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giovedì 26 marzo 2015

chiesa di San Cataldo, Palermo

chiesa di San Cataldo


Fatta costruire tra il 1154 ed il 1160, molto probabilmente dal Grande Ammiraglio del Regno Maione da Bari (1) come cappella privata del suo palazzo di cui oggi non rimangono resti, sorge sullo stesso basamento su cui si trova la chiesa della Martorana.
Alla morte di Maione (1161) le sue proprietà furono confiscate e la chiesa ceduta al conte Silvestro di Marsico - cugino del sovrano e membro del ristretto gruppo di familiares regis chiamato a raccogliere l'eredità politica dello stesso Maione - il cui figlio Guglielmo nel 1175 la vendette alla Regia dogana.
Nel 1182, assieme al palazzo, fu donata da re Guglielmo II alla cattedrale di Monreale, i cui arcivescovi utilizzarono il complesso come loro residenza palermitana.
Nel 1787 la Regia corte acquisì l’intero complesso, destinando la cappella all’Arcivescovo di Palermo e il palazzo alla Posta delle Lettere.
A fine ‘800 il palazzo venne raso al suolo.
Nel 1938 la chiesa fu assegnata all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e, da allora, il largo sul quale sorge (e lo spazio sottostante su Via Maqueda) è stato denominato "Largo dei Cavalieri del Santo Sepolcro".

 
La facciata settentrionale è ripartita da tre archi ogivali a rincassi con finestrelle a cui, sull’angolo NE, se ne affianca uno cieco. In alto, è decorata da una cornice lavorata ad intaglio. All’angolo NO si apre invece l'attuale la porta d'ingresso.
Al di sopra della cornice si trova un corpo oblungo più ristretto sormontato dai tre bulbi delle cupolette a sesto rialzato.
La struttura muraria è rigorosamente identica su tutti e quattro i lati, movimentata solo dal gioco dei rincassi.
 
Facciata orientale
 
Nella facciata orientale solo l'abside centrale è leggermente aggettante mentre le due laterali sono contenute nello spessore della muratura.
 
Interno
L'interno è diviso in tre corte navate da sei colonne di reimpiego. La nave è costituita da tre campate a pianta quadrata coperte da cupole mentre sulle campate orientali si innestano le tre absidi poco profonde.
Le pareti e le volte non sono mai stati ricoperti da decorazioni.
Da notare il raccordo fra gli angoli del tamburo rettangolare e il cilindro della cupola realizzato da un gioco alternato di archetti a rincasso e finestrelle secondo la tipologia magrebina.
 
Su una parete nei pressi dell'ingresso si trova un'epigrafe che ricorda la sepoltura della piccola Matilde di Marsico morta nel 1161.
 
Note:
 
(1) Figlio di un giudice barese, Maione iniziò la carriera nella pubblica amministrazione normanna durante il regno di Ruggero II che lo nominò dapprima scriniario (responsabile dell'archivio della Curia regia), quindi vicecancelliere e infine cancelliere. Poco dopo l'incoronazione di Guglielmo I d'Altavilla (aprile 1154) fu da questi insignito del titolo di amiratus amiratorum – lo stesso di cui era stato insignito Giorgio di Antiochia (cfr. nota 1 in S.Maria dell'Ammiraglio) durante il regno di Ruggero II - equiparabile a quello di primo ministro del regno. In quanto tale fu quindi il principale responsabile della spietata politica di repressione delle spinte autonomiste dell'aristocrazia feudale che caratterizzò la prima fase del regno di Guglielmo. Odiato dai baroni, la notte del 10 novembre 1160, mentre rincasava da una visita all'arcivescovo Ugo, fu assassinato in un agguato organizzato da Matteo Bonello, un giovane esponente dell'aristocrazia, a cui non fu estraneo lo stesso arcivescovo che fece chiudere le porte del palazzo alle spalle di Maione tagliandogli ogni via di fuga.



domenica 22 marzo 2015

S.Maria dell'Ammiraglio (La Martorana), Palermo

S.Maria dell'Ammiraglio (La Martorana), Palermo

La cupola

Fu fondata nel 1143 e destinata al rito greco-ortodosso per volere di Giorgio d'Antiochia, il grande ammiraglio (1) di origine siriana che fu al servizio di Ruggero II dal 1108 al 1151. Nel 1194 nei suoi pressi sorse un monastero benedettino femminile, fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana, motivo per il quale diventò nota come "Santa Maria dell'Ammiraglio" o della "Martorana".
Nel 1282, dopo i vespri antiangioini, i baroni giurarono in questa chiesa fedeltà a Pietro III d'Aragona.
Nel 1435 la chiesa, per privilegio di re Alfonso, viene ceduta al monastero della Martorana. Il passaggio alla liturgia latina e la nuova funzione di chiesa conventuale resero necessari dei lavori di ampliamento.
Soppresso il monastero benedettino, nel 1866, anche la chiesa venne chiusa al culto. Divenne in seguito sede della Sovrintendenza ai Monumenti.
La chiesa ritornò all’Autorità ecclesiastica nel 1926 e il 26 ottobre 1937 venne assegnata, in forza della Bolla pontificia "Apostolica Sedes" che la elevava alla dignità di Concattedrale, alla nuova Eparchia di rito greco-ortodosso di Piana degli Albanesi.
Dal 1943 è anche sede della parrocchia di S.Nicolò dei Greci.

