolfo.
Dal 978 al 981 il Principato fu riunificato sotto lo scettro del Principe di Benevento Pandolfo I Capodiferro che ereditò il titolo di Principe di Salerno alla morte di Gisulfo I a lui legato da patto di vassallaggio. Alla sua morte i suoi possedimenti furono però nuovamente divisi tra i suoi due figli.

Arechi I (591-641): forse nipote di Zottone, fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Estese i territori del ducato conquistando Capua (594), Venafro (595) e Nola (596). Tentò vanamente di strappare Napoli ai bizantini ma prese Salerno (620).

Aione I (641-642): successe al padre per volere dei beneventani giacchè questi - sapendolo mentalmente instabile - aveva dichiarato di ritenere più adatti al governo i figli adottivi Radoaldo e Grimoaldo. Morì in un'imboscata tesagli dagli Slavi che erano sbarcati nei pressi di Siponto.

Radoaldo (642-651): terzogenito maschio del duca del Friuli Gisulfo II e di Romilda, riparò presso la corte di Arechi insieme al fratello Grimoaldo dopo l'ascesa al trono dello zio Gisaulfo II (625 c.ca). Accolto dal duca come un figlio successe al fratello adottivo.

Grimoaldo (651-671): successe al fratello nel 651. Nel 662 intervenne nello scontro dinastico tra i figli del re Ariperto (653-661) - Pertarito e Godiperto - di cui sposò la sorella. Giunto con l'esercito a Pavia, eletta da Godiperto a capitale della sua porzione di regno, uccise il cognato usurpando il trono. Pertarito, che si trovava a Milano, conscio della sua inferiorità abbandonò il campo riparando presso gli Avari. La reggenza del ducato fu assunta dal figlio Romualdo (1).
Nel 663 dovette fronteggiare a nord la calata dei Franchi scesi a difendere gli interessi della deposta monarchia e che sconfisse a Refrancore nei pressi di Asti.
Nel frattempo l'imperatore bizantino Costante II, sbarcato a Taranto alla testa di un esercito, aveva risalito la penisola e cinto d'assedio la stessa Benevento ma l'approssimarsi di Grimoaldo con il grosso dell'esercito lo convinse a desistere e ripiegare su Napoli. Romualdo, ricevuti i rinforzi, sconfisse duramente parte del contingente greco al comando dell'armeno Saburro nella battaglia di Forino, con cui s'infranse definitivamente il sogno di Costante di riconquistare l'Italia meridionale. Sull'onda di questa vittoria, Romualdo passò all'offensiva e riconquistò rapidamente i territori occupati dai bizantini e li costrinse ad arretrare rispetto ai confini precedenti la spedizione di Costante, attestandosi a sud di una linea che congiungeva Otranto (rimasta in mani bizantine) ad Oria (conquistata dai longobardi) passando appena a nord di Lecce.
Grimoaldo morì nel 671 a causa delle complicazioni seguite a un salasso. I suoi resti furono tumulati a Pavia, nella chiesa di Sant'Ambrogio (oggi completamente perduta) che egli stesso aveva fatto edificare.

Romualdo (671-687): reggente dal 662 divenne a tutti gli effetti duca di Benevento alla morte del padre nel 671 mentre il fratellastro (1) Garibaldo succedeva a Grimoaldo sul trono longobardo.
Sposatosi con Teodorada, figlia del duca del Friuli Lupo a cui Grimoaldo aveva affidato il regno durante la sua spedizione in Italia meridionale e che successivamente aveva destituito per la sua scarsa fedeltà, ebbe da lei tre figli (Grimoaldo, Gisulfo e Arechi).
Durante il suo regno, sotto l'influenza di san Barbato che fu vescovo di Benevento dal 664 al 683, si realizzò la conversione dei longobardi dall'arianesimo al cattolicesimo romano.

Grimoaldo II (687-689):

Gisulfo I (689-706): salito al trono ducale alla morte del fratello quando era ancora minorenne, governò per diversi anni sotto la reggenza della madre Teodorada. Nel 702, approfittando delle difficoltà del nuovo esarca ravennate Teofilatto, costretto a fronteggiare una rivolta interna, invase il territorio del ducato di Roma. Convinto dagli ambasciatori di papa Giovanni VI (701-705) a ritirarsi, conservò le cittadine di Sora, Arpino, Arce e Aquino portando il confine al fiume Garigliano.
Si sposò con Winiperga da cui ebbe il figlio Romualdo.

Romualdo II (706-731): nel 716 riuscì a strappare la città di Cuma al ducato di Napoli ma l'anno seguente una spedizione condotta dal duca di Napoli Giovanni I e finanziata da papa Gegorio II riconquistò la città.
Si sposò due volte: la prima con Gumperga, nipote del re Liutprando. Da cui ebbe Gisulfo e la seconda con Ranigunda, figlia del duca di Brescia Gaidualdo.

Gisulfo II (731): ancora minorenne alla morte del padre fu deposto da una congiura di nobili che elesse al suo posto un certo Audelais, risparmiando comunque la vita al giovane duca.

Il Ducato di Benevento nell'VIII secolo.
 
Audelais (731-732): si mantenne al governo del ducato, pur controllandone effettivamente solo una parte, per circa due anni. Fu quindi deposto dall'intervento del re Liutprando che calò su Benevento con l'esercito e lo sostituì con il nipote Gregorio, preferendo portare il giovane Gisulfo a Pavia dove crebbe e fu educato nel palazzo reale. 