La chiesa originaria aveva una pianta a croce greca inscritta con una cupola centrale ottagonale impostata su quattro colonne e si apriva su un cortile porticato – aggiunto insieme all'esonartece successivamente, tra il 1146 ed il 1185 - sostenuto dalle otto colonne di granito che oggi si trovano nella sala del vestibolo interno. Il santuario era tripartito ed all'esterno la facciata orientale mostrava le tre absidi aggettanti.
La chiesa originaria

Nel 1588, al fine di adeguare gli spazi di una chiesa nata come cappella familiare alle necessità di una chiesa conventuale, l'edificio venne profondamente rimaneggiato. Il cortile porticato venne smantellato insieme alla facciata occidentale ed al nartece conferendogli l'aspetto attuale di chiesa a tre navate. Al posto del cortile venne addossato alla chiesa un edificio su due livelli, il primo andò a formare una sorta di vestibolo e quello superiore ospitò il matroneo ed il coro.
Tral il 1693 ed il 1696 venne smantellato l'abside – con conseguente perdita del mosaico bizantino – sostituito dall'attuale cappella quadrangolare attraverso le cui finestre inferiori veniva distribuita l'Eucaristia alle monache di clausura.
Nell'ambito della ristrutturazione resa necessaria dai danni prodotti dal terremoto del 1726 infine, fu realizzata, su progetto di Nicolò Palma l'attuale facciata lungo il fianco settentrionale del vestibolo.
Alla fine del secolo scorso vennero eseguiti impor­tanti lavori di restauro ad opera di Giuseppe Patricolo nel corso dei quali venne rimossa parte delle aggiunte realizzate in età barocca (2).

La chiesa attuale

Campanile: il campanile, dal cui piano terra si accede oggi alla chiesa, fu costruito probabilmente alla fine del XII sec. addossato al lato occidentale del portico e culminava con una cupola demolita a seguito del terremoto del 1726. E' impostato su un alto dado su cui si aprono tre portali ad arco acuto a cui segue un altro dado che corrisponde in altezza al matroneo su cui si aprono tre bifore inquadrate in una cornice a bugnato.


Gli ultimi due livelli non ripetono più la semplice volumetria a dado ma mostrano sguinci angolari che si innestano su corpi murari a cilindro caratterizzati da nicchiette ciascuna decorata da tre colonnette. In totale il campanile conta oggi ben 57 colonne, che probabilmente erano di più considerando quelle della cupola crollata, cosa che gli ha meritato l'appellativo di campanile delle colonne.
 
Lato settentrionale
 
 
Il lato settentrionale si mostra come doveva apparire anche all'atto di fondazione della chiesa, a filari di piccoli conci squadrati, movimentata da tre archi rincassati, ciscuno dei quali ospita una finestra. Al terzo arco in basso corrisponde una porta sormontata da un architrave marmorea su cui è scolpita una scena di caccia. In alto la facciata termina con una cornice di conci scolpiti lungo cui correva l'iscrizione di dedicazione della chiesa. Il tamburo della cupola, rivestita in cocciopesto, è ottagonale e fenestrato lungo i lati.

Interno
La chiesa bizantina è preceduta da una sorta di grande vestibolo che ha sostituito l'atrio porticato originario (la cui planimetria è stata evidenziata durante i restauri ottocenteschi da percorsi in mattoni di cotto rosso). Le volte del vestibolo sono impostate su otto colonne di granito che residuano dal precedente atrio e sostengono il piano superiore che ospitava il coro ed il matroneo. Agli angoli nord e sudorientali dell'attuale vestibolo, con la trasformazione del 1588 vennero istituite due cappelle angolari ai lati delle quali si trovano oggi le due grandi icone musive raffiguranti la Dedicazione della chiesa alla Vergine (nord) e l'Incoronazione di Ruggero II (sud). Molto probabilmente entrambe erano precedentemente collocate nella controfacciata della chiesa originaria demolita con l'ampliamento del 1588.
 
Dedicazione della chiesa alla Vergine
 
Giorgio di Antiochia è raffigurato nell'atto della proskynesis davanti alla Vergine che sorregge un cartiglio su cui è scritto: Chi ha costruito dalle fondamenta questa mia casa, Giorgio il primo fra i primi di tutti i miei principi, o Figlio, custodiscilo con la sua gente da ogni male e donagli il perdono dai peccati, perchè tu ne hai il potere come unico Dio, O Verbo. La scena è assimilabile ad una deesis, la figura del Cristo appare infatti a destra del riquadro nell'atto di ricevere la preghiera d'intercessione.

L'incoronazione di Ruggero II

Il re è raffigurato vestito come un imperatore bizantino mentre china lievemente il capo per ricevere la corona dalle mani del Cristo. Oltre ad essere un omaggio al suo re, il mosaico esplicita anche la politica caldeggiata da Giorgio di Antiochia: uno stato imperiale con possedimenti in tutto il Mediterraneo ed una dinastia (gli Altavilla) in grado di raccogliere l'eredità di Bisanzio.
Ruggero d'Altavilla fu incoronato ufficialmente il 25 dicembre del 1130 nella cattedrale di Palermo, alla presenza del legato dell'antipapa Anacleto II (1130-1137) - il cardinale Gregorio Conti di Santa Sabina - che il 5 novembre dello stesso anno aveva istituito nel Concilio di Melfi da lui convocato (non riconosciuto dalla Chiesa cattolica) il titolo di re di Sicilia.

Il programma iconografico della chiesa originaria è incentrato sulla figura della Vergine – sono rappresentate infatti soltanto le scene del Dodekaorton in cui la Vergine è protagonista - a cui la chiesa è dedicata ed è molto probabilmente opera di maestranze costantinopolitane.

Cupola: al vertice della cupola è raffigurato il Cristo pantokrator, seduto in trono con la destra benedicente e la sinistra che sorregge il Vangelo. Nella cornice del cerchio che racchiude il Cristo si legge: + Io sono la luce del mondo + chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita (Giovanni VIII, 12). Nel registro inferiore si dispongono, nella postura della proskinesis, i quattro arcangeli.
Alla base della cupola un fregio in legno di abete, scoperto nel 1871, reca un’iscrizione in caratteri cufici dipinti in bianco su fondo turchino, il cui testo comprende un inno della liturgia bizantina (il sanctus con Osanna e Gloria ) tradotto in arabo, la lingua madre di Giorgio d’Antiochia.
Negli otto lati del tamburo sono raffigurati altrettanti profeti e nelle nicchie angolari i quattro evangelisti.
Negli archi sottostanti il tamburo sono rappresentate le scene dell'Annunciazione (arco orientale) e della Presentazione di Gesù al tempio (arco occidentale) mentre gli archi nord e sud sono ricoperti dal solo fondo oro.


Annunciazione: l'arcangelo Gabriele è raffigurato nella metà sinistra dell'arco, Maria, mentre fila il velo per il tempio, in quella destra. Alla sommità dell’arco, al centro della scena, è rappresentato l’emisfero celeste, da cui esce la Mano di Dio.Tesa in atto allocutorio verso Maria, emana un raggio che, presumibilmente, in origine la colpiva all’altezza della spalla ma oggi si arresta a una certa distanza da Lei, nel punto in cui si posa una bianca colomba. L’ultima sezione del raggio è ora perduta nel fondo d’oro, ove però sono evidenti tracce di restauro.
Presentazione di Gesù al Tempio: nella metà sinistra dell'arco, la Vergine offre il Bambino a Simeone il Giusto che protende le mani velate verso di Lei dalla metà di destra dell'arco.
 
Prothesis e Diakonikon: nelle absidiole si trovano rispettivamente Gioacchino ed Anna, i genitori della Vergine.

S.Anna

Volta del braccio occidentale della croce: Natività del Cristo e Dormizione della Vergine. La giustapposizione di queste due scene non è infrequente nel programma iconografico bizantino e corrisponde ad una correlazione tra i due momenti ben formalizzato dall'imperatore Leone VI (886-912) in un suo sermone dedicato alla Vergine: giacchè hai tenuto tra le braccia il Signore quando si è fatto carne, sei nelle braccia del Signore da quando hai lasciato le tue carni. Parallelismo tra le due scene che qui si esprime, oltre che con la prossimità, con il ricorrere in entrambe di alcuni elementi iconografici come il bambino fasciato (che nella Dormizione rappresenta l'anima di Maria che ascende al cielo) e il materasso bianco su cui la Vergine si appoggia in entrambe le scene.

 
Il mosaico del catino absidale centrale è andato perduto nella ristrutturazione cinquecentesca ma doveva molto probabilmente raffigurare la Vergine orante.
 

Note:
 
(1) Nel 1132 Giorgio di Antiochia fu investito da Ruggero II del titolo di amiratus amiratorum qui praeerat toto regno meo, che è stato talora interpretato come “ammiraglio degli ammiragli” (grande ammiraglio). Il termine amiratus deriva però dall'arabo amir - emiro - che significa soltanto capo, ciò che in greco viene reso con il termine arconte, e solo in un epoca successiva indicherà il ruolo di comando della marina militare. La carica ricoperta da Giorgio di Antiochia era quindi più simile a quella di primo ministro o vicerè che a quella di semplice comandante della flotta.
 
(2) Per ragioni più che altro economiche fu lasciata in situ la facciata di Nicolò Palma mentre per problemi di aderenza al substrato gran parte dei mosaici furono smontati e rimontati colmando le lacune che si erano prodotte nel corso del tempo. I mosaici sono stati inoltre oggetto di un ulteriore intervento di restauro e consolidamento in epoca recente (2010-2012).














mercoledì 11 marzo 2015

Panagia Kosmosoteira, Feres


Chiesa del Monastero della Panagia Kosmosoteira a Feres
 
 
La chiesa dedicata alla Panagia Kosmosoteira (Salvezza del mondo) fu fondata nel 1152, come katholikon dell'omonimo complesso monastico, da Isacco Comneno (1), il terzogenito di Alessio I, che vi fece molto probabilmente edificare anche la tomba in cui venne tumulato. Si ha infatti notizia che nel 1183 Andronico I, il figlio di Isacco, sostò nel monastero per visitare la tomba del padre.
Nel XIV secolo il monastero venne abbandonato dai monaci e trasformato in complesso fortificato e tra il 1371 ed il 1373 venne occupato dai turchi. Nel 1443 Bertrandon de la Broquiere osservò che la cittadina di Vera, sviluppatasi intorno all'originario insediamento monastico, aveva una popolazione mista di greci e turchi, le fortificazioni erano state parzialmente distrutte e la chiesa convertita in moschea.
 
La chiesa presenta una pianta quasi quadrata (15x20m.) del tipo a croce greca inscritta ed è sormontata da cinque cupole, di cui quella centrale dodecagonale. Le finestre della cupola centrale sono intervallate da pilastrini in mattoni (mentre quelle delle cupole laterali sono intervallate da colonnette sempre in mattoni), su sei dei quali compaiono lettere ornamentali composte in mattoni dall'incerto significato.

 
Esternamente la facciata orientale presenta le tre absidi aggettanti, di cui la centrale a 5 facce e le due laterali a 4. La muratura è del tipo a mattone arretrato (filari di mattoni disposti su piani sfalsati, mascherando i filari più arretrati con lisciature di malta) caratteristica dell'edilizia di età comnena (cfr. il monastero costantinopolitano del Pantokrator). In questo impianto, all'interno, emergono però delle anomalie, la più rimarchevole delle quali è lo sdoppiamento in due colonne dei sostegni occidentali della cupola (quasi ad alludere ad un impianto a tre navate) (2).
 
 
Originariamente la chiesa era avvolta da un deambulatorio, probabilmente di un materiale più leggero, di cui rimangono i segni sui lati nord, sud ed ovest. La parte occidentale del deambulatorio avrebbe costituito l'esonartece destinato, come scritto nel typikon redatto dallo stesso Isacco Comneno, ad ospitare le sepolture del suo segretario Michele e del suo domestico Leone Kastamonites.

In epoca ottomana, quando la chiesa fu convertita in moschea, furono apportate alcune modifiche, le principali delle quali sono:
1) Gli affreschi furono interamente ricoperti d'intonaco;
2) furono aperti due nuovi ingressi nelle facciate nord e sud;
3)  fu aperta una finestra sul lato occidentale.