Gregorio (732-739): alla sua morte, sul finire del 739, i beneventani non attesero che Liutprando nominasse un nuovo duca né riconobbero come tale il legittimo erede Gisulfo ma elessero invece Godescalco (739-742) esprimendo in tal modo il desiderio di rendersi indipendenti dal potere centrale. Godescalco assecondò probabilmente il tentativo del duca di Spoleto, Trasimondo II, deposto da Liutprando, che aveva insediato al suo posto Ilderico, di riprendersi il ducato. Nel dicembre del 739 alla testa di un esercito finanziato dal papa Gregorio III (731-741) Trasimondo invase e riconquistò il ducato di Spoleto uccidendo Ilderico.
Nel 742 Liutprando invase a sua volta il ducato con tutto il suo esercito costringendo Trasimondo II alla resa. Il ribelle fu sostituito da Agiprando e costretto a prendere i voti sacerdotali. Il re longobardo marciò quindi sul ducato beneventano. Godescalco cercò di fuggire imbarcandosi per la Grecia ma fu intercettato e ucciso da partigiani fedeli a Liutprando e al legittimo duca Gisulfo.

Gisulfo II (742-751): il suo governo è ricordato soprattutto per le numerose e cospicue donazioni alla chiesa che gli accattivarono le simpatie del clero e del papato e per le ottime relazioni che il ducato intrattenne con il potere centrale. Sposatosi mentre si trovava ancora alla corte di Pavia con una nobildonna di nome Coniberga, diede al suo unico figlio il nome di Liutprando in omaggio al suo re.

Liutprando (751-758): salito al trono ducale ancora minorenne, governò sotto la tutela della madre Coniberga, che mantenne il ducato nell'orbita del potere centrale rappresentato dal re Astolfo (749-756). Liutprando raggiunse la maggiore età lo stesso anno in cui Astolfo morì e fu convinto dal papa Stefano II (752-757) a ribellarsi insieme al duca di Spoleto Alboino al nuovo re Desiderio e a chiedere la protezione del re franco Pipino il breve.
Nell'inverno 757-758 Desiderio passò all'azione e travolse rapidamente la resistenza degli spoletini incarcerando Alboino e i suoi sostenitori. Liutprando rinunciò a resistere in campo aperto asseragliandosi nella roccaforte di Otranto che giudicò meglio difendibile di Benevento. Desiderio la cinse d'assedio ma non disponendo di una squadra navale fu costretto a desistere. Dichiarò quindi il duca decaduto e lo sostituì con Arechi, probabilmente un nobile beneventano, a cui diede in moglie la figlia Adelperga. Il re longobardo propose quindi all'impeatore bizantino Costantino V un accordo: se gli avesse fornito le navi per portare a buon fine l'assedio e catturare Liutprando, Otranto sarebbe stata restituita all'impero. E così avvenne anche se non si hanno più notizie di Liutprando.

Arechi II (758-787): nei suoi primi anni di regno mantenne una politica di buon vicinato con il ducato di Napoli, assecondando probabilmente il progetto di Desiderio di stipulare un'alleanza con Costantinopoli in funzione antifranca. Nel 763, tramontata questa possibilità, attaccò il ducato e, sconfittone l'esercito in uno scontro campale nel 765, costrinse i napoletani ad una pace onerosa nei cui patti trattenne anche come ostaggio lo stesso figlio del duca Stefano.
 
Arechi II
Miniatura tratta dal Codex Legum Langobardorum, XI sec.
Archivio della Badia della Ss. Trinità
Cava dei Tirreni

Nel 774, dopo la resa di Pavia a Carlomagno e la cattura di Desiderio che segnò la fine del Regno longobardo, fu l'unico duca longobardo a non sottomettersi a Carlo elevando il ducato alla dignità di principato assumendo il titolo di princeps gentis langobardorum e trasferendo la corte a Salerno dove aveva fatto costruire un sontuoso palazzo. Soltanto sul finire della sua vita, nel 787, con l'esercito franco accampato a Capua, fece atto di sottomissione al re dei Franchi.
Ebbe dalla moglie Adelperga cinque figli: Romualdo, Grimoaldo, Adalgisa, Teoderada e Alahis.
Morì il 26 agosto del 787, un mese dopo la morte del suo primogenito.

Principali opere pubbliche: chiesa di santa Sofia (Benevento), Palazzo di Arechi (Salerno).

Grimoaldo III (787-806): inviato giovanissimo come ostaggio alla corte di Carlomagno, si trovava ancora lì alla morte del padre. Ottenne da Carlo l'autorizzazione a rientrare nel principato e assumerne la corona, impegnandosi però a battere moneta e a emanare documenti esclusivamente in nome di Carlo e a condizione che demolisse le imponenti opere difensive costruite dal padre e che aiutasse i Franchi a combattere Adelchi, figlio dell'ultimo re longobardo, Desiderio. Adelchi sbarcò in Calabria sul finire del 788 alla testa di un corpo di spedizione messogli a disposizione dall'imperatrice Irene – all'epoca reggente per il figlio Costantino VI – e guidato dal logotheta Giovanni, rafforzato dalle truppe di Sicilia. Grimoaldo, affiancato da un contingente inviato da Carlo e dagli spoletini, affrontò e sconfisse i bizantini, uccidendo Adelchi in battaglia.
Rispettato questo impegno, Grimoaldo non rispettò gli altri patti con Carlo e anzichè demolire le fortificazioni di Salerno le rafforzò.
Lo storico longobardo Erchemperto (Historia Langobardorum Beneventanorum) riporta che, tra il 788 ed il 791, sposò Evanzia, la sorella minore della prima moglie, Maria di Amnia, dell'imperatore Costantino VI, nel tentativo di stringere con Bisanzio un alleanza in chiave anticarolingia. La donna fu comunque ripudiata dal principe nel 795.
Per il resto del suo regno fu continuamente in conflitto con i Carolingi, con lo stesso Carlomagno ed il figlio Pipino, insediato da Carlo come re d'Italia.
Morì senza lasciare eredi diretti.

Grimoaldo IV Storeseyez (806-817): era ufficiale della guardia del principe (storeseyez, in longobardo antico) scelto da Grimoaldo per succedergli. Riportò la capitale a Benevento. Poco diplomatico si creò molte inimicizie e cadde per mano di una congiura ordita da Sicone di Acerenza e Radelchi di Consa.

Sicone I (817-832): gastaldo di Acerenza, salì al trono del Principato dopo l'assassinio di Grimoaldo IV. Gestì il potere con crudeltà e spietatezza. Combattè contro i Carolingi e i Napoletani che sconfisse seccamente nell'831 imponendogli un tributo annuo e facendosi consegnare le spoglie di San Gennaro che rimasero conservate nel duomo di Benevento fino al 1154.
 
Sicone I
ritratto al verso di un tremisse coniato dalla zecca di Benevento

Sicardo (832-839): figlio di Sicone, fu l'ultimo a regnare sul Principato nella sua interezza.
Agli inizi del suo regno esiliò il fratello Siconolfo, sospettato di aspirare al trono, a Taranto e lo costrinse a prendere i voti sacerdotali.
Nell'837 entrò in conflitto col duca Andrea II di Napoli, che per la prima volta chiamò in suo aiuto i Saraceni, dando inizio ad una "tradizione" seguita da molti altri principi cristiani. Nell'838 riuscì a sottomettere Amalfi attaccandola dal mare, e ne deportò parecchi abitanti a Salerno.
Nello stesso anno fece traslare le reliquie di San Bartolomeo da Lipari, minacciata dai Saraceni, a Benevento dove per accoglierle fece costruire una basilica dedicata al santo (2).
Poco amato per la crudeltà con cui esercitava il potere cadde per mano di una congiura probabilmente ispirata dagli Amalfitani (3).

Alla morte di Sicardo, i maggiorenti beneventani esclusero dalla successione i figli del tiranno ed elessero invece Radelchi, che aveva occupato la carica di tesoriere sotto Sicardo. Ma i suoi oppositori, capeggiati dal suocero di Sicardo, Dauferio il Balbo, prelevarono a Taranto il fratello Siconolfo e, condottolo a Salerno, lo proclamarono principe di Salerno. A fianco di Siconolfo si schierarono Landolfo conte di Capua ed i cognati Orso conte di Consa e Radelmondo conte di Acerenza ed ebbe inizio una guerra civile che, tra alterne vicende, si protrasse per oltre dieci anni stremando il Mezzogiorno che fu devastato dagli eserciti dei due principi e dei Saraceni che di volta in volta si allearono con l'uno o con l'altro.

La divisione del Principato nell'851.

Il conflitto si compose soltanto nell'851, quando Ludovico II, allora re d'Italia, intervenne nella contesa liberando Benevento dalle truppe saracene che vi spadroneggiavano e sancì la divisione del Principato tra i due contendenti.

Note:

(1) Romualdo era figlio di Grimoaldo e della sua prima moglie Itta.

(2) Purtroppo l'antico sacello fatto edificare da Sicardo fu obliterato nel 1112 durante gli ingenti lavori di costruzione della nuova basilica apostolica voluta dall'arcivescovo Landolfo II e di esso resta solo una limitata documentazione archivistica e letteraria.
L'unico oggetto sopravvissuto del corredo altomedievale è una lamina in piombo in
littera beneventana, rinvenuta nel 1698 all'interno dell'antica urna, durante la ricognizione dei resti dell'Apostolo effettuata dal Cardinale Orsini.
Dalle fonti scritte sappiamo che la chiesa di Sicardo era stata eretta nei pressi del braccio sinistro del transetto del duomo con cui comunicava per mezzo di due porte.

(3) Dopo l'assassinio di Sicardo, gli Amalfitani che aveva deportato a Salerno rientrarono ad Amalfi e proclamarono l'indipendenza.