Affreschi:
1) Nelle pareti N e S dei bracci della croce sono raffigurati: più in alto i busti di due gerarchi, poi due profeti a figura intera che reggono dei cartigli, tra i montanti che partiscono le tre finestre, più in basso i busti di due santi militari ed infine, sul registro più basso, la processione dei gerarchi concelebranti rivolta verso il santuario.
 
parete sud
 
2) Negli archi sopra le due coppie di colonne l'Annunciazione e la Presentazione al tempio. L'Annunciazione, solitamente collocata sui pilastri che introducono al bema, è qui invece collocata dalla parte opposta.
 
L'angelo dell'Annunciazione
 
3) Nella prothesis troviamo: sulla parete sud la Comunione degli Apostoli (solitamente rappresentata nelle pareti absidali), un arcangelo nella cupola ed una figura non identificata nella conca absidale.
 
La Comunione degli Apostoli
 
4) Nel diakonikon un altro arcangelo è raffigurato nella cupola con un serafino collocato in uno dei pinnacoli.
Non è chiaro come fosse decorata la cupola centrale (l'intonaco sovrapposto in epoca ottomana non è stato rimosso), mentre nelle altre due cupole sul lato occidentale sono raffigurati rispettivamente il Cristo (cupola SO) e la Vergine (cupola NO).
Cupola NO

I quattro santi militari raffigurati sulle pareti nord e sud spiccano per le notevoli dimensioni e la collocazione di primo piano in seno al programma iconografico della chiesa. Queste caratteristiche unite all'assenza di didascalie che li identifichino e all'accentuata caratterizzazione dei volti, ha fatto supporre (Ch. Bakirtzis, Warrior Saints or Portraits of Members of the Family of Alexios I Komnenos? in Mosaic. Festschrift for A. H. S. Megaw ,ed. J. Herrin et al., Atene 2001) che vi siano in realtà raffigurati i membri della famiglia imperiale: Alessio I ed i suoi tre figli Giovanni II, Andronico e lo stesso Isacco.
 
Alessio I Comneno (1081-1118)
 
Andronico Comneno
 
Giovanni II Comneno (1118-1143)
 
Isacco Comneno
 
La tomba di Isacco Comneno: nel typikon del monastero Isacco Comneno esprime chiaramente la volontà di essere sepolto nella nuova chiesa da lui fondata, disponendo anche il trasferimento di alcuni elementi di arredo dalla tomba che aveva in precedenza predisposto per sé nel monastero di Chora. La tomba, che doveva consistere in un sarcofago marmoreo di cui la lastra conservata attualmente presso il Museo ecclesiastico di Alessandropoli doveva costituire la pietra di copertura, non è però mai stata ritrovata. Seguendo le indicazioni contenute nel typikon la sua collocazione più probabile doveva però essere nell'angolo nordoccidentale della chiesa, isolata dal resto del naos da una cancellata bronzea di cui il fondatore richiede il trasferimento da Chora. Ad ulteriore conforto di questa ipotesi, su uno degli archi che sostengono la cupola che sovrasta questa zona, è raffigurata la scena funeraria delle Tre Marie al sepolcro in cui l'angelo seduto sulla tomba del Cristo sembra indicare in basso, dove doveva appunto trovarsi il sepolcro di Isacco Comneno.

Le Tre Marie al Sepolcro.
La freccia rossa segnala il braccio destro dell'angelo che sembra indicare verso il basso.

All'esterno inoltre, in corrispondenza dell'angolo nordoccidentale, è inserita nella muratura un'aquila composta in mattoni come a sottolineare ulteriormente il luogo di sepoltura di un membro della famiglia imperiale.


Note:

(1) Quando il 15 agosto del 1118 il fratello Giovanni II divenne imperatore dei romei, succedendo al padre Alessio I, suo fratello Isacco fu nominato sebastokrator, una delle cariche più alte dell'impero bizantino. Egli profuse il suo impegno soprattutto in opere filantropiche, tra cui il restauro del monastero di Chora. Nel 1130 i rapporti tra Giovanni II e Isacco s'incrinarono: Isacco fu infatti costretto a lasciare Costantinopoli, rimanendone lontano per sei anni, perché accusato di far parte di un presunto complotto per rovesciare il fratello. Nel 1136 Isacco ritornò a Costantinopoli e si riconciliò pacificamente con l'imperatore. L'8 aprile 1143 morì Giovanni II, e Isacco dovette nuovamente andarsene da Costantinopoli, quindi si trasferì a Eraclea Pontica, e tra il 1145 e il 1146 tentò di usurpare il trono al nipote Manuele I Comneno, ma senza successo. Molto probabilmente nel 1152 Isacco fu costretto dall’imperatore Manuele I a ritirarsi a vita privata in una zona rurale in Tracia, vicino al monastero di Ainos, con un vitalizio consono al suo rango. Qui, nei pressi dell'attuale città di Feres, fondò il monastero dedicato alla Vergine Kosmosoteira.

(2) Questo sdoppiamento dei pilastri occidentali della cupola non ha precedenti nell'architettura costantinopolitana mentre compare nelle coeve chiese crociate, potrebbe quindi essere un riflesso dell'influenza che la cultura latina esercitò sulla corte comnena. Un'altra spiegazione potrebbe trovarsi anche nella necessità di aprire le campate occidentali per rendere visibile la tomba del fondatore.







mercoledì 25 febbraio 2015

La profezia dell'AIMA

La profezia dell'AIMA

Alessio I Comneno offre al Cristo benedicente una copia del manoscritto, 1100 c.ca
da un manoscritto miniato della Panoplia dogmatica di Eutimio Zigabeno commissionato dallo stesso imperatore.
Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vat. gr. 666, f. 2v.
 
La cosiddetta profezia del sangue (αίμα=sangue) si diffuse durante il regno di Manuele I Comneno (1143-1180) tra la fine dgli anni '50 e l'inizio dei '60. L'imperatore avrebbe chiesto ad un veggente quanto sarebbe durata la dinastia fondata da Alessio I Comneno (1081-1118) e questi avrebbe risposto con l'acrostico AIMA, le cui prime tre lettere costituivano le iniziali dei primi tre imperatori di stirpe Comnena che si erano succeduti sul trono - Alessio I, Giovanni (Ioannes) II e Manuele I – l'ultima quella di chi gli sarebbe succeduto.