domenica 7 maggio 2017

Giovanni Paleologo

Giovanni Paleologo


Quarto figlio del megas domestikos niceno Andronico Paleologo e di Teodora Paleologina e quindi fratello minore di Michele VIII (1259-1282), nacque probabilmente dopo il 1225 e prima del 1230.
Compare per la prima volta nelle fonti nel 1256, quando viene inviato a Rodi ma non è chiaro se per ricoprire una carica militare o amministrativa oppure vi fu esiliato.
Il 25 agosto del 1258 è comunque al fianco del fratello Michele durante il colpo di stato in cui fu assassinato il protovestiario Giorgio Muzalon, a cui era stata affidata la reggenza del giovane Giovanni IV Ducas Laskaris, e che spianò a Michele la strada verso il trono imperiale.
Assunta la reggenza, Michele nominò il fratello megas domestikos e, dopo l'incoronazione (1259), lo elevò al rango di sebastokrator e lo inviò in Macedonia al comando dell'esercito niceno. Al corpo di spedizione, in posizione subordinata rispetto a Giovanni, erano aggregati anche i generali Alessio Strategopoulos e Giovanni Raul Petraliphas.
Ai primi di gennaio Michele diede quindi l'ordine di attaccare il Despotato di Epiro.
L'esercito niceno avanzò così velocemente da cogliere completamente impreparato quello epirota accampato nei pressi di Castoria e costringendolo ad una disordinata ritirata (1). Giovanni occupò quindi dopo brevi assedi alcune fortezze – tra cui Deabolis (Devol) e Ocride – ponendo sotto controllo niceno la piana di Pelagonia.
Nel frattempo il despota epirota Michele II aveva riorganizzato le sue truppe che, rafforzate da 400 cavalieri inviati dal genero Manfredi di Sicilia, si erano congiunte a quelle messe insieme dall'alleato Guglielmo II Villeardhouin, principe d'Acaia.


La piana di Pelagonia è un'area pianeggiante lunga 70 km. e larga 15 circondata da rilievi montuosi. La città di Pelagonia (Bitola) si trova nella parte meridionale, quella di Prilep in quella settentrionale. Probabilmente l'esercito della lega antinicena entrò nella piana da sud nel settembre del 1259.
Giovanni Paleologo – le cui forze erano molto inferiori di numero - dispose in prima linea i mercenari tedeschi, i suoi migliori soldati, dietro questi dispose i soldati serbi e ungheresi e in una terza linea, se stesso e tutti i Greci, mentre gli arcieri cumani e ungheresi occupavano i fianchi dello schieramento.
Dal momento che Giovanni Paleologo aveva schierato in prima linea i mercenari tedeschi che servivano nel suo esercito, Villeardhouin fece lo stesso con i suoi cavalieri tedeschi e ne affidò il comando al barone di Karytaina mentre egli stesso prese il comando della seconda linea di cavalleria, dietro cui ne schierò una terza e infine due linee di fanteria.
La battaglia ebbe inizio quando le due prime linee vennero a contatto, il barone di Karytaina disarcionò e uccise il comandante nemico e la prima linea bizantina fu subito in grossa difficoltà. L'intervento degli arcieri a cavallo cumani e ungheresi – che pur inutili contro le pesanti armature dei cavalieri tedeschi ne falcidiarono le cavalcature rendendoli facile preda della fanteria – rovesciò le sorti dello scontro e la seconda linea di cavalleria al comando dello stesso Villeardhouin intervenuta a sostegno subì la stessa sorte della prima (2).

Dopo aver rafforzato le sue posizioni nella Tessaglia meridionale, Giovanni fu richiamato a Lampsaco dove incontrò il fratello che in virtù dei suoi successi militari gli conferì il titolo di despota e, poco dopo, gli concesse in pronoia le isole di Rodi e Lesbo (3).
Nel 1261, a causa dei rovesci subiti da Alessio Strategopoulos nella guerra in Epiro - culminati con la sconfitta nella battaglia di Trikorfon nei pressi di Naupaktos (Lepanto), in cui lo stesso generale bizantino era stato preso prigioniero – Giovanni fu inviato nuovamente in quel teatro di operazioni. Il despota ottenne qualche successo ma soltanto nel 1264, l'arrivo di un esercito guidato dallo stesso imperatore costrinse il despota Michele II a sottomettersi formalmente a Michele VIII.
Pacificato il confine con l'Epiro, Giovanni fu inviato in Asia Minore dove i vicini turchi cominciavano a diventare un pericolo. Vi si trattenne fino al 1267, rafforzando le difese e rendendo sicuro il territorio attorno alla valle del Meandro.
Nei tardi anni '60 ci sono evidenze della sua presenza in Macedonia e Tessaglia dove gli erano state assegnate delle proprietà nei territori riconquistati all'impero.
Nel 1273, al comando di una forte forza d'invasione e coadiuvato dal generale Alessio Kaballerios, fu incaricato di attaccare la Tessaglia governata da Giovanni I Ducas (4), secondo i piani di Michele VIII volti a ripristinare i confini dell'impero come erano prima del 1204.
Giovanni Paleologo penetrò rapidamente e profondamente in territorio nemico e pose sotto assedio la capitale Neopatras. Giovanni Ducas riuscì ad allontanarsi dalla città assediata e, ottenuti 300 cavalieri dal duca di Atene Giovanni I de la Roche, lanciò un attacco a sorpresa che costrinse i bizantini a ripiegare. Mentre si ritirava, informato dell'attacco alla flotta bizantina all'ancora nel porto di Demetriade, riuscì con una marcia notturna di 40 miglia ad intervenire nella battaglia rovesciandone le sorti (5). Ciononostante, per l'onta subita con la sconfitta di Neopatras, rinunciò al titolo di despota e morì poco dopo.

Nel 1259, aveva sposato la figlia del gran primicerio Costantino Tornikes da cui probabilmente ebbe due figlie.


Note:

(1) L'attacco niceno fu sferrato in pieno inverno – probabilmente nel mese di gennaio – in un periodo dell'anno del tutto inusuale per iniziare una campagna militare.
(2) Per antefatti e conseguenze della battaglia di Pelagonia vedi scheda Morea, Introduzione.

(3) L'affidamento in pronoia di terreni a cittadini meritevoli per i servigi resi allo Stato, istituito da Alessio I Comneno, è l'equivalente bizantino dell'infeudamento occidentale. La differenza sostanziale è che le terre rimanevano di proprietà dello Stato a cui ritornavano, almeno inizialmente, alla morte dell'usufruttuario.

(4) Si tratta del figlio illegittimo del despota d'Epiro Michele II.

(5) Ulteriori dettagli sulla battaglia di Demetriade in scheda Alessio Dukas Philantropenos.

lunedì 1 maggio 2017

Alessio Ducas Filantropeno

Alessio Ducas Filantropeno


Alessio Ducas Filantropeno è' il primo membro noto della famiglia dei Filantropeni. Compare per la prima volta nelle fonti nel 1255 come comandante del thema di Ocrida (l'attuale Ohrid in Macedonia) durante le guerre intraprese dall'imperatore niceno Teodoro II Laskaris contro i Bulgari.
Agli inizi degli anni '60 fu nominato protostrator (1) ma, giacchè il mega doux (il comandante in capo della flotta), Michele Laskaris (2), era avanti negli anni e infermo, Filantropeno esercitava il comando de facto e fu nominato a sua volta mega doux dopo la morte di Michele Laskaris (3).
Dopo la riconquista di Costantinopoli, a capo della ricostituita flotta imperiale, viene inviato in Egeo e incaricato di compiere raid e incursioni contro i possedimenti latini da cui partivano le incursioni piratesche. In particolare occupò la città di Oreas (Rio), capitale del terziere settentrionale dell'isola di Eubea (4) dove si trovavano le basi dei corsari latini.
Nel 1270 fu probabilmente al comando del corpo di spedizione che Michele VIII inviò a presidiare l'area di Monemvasia e successivamente appoggiò l'azione del rinnegato latino Licario, fattosi vassallo dell'imperatore, volta alla conquista dell'intera isola di Eubea.

 
Battaglia di Demetriade: agli inizi del 1273, la squadra navale bizantina al comando di Filantropeno si trovava all'ancora nel porto di Demetriade, nei pressi dell'attuale città di Volos, per appoggiare le operazioni dirette dal fratello di Michele VIII Paleologo, il despota Giovanni, contro il signore della Tessaglia, il figlio illegittimo del despota d'Epiro Michele II, Giovanni I Ducas.
Sulla terraferma Giovanni Paleologo venne sonoramente sconfitto a Neopatras dalle forze combinate di Giovanni Ducas e del duca di Atene Giovanni I de la Roche, così i vassalli veneziani delle isole dell'Egeo (5) misero insieme una flotta, rafforzata da vascelli lombardi e cretesi, e postala agli ordini dell'ammiraglio veneziano Filippo Sanudo e del triarca di Negroponte (6) Giberto II da Verona, attaccarono la flotta bizantina nel porto di Demetriade.
Nonostante l'inferiorità numerica, i latini stavano per avere il sopravvento quando arrivarono sul teatro dello scontro le truppe di Giovanni Paleologo che, informato dell'imminente attacco alla flotta mentre si stava ritirando da Neopatras, con una marcia forzata aveva coperto nella notte una distanza di 40 miglia.
I soldati furono traghettati a bordo delle navi con piccole imbarcazioni e rovesciarono le sorti della battaglia. Al calar della sera tutte le navi nemiche eccetto due erano state catturate o messe fuori combattimento ed i latini avevano subito forti perdite umane. L'ammiraglio Filippo Sanudo fu preso prigioniero insieme a molti altri esponenti della nobiltà locale. Lo stesso Alessio Filantropeno fu comunque gravemente ferito durante la battaglia.

Da una moglie di cui non si conosce il nome ebbe una figlia che sposò il megas domestikos Michele Tarchaniote. Morì probabilmente nel 1275.

Note:
(1) Questo titolo compare per la prima volta nel 712 e significa letteralmente "primo degli stratores (stallieri)". Il Klētorologion (899) lo colloca al 48° posto, tra i 60 titoli ufficiali di palazzo. Successivamente acquisì una maggiore importanza e Niceta Coniata (1200) lo equipara al titolo occidentale di maresciallo. Nel De officialibus palatii Costantinopolitani et de officiis magnae ecclesiae di Pseudo-Codino (XV secolo) è collocato all'8° posto dei titoli di palazzo e poteva esssere conferito a più persone. Il titolo rimase in uso fino alla fine dell'impero e fu spesso conferito a comandanti militari.
(2) Si tratta di uno dei sei fratelli di Teodoro I Laskaris, il primo imperatore niceno.
(3) Non è ben chiara la data di morte di Michele Laskaris. Da un documento appare ancora vivo – e qundi in carica come mega doux – nel 1263.
(4) Per la suddivisione in terzieri dell'isola di Eubea vedi scheda Il Ducato dell'Arcipelago nota 1
(5) La madrepatria, viceversa, almeno in apparenza, si mantenne neutrale.
(6) Vedi nota 3.

venerdì 21 aprile 2017

La crisobolla di Andronico II

La crisobolla di Andronico II

Crisobolla di Andronico II, cm.195x26,5, 1301
Museo cristiano-bizantino
Atene

E' composta da quattro fogli di pergamena incollati insieme e fu emanata nel 1301 da Andronico II Paleologo per confermare i privilegi garantiti al metropolita di Monemvasia, Nicola (1283-1325). Il documento si apre - cosa assolutamente non comune - con una miniatura in cui Andronico è raffigurato in piedi su un cuscino rosso decorato dall'aquila paleologa di fronte al Cristo a cui porge la crisobolla, ha il capo circondato da aureola ed indossa il kaumelakion (la corona ad elmetto arricchita dai praependulia).