Giovanni II Comneno, 1118
chiesa di Santa Sofia, Costantinopoli

Secondo Niceta Coniate, quando nel 1169 nacque il suo unico figlio maschio, Manuele I lo chiamò Alessio non tanto in omaggio al suo illustre antenato quanto per rispettare la profezia. Nel 1180, alla morte del padre, il figlio Alessio II, appena undicenne, gli successe sotto la tutela di un consiglio di reggenza dominato dalla madre, Maria di Antiochia e del suo amante, il protosebastos suo cugino Alessio Comneno. Tre anni dopo fu però rovesciato e fatto strangolare dallo zio Andronico I Comeneno (1183-1185), l'iniziale del cui nome confermava l'esattezza della profezia e di cui, per i numerosi omicidi perpetrati per mantenersi al potere, si può ben dire che regnò nel sangue.
Andronico ritenne quindi di aver dato inizio ad una nuova sequenza dell'AIMA e per lungo tempo ebbe il timore di essere rovesciato da Isacco Comneno, il governatore di Cipro che, dopo l'assassinio di Alessio II, di cui era cugino di I° grado, si era autoproclamato imperatore dell'isola e aveva rivendicato per sé il titolo di basileus (1184).
Nel 1185 Andronico fu invece spodestato da Isacco II Angelo e barbaramente trucidato dalla popolazione di Costantinopoli ponendo termine nel sangue alla dinastia comnena e alla sequenza dell'AIMA (1).

Note:

(1) Per la tragica fine di Andronico vedi scheda De Andronico Costantinopolitano Imperatore di Giovanni Boccaccio.

lunedì 9 febbraio 2015

La controversia esicasta

La controversia esicasta


Nel XIV secolo la controversia esicasta – che andò ad innestarsi in un conflitto dinastico e sociale rapidamente sfociato in guerra civile – fu l'ultima grande controversia religiosa che divise l'opinione pubblica bizantina prima della caduta dell'impero.
Il termine esicasmo designa in prima accezione un aspetto della vita monastica: l'ascesi condotta nella solitudine assoluta o all'interno di un gruppo ristretto. Rispetto all'eremitismo, il termine aggiunge una sfumatura di significato centrata sul silenzio, la solitudine (ἡσυχία), la tranquillità e la pace che caratterizzano l'atteggiamento interiore dell'asceta.

Gregorio Palamas, il più importante teologo esicasta, nacque nel 1296 in una nobile famiglia dell'Asia minore (il padre Costantino era membro del Senato) trasferitasi a Costantinopoli.
Rimasto orfano di padre in tenerà età, fu avviato, con gli auspici dello stesso imperatore Andronico II, agli studi di retorica e filosofia dal mesazon Teodoro Metochite, con la prospettiva d'intraprendere una brillante carriera nell'amministrazione imperiale.
Nel 1316 Gregorio decise però d'interrompere la carriera ed abbracciò la vita monastica, convincendo la madre, i due fratelli, le due sorelle e tutta la servitù a fare altrettanto. Raggiunte le comunità monastiche del monte Athos, Gregorio entrò dapprima nel monastero di Vatopedi sotto la guida spirituale del monaco esicasta Nicodemo e quindi, dopo tre anni, si trasferì nella Grande Lavra di San Atanasio l'athonita. Trascorsi altri tre anni scelse la vita eremitica e si trasferì in una località chiamata Glossia, sempre alle dipendenze della Grande Lavra, dove fu iniziato alla pratica esicasta della preghiera del cuore.

Gregorio Palamas
Cappella dei santi Anargiri, Monte Athos, 1371

Nel 1326, essendo il monte Athos direttamente minacciato dai turchi, si trasferì a Tessalonica dove fu ordinato sacerdote. Fondò quindi un eremitaggio nella città di Beroia, dove per cinque anni praticò un'ascesi molto rigorosa, accettando di condividere con altri monaci tutti i sacramenti e le feste liturgiche. Nel 1331, sotto l'incalzare delle armate serbe, fu costretto a lasciare anche questo luogo e fece ritorno al monte Athos dove si stabilì nell'eremitaggio di san Saba (San Sava di Serbia).
Tra il 1335 ed il 1336 fu scelto come igoumeno del monastero athonita di Esfigmenu ma l'insofferenza dei quasi duecento monaci del cenobio per il suo zelo riformatore lo costrinse alle dimissioni.
Nel 1343, nel corso di un viaggio a Costantinopoli, viene fatto arrestare e imprigionare dal patriarca Giovanni XIV Caleca che lo accusa tra l'altro di essere colluso con l'antimperatore Giovanni VI Cantacuzeno.
Nel 1347 viene scarcerato e nominato arcivescovo di Tessalonica dal nuovo patriarca Isidoro Buchiras ma, impedito dagli zeloti a prendere possesso della cattedra vescovile, verrà insediato solo nel 1350, entrando in città il 3 febbraio al fianco dei due imperatori – Giovanni V Paleologo e Giovanni VI Cantacuzeno - provvisoriamente riconciliati (cfr. l'affresco nella chiesa di San Demetrio a Tessalonica).
Gregorio Palamas si spense a Tessalonica il 14 novembre del 1359 e fu canonizzato nel 1368 dal patriarca Filoteo Kokkinos che sancì così la definitiva vittoria della dottrina esicasta.