 
Nonostante il fatto che la crisobolla sia esplicitamente diretta al metropolita di Monemvasia la figura del Cristo non è in alcun modo connotata come Elkomenos (in vincoli) a cui pure era dedicata la mitropolis (cattedrale) della città (cfr. scheda). Indossa una tunica blu scura ed un himation purpureo, tiene il libro nella mano sinistra mentre la destra è benedicente.

particolare della firma di Andronico II
 
Il documento riporta la data del 1301 ed in calce la firma di Andronico vergata con inchiostro purpureo.
E' attualmente conservata nel Museo cristiano-bizantino di Atene.


martedì 11 aprile 2017

Demetrio Laskaris Leontari

Demetrio Laskaris Leontari

Amico fidato di Manuele II, compare per la prima volta nelle fonti nel 1403, quando riceve dall'imperatore l'incarico di coadiuvare il nipote Giovanni VII nell'amministrazione di Tessalonica, di cui quest'ultimo era stato nominato despota e di cui Demetrio Laskaris Leontari divenne comandante militare. Della sua vita precedente si sa soltanto che si era distinto come ufficiale dell'esercito prestando servizio in Morea e Tessaglia.
Nel 1408, alla morte di Giovanni VII, Manuele nominò il giovane figlio Andronico despota di Tessalonica, Demetrio Laskaris rimase al governo della città assumendone la reggenza fino al raggiungimento della maggiore età di Andronico (1415-1416), quando arrivarono a Tessalonica chiedendo asilo il fratellastro di Maometto I, Mustafa, ed il governatore di Aydin, Junayd, che, insorti contro il sultano, erano stati sconfitti. Alla richiesta del sultano di consegnargli i ribelli, seguì una trattativa che terminò con un accordo in base al quale, i due ribelli sarebber rimasti in esilio sotto custodia dell'imperatore dietro il pagamento di un congruo appannaggio annuo da parte del sultano. Demetrio Laskaris scortò personalmente i due prigionieri a Costantinopoli.
Rientrato a Costantinopoli, nel maggio del 1421 lo ritroviamo a capo di una importante missione diplomatica presso la corte di Maometto I ad Adrianopoli che fu interrotta dalla morte del sultano (26 maggio 1421).
Dopo la morte di Maometto I, a Costantinopoli prese il sopravvento il partito antiottomano guidato dal coimperatore Giovanni VIII a cui Manuele II rassegnò il potere di fatto. Su ordine di Giovanni, Demetrio rilasciò quindi Mustafa, assicurandogli sostegno nella lotta contro il nuovo sultano Murad II in cambio della città di Gallipoli. Mustafa prese Gallipoli ma si rifiutò di consegnarla ai bizantini; abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori, fu comunque sconfitto e catturato poco dopo da Murad. Fu giustiziato nel 1422.
Nel 1427 – mentre Giovanni VIII assediava Clarentza che era stata occupata dai Tocco – Demetrio guidò la marina bizantina nello scontro con la flotta epirota guidata dal figlio illegittimo del despota Carlo I Tocco, Turno, noto come battaglia delle Isole Echinadi a largo delle quali fu combattuta (1). Il condottiero bizantino riportò una vittoria schiacciante affondando una buona metà del naviglio nemico e catturando molti prigionieri. La battaglia è ricordata come l'ultima vittoria riportata dalla marina imperiale.

Arcipelago delle Echinadi
 
Ritiratosi a vita monastica con il nome di Daniele, morì molto probabilmente nel 1431 e fu tumulato nel monastero costantinopolitano di San Giovanni in Petra (2).
Sposatosi con una donna di cui non si conosce il nome, si ha notizia di un suo figlio di nome Giovanni che morì nel 1437 e fu sepolto nello stesso monastero.

Note:
(1) Vedi anche scheda Despotato d'Epiro, Introduzione.
(2) Vedi scheda la chiesa di San Nicola al Bogdan saray, nota 2.




sabato 8 aprile 2017

chiesa di San Nicola al Bogdan saray


chiesa di San Nicola al Bogdan saray

  
I resti di questa chiesa si trovano a circa 250 m. ad est di S.Salvatore in Chora, nei giardini del Bogdan saray (Palazzo di Moldavia) e sono attualmente adibiti a deposito di pneumatici (ingresso al n.32 di Draman Caddesi).
 
 
Resti dell'abside della cripta
 
Interno dell'abside
 
Descrizione: era una piccola (6.20x3.50) cappella funeraria - è infatti orientata a nord anzichè ad est e, in alcuni scavi condotti nel 1918, vi vennero rinvenute tre sepolture - che dovrebbe risalire al XII sec., secondo altri al XIV (1), di cui rimane solo la cripta, essendo completamente crollata – ai primi del XX secolo - la cappella sovrastante.
Pianta della cappella scomparsa
 
La cappella sovrastante, di cui non rimane più nulla, era a navata unica, al centro della quale si levava una cupola impostata su pennacchi che originavano da due archi traversi, e terminava con un'ampia abside poligonale aggettante. La cripta, anch'essa a navata unica, era voltata a botte e terminava con un'abside. La muratura è a corsi alterni di mattoni e pietra.

fotografia del 1938
 
Identificazione: in età ottomana faceva parte delle dipendenze di un palazzo acquistato nel XVI sec. dagli hospodari di Moldavia per farne la sede della loro rappresentanza presso la Sublime Porta. In epoca bizantina, per la posizione, potrebbe essere appartenuta al complesso monastico di san Giovanni Battista in Petra (2). Il palazzo di Moldavia fu distrutto da un incendio nel 1784 e la cappella divenne inagibile.
Tutti gli atti ad essa relativi, compresa la donazione nel 1760 da parte di Giovanni Callimaco al monastero athonita di S.Pantelemone la indicano come dedicata a S.Nicola di Myra.

Note:

(1) R.Ousterhout, che propende per una datazione al XIV secolo, ne sottolinea la similitudine della pianta con quella del paraekklesion della chiesa di San Salvatore in chora, ipotizzando che possa aver avutola stessa funzione. E in effetti, nelle fotografie dei primi del Novecento, si notano dei setti murari che si distaccano perpendicolari dalle pareti laterali dell'edificio, suggerendo l'idea che fosse annesso ad un edificio più grande.

fotografia del 1908
 
(2) La fondazione del monastero di San Giovanni in Petra, molto rinomato in epoca paleologa ma di cui oggi non rimane più nulla, è attribuita dalla tradizione ad un monaco di origini egiziane, Baras, che giunse a Costantinopoli probabilmente durante il regno di Zenone (476-491). Il monastero fu comunque rifondato nell'XI secolo dall'igoumeno Giovanni detto il più veloce con il patrocinio di Anna Dalassena. Dopo il 1308 il monastero conobbe una nuova rinascenza, grazie alla costruzione patrocinata dal re serbo Milutin – che aveva sposato la figlia di Andronico II, Simonide - di una chiesa e di un ospedale (xenon del Kralj) che divenne il più importante della città. A testimonianza del prestigio raggiunto dal monastero, il patriarca Nilo Kerameus con un decreto del 1381 ne promuove l'igoumeno ad archimandrita e protosincello e pone il monastero al terzo posto – dopo quelli di Studion e dei Mangani – nella gerarchia dei monasteri costantinopolitani.
Sopravvissuto e rimasto cristiano dopo la conquista (nel 1463 fu donato dal sultano al Gran Vizir Mahamud pascià che era serbo e cristiano), si spopolò e decadde nel corso del XVI secolo, tanto che E.Gerlach, in una lettera ad un amico del 1578, lo descrive come completamente in rovina e semideserto. 
Ne conosciamo l'aspetto grazie alla dettagliata descrizione lasciataci dal diplomatico spagnolo Ruy González de Clavijo che lo visitò nell'inverno del 1403. Il katholikon del monastero era preceduto da un ampio atrio porticato al centro del quale si trovava una fontana, presentava una pianta centrale ed era sormontata da un'alta cupola. All'interno il santuario era tripartito e la chiesa era interamente decorata a mosaico mentre colonne di diaspro verde separavano le navate.
Janin lo localizza con molta precisione nella valletta che da Karagümrük digrada verso Balat (cfr. cartina sopra), in un luogo chiamato dai turchi Kesmekaya (pietra tagliata), un nome che ricorda quello antico di Petra.

martedì 4 aprile 2017

Il cassone con dipinta la Caduta di Trebisonda

Il cassone con dipinta la Caduta di Trebisonda


E' un cassone nuziale fiorentino del XV secolo – oggi conservato nel Metropolitan Museum di New York - che, nella parte frontale, mostra dipinta la Caduta di Trebisonda.
E' segnalato per la prima volta in un articolo del Weisbach del 1913 come proveniente da casa Strozzi per la presenza delle insegne araldiche della famiglia (1). E' considerata opera della bottega fiorentina di Apollonio di Giovanni e Marco del Buono Giamberti.
In una variopinta scena di battaglia sono raffigurate due città: a sinistra Costantinopoli, identificabile dalla legenda e dall'accurata resa della topografia; in alto a destra Trebisonda, anch'essa identificata dalla legenda e, per la maggiore contiguità alla scena di battaglia, considerata come fulcro dell'azione.
Il tema raffigurato suggerisce quindi un termine post quem per la datazione (1461, caduta di Trebisonda) mentre la morte di Apollonio di Giovanni (1465) ne stabilisce uno ante quem.


Come già osservato la topografia costantinopolitana è molto accurata, sulla sponda opposta di un dilatato Corno d'Oro si distingue il sobborgo di Pera e più a nord, indicata come chastelo novo dalla didascalia, la fortezza di Rumeli Hisari fatta costruire nel 1452 da Maometto II sul versante europeo del Bosforo.
L'accuratezza topografica della ricostruzione della fortezza risulta evidente dal confronto con un suo schizzo realizzato da una spia veneziana all'incirca nel 1453.

Cod.membr.641, 1453 c.ca,
Biblioteca Trivulziana, Milano

Ben riconoscibile, sulla sponda asiatica, è anche il sobborgo di Scutari (l'antica Crisopoli) indicato dalla didascalia come Loscuterio).
 