Barlaam di Calabria (al secolo Bernardo Massari) era nato a Seminara nel 1290 c.ca ed aveva trascorso la sua giovinezza nel monastero basiliano di S.Elia a Cupessino (l'attuale Cubasina, contrada di Galatro) dove aveva compiuto gli studi in teologia ed era stato ordinato sacerdote.
Nel 1326-1327, dopo aver soggiornato ad Arta e a Tessalonica, raggiunse Costantinopoli dove s'introdusse rapidamente nei circoli accademici ed ecclesiastici più vicini alla corte, conquistandosi i favori dello stesso Andronico III, che gli affidò una cattedra di Teologia all'università, e dell'imperatrice Anna di Savoia.
Nel 1334 fu scelto dal patriarca Giovanni Caleca (1334-1347) per rappresentare la chiesa ortodossa negli incontri con i legati papali – Francesco da Camerino, arcivescovo di Vosprum, e Riccardo, vescovo di Cherson – inviati a Costantinopoli per trattare l'unione delle chiese. Il principale ostacolo dottrinale all'unione era rappresentato come noto dalla cosiddetta “clausola del filioque”, se cioè lo Spirito santo proceda dal Padre e dal Figlio (qui ex Patre Filioque procedit) – come nella teologia latina – o soltanto dal Padre – come nella teologia ortodossa.
Nel tentativo di dirimere la controversia del filioque, Barlaam fece leva sull'argomento dell'inconoscibilità di Dio. Se la teologia non poteva razionalmente dimostrare nulla a proposito di Dio, anche la controversia del filioque non poteva essere risolta definitivamente né in un senso né nell'altro.
Lo sviluppo di questa argomentazione lo mise però in collisione con la dottrina esicasta. Questi infatti ritenevano che attraverso la pratica della cosiddetta preghiera del cuore - una tecnica psico-somatica in cui attraverso la respirazione, la concentrazione della mente (che doveva liberarsi di ogni immagine) e la ripetizione costante delle parole "Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me” (l'esichia era infatti fisica prima che spirituale) – il monaco potesse accedere alla visione della luce increata (manifestazione diretta dell'energia divina), la stessa che Pietro, Giovanni e Giacomo videro attorno al Cristo sul monte Tabor (e pertanto detta anche luce taborica) (1).

Nei due Trattati apodittici (1335-1336) Palamas attacca quindi il modo di procedere di Barlaam nei confronti della clausola del filioque.
Incuriosito da questo attacco, Barlaam si mise a studiare la teoria e la prassi degli esicasti (2) e nel 1337 li accusa apertamente di eresia, presentando al patriarca di Costantinopoli Giovanni XIV Caleca (1334-1347) il suo scritto Contro i Massaliani in cui la dottrina palamita viene assimilata a precedenti eresie e gli esicasti vengono chiamati omphalopsichoi (coloro che ritengono che l'anima risieda nell'ombelico), irridendo alla loro consuetudine di reclinare il mento e fissare lo sguardo sull'ombelico durante la preghiera del cuore (3) .
Palamas rispose dapprima con un'opera polemica, le Triadi in difesa dei santi esicasti, e quindi con una dichiarazione teologica da lui preparata e sottoscritta da tutti gli igoumeni del Monte Athos (nota come Tomo Aghioritico), con cui dimostrava come gli argomenti di Barlaam fossero sostanzialmente estranei alla fede ortodossa (4).
Il 10 giugno 1341, un concilio (5) tenutosi in santa Sofia e presieduto da Andronico III condanna formalmente le tesi di Barlaam ed il monaco è costretto a fare pubblica ammenda agli esicasti.
Il patriarca pubblica un'enciclica in cui condanna le tesi di Barlaam ed ordina la distruzione di tutti i suoi scritti.
Dopo la morte di Andronico III (15 giugno), che era anche il suo principale protettore, Barlaam si convince che la battaglia è ormai perduta e ritorna in Calabria, dove si converte al credo cattolico e viene nominato vescovo di Gerace (ottobre 1342).

Dopo la dipartita di Barlaam, la guida della lotta all'esicasmo fu assunta dal monaco Gregorio Acindino (6), ma un nuovo concilio (agosto 1341) indetto alla presenza del mega domestikos Giovanni Cantacuzeno condannò anche la sua posizione.
A questo punto alla controversia religiosa si sovrappose la guerra civile. Approfittando di una temporanea assenza dalla capitale di Giovanni Cantacuzeno, che era stato il miglior amico ed il principale sostenitore di Andronico III, la fazione a lui avversa lo estromise dalla reggenza dell'erede di Andronico – Giovanni V, all'epoca appena decenne -che fu affidata all'imperatrice madre, Anna di Savoia, ed al patriarca Giovanni Caleca. Alessio Apocauco, l'uomo forte della reggenza, ricoprì la carica di eparca di Costantinopoli. Cantacuzeno rispose alla sfida facendosi proclamare imperatore a Didimoteico con il nome di Giovanni VI nel mese di ottobre.
Cantacuzeno era il rappresentante dell'aristocrazia terriera che si schierò dalla sua parte, mentre Apocauco seppe mobilitare a favore della reggenza le masse popolari. Anche se in maniera meno netta e schematica, gli esicasti si schierarono dalla parte di Cantacuzeno, mentre i loro oppositori presero le parti della reggenza (7).
Ragioni politiche spinsero quindi il patriarca Giovanni Caleca ad appoggiare le tesi antipalamite di Acindino che tra il 1342 ed il 1344 pubblicò sette trattati per confutare la dottina esicasta. Nonostante la precedente condanna il patriarca lo ordinò inoltre sacerdote, procedendo anche all'ordinazione di molti vescovi antipalamiti e, all'apice del suo potere, fece dapprima imprigionare Palamas accusandolo di collusione con l'usurpatore Giovanni Cantacuzeno e quindi, con il concilio del 4 novembre 1344, lo fece scomunicare, ordinando la distruzione di tutti i suoi scritti successivi al 1341.
Nel 1346 l'imperatrice madre, Anna di Savoia, cominciò ad interessarsi attivamente alla controversia esicasta e a prendere le distanze dall'operato del patriarca che, soprattutto dopo l'ordinazione di Acindino, era divenuto inviso alla popolazione. Nel sinodo convocato il 1 febbraio del 1347, con Cantacuzeno ormai alle porte della città, nell'estremo tentativo di salvare la situazione, l'imperatrice fece deporre il patriarca, sostituendolo con Isidoro Buchiras, un discepolo di Palamas, che era stato anch'egli condannato per eresia nel concilio del 1344. Il nuovo patriarca fece immediatamente liberare Palamas e successivamente l'ordinò arcivescovo di Tessalonica, mentre Giovanni Caleca fu mandato in esilio a Didimoteico.
L'8 febbraio, lo stesso giorno in cui venne siglato l'accordo tra Cantacuzeno e la reggenza, i vescovi antipalamiti si riunirono in un sinodo in cui rifiutarono di riconoscere il nuovo patriarca e scomunicarono Palamas.