Particolare della raffigurazione di Costantinopoli

All'interno delle mura di Costantinopoli si distinguono chiaramente la colonna di Giustiniano – priva della statua equestre dell'imperatore, come appariva già poco tempo dopo la conquista ottomana - e l'obelisco di Thutmosi III nella spina dell'Ippodromo. Ancora, in primo piano Santa Sofia, con la cupola e le due semicupole e, davanti ad essa e più bassa, la cupola di Sant'Irene. All'angolo nordoccidentale della città l'edificio a tre piani addossato alle mura è il palazzo delle Blacherne sul cui tetto sembra di veder sventolare il vessillo dei Paleologi,


a sinistra di questo un altro edificio coperto da cupola e a cui è addossato un porticato rappresenta molto probabilmente il katholikon del monastero di San Giovanni Battista nel quartiere di Petrion (2) mentre di più incerta identificazione è la chiesa a pianta basilicale con un tetto a doppio spiovente, eretta su un basamento a cui da accesso una scalinata di tre gradini. La chiesa presenta inoltre una facciata in cui si aprono tre portali, quello centrale dei quali sormontato da rosone e la didascalia la indica chiaramente come dedicata a San Francesco.

Nella rappresentazione di Trebisonda non si riscontra invece una altrettanta accuratezza topografica, sì che essa sembra corrispondere piuttosto ad un modello immaginario.
L'abbigliamento e l'armamento degli eserciti che si scontrano appaiono molto simili, differendo soltanto per la foggia dei copricapo: conici e, in alcuni casi, forniti di una falda ripiegata alla base o ornati da una piuma, per i trapezuntini; bassi ed ornati da una fascia bianca, a ricordare la forma di un turbante, per i turchi.
L'esito della battaglia è evidenziato dai prigionieri tapezuntini inginocchiati con le mani legate dietro la schiena nei pressi del campo nemico.

Andrea Paribeni (2001) ha però rilevato una serie di incongruenze in questa interpretazione:
1. L'ultimo imperatore di Trebisonda, Davide II Comneno, si arrese a Maometto II senza combattere. Non vi fu quindi alcuna battaglia (cfr. scheda L'impero di Trebisonda);
2. Maometto marciò su Trebisonda da Costantinopoli - quindi da ovest - e non da oriente come nel dipinto.
Ma è soprattutto la parola tanburlana che compare, appena sbiadita, nei pressi del carro che trasporta il comandante dell'esercito vincitore, a fargli avanzare l'ipotesi che l'esercito vittorioso proveniente da oriente sia quello dei mongoli di Tamerlano mentre gli sconfitti siano i turchi del sultano Beyazit I nella battaglia di Ankara (1402).
La presenza della città di Trebisonda – che comunque appare nel dipinto estranea alla battaglia (ad esempio non si notano soldati sulle mura) – andrebbe ricercata nella committenza che Paribeni fa risalire a Vanni degli Strozzi come dono nuziale per il matrimonio del fratello Ludovico con la figlia di Bertoldo Corsini e collega ad i suoi recenti interessi economici nella città di Trebisonda.
Il riferimento alla battaglia di Ankara alluderebbe inoltre ad una adesione del committente al progetto politico elaborato da papa Pio II Piccolomini intorno al 1458 di formare un'alleanza antiottomana tra i regni cristiani orientali e Unzun Hasan, il beg dei turcomanni di Ak Koyunlu (il Montone bianco) che aveva sposato Teodora Grande Comnena, figlia dell'imperatore trapezuntino Giovanni IV. Unzun Hasan, tra l'altro, aveva mutuato per sè proprio l'appellativo di nuovo Tamerlano.


In quest'ottica interpretativa, T.Braccini (2024) nella parte destra della scena identifica come Tamerlano la figura seduta nella tenda che colloquia con l'imperatore Davide II in sella al cavallo nero mentre sul carro trionfale siederebbero di nuovo Tamerlano e Unzun Hasan. La scena raffigurerebbe quindi uno scontro, auspicato ma storicamente mai avvenuto, tra la lega antiottomana guidata da Unzun Hasan e l'esercito ottomano di Maometto II per sottrarre alla conquista Trebisonda. La figura di anacronistica di Tamerlano sarebbe presente come auspicio di vittoria in memoria della battaglia di Ankara (3).


Note:

(1) Quando, circa un anno dopo l'articolo del Weisbach, il cassone venne acquistato dal Metropolitan Museum era però già privo di queste insegne. La provenienza da casa Strozzi sembra però confermata dall'impresa dipinta sulle fiancate laterali, un falcone ad ali spiegate appollaiato su un trespolo. Strozziere significa infatti falconiere.
 
 
(2) Sul monastero di San Giovanni Battista in Petra vedi scheda la chiesa di San Nicola al Bogdan saray, nota 2.

(3) Paribeni osserva che se da un lato un oggetto destinato ad un uso privato come un cassone può apparire poco adatto a veicolare un messaggio politico, dall'altro questo durante l'esposizione dei doni nuziali viene visto da tutti, ben prestandosi quindi al "doppio gioco" di un mercante fiorentino come Vanni Strozzi il cui animo si divideva tra gli interessi commerciali delle nuove relazioni che andava stringendo con gli ottomani e l'adesione allo spirito crociato. A questo Baccini aggiunge l'osservazione che  essendo l'alleanza antiottomana auspicata nata come conseguenza del matrimonio tra Unzun Hasan e Teodora, ciò rendeva il soggetto rappresentato appropriato per un dono nuziale