Giovanni VI Cantacuzeno presiede il concilio del 27 maggio 1351
da Raccolta delle opere teologiche di Giovanni Cantacuzeno
manoscritto miniato, 1370
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

Il concilio del 1351 (27 maggio-9 giugno), presieduto dallo stesso imperatore Giovanni VI Cantacuzeno nel palazzo delle Blachernae, e convocato dal nuovo patriarca Callisto I – un monaco athonita succeduto ad Isidoro morto nel giugno dell'anno precedente – pose fine alla controversia esicasta segnando il trionfo della teologia palamita, anche se l'opposizione, guidata adesso dal teologo Niceforo Gregoras, fu brutalmente intimidita dalle minaccie dello stesso imperatore. Il sinodo ribadì la scomunica per Barlaam e Acindino mentre i vescovi di Efeso e Ganos furono sconsacrati e arrestati, lo stesso Niceforo Gregoras fu posto agli arresti domiciliari nel suo monastero di Chora. La dottrina di Palamas veniva invece accettata come teologia ufficiale della chiesa ortodossa.

Note:

(1) Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola,Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Matteo, XVII, 1-5).

(2) Secondo alcuni dei suoi detrattori, Barlaam parlò soltanto con un esicasta e per giunta ignorante.

(3) Tra le altre deviazioni dottrinali, l'eresia messaliana (dall'aramaico metzalin=orante) – diffusasi soprattutto in Mesopotamia tra il IV e V secolo e condannata dal Concilio di Efeso (431) - rivendicava per l'uomo di Dio, che avesse potenziato con la preghiera continua le proprie facoltà spirituali, la possibilità di vedere materialmente l'essenza divina inabitante in sé.

(4) All'argomento barlaamita dell'inconoscibilità di Dio, Palamas contrappose la distinzione tra essenza e energia divina. La prima rimaneva inconoscibile alla ragione, mentre la seconda, in alcune sue manifestazioni come la luce taborica, poteva essere fisicamente percepita dall'asceta.

(5) Secondo alcuni autori ortodossi i sei concili patriarcali che si tennero a Costantinopoli dal 1341 al 1351 per dirimere la controversia esicasta - conosciuti anche come Concili palamiti - formerebbero nell'insieme il V Concilio di Costantinopoli.

(6) Nato nel 1300 c.ca ed originario della città di Prilapos nell'odierna Macedonia, Gregorio Acindino (è ignoto il suo nome secolare. Gregorio infatti è il suo nome monastico, mentre Acindino=irreprensibile è un soprannome da lui adottato) compì i suoi studi di retorica, filosofia antica e letteratura cristiana a Tessalonica. Nel 1320 conobbe Palamas che visitò nel 1331 sul monte Athos chiedendogli di iniziarlo alla sua pratica spirituale. L'anno successivo tornò a Tessalonica dove conobbe Barlaam e a partire dal 1333 soggiornò prevalentemente nella capitale. Fino al 1341 sostenne la dottrina palamita, scrivendo un'opera in cinque libri in cui attaccava le critiche all'esicasmo avanzate da Barlaam, dall'altro canto cercò anche d'intraprendere una mediazione tra le due posizioni. Dopo il ritorno di Barlaam in occidente, si avvicinò al patriarca Giovanni Caleca e cambiò radicalmente fronte, divenendo il più determinato antagonista di Palamas. Per questa giravolta, Palamas lo definisce nei suoi scritti un "camaleonte". Il concilio del febbraio 1347 condannò definitivamente le sue tesi ed Acindino venne esiliato. Morì l'anno successivo probabilmente nel corso dell'epidemia di peste prima che il sinodo del 28 maggio 1351 lo scomunicasse formalmente.
 
(7) Sul piano pratico le posizioni esicaste sostenevano quelle della classe dominante contro i ceti più deboli. L'esicasmo era infatti una forma di autoestraniazione dal consesso sociale sostenuta però da un forte potere economico quale era diventato il monachesimo istituzionalizzato (le rendite dei conventi sfuggivano alla tassazione e tutti quelli che lavoravano sulle loro terre erano esentati dal servizio militare).










domenica 25 gennaio 2015

San Niceta il Patrizio

San Niceta il Patrizio

San Niceta il Patrizio
Monastero di Gracanica, Kossovo, XIV secolo

San Niceta il Patrizio – noto anche come S.Niceta di Costantinopoli o S.Niceta di Paflagonia - nacque in Paflagonia nel 761-762 e fu castrato in giovane età. Ricevette una buona educazione ed all'età di diciassette anni (778 c.ca) fu mandato a Costantinopoli dove prese servizio a corte. Il suo operato fu notato dall'imperatrice madre – Irene l'ateniese – che nel 780 assunse la reggenza per conto del figlio Costantino VI. L'imperatrice, con cui secondo alcune fonti era anche imparentato, ne promosse la carriera. Elevato al rango di patrizio, Niceta fu quindi nominato strategos del tema di Sicilia nel 796-797, carica che ricoprì fino al 799. Poco o nulla si sa delle sue attività nel decennio successivo alla deposizione di Irene (802). L'agiografia riporta soltanto che, manifestato il desiderio di ritirarsi a vita monastica, ne fu impedito dal nuovo imperatore Niceforo I (802-811). Con l'avvento di Michele I Rangabe (811-813) potè prendere i voti monacali e l'imperatore gli affidò il monastero di Chrysonike (1) situato nei pressi della Porta Aurea. Niceta rimase igoumeno del monastero fino all'815 quando, nell'infuriare delle persecuzioni iconoclaste durante il regno di Leone V (813-820) preferì lasciare la capitale e trasferirsi in uno dei suoi suburbi. Accusato di nascondere un'icona, fu quindi posto agli arresti domiciliari.
Con la nuova recrudescenza delle persecuzioni iconoclaste sotto l'imperatore Teofilo (813-842) gli fu ordinato di scegliere tra accettare la comunione con il patriarca iconoclasta Antonio I Kassymatas (821-837) o prendere la via dell'esilio. Niceta scelse l'esilio e, recatosi in Bitinia seguito da un pugno di monaci, prese a vagare lungo le coste del Mar di Marmara per sottrarsi alle molestie dei funzionari iconoclasti. Si stabilì infine nel villaggio di Katesia dove fondò il monastero di Asomaton dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Morì l'8 ottobre dell'836.

Le fonti principali per la sua vita sono la sua agiografia e il Sinassario. L'agiografia fu originariamente scritta da un anonimo monaco del monastero da lui fondato, sulla base degli appunti lasciati dal nipote e discepolo di Niceta che portava il suo stesso nome e che alla sua morte gli successe nella carica di igoumeno.

Spesso San Niceta è identificato con il patrizio Niceta Monomachos che nel 796 prelevò una mano di santa Eufemia dall'omonima chiesa costantinopolitana dove riposavano i suoi resti e la portò in Sicilia dove a Siracusa eresse una chiesa a lei dedicata. Si tratterebbe in questo caso del primo antenato noto del futuro imperatore Costantino IX Monomachos (1042-1055). A volte è identificato anche con l'ammiraglio che nell'806-807 guidò la flotta bizantina alla riconquista della Dalmazia e di Venezia.
In Italia, dove nel Meridione si diffuse un culto devozionale del santo, il suo nome ricorre spesso corrotto nella forma di San Niceto o Aniceto.

Note:
(1) Il monastero di Chrysonike (della Vittoria d'oro) è menzionato solo nel Sinassario in relazione a San Niceta. Probabilmente doveva trovarsi nei pressi della Porta Aurea, all'interno delle mura.

sabato 17 gennaio 2015

Chiesa di Santa Sofia, Andravida

Chiesa di Santa Sofia, Andravida

 
Situata nella regione dell'Elide, la parte nordoccidentale del Peloponneso, a 7 km dalla costa ionica, la città di Andravida (Andreville per i Franchi) fu conquistata nel 1205 da Guglielmo di Champlitte. In virtù della sua particolare ubicazione – nella fertile pianura dell'Elide, vicina all'importante porto di Clarentza ma non sulla costa, sì da non essere esposta a incursioni navali, e lontana dalle montagne del Peloponneso centrale dove si annidava la resistenza greca – divenne la residenza dei Principi d'Acaia e la capitale de facto del Principato. Qui, nella non più esistente chiesa di san Giacomo, venivano anche tumulati i regnanti. Con l'andar del tempo, Andravida perse però progressivamente il ruolo di capitale amministrativa del Principato a favore della città portuale di Clarentza che la soppiantò definitivamente durante il regno di Matilde de Hainault (1314-1318). La città rimase in mani latine fino al 1420 quando fu riconquistata dai bizantini ed annessa al despotato di Morea.
 
 
La chiesa di santa Sofia fu costruita dopo il 1263 molto probabilmente come chiesa abbaziale domenicana, utilizzata anche come cattedrale nonché come sala delle udienze, dal principe d'Acaia Guglielmo II Villehardouin (1245-1278). E' l'unico edificio di Andravida costruito dai Latini di cui siano ancora visibili i resti.
La chiesa è chiaramente improntata ai dettami dello stile gotico occidentale e presenta una pianta basilicale a tre navate priva di transetto.

lato absidale

Le volte a crociera, innervate da costoloni in pietra, sembra che siano state utilizzate solo nel capocroce, per il santuario e le due cappelle che lo fiancheggiano lateralmente e che richiamano i pastoforia dell'architettura ecclesiastica bizantina.

Interno del santuario

Le navate erano invece molto probabilmente coperte da un tetto di legno.
 
 
Una mensola parzialmente abrasa, lungo la parete meridionale del santuario, è decorata con una testa maschile coronata. E' l'unica figura presente nella chiesa e potrebbe rappresentare simbolicamente il principe in sua assenza.
 
 
Su questo capitello - attualmente conservato nel museo del castello di Chlemoutsi - sono invece scolpite le armi di Isabella Villehardouin e Florent Hainault (1289-1297).
 
 
Nella chiesa è stata rinvenuta questa pietra tombale scolpita in marmo – oggi conservata nel museo del castello di Chlemoutsi - che copriva il sarcofago di Anna (Agnese) Angelina Comnena d'Epiro, terza moglie di Guglielmo II Villehardouin che sposò nel 1258 e figlia del despota epirota Michele II (cfr. scheda Despotato d'Epiro, Introduzione). L'iscrizione che corre lungo il bordo esterno della lastra, in francese ed in caratteri gotici (l'unica in questa lingua che sia stata ritrovata nel Principato), recita infatti: "ICI GIST MADAME AGNES IADIS FILLE DOU DESPOT KIUR MIKAILLE ET […] MCCLXXXVI AS IIII IOURS DE IANVIER.
Quattro pavoni – simbolo d'immortalità – sono scolpiti agli angoli della lastra, mentre nei quattro riquadri centrali sono raffigurate altrettante salamandre (dal significato simbolico più incerto). Sia i puntini sul dorso delle salamandre che gli occhi dei pavoni sono resi da fori riempiti di piombo.
L'esame della parte posteriore della pietra, che mostra una lavorazione ed una iconografia riconducibili al periodo tardoantico, rivela infine che si tratta di un materiale di reimpiego.